Il Levante - Agosto 2011

 
no ad

Embed or link this publication

Description

Periodico di cultura, ambiente e informazione

Popular Pages


p. 1

il Periodico di cultura, ambiente e informazione levante ISTITUTO DELLE C I V I LT À DEL MARE San Teodoro - Agosto 2011 distribuzione gratuita Mala tempora currunt ggi non è importante essere ma, semplicemente, apparire; una persona non viene più considerata per quello che è ma per quello che appare. L’esibirsi, il mostrarsi, il mettere in piazza anche gli aspetti più intimi e, talvolta, meno nobili di sé, prima riguardava il mondo un po’ particolare dello spettacolo, del cinema, della canzonetta, le attricette audaci e disinibite in cerca di notorietà; oggi, spazzato ogni ritegno, il fenomeno ha contagiato lo sport e via via, tutte le attività e le professioni più proclivi alla vanità e alla mondanità. Il grande circo dello spettacolo, complice certo giornalismo pruriginoso e vacuo e le invitanti sirene della TV spazzatura, coinvolge l’intera società che, smarrita, priva di ideali e di progetti per il futuro, brucia ogni giorno la nullità della sua esistenza sul terreno di gioco insulso e soporoso dell’effimero. Scrittori, pensatori, artisti, persino scienziati, oggi contano e vengono apprezzati solo se appaiono alla TV o frequentano i salotti radical-chic dove si formano le confraternite del consenso, degli affari, e del successo. Tutti gli altri, i migliori, sono condannati al silenzio e all’emarginazione. L’imperativo è, dunque, apparire. Costi quel che costi. È per questo che i politici, cui non difetta certo il fiuto dell’opportunismo, hanno imparato presto l’importanza di partecipare, di rilasciare interviste; sono, infatti, onnipresenti, non si perdono dibattiti e comparsate. E il pubblico bue si sbraca e applaude ogni loro parola! Cretinate incluse. Naturalmente, fra le stelle del gran circo non potevano mancare loro, i magistrati con ambizioni politiche, malati di protagonismo, e destinati fatalmente ad accasarsi a Montecitorio o a Palazzo Madama. Coccolati, vezzeggiati, applauditi, sono le star delle lunghe serate delle nostre tivù. L’altra notte, mentre rileggevo per l’ennesima volta l’invito preoccupato del presidente Napolitano alla moderazione e al senso di responsabilità, mi sovvenne dei magistrati di una volta, discreti, efficienti, preparati. Molti anni fa, quand’ero ragazzo, nella palazzina in cui abitavo, assieme a molte famiglie di dipendenti dello Stato alloggiava pure un giudice, persona distinta, seria e riservata. Non aveva scorta, non pretendeva trattamenti di favore, all’ufficio andava a piedi. Oggi anche il più giovane e oscuro dei sostituti vuole la scorta e l’auto di servizio, e sbroda in tutti i modi per apparire sulla prima pagina dei giornali ed essere invitato in tivù. La giustizia come frivolo spettacolo. Ma così, perbacco, va tutto a ramengo. Povera Italia, “mala tempora currunt.” Salvatore Brandanu O Pensieri in libertà, ovvero Maledetto Satellite ue sere fa (ma potrebbe essere .una qualunque sera di questa estate assolata) me ne stavo col naso all’aria, ad ammirare questo cielo andino bucato da milioni di stelle. Questo cielo di Sardegna che non ha eguali in nessun’ altra parte del mondo. Questo cielo di una purezza infinita, senza un principio ed una fine, che ti dà la sensazione dell’infinito. Poi, d’improvviso, una presenza estranea, un satellite luminosissimo quanto una nova, mi ha riportato alla realtà, facendomi ripiombare nel quotidiano, troncando il mio girovagare dalle Pleiadi all’Orsa Maggiore di Sergiusz Piasecki, o di Giacomo Leopardi, dalla Lybra a Venere... Con il satellite se n’era andata in frantumi l’idea di una terra antica e rispettata dall’uomo, oggi violentata senza sosta da montagne di cemento di costruzioni dissennate e invendute che contendono il paesaggio alle macchie di corbezzoli e di lentischi, che soffocano mirti e cisti. Ma quando finirà questo scempio? Quando ci si renderà finalmente conto che la natura - prima o poi - si ribella; che il sorgere del sole - non più dal mare - ma dal terrazzo di un resort alberghiero è una fotografia pubblicitaria buona solo per le agenzie turistiche? Quando riusciremo a capire che le migliaia di appartamenti invenduti non sono che una testimonianza di una scelta sbagliata? È aspra la terra di Sardegna; aspra e dura ma non per questo meno adatta ad un ritorno a certe coltivazioni (di uve, ad esempio) più che all’allineamento di file di cubetti di cemento, gli uni sugli altri, come in un assurdo gioco di lego. Il riso, la soja, il grano, e quanto di meglio il progresso in agricoltura (questo sì, lo accettiamo con entusiasmo) possa consigliare investimenti e lavoro... Eppure, sotto questo cielo, a volte inclemente, non si vedono altro che fondazioni (appena accennate, per non lasciar scadere il permesso di costruzione), ed i terreni incolti, abbandonati a un pugno di incoscienti piromani, si allargano ed inselvatichiscono sempre più... Maledetto satellite che contende a Giove il primato dello splendore! Mario Stratta D SOMMARIO: Mala tempora currunt - Pensieri in libertà, ovvero... - È il capitale umano che crea quello economico - E a Cagliari, ad agosto, cantano le cicale - Lo Stagno di San Teodoro … si muove! In viaggio con i nostri amici a quattro zampe La Laguna di San Teodoro, itinerari di mare Due parole su... la dentizione decidua - Dalle frazioni - Lettere al Direttore - Vacanze Sociali a San Teodoro - Poeti Galluresi del ‘700 -Ancora in tema di rifiuti - "Li stragni" a San Teodoro - Caratteri e valenze della ruralità gallurese - Il Cirko Vertigo a San Teodoro Omaggio alla donna (di Gallura) - La cucina gallurese - Antiche usanze - L’antica arte del coltellinaio - Spigolature - Sport in Gallura - Due righe al Signor Sindaco ntonio incontra l’amico Franco. Il discorso cade su un comune amico, l’avvocato Pietro Tosco. “A l’hai saputa, Antò? - lo informa Franco - Masinu, lu fiddhólu di Pétru, s’è laureatu in lègghj. Centedéci.” “Centedéci?! Anda e cumprèndila, no mi pari chi si sia mai mòltu istudiendi!” “Eh, no è più come a li tempi nostri! Abà tuttu è più facili; li professóri no cunnoscini più lu sessantacincu… ” “Tambè! E dimmi: farà l’avvocatu? “Puzzi, Masinu di fa’ l’avvocatu mancu l’intésa! Dici ch’è una profissiòni sagrificata abbèddhu. Iddhu vó fa’ lu magistratu: trabaddhani pocu, gagnani abbèddhu e so’ sempri in la televisioni. La televisioni a Masinu piaci tròppu.” “Tandu, Fra’, è proppiu la profissioni pa’ iddhu”. A Effemeridi

[close]

