Il Levante - Luglio 2011

 
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Periodico di cultura, ambiente e informazione

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il Periodico di cultura, ambiente e informazione levante ISTITUTO DELLE C I V I LT À DEL MARE San Teodoro - Luglio 2011 distribuzione gratuita La bella addormentata Volevamo la Provincia, ci hanno dato una provincietta. olevamo la Provincia, ci hanno dato una provincietta. Una provincietta cucinata a spezzatino; tutta da ridere, a mezzadria con Sassari e Nuoro. Il povero cittadino gallurese non si raccapezza più: prefetto a Sassari e prefetto a Nuoro, questore a Sassari e questore a Nuoro; idem per Camere di commercio, uffici delle entrate, comandi dei carabinieri, della guardia di finanza... e, dulcis in fundo, ad amministrare la giustizia tre tribunali: uno a Tempio, uno a Sassari e uno a Nuoro: così i galluresi sono serviti. Alla faccia del giudice naturale. Neanche al tempo degli spagnoli, maestri nelle spartizioni più spericolate, vi era tanta ridicola confusione. Insomma, una provincia come pura espressione geografica. Naturalmente, per non stare indietro, anche la Chiesa accampa tre diocesi diverse: Tempio, Ozieri, Nuoro. Povera mia terra, poveri galluresi. Dorme, la bella addormentata, e neanche Il gallo di Gallura riesce a destarla. Il gallo, poverino, è da tempo arrochito; si è sgolato per anni gridando inascoltato la sveglia, ed ora se ne sta muto e taciturno, a cresta bassa, nel cantuccio più buio del pollaio. E i nostri politici che fanno? Loro sono indaffaratissimi a ponzare il poi, non hanno tempo per ascoltare invocazioni e richiami, per accorgersi dei malanni e delle disgrazie dei loro conterranei. I più abili e manovrieri di essi hanno fatto fortuna, hanno messo grasso, e casa a Cagliari, a Roma, a... Ora vivono tra gente importante, non ricordano da dove son venuti. Galluresi, amici miei, abbiamo mal riposto la nostra fiducia, forse ci siamo affidati alle persone sbagliate. Ora lo sapete, ora lo sappiamo. Voi conoscete chi ha lavorato per la nostra terra e chi ha fatto solo gli affari propri, conoscete gli amici e chi amico lo è solo a parole. La Gallura ha tanti nemici fuori e in casa, e quelli di casa, credetemi, sono i peggiori perché i più subdoli e pericolosi. Appartengono a una razza speciale, solo il venticello delle elezioni li sveglia e gli mette brio. Torneranno, torneranno. Sorridenti e disponibili verranno a casa vostra. A chiedervi il voto. Non credetegli, “è ghjènti sfidiata e faulàgghja”. Guardateli fissi negli occhi e ditegli: «E tu ca’ séi?... éu no ti cunnoscu!» “Buchéticilli in còsti”. Oggi soffia il levante. Salvatore Brandanu Il caro traghetti n’estate di “vacche magre” per l’intera Sardegna: dalle spiagge dorate della Costa Smeralda a quelle meno gettonate (ma altrettanto affascinanti) di Alghero, Stintino, Baia Chia, Poetto, Olbia… Un’estate in cui i cronici problemi occupazionali diventano terreno di contestazione se coniugati con quelli che derivano dal drastico e purtroppo irreversibile calo delle presenze turistiche. I dati forniti dalle varie associazioni di categoria, sono drammaticamente allineati: 130 mila presenze in meno (sino ad oggi) rappresentano per l’Isola il crollo di un’idea di riscatto per un’intera stagione. Il flusso turistico ha dunque segnato una disastrosa battuta d’arresto: quali le cause? Ma, soprattutto, quali rimedi (sia pur tardivi) è possibile attuare per limitare i danni che, con un “effetto domino”, ricadranno nei prossimi mesi non solo sulle strutture alberghiere e ricettive ma su esercizi commerciali, piccoli imprenditori, artigiani, operatori turistici? Andiamo dunque per gradi. Il primo ed incontestabile dissuasore alle vacanze in Sardegna è stato indubbiamente attuato da un’indiscriminata e inspiegabile lievitazione dei prezzi dei traghetti. Il costo del biglietto per la traversata di una famiglia media (due genitori, due figli e l’auto) è salito di un buon 60 per cento rispetto allo scorso anno. E questo a fronte di offerte non solo da regioni italiane a vocazione turistica ma anche da proposte in località altrettanto suggestive in Croazia, Isole Greche, Malta, Egitto e giù di lì…A conti fatti, una vacanza di 15 giorni sul Mar Rosso in alberghi a cinque stelle, viaggio in aereo compreso, costa meno di un soggiorno nell’isola. I rimedi? Uno, nessuno e centomila. A cominciare dall’iniziativa della regione di creare una flotta propria, sia pure sulle sole rotte Civitavecchia - Golfo Aranci e Vado Ligure-Porto Torres. Sta di fatto che le compagnie di navigazione (o dovremmo chiamarle associazioni di cartello?) hanno immediatamente ribassato le tariffe, all’indomani delle prime traversate targate Regione! Ma ci vuol ben altro per recuperare la credibilità del popolo di vacanzieri che ancor oggi rappresentano per la Sardegna un’ innegabile fonte di benessere, anche se limitata per pochi mesi all’anno.Una politica volta a considerare il turista (italiano o straniero) non il classico pollo da spennare, abolendo tasse e balzelli sul suo soggiorno (leggasi: parcheggi e lievitazioni giornaliere dei prezzi) ed incrementando invece l’offerta culturale per rendere più gradevole il soggiorno di chi sceglie la nostra Regione non solo per le spiagge ed il mare. Mario Stratta U V Nave in arrivo al porto di Olbia SOMMARIO: La bella addormentata - Il caro traghetti - Cirko Vertigo - La rete virtuale approda al Museo delle Civiltà del Mare - Sèmita: San Teodoro su due piedi - Ma quanto sono cresciuti questi sardi? - Quale destino per la medicina del territorio - Il gioco ci aiuta a crescere? - Itinerari della Gallura - Fino a quando? - Perché parliamo gallurese? - Poeti del ‘700 - Le risorse... rifiutate Un ritorno alle origini? - Suspiri di lu me’ córi… - L’aeroporto di San Teodoro - La cucina gallurese - Antiche usanze - Sport in Gallura - AAA: campetto cercasi a sala è piena. Antòni Maria, seduto in prima fila, segue annoiato il discorso della giovane conferenziera. Questa, instancabile, la tira per le lunghe: voi Sardi qui, voi Sardi lì… e nel dire ciò fissa di tanto in tanto con aria di rimprovero Antòni Maria. All’ennesimo “voi Sardi”, il brav’uomo non ci vede in più; si alza in piedi e rivolto alla relatrice l’apostrofa: “Bèddha cioana, e m’intinditi? Séti un’óra a ciarrulètta e ancóra no sapéti mancu undi v’agattéti e a ca’ séti faiddhendi. Rispalmiétivi li casciali, chinci Saldi no cinn’ha, sèmu tutti Gaddhurési!” L Effemeridi

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il levante Luglio 2011 - pag. 2 WWW.ICIMAR.IT La rete virtuale approda al Museo delle Civiltà del Mare San Teodoro capofila di una rete di musei satelliti a storia del circo con l’utilizzo di animali feroci o comunque esotici per il diletto dell’uomo affonda le proprie radici nella notte dei tempi. Assiri e Caldei, Egiziani e Romani da ultimo offrirono al loro pubblico scene (spesso cruente) di giochi per la vita tra uomini e belve. Con il passare dei secoli gli animali vennero sempre più relegati al ruolo di comparse, umiliati, sfruttati sinchè si affermò timidamente un tempo e sempre più con forza ora, l’idea di fare un circo senza animali, senza l’utilizzo e lo sfruttamento di questi nostri compagni di vita, figli di un dio minore. E’ il concetto che sta alla base della scintilla che ha acceso in Paolo Stratta l’idea di Cirko Vertigo. Acrobati, giocolieri, funamboli, trapezisti sono i veri ed unici protagonisti di questo “Cirque Déco, caleidoscopio delle multiformi gesta di uomini intrepidi e talentuosi fenomeni” che l’arena dell’Icimar ospiterà la sera del 17 luglio alle 21.00 Ci auguriamo una platea straboccante per questa tappa teodorina del Cirko Vertigo che toccherà Palau, Ossi e Carloforte. M.S L l Museo delle Civiltà del Mare ha, di recente, aderito alla rete dei musei della Sardegna mettendo a disposizione del competente Assessorato la propria collezione archeologica. Con questo accordo anche il nostro spazio di via Niuloni si è inserito in un circuito virtuale che rende notorietà e uniformità a tutte le ricchezze sarde. Si tratta di una postazione mediatica semplicissima, modulata sulle principali lingue straniere, che permette al visitatore di muoversi agilmente attraverso tutta la Sardegna con dei canali tematici legati alla cultura, all’arte, all’archeologia. È stato creato, forse per la prima volta, un sistema omogeneo di identità visuale che valorizza ed esalta l’immenso patrimonio della storia e della cultura sarda. Per ogni sezione, e micro-regione (sono anche presenti dei vasi recuperati dalle acque di San Teodoro nelle ricostruzioni in 3D), è possibile ammirare foto e filmati in altissima definizione, corredati da mappe e percorsi multimediali che permettono di raggiungere qualsiasi luogo degno di nota; il tutto arricchito da commenti sintetici di alto livello scientifico, spogliati dalla solita retorica nella quale si cade spesso parlando del patrimonio culturale tout court. Tutta l’applicazione è semplice ed elegante allo stesso tempo, con accompagnamento musicale sobrio e raffinato; finalmente, insomma, uno strumento utile e prezioso per la comunità e non fine a se stesso. Anche in questo modo il nostro deposito museale tenta di rivitalizzarsi di continuo fuggendo la noiosa definizione di mero contenitore di pezzi antichi. Con l’ausilio di queste apparecchiature il museo dell’Icimar, pur in assenza di sovvenzioni, ambisce ad avere un ruolo tutto nuovo nel panorama culturale della Gallura. Partendo infatti dallo straordinario museo archeologico di Olbia, arricchito oggi dall’esposizione di un altro grande relitto di recente restaurato, San Teodoro punta ad assolvere il ruolo di capofila in una necessaria rete di musei satelliti attorno alla grande collezione olbiese. Oltre ai numerosi reperti riemersi dalle acque annovera, infatti, nella sua biblioteca, rare riviste di archeologia subacquea, molte delle quali uniche per l’Isola. Non solo musei contenitori, quindi, ma anche esposizioni a cielo aperto nei sentieri culturali con un unico ed omogeneo sistema di lettura del territorio gallurese, con le testimonianze, oltre a quelle teodorine, di Telti, Budoni, Loiri ed Arzachena. Venite a trovarci! Giuseppe Pisanu I Gli artisti di ArTeo in mostra Il gruppo artisti teodorini “ArTeo” inaugura con una collettiva permanente i locali dell’EX-Cò (vecchio Comune) in piazza Emilio Lussu. A partire dal 9 luglio (ore 21-24), il pubblico potrà ammirare i lavori di: Franca Addis; Maurizio Aldovrandi; Luciana Belotti; Grazia Chisu; Nevino Cuccu; Elfriede Daeuber Demuru; Gavino Galante; Wanda Miglietta; Bruna Padula; Domenico Perrotta; Rita Pitzus; Bruno Raineri; Rosario Scavo; Anna Termini; Lucia Giovanna Zani. IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno I - N° 2, luglio 2011. