Il Levante - Settembre 2011

 
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Periodico di cultura, ambiente e informazione

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il levante ISTITUTO DELLE C I V I LT À DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione San Teodoro - settembre 2011 distribuzione gratuita Galluresi, andiamocene, “chista no è casa nostra”! na cosa sia subito ben chiara: l’autonomia regionale, nata da generosi propositi ma da subito veicolata per vie traverse dall’ingorda arroganza della classe politica cagliaritana, longa manus delle ambizioni e degli interessi locali, non ha causato altro che danni alla Gallura e al popolo gallurese. La Regione nei nostri confronti ha dimostrato di essere un’astiosa matrigna piuttosto che una madre amorevole e sollecita. Il territorio gallurese è stato ignorato, emarginato, persino ostacolato nel suo sviluppo. Si pensi all’assenza di infrastrutture e di servizi, alla viabilità dissestata o inesistente, ai ritardi della Sanità ancora in forte deficit rispetto alle aree politicamente forti; si pensi anche al tentativo subdolo, oltraggioso e vessatorio di costringere i galluresi a parlare la “limba sarda unificada”, una lingua straniera almeno quanto lo spagnolo e il portoghese. Ora, o questi signori ignorano del tutto cos’è la Gallura - che non è solo terra di divertimento e di vacanza, ma anche di fatica e di lavoro - e non sanno nulla del popolo gallurese, oppure lo fanno a posta, per provocare, e mettere a dura prova la sua pazienza e civiltà. Forse è per questo che il signor Cappellacci (anche i nomi, talvolta, significano qualcosa) ha inflitto l’ennesimo sgarbo alla Gallura, radiandola completamente dalla sua giunta traballante, dove siedono, ormai, solo i nomi che contano (o che non contano). Ora questi ricorrenti segni di disistima e scarsa considerazione necessitano di urgenti risposte: i Galluresi sappiano che nulla di buono verrà loro da questa forzata convivenza, che nulla di positivo potranno attendersi dai troppi politici che vanno in giro “cu lu macciòni suttu tiddhu”. La Gallura non può essere ulteriormente mortificata da una Regione partigiana, fannullona e incapace, che ha dilapidato gigantesche risorse senza riuscire a costruire uno straccio di futuro per poco più di un milione e mezzo di sardi. Galluresi, non è più tempo di attendere! Andiamocene! “Spaltimuci li trasti”! In questa regione noi non ci facciamo nulla! Il popolo gallurese per la sua civiltà, la sua storia, la sua cultura, la sua lingua, ha diritto a una “sua” autonomia amministrativa ben distinta e separata da Cagliari. Uniamo le nostre intelligenze, le nostre forze, la nostra volontà e affermiamo i nostri valori identitari, costruiamo la nostra casa! Salvatore Brandanu U SOMMARIO: Galluresi, andiamocene... - I buchi nella cintura - San Teodoro: estate 2011 - Pista ciclabile? Sì, grazie! - Genitori: il “mestiere” più difficile ma anche il più affascinate al mondo! - Lettere al Direttore Cent’anni, in buona salute ma... - Quale futuro per la Provincia - Quale alternativa per i rifiuti urbani? - ICiMar: le monete in Sardegna da Cartagine all’Unità d’Italia - “Li Stragni” a San Teodoro - Tipico sarà lei... Un amore a prima vista - Si scrive selezione si legge soluzione - La cucina gallurese - Antiche usanze - Detti popolari galluresi - Sport in Gallura - Ospiti al Museo, cosa dicono di noi - Festa della laguna: atto secondo. “ bà tre dì c’éra in Cagliari e dananzi a li scali di l’Assessorato del Lavoro àgghju imbiccàtu lu fiddhólu di Maltinu Pinésu; éra tuttu sudatu e niéddhu chi picia. No socu ditti cos’ éra cilchendi.” “Bastianu, lu ch’ éra istudiendi a préti e poi sinn’è isciutu?” “Proppiu iddhu. M’hàni dittu chi s’è candidatu a li regionali. Vo’ fà l’onorevoli.” “No è maccu, lu stéddhu! Siddhu vi rèsci si sistema… A ciavanà li piaci abbèddhu... è lu trabaddhu chi no l’anda. E’ faticósu finutu: s’agatta ca l’ha invintatu lu trabaddhu, si lu magna a mòssi.” “Dimu puru ch’è mandroni, parò li galitai pa’ fa l’onorevoli l’ha tutti: sa faiddhà, li piaci la cumpagnia, è caricottu e mente faulàgghju…“ “Tuttu lu minnannu! Ma Bastianu lu mannu éra sólu cunsiddhéri provinciali in Sassari, lu nipóti vo’ fa carriera.” A Effemeridi è pura utopia. Sottile, strisciante, continua a perseguitarci giorno per giorno non certo inavvertita, visto che quotidianamente dà segni di vitalità robusta e sostenuta. Aumentano i prezzi di tutti i prodotti di più indispensabile consumo: dagli alimentari alle tariffe pubbliche e a quelle bancarie; dalle bollette telefoniche a quelle elettriche con continui proclami dei gestori a cambiar bandiera passando dall’uno all’altro dietro promesse di miracolosi risparmi; con sottili e suadenti messaggi subliminali che invitano l’ignaro (o ingenuo) cliente a far confronti con le tariffe avversarie; a rinunciare a canoni fissi (che poi - inevitabilmente - si ritrovano sotto altre voci, nelle nuove bollette del nuovo gestore). La colpa dei rincari è sempre degli altri. Così è per il prezzo della benzina che ha toccato livelli inimmaginabili: un litro di verde costa oggi quanto una bottiglia di vino di quello buono! Lo strano è che quando il prezzo del barile di greggio sale, il mattino dopo ci ritroviamo gli aumenti alle colonnine dei distributori; mentre se il barile cala ben difficilmente i petrolieri ci faranno beneficiare di qualche sia pur modesto ritocco in basso. Ma quel che più irrita il cittadino comune, quel contribuente serio e coscienzioso, quello stesso che continua a rimboccarsi le maniche per far quadrare bilanci familiari ingessati da anni, quel pensionato che si vede congelata la pensione da mancati ritocchi per adeguare il trattamento al vorticoso aumento del costo della vita, sono le continue e melliflue esortazioni dei nostri politici (nazionali e regionali) a produrre di più, a stringere i denti ed i buchi della cinta, quando quest’ultima, di buchi da stringere non ne ha proprio più! Nella nostra Regione due giovani su tre non hanno un lavoro (nemmeno precario): tradotto in concreto significa che il 66% dei nostri figli o nipoti aspetta dal cielo la biblica pioggia di manna. Tornando al nostro cittadino comune, tra cui ci annoveriamo tutti noi de Il Levante, sorge spontanea e scontata la domanda: ma perché non cominciano proprio loro, i nostri polititici a dare il buon esempio, un segno di responsabilità e di solidarietà con le migliaia di disoccupati sardi riducendosi di una briciola, un misero x per mille, le loro principesche prebende, e rinunciando, magari, a qualche benefit o gettone di presenza? Sarebbe veramente un bel segno di maturità politica e soprattutto sociale. Mario Stratta I buchi nella cintura, ovvero i buoni esempi. Che questa maledetta crisi sta per finire

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il levante Settembre 2011 - pag. 2 Non mi pare che i nostri politici, sia a livello regionale sia a livello locale, abbiano idee e progetti sufficientemente chiari. A partire dal problema mai risolto dei trasporti, cui si imputa almeno per un buon novanta per cento il cattivo esito del turismo sardo nella stagione appena trascorsa. È questo, indubbiamente, uno dei punti dolenti dell’insularità dei Sardi, prigionieri del mare e dell’affarismo egoistico degli armatori che impongono la legge del più forte, ciechi e sordi alle esigenze delle nostre popolazioni. Una società, un’economia, schiava del mare, che limita la nostra libertà di movimento e i nostri bisogni vitali. Il problema delle comunicazioni per mare è sicuramente molto serio e dalla sua rapida soluzione dipende non solo il turismo della nostra regione ma l’intero sviluppo della nostra economia e della nostra società. È chiaro però che il tutto va affrontato con concretezza e determinazione, bandendo improvvisazioni sempre deleterie e patetiche nostalgie nazionalitarie, anche perché per far viaggiare i sardi e i nostri ospiti non penso siano sufficienti le mitiche navicelle nuragiche. Navi moderne, veloci, capaci e sicure, dunque, e poco importa che si chiamino Dimonios o altro. E non è affatto necessario che odorino (o puzzino) di vino nero e di formaggio marcio che, è bene lo sappiano i nostri confusi governanti, solo una piccola parte di turisti gradisce e apprezza. Ma su questo argomento, come anche sulle campagne pubblicitarie inadeguate e inefficaci, buone tutt’al più a promuovere un albergo o un camping, torneremo presto e con più stringenti considerazioni. Non tutte le colpe di una stagione fiacca (per taluni, fallimentare) possono però essere attribuite alla Regione che pure di colpe ne ha parecchie. È doveroso che i nostri amministratori locali facciano un esame di coscienza e si chiedano se, ciascuno per la sua parte di competenze, ha predisposto le infrastrutture e i servizi necessari e gestito correttamente le dinamiche in atto e le nuove emergenze. Un eguale atto di resipiscenza e di umiltà spetta infine ai nostri operatori turistici: la politica dell’ospitalità richiede oggi più che mai grande professionalità, correttezza, sensibilità e apertura alle esigenze del turista, che non sempre riceve risposte in tal senso. E ci sarebbe, infine, anche il discorso dei prezzi: non si può insistere con i sistemi del passato, dimenticando che il turista non ha più le disponibilità finanziarie di un tempo, e che non è più disposto a farsi spennare come un pollo. Salvatore Brandanu Spiaggia di Punta Est a Capo Coda Cavallo San Teodoro:estate 2011 una stagione contraddittoria... opo il ponte di mezz’agosto riaprono gli uffici e le fabbriche e, come è naturale, anche la stagione turistica 2011 si avvia rapidamente a conclusione. Esauritasi l’ondata del turismo agostano (gli italiani, caschi il mondo, a costo di fare un prestito con una finanziaria, alla settimana di ferie non rinunciano), la stagione delle vacanze prosegue a ritmi più blandi e discreti, alimentata dagli ospiti di settembre, per lo più stranieri o gruppi organizzati della terza età. Insomma, è già possibile fare i primi consuntivi e, soprattutto, alcune considerazioni sul turismo teodorino e gallurese in genere. Diciamo subito che la stagione turistica 2011 si è presentata, nel complesso, abbastanza contraddittoria: da un lato il turismo ricco, frequentatore abituale di ville esclusive e di hôtel di lusso, che ha segnato un incremento di presenze, dall’altro il turismo medio che cerca di resistere ma perde qualche posizione, mentre quello popolare, rappresentato dalle fasce di ospiti a basso reddito, appesantito dai costi della crisi e da una politica dei trasporti insensata e devastante, recede in maniera significativa. Insomma, anche in Gallura si avvertono con comprensibile inquietudine i segnali di un’economia in affanno che necessariamente si riflette anche sul comparto delle vacanze che finora, a San Teodoro e dintorni, aveva sempre goduto di una condizione florida e privilegiata. Per la Sardegna in generale si è trattato di una stagione turistica negativa: le statistiche provvisorie parlano di centinaia di migliaia di arrivi in meno e, come se non bastasse, di una sensibile contrazione del periodo