p. 2

il levante Agosto 2011 - pag. 2 È il capitale umano che crea quello economico. Olbia - Stage di formazione iamo ormai al quarto anno di “crisi” e, nonostante che siano in tanti a provarci, nessuno riesce a stabilire se e quando ne usciremo e cosa ci attende quando questo avverrà. Ma cos’è la crisi? Da dove dobbiamo “uscire”? Perché ci sono entrati i paesi più ricchi e sviluppati e perché quasi tutti contemporaneamente? Attendiamo ansiosi le risposte dei macroeconomisti o invece iniziamo da subito ad agire proattivamente intervenendo su tutto ciò che è sotto il nostro pieno controllo? In questo periodo storico la merce più rara è la certezza perciò è chiaro che la strada più corretta da percorrere è quella della ragione. Una delle assolute certezze, a mio avviso la più importante di tutte, è che il capitale economico viene creato dal capitale umano, perciò investire sui talenti delle persone, sulla loro crescita attraverso una corretta formazione permanente è il migliore degli investimenti a medio e lungo periodo che un imprenditore oggi possa fare. Le aziende e le organizzazioni in genere (profit o no) che nel futuro avranno più chance non sono necessariamente quelle con i conti in ordine e i profitti più elevati ma quelle in cui il valore delle competenze, delle conoscenze, della motivazione viene costantemente e palesemente ricercato e coltivato. Quante volte, ogni giorno, tv, giornali e media in genere ci propinano classifiche economiche, dati su performance di borse e mercati: numeri... numeri…numeri! In realtà il vero fattore strategico è intangibile, l’errore fatale è quello di dare più importanza a ciò che contiamo piuttosto che a ciò che conta. Ma raccontare solo ciò che non funziona senza pensare a delle soluzioni è un lusso che non ci possiamo più permettere, perciò, visto che questa è la rivista dell’Istituto delle Civiltà del Mare e per di più si chiama “Levante”, ecco la mia visione di quella che dovrebbe essere la rotta da seguire. L’azienda organizzata ed attrezzata per la sfida del terzo millennio dovrebbe assomigliare ad una nave in cui tutto è ben pianificato: il comandante (l’imprenditore)che sa esattamente dove vuole andare perché lo ha deciso prima pianificando tutto in modo dettagliato : si è preparato al meglio per quel compito di guida (Leadership deriva da to lead = guidare), conosce la rotta e tutti gli approdi eventualmente previsti, conosce la velocità de tenere in ogni tratto di mare, sa quando e dove deve fermarsi per far riposare l’equipaggio, è concentrato sul suo obiettivo finale ma per questo non trascura ogni dettaglio delle acque in cui sta navigando, si preoccupa delle previsioni e delle correnti e non trascura mai l’addestramento, l’umore e la motivazione di chi ha scelto di seguirlo nel suo viaggio. La più grande capacità di un leader non è quella di avere un obiettivo ma di saperlo condividere con gli altri i quali allora gli dedicheranno tutte le loro energie perché sapere di aver contribuito ad un successo motiva più del danaro. L’equipaggio (i collaboratori), anch’essi a conoscenza a priori di tutte le condizioni (destinazione, tempi, porti intermedi etc.) istruiti al meglio per la navigazione e consapevoli delle difficoltà ma anche delle opportunità che il viaggio offre loro. Abituati ed allenati a pensare come una squadra dove il compito di ognuno rappresenta l’anello di quella catena che è l’alleanza vincente che permette di arrivare senza sorprese a destinazione. Le vele e tutti gli strumenti di bordo che rappresentano le strutture sinergiche presenti nel mercato (partner, tecnologia, analisi di mercato etc.) Il mare altro non è che il mercato, imprevedibile, spietato se non lo conosci o non lo rispetti, in costante cambiamento come il vento e le correnti. Auguro dunque allo staff dell’Icimar, di “Levante” e a tutti i suoi cari lettori, buon vento! Delegato della Fondazione Consulenti per il lavoro Esperto in ricerca, selezione e formazione delle risorse umane S cicale, consumando e spendendo quel che non avevamo, firmando cambiali e accumulando debiti, incoraggiati agli sprechi da un sistema finanziario drogato e irresponsabile che ha condotto gli Stati sull’orlo della bancarotta e milioni di cittadini alla miseria più nera e alla disperazione. La crisi che oggi attanaglia l’Europa e il mondo destando forte allarme e preoccupazione nei governi e nella finanza internazionale, comincia finalmente a smuovere anche le acque stagnanti della politica regionale. O almeno questa è la sensazione, anche se le cattive esperienze del passato ci dicono che non bisogna illudersi: a Cagliari, città soporosa, costantemente intorpidita dallo scirocco africano, i satolli rappresentanti del popolo sardo hanno, come è noto, la digestione pigra e i pensieri tardi; così quando finalmente, dopo lunghissima gestazione, partoriscono qualche idea, è solo un’ideuzza; insomma, la solita storia della montagna che partorisce il topolino. Prendiamo i costi della politica: qualcuno in consiglio regionale, tra un pisolino veloce e la sosta ristoratrice alla buvette, pare che si sia accorto che la politica in Sardegna ha costi troppo gravosi che, soprattutto nell’attuale congiuntura, non sono più giustificati. Speravamo che finalmente i nostri molto onorevoli rappresentanti, per rimediare al dissesto, mettessero subito mano al portafoglio auto-riducendosi adeguatamente indennità, diarie, e prebende varie. “ Infine ci dicevamo - sarebbe ora che qualche piccolo sacrificio anche la casta lo facesse.” Ci illudevamo che a Cagliari, in un salutare rigurgito di resipiscenza, sull’onda di quanto si sta proponendo per il parlamento nazionale, qualcuno si attivasse subito per dare una doverosa sfoltita al gregge di consiglieri che siede nel parlamentino dei sardi, perché ottanta consiglieri in una regione di poco più di un milione e mezzo di abitanti sono veramente troppi. Quaranta bastano e avanzano! E invece i nostri rappresentanti cosa propongono per risparmiare? Il taglio delle provincie. Non tutte, però, come, infine, sarebbe giusto e auspicabile, ma solo le ultime, quelle nate da qualche anno dietro una forte e travagliata spinta popolare. Ma, della gente, chi se ne frega! Eh, no, cari onorevoli, se tagli si hanno da fare, le provincie le tagliamo tutte, a partire da quella di Cagliari, per dare il buon esempio; e aboliamo, pure, dato che ci siamo, le decine di enti inutili e costosi, creati solo per tacitare le pretese inesauste dei vostri famelici apparati correntizi. Una volta tanto siate ragionevoli: fate un piccolo sacrificio per solidarietà verso il popolo che soffre. Nella vicina Corsica un consigliere regionale percepisce un’indennità mensile di circa 1200 euro e svolge onorevolmente il proprio mandato. Voi, qui in Sardegna, prendete almeno dieci volte tanto. Vi pare poco? Il presidente Napolitano, accentuando la linea di austerity al Quirinale, restituirà al ministero dell’Economia nel triennio 2011-2013 oltre 15 milioni di euro. Un bell’esempio per tutti. E voi, che fate? Cari onorevoli, i sardi attendono da voi un gesto di sensibilità e responsabilità. L’Istituto delle Civiltà del Mare, istituzione no profit fondata 22 anni fa, e impegnata da sempre nei campi della Cultura dell’Ambiente e della Ricerca, pur avendo sede a San Teodoro, ha vocazione Europea. Dal luglio ’89 ha il riconoscimento giuridico da parte del Ministero dell’Università e Ricerca Scentifica; svolge i suoi compiti istituzionali senza dipendenza alcuna e in piena autonomia. I nostri uffici e servizi non dipendono né dal Comune di San Teodoro (con cui peraltro collaboriamo), né dalla Provincia, e tanto meno dalla Regione; non abbiamo, inoltre, nessuna relazione con l’AMP di Tavolara Punta Codacavallo. Vi preghiamo comunque di voler scusare eventuali deficienze nel servizio, considerato che nessun utile viene all’Icimar da tali attività, ma che tutto viene svolto per amore della Cultura, della Scienza e in spirito di amicizia e di fratellanza fra i popoli. E a Cagliari, ad agosto, cantano le cicale Per anni abbiamo vissuto da improvvidi sciuponi, abbiamo fatto le IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno I - N° 3, Agosto 2011. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro, Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (OT) - Tel. 0784/866010 - Fax. 0784/866180 E-mail.segreteria@icimar.it segreteria@pec.icimar.it - www.icimar.it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Salvatore Brandanu. Condirettore: Mario Stratta. In Redazione: Gian Piero Meloni, Giuseppe Pisanu, Costantino Pes, Sandro Brandano, Ivan Ponsano. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu. Giovanni Degortes

[close]

p. 3

il levante Agosto 2011 - pag. 3 Lo Stagno di San Teodoro … si muove! In viaggio con i nostri amici a quattro zampe All’esplorazione della natura a bordo del “Lianti” I consigli del medico veterinario ... S no specchio d’acqua di 230 ettari, grande quanto 320 campi di calcio, protagonista in un recente passato di disastrose esondazioni che hanno radicalmente mutato l’assetto della stupenda spiaggia della Cinta, aprendo ferite che solo il tempo potrà (forse) rimarginare. Questo, in termini strettamente geografici, è lo stagno di San Teodoro. La sua storia passa attraverso secoli di lotte anche feroci per il suo possesso e il suo sfruttamento: dagli Aragonesi ai vassalli locali, avidi e spregiudicati; dai possessi Savoiardi ad incorporazioni nel demanio dell’appena nato Regno d’Italia, per approdare – da ultimo (cose di un secolo fa) nella proprietà di una potente famiglia di Terranova che cacciava a colpi di spingarda caricata con chiodi arrugginiti gli affamati abitanti di Oviddè in cerca di un po’ di pesce o di una manciata di arselle. Un’oasi di una bellezza unica che non ha eguali in nessun’altra parte del pianeta, a sentire l’Unesco. A farci da guida nel suo percorso conoscitivo è Luciano Decandia, gallurese doc innamorato di quella che ormai considera una sua creatura, da difendere e da preservare dagli attacchi speculativi (locali e non) che avrebbero voluto trasformare la laguna in una sorta di resort acquatico magari con annesso delfinario. Da quando lo stagno è passato in proprietà del Comune di San Teodoro – prosegue Decandia – sono state appaltate attività (rigorosamente controllate) per la pesca, la raccolta di mitili, di ostriche e di arselle che danno lavoro ad una quindicina di persone. Ora, lo stagno che ospita centinaia di uccelli acquatici, dai fenicotteri rosa alle candide garzette, dagli aironi cinerini agli ingordi cormorani, ai timidi cavalieri d’Italia, è al centro di una operazione turistica (nel pieno rispetto del suo assetto ambientale e paesaggistico) unica nel suo genere. U Un’idea, nata timidamente tra un gruppo di amici, innamorati perduti di questo incontaminato luogo. Idea condivisa e portata avanti da Elio Bacciu, Anna Rita Sanna e Manuel Pirina sin dalla sua prossima realizzazione. Un viaggio (sulla laguna s’intende) a bordo di un battello da trenta posti a velocità ridotta per godere tutte le sottili suggestioni dell’ambiente. Con partenza alle 7.30 del mattino per i più coraggiosi o alle 17.30 di sera per i tiratardi. La partenza è fissata da un piccolo molo di recente costruito a la Pischéra e tocca, per l’intero giro di un’ora circa, le sponde della laguna mai conosciute. Per noi, che, grazie all’Associazione Orizzonti di Gallura e al suo gentilissimo presidente Bacciu è stato possibile navigare lo stagno in anteprima, le sorprese non sono finite mai. Al timone del “Lianti”, che curiosamente nient’altro è che la trasposizione in gallurese del Levante. Elio Bacciu ci fa accostare al primo approdo del pontile “di la Fuchitta” per consentirci di scendere sulla spiaggia de La Cinta e proseguire a piedi per un centinaio di metri. Ci si imbarca poco oltre e si prosegue per il nido del falco, una costruzione rustica, in cima ad uno scoglio per la nidificazione del falco pescatore. Il rientro è pieno di rammarico per una gita che si vorrebbe non finisse mai! Alla prossima! Mario Stratta iamo ormai in piena estate e molti di noi hanno deciso di trascorrere le vacanze insieme ai nostri amici animali. La vacanza è per noi un momento di relax e svago ma attenzione a renderla piacevole anche per il nostro cane o gatto scegliendo un luogo adatto e rilassante anche per gli animali e soprattutto facendo attenzione a quello che può capitare lontano da casa. Intanto bisogna distinguere il tipo di vacanza, poichè è chiaro che una vacanza al mare presenta dei pericoli diversi da una vacanza in montagna o in un agriturismo in campagna. Altra distinzione necessaria è conoscere i problemi del nostro animale ed evitare ambienti a rischio, come ad esempio luoghi caldi ed afosi se il nostro cane è cardiopatico o appartiene a razze brachicefale a rischio quali bulldog, carlini, ecc. Partendo dalla preparazione alla vacanza bisogna attuare una serie di manovre preventive per proteggere l'animale. Alcune zone, soprattutto al centro sud, per la presenza abbondante di flebotomi sono particolarmente pericolose per la trasmissione della leishmaniosi, bisogna perciò applicare una protezione antiparassitaria che abbia una azione repellente verso i vettori della leishmaniosi e questo è bene farlo alcuni giorni prima della partenza in modo che il cane arrivi già protetto nel luogo di villeggiatura. Questi prodotti sono resistenti all'acqua ma non ai detergenti saponosi che togliendo lo strato lipidico della pelle asportano anche il prodotto lasciando così il cane privo di protezione antiparassitaria. Se il cane o il gatto non sono abituati all'auto probabilmente si agiteranno: evitate quindi il viaggio in ore molto calde facendo delle soste dove il cane può sgranchirsi, bere e rinfrescarsi; più pericoloso è il gatto poiché non è consigliabile lasciare che esca dal trasportino, si potrebbe spaventare e diventerebbe difficile recuperarlo. Il colpo di calore è sempre in agguato: il cane non ha un sistema di sudorazione e dispersione del calore come l'uomo, perciò anche pochi minuti in auto al sole possono innescare un aumento della temperatura corporea con conseguenze a volte irreversibili. Se vedete il cane respirare affannosamente, a bocca aperta, fate riposare il cane in un posto fresco e ventilato. Se avete oggetti freddi o potete procurarvi del ghiaccio appoggiateli sulle parti del cane con meno pelo per raffreddarlo. Tra gli incidenti per un animale che in estate gode di maggiore libertà e sta più tempo all'aria aperta, rientrano molte patologie quali traumi, punture di insetti, si pensi a quanto un cane mette il muso ovunque o quanto piaccia ad un gatto catturare gli insetti con le zampe. E' consigliabile per i soggetti allergici avere con sé una dose di cortisonico per tamponare come primo intervento una eventuale manifestazione allergica che normalmente si manifesta con gonfiore del muso o degli arti. Cuca, nella foto di Carola Faccioli Corpi estranei possono introdursi in diverse cavità (es. spighe di graminacea introdotte nelle orecchie, negli occhi, nel naso, negli spazi interdigitali, ecc) per cui se si manifesta fastidio quale scuotimento delle orecchie, occhio tenuto chiuso, sternuti improvvisi, leccamento eccessivo di una zampa bisogna escludere che non sia penetrato un corpo estraneo, in tale caso bisogna recarsi da un veterinario per appurarne la presenza e rimuoverlo. Un cenno alla possibilità di smarrimento del proprio animale. Purtroppo l'anagrafe canina ha una estensione regionale, per cui smarrire il cane al di fuori della regione di residenza comporta il rischio di avere molte difficoltà nel riuscire a ritrovarlo attraverso il numero di microchip. Per chi non vuole esporre il proprio numero di cellulare sulla medaglietta del cane, esiste la possibilità di iscrivere il cane o il gatto ad una sorta di banca dati nazionale: sulla medaglietta viene esposto un numero verde per cui chi trova il cane smarrito può chiamare questo numero e un addetto del call center 24 ore su 24 può rintracciare il proprietario in qualsiasi parte d'Italia. Aldo Novarese Medico Veterinario

