Azione nonviolenta - novembre-dicembre 2014 |anno 51, n. 606

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Fondata da Aldo Capitini nel 1964 | novembre-dicembre 2014 Educazione nonviolenta aperta e disarmata Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 51, n. 606 | contributo € 5,00

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3 Archiviato il 2014, il 2015 è tutto da scrivere Mao Valpiana 4 Educarsi con Aldo Capitini di Aldo Capitini 8 L’abbraccio festivo di Gabriella Falcicchio 12 A far di conto con la fantasia di Marco Boschini 14 Danilo Dolci e la sinagogia di Antonio Vigilante 18 Oltre il perimetro di Angela Martiradonna 20 C’è bisogno di formazione di Giovanni Scotto 23 La nonviolenza in cammino 25 I nostri passi di pace 26 2 ottobre 2014 27 4 novembre 2014: non festa, ma lutto 28 Descolarizzare la nonviolenza di Daniele Taurino 32 Abbattere il tabù della morte di Guidalberto Bormolini 34 La scuola è violenta? di Maurizio Parodi 38 Il potere rigenerante di Gaia di Giuseppe Barbiero 42 dialogando con... 44 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 45 ATTIVISSIMAMENTE Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (disegni). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Samantha Nuzzi (illustrazione), Mattia Scaccia, Alessandro Galderisi, Angela Argentieri e Franco De Nicola Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, novembredicembre, anno 51 n. 606, fascicolo 441 Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 23 dicembre 2014 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Disegno di Franco De Nicola. Le foto di Antonella Iovino sono state realizzate al Laboratorio per bambini della Festa per i 50 anni di Azione nonviolenta, Modena, giugno 2014. I disegni sono stati gentilmente concessi dalla Pinacoteca di Rezzato (Brescia)

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L’editoriale di Mao Valpiana Archiviato il 2014, il 2015 è tutto da scrivere vi ringraziamo per aver scelto, anche quest’anno, di essere stati “azionisti” di Azione nonviolenta, che vive solo grazie alla volontà di chi decide di assumersi la responsabilità, abbonandosi, di renderlo strumento utile alla crescita della nonviolenza organizzata. Il risultato del nostro lavoro, e della decisione presa lo scorso anno (per far fronte alle difficoltà economiche) di passare dal mensile al bimestrale, è sotto i vostri occhi. A noi pare di aver mantenuto fede alle promesse e alle aspettative di miglioramento. Cinque numeri densi, monografici. Il primo, contenente gli atti Congressuali, ha lanciato l’appuntamento per Arena. Il secondo ne ha riportato i contenuti, anche con un resoconto fotografico, e ha lanciato la Festa di Modena per i 50 anni del nostro giornale. Il terzo è stato interamente dedicato al tema della violenza di genere. Il quarto alla Campagna per la difesa civile, contenente anche la locandina e tutte le informazioni necessarie per farne uno strumento operativo. Il quinto, che avete tra le mani, è dedicato interamente all’educazione alla pace e alla nonviolenza. Ogni numero ha avuto dei “responsabili” che l’hanno pensato e realizzato, avvalendosi di contributi e risorse interne ed esterne al Movimento. È quindi un lavoro redazionale collettivo, che si avvale dell’operato del gruppo di lavoro di Fiumicino e della direzione data dal Comitato di Coordinamento. Se questa impostazione ha dato buoni frutti lo potremo valutare solo dal numero degli abbonamenti che raccoglieremo. Se anche a te la rivista è piaciuta e la ritieni utile, sottoscrivi l’abbonamento per il 2015. Il 2014 è stato un anno molto intenso per noi. Abbiamo iniziato con il XXIV Congresso nazionale di Torino, che ha visto un’ampia partecipazione e ha indicato nella diffusione del lavoro dei centri del Movimento Nonviolento e dei singoli aderenti, la condizione preliminare per affrontare la grave crisi della politica e delle istituzioni che il nostro paese sta vivendo. Abbiamo poi contributo in modo determinante alla realizzazione di