di soggiorno degli ospiti. Le famiglie italiane, e non solo, sono insomma in difficoltà, dispongono di minori risorse che in passato, e quindi hanno dovuto rimodulare e programmare le loro vacanze tenendo conto dei limiti di spesa imposti dalla recessione nazionale e internazionale. Il fatto, e non poteva essere diversamente, ha creato un forte allarme tra gli operatori del settore, in particolare tra i gestori degli alberghi di livello medio che, come si è accennato, hanno risentito maggiormente di una lunga serie di fattori e coincidenze sfavorevoli. La crisi però non ha risparmiato i B&B e le case per le vacanze dove il soggiorno si è ormai ristretto alla settimana e, solo eccezionalmente, ai dieci giorni, il che si traduce subito in pesanti perdite economiche per chi ha investito nell’industria dell’ospitalità. Ora, anche a non voler tenere per buoni tutte le lamentele e i piagnistei non sempre giustificati degli operatori, i quali, drammatizzando i danni subiti e i mancati guadagni, sperano in provvidenze e incentivi regionali a favore del comparto turistico, si deve obiettivamente riconoscere che qualcosa di spiacevole è accaduto, e che occorre venir fuori al più presto da una situazione che potrebbe il prossimo anno incancrenirsi e deteriorarsi ulteriormente compromettendo un’economia che sta dando da tempo allarmanti segnali di debolezza. Ma come affrontare con successo il problema? San Teodoro - Piazza Emilio Lussu D San Teodoro - Piazza Gallura L’Istituto delle Civiltà del Mare, istituzione no profit fondata 22 anni fa, e impegnata da sempre nei campi della Cultura dell’Ambiente e della Ricerca, pur avendo sede a San Teodoro, ha vocazione Europea. Dal luglio ’89 ha il riconoscimento giuridico da parte del Ministero dell’Università e Ricerca Scentifica; svolge i suoi compiti istituzionali senza dipendenza alcuna e in piena autonomia. I nostri uffici e servizi non dipendono né dal Comune di San Teodoro (con cui peraltro collaboriamo), né dalla Provincia, e tanto meno dalla Regione; non abbiamo, inoltre, nessuna relazione con l’AMP di Tavolara Punta Codacavallo. Vi preghiamo comunque di voler scusare eventuali deficienze nel servizio, considerato che nessun utile viene all’Icimar da tali attività, ma che tutto viene svolto per amore della Cultura, della Scienza e in spirito di amicizia e di fratellanza fra i popoli. IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno I - N°4, Settembre 2011. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro, Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (OT) - Tel. 0784/866010 - Fax. 0784/866180 E-mail.segreteria@icimar.it segreteria@pec.icimar.it - www.icimar.it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Salvatore Brandanu. Condirettore: Mario Stratta. In Redazione: Gian Piero Meloni, Giuseppe Pisanu, Costantino Pes, Sandro Brandano. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante are che il “soffio” de Il Levante cominci a farsi sentire. Poco alla volta, in sordina, acquista vigore fra i suoi lettori. Anche se a scrivere al nostro mensile risultano essere in numero maggiore i non residenti rispetto ai teodorini. Istituzioni comprese… In questo numero ospitiamo un garbato articolo di Salvatore Olia, sassarese di residenza ma con casa a Lu Fraili che, guarda caso, ripropone un argomento su cui si era poeticamente espresso un altro non residente, Kameel Nasr, in un precedente numero de Il Levante: la passione per la bicicletta ma – soprattutto - i rischi che corrono gli amanti delle due ruote in un traffico automobilistico non sempre rispettoso della presenza del ciclista. A quando, si domanda il nostro lettore che ringraziamo per la gradita collaborazione, si penserà a creare qualche pista ciclabile che, è appena il caso di dirlo, alleggerirebbe di non poco il traffico a San Teodoro? M. S. P Settembre 2011 - pag. 3 La pista ciclabile come indice di civiltà e fattore di sviluppo turistico. Punto primo: la forte crisi che, in particolare nell’ultima stagione, ha colpito il turismo in Sardegna dovrebbe farci considerare che il turismo, al pari di ogni altro settore economico, non può vivere di improvvisazione e di spontaneismo, ma necessita di programmazione, di infrastrutture e servizi. Tali dotazioni rappresentano un elemento aggiuntivo e fondamentale di appeal, dato che qualificano positivamente l’immagine di una destinazione e ne evidenziano il grado di civiltà nonché l’attitudine ad accogliere i visitatori e a farli sentire a proprio agio. Una pista ciclabile lungo il litorale di San Teodoro, a parte la tutela della sicurezza dei ciclisti e l’indubbia utilità per i residenti e i turisti, costituirebbe essa stessa un elemento di richiamo, a integrazione dei già considerevoli attrattori ambientali. Per di più consentirebbe di estendere l’offerta a nuovi flussi di visitatori come i cicloturisti, un segmento di domanda che vanta numeri di tutto rispetto in ambito europeo, caratterizzati da una forte sensibilità ambientale e in grado di assicurare presenze consistenti anche nei periodi di bassa e media stagione. Senza trascurare, poi, che si tratterebbe della prima pista ciclabile in Sardegna realizzata in funzione del turismo balneare e ambientale. Davvero un fiore all’occhiello per San Teodoro e per la qualità della sua offerta! La pista ciclabile come strumento di tutela e valorizzazione ambientale. Punto secondo: una pista ciclabile consentirebbe di alleggerire notevolmente il traffico con evidenti benefici per l’ambiente e per la serenità di chi ci vive, dato che sarebbero sicuramente in molti a preferire la bici per recarsi in spiaggia o per andare da un punto all’altro di una località come San Teodoro che si estende da Ottiolu a Montipitrosu. E’ appena il caso di evidenziare che, rispetto all’automobile, la bici ha un impatto ambientale quasi nullo, non produce alcun tipo di emissione inquinante, non consuma carburante, né olio, né altre sostanze dannose per l’ambiente (e fa risparmiare un bel po’ di quattrini). Con la pista ciclabile si eviterebbe inoltre di compromettere vaste porzioni di territorio: basti pensare che nello spazio di un posto auto si possono agevolmente sistemare circa 10 biciclette. I parcheggi per le auto, com’è evidente, hanno invece un forte impatto ambientale, consumano territorio e deturpano il paesaggio in prossimità del litorale. La pista ciclabile come cura anti-stress. Punto terzo: pedalare fa bene alla propria salute (e a quella degli altri). L’attività aerobica permette, in base allo sforzo e al percorso effettuato, di bruciare fino a 600 calorie l’ora. Studi recenti dimostrano che la bicicletta rappresenta uno tra i migliori anti-stress: farsi una pedalata non solo rilassa ma fa bene anche alla vita di relazione. Ora invece vediamo in giro automobilisti stressati e, quel che è peggio, maleducati, poiché l’abitacolo arroventato di una macchina diventa il posto ideale per dare libero sfogo alla prepotenza e alla villania, soprattutto quando la vacanza è vissuta come un pretesto per azzerare i freni inibitori e le buone maniere. La pista ciclabile come valore aggiunto dell’offerta turistico-ambientale: gli incentivi Ue. Punto quarto: la pista ciclabile non è una bizzarria, ma un valore aggiunto incentivato dall’Unione europea di cui si vanno accessoriando tutte le realtà turistiche più avanzate. Lungo la costa orientale della Penisola, dalla Romagna alla Puglia, è in fase di avanzata realizzazione il Corridoio Verde Adriatico, la pista ciclabile che costeggia il mare omonimo. Il percorso preventivato ha una lunghezza di 1000 km (!) e collega Ravenna con Santa Maria di Leuca. Al momento sono stati costruiti tratti a macchia di leopardo, ma di anno in anno il percorso si va sempre più completando ad opera delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali attraversate. Altri progetti analoghi, a valenza comunale o intercomunale, stanno per essere portati a termine in numerose località turistiche italiane, anche perché si tratta di opere finanziabili con i fondi comunitari FESR2007-2013 relativi alla realizzazione di piste ciclabili in aree di pregio turistico-ambientale. E noi? Che aspettiamo a darci da fare? C’è da augurarsi che l’opinione pubblica e chi è titolare di competenze e funzioni adeguate comincino a riflettere sull’opportunità di investire intelligenza e risorse nella realizzazione dell’opera auspicata. Per non doverci poi lamentare della crisi se il turismo continuerà a segnare il passo e per non correre il rischio di rimanere ancora con il cerino in mano. Salvatore Olia PISTA CICLABILE? SÍ, GRAZIE! C ’è chi attingendo dal re- bici compresa, è almeno pari pertorio aggiornato dei neologismi e delle terminologie alla moda la chiama mobilità ecosostenibile. Noi, più semplicemente, parliamo dell’opportunità di assecondare chi ha voglia (se non diritto sacrosanto) di andare a piedi o in bicicletta. Perché il dominio dell’auto, da queste parti, è così assoluto, indiscusso e tirannico da inibire o rendere problematica ogni velleità motoria alternativa, tanto più se questa comporta la messa in funzione delle fibre muscolari degli arti inferiori, indolenza permettendo. Oggi andare in bici equivale a sfidare la sorte. Sta di fatto che se un mattino d’estate un villeggiante, un residente o chicchessia decidesse di inforcare la bici e, avventurosamente, di percorrere un po’ di strada (mica poi così tanta), per fare tappa negli arenili e nelle cale del litorale di cui la natura ci ha gratificato, ebbene, quel valoroso affronterebbe la pedalata a proprio rischio e pericolo. Il che basta a renderlo meritevole di rispetto e ammirazione ai nostri occhi, per quanto nella fattispecie il coraggio vada a sconfinare nella temerarietà. In effetti, soprattutto lungo l’“Orientale”, dato il traffico incessante nei due sensi e l’angustia della carreggiata, la possibilità che il ciclista sia scaraventato in cunetta o asfaltato, alle probabilità che il medesimo avrebbe di venir travolto o incornato qualora partecipasse alla corsa dei tori di Pamplona. Va da sé che, per uscirne incolume, l’ardimentoso dovrebbe in entrambi i casi affidarsi alla buona sorte o al proprio nume tutelare. La pista ciclabile come tutela dell’incolumità e della sicurezza. Ora, se si vuole che il percorso in bici lungo le strade litoranee vada ad arricchire il catalogo di qualche agenzia del turismo estremo o adventure, nulla quaestio. Ma se si vuole qualificare l’immagine, i servizi, la dotazione di accoglienza e, in definitiva, l’appeal turistico di San Teodoro, è indispensabile che si provveda finalmente alla realizzazione di una moderna e funzionale pista ciclabile senza commistione veicolare, che consenta di raggiungere in tutta sicurezza gli accessi a mare. Siamo consapevoli che è molto più facile a dirsi che a farsi, in quanto non sono certo irrilevanti i problemi attinenti alla spesa e alle difficoltà burocratiche e tecnicop r o g e t t u a l i d a a ff r o n t a r e . Tuttavia, si tratta di un’opera dove costi e complessità attuative sarebbero di gran lunga compensati dai benefici che ne deriverebbero. Proviamo a individuarne alcuni di tali vantaggi.