[close]

p. 4

il levante Agosto 2011 - pag. 4 nerosamente forniva in abbondanza. Dopo un periodo di abbandono, nella laguna, divenuta nel frattempo proprietà del Comune, hanno ripreso sia pure faticosamente le attività di pesca. Da qualche anno vi si coltivano, con successo anche le ostriche. Il lago è un paradiso per gli uccelli; anatidi, folaghe, aironi cenerini, aironi rossi, aironi bianchi, garzette, cormorani, gabbiani corsi e reali, fraticelli, piro piro, pettegole, corrieri, martin pescatore, cavalieri d’Italia, beccaccini, sterne, fenicotteri rosa, animano questo meraviglioso ambiente d’acqua in cui la natura ha profuso a piene mani i suoi doni più belli e preziosi. Lungo le rive, subito dopo il tappeto rosso-viola delle salicornie e la fascia flessuosa dei falaschi e delle canne palustri, si erge l’aerea cortina di tamerici, e quindi, la barriera bassa e fitta di lentischi, di mirti, di rosmarini, di giunchi, che risalgono l’erta sabbiosa delle dune proteggendole dalla furia dei venti e dal dilavamento delle piogge. È questo anche il regno dei ginepri che crescono particolarmente rigogliosi nella parte settentrionale, là dove il cordone dunale si allarga in prossimità della foce principale dando vita ad uno degli ambienti verdi più vivi e interessanti. Mentre il settore orientale è caratterizzato dai sedimenti sabbiosi e dalle formazioni dunali della Cinta, le rive occidentali si presentano più articolate: poderose formazioni granitiche, foggiate in forme strane dal vento e dalle piogge, ricoprono il suolo e riaffiorano poco distanti dalla riva come mostri mansueti pietrificati all’alba dei tempi da eventi misteriosi. Intorno si aggirano e volteggiano stormi di rissosi e petulanti gabbiani. Il manto fittissimo e profumato della macchia mediterranea è qui rappresentato in prevalenza da ginestre che a primavera colorano di un giallo oro brillante il paesaggio. La vegetazione arborea è presente con sughere, ginepri, peri selvatici, olivastri. Questa barriera verde, rigogliosa, fittissima e di difficile accesso, protegge un ambiente naturale di eccezionale interesse, inserito proprio per la sua valenza ambientale tra le oasi naturali della Regione e tra i siti di interesse comunitario. S.B. La Laguna di San Teodoro l litorale che va da Capo Ceraso (Olbia) a nord, a Punta l’Isuléddha (San Teodoro) a sud, è caratterizzato da una pittoresca teoria di paludi, acquitrini, stagni costieri e lagune che rappresentano l’habitat ideale per l’ittiofauna e per numerosi uccelli acquatici stanziali o di passo. Il più vasto di questi specchi d’acqua, 230 ettari circa, ed anche quello più importante per gli aspetti naturalistici e paesaggistici, è la laguna di San Teodoro che si distende per circa 3 chilometri e 6oo metri ai margini dell’Orientale Sarda, ed è limitata a est, a lato mare, dallo stretto e lunghissimo cordone dunale della Cinta. In passato il bacino lacuale comunicava con il mare attraverso tre bocche: la “ Foca manna”, la “Fuchitta” e “lu Tacconi”, quest’ultimo a sud, in zona La Canna, un tempo occupata da pascoli e orti rigogliosi, oggi da case e strutture turistiche. Attualmente, eccettuati i casi di temporali persistenti e di piene rovinose, quando le acque tracimano in più parti congiungendosi tumultuosamente con il mare, il ricambio normale, facilitato dalle maree, avviene attraverso la foce principale che i teodorini chiamano “ la Foca manna”, ossia la foce grande, situata nella parte settentrionale, nei pressi di Capo Sabbatino. La laguna di San Teodoro, detta impropriamente anche stagno, è uno straordinario ambiente acquatico che fa da cerniera alla fascia terrestre e marittima; poco profonda, mediamente 70120 cm, profondità massima 2 metri e cinquanta, era un tempo pescosissima; il pesce (spigole, orate sogliole, mormore, cefali e anguille) veniva in gran parte esportato e andava a rifornire i mercati di Milano e, in genere, del Nord Italia. Ancora fino agli anni Sessanta erano abbondantissime le arselle che formavano in acque basse immensi tappeti tra cui banchettavano indisturbati gabbiani e cornacchie. I teodorini, muniti di appositi rastrelli e di cestini, raccoglievano soprattutto la “chjoca mèndula”, la più gustosa e, un po’ meno, la varietà a valve rigate che, con voce colorita, chiamavano “chjoca pisciata”. In periodi lontani, già ai tempi della romana Coclearia, come si può riscontrare alla periferia nord di San Teodoro osservando le spesse stratificazioni di valve depositate in quelli che dovevano essere gli immondezzai della città, gli abitanti facevano grande consumo alimentare di queste arselle che la laguna ge- I Via Madagascar, 11 - 07026 - Olbia tel. 0789562066 - fax 078951999 - www.cedcenter.it - E-mail info@cedhr.it Lavorieri e casetta dei pescatori nella laguna