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro, Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (OT) - Tel. 0784/866010 - Fax. 0784/866180 E-mail. segreteria@icimar.it segreteria@pec.icimar.it- www.icimar.it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Salvatore Brandanu. Condirettore: Mario Stratta. In Redazione: Gian Piero Meloni, Giuseppe Pisanu, Costantino Pes, Sandro Brandano, Ivan Ponsano. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu. Via Madagascar, 11 - 07026 - Olbia tel. 0789562066 - fax 078951999 - www.cedcenter.it - E-mail info@cedhr.it

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il levante Luglio 2011 - pag. 3 Sèmita: San Teodoro su due piedi an Teodoro, parafrasando il titolo di un bel film di un paio d'anni fa, è “no country for walking men” (non è un paese per camminatori). Le strade di collegamento tra le borgate non hanno spazi per pedoni o biciclette; chi si azzarda, per esempio, ad andare a piedi da Badualga a San Teodoro, una distanza di 23 kilometri (1/4 d'ora di buon passo), lo fa a suo rischio e pericolo, camminando su un risicato bordo strada. Creare spazi appositi per le amministrazioni pubbliche non è facile. Forse quello che manca alla base, però, prima ancora dei mezzi, è la cultura del camminare, dato che il trasporto su mezzi a motore è privilegiato quasi sempre, anche nel tempo libero, con diverse iniziative esclusivamente dedicate ai motori su due o più ruote. Fino a una trentina di anni fa non era così: senza molte remore i genitori mandavano i figli alle medie a San Teodoro a piedi dalle borgate vicine. Certo, il traffico era minore, inoltre ci si muoveva così perché non c'era altra scelta. Se ora molti non fanno più di pochi metri a piedi, è perché questo gli ricorda le difficili condizioni economiche del passato? Se questo succede per i percorsi della vita quotidiana, lo stesso si può dire per i sentieri del tempo libero: San Teodoro, che basa gran parte della ricchezza sulle attrattive del suo territorio (costiero), non ha, che mi risulti, nessun sentiero predisposto, con l'eccezione di una striscia a est della laguna e, alcuni sentieri in preparazione nella zona di Monti Niéddhu a cura della Forestale. Eppure molto ci sarebbe da scoprire e valorizzare. Percorsi naturalistici, tra cui, oltre alla zona di Aresola e Monti Niéddhu, scelte meno ovvie come Monti Almuttu, Punta Altora, Ospola, Montipitrosu, che per un breve periodo ha ospitato un "sentiero della macchia mediterranea", ora ricoperto dalla vegetazione. San Teodoro può offrire anche percorsi storici: antichi sentieri, strade per i carri a buoi (camini di càrrulu), vecchie dispense di carbonai e rifugi di pastori; perfino siti preistorici, ancora tutti da valorizzare, con notevole ritardo su altre parti dell'isola. Una buona sentieristica farebbe conoscere il territorio ai ragazzi del posto, che spesso non conoscono bene il luogo in cui vivono. Inoltre, poiché si sente il bisogno di allungare la stagione turistica, i sentieri aiuterebbero a sviluppare il turismo attivo, ideale per i mesi meno caldi. Alcuni anni fa a San Teodoro si formò un'equipe di ricerca che presentò un progetto al Comune. Questo prevedeva un lavoro di studio e mappatura del territorio teodorino, mirato alla creazione di alcuni percorsi". Il motivo del cambiamento proposto, non è solo legato alla spersonalizzazione dell'iniziativa (Sèmita), ma al fatto che il progetto non prevedeva solo sentieri montani, ma anche di costa, aspetto che con la modifica fatta in sede di revisione, andava perso. In cosa si era sbagliato? I tempi non erano forse maturi? Fatto sta che finora la situazione non è cambiata di molto. Scriviamo queste righe per rilanciare l'idea. Che sia portata avanti dal gruppo di partenza, o da qualcun altro, poco importa, visto che volendo c'è molto da lavorarci. L'importante è che lo spirito dei camminatori della “sèmita” continui a diffondersi. Costantino Pes S MA QUANTO SON CRESCIUTI QUESTI SARDI! In Sardegna, negli ultimi sessant’anni, secondo l’Organiz- zazione mondiale della Sanità (OMS),si è registrato fra le nuove generazioni il più elevato incremento della statura media al mondo. Questo, secondo diversi ricercatori, è riconducibile a vari fattori: 1) selezione sessuale, 2) Movimenti migratori, 3) Dieta. Per quanto riguarda la selezione sessuale, è stato evidenziato che i maschi adulti più alti hanno probabilità maggiori di sposarsi e quindi di riprodursi rispetto ai maschi adulti di bassa statura; ciò è stato dimostrato anche da uno studio effettuato, proprio in Sardegna ,sulla popolazione di Alghero. I movimenti migratori, quindi, con l’arrivo di popolazioni a statura più elevata possono influire,attraverso la trasmissione familiare, su uno sviluppo staturale più elevato dei discendenti. La dieta, poi, ha una importanza determinante, in quanto una maggiore disponibilità di cibo determina la nascita di figli più alti. Studi effettuati sulla prole di immigrati a bassa statura, come sardi e siciliani, in U.S.A. hanno potuto dimostrare che i figli nati nel nuovo ambiente, ricco di grandi risorse alimentari, avevano uno sviluppo staturo-ponderale superiore ai fratelli nati nel paese di origine. In Sardegna almeno fino alla fine del XIX secolo, le risorse alimentari sono sempre state insufficienti a causa delle ripetute carestie e pestilenze e del diffuso grado di povertà imposto alla popolazione dalle varie dominazioni straniere che si sono avvicendate nell’Isola. È stato proposto che anche l’eradicamento della malaria, nel secondo dopoguerra, abbia contribuito all’aumento della statura in Sardegna; studi antropometrici su reperti fossili hanno accertato, infatti, che l’altezza media dei sardi, in età nuragica, cioè precedentemente alla diffusione della malaria, era pari a m. 1,66, e quindi superiore di 3-4 cm. a quella dei Sardi del 1850. L’introduzione del plasmodio della malaria da parte dei Cartaginesi, giunti in Sardegna nel VI secolo a.C., dette inizio ad un’epidemia, costante per oltre due millenni, che compromise lo sviluppo fisico delle persone insediate nelle zone malariche. Alessandro Testaferrata Docente di pediatria - Università di Siena Andamento del valore medio della statura in Sardegna. I cambiamenti politici e socio-economici, che sono avvenuti nel Secoloscorso, hanno influito,in maniera determinante, sullo sviluppo staturale dei sardi. Le statistiche rivelano, infatti, che, nell’arco temporale 1894-1990, la popolazione delI’Isola ha avuto un incremento di statura di 1,13 cm./decade contro lo 1,06 cm./decade del resto d’Italia. Salvatore Spano e le suggestioni del mito Da qualche giorno una grande tela orna la sala dell’Ufficio postale di San Teodoro. Il dipinto, opera dell’artista Salvatore Spano, evoca una suggestiva notte “nuragica”, con tre guerrieri cornuti a guardia della torre, in primo piano e, alle spalle, un cielo incombente, brulicante di astri, solcato da rutilanti asteroidi di fuoco che si avvicinano minacciosi alla terra. Alta, sul lato sinistro, nel silenzio notturno, una navicella naviga i sentieri insonni del cosmo. Ancora una volta Salvatore Spano si accosta al mito. Lo fa con tecnica esperta e sensibilità matura, consegnandoci un’opera ricca di fascino. (s.b.) San Teodoro: un sentiero di montagna

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il levante Quale destino per la medicina del territorio? Le ultime rivoluzioni telematiche sono una novità che ha travolto nell’ultimo anno i medici di famiglia. La pressione burocratica sta sempre di più comprimendo i tempi che i medici del territorio dedicano ai loro pazienti e sempre di più ci avviciniamo ad essere considerati burocrati della sanità, passacarte e trascrittori di ricette ordinate dai cosiddetti “specialisti”. La clinica, l’attenzione all’anamnesi, l’applicazione della semeiotica e la ricerca diagnostica non sono più i cardini e le regole del lavoro sanitario, ma siamo diventati esperti in note, circolari sanitarie, pannoloni, traverse, certificazioni legali. In ogni piano sanitario nazionale o regionale viene demagogicamente posto al centro di tutto la rivalutazione del medico di famiglia quale elemento essenziale nella gestione del malato visto come persona. In realtà la sanità sta sempre più diventando ospedalocentrica, i finanziamenti, le risorse sono tutte per i centri specialistici; vediamo la corsa all’acquisto della risonanza magnetica di ultima generazione, delle più sofisticate attrezzature e vediamo dall’altra parte che negli ambulatori di guardia medica le attrezzature sono qualche ferro arrugginito, a volte mancano gli aghi da sutura, non vi sono farmaci, neanche un computer o un banale cellulare di servizio. Questo nel 2011 nella nazione che ha il secondo sistema nazionale al mondo dopo quello francese. Noi medici di famiglia siamo abbandonati a noi