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il levante Genitori: il “mestiere” più difficile ma anche il più affascinante al mondo! Ragazzi delle scuole di San Teodoro in visita all’Icimar a ancora molto caldo ma siamo a settembre e la campanella suona. Un pensiero va all’ingresso a scuola, a tutti quei ragazzi tra i 3 e 18 anni che iniziano o continuano questo percorso. In particolare ai genitori, per il loro impegno e dovere di seguirli, appoggiarli e stimolarli nell’apprendimento. Qui di seguito forniamo alcune indicazioni perché ogni fase scolastica, dalla materna alle superiori, ha i suoi piccoli-grandi problemi. Alla materna Per molti bambini che non hanno frequentato prima l’asilo nido, la scuola materna rappresenta il primo reale distacco dai genitori, giacché li introduce in una dimensione comunitaria fissata da regole, diritti e doveri. Il modo migliore per prepararli al distacco è spiegare loro per tempo cosa avverrà, quindi, se possibile, facendogli conoscere qualche bambino che ritroverà a scuola, mostrando e descrivendo l’edificio scolastico come un posto divertente e positivo. Il piccolo avvertirà così la scuola come un ambiente gradevole. Importante è che il bambino veda anche la partecipazione dei genitori alla sua vita scolastica, e che questi partecipino anche alle riunioni d’istituto. Alle elementari Qui si parte già da subito, dai primi giorni… con zaino, compiti da fare a casa e le prime verifiche. In questa fase i bambini iniziano a scontrarsi con i primi problemi legati alla conoscenza di materie nuove e spesso i genitori anziché stimolarli a cercare spiegazioni dagli insegnanti o far capire gli errori, si fanno prendere dalla compassione (sembra difficile, lo aiuto un pò) o dall’impazienza (se lo lascio da solo, ci mette troppe ore), e può capitare che si sostituiscano a loro. Questo non è certo un aiuto, al genitore spetta il ruolo di supervisore altrimenti, deresponsabilizzando il figlio, può fargli perdere la fiducia in se stesso e, dunque, non capirebbe le conseguenze dei propri errori. E come recita un adagio, sbagliando si impara. Il mezzo migliore per affrontare il percorso scolastico è in assoluto l’acquisizione di un metodo di studio efficace. Si comincia nel far capire che imparare a memoria va bene solo per le poesie e ripetere senza capire non serve a niente; meglio capire e sintetizzare l’argomento studiato poiché in questo modo si acquisiscono i concetti e la padronanza del linguaggio. Sembra scontato ripeterlo, ma è fondamentale, creare un ambiente tranquillo di lavoro senza distrazioni, senza radio, televisione o altro, in questo modo si aiuterà a potenziare la concentrazione del ragazzo. Sarà lui stesso, e di solito accade così, che personalizzerà il suo “angolo di studio”, responsabilizzando ogni sua azione, dalla preparazione della cartella ad andare a letto in un orario decente; in media, al più tardi alle 22, altrimenti si rischia di iniziare la giornata già stanchi. Dalle elementari arrivano i primi giudizi degli insegnanti; a scuola del resto si va per imparare e spesso sono proprio i genitori che non accettano questi giudizi. É bene che i genitori capiscano e si confrontino sul metodo di insegnamento utilizzato dagli insegnanti, senza mai lasciarsi andare a critiche davanti al bambino per non creare confusione di ruoli. Alla scuola media Dal punto di vista scolastico non c’è molta differenza con le scuole elementari; certo è che il sostegno del genitore è sempre molto importante anche se si è fatto bene negli anni precedenti perché anche se il ragazzo è capace autonomamente di affrontare compiti a casa o interrogazioni sta attraversando una fase delicata di cambiamenti fisici e psicologici, cioè l’adolescenza. In questa fase ci saranno forse più distrazioni nello studio, momenti extrascolastici con i gruppi di amici e non solo compagni di classe, sarà proprio adesso che i genitori risultano più marginali ma non per questo devono voler introdursi nella sfera di amicizie dei figli ma continuare ad essere ge- F Settembre 2011 - pag. 4 nitori in modo autorevole e non autoritario. A volte, studiare con un amico può essere più piacevole e più utile per l’apprendimento perché il confronto con il coetaneo è sempre importante e stimolante. Anche qui occorre mantenere ritmi regolari, stimolare sempre i suoi punti di forza anche in altri campi come lo sport e stabilire un rapporto con i professori perché gli adolescenti talvolta hanno bisogno di sfogarsi, di parlare con un adulto, e non ritenendo i genitori “adatti” a questo ruolo cercano la complicità dei professori. Almeno spero sia ancora così. Alle superiori Si cambiano i compagni, spesso si passa dal paese alla città e si scoprono materie mai studiate… si passa ad una condizione però che si sceglie anche se, a questa età, è difficile che un ragazzo abbia le idee chiare su cosa si vuol fare da grande. Anche qui i genitori, nel sostenere il figlio nelle scelte, non significa che debbano imporre le loro preferenze; devono invece cercare di collaborare con lui nella ricerca di informazioni riguardo i programmi scolastici e visitare insieme gli istituti. In questa fase, in genere, anche chi in precedenza non ha mai avuto problemi scolastici, può accusare il cambiamento con cali nel profitto: non sempre bisogna subito allarmarsi e, se il problema persiste, dopo aver capito insieme la causa, potrebbe essere una soluzione ricorrere a lezioni di sostegno extrascolastiche. Termino con un’ultima considerazione: non è importante che il proprio figlio sia il “primo della classe”, ma che abbia l’opportunità di sviluppare al meglio le proprie capacità. Angela Bacciu Lettere al Direttore La lettera che pubblichiamo è un appello accorato al rispetto della natura e dell’ambiente lagunare gravemente insidiati dall’uomo. La nostra laguna e le aree umide confinanti, benché comprese nel SIC (Sito di interesse Comunitario) e quindi soggette a massima tutela, sono esposte alle scorribande di cacciatori senza scrupoli che sparano alla fauna di palude, talvolta anche a quella protetta. Condividiamo, dunque a pieno i sentimenti e le preoccupazioni della nostra lettrice Deborah Caimi, e sollecitiamo enti ed autorità competenti ad intervenire con urgenza, adottando tutte le misure del caso. Premesso. Non vorrei giudicare anche se inconsapevolmente lo facciamo tutti. È plateale ricordarci che viviamo in un mondo sconvolto da così poche certezze e quelle a cui crediamo, sempre di più, non hanno radici, non sono arricchimento per la nostra anima, nulla che ci verrà riconosciuto quando il corpo non ci sarà più. Quello che forse viene a mancare di più è il rispetto, non solo per l'essere umano, ma per Madre Terra. Vivo nella convinzione ch'Essa ci mostri da tempo segni di ribellione, non percepiti, forse, da tutti. Basterebbe poco per percepire. Chiudere gli occhi e vedere con il cuore. Il cuore sa vedere con amore e con grande sensibilità. Ci fa intuire la bellezza che ci circonda, non creata per soddisfare i nostri bisogni a volte anche violenti e spropositati, ma per ricordarci che siamo parte del tutto, e quindi Madre Terra fa parte integrante di noi. Calpestarla è calpestarci. Vorrei condividere con voi un episodio che credo rispecchi, nel nostro comune di San Teodoro, quella mancanza di rispetto verso gli esseri umani e Madre Terra. A volte la diplomazia non dovrebbe aver spazio nell'esporre la stupidità di uomini che uccidono solo per il piacere, piacere di che cosa poi, mettendo anche a repentaglio la vita di altre persone. Nella loro mancanza di rispetto, non hanno solo trucidato esemplari della fauna dello stagno, ma hanno compromesso la volontà del Comune di San Teodoro di far conoscere il nostro patrimonio ambientale. Di conseguenza, hanno reso in quel momento inefficace il sensibilizzare i vacanzieri ed i residenti alle bellezze della laguna e reso nulla la volontà di quest'ultimo di preservarla. Le nostre azioni quotidiane, belle o brutte che siano,si riflettono immancabilmente sulla nostra società e in questo caso sulla collettività di San Teodoro. I diretti interessati magari si diranno, per convincersi che non hanno fatto nulla di male, che " cosa volete che sia l'uccisione di qualche pennuto, uno in più, uno in meno". Vi dico, voi avete deriso la bellezza e la nobiltà di questi luoghi e tutta la comunità di San Teodoro. Deborah Caimi Via Madagascar, 11 - 07026 - Olbia tel. 0789562066 - fax 078951999 - www.cedcenter.it - E-mail info@cedhr.it

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il levante Settembre 2011 - pag. 5 Centʼanni, in buona salute ma… La joint-venture tra lʼassociazione Auser e lʼAssessorato alle politiche sociali del Comune di San Teodoro. QUALE FUTURO PER LA PROVINCIA Una regione in cui il numero degli anziani che hanno superato i cent’anni e passa cresce di giorno in giorno. E, periodicamente, il fenomeno della longevità diviene motivo di inchieste giornalistiche con le più fantasiose conclusioni sulle sue origini: l’aria salubre; la dieta spartana; il vino come panacea; il pecorino tocca-sana e via di questo passo. Ma, il risvolto della medaglia, l’evidenza che l’aumento della vita media ed il superamento del secolo di età s’accompagna fatalmente ad un aumento delle patologie non vien quasi mai a galla. Molto spesso, la presenza di un anziano non autosufficiente,o, comunque, bisognevole di assistenza quotidiana continua crea alla famiglia problemi drammatici e spesso insormontabili. Ed il ricovero in strutture assistenziali dedicate non è sempre possibile. Vuoi per l’assoluta mancanza di tali alternative ma soprattutto per l’insuperabile barriera della retta mensile. Ed anche l’aspetto “politico” della gestione dell’anziano non autosufficiente pare stia poco a cuore ai nostri governanti. Ed allora? Problema irrisolvibile? Chi ha in casa un anziano affetto da alzheimer o con un parkinson avanzato deve arrangiarsi con i propri scarsi mezzi (economici e sanitari)? Ma uno degli aspetti non meno delicati che si accompagna alla terza (ed alla quarta) età è rappresentato dalla diminuita capacità di autosufficienza che l’anziano denuncia: difficoltà che si traducono in vere e proprie barriere. A recarsi all’ufficio postale o in banca per ritirare la pensione; al supermercato per la spesa quotidiana; all’ambulatorio medico per un periodico controllo delle condizioni di salute; in farmacia per il ritiro dei medicinali… Ed è a questo punto che nasce l’idea di un progetto di telefonia sociale per restituire la perduta autosufficienza a quell’anziano che incontra oggettive Un’isola di centenari, la nostra. Olbia - veduta dalla sopraelevata difficoltà a svolgere i più semplici atti di relazione della vita quotidiana a causa delle sue diminuite capacità. I protagonisti di questa insolita joint-venture sono, da un lato, l’Associazione Auser di San Teodoro in persona del suo presidente Raimondo Brandano e dall’altro l’Assessorato delle politiche sociali del Comune retto da Rita Deretta, una giovane e grintosa commercialista. Dall’intesa tra i due organismi è nato un progetto denominato “servizi straordinari sociali di volontariato” con lo scopo di offrire, all’interno del territorio teodorino, un punto di riferimento certo su cui la persona anziana possa fare riferimento per il disbrigo di quelle piccole incombenze di cui abbiamo detto. In pratica il progetto prevede l’attivazione di un servizio di telefonia sociale, un vero e proprio filo diretto e dedicato a chi, avendo superato i 65 anni, ha necessità di una mano amica. Tramite un numero verde nazionale totalmente gratuito (800 – 995 988) attivo da lunedì a venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18 vengono raccolte le diverse richieste di intervento che successivamente sono inoltrate alla sede Auser di San Teodoro che, attraverso l’impegno di un importante numero di volontari, dà corso alle richieste dell’anziano. Gli interventi possono sinteticamente indicarsi in servizi di acquisto e consegna di generi alimentari e di farmaci; di accompagnamento presso enti pubblici e ambulatori; di socializzazione per il tempo libero. Ma è soprattutto sotto il profilo della vita di relazione che l’iniziativa va sottolineata: l’anziano avverte di avere a disposizione una struttura dedicata composta da volontari che occupano gran parte della loro giornata a “ dare una mano” al prossimo. Un esempio che, in tempi