Il Levante - Ottobre 2013

 
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Periodico di cultura, ambiente e informazione

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il levante ISTITUTO DELLE C I V I LT À DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione San Teodoro - Ottobre/Dicembre 2013 distribuzione gratuita Habemus Portum! inquant’anni, mezzo secolo di attesa, ma questa volta è fatta: San Teodoro avrà il suo porto turistico. Il 14 novembre scorso c’è stata la consegna del primo lotto funzionale all’impresa appaltatrice da parte del Presidente della Regione Cappellacci giunto appositamente da Cagliari. Quanta solerzia! Non c’eravamo abituati. Che si stiano avvicinando le elezioni? Il governatore, accompagnato dall’assessore ai lavori pubblici Angela Onnis, si è recato in Comune dove è stato ricevuto dal sindaco Antonio Meloni e dalla giunta municipale. Di lì si è poi portato con tutto il seguito alla marina di Niulòni per la consegna dei lavori. Il sindaco Meloni era raggiante, e ne aveva tutte le ragioni: il porto turistico di San Teodoro, dopo un iter promettente, si era perduto da anni nelle nebbie fitte del Palazzaccio della Regione. Ora, finalmente, il via ai lavori. Il primo lotto prevede il dragaggio del bacino, i banchinamenti a ridosso delle dighe foranee e a riva, la realizzazione di pontili, la predisposizione degli impianti tecnici, tra cui quelli della corrente elettrica e dell’illuminazione. I tempi per l’esecuzione dei lavori sono previsti in 550 giorni. Fra 18 mesi circa saranno dunque disponibili i primi 100 posti barca. Aggiudicatario dei lavori per l’importo di 3 milioni e 157 mila euro al netto del ribasso d’asta è il C.f.c. ,Consorzio fra costruttori, di Reggio Emilia. L’opera, progettata dall’ing. Ritossa di Cagliari, avrà un costo totale di 26,25 milioni di euro, di cui 7,25 a carico della Regione, e il resto da finanziarsi con il ricorso al capitale privato. Una volta completato, il porto, definito giustamente come “struttura strategica per lo sviluppo del paese e del territorio”, potrà ospitare complessivamente 500 barche e sarà tra i più moderni e funzionali del Mediterraneo. Contrariamente alle tante strutture portuali create a supporto di lottizzazioni turistiche, questo di Niulòni, nasce al servizio della città, immediatamente a ridosso dell’area urbana. Sarà pertanto un porto vivo, dotato di cantieri e officine, e frequentato tutto l’anno. Un servizio in più anche per l’Area Marina Protetta di Tavolara - Punta Coda Cavallo. Dunque, grandi vantaggi per il turismo, per la pesca, per l’economia del territorio, e per tutta la popolazione e, naturalmente, per gli amanti del mare, che a San Teodoro sono molti, e tra essi il sindaco Meloni. Il vecchio sogno dei teodorini finalmente si avvera. Salvatore Brandanu C Il padrone e il mezzadro; Come eravamo; Diluvio Cleopatra: un mese dopo; Gianfranco Siazzu: cittadino di San Teodoro; Iniziamo a non chiamarla “bassa stagione”; Quella “casa” a Baia Salinedda; I Social: amplificatori e viralizzatori; Allerme tumori; Alle poste con Alitalia; Un’altro amico; Sport in Gallura. SOMMARIO: Auto mia quanto mi costi ine anno si avvicina a grandi passi. E con il mese di dicembre si accumulano un numero infinito di tasse, balzelli, contributi e chi più ne ha più ne metta. Ma a leggere le notizie dei quotidiani economici (il Sole/Ventiquattrore in testa) non c’è che da restare allibiti se si confrontano le imposizioni fiscali e parafiscali che piovono sul cittadino italiano a confronto con quelle a cui sottostanno i “colleghi” delle altre nazioni europee. Prima fra tutte le polizze che gravano su auto e motocicli con un escalation che pare inarrestabile. A dirla senza mezzi termini è addirittura l’ISVAP, l’ente che controlla (o dovrebbe controllare) le compagnie di assicurazione. La cosidetta RC (responsabilità civile) per autoveicoli e motociclette denuncia una lievitazione dei costi per l’assicurato che nell’ultimo anno va da un 27 per cento in più per le automobili ad un 45% per le due ruote. La giustificazione addotta dagli assicuratori (troppi incidenti, troppe richieste di rimborsi per sinistri spesso fasulli...) è in larga misura contraddetta dalla reale situazione. Il premio delle polizze cresce a causa della sinistrosità degli automibilisti: nella nostra isola, Gallura in testa, si registra un preoccupante aumento degli incidenti con conseguente richiesta di rimborsi piuttosto elevata. Il nostro comunque, è un paese in cui per assicurare i veicoli, auto e moto) si paga di più che in qualsiasi altra nazione europea. E a dirla schietta, questa volta, è il CODACONS (la benemerita associazione dei consumatori) che si è fatto più volte paladino contro le angherie subite dai comuni cittadini, molto spesso tartassati da balzelli ingiustificati. Alcuni esempi? Le tariffe RC auto - precisa l’associazione dei consumatori - è cresciuta di quasi il duecento per cento (il 195%, per la precisione) dal 1994 ad oggi. Solo negli ultimi dieci anni, l’aumento si è attestato sul 98 per cento). Assicurare un’auto in Francia costa mediamente 172 euro all’anno, 220 euro in Germania e 229 in Spagna mentre nel nostro Bel Paese le cifre oscillano intorno ai mille euro. E le lamentazioni delle Società di assicurazioni (che hanno ovviamente creato il solito “cartello”) sul presunto aumento della sinistrosità sono ancora una volta contraddette - questa volta - da FEDERCONSUMATORI: il tasso di incidenti con gravame sugli assicuratori è calato, sempre negli ultimi dieci anni, del 22 per cento. Quando, si domanda il malcapitato e virtuoso automobilista, potremo confrontarci con i “colleghi” europei? Quando interverranno le autorità preposte a calmierare il mercato che appare privo di regole? La vicenda Ligresti non è dunque servita a nulla? Mario Stratta F A li chi ci lègghjni auguremu di córi Bona Pasca di Natali, e un Annu Nóu sirènu e dunósu Ai nostri lettori auguriamo di cuore Buon Natale e un Anno Nuovo sereno e ricco di doni *** Effemeridi «Arimani – racconta Pietro - a lu bar di piazza, àgghju imbiccatu a Bastianu, còttu chi pippa. E no’ vulìa dà a bì lu caffè a lu cani?» «Lu caffè a lu cani? E no pudìa dàlli una tazza di vilmintìnu?» dice Pascàli. «Ghjà, è maccu l’òmu! Lu vilmintìnu sill’éra biendi iddhu.» «O ma’, Luiséddhu m’è fendi li gatti gatti…» fa Maria piagnucolando alla madre. «E tu, macca, assèntali dui ciaffi e divilla chi dapói viengo éu cu lu fuèttu! Villa fòcciu passa la gana di tuccà li stéddhi fèmini.» «Ma pói, ma’, si sinn’anda, come fòcciu a ridì?»