stessi, il SSN si ricorda di noi solo quando dobbiamo fare i vaccini antinfluenzali, una delusione. Ci si lamenta poi che i pronto soccorso e gli Ospedali siano al collasso, certo questo dipende essenzialmente dagli scarsi investimenti strutturali che la parte pubblica fa per consentire alle cure primarie di fornire concretamente il primo soccorso e un’assistenza domiciliare vera e propria alle persone fragili. Tutti i medici di famiglia, indistintamente, fanno miracoli nel loro lavoro quotidiano, senza un infermiere e un segretario, effettuando decine di ore d’ambulatorio al giorno, recandosi ancora a domicilio del paziente, cercando di conservare ancora quell’immagine duplice di uomo di scienza e di uomo delle conoscenze, reperibile dodici ore al giorno attraverso il cellulare. Oggi non è più possibile andare avanti con questo sistema che porterà nei prossimi dieci anni alla mancanza di 20/25 mila medici di famiglia, lavoro non più allettante sia sotto il profilo economico che professionale. Chi vuole la nostra estinzione? Non siamo più indispensabili per il Servizio Sanitario Nazionale? Eppure credo che il nostro impegno, il nostro atteggiamento che in parte deriva dalla romantica figura del medico condotto dell’800, sia quello giusto, vicino alle persone; non ci sono onorari e ticket che si frappongono tra noi ed i cittadini. Il mondo specialistico e in parte quello ospedaliero vedono il territorio soprattutto con gli occhi del libero professionista come fonte di guadagno fine a se stessa e lo stato ci trasforma in medici di serie B (non possiamo chiedere tomografie computerizzate, risonanze magnetiche, scintigrafie). Quest’anno nessun medico ha fatto domanda per effettuare la guardia medica turistica nel nostro Comune. Perché? Credo che i responsabili della sanità pubblica e delle istituzioni debbano iniziare a riflettere e ad analizzare il problema in tutta la sua gravità e drammaticità. A mio parere è arrivato il momento di ripensare in toto all’organizzazione della sanità territoriale attraverso un razionale uso delle risorse presenti, attraverso riforme strutturali, attraverso la realizzazione di équipes che lavorino in collaborazione e non più in contrasto per questioni di interesse privato, fornendo ai medici del territorio quegli strumenti indispensabili per poter fare finalmente i medici e non i burocrati. Libertà prescrittiva e di scelta secondo le linee guida internazionali o protocolli condivisi, reale gestione dei pazienti affetti da patologie croniche come diabete, scompenso cardiaco, ipertensione, utilizzo della telemedicina, prenotazioni specialistiche, visione diretta della cartella clinica ospedaliera dei propri pazienti, gestione dei codici bianchi, dell’emergenza e quant’altro. Dopo trentadue anni di medicina del territorio ho ancora la Luglio 2011 - pag. 4 speranza che qualcosa possa essere fatto nella direzione che ho appena descritto. Non ci sto all’eliminazione del medico di famiglia: noi siamo consapevoli che occorrerà dare alla nostra figura un vestito nuovo che ci consenta di aiutare meglio quei cittadini, bambini, donne, anziani, ai quali da sempre abbiamo rivolto con dedizione il nostro impegno quotidiano. Domenico Alberto Mannironi Il gioco ci aiuta a crescere? La stagione delle ferie è ormai iniziata e per l'esercito degli stagionali è ora di lavorare. Sono tantissimi i lavoratori tra cui ragazzi, studenti, casalinghe e mamme impegnate nei vari settori che una località turistica come San Teodoro offre. Il mio pensiero va a chi, in parte costretto, dovrà lasciare i figli in balia di babysitter o appoggiarsi all’aiuto delle tanto preziose nonne. Una iniziativa alternativa è costituita dal centro estivo in cui da anni vengono offerte ai ragazzi attività giornaliere educative, di svago e di ricreazione. Tale servizio viene organizzato per i ragazzi, con età 3-12 anni, residenti nel Comune di San Teodoro e non. I ragazzi sono accompagnati da educatori, usufruiscono del servizio mensa e partecipano a numerose attività di socializzazione, ludico-ricreative e di animazione sia in spiaggia, in genere di mattina, sia negli edifici scolastici del Comune. Questa è l’idea basilare da cui nascono i campi estivi ma ciò che mi preme più sottolineare, e che merita maggiore approfondimento, è come soltanto attraverso l’attività ludica sia possibile assicurare all’infanzia piena soddisfazione dei suoi bisogni fondamentali. Solitamente si è portati a credere che il gioco sia solo un passatempo, un momento di svago adatto soprattutto alla fase dell’adolescenza. Diversi contributi pedagogici, invece, sottolineano il gioco come punto e momento privilegiato dell'educazione. L’esperienza ludica è capace di rispondere e soddisfare i bisogni autentici dell’infanzia con particolare riguardo a quelli che sembrano oggi maggiormente mortificati e deprivati, come quelle “naturali” che sono la comunicazione, la socializzazione, la costruzione del sé sia per la carenza di tempo e di conseguenza di attenzione da parte degli adulti e della loro sostituzione con la presenza totalizzante di apparecchiature tecnologiche digitali. Nella pratica il gioco didattico, permette sia la socializzazione dell’azione, in quanto nella fase di apprendimento ludico il bambino è chiamato a stare con gli altri e ad interagire nel rispetto di regole ben precise; dove l’insegnamento consiste nella trasmissione della capacità di applicare una regola in un’azione sociale, perché svolta con altri e di conseguenza mentale. Inoltre implica la socializzazione dell’analisi e trova nel costruttivismo l’elemento decisivo della sua crescita culturale, in quanto le nuove conoscenze vengono integrate da quelle di cui siamo già in possesso per creare nuovi significati, risolvere nuovi problemi, soddisfare nuove curiosità. La pedagogia sottolinea la natura educativa del gioco, in particolare contribuisce ad arricchire ed armonizzare lo sviluppo intellettuale e sociale. Il bambino non impara solo a conoscere se stesso e la realtà oggettiva, ma anche a stabilire le prime forme di autocontrollo e a liberarsi dalle tensioni. Così concepito il gioco costituisce una tappa fondamentale nel processo di socializzazione e di maturazione mentale, inteso come momento in cui il bambino si inserisce nell’ambito della cultura di appartenenza riconoscendo e adottando una serie di regole e di comportamenti strettamente legati alla sua età, fonte di informazioni utili alla sua formazione psicologica e alla definizione del sè rispetto alla rappresentazione della realtà esterna che di volta in volta elabora. Questo aspetto non andrebbe mai sottovalutato: in particolare i genitori dovrebbero comprendere il ruolo educativo e socializzante dell’esperienza di gruppo realizzata dai bambini all’interno di una comunità ludica. Angela Bacciu

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il levante Luglio 2011 - pag. 5 itinerari della Gallura Castel Pedresu ad Olbia San Teodoro - spiaggia la Cinta Fino a quando? Alcuni anni fa non era raro vedere scarrozzare nella spiaggia “la Cinta” moto e auto, che improvvisavano rumorose gimkane nell’arenile e persino sopra le dune, arrecando un danno irreparabile all’ambiente. Per fortuna, scene simili non se ne vedono più. Oggi purtroppo vi è un alto diffuso mal costume che crea anch’esso un notevole danno; infatti moltissime persone (vacanzieri e non) asportano dalle spiagge qualsiasi tipo di materiale: sabbia, ciottoli e persino vegetazione, ma soprattutto conchiglie. Inoltre, nonostante i cartelli di divieto, nella laguna, persone incivili praticano la pesca e asportano arselle di vario tipo. Chi frequenta spesso “la Cinta” constata con amarezza il continuo impoverimento di conchiglie. Per lunghi tratti è difficile scorgerne anche una sola. Anche quest’anno, ad inizio primavera, in alcuni tratti delle spiagge, vi era un manto bellissimo di conchiglie che conferivano un aspetto stupendo; la razzia è stata via via sempre più frequente per cui non è rimasto pressoché niente. È tempo che la Cinta venga sorvegliata e tutelata meglio, che questa sorta di paradiso che madre natura ha creato a San Teodoro duri nel tempo. Bisogna trovare qualsiasi deterrente che scoraggi questo tipo di rapina. L’Amministrazione Comunale, le organizzazioni ambientaliste, gli amanti della natura sanno bene quanto sia fragile oggi il litorale della Cinta. A chi il compito di proteggere e salvaguardare le coste di San Teodoro? Gianni Becchere Pedres: il Castello si eleva su un’emergenza granitica boscosa l Castello di Pedres, meglio noto come Castel Pedresu, sorge nella piana a sud della città, in cima ad una imponente formazione rocciosa granitica. Da poco restaurato, il castello connota col suo profilo inconfondibile e dominante la campagna olbiese, qui particolarmente bella e suggestiva, conferendo al paesaggio un forte fascino. Con un po’ di fortuna e molta pazienza (la segnaletica è carente) lo si raggiunge, attraverso una lunga viottola campestre, dalla provinciale Olbia – Loiri, qualche chilometro dopo la città. A breve distanza dalla rocca è possibile visitare il luogo sacro di Monte de s’Ape, con le tombe dei giganti. La torre principale, che svetta severa dalla sommità di una grande roccia granitica tricuspidata, è l’unica rimasta; è alta circa 14 m; l’accesso, Pedres: torre e cinta fortificata un tempo, veniva assicurato da una scala retrattile situata a circa 7 metri dalla base. Il Castello di Pedres, tra le fortificazioni più possenti del Giudicato, controllava la via che da Terranova raggiungeva l’Orfili e, di qui, il dipartimento del Montalbo, nella Gallura inferiore. Nel 1322 i Pisani ed i Terranovesi, in vista dello sbarco aragonese nell’isola, fortificarono la rocca che l’anno successivo fu attaccata senza esito dall’ammiraglio Carroz. Nel 1324, tuttavia, i Pisani dovettero cederla al Re d’Aragona. Dieci anni dopo Genovesi e Galluresi, partigiani dei Doria, riuscirono ad impadronirsi del Castello, e infierirono crudelmente sui difensori Aragonesi. Nel 1355 Mariano d’Arborea lo cedette al Re d’Aragona unitamente al Castello d’Orosei che vigilava su quel porto. La Rocca di Pedres venne nuovamente fortificata e, per qualche tempo, forse rientrò nelle mani degli Arborea; infatti nel 1388 essa risulta compresa tra i beni acquistati dal Re d’Aragona. A far data da quell’anno non se ne fa più menzione, probabilmente perché aveva esaurito il suo ruolo difensivo. Il Castello, abbandonato, andò in rovina. Da pochi anni è stato restaurato. Pedres: la torre centrale I