come questi andrebbe maggiormente seguito Mario Stratta a crisi economica che attanaglia l’Italia ha finalmente spinto il governo a iniziare dei tagli che colpiranno gli enti locali, le regioni, il parlamento. Per esperienza personale sono convinto che le province, tutte le province, per come sono attualmente concepite, siano degli inutili carrozzoni politici, utili soprattutto per occupare poltrone e poltroncine per quel sottobosco partitico che non è mai l’espressione democratica della volontà popolare. Le “poltrone” sono sempre distribuite prima delle votazioni ,gli assessorati vengono occupati da “politici” che non sono stati eletti, ma che hanno perso o meglio che non sono stati neanche candidati. La nostra provincia aveva tutti i requisiti per poter essere un qualcosa di nuovo ma alla fine si è impantanata nel niente, in quello squallido cerimoniale dove alla fine prevalgono i soliti noti. Vanno abolite perché non servono, non perché si vuole risparmiare. In un mese un consigliere regionale da solo costa alla collettività quanto l’intero consiglio provinciale compreso il suo presidente. La Sardegna una delle regioni più povere d’Italia ha i consiglieri regionali più pagati e in questo ricorda quei paesi africani dove la gente muore di fame ma il suo re ha il trono d’oro tempestato di diamanti e privilegi. Ha ragione il professor Brandanu quando parla di provincetta. Ormai non sappiamo più se dobbiamo andare a Nuoro, a Sassari o ad Olbia. Addirittura ci sono stati degli studi sul nostro territorio e non venivano considerati i dati riguardanti i due comuni provenienti da Nuoro. Si parlava solo del dualismo Olbia Tempio; c’è voluto un anno per decidere il capoluogo e Tempio alla fine è stata presa in giro. La soluzione è a mio parere una sola: diamo nuovi contenuti alle province che diventino degli enti operativi veri a stretto contatto con la popolazione, in numero minore rispetto alle attuali. Si deve evitare che la politica cagliaricentrica o come dice qualcuno di Is Mirrionis si dimentichi del territorio e in particolare della Gallura troppo spesso dimenticata e considerata erroneamente terra ricca senza problemi e quindi senza necessità di investimenti o nuove infrastrutture. La Gallura ora ha bisogno dei suoi politici veri non può contare come sempre ha fatto sui suoi imprenditori e sull’intelligenza della sua gente. Domenico A. Mannironi L

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il levante Settembre 2011 - pag. 6 circa il 99% del rifiuto conferito derivante sia dalla raccolta differenziata residenziale porta a porta (proveniente dai Comuni del circondario) sia rifiuti industriali di commercianti ed artigiani; grazie a questi impianti il centro è in grado di portare all'industria una materia primaseconda riutilizzabile in ulteriori cicli di produzione. La percentuale di rifiuto non differenziabile (principalmente plastiche), e quindi solitamente non riutilizzabile, viene prima estruso e poi tritato finemente fino ad ottenere un granulato a matrice prevalentemente plastica utilizzato principalmente dall'industria come alleggerito nei manufatti edili (mattoni, pali, ecc...) in sostituzione della sabbia di cava (20-30% del materiale necessario alla creazione del manufatto); questo materiale conferisce caratteristiche migliorative ai manufatti ottenuti che rispondono regolarmente alle norme UNI vigenti. La sabbia sintetica ottenuta viene utilizzata anche per la creazione di sedie, panchine, bancali ed altri manufatti vari. Gli stessi creatori del Centro Riciclo Vedelago dichiarano che i costi globali per la costruzione di un impianto di questo tipo si aggirano attorno ai 5 milioni di euro in un arco temporale di circa 3 anni. Impianti gemelli come quello di Vedelago sono in costruzione in Sardegna grazie all'iniziativa di 14 Comuni locali, con a capo il Comune di Tergu, e a Colleferro a seguito di un'iniziativa di imprenditori privati. (Fonte: ReggioNelWeb.it n. 186 del 12/09/2006 e varie altre fonti su internet.) Pierangelo Sanna Piccolo glossario dei rifiuti LA DISCARICA Con il termine discarica si intende un sito appositamente approntato per ricevere i rifiuti. Viene scelto un terreno di dimensioni adeguate dove viene scavata una fossa adatta per ammassare i rifiuti. Questi vengono pressati da mezzi meccanici usati per il livellamento dei cumuli e coperti giornalmente da strati di terreno o di TMB che si tratta di secco indifferenziato sottoposto a trattamento meccanico-biologico, il cosiddetto biostabilizzato. Col tempo le varie frazioni di rifiuti conferiti a discarica si degradano, più velocemente la frazione umida e molto più lentamente la frazione secca producendo il pergolato e il biogas che creando non pochi problemi nella gestione della discarica, tant'è che deve essere costantemente tenuta sotto controllo allo scopo di evitare di disperdere nelle acque acquifere sotterranee tali materiali inquinanti. La discarica è il sistema di smaltimento maggiormente impiegato in Italia. La raccolta differenziata è necessaria proprio per ridurre i rischi di cui sopra. Per questo motivo ci si adopera per raccogliere separatamente la frazione umida e la frazione secca. PERCOLATO Il termine percolato definisce un liquido che trae prevalentemente origine dall'infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi. In misura minore è anche prodotto dalla progressiva compattazione dei rifiuti. Il percolato prodotto dalle discariche controllate di rifiuti solidi urbani(R.S.U.) è un refluo con un tenore più o meno elevato di inquinanti organici e inorganici, derivanti dai processi biologici e fisico-chimici all’interno delle discariche. Per legge, il percolato deve essere captato ed opportunamente trattato nel sito stesso della discarica o trasportato in impianti ad hoc debitamente autorizzati allo smaltimento di rifiuti liquidi. Il sistema di captazione consiste in una serie di tubi fessurati immersi in uno strato di ghiaia drenante appena al di sopra dello strato di impermeabilizzazione. (Wikipedia) IMPIANTO DI TERMOVALORIZZAZIONE Per lo smaltimento dei rifiuti già da tempo si è ricorso all’incenerimento, in quanto consentiva una notevole riduzione del volume dei rifiuti da avviare in discarica (ceneri), recuperando nel frattempo energia. Gli "inceneritori" avevano però una pecca non da poco: erano poco sicuri per la salute e per l’ambiente sia perché il sistema di combustione era quello tradizionale e cioè un forno che bruciava rifiuti, sia perché incenerivano tutto senza una preventiva selezione e trattamento. Pertanto la tecnologia si è evoluta e adottando notevoli tecnologie innovative sono stati trasformandoli in impianti di termovalorizzazione sicuri ed efficaci che inceneriscono i rifiuti mediante la loro combustione a temperature superiori anche ai 1000° C. La condizione necessaria è che venga eliminato l’umido e i rifiuti vengano pretrattati in un impianto propedeutico al termovalorizzatore quindi, con una combustione corretta, producono un grande quantitativo di energia immettendo nell'ambiente solo acqua e anidride carbonica. Le scorie prodotte dalla combustione (le ceneri presenti nella caldaie) vengono smaltite in discariche speciali e i fumi filtrati prima che finiscano nell'atmosfera BIOGAS Col nome biogas chiamiamo il biocombustibile gassoso composto prevalentemente da metano e da anidride carbonica e ottenuto dalla digestione anaerobica, ovvero dalla fermentazione in assenza di ossigeno di residui e rifiuti di origine organica, sia animale che vegetale, come i liquami prodotti dall'attività zootecnica, gli scarti dell'agroindustria o la frazione umida dei rifiuti Quale alternativa per i rifiuti urbani? Un esempio da seguire: il centro riciclo di Vedelago Domenica 28 agosto, su La Stampa, veniva riportata in prima pagina una notizia per certi versi sconvolgente: in Svezia con il trattamento dei rifiuti provenienti da Napoli, nella località dove vengono termovalorizzati si è abbassata la bolletta energetica del 20%. Il costo di questo trattamento, pagato da noi ovviamente, è di 40 euro a tonnellata e viene prodotta energia elettrica per illuminazione ed energia termica per teleriscaldamento e lì l'inverno è già alle porte. É la conferma quindi che i rifiuti sono una ricchezza ma tutti i processi devono avvenire in assoluta sicurezza per i cittadini. Ho sostenuto che il termovalorizzatore è lo strumento più efficace per smaltire le discariche e lo confermo, ma non possiamo trascurare che in certe situazioni è necessario perseguire altre strade ugualmente efficienti e talvolta più tranquillizzanti per la popolazione. I Trattamenti Meccanico Biologici (TMB), per esempio, sono tecnologie alternative all'incenerimento dei rifiuti. In Germania nel 2005 erano operativi 64 impianti TMB con una capacità complessiva di trattamento pari a 6,1 milioni di tonnellate all'anno mentre, nello stesso anno, erano operativi 73 inceneritori, con una capacità complessiva di 17,8 milioni di tonnellate. La disparità a favore dei termovalorizzatori è evidente ma bisogna osservare che solo nel 2001 gli impianti TMB erano 2 con un notevole incremento degli stessi quindi in soli 4 anni. Perché si incrementa tale processo e quali sono i vantaggi? Considerando che anche stati come Inghilterra, Stati Uniti, Cina adottano il trattamento meccanico biologico dei rifiuti, ci corre l'obbligo di porci questa domanda e la risposta è presto detta: la scelta deriva dall'alta flessibilità di questi impianti, dai tempi di realizzazione estremamente brevi (18-24 mesi), dai costi di investimento e gestione assolutamente competitivi, rispetto alla "termovalorizzazione". Rispetto a cui è competitivo anche l'impatto ambientale sanitario, trattandosi di impianti biologici a "freddo". Con questo tipo di trattamento si può ottenere produzione di compost di qualità per uso agronomico, inertizzazione della frazione putrescibile e stabilizzazione compatibile con la messa a discarica in sicurezza, produzione di biogas da usare per produrre elettricità e calore o da immettere nella rete di distribuzione del gas, produzione di combustibile da rifiuto utilizzabile in cementifici e centrali termiche, al posto di carbone e coke di petrolio. Dobbiamo tener conto che nei rifiuti urbani circa il 60% degli scarti così come conferiti è biodegradabile. Tutta questa parte può essere trattata con la tecnica TMB che prevedono un sistema di trattamento aerobico che consente di eliminare la frazione putrescibile mediante il soffiaggio di aria. Il trattamento anaerobico viene utilizzato per trasformare in biogas la parte più resistente dei rifiuti alla bio ossidazione. Vi è poi una parte non biodegradabile composta da metalli, vetro, ceramiche che viene recuperata con sistemi meccanici e magnetici al termine del processo di biostabilizzazione. Questa parte comprende anche una certa percentuale di plastiche (15% circa) non recuperabili per il riciclo in quanto di qualità non idonea per il riciclo. Questa frazione residuale può essere destinata alla termovalorizzazione per la produzione di energia elettrica o come sperimentato in Italia, per usi industriali o produzione di inerti per l'edilizia. IL CENTRO RICICLO DI VEDELAGO Uno dei limiti dei primi impianti di trattamento meccanico biologico era quello di produrre comunque un 20-30% (rispetto a quanto entrato inizialmente nell'impianto) di rifiuto da conferire in discarica o da portare all'incenerimento; questo problema poneva alcuni dubbi sulla reale opportunità di costruire questi impianti al posto di altri sistemi già conosciuti ed utilizzati come gli inceneritori. Questo problema è stato recentemente risolto grazie all'iniziativa della dott.sa Carla Poli del Centro Riciclo Vedelago in provincia di Treviso. L'impianto di Vedelago (che non gestisce la frazione umida e che quindi utilizza solo sistemi meccanici), grazie all'accoppiamento di diversi impianti che lavorano in serie, è in grado di rendere riutilizzabile domestici. Questa fermentazione può essere spontanea o indotta. Il biogas può essere usato per alimentare gruppi elettrogeni per la produzione di energia elettrica, termica e carburante per autoveicoli, col vantaggio che dalla sua combustione, data la sua origine animale o vegetale, esso emette nell'atmosfera quantità di Co2 in pareggio con la quantità precedentemente fissata dalle piante (o indirettamente dagli animali) da cui origina.