Arena di Pace e Disarmo che il 25 aprile ha Care lettrici e cari lettori, convocato a Verona più di 15.000 persone per riaffermare che oggi “la resistenza si chiama nonviolenza” e “la liberazione si chiama disarmo”. L’assemblea/festa di Arena ha rafforzato il lavoro congiunto delle Reti per la pace, il disarmo, la nonviolenza, il servizio civile, la cultura e la solidarietà. Poi, in estate, abbiamo festeggiato a Modena i 50 anni della nostra rivista, con una Festa che è stata anche momento di approfondimenti e confronti con i tanti ospiti che sono venuti a trovarci. Infine, grazie anche alla tessitura di relazioni costruite negli ultimi anni, abbiamo partecipato alla promozione della Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la difesa civile, non armata e nonviolenta, che ci vede in prima fila nel lavoro di coordinamento e raccolta firme per la Legge di iniziativa popolare. Un Congresso per discutere e decidere. Una manifestazione e una Festa per darci forza. Una campagna per presentare le nostre proposte. E’ stato questo il nostro cammino nel 2014. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza gli strumenti del Movimento Nonviolento (le nostre sedi, le persone che vi lavorano, la rivista nelle due versioni cartacea e in rete, contributi economici di tante persone generose), senza la credibilità che abbiamo raggiunto e la capacità di relazionarci con altri compagni di strada. Per questo insistiamo molto sull’importanza dell’abbonamento ad Azione nonviolenta e dell’iscrizione al Movimento Nonviolento, che è la nostra promessa di impegno per dare corpo alla Carta del Movimento che abbiamo sottoscritto. Nel 2015, per affrontare degnamente tutte le aspettative che crescono nei confronti del nostro Movimento, avremo bisogno di più forza e più adesioni e abbonamenti. Rinnova subito. Con un versamento di 60,00 euro sarai parte attiva del Movimento e riceverai a casa la rivista. Ne vale la pena. D I R E T T O R E Azione nonviolenta | 3

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Educarsi con Aldo Capitini L’apertura al Tu per la liberazione dei Tutti nell’educando […] Facciamo un esempio: io insegno la botanica, ma preliminarmente a questo studio è l’attenzione affettuosa che ho “alle piante”, la gioia per il loro dispiegarsi, il dolore per il loro appassire; i nomi delle piante, le loro varie forme e molteplici manifestazioni, sono cose connesse che seguono al valore che è il sentirsi vicini e uniti ad esse; se io ho rinunciato a un sapere che prescinda da un valore, soltanto nella struttura del valore unito al sapere vivrò l’insegnamento in questa parte; nell’atto di educare, ho la certezza che il valore non è estraneo all’educando, e che se egli lo vede in me, ne ha una conferma in sé, ed anche potrà andare oltre nell’intensificazione dell’amore per tutti gli esseri: il sapere egli se lo cercherà sulla base di questo valore, se lo costruirà attraverso domande a me o sue letture, e ricerche o esperienze. […] Ma noi possiamo non solo operare per la realizzazione dei valori, ma anche aprirci perché da essi cominci per tutti una realtà migliore. Io educatore posso vivere con gli educandi una bella musica, una bella poesia, ma anche aprirmi perché essi movendo da lì, possano vivere in una ulteriore realtà migliore della passata. Questo significa l’atto di educare non chiuso nel ripetere, ma aperto al meglio. […] I fanciulli si sottomettono alla scuola e anche a tanti elementi astratti che il sapere scolastico porge (grammatiche, sintassi, schemi scientifici, ecc.) sperando di trovare prima o poi dei punti per guardare meglio la vita, per coglierne il significato profondo; e molte volte restano delusi, appunto perché il sapere della scuola non si riporta al valore. L’esigenza rivoluzionante dei fanciulli Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, pp. 232243 […] impadronendosi del loro animo [dei fanciulli] con le strutture e le abitudini della società tradizionale e storica, piegandoli al conformismo, alla prudenza, al