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il levante Corsica - veduta di Sartene Perché parliamo gallurese oto, con un certo fastidio, come la maggior parte degli studiosi sardi, tra cui linguisti di buona fama, continui a considerare il Gallurese lingua alloglotta, poco o nulla significante nel panorama culturale e sociale dell’isola. È che la Gallura, con la sua storia e specificità, rappresenta per molti intellettuali e politici sardi uno iato culturale e linguistico, un vulnus profondo alla “sardità” dell’isola. Il Gallurese lingua straniera, dunque, che, importata e diffusa dai Còrsi, scalzò e sostituì il sardo un tempo parlato in tutta l’isola. Questa teoria sull’origine tarda e forestiera della nostra lingua nasce da una supponenza ideologica preconcetta e maliziosa, tendente a dimostrare la nobiltà del sardo, “lingua di tutti i sardi” e, per contro, la pochezza del Gallurese, relegato al rango riduttivo di dialetto d’importazione, estraneo all’anima autentica dell’isola. Il ragionamento ha una sua logica: sotto le spoglie della questione linguistica, nasconde, infatti, interessi di natura economica e finanziaria. Le risorse destinate da mamma Regione all’alfabetizzazione dei sardi alla “lingua sarda” sono infatti consistenti, e c’è già chi ha infilato risolutamente le mani nella borsa: “Ca’ iscugni lu méli si licca li diti”. Si tratta, è inutile ribadirlo, del tentativo maldestro di negare al popolo gallurese il diritto-dovere a parlare la lingua dei padri e di giustificare, nel contempo, l’imposizione per decreto della “limba sarda comuna” all’intera isola, ignorando volutamente la situazione linguistica della Sardegna dove sono presenti da sempre, e non a caso, lingue diverse. E per rendere fertile il terreno arido della cultura, consci che gli ideali, anche quelli più nobili, per prosperare vanno continuamente concimati, i banditori della sarda favella elargiscono generose dazioni ai sardo-parlanti, non ai Galluresi, però, che usano un dialetto “straniero” ed hanno, per giunta, la pessima abitudine di protestare e contestare. Col termine Romània, come è noto, s’intende l’insieme dei territori e popoli romanizzati. La romanizzazione, per ovvi motivi, non fu uguale dappertutto, e dunque non ebbe ovunque la stessa intensità e lo stesso grado di penetrazione. Se, infatti, la conquista militare può essere impresa relativamente facile, non altrettanto può dirsi per la conquista dello spirito e del sentimento di una nazione, che necessita di condizioni favorevoli. Dunque, alla conquista territoriale non si accompagna necessariamente l’assoggettamento culturale di un popolo. I romani nelle terre assoggettate trovarono una situazione sociale, culturale, economica, affatto diversa da quella di casa loro. Naturalmente furono i vinti a doversi piegare e uniformarsi al popolo egemone; in queste terre avvenne perciò un processo più o meno rapido di romanizzazione di cui la lingua rappresentò chiaramente uno degli elementi chiave. Ma quale latino parlavano i popolani delle Gallie, della Spagna, del Portogallo? In che modo la lingua indigena, il sostrato originario, interagì con la lingua latina dei vincitori? Diciamo subito che il latino importato dai romani nelle province non era la lingua delle classi dotte e aristocratiche della capitale, ma la lingua dei legionari, dei mercanti, degli artigiani, assai lontana dalla politezza ed eleganza del linguaggio di Cicerone, di Livio, di Quintiliano. Nelle province le popolazioni assoggettate venivano dunque a contatto non con l’élite culturale e politica dell’Urbs, ma con gli esponenti dei ceti popolari che parlavano un “sermo plebeius”. È questo l’idioma che si afferma nelle Gallie, in Spagna, in Sardegna, ovunque Roma imponga il suo dominio e le sue leggi. Da questo “sermo”, che assume caratteristiche proprie secondo i popoli con cui viene a contatto, si formeranno più tardi, dopo la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche, i linguaggi volgari romanzi. Dunque, nei primi secoli del Medioevo, mentre i dotti dissertano e scrivono ancora nel latino letterario, le popolazioni elaborano e utilizzano lingue proprie, i cosiddetti volgari, frutto della commistione e trasformazione della lingua di Roma con gli idiomi barbarici. Già a Roma, come fecero notare Cicerone e Quintiliano, accanto alla lingua letteraria, dotta e con regole precise, conviveva un “sermo vulgaris”, o “plebeius” (più tardi in periodo medievale fu detto “rusticus” probabilmente perché utilizzato soprattutto dai rozzi campagnoli) N Luglio 2011 - pag. 6 più dimesso ma più vicino alle abitudini del popolo. Questo volgare presentava molte divergenze soprattutto lessicali dal latino classico e letterario, ma anche alcune peculiarità di ordine fonologico e morfologico. Per quanto attiene alla fonologia, possiamo citare la scomparsa della h debole aspirata: habeo: abeo; prehendo: prendo; la caduta di m finale: decem: dece; damnum: damnu; la scomparsa della vocale post-tonica interna: frigidus: frigdus; oculus: oclus. Per quanto attiene alla morfologia: i pronomi iste, ille, ipse, perdono il valore dimostrativo, si compongono con ecce, eccu; contemporaneamente (soprattutto ille) vengono usati come articoli determinativi. Nella declinazione si perdono le desinenze dei casi che si riducono a due: il nominativo e il caso obliquo (accusativo-ablativo); il genitivo viene introdotto dalla preposizione de; il dativo da ad. Nelle coniugazioni, numerosi verbi della terza passano alla seconda: cădere, cadēre; o alla quarta: fugĕre, fugīre. Spariscono le forme deponenziali: da sequi, sequīre; da mori, morīre. La forma passiva viene espressa con l’ausiliare esse e il participio passato: amatus sum anziché amor; amatus eram anziché amabar. La coniugazione perifrastica sostituisce numerosi tempi dell’attivo: habebam scriptum anziché scripseram. Queste ed altre particolarità del latino volgare dimostrano la sua funzione di tramite fra il latino letterario, lingua sintetica per eccellenza, e le lingue neolatine che sono invece analitiche. Di alcune lingue volgari ignoriamo il momento in cui raggiunsero una loro fisionomia definita rendendosi, dunque, autonome dal latino. Solo per il francese conosciamo un documento del IX sec., il giuramento di Strasburgo (anno 842), che può essere considerato il testo più antico dei nuovi idiomi eredi della lingua di Roma; per le altre lingue i documenti al momento a noi noti si riferiscono tutti alla seconda metà del X secolo: “Boecis” provenzale; le carte di Capua e di Teano (960 - 964); il documento della cattedrale di León (anno 959). Risultano ancora più tardi i documenti in sardo (1070 -1080); in portoghese (1192); in catalano (sec. XII). A proposito di sardo, anche per ragioni ideologiche, si fa spesso e volentieri una certa confusione: il sardo comunemente inteso, a prescindere dalle numerose varianti che indicano la frammentarietà dei popolamenti, non è, e non è mai stato, la lingua unica della Sardegna ma solo di una parte di essa. Non è assolutamente vero che i sardi, tutti i sardi, un tempo parlassero il sardo, così come i cittadini della Confederazione Elvetica non parlano lo svizzero ma il francese, il tedesco, l’italiano; ciascuno di essi secondo il cantone cui appartiene. In Sardegna, piaccia o non piaccia, vivono etnie diverse, con lingue e costumi diversi. Io sono sardo perché la mia terra, la Gallura, si trova geograficamente nell’isola di Sardegna, ma non appartengo né etnicamente né linguisticamente, né culturalmente, a quello che enfaticamente viene additato come popolo sardo. Intendo con ciò solo chiarire una diversità, senza presunzione d’altro genere. Il fatto che in Sardegna siano presenti da tempi antichissimi popolazioni etnicamente diverse comporta un discorso più attento in materia linguistica. Dire che nell’isola di Sardegna, dalle macerie della Romània è nata solo la lingua sarda, è la più grande idiozia. I propugnatori dell’unicità della lingua sarda nell’isola ignorano volutamente la situazione etnico-linguistica della Sardegna anteriormente alla conquista romana. Parlano e discettano come se l’isola fosse abitata da sempre da un unico popolo anziché da tribù di origini, costumi e lingua affatto differenti e perciò spesso in guerra spietata tra loro. Se la Sardegna, nel corso della sua storia non riuscì mai a conseguire un’organizzazione e un governo unitari, ciò è dovuto all’accentuata frammentazione etnica. Il fatto che le genti dell’isola non si sentissero un popolo unico ma tribù diverse è del resto fra le cause della costante fragilità dell’isola di fronte agli assalti dei popoli d’oltremare che le imposero la loro egemonia. La solita retorica nazionalitaria tutte le volte che i sardi soccombono trova giustificazioni consolatorie: le forze messe in campo dal nemico sono sempre preponderanti. Non è così: i punici conquistano Gallura - uno scorcio di Aggius