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il levante Settembre 2011 - pag. 7 ICiMar: le monete in Sardegna da Cartagine all’Unità d’Italia San Teodoro, crocevia di una mostra numismatica internazionale Reale di Ferdinando II d’Aragona Grosseto di Villa di Chiesa coniato dai Pisani Parla il dott. Ruotolo, Presidente dell’Accademia Italiana di Studi Numismatici i è conclusa sabato 17 settembre la mostra di numismatica “Bronzi e centesimi – le monete di Sardegna da Cartagine all’Unità d’Italia” organizzata dall’Associazione culturale Hermaea - Archeologia e Arte in collaborazione con l’Istituto delle Civiltà del Mare (Icimar). L’esposizione, unica nel suo genere e di portata sovranazionale, ha presentato una raccolta di monete, auree, d’argento e di bronzo, provenienti da collezionisti privati, di una bellezza unica, sinora mai esposta al pubblico. Nella giornata di studio conclusiva (la numismatica in Sardegna) ha preso la parola il dott. Giuseppe Pisanu, archeologo dell’Icimar, che ha illustrato l’attività della sezione archeologica del Museo teodorino. “Le monete di Sardegna: da Cartagine all’Unità d’Italia” è stato il tema trattato con un’approfondita e dottissima relazione dal dott. Enrico Piras, numismatico di grande esperienza professionale. La giornata congressuale ha poi visto gli interventi del Prof. Enrico Acquaro, ordinario di archeologia fenicio – punica dell’Università di Bologna che si è soffermato sulla crisi di identità che ancor oggi divide gli storici del settore sullo stato degli studi di numismatica punica. Sempre in tema di “commercio in età antica” il dott. Francesco Guido della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro, ha svolto un lucidissimo intervento che ha evidenziato il ruolo della moneta come regolatore dei traffici da e per l’Isola. Ha concluso la giornata di studi il dott. Giuseppe Ruotolo (medico-collezionista) che ha evidenziato con un ricco materiale iconografico l’apporto dei collezionisti nello studio della Numismatica. Il Dott. Renato Zanella dell’Università di Sassari ha condotto l’attento uditorio sull’individuazione di una inedita coniazione sardo bizantina Mario Stratta Pubblichiamo un ampio stralcio della prolusione di Enrico Piras “Studio scientifico delle monete nei loro rapporti con la storia, l'arte e l'economia”. Questa è la definizione che un buon vocabolario dà della parola numismatica. Solo gli appassionati che hanno deciso di spendere un po’ della loro vita dietro le monete sanno quali tesori, materiali e spirituali, si celino dietro queste sintetiche Prof. Enrico Piras e aride parole. Ora, tuttavia, anche i profani avranno modo di accostarsi ai segreti e alle meraviglie della numismatica. Lo scorso 12 agosto è stata infatti inaugurata, nella sezione archeologica dell’Icimar, presso il Museo delle Civiltà del Mare di San Teodoro, un’importantissima mostra, che raccoglie pressoché tutte le monete coniate in Sardegna. Si parte dagli esemplari punici, risalenti al 300 a.C. circa, e si arriva sino a quelli battuti nella zecca di Cagliari nel 1813, in piena età sabauda. La completezza della raccolta e la qualità delle monete, tutte prove- S nienti da collezioni generosamente messe a disposizione da privati, rendono la mostra un evento di livello internazionale: senza dubbio, per quanto riguarda il settore numismatico, la migliore mai fatta in Sardegna. L’organizzazione, è stata curata dall’ Associazione Hermaea Archeologia e Arte, coordinati dal presidente dell’Icimar, prof. Salvatore Brandanu. La numismatica, infatti, lungi dall’esaurirsi nel mero esame e nella conseguente classificazione dei reperti, è una scienza che intreccia rapporti strettissimi con la storia, l’archeologia, l’economia, la sociologia e l’arte. L’elenco, si capisce, non finisce qui, ma supponiamo che basti per rendere l’idea della varietà delle monete. Nella mostra di San Teodoro abbiamo potuto ammirare monete di diversi materiali ( rame, bronzo, argento, oro, o misture di vario titolo ) e di diversissima fattura: da quelle, spesso piccole e rozze, coniate durante i regni di Filippo II, Filippo III e Filippo IV di Spagna a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, non a caso note col nome di maltagliati, allo splendido Reale emesso circa un secolo prima da Ferdinando II d’Aragona, la prima moneta sarda d’argento con l’effigie del re, considerata un prezioso capolavoro in miniatura, alla stregua di un antico cammeo. Difficile selezionare, in mezzo a tanti tesori, il pezzo più pregiato. Dovendo proprio scegliere, penso sia difficile staccare gli occhi dal Grosso Tornese emesso da Guelfo e Lotto della Gherardesca ( 1288-1295 ), comunemente noto agli esperti come Guelfo e Lotto, e dall’Aquilino immediatamente successivo. Questi due splendidi pezzi, realizzati il primo in una mistura ad alto titolo di argento e il secondo in argento pieno, rappresentano le prime monete emesse nella zecca di Villa di Chiesa, l’attuale Iglesias ed ebbero un destino analogo: quando chi le aveva emesse fu soppiantato al potere dal nuovo dominatore, questi ordinò la requisizione forzata e la fusione delle monete del nemico; proprio da ciò deriva la loro grande rarità: in tutto il mondo, non se ne contano che una decina scarsa di esemplari. D’altra parte, nella mostra di cui parliamo le monete che mancano all’appello sono ben poche: alcune varianti di quelle romane, un paio di monete bizantine, il raro Mezzo Reale con effigie di Ferdinando II d’Aragona e il Reale di Filippo II di Spagna datato 1652 e conosciuto in un solo esemplare, conservato nel Museo Nazionale di Roma; le emissioni del periodo punico, invece, ci sono proprio tutte. Nei 150 anni dell’unità del nostro paese, non può infatti sfuggire l’opportunità di gettare uno sguardo sull’Italia pre-risorgimentale utilizzando lenti forse inusuali per i più. Così, si può scoprire che, all’epoca del regno sabaudo, esisteva in Sardegna e in Piemonte una doppia circolazione monetaria: si coniavano nel nord Italia delle monete destinate ad essere utilizzate solo in Sardegna, tanto che i viaggiatori che si spostavano all’interno dei confini di uno stesso Stato, erano prima costretti a fare una capatina dal cambiavalute: i soldi spendibili a Torino non erano gli stessi spendibili a Cagliari, e anzi avevano proprio un diverso valore. Il tutto, appena una cinquantina d’anni prima dell’unificazione del paese. Un momento della mostra numismatica all’Icimar di San Teodoro

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il levante "Li stragni" a San Teodoro (parte seconda) Negli ultimi tempi, dietro la spinta del turismo e per le nuove opportunità di lavoro, San Teodoro è divenuta terra di accoglienza per numerose famiglie forestiere. ella prima puntata di quest'articolo, apparsa sul numero di agosto de Il levante, si era brevemente presentato il tema dell'immigrazione a San Teodoro, con alcune note sulla presenza di persone di nazionalità non italiana, presenza che risulta, un po' come nel resto della provincia Olbia-Tempio, più alta della media regionale. Si era usata la parola gallurese stragni per riferirsi a queste persone, termine forse un po' generico, dato che sarebbe più adatto furistéri, di etimo molto simile all'italiano "forestiero", per indicare chi viene da altri luoghi, magari esteri. La parola stragni (stragnu al singolare), con la maggiore ampiezza di significato che la caratterizza, non è stata usata a caso. Una sintetica analisi del termine può aiutare a capire meglio il senso del suo uso in questi articoli. Lu stragnu è, più che lo straniero, un estraneo. Può esserlo una persona che sia di una borgata vicina, o anche un vicino di casa, purché sia persona con cui non si ha familiarità, o con cui non si hanno relazioni di parentela, relazioni che in passato (e per certi versi anche ora) erano piuttosto salde e comprendevano un numero molto elevato di compaesani, fino al terzo grado di consanguineità. In altri casi il concetto si fa così ampio da includere chiunque viva in un'altra abitazione, come nel caso del verbo stragnà, che indica l'azione di fare visita a qualcuno, vicino o lontano che sia. Un termine con significato analogo a stragnu è angenu, per esempio nell'uso ghienti angena riferito alle persone, o locu angenu in relazione a un posto. Furisteri, termine riferito solo alle persone, può essere considerato un sottogruppo del concetto di stragnu/angenu. Un termine, stragnu, quindi di portata molto ampia, chiaramente formatosi in contesti sociali molto piccoli, in cui famiglia e luogo di nascita e residenza sono i principali parametri di vicinanza, o più spesso distanza, di una persona. Un contesto in cui tutto quello che è esterno è stragnu, concetto così usato e a volte rigido che una persona può abitare a San Teodoro per decenni ed essere sempre considerata nella categoria degli stragni o dei furisteri. A che serve l'analisi di questo concetto? Ha un senso particolare per San Teodoro se si tiene conto, come già evidenziato, della portata del cambiamento di residenti avvenuto negli ultimi trenta anni. La popolazione teodorina con le sue famiglie, come dimostrano le ricerche storiche e d'archivio, ha vissuto una continuità abitativa, con la cultura gallurese come riferimento preminente, durata perlomeno tre secoli. Il cambiamento degli ultimi anni ha portato a un aumento costante della popolazione, che è quasi triplicata rispetto ai primi anni '70 del secolo scorso. Questo cambiamento ha, da quanto si può osservare vivendo a San Teodoro, portato a uno "sbilanciamento" delle parti. Da un lato una percentuale consistente della popolazione discende dalla popolazione originaria e, chi più chi meno, continua a riferirsi a usi e pratiche galluresi, magari riadattandole al presente. Questa percentuale spesso continua a detenere proprietà sui terreni o posizioni politiche ed economiche di rilievo. Per il resto della popolazione si assiste a una frammentazione delle identità, con una fetta consistente, come rimarcato nell'articolo pubblicato in precedenza, di persone di varie nazionalità estere, più una percentuale ancora più consistente di "immigrati" di nazionalità italiana, sarda e non. Quello che interessa qui rimarcare è come queste persone, italiani, stranieri e residenti di altre provenienze sarde, vengano