moderatismo, si perde una grande lezione che da essi verrebbe, e si sciupa di Aldo Capitini* Una viva dualità L’atto di educare, p. 4 Troppo è dominata nel considerare l’educazione la idea di armonia delle attitudini, delle facoltà, delle esperienze, e la tradizione della civiltà greco-europea ha presentato proprio qui uno dei suoi aspetti dominanti; il concetto di educazione è ravvivato, invece, e sottratto ad un pericolo conservatore, proprio introducendovi una viva dualità, inserendo cioè in esso un elemento di tensione che discrimina il passato e chiede un futuro; e poggia quindi maggiormente su ciò che è liberante, trasformante, creativo. […] Entra nella pedagogia la fiducia di potersi occupare anche di quelli che sono considerati strumenti di liberazione (o vie del dover essere) etici, religiosi, sociali, estetici, in quanto essi operano come valori educativi; parte che di solito non si guarda, badando piuttosto allo studio dell’essere, e perciò ai sistemi di istruzione, ai lati psicologici e sociologici. […] Mi pare, cioè, che l’educazione debba dare il senso di una tensione, di una insoddisfazione per ciò che c’è; e che la pedagogia debba anch’essa aggiungere al suo molteplice e indispensabile lavoro, questa attenzione e questo aperto studio di tensioni alla liberazione come operarono e come ancora opereranno. Il sapere “per il valore” Educazione aperta, vol. II, pp. 189-194 Per il mio punto di vista, le materie vengono ricondotte a valori, e perciò l’educatore le costruisce e le vive associandole ad un valore da vivere preliminarmente, con la fiducia che nell’atto di educare questo valore non va perduto, ma vive * Filosofo, fondatore del Movimeno Nonviolento 4 | novembre - dicembre 2014

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una materia prima di qualità assoluta. Starà a noi, come negli altri campi, distinguere nelle manifestazioni di questa non facilmente domabile esigenza di assoluto, perché il fanciullo la sta concretando, e qui l’educatore deve lavorare, non per soffocarla come ingenua (ingenua può essere una particolare concretizzazione, un contenuto, non la forma, che dobbiamo salutare come realtà liberata), ma per distinguere in esse quelle scartabili, e quelle da irrobustire con armonie dall’educatore stesso proposte, e che confermano il fanciullo. Ci è ben lecito tracciare disegni utopistici con la nostra ragione; ma, dal punto di vista religioso, è doveroso nei singoli casi tener presente l’esigenza rivoluzionante che sta in questa assolutezza dei fanciulli, e incorporarla nel nostro lavoro sociale per due ragioni: 1°, che si tratta di una sollecitazione imperiosa che è lì nei singoli momenti e fatti concreti; 2°, che dando conferme ai fanciulli, non si disperde il tesoro che essi portano, e li si corrobora per l’avvenire. La scuola L’atto di educare, pp.106-110 Il compito essenziale della scuola è di intensificare l’esperienza autoformatrice. Se non vi fosse un’istituzione a ciò predisposta, l’autoformazione avverrebbe egualmente in quanto elementi di formazione vengono trovati dappertutto, mancherebbe però l’intervento diretto dell’adulto con la preoccupazione deliberata di aiutare la formazione dell’adolescente. Ma perché qualcosa insegni non c’è bisogno di costituire l’istituzione della scuola […] Ma quando sorge l’istituzione apposita della scuola, si ha un punto d’incontro voluto da una parte e dall’altra, e sorge subito il problema del modo d’intendere il rapporto tra società e scuola. […] L’atto di educare com’è spiegato in queste pagine restituisce, invece, alla scuola questa differenza qualitativa, che dà un fondamento più profondo alla richiesta di indipendenza della scuola dalla società insufficiente. Poiché se nessuna società riconoscerà sé stessa come insufficiente, solo un’interpretazione diversa dell’atto educativo può salvare dalla prepotenza della società sulla scuola. […] Il disagio della scuola deriva dunque dal fatto che essa risente della problematica delle società attuali. Perciò, mentre