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il levante Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 2 tal caso le sementi si caricavano a spalle. Arrivati al tancato (la tarràgghja) dopo aver attaccato l'aratro (l'aratu) iniziava il lavoro che si interrompeva a “mezudì” per il pasto, “lu gustari”, molto veloce e per far riposare i buoi. Si riprendeva subito dopo, per tutta la sirintina, con la delimitazione con canne della fascia da seminare, la tula, e poi con la semina a spàglio. La giornata di lavoro si concludeva con il passaggio dell'erpice (lu tràgghju) che ricopriva il seme appena seminato. Al calar del sole, “a intrinata”, appena tornati a casa, si liberavano i buoi (sbruccà li bói ) e stanchi ma sereni, si pensava alla prossima giornata di lavoro. Se l'annata era molto piovosa si finiva di seminare a dicembre inoltrato (natali). La prima delle ricorrenze sentite, era il giorno dell'Immacolata, meglio conosciuta nel mondo contadino come “Scorraboi”. In quel giorno di festa non si dovevano toccare i buoi. La stagione invernale era scandita da altri lavori occasionali, “a la ciurràta”, alla giornata. Chi si arrangiava a fare un po' di tutto, poteva trovare giornate lavorative per raccogliere olive, fare muretti a secco (muratìni), fare il manovale, insomma quello che passava il convento.Ai primi di febbraio (friàgghju), o circa due mesi dalla semina si “zapittà lu tricu”, si zappettava il grano appena “puciunatu” (che aveva germogliato) con una zappa leggera (la zappittà), e dopo qualche mese, quando le erbacce erano spuntate, si passava a mani nude per “disalbià ”. Per questi due lavori si procedeva alla delimitazione di corsie di riferimento (andàina) per svolgere un buon lavoro. (continua nel prossimo numero) Sandro Brandano Il padrone e il mezzadro (Lu patronu e lu gh juagliu) Con la sistemazione della paglia (l'incugna di la paddha), verso fine luglio, si chiudeva la stagione agricola del mezzadro (lu ghjuagliu) e dopo un breve periodo di riposo, ai primi di settembre (capidannu) iniziava la nuova stagione. Gli uomini erano rientrati dalla guerra e in famiglia bisognava programmare il lavoro. Le possibilità erano due: o andare alla giornata o cercarsi una mezzadria, magari per la tenuta del bestiame con contratto di cinque anni, “la calta ” e la possibilità di avere a fine contratto, un capo ogni tre pecore o capre. Babbai Ghjuanni era andato a casa di ziu Franciscantòni per la trattativa, un accomodato che poteva garantire due annate di lavoro nei campi. Al ritorno, a pranzo (a gustà ), la buona notizia: l'accordo c’era stato. Ciò aveva portato in famiglia serenità e speranza. Il segno della croce della padrona di casa aveva benedetto la cosa. Il tempo di preparare il trasloco, il sopralluogo a Lì Pàtìmi, per la presa in possesso del podere, e subito il momento di iniziare a lavorare. Con un'annata buona si potevano seminare dai 3 ai 4 quintali di grano (15/20 cuppi di trìcu), tutto dipendeva dalla forza lavoro a disposizione. Se la famiglia aveva tanti figli maschi si poteva aumentare l'estensione dei terreni da coltivare. Il territorio di S.Teodoro nel dopoguerra era formato da varie cussorgie, dipendenti amministrativamente dal comune di Posada. Ancora non c'era la corrente elettrica nelle case e lo stradone “nazionale “ era sterrato. Dagli stazzi in collina si scendeva a San Teodoro centro a piedi, in bicicletta o con il carro a buoi. Gli attrezzi per “lu débbiu”, la prima pulizia del terreno dalla frasca e dalla sterpaglia, che aveva inizio intorno alla metà di agosto (àustu), venivano preparati da ziu Ciccheddhu Cattini o da ziu Salvadori Azara, due fabbri (li frailagghj) molto esperti. Erano loro che sistemavano le gravine (li marrapicchi), che con la spampanatura e la tempera giusta del tagliente facilitavano l’opera dei contadini. Ritirati gli arnesi, in bicicletta (quella con due portapacchi) si tornava a casa pronti per il lavoro. La seconda parte del lavoro aveva inizio ad ottobre (santigaini) e si doveva solamente “smucchjà”, eliminare il cisto appena spuntato. Non appena il terreno era stato ripulito si approntava la doa, la fascia frangifiamma, allontanando le frasche tagliate dalle piante, per procedere al loro abbruciamento. Le prime piogge scandivano il tempo della semina e, dopo la ricorrenza dei Santi, le massaie passavano le sementi al vaglio (passà lu tricu in culiri ), per eliminare semi estranei e infestanti. Ed era così arrivato il momento di arare, “laurà”, e punì la ghjuarìa. Le sementi di grano più usate nelle nostre terre erano quelle di tricu Mentana e di tricu Còssu, ossia corso, della vicina Corsica. Lu tricu Còssu, che era molto rigoglioso e aveva un bel colore dorato, veniva mietuto prima; mentre il grano duro, lu tricu saldu e lu tricu Capelli (il Cappelli, così chiamato in onore del senatore del Regno d'Italia Raffaele Cappelli, che lo aveva per primo coltivato, in Puglia), veniva mietuto per ultimo. Anche per la preparazione dell'aratro si doveva ricorrere a li frailagghj che dovevano approntare sia il vomero (l'albata) che ferrare i buoi, lavoro eseguito nella “gabbia”, dopo aver preso le misure in campagna. La mattina, al canto del gallo si era già in piedi per governare i buoi che mangiavano con una cesta di paglia (una coffa di paddha ) ed una manciata di biada o granaglie, e questo doveva bastare per la mattinata, poi bisognava sistemare il giogo (lu ghjuali ), attaccare il carro ai buoi, caricare l'aratro e le sementi (la simenza ) ed alle prime luci dell'alba ci si spostava verso il podere. Il carro non era sempre a disposizione dei mezzadri, e in Come eravamo I ragazzi del ‘70 nella scuola media di San Teodoro. Chi si riconosce? IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno III - N°16, Ottobre/Dicembre 2013. R egistro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione : Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Te o d o ro (O T) - Tel./Fax. 0784/866180 E-mail.segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Salvatore Brandanu. Condirettore : Mario Stratta. In Redazione : Sandro Brandano, Gian Piero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione : Angela Bacciu.