[close]

p. 5

il levante Agosto 2011 - pag. 5 itinerari di mare La chiesa di San Ponziano a Molara Molara: rovine del la villa di Gurgurai. Tavolara dalla costa di Cala Spagnola (Molara) eno suggestiva e imponente della vicina Tavolara, ma non meno bella e selvaggia, l’isola di Molara, o Salciai, come la chiamavano fino a pochi decenni addietro i galluresi della zona, racchiude nel suo cuore di granito rosa un fascino intimo e discreto. Un breve braccio di mare che, all’altezza di Punta Codacavallo, si restringe a 1200 metri, la separa dalla costa teodorina, con la quale l’isola, pur appartenendo amministrativamente al comune di Olbia, ha avuto in passato i rapporti più stretti e frequenti. Proprio da Codacavallo e dalla costa di Montipitrosu, infatti, i proprietari degli stazzi di Oviddè traghettavano nella bella stagione, quando il mare tranquillo lo permetteva, i branchi di capre e di vacche che conducevano ad ingrassare nei pascoli sapidi dell’isola. Mentre la costa orientale, più esposta al mare aperto, e quella a mezzogiorno, anch’essa poco ridossata, si presentano aspre e inospitali, il litorale di nord ovest offre accessi più agevoli; qui si aprono infatti le insenature di Cala Spagnola e Cala di Chiesa. Quest’ultima, la più ampia e sicura, prende il nome dalla chiesetta romanica dedicata a papa Ponziano, esiliato a Molara dall’imperatore Massimino il Trace nel 235 d.C., e qui morto martire intorno al 236. Il piccolo tempio sorge a breve distanza dal mare; realizzato a navata unica in conci di granito, giace in rovina avviluppato dalla macchia selvaggia: restano ancora in piedi parte della struttura muraria, un arco interrotto e il catino absidale. Era questa sicuramente la chiesa della piccola comunità di Gurgurai che, attraverso varie vicende, sopravvisse fino alla fine del XIV sec. quando il villaggio medievale, le cui rovine giacciono ancora ben visibili nei dintorni, si estinse per cause a noi ignote, ma che non è difficile immaginare. Nel 1358 l’isola risulta infeudata alla nobildonna Tommasa De Serra. Si trattava di un possesso di modestissime entrate tanto che la feudataria era obbligata per la villa di Gurgurai al censo di sole 12 lire. L’isola, per contro, presentava molti problemi per la sua difesa, giacché nella bella stagione, quando il mare era più tranquillo e la navigazione più sicura, era sottoposta agli assalti frequenti dei saraceni, assalti che perdurarono ininterrotti almeno fino ai primi dell’'800. Molara, la Bucina degli antichi romani, circa 377 ettari di terra magra e pietrosa, rappresenta geologicamente il prolungamento in mare della vicina costa di Montipitrosu, con le rocce di graniti grigio-rosati del Plutone granitico di Gallura e la folta copertura della macchia mediterranea. La cima più alta, punta La Guardia, raggiunge quota 155 m. Il capitano e insigne cartografo inglese H. William Smyth che, a bordo della nave Adventure, fece sosta in queste acque intorno al 1823 e poi negli anni successivi per compiervi le sue rilevazioni cartografiche, scrive in “Sketch of the present state of the Island of Sardinia” (“Relazione sull’isola di Sardegna”), London 1828: “Molara, chiamata da alcuni Boscuta, è una rocca graniRovine di San Ponziano M tica ricoperta di macchia mediterranea. Sin dall’attacco inglese contro Algeri è stata abitata da alcuni Sardi: essa fu la Bucina degli antichi, tenuta in molto conto per la sostanza purpurea ottenuta dai suoi molluschi.” I Sardi cui accenna lo Smyth, sono, naturalmente, i pastori galluresi della vicina costa di Oviddè. Dal mare, nel silenzio turbato solo dal richiamo angoscioso dei gabbiani, giunge lo sciabordio delle onde e il colpo secco della risacca. Siamo nel cuore dell’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Codacavallo, uno degli ambienti marini più interessanti e fascinosi del Mediterraneo. Il luogo è suggestivo, ricco di ricordi e di memorie, meritevole non soltanto di un’escursione o di una visita fugace (da fare, comunque, con l’autorizzazione dei proprietari, la famiglia Tamponi di Olbia, peraltro assai disponibile), ma di una campagna di scavi, seria e accurata. Se ne avvantaggerebbero sicuramente gli studi storici e archeologici, finora, come è noto, piuttosto scarsi e limitati su questa parte di Gallura. Di fronte, a breve distanza, sorge Tavolara col suo manto bianco di Arco e catino absidale - San Ponziano calcari bruciati dal sole e, più a destra, non molto distante, lo scoglio rosso e di Molarotto, tormentato dai venti e dalle tempeste, rifugio di numerose colonie di rari uccelli marini. S. B.

[close]

p. 6

il levante Agosto 2011 - pag. 6 A Lu Fraili la palma delle segnalazioni. 1°) Grazie per l’intervento di asportazione dei rifiuti accumulati accanto ai cassonetti in Via Punta Zappatino dall’incuria di alcuni utenti. Il ringraziamento alla solerzia della Società Niuloni. 2°) Resta invece inascoltato il “Cahier de doléance” per un marciapiede mai ultimato ed un’illuminazione mai allacciata in Vicolo Carlo Forte/ Via Zappatino. A quando un intervento del Comune? Da la Pischéra una poesia di Kameel Nasr (cittadino americano con residenza in San Teodoro) che denuncia i rischi degli appassionati delle due ruote a causa della totale carenza di piste ciclabili. Ciclisti infantili e ciclisti con capelli bianchissimi. DUE PAROLE SU... la dentizione decidua Il Professor Pietro Bracco ha un curriculum professionale lungo un metro. Tra l’altro, è titolare della cattedra di ortognatodonzia e gnatologia (funzione masticatoria) della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino. Abbiamo approfittato della presenza dell’illustre clinico a San Teodoro per coinvolgerlo in una conversazione a tutto tondo sull’importanza della corretta e tempestiva igiene orale per la salvaguardia del patrimonio donatoci da madre natura. Al Professor Bracco abbiamo chiesto di farci un quadro il più semplice possibile ed alla portata di chi non ha nozioni di medicina, di quel che possiamo fare per mantenere sani i denti dei nostri figli sin dalla più tenera infanzia. “ er parlare in modo completo della evoluzione della dentatura umana è bene sottolineare che avere una dentatura sana, cioè non danneggiata da carie, significa prevenire anche importanti malattie, per esempio al cuore e ai reni, e garantire lo sviluppo del cranio in età evolutiva, specialmente per quello che riguarda le ossa della bocca, cioè il mascellare superiore e la mandibola. Quindi, il primo appello va rivolto alle mamme, sapendo che, tra l’altro, l’allattamento al seno è quello che mette l’apparato stomatognatico in condizioni di svilupparsi al meglio, perché è quello che evita molte abitudini viziate, quali per esempio l’interposizione della lingua durante la deglutizione dei cibi e dei liquidi soprattutto, che può essere acquisita con l’uso troppo precoce o troppo prolungato (oltre 18-24 mesi) di tettarelle, e soprattutto di tettarelle non adatte alla conformazione ed alla funzione della bocca del piccolo paziente, e quindi dannose. Fatte quindi le dovute sottolineature per l’importanza di avere una buona conservazione della dentizione decidua, dobbiamo sostenere, comunque, che sono da considerarsi come dannosi ai denti i depositi di placca batterica, soprattutto quelli derivanti dall’assunzione disordinata e sistematica di cibi ad alto contenuto di farinacei e di zuccheri. Non vogliamo creare degli infelici tra i nostri figli privandoli di mangiare cibi sanamente dolci, cioè privi di zuccheri lavorati, ma dobbiamo insistere finché la parte di dolci che non possiamo negare ai nostri ragazzi sia un’assunzione la più rapida possibile e la più ristretta nel tempo, facendo seguire all’assunzione di questi cibi una buona igiene dentale, e così possiamo ricordare che i denti vanno lavati almeno tre volte al giorno per almeno tre minuti, dopo colazione, dopo pranzo e dopo cena, e non in momenti sbagliati. Guai comunque a promuovere la distruzione dei denti decidui del bambino, facendo assumere il biberon contenente sostanze molto zuccherate, o peggio ancora, dare la caramella della sera, prima di dormire. È necessario comunque una visita di controllo dallo specialista ogni sei mesi dopo i quattro anni. Qualche considerazione dobbiamo farla circa le apparecchiature ortodontiche, oggi largamente adottate. Queste possono essere di diverso tipo ed usate in diversi periodi della vita del piccolo paziente, che useremo principalmente dal momento in cui abbiamo una dentizione decidua completa, cioè di 20 denti, al momento in cui inizia la muta dei denti, fino a quando è terminata la serie di almeno 28 denti permanenti. Quindi, distingueremo l’età che precede il periodo della grande crescita ed il periodo che comprende la grande crescita, cioè quel periodo nel quale avviene la maturazione (nelle femmine verso i 10-12 anni e nei maschi verso i 12-14 anni). È in questo periodo soprattutto che noi possiamo lavorare con apparecchiature ortopediche, cioè quelle che servono ad indirizzare la crescita del piccolo paziente verso la correzione di eventuali difetti esistenti. Finito questo periodo, ci rivolgeremo all’uso di apparecchiature che non sfruttano più la crescita, ma sono dirette soprattutto a spostare i denti, avendo corretto precedentemente i difetti di struttura del cranio. Quindi, avremo un periodo di ortodonzia cosiddetta “funzionale”, alla quale potrà seguire un periodo di ortodonzia cosiddetta “ortopedica”, per concludere con l’ortodonzia cosiddetta “fissa”. Le considerazioni per il trattamento ortodontico sono certamente molto complesse e, tanto per rendere più chiaro l’argomento, possiamo dire che i trattamenti ortodontici possono durare 24-36 mesi circa, mentre altri trattamenti possono durare anche 8-10 anni, specialmente quelli relativi a malformazioni congenite importanti. “Tutto e subito” è un motto molto di moda, ma che nella maggior parte dei casi, non può essere messo in atto, se non con gravi danni per la salute successiva della bocca.” DALLE FRAZIONI P Ogni anno più ciclisti. Ciclisti solisti e in una fila lunghissimi Ciclisti principianti, ciclisti ex corridori, sulla statale, in centro e nei vialetti. Ogni anno più ciclisti. Ciclisti senza caschi e ciclisti carichi, pesantissimi Con roba da spiaggisti. Ciclisti femministi, deterministi o indolentisti, famiglie di ciclisti. Ciclisti sudati, davanti una coda d’automobilisti irritati, accanto camionisti, buttati sulle strade, pericolosissimi, cammini stretti e trambusti. Ogni anno più ciclisti. Ciclisti ambientalisti, mancano solo piste, chiedono allo stato mezzo metro d’asfalto. Lettere al Direttore Gentile direttore, sono una turista di Reggio Emilia che viene in vacanza a S. Teodoro da più di 30 anni: i miei genitori, io ragazzina, comprarono una casetta a schiera nel villaggio turistico di Nuragheddu, il primo ad essere costruito in questa zona. A quel tempo c'era solo qualche villa a Lu Impostu; Punta Aldia e il suo porto non esistevano, Coda Cavallo era percorsa solo da una strada sterrata: poco dopo fu costruito Villaggio Est, poi le Farfalle ecc... ecc... Ma tralasciando queste divagazioni storiche, volevo comunicarle che qualche giorno fa sono venuta in possesso del numero di luglio de "Il Levante" e mi è piaciuto moltissimo, l'ho trovato davvero interessante e ben fatto; avrei pertanto desiderio di collaborare; potrei portare il punto di vista di una turista del continente innamorata della Sardegna, in grado di scrivere articoli sulla natura, sul carattere ammirevole, energico ed ospitale della sua gente e sulla sua cultura, ma anche di poter cogliere alcune criticità sulla gestione del territorio, in modo, spero, costruttivo! Ammetto, mea culpa, di non essere mai venuta a visitare il Museo delle Civiltà del Mare; la sento come una mancanza alla quale porrò sicuramente rimedio... In ogni caso, aspetto una sua risposta via-email. Maria Carla Ferrari Gentilissima Signora Ferrari, Siamo lieti che abbia letto e apprezzato il nostro “Levante”. Come abbiamo premesso nella presentazione del primo numero, ogni collaborazione è gradita. Potrà dunque esporre liberamente osservazioni e critiche, purché costruttive. Una sola raccomandazione: per ragioni di spazio i pezzi non dovranno superare di regola le 20 righe dattiloscritte. Attendiamo una sua e-mail con l’articolo. Cordialmente, Salvatore Brandanu