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il levante l’isola (almeno la fascia litoranea che era quella che interessava ai loro traffici) con poche navi e pochi uomini; molti secoli dopo, i Vandali che invadono l’isola nel 445 - 46 sono solo alcune migliaia, i bizantini ugualmente. Allora?... Dunque, in Sardegna non si parla solo il sardo (logudorese e campidanese) ma anche altri idiomi che possiamo considerare sardi esclusivamente nell’accezione geografica del termine: carlofortino, algherese, sassarese, anglonese, gallurese; tra questi il più consistente, anche per numero di parlanti, è il Gallurese, molto simile, peraltro, al Còrso meridionale. La terra che oggi chiamiamo Gallura, prima che Roma conquistasse l’isola, era abitata dai Còrsi, popolo ben diverso dalle altre tribù presenti in Sardegna. Sappiamo pure che Còrsi e Balari, anche questi di origine còrsa, si opposero strenuamente alle mire degli invasori. Ma in epoca romana i Còrsi di Gallura che latino parlavano? È davvero pensabile che il latino della Sardegna a etnia còrsa fosse lo stesso parlato nelle Barbagie, in Ogliastra, nei Campidani? Per avere risposte chiare sarà pertanto necessario ragionare sulla situazione della Corsica prima della romanizzazione, anche perché i Còrsi di Sardegna e quelli dell’isola vicina sono lo stesso popolo stabilitosi in tempi antichissimi di qua e di là delle Bocche. Orbene, prima della romanizzazione in Corsica si parlava con tutta probabilità una lingua iberica. Gli studi antropologici più accreditati concordano infatti con quelli glottologici “nell’ammettere che nel bacino del Mediterraneo si diffondessero in epoca lontana, popoli etnicamente omogenei (…), i mediterranei, che nulla vieta d’identificare con gli Iberi.” Per quanto attiene, più in particolare, alla Corsica, abbiamo le testimonianze fondamentali di Pausania e di Seneca. Pausania (X, 17, 8) scrive che il nome di Corsica fu dato all’isola dai Libici che agli Iberici possono ricollegarsi, considerati gli stretti rapporti linguistici esistenti tra il berbero e il basco. Non per nulla gli studiosi (V. Trombetti, “Le origini della lingua basca”, Bologna 1925) considerano la lingua basca un’evoluzione dell’antico iberico. Seneca, cantabro di origine e di nascita, e quindi il più qualificato a riconoscere i caratteri della sua gente presenti nell’isola, ricordando che in Corsica si usavano ancora alcune voci iberiche, conclude: “... nam totus sermo conversatione Graecorum Ligurumque a patrio descivit” (Ad Helv., VII, 8-9.), mostrando così di pensare che il sermo primitivo dei Còrsi fosse l’iberico. Secondo un’antica leggenda riportata da Sallustio, sarebbe stata una donna ligure, Corsa, a dare il nome alla Corsica. E di fatto la tradizione assegna un ruolo importante nella colonizzazione dell’isola ai Liguri che lasciarono tracce evidenti nella lingua dei Còrsi. La presenza della lingua ligure è attestata soprattutto nella toponomastica: Laevi, borbo, Sava, pala…, e nei suffissi caratteristici in -asco e -inco: bisincu, di Evisa, urnasincu, di Ornano, prupinincu, di Propriano, vallincu… sundincu, ecc. Ricordiamo, per inciso, che in Gallura, sulla costa teodorina, c’è Li Brandinchi, che significa gente di Brando. Tra le popolazioni che si stanziarono successivamente nell’isola ebbero sicuro rilievo gli Etruschi, le cui tracce linguistiche sono infatti riscontrabili tra gli strati prelatini della toponomastica còrsa. Resti etruschi sarebbero però presenti anche al di fuori della toponomastica: il còrso tafone, buco, tafunà, bucare, sono da collegare all’etrusco Θafna, tazza, bicchiere. In gallurese abbiamo tòva, foro, buco; tuvunà, forare, frugare dentro un buco, ecc. Il verbo falare (falà), discendere, deriverebbe da Falo, nome di una montagna della Corsica, connesso con la base etrusca pre-indo-europea fala, altura, da cui Falerii, Falterona. In Gallura, terra dei Còrsi, il verbo falà è molto usato nel senso di discendere e anche andare, recarsi. I popoli che lasciarono in Corsica le tracce più profonde sono dunque gl’Iberi, i Liguri e gli Etruschi. In Corsica si parlano due dialetti fondamentali: il Còrso della Banda di Dentro, o Pomonte Nord, e il Còrso della Banda di Fuori, o Pomonte Sud. Alcuni glottologi preferiscono la denominazione Còrso settentrionale e Còrso meridionale. Il Falcucci usò invece la distinzione di Cismontano (pomontino del nord) e Oltremontano (pomontino del sud). Si è detto che i Còrsi, quelli dell’isola di Corsica e quelli stabilitisi in tempi antichissimi in Gallura, parlavano originariamente una lingua iberica, con influssi liguri ed etruschi; è con questo idioma che si è incontrata e relazionata la lingua di Roma. Sicuramente il latino parlato in Corsica e nel territorio di Sardegna oggi detto Gallura, era diverso dal latino parlato in altre zone della nostra isola e infatti, nel momento in cui l’impero si sfalda e le province vengono occupate dai barbari, il latino cede il posto alle lingue volgari romanze e, così come avviene nelle Gallie (francese e lingua d’hoc), nella penisola iberica (castigliano, catalano, portoghese…), gli esiti sono completamente differenti: il Còrso di Corsica e il Còrso di Sardegna (Gallura), affini tra loro e ai volgari orientali (Italiano), sono diversissimi dagli idiomi neolatini occidentali (castigliano, catalano, e sardo nelle sue numerose varianti). Dunque, il Gallurese… Salvatore Brandanu Luglio 2011 - pag. 7 Poeti Galluresi del ‘700 Scorcio di Tempio (OT) a poesia che vi proponiamo appartiene al ricco canzoniere amoroso di Don Baignu Pes, il più famoso poeta lirico gallurese. La sua bella lo ha ancora una volta tradito e il poeta, non sopportando più l’infedeltà e gli infigimenti dell’amata, decide di abbandonarla per sempre. “Non sospirare più per me anima ingrata, giacché il mio cuore non batte più per te...” L Don Gavino Pes, Don Baignu (Tempio 1724-1795) No suspirà pal me, anima ingrata, Palchì no è più tóiu lu me’ córi. No pignì, è infruttuósu lu to’ pientu: No mallugrà li dì, l’óri, li stanti Incumandendi suspiri a lu ‘entu; In me più no pinsà, finghjta amanti, Usa cu alti lu to’ finghjmentu; Lu to’ tulmentu più no mi maltratta, no mi so’ cari più li to’ faóri. Lassami in paci, o anima crudéli, Cilca l’amanti nói, e lassa a me; In vanu piegni, in vanu ti disvéli, Chi eu no pensu più vulétti be’; Si no più beddha, forsi più fidéli, L’alta, chi àgghju a amà, sarà di te. Cussì è, chi in lu mundu no s’agatta Córi uguali a lu tóiu ingannadóri. Ancóra chi tu agghj più biddhesa Di l’alta, chi mi dee tuccà in solti, Sempri dee valé più la so’ sudesa Di canti grazii in la to’ cara polti; Chi la to’ incustanzia e liciresa, Pal più chi beddha sii, è una molti. Più no mi svolti, d’olvidammi tratta, Chi no mirésci più lu me’ amóri. Chidda a cha décu prufissà affèttu, Di te più bona legghj dee aé; La so’ viltù, lu so’ sinzéru affèttu Più di li to’ primóri dee valé: Lu to’ vanu, cant’è vistósu aspèttu, Incatinammi più no dee pudé, Palchì se’ falsa, e falsa d’una data, Chi no hai spiranza di middhóri. Incapazi di fatti un tradimentu Sapii, chi éra la me’ vulintai, Di liciresa un’umbra, un muimentu No m’aaristi datu in cara mai; La to’ facilitai, e pocu assèntu Da tuttu chiddh’affèttu mi ritrai. Chiddh’amistai pal sempri è isfatta, E l’abburrissimentu più no móri. No sospirà pal me, anima ingrata... Aggius: via del centro storico

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il levante Le risorse ... rifiutate Barcellona: forum della Cultura e dell’Ambiente el 2004 a Barcelona, in Catalunia, si è tenuto il Forum della Cultura e dell’Ambiente. Io ci sono stato, un po’ per la voglia che mi assale ogni tanto di visitare questa meravigliosa città dove ho amici dai tempi ormai remoti dell’università, un po’ per la curiosità di assistere di persona ad un evento che si presentava già dalle premesse di straordinaria importanza. La municipalità di Barcelona con la regione catalana aveva sostanzialmente risanato un’area paludosa sul mare in fondo alla Diagonal, per realizzare un quartiere fieristico con nuovo porto turistico, che come prima esposizione avrebbe portato all’attenzione di tutti le problematiche legate alla cultura e all’ambiente dell’intero pianeta. Memorabili le parole del sindaco di Barcelona all’inaugurazione della struttura; egli, alla presenza del rappresentante del governo Aznar, disse che andava ad aprire una struttura nata malgrado il Governo centrale: quest’ultimo infatti aveva partecipato all’iniziativa con un modestissimo contributo, poco meno del 10% di risorse europee dei fondi investiti dai privati. Il Forum insegnava tre cose importantissime: primo che la capacità progettuale non consiste solo nel realizzare edifici alla moda ma anche capaci di autofinanziarsi (tutta l’energia necessaria al funzionamento delle strutture è autoprodotta ed alimenta i fabbisogni di un quartiere limitrofo su cui gravita un notevole numero di abitanti); secondo, che ogni minuto che passa il mondo si impoverisce culturalmente perché muoiono lingue e micro culture con una progressiva omologazione consumistica; terzo, ma non ultimo per l’attualità del problema, che è necessario intraprendere modelli di comportamento volti ad eliminare gli sprechi e far sì che i residui della società consumistica siano sempre meno fino al conseguimento N del “residuo zero”. Residuo Zero era appunto la scritta che campeggiava su un grande padiglione destinato ad illustrare le problematiche legate ai rifiuti e ad un ambiente compatibile. Partendo dal celebre aforisma di Antoine Lavoisier, chimico ed uomo di cultura francese vissuto nella seconda metà del 1700, secondo cui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, il rifiuto assume una nuova connotazione che lo porta a diventare fonte di nuovi prodotti a seconda della qualità del rifiuto stesso e sfruttandone le sue potenzialità intrinseche. Quello che deve cambiare è la filosofia stessa della raccolta. Perché ci poniamo il problema dei rifiuti? Evidentemente perché non sappiamo più dove metterli a meno che non si vogliano