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il levante Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 3 D I L U V I O C L E O P AT R A : U N M E S E D O P O nell’uomo che costruisce la sua casa, che realizza una strada, che progetta e lancia un ponte tra le rive opposte di un fiume o di un torrente. E parliamo proprio di ponti: le immagini impietose dal cielo dei giorni dell’alluvione ce li hanno mostrati squarciati da una voragine, proprio a pochi metri dall’argine. Perché proprio in quel punto?Un motivo c’è. Il difetto è tutto di carattere costruttivo. L’ingegneria moderna fa delle opere meravigliose ma poi si perde nei dettagli. E infatti abbiamo ponti romani che a duemila anni e più non solo sono ancora in piedi ma svolgono egregiamente il loro compito, e ponti moderni che dopo dieci anni di vita sono inservibili. Lo stesso accade con le strade. Problema di tecnica e di materiale adoperato, dunque. E infatti le strade del passato, quando non c’erano le pale meccaniche, venivano aperte sul piano di campagna utilizzando strati di pietrame, di ghiaione, di breccia, e solo in ultimo, di sabbione. Oggi si fa tutto col sabbione e con la terra di riporto, spesso barriere di migliaia di metri cubi di terra di riporto compattata coi rulli e con i cingoli. Ma poi? L’acqua delle alluvioni la scava alla radice, vi penetra, la trasforma in un budino e le travi e i solai in cemento armato cedono, crollano, si aprono buche e voragini. In passato i nostri nonni, quando costruivano le case dei loro stazzi lo facevano sul sodo, possibilmente sulla roccia; oggi si costruisce a pochi metri dai fiumi e dai canali, si scava, si fa una piattaforma, quando la si fa, e si elevano i muri in blocchi. Basta un’alluvione e la casa viene giù. Olbia è un caso emblematico di disordine edilizio: per decenni si è costruito tanto, troppo, e nelle zone meno idonee, senza rispettare quote ed altro. Le infrastrutture sono venute dopo, a risanare situazioni da terzo mondo.Talvolta un acquazzone di dieci minuti mette in ginocchio la città. Che fare? La soluzione del problema non è semplice, certi quartieri andrebbero buttati giù completamente e riedificati altrove, ma, come si capirà, non è una soluzione praticabile. Occorre dunque agire sugli altri fattori di rischio, sui corsi d’acqua che solcano la piana, bonificandoli, rafforzandone le rive anche con la piantumazione di alberi idonei. Il cemento armato, a cui si fa troppo sovente ricorso, peggiora in molti casi la situazione. E soprattutto bisogna ricordarsi una cosa: la salute e il benessere dei centri urbani dipende molto da come è tenuta la campagna intorno. Una campagna ben organizzata, con i fossati e i corsi d’acqua puliti e i canali di scolo in ordine è una garanzia per la città. S. B. Abbiamo ancora sotto gli occhi le immagini terrificanti dei disastri causati dalle inondazioni del 18 novembre scorso in Sardegna e ci chiediamo sgomenti se non abbiamo anche noi qualche colpa, qualche responsabilità di tante morti e distruzioni. Sappiamo che la natura quando si incattivisce è terribile ma anche che, spesso, a monte di questi disastri c’è l’opera incauta dell’uomo. Ora è necessaria anzitutto una riflessione seria e responsabile, perché in questo evento calamitoso ci sono cause naturali, ingovernabili con le nostre forze, ma anche responsabilità che vanno individuate e analizzate al più presto, se si vogliono evitare disastri e lutti peggiori. E’ chiaro, intanto, che il clima è cambiato e che oggi mediamente piove più di prima, soprattutto piove con maggiore intensità e violenza. Dunque, bisogna attrezzarsi e prevenire. In Gallura alluvioni ed esondazioni ci sono sempre state ma da qualche anno esse non sono più eventi eccezionali ma calamità ricorrenti e disastrose. Lo storico Vittorio Angius, parlando della condizione della viabilità in Gallura ai suoi tempi, quando praticamente nell’intero territorio non esistevano né strade carrabili né ponti (siamo negli anni 1837/38), denunciava le tante morti che avvenivano ogni anno nelle campagne tra i pastori per le esondazioni dei torrenti. E anche il Lamarmora, a un dipresso, accennava allo stesso problema. Mali storici, dunque, che si ripetono ciclicamente e a cui l’uomo non riesce a trovare i rimedi adeguati. Ai nostri giorni io stesso ho visto i disastri del Cedrino e del Posada in Baronia, e del Padrogianu alle porte di Olbia, e ho conosciuto almeno una mezza dozzina di volte la piana di San Teodoro sommersa dall’acqua, da Gambaru (via Sardegna) alla Canna, fino allo stagno e al mare. In questi ultimi anni, dicevamo, non solo piove di più ma soprattutto piove con maggiore intensità, e questo aumenta i rischi. È stato detto che durante l’ultimo nubifragio è caduta tant’acqua quanta normalmente cade in Sardegna in un semestre; una bomba d’acqua, è stata definita dai giornali e dalla televisione. Come difendersi da tali diluvi? Quali rimedi ha l’uomo di fronte alla furia scatenata della natura? Una natura imbufalita che aggredisce e distrugge le opere umane con una violenza inaudita? Il rubinetto dell’acqua che vien giù dal cielo non possiamo chiuderlo noi a nostra volontà, dunque dobbiamo agire necessariamente su altri fronti, soprattutto su quello della prevenzione geologica, operando con maggior cautela nella progettazione delle grandi opere che hanno spesso un impatto ambientale devastante, e nell’edilizia urbana. Anche l’abbandono della campagna e, in particolare della montagna e della collina, comporta i suoi guai, soprattutto quando avviene a carico della pianura prossima alle città e ai paesi, dove l’antropizzazione eccessiva e disordinata causa fattori di pericolosa fragilità nei suoli, esponendoli a rischi di catastrofi naturali sempre più gravi e frequenti. E c’è molta presunzione, troppo pressappochismo

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il levante Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 4 Gianfrancesco Siazzu: cittadino di San Teodoro Forze di Polizia, e rappresentante per l’Italia e Presidente (2002) in seno al Governing Board di Cepol, l’Accademia Europea d Polizia istituita allo scopo di sostenere la cooperazione transfrontaliera nella lotta alla criminalità. Dal 2 agosto 2004 fino al 5 luglio 2006, è Comandante Interregionale Carabinieri “Pastrengo” di Milano. Il 6 luglio 2006 viene nominato Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, comando che tiene fino al 22 luglio 2009, data del suo pensionamento. Gianfrancesco Siazzu, che ha i brevetti di Paracadutista Militare e di Osservatore Aereo (con oltre 1000 ore di volo), ed è laureato in Scienze Strategiche, nel corso della sua carriera ha ricoperto numerosi prestigiosi incarichi internazionali. È stato insignito di altissime onorificenze: Medaglia Mauriziana; Medaglia d’Oro al merito di lungo comando; Croce d’Oro con stelletta per anzianità di servizio; Croce di