viene trasformato il modo d’intendere l’atto educativo e l’atto sociale stesso, è bene anche studiare i modi di assicurare l’indipendenza della scuola stessa, che possono seguire tre linee. La prima è di separare l’influenza della società costituita a Stato per ciò che riguarda i bisogni pratici della scuola, da ciò che riguarda il carattere e indirizzo dell’insegnamento. […] lo Stato può fornire i mezzi alla scuola, senza, con ciò stesso, determinare con i suoi funzionari il carattere interno. La seconda linea è quella di assicurare piena indipendenza agl’insegnamenti: essi non sono dei funzionari, ma liberi costitutari di cultura. Naturalmente in questo caso la scelta degli insegnanti va fatta con criteri qualitativi severi, apprezzando anche la loro capacità di servire ideali quali che siamo. La terza linea è la vita di libertà che deve esserci all’interno della scuola, in cui tutto il lavoro è impiantato sull’accertamento e produzione dei valori, ma sempre con libertà, e dando al sapere e agl’ideali carattere di proposta, e col metodo di problematizzare e discutere. In una scuola così impostata tutti andrebbero volentieri, adulti e adolescenti, entrambi ora svogliati, i primi perché non liberi, i secondi di riflesso perché non sentono che la scuola è la loro. Con la gioia di trovarsi in uno spazio libero e proprio, e di reagire alle chiusure della società, tutta presa dalla necessità del suo funzionamento, la scuola nella sua indipendenza acquista la fiducia di creare nuovi aspetti, di aprirsi e di consonare ad una realtà liberata, dove i valori si fanno valere liberamente, e da sé, e non perché scendono da istituzioni; la scuola che scende in polemica anche con la società stabilendo un dualismo dinamico tra gli ideali che essa pone liberamente e le chiusure Foto di Antonella Iovino Azione nonviolenta | 5

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e le futilità della vecchia società. […] Quando la scuola si libera da quel certo conformismo che è ora predominante in tutte, e si pone invece in una posizione di critica alle insufficienze dell’umanità-società-realtà come sono, in nome di valori alti, liberamente accertati e vissuti, allora è amata profondamente da chi la frequenta. La scuola e la pace Educazione aperta, vol. I, pp. 277-289 Posto che la democrazia è accettazione e comprensione delle differenze, come apertura tra i diversi, il dovere è di calare nella scuola lo spirito del dialogo e dell’apertura reciproca, concretando così la scuola di tutti: è evidente che una scuola ideologicamente uniforme e chiusa, può molto più facilmente portare alle ostilità e alla guerra, perché educa a considerare le diversità come innaturali, disturbanti, diaboliche, controproducenti, mostruose, da eliminare in nome dell’ideologia appresa. Mi pare che sia chiaro a quasi tutti che il rapporto tra la pace e la scuola non si stabilisce imponendo e sostituendo semplicemente contenuti nazionalistici e guerreschi, ma in modo molto più complesso. La nonviolenza, gli altri esseri Aspetti dell’educazione alla nonviolenza, pp. 2-8 […] possiamo esplicitamente definire la nonviolenza come unità amore verso tutte le persone nella loro individualità singola e distinta, persona da persona, con vivo interesse anche alla loro esistenza, in un atto di rispetto ed effetto senza interruzione, con la persuasione che nessuna persona è chiusa nel suo passato, e che è possibile dire un tu più affettuoso e stabilire un’unità più concreta con tutti. Come tale dunque, la nonviolenza è tutt’altro che passiva, anzi è attiva e inventiva, aperta ad una trasformazione della realtà e della società, in ciò che esse sono violenza, oppressione, morte e pesce grande che mangia pesce piccolo. La nonviolenza è, perciò, iniziativa di qualche cosa di diverso, auspicante una trasformazione. Sarebbe un errore educare i fanciulli alla conoscenza della realtà e della società attuali come perfette, e non avviare – corrispondendo del resto ad una intima loro esigenza – che esse