creare dei siti inquinanti sempre più estesi che condizionano la stessa gestione del territorio. Deve quindi cambiare la filosofia della raccolta e cioè non raccogliere più solamente per tenere le città pulite ma raccogliere in modo che oltre a tenere le città pulite si faccia giungere in discarica la quantità minore possibile di rifiuti. Fino a conseguire il risultato (utopico?) del residuo zero. In quest’ottica ben si inseriscono le considerazioni fatte da Mario Stratta sul primo numero de Il Levante, anche se è necessario aggiungere qualche ulteriore notizia utile per inquadrare meglio il problema. Ora, è vero che San Teodoro al di là di alcune iniziative di facciata non fa la raccolta differenziata come prescritto dalla legge. È vero che questo si traduce in un aggravio della TARSU nelle tasche dei cittadini e che quindi va trovata una soluzione al più presto (ed in tal senso si sta muovendo l’Amministrazione Comunale) ma è anche vero che le piattaforme di raccolta non sanno più dove met- tere questi prodotti riciclabili che arrivano ormai in grande quantità da tutte le parti. L’unica qualità di rifiuto che ancora riscuote una certa attenzione è rappresentato da carta e cartone ma anche questo, con la riduzione dell’importazione da parte di industrie di trasformazione cinese, si trova in difficoltà. Detto tutto questo, si impone un ripensamento globale integrando le nostre peculiarità con le esperienze fatte da altri paesi evoluti dove si è passati a sistemi più avanzati di gestione dei rifiuti. In sostanza dovremmo capire, sempre nell’ottica della riduzione del conferimento a discarica che almeno una tra le varie qualità di rifiuti può trovare un uso immediato riducendo notevolmente il conferimento a discarica e quindi la tanto odiata TARSU: si tratta dell’umido che produciamo in misura sempre più abbondante. La frazione umida, nelle realtà agropastorali conosciute dai nostri antenati, aveva una destinazione immediata come alimentazione dei maiali sempre presenti nei nostri stazzi. Ora queste realtà non esistono più, ma in comunità come la nostra, caratterizzata da case con giardino, la chirina può essere sostituita da una semplice compostiera domestica che trasforma tutto l’umido in ottimo compost da utilizzare nei nostri giardini senza odori sgradevoli ed in tempi relativamente brevi. Posso garantire, dati alla mano, che il risparmio sarebbe notevole. Le altre categorie di rifiuti, frazione secca, vetro, plastica, carta, metalli, hanno un futuro più incerto. La frazione secca già da prima aveva come unica destinazione possibile la disca- Luglio 2011 - pag. 8 rica tradizionale o l’inceneritore, gli altri erano destinati ai vari consorzi di raccolta per alimentare la catena di recupero e trasformazione. Dicevo però prima che comincia a non essere più così in quanto la plastica trasformata si aggiunge a quella nuova e si determina una grande quantità di prodotto che il mercato non può e non deve assorbire. Si stanno quindi studiando nuove plastiche di provenienza dagli amidi vegetali (una è la ormai nota Mater-Bi da quando la legge ha fatto obbligo ai negozi di sostituire i famigerati sacchetti di plastica con quelli in questo prodotto biodegradabile). Il vetro non lo vuole più nessuno perché non sanno che farne, della carta ho detto prima. Quindi? Alla luce delle esperienze di altre comunità evolute non resta che il termovalorizzatore: una versione moderna è sicura del vecchio inceneritore. A condizione che comunque non arrivi allo stesso la frazione umida. Esempi di questo tipo si trovano in centro città a Vienna, a Copenhagen (dove l’impianto è diretto da una manager di Napoli, ironia della sorte!), in diverse città in Germania, a Brescia in Italia da tempi memorabili, dove l’impianto produce acqua calda per il teleriscaldamento. E Lavoisier? In questo caso la trasformazione sarebbe da rifiuto in energia elettrica utilizzando come combustibile oltre alla frazione secca, anche le eccedenze di carta, vetro, plastica non assorbibili dai consorzi di riciclaggio. Delle altre possibilità che i rifiuti ci danno ne parleremo in un’altra occasione. Pierangelo Sanna

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il levante Luglio 2011 - pag. 9 tropologi e sociologi, storici e intellettuali, e tutta l’erudizione locale, hanno distillato pagine e pagine di letteratura, aggiunto talvolta gli aromi che servivano, e descritto la mitica epopea degli “stazzi”. Ad ogni libro, ad ogni convegno scientifico, in ogni opuscolo divulgativo, in ogni guida turistica il riferimento in proposito ,e a sproposito, alla sobria ma felice vita degli stazzi contribuiva alla idealizzazione di questa specie di presepe vivente, leggere per credere. Non è per spirito polemico o ingratitudine, ma si deve ammettere che per secoli siamo stati costretti a ripararci sotto tetti pericolanti, vestirci in modo approssimativo, coltivare il grano in terreni aridi e pietrosi, o in piane talvolta inondate e malariche, ad allevare e custodire capre mezzo inselvatichite, vacche e vitelli dalla morfologia essenziale e maiali fatti apposta per ricordarci la loro parentela con i cinghiali, con il solo fine di ottenere quel poco che serviva per sopravvivere. Alzi idealmente la mano, fra i paciosi superstiti degli stazzi, chi almeno una volta non ha maledetto un campo in cui, magari a causa della siccità, c’era poco da raccogliere(“mancu lu semini”), non ha augurato epidemie diffuse( molto richiesto “lu calbuncu”) ad animali pervicacemente improduttivi, minacciato di mettere mano alla scure verso ulivi, agrumi, mandorli e quant’altro producesse , dopo anni di inutile attesa, solo ombra. Vita grama, in tempi in cui la Regione non provvedeva come adesso a risarcire anche i venti da scirocco, tutte le cause - chiamiamole ostative - alla buona riuscita di un raccolto erano automaticamente occasione di riflessione circa la composizione della dieta giornaliera per interi nuclei famigliari. Non poteva essere altrimenti, da quando la buona sorte si è occupata anche di noi, la campagna ha avuto in fondo quello che si meritava e quello che in cuor suo ognuno minacciava, un esodo generalizzato verso altre attività, stazzi e intere “cussògghje” lasciate agli sterpi e alle volpi, tetti resisi finalmente non più pericolanti, muri nati male che restituiscono le pietre alla terra, legni che marciscono; sembra che la natura avendo mal sopportato, si riprenda avidamente anche quel poco che con fatica le era stato tolto. L’avanzare della macchia negli incolti, gli incendi ripetuti e da qualcuno auspicati, hanno contribuito a ridefinire un paesaggio, che non più agricolo o pastorale , assume l’aspetto desolato e monotono delle formazioni a cisto e che soprattutto diventa fortemente vulnerabile. La buona sorte si è anche occupata di alcune assolate lande litoranee, un tempo buone appena per le capre, e dove era tutto pietre e spini oggi sorgono splendide villette e “residence” dai giardini rigogliosi con piante e colori mai visti. Vani i tentativi, anche recenti, di incrementare la base produttiva agricola e arginare l’abbandono dei campi. Le incentivazioni ai miglioramenti fondiari, la realizzazione di importanti comprensori irrigui e ogni specie di contributo pubblico sembra che nulla possano nei confronti di una tendenza all’abbandono che, numeri alla mano, si conferma tale in ogni censimento generale della agricoltura. Le ragioni abbastanza banali sono tutte sinteticamente e brutalmente rinchiuse nella differenza di opportunità, di reddito, di condizioni di lavoro, fra agricoltura ed gli altri settori della economia. Da una parte si fatica e si sopravvive appena, dall’altra un buon stipendio o buon profitto e lavoro decoroso. La situazione attuale, soprattutto nel comune di San Teodoro, non sembra lasciare spazio ad espressioni di ottimismo. Solo il 17-18% del nostro territorio si presenta soggetto ad usi agricoli reali mentre oltre il 70% è rappresentato da superfici boscate o comunque interessate da una copertura arbustiva. I vigneti non arrivano a 5 ettari, i frutteti le cui superfici sono a dir poco polverizzate in una miriade di appezzamenti non superano i 5,5 ettari, gli oliveti specializzati non arrivano a 90 ettari su tutta la superficie comunale, a tutto questo aggiungete complessivamente 7 ettari di micro orti in genere coltivati per autoconsumo o per diletto. I seminativi sono in genere destinati alla produzione di foraggere e non superano i 780 ettari, metà dei quali irrigui. Di fatto scomparsa la coltivazione dei cereali e delle leguminose da granella. I bovini, un tempo vanto della zootecnia locale sono ridotti alla miseria di circa 700 capi, con poco più di 1000 pecore e 250 capre, distribuite in una moltitudine di allevamenti, abbiamo definito un quadro abbastanza preciso. Di apicoltura, di formaggi e salumi, di produzioni enologiche e di olio neanche a parlarne. Inutile dire che, per molti degli addetti, quella agricola rappresenta solo una seconda attività e se il numero delle partite IVA dedicate al settore supera appena le 30 unità, la reale consistenza degli imprenditori professionali è di gran lunga inferiore. Dentro questi pochi numeri andremo temerariamente a cercare le cose delle quali vale la pena di occuparsi, le persone, le testimonianze , i luoghi, le cose che sappiamo ancora fare e che possiamo proporre. Sarà il nostro piccolo contributo alla lotta contro il “declinismo” post-post industriale, una mite ribellione alla prevaricazione del Il nostro appuntamento mensile Un ritorno alle origini? “ raccia rubate alla campagna ”, così in un passato abbastanza recente venivano apostrofati quelli dediti ad attività prevalentemente intellettuali ma probabilmente non dotati di una mente troppo brillante; studenti svogliati, artisti con velleità sproporzionate al loro talento, politicanti