Ufficiale con Spade al “Merito Melitense” del Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano di San Giovanni di Gerusalemme (di Rodi e Malta), e numerose onorificenze conferitegli da Stati esteri. Il 6 luglio 2006 il presidente della Repubblica Napolitano lo ha insignito dell’alta onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. zionale carriera, fino al grado più alto e prestigioso, quello di comandante generale dell’Arma. Di lui mi parlava continuamente Pierino Pittorra che lo conosceva bene anche perché il generale aveva sposato una sua cugina. Non lo avevo mai incontrato di persona. Lo incontrai, per caso, appena una rapida presentazione e una stretta di mano, solo un paio d’anni fa, all’Icimar, in occasione di una conferenza del Lions, e ne ricevetti un’ottima impressione: una persona schiva, riservata, un gran signore; un uomo di cui, come teodorino, come gallurese e come italiano, posso dirmi orgoglioso. Questo sentimento di stima è d’altronde diffuso tra tutti i teodorini , dove il generale Siazzu (che tra l’altro ha sposato una donna della zona, di una famiglia molto conosciuta e stimata) gode di grandissimo e meritato prestigio. La cittadinanza onoraria della nostra cittadina, conferitagli recentemente dall’amministrazione comunale di San Teodoro, è stata perciò accolta col più grande favore ed entusiamo dalla popolazione, orgogliosa di poter annoverare un nome così prestigioso e illustre tra i propri concittadini. Un avvenimento importante, dunque, ed esemplare, anche perché i teodorini, troppo distratti a inseguire i falsi miti della ricchezza e della mondanità, hanno di tanto in tanto bisogno di ritrovare i valori genuini e preziosi della propria gente. Valori che affondano le radici antiche e tenaci nell’onestà, nel lavoro, nell’intelligenza, come anche le vicende del generale Siazzu e la sua prestigiosa carriera dimostrano. Ma la popolazione di San Teodoro ha altri motivi di riconoscenza nei confronti dell’illustre cittadino onorario: proprio alla sensibilità e all’intelligenza del Generale deve infatti l’istituzione della Tenenza dei Carabinieri che viene in parte a risolvere gli annosi problemi della sicurezza del territorio. Un territorio che negli ultimi anni è indubbiamente cresciuto molto ma in cui sono cresciuti anche i problemi e i bisogni. Per la tenenza di San Teodoro (a dire il vero si chiedeva una compagnia che meglio avrebbe risposto alle esigenze del territorio e della Gallura) ha molto lavorato, assieme all’ex sindaco Gianni Marongiu, Pierino Pittorra, che si è mosso con determinazione ed entusiasmo per la soluzione del problema. E sempre lui è stato anche tra coloro che hanno voluto che al Generale di Corpo d’Armata Gianfrancesco Siazzu venisse conferita la cittadinanza onoraria. Certamente un riconoscimento gradito e un onore meritato per Gianfrancesco Siazzu, ma un onore ancor più grande per San Teodoro. S. B. Il Gener a l e e i l S i n d a co d i S a n Teo d o ro La carriera Gianfrancesco Siazzu nasce a Forlì, dove il padre, di origini galluresi, prestava servizio nell’Arma, il 20 agosto 1941. Nel 1961 si iscrive all’Accademia Militare di Modena e , terminati i corsi, frequenta la Scuola di Applicazione di Torino. Nel 1966 è tenente in servizio permanente effettivo nell’Arma dei Carabinieri. Da ufficiale subalterno, dal 1966 al 1968 è comandante di plotone presso il 3° Battaglione Carabinieri “Lombardia”, e presso il 7° Battaglione Carabinieri “Trentino Alto Adige”; dal 1968 al 1969 è ad Abbasanta, dove istituisce e comanda per 4 anni il Nucleo Eliportato Carabinieri (oggi Cacciatori di Sardegna), uno speciale reparto operativo impiegato con successo nella lotta al banditismo. Nel 71 riceve un encomio solenne per un’operazione in cui viene catturato un pericoloso latitante. Trasferito in continente, comanda la Compagnia di Ivrea e dal 1980 al 1984 è Capo Sezione dell’Ufficio Addestramento del Comando Generale dell’Arma. Da Ufficiale Superiore svolge importanti incarichi: Capo Ufficio Addestramento e Studi della Scuola Ufficiali Carabinieri (1984-1985); Comandante del 13° Battaglione Carabinieri “Friuli Venezia Giulia” (1985-1987); e Comandante del Gruppo di Taranto (1987-1990). Nel triennio 1990-1993 è Direttore del Centro di Psicologia Applicata, e quindi, Comandante Nazionale del Centro di Selezione e Reclutamento dei Carabinieri. Dall’ottobre 1993 al giugno 1995 è Capo di Stato Maggiore della 4a Divisione Carabinieri “Culquaber” a Messina. Dal 26 giugno 1995 al 20 giugno 1996 è Comandante del Reparto Autonomo del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri. A partire da tale data per un biennio è al Comando Regione Carabinieri Sardegna, e dal 1998 al 2000 Comandante della Regione Carabinieri Lazio. Dal settembre 2000 è Comandante dei Carabinieri del Ministero degli Affari Esteri e dal luglio 2001, per un triennio, Direttore della Scuola di Perfezionamento per le Il Generale e Pierino Pittorra Gianfrancesco Siazzu, Generale di Corpo d’Armata e cittadino onorario di San Teodoro. Ho udito per la prima volta parlare del generale Gianfrancesco Siazzu alla fine degli anni Sessanta, quando era un giovanissimo tenente elicotterista in servizio ad Abbasanta. Ricordo che allora mi colpì il cognome, senza ombra di dubbio gallurese delle nostre parti. I Siazzu, infatti, sono tra le famiglie più antiche della Gallura di Oviddè. Ne seguii, in seguito, attraverso la stampa e la televisione, e anche nei discorsi tra amici in paese, la brillantissima, ecce-

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Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 5 Iniziamo a non chiamarla "bassa stagione" “Li Suiddhati” di Oviddè vela che il turista che approda in Maremma percepisce positivamente sia le strutture alberghiere che la Maremma in generale, soprattutto per quello che riguarda il rispetto dell’ambiente. Il 98,12% delle recensioni sulla destinazione sono positive, come il 70% di quelle delle strutture. Le parole chiave più utilizzate positivamente sono: mare, borghi, natura, aree verdi, silenzio, cucina e prodotti locali. Purtroppo solo il 37% delle strutture riescono a promuovere online la propria ecosostenibilità e il proprio impegno per utilizzare pratiche sostenibili in relazione alla Maremma stessa. Per quanto riguarda il mondo dei social media, il 54% delle strutture sono attive su Facebook, e raggiungono in toto oltre 106.000 utenti, ma solo il 12% mantiene delle interazioni. Infine, è stata presentata la pagine ufficiale dedicata alla Maremma su Trivago: in un anno le ricerche italiane e globali sulla Maremma sono cresciute tra il 7 e il 9%, un dato molto positivo. La Maremma copre una fetta interessante delle ricerche. Si è cercato soprattutto l’Argentario, Castiglione della Pescaia, Grosseto e Follonica. Molto apprezzati i parchi naturali e borghi storici, dove si respira l’anima della Toscana