[close]

p. 7

il levante Agosto 2011 - pag. 7 Vacanze Sociali a San Teodoro delle strutture del luogo vorremmo portare a conoscenza una testimonianza di soggiorno a San Teodoro pervenutaci grazie ad un questionario proposto a Don Andrea e a Paolo Varrucciu sulle aspettative dei giovani in vacanza. Una struttura presente a San Teodoro sin dai primi Anni ’60 è la Colonia della Sacra Famiglia, ospitata inizialmente nei locali parrocchiali di San Teodoro (attuale piazza Mediterraneo), e poi nel fabbricato appositamente realizzato in Via Olbia, nei pressi della spiaggia della Cinta. La Colonia accoglie ragazzi e ragazze di ogni fascia di età, suddivisi in gruppi, che trascorrono da giugno a settembre le vacanze. La struttura consta di due vasti cameroni-dormitorio, più le cucine e i servizi, ed ha un’ampia veranda adibita alla ricreazione ed ai pasti. L’edificio, creato originariamente allo scopo di consentire un periodo di vacanza a ragazzi di famiglie olbiesi non abbienti, in seguito, per iniziativa del parroco Don Andrea Raffatellu, si è aperta anche a giovani con problemi di devianze sociali diverse. In qualche caso ha accolto anche anziani e disabili. Raramente, lo stabile è stato utilizzato dall’associazione “ Handicappati e Famiglie, un incontro,una speranza”, associazione gestita da volontari, nata come iniziativa di persone disabili tra cui l’attuale presidente Michele Cossu e il Diacono Paolo Varrucciu, la sede principale si trova a Olbia, in Via Fausto Noce n°66, dove si riuniscono tre volte a settimana in una sede costruita da loro in una sede autonoma. La fascia di età (dai 45 anni in su) comprende persone che, dopo la chiusura dei manicomi, si sono riversate sulle associazioni che fortunatamente li ospitano. Ogni anno la colonia estiva ospita dalle cinquanta alle sessanta persone tra cui trentacinque disabili. Molti di questi utilizzano la sedia a ruote e in genere si spostano con due pullmini attrezzati che l’associazione ha acquistato nel corso della sua attività. A San Teodoro la spiaggia più frequentata è sempre la Cinta, dal mattino presto, intorno alle 8, per occupare i posti più vicini alla passerella: in caso contrario non sarebbe possibile utilizzarla a causa dell’affluenza. Don Raffatellu ci ha illustrato la storia della Colonia della Sacra Famiglia, nata in un periodo in cui il turismo era ancora agli albori. Col tempo essa ha però dovuto affrontare e risolvere alcuni problemi di convivenza con gli altri turisti, dato l’affollamento della spiaggia della Cinta, abitualmente frequentata dai giovani della Colonia, in quanto la più idonea per vicinanza ed accessibilità. Dista infatti solo qualche centinaio di metri e presenta caratteristiche idonee ai giochi e all’intrattenimento dei gruppi. Le stesse difficoltà, e forse maggiori, sono state riscontrate anche nelle vie urbane per l’eccesso del traffico, e in Piazza di Gallura sempre affollata nei mesi estivi. Dalle parole del Parroco, che ha un ottimo ricordo dei tempi passati e dell’ospitalità del luogo, abbimo anche intuito la sua preoccupazione per il diffondersi di abitudini “pericolose” legate soprattutto all’uso di sostanze stupefacenti il cui consumo, a San Teodoro come in altri centri di mare, è in costante aumento. San Teodoro, infatti, a luglio e agosto raggiunge, e talvolta supera, le 80mila presenze turistiche giornaliere, e queste, per la maggior parte, sono costituite da giovani. Numerosi sono i locali di divertimento e quindi le occasioni d’incontro che possono favorire il consumo di droghe. Angela Bacciu Testimonianze ed interviste Da un’analisi del tipo di bisogni teorici ed una quantificazione Poeti Galluresi del ‘700 Scorcio di Tempio (OT) l componimento che segue appartiene alla produzione poetica del nobile tempiese Don Bernardino Pes, cugino del più noto Don Baignu e, come quello, sacerdote. Il poeta, scrivendo al cugino, tesse gli elogi della sua bella: “Come la mia bella non ce n’è, e nessun’altra eguaglia la sua bellezza...” Come giuréddha méa No ci n’ha, nè ci n’arréa A la so’ elmosura E digna d’ammirassi, No però d’imitassi: Pa riciranni è nata. No è dabali dassi Un’alta d’ugualassi A la me’ istimata Tutta la ciuintura. La luna che la luna Sendi, ch’è sóla una, Tanti ha manci e difettu. Idda però nisciuna, Più prestu in sè aduna Li doni più pelfetti, Difetti no ammetti Sendi tutti suggetti A falti pal vintura. Canti rai produci Lu fronti chi induci L’occhj pronti a falà; Tanti volti riluci, Chi lu soli e la luci Vi si puóni spicchjà. No si puó fighjulà, Palchì veni a mancà La vista più sigura. Li so’ labbri so’ fini, Cha la vidi, defini S’è, o no, dunoséddha: So’ perli, e irrubini, Pétri diamantini Li so’ denti, giuréddha: Da la so’ buccaréddha Tramanda, si faéddha, Amabili dulciura. In lu so’ biancu pèttu Volti cantu riflettu, Bisogna falli onóri, Bè impliatu affettu, Bè occupatu córi!!! In biddhesa, in candóri Idda è superiori A dugna criatura. Dimula a una ‘olta Mustra, cand’è isciolta, In li pili un tesòru: S’è liata, o accolta, Pari, ch’in capu polta Una catena d’òru. Però chista è decòru D’una ricca figura. Lu so’ modu è gentili, Lu so’ trattu è zivili, Lu so’ galbu è distintu. Li diti ha di malfili, Chintu tantu suttili, Ch’in un anéddhu è cintu. Bisogna esse suzzintu; Chì mi lassa cunvintu La supelba statura. Don Bernardino Pes I La Colonia della Sacra Famiglia in via Olbia a San Teodoro

[close]