con scarso seguito risultavano debitori, anatomicamente parlando, di un più proficuo contributo verso i lavori della terra. L’agricoltura di una volta era fatta appunto di lavori manuali e quindi di “braccia”, di lavori faticosi e ripetitivi, dove anche le teste non particolarmente evolute ed istruite trovavano un giusta collocazione produttiva e sociale. A partire dagli anni ’50, un popolo di contadini ha realizzato il miracolo di una economia industrializzata fra le più importanti al mondo, lavoro e benessere per tutti, grandi opportunità, innovazione tecnologica e consumismo. In siffatto contesto, e così come negli altri paesi ad economia avanzata, l’agricoltura ha conosciuto un drastico ridimensionamento sia in termini di base produttiva che come numero di addetti che a vario titolo( salariati, coltivatori diretti) erano impegnati nel settore. Il “post industriale” (è un termine che vorrebbe indicare una struttura della economia e della società ancora più complessa e articolata, evoluzione naturale della economia industrializzata) privilegia i servizi, l’informatica e la innovazione tecnologica, ma che almeno per quanto ci riguarda significa sostanzialmente che dalla fine degli anni ’90 si è avuto un forte trasferimento delle produzioni industriali in altri paesi, che sono quanto mai attive le piazze e le speculazioni finanziarie, che aumenta la disoccupazione, che si è registrato un forte incremento delle chiacchiere al telefonino. Pare addirittura che stiamo per entrare in una fase che provvisoriamente definiremo “post-post industriale”, tutta permeata di etica e sensibilità ecologica, dove però non è difficile immaginare che finanza, servizi e innovazione (un po’ di braccia e molti cervelli), seguono anche fisicamente i siti di produzione oltre frontiera, e a quel punto a noi non resta che registrare un ulteriore incremento della disoccupazione e delle chiacchiere al telefonino, almeno sino alla fine del credito. E siccome la storia siamo (anche) noi, fatte le debite tarature delle scale temporali, per via del cosiddetto “scoppio ritardato” che caratterizza da sempre la storia della Sardegna, sentiamo il bisogno, invero non irrefrenabile, di avventurarci nella nostra storia recente alla ricerca di parallelismi, similitudini e ricorsi storici, cause ed effetti comuni, con quanto e avvenuto e avviene almeno nella penisola. Non nella presunzione di capire tutto ma, molto più semplicemente, per contribuire ad una libera e proficua discussione sul significato ed il valore di una identità storica, sui saperi di una comunità rurale apparentemente votata ad un inesorabile declino, sulle opportunità produttive che un territorio ed una economia turistica ancora possono offrire. La strada irta e faticosa della concretezza, delle cose fatte e da fare è quanto mai difficile da percorrere, rischia di interrompersi davanti ad ogni delusione, davanti ad ogni giusta contestazione, ma correremo egualmente il rischio di parlare di cose che si vedono dalla finestra o che si toccano, che hanno un odore ed un colore, che si mangiano e si bevono, che si coltivano e si allevano o che si cacciano. Per anni mi sono chiesto quale fosse la ragione di tanto interesse intorno alla storia della economia agricola della Gallura, una modesta e insignificante espressione di colonizzazione agricola e pastorale, relativamente recente e mai citata nei sacri testi di economia agraria, un fragilissimo tessuto di attività finalizzate di fatto all’autoconsumo. Schemi produttivi arcaici derivati da una (in)esperienza plurisecolare, adattamenti indotti da una condizione ambientale poco generosa se non addirittura ostile, hanno contribuito a disegnare gli elementi caratterizzanti la nostra civiltà rurale. Le “forme” dell’insediamento sparso e le condizioni di isolamento, le tecniche di coltivazione e allevamento e di trasformazione dei prodotti, la codifica non scritta del complesso delle relazioni interpersonali in una società fatta di uguali e indipendenti in tutto, hanno costituito e costituiscono la massa fermentata da cui, an- B turismo di massa, un argine al furto continuo di braccia dalle campagne. Gian Piero Meloni

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il levante Luglio 2011 - pag. 10 Suspiri di lu meʼ córi… Il coro polifonico di San Teodoro Lʼaeroporto di San Teodoro raffico aereo in crisi? A vedere il movimento di aeromobili (ed anche i piper lo sono) si direbbe proprio di no. Stiamo parlando del piccolo ma frequentatissimo aeroclub di Lu Fraili. Una pista erbosa di 500 metri, priva di ostacoli da ambo i lati (tant’è che anche aeroplani a dieci posti hanno potuto utilizzarla) percorsa avanti e indietro, fra decolli e (ovviamente) atterraggi, da una ventina di aerei da turismo tutti i giorni. Nata nel 1991 per iniziativa di Salvatore Biddau, affetto da un incontenibile passione per il volo, Aviosuperfice (questo è il nome ufficiale dell’Aeroclub) all’inizio era un semplice passatempo per appassionati. Nel 1996, con l’installazione di un hangar, diviene un punto di riferimento e di sosta tecnica per il traffico di piccolo cabotaggio italiano ed europeo. Le sue strutture, seppur limitate, garantiscono un supporto logistico ai numerosi appassionati di questo sport che annovera di anno in anno un sempre maggior numero di praticanti. Col passare del tempo, Aviosuperfice è cresciuta con la creazione di una scuola di volo certificata in Italia e Germania. I corsi, aperti tutto l’anno, si differenziano per il grado di apprendimento: si parte da un percorso per acquisire le basi del volo (con l’adesione non solo di giovanissimi ma anche di allievi più maturi, seguaci dell’esperienza di Icaro, senza - ovviamente - le disastrose conseguenze toccate al mitologico appassionato di volo!). Si può quindi passare al secondo corso per il conseguimento dell’attestato di volo da diporto sportivo (in gergo tecnico: VDS) come ci spiega il simpatico Salvatore Biddau responsabile non solo delle attività didattiche e logistiche ma anche di un ambiente a terra rispettoso di una natura incontaminata. “Il numero dei nostri soci, attualmente trenta, prosegue Biddau, cresce lentamente ma costantemente: con l’avvio di questa estate si è potuto registrare l’arrivo dei primi turisti dalla Germania e dall’Inghilterra. Prossimamente, con partenza dalla Lombardia, è previsto il giro d’Italia in aereo con tappa a San Teodoro”. Un’ultima notazione: Aviosuperfice offre anche la possibilità di effettuare voli di prova con i mezzi della scuola per godere, dall’alto, di un panorama di una bellezza unica. Ci auguriamo che l’iniziativa di Biddau, nata in sordina e cresciuta quasi all’insaputa e nell’indifferenza dei teodorini, possa continuare a svolgersi con sempre maggiori fortune. Noi de Il Levante, tifiamo per lui! Mario Stratta T Le quartine della nostra “Corsicana” sanno toccare le corde giuste: parlano di noi, dei nostri sogni e delle nostre afflizioni, ovvero la memoria della tradizione ed il patrimonio di civiltà della nostra terra di Gallura. Da troppo tempo nelle strade e nelle piazze di San Teodoro non si sentiva cantare in dialetto gallurese… Pratica comune in tutta l’isola, ritorna la polifonia anche presso la nostra comunità a rinverdire l’identità culturale e la tradizione musicale. Già, perché il canto e il ballo appartengono da sempre al popolo degli stazzi; come si dice… galluresi cacciatori dalla mira infallibile e appassionati ballerini, particolarmente sensibili alla palpitante poetica dei canti tradizionali. Nell’autunno del 2007 a San Teodoro prende forma un progetto concepito dalla locale Associazione Auser che prevede l’avvio di un laboratorio musicale finalizzato all’acquisizione dei rudimenti del canto polifonico ed in particolare del repertorio della polifonia sarda e gallurese; per la direzione del laboratorio viene scelto un nome amato da tutti i sardi: Giovanni Puggioni di Berchidda, grande professionista e conoscitore della musica sarda, protagonista insieme alla sorella Anna Maria, del leggendario “Duo Puggioni” che tanto ha dato ai nostri conterranei in Sardegna e in tutto il mondo. Affianca il maestro, il giovane talento Luigino Cossu, nipote d’arte del grande omonimo cantadore Luigino Cossu di Trinità D’Agultu. Grazie all’entusiasmo dei partecipanti e all’interesse di altri membri, nel novembre 2008 viene costituita con atto notarile l’Associazione Culturale L’Aldia (Aldia in gallurese sta per guardia; canto e ballo custodi delle tradizioni popolari) con Quirico Mura presidente, per dare finalmente un riconoscimento ufficiale al corpo di ballo sardo “Gruppo Folk San Teodoro” ed al gruppo corale “Coro San Teodoro”, che comincia a muovere i primi passi nel circuito delle piazze sarde. Il coro San Teodoro è formato dalle quattro tipiche sezioni vocali: bassu (basso), contra (baritono), bóci (tenore secondo) e trippi (tenore primo); i brani che compongono il repertorio spaziano dai classici come “Nanneddu Meu” o “No potho reposare”, ai canti della Messa ed i canti galluresi come le corsicane, le trallallere e le ninne nanne. Raccomando a tutti l’esperienza del coro; è altamente formativa sotto vari profili: la musica ed il canto in sé e per sé, il legame di questa con il proprio territorio, i valori del gruppo e la convivialità che qualche volta i ritmi incalzanti della vita possono celare. A proposito, le prove si tengono alle 20.30 del martedì e del giovedì nella vecchia scuola elementare di Straula! Ghjà éra óra d’intindé cantà puru in San Teodoro… Ivan Ponsano Associazione Culturale L'Aldia Loc. Straula, c/o Ass. Auser - 08020 San Teodoro (OT) Li parènti so’ comu li scalpi, più so’ istrinti e più ti dólini. I parenti sono come le scarpe, più sono strette e più ti fanno male. Fàula chi bisogna, nè piccatu nè valgogna. Bugia necessaria non è peccato né vergogna.