più autentica. In conclusione la Maremma riesce a comunicare un’alta qualità ambientale (anzi, ne ha fatto un segno distintivo) e questo è percepito in modo chiaro e forte dai viaggiatori, segno che l’attività di promozione territoriale on e offline sta funzionando in modo estremamente efficace Fonte:http://www.bookingblog.com/bto-2011-livemaremma-brand-index/#sthash.pgZVw4OT. dpuf Curiosità rima di sviluppare, nelle poche righe che ho a disposizione, l’argomento “bassa stagione” ritengo utile alla comprensione del lettore, citare una caso interessante che riguarda la “Maremma” e che dimostra come nessuno ormai può fare a meno di monitorare per valutare e, conseguentemente, agire sulla comunicazione, soprattutto quella che passa attraverso il web e vale per i singoli individui come per le imprese, le organizzazioni, gli enti promotori (aziende autonome di soggiorno e consorzi turistici ad esempio). IL CASO “MAREMMA” Nel 2011 un gruppo di giovani laureati sotto la guida del Prof. Tapinassi ha presentato per la prima volta la ricerca Maremma Brand Index in collaborazione con Trivago, per analizzare che immagine aveva dato di sé la Maremma fino ad allora, ma soprattutto che immagine ne avevano viaggiatori. Come la raccontano gli utenti? E come sono cambiati i contenuti nel tempo? C’è un nesso tra l’immagine delle strutture della Maremma e la Maremma stessa? I ricercatori hanno voluto capire e monitorare la visibilità online e l’efficacia della comunicazione adottata a seguito degli investimenti degli anni precedenti indirizzati ad una ri-valorizzazione del brand “Maremma”. L’attività di collaborazione tra Autorità e strutture ricettive avviata in Maremma non ha davvero uguali nella Penisola. Tapinassi conferma che sono stati fatti enormi sforzi per sensibilizzare gli operatori turistici e che sono state messe in campo numerose piattaforme online per dialogare con gli albergatori, dalle newsletter periodiche con tips e consigli, alla pagina fan su Facebook, oltre ai numerosi incontri one-to-one. Il Maremma Brand Index analizzato nella ricerca è nato dall’unione di tre dashboard principali: Trivago, Tripadvisor e livello di servizi ospitalità/vita quotidiana sul territorio. A questo scopo sono stati monitorate 124 fonti sia pubbliche che private dal 1955 al 2011, per capire tutti gli aspetti che nel tempo hanno caratterizzato la Maremma. In passato si parlava soprattutto del boom economico e del mare splendido, oggi si parla molto di più della Natura. Natura intesa come valorizzazione e protezione dell’ambiente, ma anche come “sostenibilità”. Qual è oggi la brand reputation della Maremma toscana? Da una parte si è analizzata la reputazione della ospitalità, dall’altra l’immagine dei servizi/vita quotidiana. Alla prima si collega un sentiment molto positivo: la natura, l’enogastronomia, il livello di intrattenimento, di beni culturali e di attività sportive sono i topic che emergono più spesso e che sono più apprezzati dalla gente. Il sentiment positivo è 6 volte maggiore rispetto al negativo, soprattutto in rapporto alla natura e alla sostenibilità, mentre le vie di comunicazione e i trasporti vengono percepiti soprattutto in negativo. L’analisi delle recensioni e della semantica ri- P MA VENIAMO A NOI Perche' i turisti dovrebbero venire in Sardegna in quella che molti di noi continuano a chiamare "bassa stagione"? Ma non rischiamo di ottenere l’effetto contrario? Denominandola "bassa" infatti partiamo in salita. Sarebbe ora di iniziare a convincere prima noi stessi che non c'e' nulla di "basso" nei mesi di aprile,maggio,settembre, ottobre e comprendere la potenza della comunicazione, le opportunita' che derivano dal corretto utilizzo del linguaggio, dalla scelta delle parole. Avete mai sentito un albergatore di Rimini definire "basso" qualunque periodo dell'anno? E' molto più' probabile che si leggano definizioni come "stagione degli eventi", "stagione congressuale", “stagione delle occasioni”, e cosi via. Forse dobbiamo imparare da Papa Francesco che, mai visto prima, fa distribuire scatole di "misericordina" in piazza San Pietro utilizzando il marketing come pochi sanno fare. Dobbiamo riuscire a trasformare quelle che consideriamo punti di debolezza in grandi opportunità così come accadde all’Ingengner Spencer Silver, leggete un po’ quanto segue… La storia dei Post-it Notes. La scoperta dell’adesivo che incolla, ma non tanto, si deve a Spencer Silver un ingegnere della 3M, la stessa società che nel 1930 brevettò lo Scotch. La leggenda narra che a causa di formulazione chimica errata, ottenne una colla che “funzionava male”, perché debole nella presa. Tra le tante cose che gli passarono per la testa, ci fu anche il ricordo di un collega che cantava in un coro e aveva la necessità di utilizzare dei segnalibro che si attaccassero alle pagine. Prese vita in questo modo un nuovo prodotto: il Post-It, che non solo era in grado di aderire a ogni superfice, ma poteva anche essere staccato e riposizionato senza lasciare traccia. Oggi Post-It ha trent’anni di vita, è un marchio registrato, venduto in tutto il mondo, declinato in 8 misure, 25 forme e 62 colori. BUON NATALE Giovanni Degortes San Teodoro, nei pressi di “Li Pétri Niéddhi”, dalle parti della Suaréddha, c’è un sito chiamato “Li Suiddhati”, che in gallurese significa tesori nascosti. Nascosti nelle cavità di un muro o, più spesso, sotto terra. Un tempo, quando ancora non c’erano le banche e le cassette di sicurezza a conservare i soldi e i preziosi dei risparmiatori, chi possedeva monete e monili, per sottrarli all’occhiuta attenzione di ladri e malintenzionati, si arrangiava da sé, e li metteva al sicuro scavando una buca segreta sotto il pavimento di casa, seppellendoli nell’orto o infilandoli nella cavità di qualche vecchio muro. Naturalmente il sogno di molti, dei poveri perché erano poveri, e dei ricchi perché volevano esserlo ancora di più, era quello di diventare ricchi (o più ricchi) per qualche fortunato accidente, insomma, per un colpo improvviso di fortuna. E quale migliore fortuna di quella di trovare un bel mattino un ricco tesoro? C’era perciò chi passava più ore a pensare dove e come poter scoprire un “suiddhatu”, che a lavorare e a darsi da fare per levarsi la miseria di dosso. Capita anche oggi, soprattutto in tempi di crisi: sono milioni gli italiani, giovani e anziani (ci sono anche numerose donne), che sin dal mattino, con lo sguardo ebete e febbricitante, sono davanti alle ricevitorie del lotto, alla rivendita di tabacchi o al banco del bar a tentare la fortuna: con il lotto, col totocalcio, alle slots-machines, al gratta e vinci. Insomma, come fanno rilevare con giustificata preoccupazione medici e psicologi, per moltissime persone il gioco è diventato una pericolosa e ossessiva dipendenza, una malattia da cui spesso è assai difficile liberarsi. Ma tornando a “Li Suiddhati” di Oviddè, molti anziani che avevano conosciuto bene Ghjuànni Maria*, il proprietario del terreno, si dicevano convinti che lui, “lu suiddhatu”, il tesoro, lo aveva trovato per davvero: monete, molte monete d'oro con cui, qualche tempo dopo, aveva infatti acquistato tanche e bestiame. A me, francamente, sembra tutto una bella favola, ma anche le favole, bisogna riconoscerlo, talvolta hanno un fondo di verità. S. B A