classificati dai discendenti della popolazione originaria come stragni, N Settembre 2011 - pag. 8 ghjenti angena, o furisteri, catalogazione che persiste anche a distanza di decenni dall'arrivo delle persone in questione. C'è chi tra questi che spesso e volentieri continua a fare riferimento alla comunità di origine, mentre c'è chi magari comincia a sentirsi teodorino, pur faticando a integrarsi nella comunità gallurese della ghjenti di lu locu. Diversi dei "nuovi arrivati" sono ormai stabilmente residenti qui, con bambini che frequentano le scuole locali, dove, infatti, il gallurese è lontano dall'essere lingua condivisa e si predilige l'italiano, inframmezzato da qualche interloquire genericamente sardo, magari preso dalle vicine realtà delle Baronie o delle Barbagie. Si sta in sostanza creando una nuova identità, o per meglio dire, un insieme d'identità teodorine, in cui la componente gallurese occupa ancora un posto di rilievo, pur se, date le tendenze degli ultimi anni, la presenza degli stragni è molto forte, fenomeno la cui portata futura ancora non si può calcolare a pieno. Allo stato attuale si assiste alla coesistenza di identità diverse, che convivono pacificamente anche se spesso impermeabili l'una all'altra. Saranno i prossimi decenni a chiarire quello che succederà: le varie parti si terranno frammentate, ognuna per conto suo o si stabilirà un'identità oviddese aperta e, per usare anche qui una parola gallurese, miscia? Una cosa pare certa a chi scrive: perché l'incontro tra le parti sia fertile è importante che ci sia una maggiore permeabilità tra li furisteri e li di lu locu e di conseguenza una maggiore adattabilità di questi concetti. Costantino Pes

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il levante Il nostro appuntamento mensile Un ritorno alle origini? Vecchio stazzo nelle campagne di Oviddè Unitaria il “tipico sardo”, oltre che un signore di bassa statura e la parlata con le doppie e le triple, sta ad indicare un carattere e un aspetto un po’ selvatico, una certa cocciutaggine abbinata a diffidenza, un tipo umano iracondo e permaloso, e oltremodo vendicativo. Il proseguo della vicenda repubblicana e la tuttora inevasa incombenza di fare gli italiani ha operato perché fossero valorizzati taluni costituenti positivi del carattere isolano e soprattutto ne ha mitigato quelli meno presentabili, così che l’introversa ma sincera ospitalità è divenuta socialità generica e la proverbiale riservatezza, custodia anche di tradizioni e sentimenti, è sostituita da una sospetta loquacità e da una ostinata vocazione coreografica. Eccessi di segno contrario di una terra poco incline all’esuberanza, alle prese con le schizofreniche “addizioni e sottrazioni” della storia e che, paradossalmente, più di altre rivela tutto dei contegni passati e presenti degli uomini. Una natura così ostinata nel mantenere intatti gli elementi di una imponente primitiva bellezza da rendere immediatamente percettibile, nuda, e quasi mai decisiva l’opera dell’uomo. Chissà se, come scriveva uno scrittore isolano d’altra isola, un territorio e un paesaggio abbiano davvero una valenza morale che lo distingua da qualunque altro, se esso possieda oltre ai connotati fisici anche un “intrinseco, ineffabile spirito che qui soffia e altrove no, che qui abita, non meno che alla polpa dei frutti e la calce delle pareti...” Anche lo spirito bizzarro e un po’ blasfemo, che prende direttamente dalla terra e dal mare i profumi e i sapori, e per il tramite delle mani e del sapere degli uomini li mescola e, senza altro artificio, fa delle cose semplici, piccole magìe che si mangiano e si bevono, destinate ad incuriosire e incantare. Tutto questo è “tipico sardo”, come infatti si legge nelle insegne di certi negozi di artigianato o di pro- Tipico sarà lei... N ella aneddotica Nazionale dotti alimentari ad indicare la presenza di merci di chiara origine locale, o nelle locandine di certi ristoranti dove si propone un menù certamente ispirato alla nostra arte culinaria. Inevitabilmente, anche la spesa di gran parte dei turisti che sbarcano sulla nostra isola finisce per essere tipicamente sarda. Mancano i così detti dati puntuali (anche questo è tipicamente sardo) che consentono di quantificare il peso assunto dai prodotti alimentari rispetto alla globalità dei consumi turistici della regione. Qualche indagine, per la verità non recente, ma ancora attendibile (Madau e Sini 2002) e soprattutto condotta in Gallura, ha stimato una incidenza della spesa turistica del 25% sul totale delle vendite al dettaglio dei prodotti agroalimentari. La stessa indagine rivela che il 55% degli acquisti effettuati dai turisti si riferisce a prodotti locali, e che il 15% della spesa riguarda esclusivamente prodotti realizzati in Gallura. Il paniere degli acquisti è soprattutto rappresentato dai formaggi seguono in prodotti ittici, vini e salumi. Numeri non sufficienti ma che rendono l’idea del rapporto stretto fra produzione agro-alimentare tradizionale e turismo. Nella lingua dei convegni si dice che un prodotto tipico è quello che assorbe e mette insieme le origini geografiche e storiche, la cultura e la tradizione di un territorio, e questo veramente lo rende unico ed inimitabile. Un insieme di legami materiali e immateriali che più sono forti e veri e più consentono ad un prodotto di essere associato ad un territorio, aumentandone il pregio ed il valore aggiunto. Non è difficile immaginare i meccanismi virtuosi che legano le produzioni tipiche allo sviluppo e valorizzazione di un territorio. Un prodotto tipico viene necessariamente dalle risorse naturali locali; i fattori della produzione e il sapere locale non sono riproducibili altrove, tutta la conoscenza necessaria alla produzione si basa sulla organizzazione della comunità locale; tutto questo si traduce infine nella valorizzazione delle risorse naturali, in un generale effetto di crescita economica, in un recupero anche identitario della popolazione locale, diventando il prodotto stesso un indicatore culturale. Questi ed altri argomenti non meno importanti hanno indotto L’Unione Europea ad attivare gli strumenti di tutela giuridica e qualitativa (Reg 2081/92), istitituendo le cosi dette Denominazioni di Origine Protetta (Dop) e la Indicazione Geografica Protetta (Igp), con i relativi disciplinari di produzione. Le Dop si riferiscono a prodotti indissolubilmente legati al territorio, nel nostro caso sono rappresentate dal pecorino romano, il pecorino sardo, il fiore sardo, l’olio di oliva di Sardegna, lo zafferano di Sardegna. Nel caso delle Igp è sufficiente che anche una solo delle caratteristiche del prodotto siano legate al territorio specifico ed è il caso dell’agnello di Sardegna. Un po’ diverso è il caso delle produzioni vinicole giacché sono presenti nell’isola diverse denominazioni di origine con 19 vini a Denominazione di origine controllata (Doc) (Cannonau di Sardegna, Carignano del Sulcis, Vermentino di Sardegna etc). Solo il Vermentino di Gallura può vantare la Denominazione di origine controllata e garantita (Docg), ed infine 15 vini isolani si fregiano del marchio della Indicazione geografica tipica (IGT) (isola dei nuraghi, Parteolla, colli del Limbara etc). A tutto questo ben di Dio si deve aggiungere il marchio ministeriale del MIPAAF sui cosi detti “prodotti tradizionali”, che si caratterizzano per “metodologie di coltivazione, lavorazione e conservazione, inscindibilmente legati agli usi e alle tradizioni del territorio.” Il marchio “prodotto tradizionale” è normato in modo molto diverso rispetto alle attestazioni Dop e Igp e tuttavia vanta 170 prodotti agroalimentari sardi, pari al 3,8 % dell’intero paniere italiano (Ismea 2010). Si va dai prodotti di panetteria e pasticceria, ai prodotti vegetali naturali o trasformati, sino ai prodotti di origine animale, formaggi, carni e salumi, preparati di pesce, bevande e liquori. Qualche nome? Cordula e Recipienti rustici da cucina Settembre 2011 - pag. 9 trattalia (rivea da Budoni in sù), bottarga di muggine e burrida, casu axiedu e (udite) casu marzu, pane carasau e guttiau, su pistoccu, i malloreddus, sua rotondità la seada, e per digerire il filu e ferru e il mirto di Sardegna. Sembra non manchi nulla per offrire al consumatore e al turista un quadro completo di sapori e profumi, antiche tradizioni e cultura locale. I negozi più o meno specializzati si affollano, i menù “cena sarda” si sprecano, talvolta con disappunto del nostro medico, ma la soddisfazione è evidente. Un dubbio si insinua però nella mente dei signori che con la spesa dei prodotti tipici ancora in mano si accingono mestamente a far ritorno nella penisola: un tipo che parlava alla televisione ad un certo punto ha usato un termine strano: tracciabilità. Non era una trasmissione sulla caccia e costui si riferiva esattamente alla origine delle materie prime con cui si fabbricano gli alimenti, tradizionali e non. Chi ha girato per la Sardegna e nella Gallura capisce al volo che non produciamo abbastanza per sostenere il volume delle produzioni tradizionali (terra rivelatrice); a parte i vigneti, le cantine e i caseifici, il quadro è abbastanza desolato. Ed allora non stupiscono le polemiche sui maialetti che arrivano dall’Olanda, gli agnelli rumeni, sul miele e sulla bottarga sud americana, sulle mandorle e le nocciole turche, sul mirto nord africano, sulle carni da salumi dell’Emilia, sulle paste filate francesi o tedesche, per non parlare delle farine. Slogan che si scontrano e pensieri in libertà, gioco delle parti, imputati che accusano, eroi locali della libera impresa additati come tiranni e affamatori del popolo, sfaccendati eletti a tribuni. Tra chi invoca una improbabile autarchia alimentare maledicendo la globalizzazione (nulla è più globalizzato del pecorino romano), e i difensori della logica e dei processi industriali, anche se in scala ridotta, il divario sembra incolmabile. Allo stato delle cose dobbiamo rassegnarci ad immaginare che un prodotto tradizionale, sardo al 100%, sia rinvenibile solo in sparute nicchie e rassegnarci alla “siata globalizzata”, ottenuta con sfoglia di farina canadese, formaggio francese, e miele argentino, con tanto di frittura in olio di soia e girasole (transgenici) brasiliano. Con la speranza che un vendicativo “genius loci”, non tormenti nottetempo la nostra digestione. Gian Piero Meloni