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il levante Luglio 2011 - pag. 11 e dolci, tenere, simpatiche coccinelle sono in realtà dei feroci, spietati ed insaziabili killer di afidi, pidocchi e altri insetti nocivi che minacciano il mondo vegetale. Un falso mito, dunque? Come mostra la macrofotografia di un nostro lettore, vacanziere estivo e fedele frequentatore delle spiagge di San Teodoro. Il torinese Gianfranco Negro a cui vanno le nostre congratulazioni per la bella (e fortunosa!) foto. LA CUCINA GALLURESE a cura di Angela Bacciu lassica ricetta della cucina gallurese è la zuppa (gallurese ovviamente): piatto universalmente conosciuto e non solo dai buongustai isolani, tant’è che alcuni ristoranti “in” del continente (a Roma, Milano e financo a Torino) la propongono con discreto successo. Gli ingredienti variano (ma di poco) come anche esistono versioni diverse del piatto. Quella che proponiamo in questo numero è la classica. C L Ingredienti: brodo di carne di pecora e di manzo, ben ristretto e insaporito con menta e altri aromi. Un tempo si usava soprattutto la carne di capra. Pane casareccio “a lolga” o a “méla” raffermo, lavorato con lievito naturale (“matrica”) e cotto in forno a legna (è sconsigliato il pane di tipo industriale perché fermentato con lievito di birra che lascia uno sgradevole retrogusto); formaggio fresco vaccino e/o pecorino (panéddhi o piritti); aromi. Preparazione: in una teglia ben comoda dai bordi un po’ alti si dispongono strati alternati di pane e formaggio fresco tagliati a fette; spolverare quindi con del pecorino grattugiato e menta; versare il brodo bollente fino ad inzuppare completamente gli strati e badando però che non ristagni nel fondo. Infornare la teglia per circa trenta minuti; il bel colore doino agli anni ’70 si usava, negli stazzi e nelle borgate, amrato e l’aroma delizioso avvertiranno quando lo sformato dovrà mazzare il maiale destinato all’ingrasso, nel tardo autunno (sanessere levato dal forno. Prima di servire in tavola la “suppa” t’Andria o Natali) e, per l’occasione, veniva coinvolto il vicinato, dovrà riposare un poco. non tanto perché la famiglia non era in grado di svolgere il lavoro ma, probabilmente per un bisogno di stare insieme, di tenere vivi i rapporti di amicizia e parentela. A volte l’invito era rivolto anche a chi non poteva “ricambiare” e questo faceva capire lo spirito dell’usanza. L’invito, in genere tra capifamiglia, era programmato con largo anticipo anche per evitare altre concomitanze. Il rito dell’ammazzatògghju si svolgeva il sabato pomeriggio. Ad ammazzamento avvenuto, il maiale veniva ricoperto di frasche di “bùréddha” (elicriso) e dato alle fiamme per l’abbruciamento; non prima però di aver recuperato li “zuddhi”, ossia le setole più lunghe che crescono nel collo e nella schiena dell’animale. Sarebbero servite per realizzare pennelli ed anche, trattati con la pece, per cucire oggetti di cuoio: scarpe, selle ed Suppa gaddhurésa in teglia altro. La scorta di elicriso era compito soprattutto di noi ragazzi, ognuno con un “calcu” (carico) sulle spalle. La serata del sabato finiva con l’intervento dell’esperto, che a volte era il padrone di Suppa gaddhurésa in versione di mare... casa. Costui con precisione e impegno, selezionava tutte le parti Ingredienti: brodo di pesce di scoglio. Raccomandati: scor- del maiale per le successive operazioni dell’indomani. La domenica per noi ragazzi era una giornata diversa dalle fano, polpo, cappone, barchette, cernia, verdone, triglia di scoaltre, da vivere intensamente con altri coetanei. Ci si incammiglio ecc.; ci stanno molto bene la capra marina, i bocconi, i nava il mattino presto assieme ai genitori, vestiti con gli indugranchi. menti buoni, per passare una giornata in allegria. Dopo i Aromi vari e peperoncino: pane casereccio raffermo, forconvenevoli, gli uomini prendevano posto in una stanza e sotto maggio fresco (tipo caciocavallo), aglio, menta e prezzemolo. la regia del padrone di casa si cominciava a sezionare e tagliare Tagliare il pane a fette sottili ed abbrustolire sulla griglia da “la pulpéddha”; le donne assieme alla padrona di casa pensaentrambe le parti fino a doratura. Pelare l’aglio e sfregarlo sulle vano a programmare le varie pietanze da offrire a mezzogiorno, fettine di pane abbrustolito. e a preparare la bancata, apparecchiando un tavolo apposito per Prendere una teglia da forno, a coste un po’ alte, e disporre il noi ragazzi. Ogni tanto ci avvicinavamo alla stanza dove i grandi pane a strati alternandolo a sottili fettine di formaggio, menta e tagliavano la carne, inebriati dal profumo di qualche pezzo cotto prezzemolo, e terminando con uno strato di formaggio. Versare alla brace, che ci veniva dato da assaggiare. il brodo di pesce sul pane, poco alla volta, evitando che ristagni All’ora di pranzo tutto era organizzato in modo impeccabile; sul fondo della teglia. Mettere in forno ben caldo e lasciare fino oltre alle pietanze veniva offerto con orgoglio, dal padrone di a che la parte superiore dello sformato non abbia acquistato un casa “lu ‘inu nóu” (veniva travasata la prima damigiana di vino bel colore dorato. Servire calda. nuovo) che accompagnava le varie pietanze ad iniziare dal primo piatto forte che era il risotto condito con la polpa del maiale appena tagliata e le olive, (una vera prelibatezza che non trova eguali in nessun ristorante) il secondo piatto era la parte del bollito, a seguire una pietanza cucinata nel forno di cucina. A fine pranzo stanchi dal lavoro ma sazi dall’abbuffata ci si sedeva all’ombra a raccontare cose contadine. Le donne a metà pomeriggio (sirintina) condivano la polpa del maiale tagliata la mattina e che serviva poi per insaccare e preparare le salsicce; i condimenti venivano confezionati con l’aiuto delle donne più anziane ed esperte. La sera si tornava a casa con “lu spinu”, (una trancia di carne della spina dorsale) che i padroni di casa offrivano agli ospiti che avevano offerto aiuto. Sandro Brandano Antiche usanze S

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il levante Luglio 2011 - pag. 12 Sport in Gallura Calcio Teodorino AAA: campetto cercasi... Sul primo numero de il Levante avevamo chiesto la collaborazione dei nostri lettori per far vivere il nostro periodico. I primi a rispondere all’appello eccoli: un gruppo di ragazzini che si rivolgono al Sindaco di San Teodoro per poter realizzare il sogno di quasi tutti i calciatori in erba: un campetto di calcio. La palla - anzi, il pallone - passa ora al Sindaco che, ne siamo sicuri, troverà una soluzione per i nostri giovani sportivi. I vecchi spogliatoi della squadra di San Teodoro. Il filo rosso della memoria si snoda grazie alla collaborazione di Sandro Brandano che di questa antica (e recentissima) passione è stato per anni animatore. E dalla sua passione emergono racconti recenti, divertenti, bizzarri, curiosi... Eccone alcuni scorci. l nuovo Campo sportivo era stato inaugurato, con la benedizione di Don Pala. Si disputò un’ amichevole contro la squadra di Padru, formazione agguerrita che disponeva di elementi di grande carattere e forza fisica. La partita, seguita da un folto pubblico delle opposte tifoserie, si era conclusa con la vittoria degli ospiti. A fine partita tra una “ridotta” di vino e una birretta, all’esterno del campo si commentava la gara e qualcuno, aveva malignato che la sconfitta dipendeva non tanto dalla superiorità dell’avversario “ no è possibili chi siani piu folti di noi”, ma per la benedizione del Parroco che poi aveva assistito alla partita da spettatore. A dirigere il Direttivo era zio Egidio Pasella, infaticabile primo presidente dell’Unione Sportiva di San Teodoro, il quale assieme ai collaboratori aveva scelto la rosa dei forestieri che avrebbero formato l’ossatura della squdra composta in gran parte da elementi locali. La prima partita ufficiale giocata in casa fu contro Monti, sconfitto con un sonoro 5-0. Gli inizi erano promettenti. Il campionato si concluse nella primavera del 1970 con la vittoria di 2-0 sul Mores. Segnò con una doppietta Paoluccio Sanna. Capitano della nostra squadra e capo cannoniere era Secondo Oggianu, mentre l’allenatore era il fratello Primo che sostituì Tonino Mordini durante il campionato. Qualcuno si domanda il perché del colore “viola” delle magliette del San Teodoro. Pare che la scelta fosse dovuta al fatto di non voler privilegiare i tifosi del Milan, dell’Inter e della Juventus assai numerosi e in lotta tra loro. Ebbe perciò buon gioco l’unico tifoso locale della Fiorentina che inviato ad Olbia ad acquistare le magliette, comprò quelle della sua squadra. Tentò, però, di giustificare l’acquisto affermando che quelle viola erano le sole magliette disponibili nel negozio. I

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