p. 8

il levante Agosto 2011 - pag. 8 Ancora in tema di rifiuti "Li stragni" a San Teodoro l’utilizzo della frazione umida l sito internet "demografia in cifre" (http://demoistat.it) a cura dell'Istituto Nazionale di Statistica è una miniera di dati sulla situazione della popolazione italiana. Sono informazioni che possono aiutarci a gettare un po' di luce su una situazione particolare come quella di San Teodoro, comune che negli ultimi trent'anni è passato, grazie al turismo, dalla condizione di piccola comunità, culturalmente omogenea, a meta di un flusso crescente di residenti, provenienti dalle parti più svariate della Sardegna e dell'Italia, quando non dall'estero. La situazione si è evoluta a un punto tale che il territorio risulta ora popolato da una percentuale consistente di persone che, se sono in genere considerate dalla comunità originaria, per usare un termine gallurese, “stragni”, estranei, a loro volta frequentemente si sentono teodorini a tutti gli effetti. Dedichiamo in particolare quest'articolo ai residenti di provenienza estera, con l'idea di fornire alcuni dati introduttivi al tema. Alla fine del 2009 nel comune di San Teodoro, a fronte di una popolazione ufficialmente residente di 4.146 abitanti, 256, il 6,17% del totale, erano di provenienza estera. Si tratta di una media decisamente più elevata di quella regionale, peraltro molto bassa (l'1,99%), ma quasi a livello della media nazionale (7,05%). La maggior parte di queste 256 persone è originaria delle seguenti nazioni: Romania (56 persone), Germania (52), Marocco (39), Brasile (12), Polonia (10) e Federazione Russa (10). È interessante ragionare in breve sulle motivazioni della presenza delle varie comunità, basandoci su quanto si è avuto modo di notare di persona. La presenza di persone dell'Europa Orientale è in genere legata a un fenomeno iniziato a partire dal nuovo millennio e che ha visto molti migrare da quelle zone in cerca di benessere economico, persone disponibili in genere ad accettare lavori che la popolazione italiana tende sempre più a rifiutare, dalla manodopera in edilizia alla cura degli anziani. La presenza marocchina, invece, risale agli anni Ottanta. Inizialmente legata a piccole attività di commercio, sembra evolversi verso forme d'integrazione che potrebbero sorprendere i teorici del "pericolo islamico". Si notino poi dati più atipici, come la presenza di brasiliani e il numero elevato di tedeschi. Se sui primi lo scrivente non ha al presente informazioni, la presenza di tedeschi ha una storia più facilmente rintracciabile. Si potrebbe parlare di "comunità pioniera". Pare che alcuni militari tedeschi di servizio in zona nel corso della Seconda Guerra Mondiale fossero rimasti così colpiti dalla bellezza del territorio da tornare negli anni successivi come turisti e costruirvi le prime case. La tendenza della comunità sembra quella di concentrarsi in zone appartate come Lu Fraili e Montipitrosu, isolati dal trambusto delle ondate di turisti che li hanno seguiti. Concludiamo qui queste note, nell'auspicio che siano di stimolo per futuri approfondimenti e dibattiti sull'argomento. Costantino Pes Errata corrige: nell’articolo di luglio, Sèmita, a firma Costantino Pes, nel periodo conclusivo, per una banale distrazione, in fase di stampa si è generato un errore. La versione corretta è: [...] Alcuni anni fa a San Teodoro si formò un' équipe di ricerca che presentò un progetto al Comune. Questo prevedeva un lavoro di studio e mappatura del territorio teodorino, mirato alla creazione di alcuni percorsi. Fu battezzato con la bella parola gallurese sèmita, cioè "sentiero". Ricevuti alcuni complimenti lusinghieri, l'idea cadde nel nulla senza una spiegazione. In cosa si era sbagliato? Forse i tempi non erano maturi? Fatto sta che finora la situazione non è cambiata di molto. Scriviamo queste righe per rilanciare l'idea. Che sia portata avanti dal gruppo di partenza, o da qualcun altro, poco importa, visto che volendo c'è molto da lavorarci. L'importante è che lo spirito dei camminatori della sèmita continui a diffondersi. I iprendendo il nostro discorso sui rifiuti, è utile ora vedere quali alternative ai termovalorizzatori possono essere usate per lo smaltimento produttivo degli stessi. Abbiamo parlato la volta scorsa della necessità di separare la frazione umida dal resto dei rifiuti in quanto per la sua natura, necessita un trattamento di tipo diverso. Abbiamo anche detto che questa frazione umida in realtà come la nostra può essere in gran parte assorbita dalle compostiere domestiche. Purtroppo però questo processo non è sufficiente per smaltire tutto l’umido che produciamo. Pensate, per esempio, ai ristoranti, agli sfalci delle aree verdi e così via. Questi prodotti che ora sono portati a discarica dove vengono trattati in un impianto di compost di secondo livello comportando però dei costi per lo smaltimento, possono essere riutilizzati con appositi impianti di modeste dimensioni, a misura della nostra realtà, per la produzione di compost e di biogas traendone quindi dei benefici economici ed occupazionali. Girovagando su internet si possono fare a tale proposito scoperte interessanti. “Oltre 2000 famiglie in India hanno già sperimentato un singolare brevetto. E’ un sistema innovativo che consente l’autoproduzione casalinga di biogas da scarti alimentari di tipo farinaceo e vegetale. Si tratta del Digestore Compatto sperimentato e realizzato dall’Appropriate Rural Tecnology Institute del Maharashtr. Con tale brevetto il gruppo A.R.T.I. ha vinto il premio Ashden per l’Energia Sostenibile nella categoria “food securety”. A tutt’oggi sono stati venduti e sperimentati più di 2000 impianti in case rurali e urbane nella regione dello Maharashtr dell’India. Il prodotto viene essenzialmente usato per la produzione di gas per la cottura quotidiana degli alimenti, nonché per l’acqua calda sanitaria. Il sistema consente di risparmiare in termini ambientali ed economici. L’ambiente verrebbe sgravato della presenza di rifiuti e nello stesso tempo si evita l’utilizzo di GPL e di petrolio che incidono gravemente anche sull’economia delle famiglie. Inoltre l’alimentazione dell’impianto è a costo zero in quanto si utilizzano solo ed esclusivamente scarti alimentari. Va evidenziato che la sostanza liquida espulsa dalla formazione del biogas può essere utilizzata da fertilizzante da giardino. La natura stessa delle sostanze alimentari inamidate e zuccherose, quali avanzi di sostanze a base di farina, grano rovinato, frutta matura o avariata, rizomi, scarti vegetali, avanzi di cucina, determina una più appropriata digestione dei batteri rispetto a quelle di origine animale utilizzate nel sistema convenzionale. Le caratteristiche energetiche del sistema fanno sì che il processo sia più veloce, più efficace e con minore utilizzo di materia rispetto al tradizionale impianto a biomassa animale. I pezzi devono essere sminuzzati fino a raggiungere un diametro massimo di due centimetri. Sarebbe ottimale associare un tritatutto elettrico o manuale da inserire sotto il lavandino. Quest’ultimo sarà collegato direttamente alla bocchetta di entrata del digestore.” Questa notizia, riportata da Ambra Fasano, ci descrive un impianto dal costo e dimensioni ridottissime adottato dall’UNESCO. Ma impianti di questo tipo possono essere realizzati di dimensioni tali che possano raccogliere l’umido in eccesso di intere comunità, vedi così Monaco di Baviera che utilizza un sistema di fermentazione a secco che consiste in una camera stagna dove vengono stivati rifiuti organici ed altre biomasse per la produzione di compostaggio. Questo processo utilizza energia per la ventilazione dell’impianto, il raffreddamento, il trattamento e la purificazione dell’aria in uscita ed il rivoltamento della biomassa. Dal punto di vista ecologico abbiamo una forte riduzione delle emissioni di CO2 utilizzando la biomassa come fonte di energia. La “digestione” della biomassa produce energia da fonte rinnovabile. In sostanza un impianto semplice con costi ridotti che produce energia non solo per autoalimentarsi, ma da distribuire per usi civili o domestici. Rinviamo alla prossima volta il trattamento di argomenti riguardanti le altre frazioni di rifiuto. Pierangelo Sanna R

[close]

p. 9

il levante Il nostro appuntamento mensile Un ritorno alle origini? Vecchio stazzo nelle campagne di Oviddè Caratteri e valenze della ruralità gallurese el nostro ultimo appuntamento volgemmo simbolicamente lo sguardo al nostro povero stazzo abbandonato, deserto e pericolante, conteso tra rovi e sterpaglie, rappresentazione malinconica di una dignità antica e ferita; testimone muto di fatiche e privazioni ma anche di giorni lieti e di sobria convivialità, di balli e di amori contesi, di racconti di vita e di leggende terribili, delle ire e dei capricci degli uomini, e del cielo. Immagine estrema, che noi useremo un po’ per semplificare e un po’ per non annoiare, talvolta a simbolo della nostra cattiva coscienza ma anche della pur tardiva buona volontà di voler cambiare le cose, debitori come siamo ad una terra da sempre povera ed ora ricca, forse solo temporaneamente, e per piacere altrui. In poche realtà rurali una tipologia insediativa identifica immediatamente un territorio divenendone un tutt’uno. La sobrietà che diventa armonia e la semplicità bellezza, in questi concetti che dal punto di vista paesaggistico sono semplicemente rivoluzionari, sta il fascino discreto e inconsapevole dell’insediamento rurale sparso della Gallura. Il contesto agrario e naturale, le forme delle strutture di contorno utilizzate per il governo degli animali, i tancati, gli attrezzi e tutte le testimonianze del vissuto quotidiano costituiscono parte integrante di un unico elemento di straordinario valore e significato. Servirà appena ricordare che gli stazzi sono stati costruiti per essere centri di un piccolo mondo, e che pur essendo stati abbandonati per ragioni principalmente economiche, mantengono molto spesso intatto il loro elevato valore abitativo in ragione semplicemente della loro particolare collocazione. Appare quindi evidente che tutte le azioni finalizzate alla tutela degli spazi rurali, alla indi- N viduazione e catalogazione dei vecchi stazzi, la elaborazione di una saggia normativa sulle ristrutturazioni e ampliamenti, debbano costituire una delle principali preoccupazioni per i comuni, impegnati nella fase di adeguamento dei piani urbanistica, e della Provincia, impegnata nella elaborazione del Piano Urbanistico Provinciale e nel Piano Strategico. Così esposto, il problema sembra ridursi ad una azione di tutela di un patrimonio architettonico e paesaggistico per destinarlo ad usi residenziali, magari con tanto di prato e piscina in “lu pastrucciali”. In realtà la questione è più complessa. Si deve intanto ammettere che la profonda crisi delle nostre aziende agro-zootecniche non pare risolvibile secondo le logiche tradizionali della specializzazione ulteriore delle produzioni, della meccanizzazione spinta, dell’aumento della dimensione fondiaria, così come non si intravvedono margini di miglioramento delle posizioni contrattuali nell’ambito della filiera agroalimentare. Questi argomenti sono ben noti anche a molti di quelli che lasciano intravvedere chissà quali prospettive di rilancio immediato, o peggio ancora, blandiscono il comprensibile malessere delle campagne per finalità non sempre chiare. Occorre quindi guardare oltre e con occhi diversi, sia alla evoluzione di un settore in chiave moderna, sia ad alcuni esempi positivi, pur presenti, che rappresentano non solo un esempio di successo imprenditoriale ma anche un modello cui fare riferimento. L’ agricoltura di oggi è sempre di più chiamata a svolgere una azione determinante verso la tutela e valorizzazione delle risorse naturali, nella gestione del paesaggio, nella valorizzazione del patrimonio culturale dei territori rurali, ed in definitiva a contribuire al generale miglioramento della qualità della vita. Questo è quanto esige una opinione pubblica sempre più attenta alle tematiche legate all’ambiente, e soprattutto quanto impone la evoluzione delle politiche agricole comunitarie. Prese molte scorciatoie, omessi impunemente autori e teorie economiche fondamentali, si può definire il complesso dei beni e servizi, prodotti materiali e immateriali ottenuti nel settore agricolo a vantaggio dell’intera collettività come il riconoscimento del ruolo “multifunzionale” della agricoltura. Lo sfalcio ed il pascolamento di prati e pascoli, il taglio delle siepi e la pulizia dei canali di scolo, la gestione dei boschi, la manutenzione delle strade di campagna, costituiscono tutta una gamma di servizi, a carico dell’impresa agricola, sempre più importanti per una corretta gestione del territorio. La stessa produzione di beni alimentari implica il soddisfacimento di nuovi bisogni, specialmente legati alla salubrità per l’uomo e per l’ambiente, a cui si aggiunge la crescente attenzione per la genuinità, ai legami tra prodotto e territorio, alle produzioni tradizionali. A questo punto però, appare abbastanza chiaro che quanto viene proposto come concetto di moderna multifunzionalità in realtà ci riconduce non solo alla riscoperta della natura complessa delle attività agricole, ma alla rivalutazione del concetto stesso delle funzioni di relazione dirette fra azienda e utenti o consumatori finali, che si realizza attraverso la vendita di prodotti aziendali e servizi. All’interno di un processo generale di promozione del territorio e di integrazione fra mondo rurale e attività turistiche, diventa imperativo per le nostre aziende pianificare ed investire in termini di multifunziona- Agosto 2011 - pag. 9 lità, ovvero nella manipolazione trasformazione e vendita diretta di prodotti agricoli, nel recupero e messa a coltura di antiche specie e varietà coltivate, nell’agriturismo, nella salvaguardia della selvaggina e utilizzo del territorio rurale anche a fini venatori, nella proposta di attività ricreative, culturali e sportive, nella promozione della ruralità e nella didattica. Il patrimonio complessivo della ruralità gallurese assume da questo punto di vista una valenza straordinaria e sembra offrire le più evidenti opportunità per ogn’una delle attività che abbiamo sommariamente elencato. Senza entrare nel dettaglio, la sola esperienza e diffusione delle attività agrituristiche, pur con molte ombre, testimonia della naturale vocazione di un territorio all’ospitalità. Gli esempi di integrazione di attività extra agricole, in genere di tipo culturale, che ci vengono da alcuni produttori di vino dell’alta Gallura sono la prova che l’interesse del consumatore va oltre il prodotto stesso, che esiste una aspettativa diversa rispetto alla nota fruizione balneare. Ci vuole coraggio e investimenti, programmi seri e unicità di intenti ai vari livelli istituzionali, ma i tempi sono maturi per promuovere, attraverso le singole iniziative, la creazione di percorsi enogastronomici su tutta la Gallura, e con essi quella particolare forma di turismo che sarà bene ricordare viene, per importanza appena dopo il mare e le città d’arte. E il vecchio stazzo? Rimesso a nuovo e ripulito sarà ben lieto di guardare accigliato il campo di grano o di fave, l’orto e la vigna, gli ulivi, dare riparo a “stragni” che adesso parlano in modo strano. Lui, multifunzionale lo è sempre stato, ed in fondo è rimasto se stesso. Gianpiero Meloni Mucche al pascolo nelle campagne di Montipitrosu