possano trasformarsi in meglio, ad un migliore servizio verso la realtà di tutti. La categoria della trasformabilità della realtà e della società va colti- vata attivamente e ricondotta sempre ad esigenze etico-sociali, non individualistiche e fantastiche. La pedagogia della nonviolenza, ha, dunque, una forma indiretta ed una forma diretta: l’indiretta che consiste nello esercizio dello sviluppo individuale e del dialogo democratico, la diretta che è nell’esplicita fede in un atto di unità-amore verso tutti, che si aggiunge, come da un centro di vita religiosa, alla realtà circostante. […] Perciò non è soltanto importante che il fanciullo sia circondato da un ambiente e da occasioni che lo tengano lontano dalla violenza; […] Ma importa, e anche più, che la disposizione del fanciullo avrebbe ad una vicinanza con tutti gli esseri, sia confermata dagli adulti, arricchita di sapere e di tecniche, posta al centro della vita stessa, per cui diventa gioia ogni estensione di affetto, e dolore ogni eccezione che di debba fare per stretta necessità di difesa o di giustizia, eccezione che si augura non sia più necessaria in séguito. […] Gettare fasci di nuova luce, di attenzione e di amicizia, su categorie di essere considerati prima come mezzi, vederli anche come fini, come esseri collaboranti ed aventi diritti, questo diminuisce l’estensione dell’impero del nostro arbitrio. Ma mille cose che noi prima ottenevamo per comando, le otterremmo per cooperazione. In fondo a questa strada sta l’ideale di una realtà in cui non ci sia più nulla che sia soltanto mezza cosa, strumento, ma tutto sia soggetto e oggetto di amore. 6 | novembre - dicembre 2014 Foto di Antonella Iovino

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L’abbraccio festivo Riflessioni su educazione e nonviolenza Quella liberazione necessita che nessuno manchi all’appello, e tuttavia non aspetta una sorta di unanimità di intenti, perché sa iniziare ora, dispiegandosi in ogni atto di apertura al tu, di nonuccisione, di nonmenzogna, di noncollaborazione con il male, rivelandoci soprattutto in alcuni momenti l’orizzonte di tutti, la compresenza perfetta, la luce del mattino. In quei momenti epifanici l’orizzonte festivo si fa presente e trasfigura la realtà così limitata in cui viviamo, mostrandoci che l’apertura nonviolenta non è una sorta di deposito crediti che vale per un aldilà ultraterreno, tantomeno per mettere al riparo la nostra anima, ma è quotidianità che si allarga oggi, fenditura, crepa, ferita finanche dentro il tessuto apparentemente fitto e robusto della violenza di ogni giorno, finestra da cui ci si può affacciare per vedere lo splendore della festa, che non al di là, ma proprio qua si svilupperà pienamente in un “domani sperabile”. Il mondo appare diverso dopo l’esperienza incarnata dell’apertura al tu. La compresenza, corredata del tratto misterioso ai più che esprime l’aggettivo “escatologico”, si mostra per quello che è: non teoria filosofica o credo religioso, ma “vita da provare”, non accertabile fuori dall’apertura. Quando l’esperienza è avvenuta, la realtà non sarà più la stessa né in sé, nel suo essere oggettivo, né agli occhi di chi ha vissuto l’unità-amore e il suo potere tramutativo-liberante. In essa si è inserito “l’atto atomico della nonviolenza”, dice Aldo in piena guerra fredda. Da quel momento, comincia il cammino. “Abbiamo tentato di non dare la morte né col pensiero né con l’atto, per vedere se la realtà ci seguisse?”1: questa frase illumina sulla qualità dell’azione nonviolenta, che non mira ad agire “sulla realtà” alla maniera dell’homo faber, del costruttore, dell’ingegnere, il mito moderno del soggetto onnipotente in grado di forgiare il mondo di Gabriella Falcicchio* Nella mia travagliata ricerca giovanile di un orizzonte che non avesse chiusure, incontrare Aldo Capitini una decina di anni fa è stata una salvezza. Pur amando molta riflessione filosofica e pedagogica capace di aprire il cuore, sentivo che non bastava, che nei singoli pensatori che