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il levante Un amore a prima vista Il pezzo che segue è tratto da uno scritto di Bell F. Mac Donald, scrittrice e giornalista inglese che, negli Anni Sessanta, giunta in Sardegna per alcuni servizi giornalistici,, scelse San Teodoro come sua seconda patria, e non se ne allontanò più. Donna colta e raffinata, fu per anni, fino alla scomparsa, componente attivo del Consiglio Direttivo dell’Icimar. ra una mattina di sole splendente dell’ottobre del 1963 quando vidi per la prima volta il campanile della chiesa di San Teodoro delineata contro le montagne, con i tetti di terracotta raggruppati tutt’attorno. Trovai un piccolo paese pastorale vicino alla costa, dove le pecore pascolavano sulle colline sopra il mare e il bestiame andava alla ventura attraverso la sabbia bianca della spiaggia. Si presentò un paesaggio cosi bello, cosi tranquillo, che mi incantai; subito capii che era proprio qui che volevo costruire una piccola casa e creare un giardino, per godere il clima mite d’inverno, e più tardi viverci tutto l’anno. Dopo i rumori e le tensioni della grande città, Londra, dove ero ancora legata per lavoro o in continui viaggi per incarichi di reportages fotografici, sarebbe stato un rifugio di tranquillità per rinnovare l’anima ed essere in contatto nuovamente con la natura. Ho fatto una scelta giusta, sono rimasta sempre contenta. Sebbene San Teodoro, dopo tanti anni sia progredita con il tempo e sia diventata una zona balneare prospera, che ospita migliaia di turisti d’estate, il suo fascino rimane vivo, non ha perso la sua identità giacchè il paese è divenuto il nucleo del movimento per la salvaguardia dell’ambiente, in particolare del mare. Con l’annuale Rassegna Internazionale dei Documentari del Mare, un progetto creato e organizzato dalla gente intraprendente della località, si registra un notevole accrescimento nella vita del paese che riunisce tutti in un interesse centrale. In autunno, quando non ci sono i turisti e le case delle vacanze sono chiuse, la gente del paese trova il tempo per il lavoro tradizionale, la raccolta delle olive e la frutta, la coltivazione della terra e la cura dei giardini. Per me curare un giardino, è un lavoro creativo che mi dà una soddisfazione profonda: l’interminabile lotta contro il clima, mancanza della pioggia e il sole bruciante, è come una grande sfida. Sento una vera affinità con la gente di San Teodoro, che coltiva i suoi giardini in ogni angolo possibile del paese, e che mi ha regalato tante talee e piante. Quanto ai fiori selvatici, sul Monte Albo le peonie rosa crescono tra le rocce, circondate da piccole orchidee e in campagna i bellissimi gigli bianchi, pancratium illyricum, sorelle dei gigli della spiaggia, che in settembre coprono le dune sabbiose sulla costa. I fiori selvatici mi stupiscono con le loro ricchezze e infinite varietà. Le montagne sono un sogno per un fotografo, anche se è molto difficile catturare il vasto panorama. Il Monte Ortobene, sopra Nuoro, ha la stessa imponente vista; al sud, si vede il paese di Oliena attraverso le valli dove feci una gita una domenica di Pasqua. Pochi stranieri, in tempo passato, seguirono la sfilata con le candele per la ricorrenza di “Su Incontru”. Tutta la gente del paese si raduna indossando i suoi magnifici costumi, con il fazzoletto ricamato in oro sulla testa. Fu per me un’esperienza indimenticabile. Le montagne e colline intorno a San Teodoro sono cambiate di poco fuori tantissime invasioni durante i secoli e possono assorbire in modo non troppo gravoso questo nuovo turismo, anche se questo porta con se avidità e risentimento. Questi aspetti deteriori si sono già manifestati con incendi dolosi e disastrosi che hanno devastato le campagne. Ma la tradizione innata di ospitalità cancella ogni svantaggio che la prosperità può portare. I cambiamenti che ho visto attraverso ventisei anni, alcuni positivi, altri negativi, non possono modificare l’integrità dei Sardi. Queste ruvide, rocciose, belle e selvagge montagne e la bellezza della costa rimangono per me una gioia ed ispirazione per sempre. B.F. Mac Donald Settembre 2011 - pag. 10 Si scrive selezione si legge soluzione ell’articolo precedente ho accennato, anche con alcune metafore che vedevano l’imprenditore come un comandante impegnato a navigare in acque sempre meno tranquille a causa della crisi che pare sempre meno “evento passeggero” e sempre più “nuova dimensione”, alla ricerca e selezione del personale, uno dei compiti principali in capo all’imprenditore. Essa riveste un ruolo fondamentale per assicurare il successo di un’ azienda e più in generale di un’organizzazione. Le organizzazioni infatti sono fatte da persone prima che da immobili, macchinari, strumenti, brevetti e via dicendo. Le aziende sono composte da persone; quelle migliori dalle persone migliori e le persone migliori non arrivano per caso! Solo scegliendo e motivando le persone giuste un’impresa, profit o non profit, ha chance di sopravvivere e di crescere. Di norma, soprattutto nelle piccole imprese (come il 98% di quelle sarde) questo difficile, complesso e delicato compito viene svolto dal titolare dell’impresa il quale spesso, soprattutto quando la posizione lavorativa da coprire è complessa, quando è difficile trovare le persone giuste in un dato momento e territorio, vorrebbe avere qualcuno al suo fianco, qualcuno che gli stia vicino, che svolga il compito in modo professionale, un selezionatore di professione. Il lavoro del selezionatore professionista è presente in Italia dal 1925 e recentemente il legislatore con il decreto legislativo 276/03 (Legge Biagi) ha normato questa professione allargandone inoltre il campo ai professionisti per antonomasia del mercato del lavoro ossia i Consulenti del lavoro. Il lavoro del selezionatore è un mestiere difficile, molto delicato. Egli è un professionista. Dice di sé uno di questi, Roberto Corno, ex Presidente dell’Associazione nazionale delle società di ricerca e selezione e Consulente del lavoro: “…il nostro metodo di valutazione consiste proprio nel valutare, prima mediante screening curriculare poi con screening e pre qualifica e infine con un colloquio il possesso delle competenze oggetto di analisi nonché il percorso professionale nel suo complesso, e infine le motivazioni di ciascun candidato. La nostra valutazione pertanto è finalizzata a individuare un candidato che nel complesso possegga tutti i requisiti e la corretta motivazione per ricoprire con successo la posizione richiesta dall’azienda. Il nostro ruolo, durante la selezione, consiste pertanto nel verificare e valutare ogni aspetto che ci è dato analizzare, assumendoci poi la responsabilità (garanzia) dei candidati che proponiamo..” E ancora, “Il nostro compito è quello di realizzare una ricerca in cui viene messa a disposizione dell’azienda la professionalità specifica in materia organizzativa giuridica valutativa e mezzi e strumenti di ricerca specializzati È un’attività professionale in cui la fiducia è elemento sostanziale. Va svolta con estrema delicatezza poiché elemento centrale la scelta di una persona, soggetto che, grazie a Dio, ha un valore e una profondità infinita che dovrà inserirsi in un’azienda, soggetto che a sua volta ha una dinamica e una complessità illimitate (essendo a sua volta fatta da persone). Proprio per questa ragione non esiste il candidato perfetto, ma solo quello che meglio è in grado di integrarsi in una particolare situazione, in virtù di competenze ed esperienze ma soprattutto di una motivazione adeguata e con il quale l'azienda riesce a costruire un rapporto di fiducia e di stima. Poi, a seguire c'è da parte dell'azienda la necessità di guidare e condurre le persone, correggendo errori e soprattutto motivando adeguatamente, coinvolgendo le persone nel progetto dell'azienda per averne sempre il massimo apporto, e questo è il delicato e fondamentale compito della direzione, in primis e di chi si occupa di Capitale Umano, poi...” Perciò sbagliare costa, costa caro! In una recente ricerca condotta negli USA è stato calcolato che l’inserimento di una persona non idonea specie in ruoli delicati di management ma anche commerciale può costare fino a 30 volte la retribuzione annua lorda data al neo-dipendente (si pensi solo ai costi di sostituzione, alla retribuzione inutilmente erogata, ai danni all’immagine, ai danni all’organizzazione, ad evitare contenziosi per sciogliere il rapporto ecc.). Seguire un corretto processo di ricerca e selezione non significa garanzia di successo ma certamente enormi potenzialità di ridurre le possibilità di errore. Ecco perché potrà capitarvi di scrivere selezione, leggendo soluzione...! N E Giovanni Degortes