[close]

p. 10

il levante Agosto 2011 - pag. 10 Il Cirko Vertigo a San Teodoro Omaggio alla donna (di Gallura) el suo “Voyage en Corse, à l’Île d’Elbe et en Sardaigne) pubblicato a Parigi nel 1835, Antoine Valery dipinse un delicato affresco della donna di Gallura. Lo riproponiamo alle nostre lettrici per un critico confronto con le loro trisavole di oltre centocinquant’anni orsono. Oggi, le donne ( e non solo in Gallura, ovviamente!) tengono il passo con l’uomo ma, molto spesso, ne sopravanzano le capacità in numerosi settori, un tempo esclusivo appannaggio del sesso maschile. In magistratura, ad esempio, professione delicata e rischiosa che ha visto non molti anni fa una donna dirigire la procura generale penale dell’Unione Europea. Nella ricerca: basti pensare all’intuito e alla passione di Rita Levi Montalcini. Nella carriera militare: donne con le stellette, anche nei teatri di guerra, si contano a decine. In alcune stazioni di carabinieri troviamo al comando marescialli (o marescialle?) in gonnella. Ed ancora: in politica dove le donne- ministro fan valere il loro temperamento con grinta e decisione; nelle missioni spaziali; al comando di navi e traghetti; alla direzione di certi nodi ferroviari di delicata importanza; in avvocatura; al vertice di Confindustria e… l’elenco potrebbe allungarsi del doppio. Ma torniamo alla nostra donna di Gallura di Valery, stereotipo certo superato come in una vecchia fotografia color seppia, ma pur sempre ricco di un certo fascino. M.S. N ella sua breve tournée in Sardegna, reduce da un affollato programma di esibizioni nelle piazze di mezza Europa, Il Cirko Vertigo ha fatto tappa straordinaria a San Teodoro, esibendosi nella serata di domenica 17 luglio nell’Arena dell’Icimar (Museo delle Civiltà del Mare): un gradito omaggio che Paolo Stratta, direttore della Scuola di Circo di Grugliasco (Torino) e animatore del gruppo, ha voluto dedicare agli amici di San Teodoro. Costituito da una ventina di giovani artisti, ha dato vita ad una serata indimenticabile, proponendo a un pubblico attento ed emozionato, pezzi di grande bravura e spettacolarità. Mimi, giocolieri, trapezisti, equilibristi... tutti hanno dato il meglio di sé, catturando le simpatie e gli entusiasmi non solo dei bambini ma anche degli adulti. Gli artisti, insomma, sono stati in grado di comunicare non solo immagini ma sensazioni, emozioni, poesia. Il pubblico ha avvertito questo feeling sottile e profondo ed ha risposto con grande calore. Della compagnia circense facevano parte gli artisti: Michael Capozzi, presentatore; Salvatore Cappello, cinghie; Aurelia Eidemberger (Austria), corda molle; Sara Fanlo Bayo (Spagna), trapezio; Gianluca Gentiluomo, corda aerea; Marta Izquierdo (Spagna), verticali; Chiara Marchese, corda molle; Rafael Martins (Brasile), monociclo; Pol Meijas (Spagna), scala libera; Luca Marrocchi, palo cinese; Garazi Pascual (Spagna), filo teso; Rosalie Schneitler (Spagna), scala libera; Sandra Viol (Svezia), verticali; Anibal Virgilio (Cile), trapezio; Simon Murira (Kenja), scala libera; Juan Ignacio Tula (Argentina), roue Cyr; Uiliames Bispo de Almeida (Brasile), giocoleria, scala libera. Bellissime, infine, le musiche d’accompagnamento proposte da Beppe Turletti. N Réunion pour travailler la laine (1822) Graminatorgiu in Tempio “Le donne della Gallura hanno anch’esse il talento d’improvvisare, e l’esercitano, alternando canzoni mentre tessono la lana; e quando sopraggiunge un forastiero, una di quelle Corinne villereccie si alza, gli presenta un fiore, accompagnandolo con qualche strofa. Un tristo caso risveglia pure il loro estro poetico: codeste popolari poetesse sono famose per la mestizia de’ loro lamenti recitati sopra il cadavere e nelle esequie. I vari dialetti di Sardegna che si piccano tutti di essere il vero e primitivo linguaggio sardo, miscuglio d’arabo, di spagnolo, d’italiano, di greco, di cartaginese, di latino, sono dialetti colti, poetici. Il dialetto della Gallura, il più moderno, e che sembra un pisano corrotto, è al tempo stesso grazioso, tenero, appassionato o satirico.” In alto al centro: gli artisti del Cirko Vertigo. Sopra a sinistra: giochi d’equilibrio. Sopra a destra: giochi d’equilibrio. A lato: un momento del commiato dal pubblico.

[close]