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il levante Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 6 Quella “casa” a Baia Salinedda I Social: amplificatori e “viralizzatori” WEB WEB facebook WEB WEB WEB facebook facebook mi piace Disegni dell’Arch. Luigi Caccia Dominioni mi piace mi piace “A differenza di quanto avviene oggi, negli anni ‘60 l’attenzione di figure significative dell’architettura contemporanea veniva indirizzata a segni che non contaminassero la costa, ma che, anzi, la qualificassero attraverso l’inserimento profondamente meditato di composizioni di gran classe”. Solo per fare alcuni nomi ricordiamo Marco Zanuso a Cannigione, Cini Boeri a La Maddalena, con ben tre case e Dante Bini a Costa Paradiso con la casa a “Cupola” per Michelangelo Antonioni. Capitò, o almeno così mi piace pensare che una sera, al tramonto, da una barca a vela ormeggiata a Baia Salinedda, sbarcò uno dei più grandi architetti italiani del dopoguerra: Luigi Caccia Dominioni. Certamente stupito dalla selvaggia bellezza del luogo ed ammaliato dai profumi della macchia mediterranea, dopo un primo sopralluogo iniziò a pensare a quella casa che “illuminati” committenti sardi gli avevano chiesto di progettare per le loro vacanze estive. Luigi Caccia Dominioni è stato una delle figure più originali tra i grandi dell'architettura italiana contemporanea e la casa che progettò a Baia Salinedda “ è una semplice e geniale soluzione di problemi di ambientamento e di illuminazione. Un compatto parallelepipedo infossato nel punto di incrocio di due percorsi perfettamente ortogonali, indossa un casco dalle morbide forme tondeggianti, concluse in alto da imbuti (lucernai in rame) per il passaggio, graduato e scivolante, della luce all’interno”. Anche qui a Baia Salinedda come sostiene Cecilia Bione sull’opera dell’Architetto Caccia Dominioni “siamo distanti dalla spasmodica ricerca di originalità della forma così tipica del fare di oggi: "Non si può essere moderni senza partire dal passato", sembra volerci dire Luigi Caccia Dominioni insieme a quel gruppo di colleghi (come Zanuso, Gardella, Magistretti e Morassutti, solo per citarne alcuni), che con lui e come lui hanno contribuito a costruire quella parte della Milano postbellica dalle forme eleganti e dal carattere misurato e discreto, espressione di un pensiero moderno e razionale che, per primo, non ha rinunciato al confronto con le peculiarità fisiche e storiche del contesto in cui operava. Lo scorso 7 Dicembre, Luigi Caccia Dominioni ha compiuto il secolo di vita, forte nel corpo come nello spirito. Un traguardo... Massimo Oggiano Con un approccio di solito legato a un momento di relax, i Social Network hanno radicalmente cambiato il modo di pensare, interagire, condividere e comunicare online e il più delle volte, senza che ce ne accorgessimo, anche tante piccole abitudini. Il risultato? siamo sempre attaccati a uno smartphone, a un tablet o a un computer: a volte “condividiamo” o “twittiamo” invece di parlare, aggiorniamo il nostro status su Facebook lamentandoci del freddo o esprimendo anche sensazioni molto personali, invece che confrontarci faccia a faccia. Persino per cercare l’anima gemella ci rivolgiamo agli amici degli amici su Facebook, facendo prima un’analisi accurata dei loro profili, cliccando “mi piace” e poi iniziando a “chattare”. Qualcosa è andato del tutto perduto, qualcos’altro non ancora ma qualcosa si può certo apprendere. Spesso sfugge ma queste “app” ci permettono, in modo completamente gratuito, di comunicare con il web e quindi con il mondo intero con una rapidità temporale che si dissocia da quella reale semplicemente con un clik. Tutto questo è molto importante a livello lavorativo per le Imprese presenti sulla Rete perché rappresentano una fonte pressoché illimitata di contatti da poter raggiungere e incrementare così il proprio business. E’ questo il caso dei principali Social Network attualmente presenti online come Facebook, Google Plus e LinkedIn o del microblog Twitter. Un’impresa che pensa di poter avere successo e incrementare il proprio business online senza presidiare tutti i canali sopra citati sta probabilmente investendo in maniera errata le proprie risorse economiche. Professionisti e società devono avere un profilo aziendale su LinkedIn così come una pagina business su Google Plus, o una fan page su Facebook, sempre sul Social Network ideato da Zuckerberg è possibile attivare una campagna pubblicitaria su Facebook anche destinandole un budget iniziale minimo. Altro strumento che Google mette a disposizione delle aziende è YouTube sul quale, oltre al normale e gratuito canale aziendale, è possibile attivare anche la pubblicità a pagamento con le stesse modalità presenti su Facebook. Così come un’impresa legata a un particolare settore merceologico quale è quello turistico/ alberghiero non può mancare su TripAdvisor, utilissima piattaforma dove ricevere le impressioni e i giudizi della clientela relativamente al servizio offerto. Qui ho nominato solo alcuni dei più famosi o utilizzati social ma sono veramente tantissimi e se qualcuno non sa ancora che potrebbe gestirli tutti insieme conte m p o r a n e a m e n t e d o vrebbe scaricare l’app di "HootSuite”, uno strumento essenziale. Di questo “mondo virtuale” si è discusso di recente durante un seminario, a cui ho partecipato,“l’impatto dei Social Network”, tenutosi a Olbia presso il C&D Center in collaborazione con il Mediolanum Corporate University, in cui è emersa l’importanza del loro utilizzo ma senza mai dimenticare che dietro un account c’è la vita intera delle persone online e potrebbe venir usata contro di te. Quindi, bisogna stare attenti, soprattutto nella compilazione delle impostazioni, perché quando si accetta l’amicizia di qualcuno in realtà noi gli stiamo regalando la nostra privacy. Angela Bacciu