incontravo restavano aree inesplorate o non toccate affatto dall’apertura promossa. Amavo Mounier e la sua scrittura, ma non trovavo il posto dell’animale; amavo la Montessori o Dewey ma non mi comunicavano l’appassionamento verso un cambiamento che va oltre e su taluni aspetti tacevano del tutto. Don Milani, Danilo Dolci, Mario Lodi, Gianni Rodari mi appassionavano. Ma fu mentre mi documentavo sul tema del mio dottorato “l’educazione e il dissenso “ che mi imbattei nel libro curato nel 1970 dal preside Virgilio Zangrilli, Pedagogia del dissenso, e dentro vi trovai una sintetica disamina del pensiero di Aldo Capitini. Un uomo assetato di infinito, a cui nessun “progresso” bastava, che finalmente scardinava da dentro il meccanismo odioso del potere, anche nell’educazione, e guardava a tutti, nessuno escluso: tutti gli esseri venuti alla vita, tutti uniti dall’abbraccio della compresenza, tutti nel movimento cooperativo verso la liberazione. *Ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della For­ mazione, Psicologia, Comunicazione dell’Università di Bari, responsabile del Cen­ tro Territoriale Pugliese del Movimento Non­ violento. Si occupa del pensiero di Aldo Capi­ tini, di educazione alla nonviolenza e di peda­ gogia in­ terculturale. Tra le sue pubblicazioni: “I figli della festa. Educazione e liberazione in Aldo Capitini” (Levante, 2009), l’antologia di scritti pedagogici capitiniani “L’educazione è aperta” (Levante, 2008). È co-autrice del volume “Il primo sguardo” (Fasi di luna, 2014). 1 A. Capitini, Religione aperta, in Scritti filosofici e religiosi, a cura di M. Martini, Protagon, Perugia 1998, p. 547. 8 | novembre - dicembre 2014

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secondo i propri scopi e i propri desideri di autorealizzazione. No, non è quella l’azione che può tramutare la struttura intima della realtà. Può al più ben amministrare quanto già esiste; più di frequente limitarsi a riprodurne i limiti e le iniquità pur di perseguire quanto si prefigura. L’azione nonviolenta – e quella educativa ne è l’espressione massima – è piuttosto quella dell’homo religiosus, che accarezza le cose con gratitudine e non distrugge, abitato dalla consapevolezza che con la silenziosa aggiunta dell’apertura quotidiana a tutti, il mondo cambia, la realtà si accende e va. Credo che nella visione capitiniana sintetizzata nella frase di prima ci sia la svolta antropologica della nonviolenza, insieme alla critica verso la società attivistica che lavora puntando obiettivi (parola bellica…), si rivolge a target (parola bellica…), adotta strategie d’azione (parola bellica…), pianifica e misura i risultati. Certo Aldo non si trova immerso nel linguaggio che ogni giorno subiamo in ogni contesto, il linguaggio ingegneristico-funzionale-gestionale-finanziario di matrice bellica che ammorba come una micosi la comunicazione contemporanea plasmando le menti a sua misura. Ma Capitini conosceva bene l’ubriacatura industriale e bellica che rinfocola gli entusiasmi da fine ‘800 al fascismo e si impenna dopo la guerra e parla con un altro linguaggio, pur non maturando alcuna nostalgia antimodernista e contraria al progresso tecnico. È diverso il punto di osservazione, e la sua frase illumina su questo anche chi voglia incamminarsi. È facile, specie negli ambienti dove è ipertrofica la riflessione a scapito dell’azione, come l’università, proporre analisi che iniziano dalla decostruzione della violenza – il suo linguaggio, le sue forme, i processi violenti – per poi elaborare l’eventuale proposta innovativa, di segno diverso. Non è strano in questi casi verificare che di innovativo c’è poco e si qualifica più come “non violento” che come “nonviolento”. La fusione delle due parole, nota a chi conosce Aldo, ci riporta all’incoraggiamento di prima: non partiamo dalla realtà violenta, partiamo piuttosto dal punto di osservazione che l’apertura al tu ci ha dispiegato, quello in cui ci siamo ritrovati esperendo la compresenza, e da lì riguardiamo la realtà: ci