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il levante Settembre 2011 - pag. 11 LA CUCINA GALLURESE a cura di Angela Bacciu Caprittu a brodittu a cucina degli stazzi in Gallura, per alcuni aspetti, si differenziava moltissimo da quella del resto della Sardegna rurale. Per comprendere queste differenze è assolutamente necessario fare riferimento non solo a questioni di abitudini alimentari e di gusto, ma anche, e forse, soprattutto, a problemi ambientali. Nello stazzo gallurese, sperduto nelle solitudini della campagna, e spesso assai distante dai villaggi, vigeva un’economia autarchica, rigidamente basata sui prodotti dell’azienda, ossia latticini, carni, grano, legumi, ortalizie, frutta, miele. Una voce importante dell’alimentazione dello stazzo era rappresentata dalla selvaggina, un tempo assai numerosa, che veniva cacciata col fucile ma anche catturata con lacci e trappole di varia fattura. In prossimità del mare, degli stagni e dei fiumi, la famiglia rustica poteva inoltre contare sui prodotti della pesca. Tutto ciò che si consumava, insomma, veniva prodotto in loco. Oggi vi parliamo del “caprittu a brodittu”, uno dei piatti tradizionali più amati dalla gente di campagna di Gallura. I galluresi, come è noto, al contrario dei sardi, allevavano soprattutto capre e poco le pecore. *** Un tempo “lu caprittu a brodittu” lo si preparava così: si tagliava a pezzetti, osso compreso, un quarto di capretto tenero di circa 5-6 Kg. In genere, si preferivano alcune parti dell’animale macellato: le costole, ma, talvolta, anche la coscia. Si poneva quindi la carne a rosolare nell’olio d’oliva con della cipolla in una capace padella. A operazione completata, si aggiungeva qualche cucchiaio di conserva di pomodoro fatta in casa, e, se se ne disponeva, qualche pomodoro secco che insaporiva il tutto. Si versava quindi nella padella acqua e sale, e si portava il tutto a cottura. Poco prima che la carne del capretto fosse cotta si versava nel brodo la pasta, in genere “taddharini” o “succhittu”. Dopo sette, otto minuti, il cibo era pronto e lo si serviva a tavola caldo e fragrante in piatti da minestra. Il piatto era gustoso e molto gradito. I campagnoli degli stazzi cucinavano a “brodittu” anche l’agnello e soprattutto la selvaggina, in particolare la lepre e persino l’anatra. Chi l’ha gustato assicura che era veramente una specialità. L Detti popolari galluresi Pari un santu chi no l’hàgghjni fattu festa. Pare un santo che si siano scordati di festeggiare (di persona dall’aria offesa e contrariata). La carri bona si la magna l’àia. La carne buona se la mangiano gli uccelli. (Si allude alle donne belle che spesso sposano uomini brutti). Sinn’è andatu battutu a truddha. Se n’è andato via come persona pestata col mestolo (avvilito e mortificato). i primi di capidannu (settembre) altra occasione di incontri e di festa. La vendemmia, nel mondo contadino di una volta, era una festa sociale: vi intervenivano donne, uomini e ragazzi che, lungo i filari a coppia, tagliavano l’uva nera e la sistemavano nelle ceste o nelle cassette. Come d’incanto, la vigna si animava di voci, colori e suoni che mettevano allegria; anche per i ritardatari che, appena vi ponevano piede, salutavano con un “curagghju bibbinnadori”, e si mettevano subito a tagliare “li brutoni d’ua “ (i grappoli d’uva). Sicuramente, il rituale della vendemmia che si ripeteva ogni anno, cementava, se ce ne fosse bisogno, tante amicizie, a volte qualche timido amore, e si parlava di tutto e di più, ma quasi sempre di cose contadine, terrene. I versi galluresi: “Curagghju bibbinnadori/prest’e alzéti li mani/. Siddh’éra pa li ‘agghjani/ la ‘igna punìa fiori” - venivano intonati dai più grandi per spronare i giovani che a volte battevano la fiacca. Il padrone di casa con il cappello in testa (“lu simbréri”), con i vestiti di lavoro ma sempre con l’abbigliamento alla civile, tipico del gallurese, controllava che tutto andasse bene, che le ceste fossero colme e senza fogliame in mezzo ai grappoli, quindi, assieme a “lu carrulanti” (il conduttore del carro a buoi) che sostava nello spazio di passaggio, “li capizzàli”, sistemavano le ceste e le trasportavano nel magazzino. Anticamente le ceste venivano ammassate una sopra l’altra in attesa di essere svuotate il giorno della pigiatura (“calcicatogghju”) ma a volte venivano svuotate dentro una vasca in cemento a fermentare. All’ora di pranzo la bancata approntata all’ombra di albero offriva spesso un piatto tipico della cucina locale gallurese, “lu piattu di chjusoni fatti a manu” conditi con il sugo di “la parrìcia”, la pernice. Una prelibatezza. Anche per la vendemmia l’usanza di donare qualcosa al vicinato, o a chi aveva aiutato, era sacra. Ricordo i miei nonni che sceglievano assieme dei bei grappoli di uva bianca, magari di “muscatiddhoni”, vitigno presente in ogni vigna, che poi venivano dati in regalo alle famiglie del vicinato. Dopo la vendemmia la fase successiva era quella di pigiare, “calcicà” l’uva all’interno di “lu laccu”, un contenitore di legno a forma di cassettone dove prendeva posto “lu calcicadori” che a piedi nudi, afferrandosi ad una fune legata al trave del soffitto, schiacciava gli acini che venivano di volta in volta scaricati nella vasca dalle cassette. Il primo succo prodotto veniva suddiviso nelle botti o damigiane (“carratéddhi o damisgjani”) perché una percentuale di vino prodotto dal successivo trattamento con “la suppressa”, la pigiatura finale degli acini con mezzo meccanico, colmava i contenitori. Ricordo che quest’ultimo vino piaceva molto al palato dei più giovani perché molto dolce. Infine una parte degli acini esausti veniva raccolta per confezionare “l’ealdenti” (acquavite), mentre parte delle vinacce veniva dato in pasto al bestiame bovino. Come ricordato in altre usanze, “lu ‘inu nou” veniva assaggiato ai primi di novembre o in occasione di un “ammazzatògghju di lu polcu”. E a proposito di vigne, vorrei ricordare che esiste a Lu Cagliaritanu, nei pressi di Lu Narachéddhu, una vigna di poco più di mezzo ettaro, impiantata nel ‘53 dalla famiglia Carta, e ancora in produzione. Attualmente viene coltivata con molto amore dai fratelli Giovanni e Paolino che producono un vino eccellente. Gli scavi furono fatti con molta fatica a mano, col picco e la pala. Sandro Brandano A Antiche usanze Anni 50 - un momento della vendemmia nelle campagne di San Teodoro

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il levante Settembre 2011 - pag. 12 Sport in Gallura Calcio Teodorino Ospiti al Museo, cosa dicono di noi rmai anche a San Teodoro in quegli anni, si discuteva di calcio giocato, della nazionale ai mondiali di Mexico ’70, si organizzavano i mitici “tornei dei bar”, si disputavano le sfide tra locali e turisti, insomma eravamo entrati di diritto nel mondo dello sport più praticato al mondo. Per la cronaca il primo torneo dei bar giocato a San Teodoro, nel polveroso e affollatissimo campo sportivo, fu allora vinto dal Bar di Elena Iddocu che annoverava tra le fila anche giocatori della Nuorese. Le sfide calcistiche estive iniziavano in spiaggia e proseguivano poi al campo sportivo. Allora non era raro sentire qualche turista che vantava un passato magari in qualche squadra di serie A ma, essendo il gioco del calcio sempre imprevedibile anche i titolati avversari spesso soccombevano nei confronti di noi locali più agguerriti e compatti. Ricordo la gara della nazionale ITALIA/GERMANIA OVEST disputata a Città del Mexico il 19 giugno ’70 che fu vista al bar della Cinta “da Marruzzu” da tanti teodorini assieme ad un gruppo di tedeschi che da anni ormai trascorrevano le ferie estive nel mitico Hotel Elios della Suaredda. Visto il risultato storico, grande fu lo sfottò dopo la mezzanotte, in spiaggia, verso i tifosi tedeschi che, pur perdenti si erano lasciati andare a grandi bevute di birra. Che tempi! O I campionati del San Teodoro calcio continuavano, con grandi sacrifici, senza prendere una lira, con spirito di solidarietà e attaccamento alla maglia che si indossava. Poi si arrivò alle categorie superiori negli anni ’80 ed allora qualcuno iniziò a pensare anche ai giovani perché come tutte le cose, se non c’è futuro tutto finisce. Nel frattempo si era formato un nuovo gruppo calcistico a Straula, denominato Stella Azzurra, con lo spirito dilettantis t i c o d e l d i v e r t im e n t o e dell’ospitalità, insomma no-profit. Tutti si davano da fare, giocatori e dirigenti, la società è andata avanti per circa dieci anni, poi tutto è finito ma non per gli aumenti degli stipendi. Non c’era più l’avvicendamento tra dirigenti. Per capire lo spirito con cui era nato il gruppo, famoso anche per i tanti spuntini a “pecora in cappotto”, vi racconto un aneddoto: durante una gara di campionato, in trasferta, negli ultimi minuti la Stella Azzurra aveva segnato il gol vittoria, e un dirigente a fine gara così commentava: “zucca, un pareggiu andàa bè; mischini, ci àni invitatu” (era dispiaciuto per i dirigenti locali, che erano stati molto ospitali). Che tempi e che spirito da dirigente, l’obiettivo era anche tenere buoni rapporti! Il terzo tempo l’avevano già scoperto quarant’anni fa. Sandro Brandano Abbiamo estrapolato dal nostro registro dei visitatori, alcuni commenti sul nostro museo, dando soprattutto spazio a quelli dei bambini. Ne pubblichiamo una decina... rispettando i teneri errori dei piccoli ospiti... “La cultura e la conoscenza è vita” Carlo, Teresa e Micaela - Napoli “Anche io ho delle belle conchiglie come voi” Jonathan - Perugia “Le conchiglie sono stupende e grossisime. I vasi antichi sono bellissimi e mi fanno vivere il tempo antico” Domiziano - Moncalieri (TO) “Sono discendente dei Conti della Gherardesca e sono molto felice di aver ritrovato una moneta di inestimabile valore”Adriano della Gherardesca - Lucca “Abbiamo partecipato all’incontro scientifico che ha concluso l’esposizione delle monete della Sardegna. Splendide tutte e complimenti agli organizzatori e ad il Prof. Piras.” Giuseppe e Annamaria - Roma “Un museo molto interessante soprattutto la bocca dello scualo” Marty - Siena “Mi è piaciuto tutto tantissimo ed è stato interessante il video!” Ivana Rivoli (To) “Bellissimo viaggio all’indietro da conservare e valorizzare sempre perchè è importante conoscere il passato per vivere il presente” Giovanni Roma “Mostra originale che ci riporta alla nostra memoria storica e culturale. Molto aprezzabile la collezione del periodo romano. Complimenti per l’iniziativa.” Giovanni - Milano “Quasi per caso scopro questa bella realtà museale che risulta con evidenza frutto di impegno appassionato: mi auguro che possa ottenere spazio e merito adeguati.” Sandro - Genova “A Daniela e alla sua famiglia è piaciuto molto, ma molto il museo, ma soprattutto a me.” Federica - Asti “Very good” Sheela, Annhica, Hegra - Norvegia “Un po’ di cultura in mezzo alle vacanze” Lorenza, Maria e Norma Trento Festa della Laguna: atto secondo Un momento della performance dei cuochi. Stanno per essere serviti i muggini alla piastra Grande partecipazione di pubblico alla seconda edizione della festa della Laguna, organizzata domenica 25 settembre dalla società Stagno di San Teodoro spa, con il patrocinio del Comune e l’adesione del Consorzio Turistico San Teodoro e dell’Associazione Naturalistica Orizzonti di Gallura. Il ricco menu comprendeva la fregola con le arselle (rigorosamente allevate nello stagno) ed un secondo di muggine arrosto. Vino ed acqua a volontà. Gradevole intermezzo musicale con cantanti locali. Una domenica all’insegna della convivialità teodorina e in armonia con un ambiente incontaminato, appena turbato dal tentativo di una leggera pioggerella (quanto mai desiderata!) Ci rivedremo alla prossima edizione.

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