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il levante Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 7 Allarme tumori: siamo all’emergenza? Italiana Registro Tumori). L'istituzione dei registri è uno strumento indispensabile per inquadrare le dimensioni del problema; servono per identificare e inquadrare il rischio oncologico della popolazione, valutare la sopravvivenza e la prevalenza, aiutare la programmazione sanitaria, impostare programmi di screening, partecipare a progetti di ricerca scientifica nazionali e internazionali. In definitiva solo circa un terzo della popolazione sarda vive in aree coperte dall'attività dei registri tumori accreditati. In tutto il territorio nazionale solo 27 milioni di cittadini sono coperti da un registro, siamo ancora molto indietro nell'organizzazione di base. Il mio obiettivo è quello di arrivare ai dati epidemiologici che riguardano il comune di San Teodoro e riportarli in un articolo successivo del Levante. In Sardegna ogni anno quasi 7000 persone sono colpite da tumore (3716 uomini-3281 donne). Applicando una semplice proporzione dovrebbero essere circa 18 all'anno nel nostro Comune.Va ricordato che sono aumentate negli ultimi decenni le guarigioni, grazie ai programmi di screening e a terapie sempre più efficaci. Il sistema sanitario costretto a tagli consistenti potrà dare le cure ai malati di cancro? Potrà realizzare quelle reti oncologiche indispensabili, potrà mettere a disposizione le cure più efficaci in genere le più costose, potrà attivare le campagne di prevenzione non solo per la mammella e l'utero ma ormai impellente anche per il tumore del colonretto ? Nella regione Toscana è operativo lo screening di quest'ultimo tumore; arrivano per posta le provette per la raccolta dei campioni di feci per la ricerca del sangue occulto, successivamente un addetto passa a ritirarli e se si ha un esame positivo si programma una colonscopia. Da noi quest'esame si effettua ormai dopo i sei mesi di prenotazione. Alcuni anni fa il Prof. Annibale Biggeri dell'Università di Firenze ha effettuato uno studio di epidemiologia descrittiva con l'obiettivo di fotografare lo stato di salute della popolazione sarda cercando di stabilire indirettamente se esiste una relazione di casualità tra fattori ambientali e rischio di malattia. Questo studio è a mio parere un buon punto di partenza per analizzare nel dettaglio i rischi per la salute della gente e iniziare a rimediare eliminando i pericoli ovunque essi siano: ambiente, alimenti, acqua, abitudini sbagliate. In Sardegna non abbiamo solo oasi naturali incontaminate, si affiancano anche zone industriali, militari, distretti minerari in dimedia regionale e il tumore della vescica 121% in più. Il lavoro conoscitivo serve per renderci conto esattamente della situazione, e non per “sentito dire “, a questo devono seguire ulteriori approfondimenti e analisi ambientali. Secondo aspetto potenziare il sistema di sorveglianza sanitaria, soprattutto attraverso la diagnosi precoce e i sistemi di screening che coinvolgano tutte le popolazioni a rischio.. (continua nel prossimo numero) Secondo l'International Agency for Research on Cancer (IARC) il cancro potrebbe uccidere 13,2 milioni di persone l'anno nel 2030, un numero doppio rispetto al 2008. Salirà a 21,4 milioni di nuovi casi l'anno l'incidenza rispetto ai 12,7 attuali. Dal mio osservatorio speciale, medico di famiglia in un piccolo paese da oltre tre decenni, posso affermare che in questi ultimi anni anche a S.Teodoro assistiamo ad un sensibile incremento dei casi di tumore che colpiscono conoscenti, amici, familiari. Molti teodorini mi chiedono se dobbiamo allarmarci e se secondo me è in aumento nella nostra popolazione questo male che si fa fatica a nominare e che è la causa di numerose tragedie in tante famiglie galluresi. Ho cercato di studiare le cartelle dei miei pazienti , di vedere nell 'anamnesi patologica remota della nostra società se esistono i numeri che possono confermare questa impressione diffusa: “ Dotto' non si sente altro, ma cosa sta succedendo, mi devo fare tutti gli esami, sono preoccupato”. Ho ritenuto necessario interessarmi, sotto il profilo epidemiologico, di questo problema e di ricercare numeri e studi che potessero in qualche modo aiutarmi a dare delle risposte basate su dati scientifici e non su vaghe impressioni emozionali. Posso affermare che dieci, venti anni fa l'incidenza di patologie tumorali fra i miei pazienti era sicuramente più bassa. Confrontandomi con colleghi di paesi vicini, in particolare Budoni, Torpè, Siniscola, i casi segnalati a San Teodoro erano evidentemente più contenuti. Ora è molto frequente arrivare a diagnosi di neoplasie spesso in stadio avanzato, nonostante gli sforzi di accertamenti preventivi che abitualmente faccio fra i miei pazienti. Sono in aumento in particolare i tumori del colon-retto e della prostata fra gli uomini, della mammella e dell'utero nella donna. Segnalo diversi casi di leucemie, linfomi, sarcomi patologie che negli anni scorsi erano molto rare fra i miei pazienti. Non esiste un registro dei tumori della Sardegna; sono istituiti solamente i registri della provincia di Sassari e di Nuoro, ufficialmente riconosciuti dall'AIRTUM (Associazione suso, che espongono la popolazione a forti pericoli. Le zone più a rischio sono quelle industriali di Portoscuso, San Gavino, Sarroch, Ottana, Porto Torres, Tortolì, quelle militari di Teulada, il Salto di Quirra e La Maddalena dove la mortalità causata dal linfoma non Hodgkin è in eccesso del 178% rispetto alla Domenico A. Mannironi Alle poste con Alitalia Conoscete la vanità delle donne, quando si sentono osservate pongono in essere delle azioni che lasciano trasparire tutta la vanità femminile, e che siano belle o brutte poco importa, importa invece che le cose le facciano con grazia, con delicatezza, muovendo delicatamente le mani come se si fossero appena dipinte le unghie con lo smalto. D'altronde mi è capitato di leggere da qualche parte che il momento più propizio per sopraffare una donna, bonariamente si intende, sarebbe dopo che questa ha steso pazientemente un velo di smalto sulle unghie. In quel momento le donne sono come colpite da un trauma immobilizzante, con le mani tese e le dita allargate. Queste vengono infatti mosse lentamente creando flussi d’aria tra le dita con lo scopo di aiutare lo smalto a consolidarsi. Tutto questo affascina noi uomini: è molto femminile, a meno che, ecco, a meno che il tutto non avvenga allo sportello dell’ufficio postale, dove voi siete un utente più o meno paziente, più o meno suffistigu come si dice in gallurese, e l’artefice di tanta prorompente femminilità sia invece l’impiegata che sta dall’altra parte dello sportello. Arriva l’ignaro utente che deve fare una raccomandata e dopo aver valutato dove deve fare la fila (si, dove?, ormai andare alle poste e come andare al supermercato con la differenza che si deve indovinare la cassa giusta), inizia la paziente attesa del suo turno. Le poste ormai, come già detto, fanno di tutto, anche lo shampoo durante l’attesa! No, lo shampoo ancora no, ma credo che ci stiano pensando. Fra tanto potete comprare un giochino per ingannare l’attesa o qualche libro che dati i tempi di attesa pare vadano a ruba creando una nuova categoria di lettori, lettori da attesa all’ufficio postale. Ma torniamo a Lei. Se ne sta lì con tutta la sua prorompente femminilità, tocca con garbata delicatezza le raccomandate che le vengono consegnate, ignara