p. 11

il levante Agosto 2011 - pag. 11 LA CUCINA GALLURESE a cura di Angela Bacciu L’antica arte del coltellinaio ’è un’arte antica che gira il mondo tra lame, corna di mufloni o cervi meticolosamente selezionati. Le prime tracce, in Sardegna, della lavorazione risalgono a 15 mila anni fa, quando l’uomo, antenato del protosardo, con i primi rudimenti di abilità manuale, modella la pietra; successivamente forgia i metalli e con l’affinamento e maestria passa alla realizzazione di spade, frecce e coltelli. La Sardegna può essere senz’altro definita terra di metalli e di coltelli: la storia del coltello è storia di arte, di cultura, di lavoro. Il boom del turismo, l'emergere del collezionismo, la rivalutazione dell'artigianato tipico come elemento di identificazione etnica e soprattutto la crescita professionali dei coltellinai hanno consentito l'affermazione e il rilancio del coltello sardo a livello internazionale. È arte tramandata dai fabbri, la sapienza dei ferraioli di un tempo che da circa 25 anni Francesco Piredda ci ripropone con grande passione e professionalità trasformando il tutto in un artigianato di qualità raffinata. Affascina la sua passione che ha Pululgiòni di bròcciu: ravioli di ricotta on della farina di grano, due uova fresche, e qualche pizzico di sale si prepara una grande sfoglia di pasta ben lavorata. In una capace terrina si prepara il ripieno, tagliando in pezzi e amalgamando una mezza fiscella di ricotta, cui si aggiungono due cucchiai di farina, del prezzemolo sminuzzato o anche della menta, fino ad ottenere un impasto di media consistenza. Presso alcune famiglie galluresi si usa utilizzare dello zucchero (un tempo del miele) che darà all’impasto un gusto speciale e a molti gradito. Ora si prende la terrina e con un cucchiaio si preleva l’impasto e lo si depone in minuscoli cumuli lungo file parallele, distanziate di circa 7 cm, sulla metà della sfoglia preparata. Una volta completato il posizionamento del ripieno, si ricopre il tutto con l’altra metà della sfoglia, premendo la pasta attorno al ripieno con le dita. A questo punto con una rotella dentata si ritaglia la pasta in tanti quadrati e “li pululgiòni” sono pronti alla cottura. Mentre la pasta col ripieno asciuga sulla tavola, la massaia prepara la bagna, il sugo di pomodoro insaporito col basilico. Nella pentola d’acqua bollente, con aggiunta di sale, versa quindi “li pululgiòni” badando che non si aprano. Quando vengono a galla ben rigonfi è segno che sono pronti: con l’aiuto di una mestola forata li si leva dalla pentola e li si adagia in un largo piatto da portata a strati che verranno abbondantemente affogati nel sugo. Generose spruzzate di formaggio pecorino, o vaccino per chi lo preferisce, completeranno la preparazione di questo piatto rustico ma delizioso. In passato li si preparava piuttosto grandi perché dovevano soddisfare l’appetito robusto di gente che lavorava duramente dall’alba al tramonto nei campi; oggi si usa farli molto più piccoli. C C Francesco Piredda ggi non usa più, ma un tempo, fino agli anni Sessanta, molte famiglie nel periodo di carnevale e, in genere, nei giorni festivi, si ritrovavano per trascorrere insieme la serata e anche parte della notte. Erano incontri festosi e le persone, in quelle occasioni, organizzavano spesso dei balli più o meno improvvisati: veniva chiamato qualche musicante di fisarmonica o, in alternativa, si utilizzava il giradischi, e si faceva musica. In particolare si ballava il valzer, la mazurka, qualche marcetta ed altro. I galluresi erano considerati dappertutto degli ottimi ballerini. Questi incontri avvenivano ora in una, ora in un’altra famiglia; anche senza il telefono, la voce che in quel determinato giorno si faceva festa in quella tale famiglia, correva di casa in casa, di frazione in frazione. Questa antica tradizione richiamava un gran numero di persone non solo dalle frazioni o dai paesi vicini ma anche da posti abbastanza distanti: Olbia, Arzachena, Tempio. Alle danze prendevano parte anche ragazze molto giovani che venivano accompagnate dai genitori. Gruppi di giovani arrivavano in Gallura con i mezzi più disparati per trascorrere una serata in compagnia. Ricordo che un giorno alcuni ragazzi viaggiarono precariamente sistemati nel cassonetto di una motocarrozzella (roba d’arresto!). Il fatto dimostra quanto fosse forte per i giovani il richiamo di quelle festicciole. D’altra parte, anche se gli intrattenimenti si svolgevano in case private, il forestiero era sempre il benvenuto e non era richiesto alcun invito e nessun obolo; tutto si svolgeva con semplicità e cortesia. Quando arrivavano dei forestieri, venivano accolti con il saluto tradizionale di “benvinutu lu stragnu”, benvenuto il forestiero. Non di raro in quelle serate festose fiorivano simpatie, amicizie e persino amori che spesso si concludevano col matrimonio. Le case dove si svolgevano queste feste non erano solo luoghi di sano divertimento, ma soprattutto di socializzazione. Col tempo la televisione, le sale da ballo a pagamento e, successivamente, le moderne discoteche, hanno sostituito questa bellissima tradizione gallurese del ballo in famiglia. Gianni Becchere O Antiche usanze Corna di muflone influenzato anche i suoi studi con una laurea sul coltello sardo presso la facoltà di scienze politiche di Cagliari. Piredda coordinerà dal 18 al 21 agosto la seconda edizione della rassegna "coltello sardo d'autore", presentata dal comune di Budoni in collaborazione con l'associazione commercianti, artigiani e artisti "Il lido". Le quattro serate saranno una grande vetrina per i migliori coltellinai di tutta l’isola. “Un coltello senza filo è come un uomo senza l’anima” - sostiene Piredda - cerco di non dimenticarlo mai quando costruisco l’undicesimo dito dei sardi, il nostro meraviglioso coltello”. Si producono tantissime tipologie di coltelli che vanno ad identificare caratteristiche del luogo. Si va dal coltello “Arburese” di Arbus a quello “Guspinese” di Guspini, dalla resolza di Pattada alla “rasogghja” famosissimo coltello gallurese, oggetto di culto e di collezionismo. A.B. Spigolature ulla spiaggia di Brandinchi (quella che quattro stupidi fissati s’incaponiscono ancora a chiamare Tahiti), di mattina presto due ragazzi coi rastrelli ripuliscono l’arenile dalle alghe. Si avvicina una signora tutta pimpante e con una gran voglia di attaccare discorso: “Buongiorno, lavoratori! Siete di qui, vero?” “Buongiorno a lei. Siamo di San Teodoro.” rispondono i due. “E ditemi, perché quest’anno la spiaggia è sporca? È piena d’alghe.” “Signora cara - le spiega con calma Pétru - l’alghi di lu mari no so’alga di muntinàgghju, no imbruttani... so’ cosa naturali...” “Sporcano, sporcano, eccome, e sono fastidiose!” - insiste lei caparbia. “Qui col tempo le cose peggiorano; tre anni fa la spiaggia era molto più bella”. A questo punto l’altro giovane perde la pazienza e le risponde per le rime: “Signò, forsi aéte rasgioni, ma ment’e voi tre anni faci érati più beddha”. La donna fa una smorfia: “Maleducati!” - grida ai due, e si allontana borbottando. S San Teodoro Anni Venti: ballo sull’aia

[close]

p. 12

il levante Agosto 2011 - pag. 12 Sport in Gallura Calcio Teodorino Due righe al Signor Sindaco ul numero di luglio de Il Levante abbiamo pubblicato una garbatissima letterina di un gruppo di ragazzini che invocavano, dal primo cittadino di San Teodoro, la concessione di un terreno da usare come campo da calcio... Gli impegni del dott. Meloni sono certamente tanti: tali da assorbirlo interamente nelle sue faticose incombenze. Tuttavia... un’occhio di riguardo i nostri giovani campioni in erba se lo meritano; non foss’altro per quel “lustrissimo signor Sindaco” che fa tanta tenerezza! S Una formazione di II categoria. (In basso, il terzo da sinistra l’attuale sindaco di Loiri Inzaina). Il filo rosso della memoria si snoda grazie alla collaborazione di Sandro Brandano che di questa antica (e recentissima) passione è stato per anni animatore. E dalla sua passione emergono racconti recenti, divertenti, bizzarri, curiosi... Eccone alcuni scorci. vevamo bruciato le tappe: iscritti al primo campionato nel ’69, la vittoria nel ‘70 e, dopo aver superato i successivi spareggi-promozione, giocati contro la Dorgalese e la Kennedy Sorso, venimmo promossi alla categoria superiore, con la concreta possibilità di incontrare squadre di centri come Oristano e Siniscola, che avevano già un passato calcistico alle spalle. L’euforia aveva contagiato la maggior parte della popolazione. Però come in tutte le democrazie, anche da noi vi erano quelli che, non potendo svolgere un ruolo di primo piano all’interno della squadra, avevano cercato di intralciarne sforzi e obiettivi. Era nato un movimento a cui i teodorini avevano dato l’appellativo di “lega”, “chissi di la lega”. Avete capito bene, in San Teodoro e non altrove, si era formato un movimento di accaniti contestatori, di “ligósi” (caparbi bastian-contrari) che imperversavano nei bar e al campo sportivo e, quando i risultati erano scadenti, in verità quell’anno poche furono le sconfitte, il godimento raggiungeva livelli di ubriacatura da test-alcolico. Inizia il nuovo campionato molto più impegnativo, che costringeva la nuova dirigenza a trasferte molto giacché si dovevano raggiungere persino località del Medio Campidano. Con il nuovo presidente “zio Careddu” e con questo tipo di trasferte, si era costretti a volte a mangiare nei ristoranti per arrivare alla partita riposati. Per una trasferta molto insidiosa, contro la Aeden di S. Giusta siano partiti addirittura il sabato sera, con pernottamento presso l’albergo Firenze di Oristano. Per il periodo era un salto di qualità come efficienza organizzativa. Grande fu lo sgomento dei locali quando ci videro passeggiare Andrea, Matteo, Federico ed Emanuele Bacciu, Simone Rubino A dopo cena, quasi fossimo una squadra di categoria superiore. Per la cronaca la partita, molto tirata e combattuta, finì con la vittoria della squadra di casa per 1- 0. Il gol fu una madornale disattenzione del portiere teodorino che, guarda caso, era il sottoscritto. Il campionato fu vinto dalla squadra del S. Giusta e noi ci classificammo solo quinti. Una notazione di merito va al presidente Careddu per tutto l’amore, la passione ed il tempo che dedicò alla squadra di calcio. Durante le gare interne non era raro vederlo armeggiare attorno alla recinzione con tenaglie e filo di ferro mentre aggiustava le smagliature o quando, sempre in una gara di campionato, venne giù il legno della traversa e, lui, senza perdersi d’animo, con pochi arnesi e due tavole ripristinò l’asse e la partita finì, per la cronaca con una nostra vittoria. Altra figura mitica del calcio teodorino era il massaggiatore Edoardo Raspitzu che il presidente aveva voluto nel gruppo della società. Di professione macellaio, sapeva intervenire sapientemente e curare strappi e slogature. Il bravo e solerte Edoardo durante la settimana si prendeva cura delle divise e ci tirava a lucido, con il grasso, le scarpette che utilizzavamo durante le gare. Primo tesseramento

[close]

Comments

no comments yet