della coda che si accalca allo sportello. Le soppesa delicatamente e con perizia, le posa sulla bilancia di precisione non sia mai che si sfori di un grammo, infila la ricevuta nella stampatrice, attacca l’autoadesivo alla busta, picchia pesantemente con il timbro, pagate, vi consegna la ricevuta … finalmente! Ecco, è arrivato il mio turno, pensa l’ignaro utente. Ma chi lo precede, lo sciagurato, di raccomandate ne ha un pacco. Saranno cento! No, è la disperazione che gliene fa vedere tante, forse sono dieci. Per tutte si ripete la stessa litania di movimenti studiati perché lei si è messa in livrea. Colui che le ha consegnato le buste è un giovane belloccio da cui a maggior ragione ha voglia di farsi osservare. E il tempo scorre, lentamente come in una assolata posada messicana. Alla fine giunge il suo turno. Le mani leggiadre dell’addetta stanno per afferrare delicatamente il suo plico ma il congegno del passavivande, scusate del passa plichi, si blocca. Proprio nel momento in cui tocca a lui va a capitare. Comincia quindi un vai e vieni della delicata signora dallo sportello alla stanza attigua per conferire con la direttrice, metterla al corrente della tragedia che si è verificata, con la speranza che il suo intervento autoritario sblocchi il meccanismo infernale. In fine, basta un semplice giro di manovella per ripristinarne la funzionalità e gioiosa va a riferirlo alla direttrice sempre con il plico in mano. Quando la mattina è già andata, avete finalmente la vostra ricevuta. Lasciate l’ufficio frastornati ma felici come dopo aver scalato la cima di Tavolara o di Monte Nieddu. Un po’ sudati per la verità, ma avete compiuto l’impresa. Vi rimane sotto il naso l’ammaliante profumo dell’addetta allo sportello che vi aiuta a convincervi che non è stato un sogno. È vero, pura realtà, nel 2013 in piena epoca dei computer per fare una raccomandata dovete attrezzarvi come per una avventura: borraccia, tonico e molta pazienza. In una mattina forse riuscirete nell’impresa. In compenso Poste Italiane da questi servizi non dati trae utili e può, ahinoi, pagare i debiti di Alitalia. Pierangelo Sanna

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il levante Ottobre/Dicembre 2013 - pag. 8 Un altro amico Sport in Gallura: calcio teodorino Un altro amico, una persona cara ci ha lasciati. Peppino Runco, socio fondatore e per anni dirigente del nostro Istituto, se ne è andato in silenzio nella notte del 10 dicembre, vinto da un male crudele e inesorabile. Con Peppino ci si sentiva spesso al telefono, anche ultimamente, per uno scambio di notizie sullo stato della nostra rispettiva salute e per parlare dei progetti dell’Icimar e del Levante. Proprio giorni fa mi chiedeva quando sarebbe uscito il numero di dicembre. Del Levante Peppino era divenuto lettore entusiasta e propagandista e lo faceva pervenire agli amici lontani perché lo leggessero. Con Peppino abbiamo fatto insieme tante cose, prima alla Pro Loco e poi all’Icimar: persona generosa ed entusiasta, amava profondamente il proprio paese ed era sempre disponibile a mobilitarsi disinteressatamente in tutte quelle iniziative che potessero far progredire San Teodoro. All’Icimar è rimasto sempre molto legato, anche quando colpito dal male, non poteva più frequentarlo di persona. E di questo si doleva, ma con rassegnata saggezza. Con Peppino se ne va una pezzo importante della “vecchia” San Teodoro, e anche dell’Icimar. Addio, caro amico, sentiremo la tua mancanza; ti ricorderemo sempre con simpatia e con molta nostalgia. Alla sorella Eufemia, ai fratelli Nanni e Vittorino e a tutti i familiari vadano le condoglianze più sincere della Redazione e degli amici de’ “il Levante”. Squadra allievi, primi anni ‘80: in piedi a sx Ruoni Marcello, Amadori Piero, Decandia Nardo, Eracli Marcello, Costaggiu Giovanni, Marco Taras, Pierpaolo Tola, Quirico Tedde, Pinuccio Carta, Gianluca Musu Giuseppe Vargiu. E puntualmente abbiamo toccato il fondo. Qualche solerte dirigente lo aveva previsto. Ebbene, quest'anno la gloriosa società del San Teodoro calcio, arrivata al suo 44esimo compleanno, non ha iscritto nessuna squadra del settore giovanile ai campionati di competenza. Ricordo che per iniziativa di un gruppo di teodorini, trascinati dai fratelli Oggiano, nel 1969, dopo aver costruito un campo di calcio sterrato e, aver realizzato con pannelli di truciolare della mitica fabbrica “NURATEX”, gli spogliatoi, il 10 Ottobre 1969 ha visto ratificata la domanda di affiliazione, da parte della federazione calcistica. Purtroppo di quel primo gruppo dirigente, con in testa il presidente zio Egidio Pasella, sono rimasti pochissimi dirigenti: Mario Oggiano, Pierino Pittorra, Nino Iddoccu e Severino Mura e naturalmente Primo Oggiano, vero fondatore del settore giovanile. Persone da non dimenticare! Sì è vero, la prima squadra milita nel campionato regionale di “ECCELLENZA”, ma proprio per queste categorie la federazione obbliga tutte le società ad avere almeno qualche squadra giovanile, pena gravi sanzioni pecuniarie. Naturalmente il settore giovanile non deve servire solamente per evitare le sanzioni ma deve avere un ruolo fondamentale come politica di sviluppo e diffusione dello sport per i giovani locali, per avere un ricambio generazionale, insomma, anche come modello di vita. Questo non vuole essere un atto di accusa per nessuno (chi ha la coda di paglia la tagli subito) ma, questa situazione è una deriva col vento in poppa perché come sembra, da parte della dirigenza (bisogna riconoscere anche i suoi sacrifici), il mancato riscontro all'appello per il settore giovanile, peraltro in ritardo, è una giustificazione di comodo, il che vuol dire che a San Teodoro il calcio giovanile è finito. Bisogna ricordare ai “dirigenti” che per organizzare il settore giovanile ci vuole conoscenza, tanta abnegazione e molta disponibilità, in quanto essendo un piccolo paese è chiaro che i ragazzi bisogna cercarli anche nei paesi vicini. Ma bisogna che questo avvenga, perché in passato qualcuno lo ha fatto e qualche altro invece ha inviato i fax di cancellazione in federazione. Troppo semplice dire che non ci sono ragazzi, ma ancora peggio affermare che il settore giovanile era un peso. Non tanto tempo fa il San Teodoro calcio aveva tutte le squadre a Il mondo magico della fotografia Ringraziamo Manuela per l’immagine bizzarra livello regionale con istruttori qualificati, oltre alla scuola calcio, che resiste ancora nonostante tutto. Ricordo che nel 2006 la squadra giovanissimi regionale, ha rappresentato la Sardegna nel torneo “NIKE” in Toscana. Di quella squadra, allenata da Claudio Aloia facevano parte Loddo, Aloia e Doddo (titolari nell'Olbia), Pinna al San Teodoro, Giovanni Satta alla Nuorese e Pilosu al Siniscola. Vorrà dire qualcosa oppure bisogna sempre e solo piangersi addosso? Sandro Brandano

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