segue? Allora essa appare trasfigurata, non più solo affetta dal limite, dal dolore, l’ingiustizia, la morte, ma anche illuminata dalla luce del mattino; non più pesantemente ancorata a un passato-presente scoraggiante, ma capace di alzarsi in volo. È lo sguardo, o forse sarebbe meglio dire l’abbraccio, del profeta, direbbe Aldo, qualificando – di tutti gli amici della nonviolenza – proprio chi fa l’educazione. Sfogliando questo numero di Azione nonvio­ lenta, appare chiaro che parlare di educazione e nonviolenza significa avere interesse per tutta la realtà, osservandola con l’occhio del profeta. Se ci sono contesti meglio riconoscibili come educativi, la scuola ad esempio o le relazioni, non è un caso che il numero inizi con la politica, che vi trovi spazio l’amore per i viventi (la biofilia) come l’educazione alla morte. La dimensione che attraversa tutta la nonviolenza è quella educativa, quella di un amore pensoso che intessendo relazioni feconde, genera la realtà liberata. Certo la qualificazione nonviolenta dell’educazione chiede – e a gran voce oggi – una riflessione radicale della pedagogia come sapere (scienza?) che troppo spesso ha riprodotto i rapporti di potere, gli stereotipi culturali, i limiti della realtà piuttosto che eroderli internamente offrendo contesti, modalità, contenuti, audacemente oltre il confine, non di rado asfittico, del fare educativo sancito dalle istituzioni e dalle pratiche comuni. La pedagogia accademica oggi ha ben poco da dire senza l’impulso nonviolento, e omettendo un discorso coraggioso di critica e di proposta che non rimescoli obsoleti richiami retorici a valori in via di estinzione, nuoce ai più fragili: i piccoli, le nuove generazioni, i giovani che iniziano la vita assetati Azione nonviolenta | 9

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accanto a pozzi secchi e presto si assuefano a uno stato di carenza di orizzonti cronico e disperante. L’educazione nonviolenta invece si nutre della “viva dualità” tra la realtà limitata e la realtà liberata, di un dinamismo fatto della speranza incarnata da maestri e maestre che, prima delle materie scolastiche, prima delle regole del vivere civile, prima della formazione professionale (tutte cose transeunti, opinabili e più che mai oggi incerte), vogliono, desiderano vivere la vita con i piccoli, abbandonando clichè, spogliandosi dei ruoli e cominciando a guardare anche l’educazione dal “punto di arrivo comune”, la festa. Se deflagrasse nell’educazione la dimensione festiva, come unica vera tonalità del vivere insieme e dell’educarsi insieme, si aprirebbe la stagione rivoluzionaria – e come tale osteggiatissima da ogni potere – del piacere nei luoghi della vita e dell’educazione. Il piacere dei genitori di giocare e studiare e scoprire il mondo con i loro figli; il piacere delle maestre di consegnare ai bambini le chiavi preziosissime degli universi scritti nei libri e il brivido di avventurarvisi; il piacere di incontrarsi e riconoscersi per creare, inventare il futuro; il piacere anche quello esplicitamente corporeo di darsi la mano, abbracciarsi, tenersi vicini quando si ha paura, stringersi forte quando ci si desidera. Quello che è mancato alla nostra civiltà frastornata dall’attivismo scientista della modernità e dell’industrializzazione, quello che riemerge forte negli anni ’60 e ’70 per poi subire l’affossamento della cultura dominante e che rappresenta il cardine, a mio avviso, di ogni pedagogia possibile oggi: il piacere. Che è del corpo, nel corpo, tra i corpi. L’educazione è stata troppo a lungo intristita dall’ideologia del sacrificio e della sofferenza (espiatoria e ascetica) che hanno intriso di mortificazioni anche l’idea di impegno (e in quanti ambienti “impegnati” è ancora così!). Lo mostra con chiarezza l’unità modulare omologata, costrittiva e immobilizzante del banco, via via più rigido e scomodo man mano che si sale verso le scuole superiori e l’università. Negli spazi educativi istituzionali tutto comunica controllo e disciplinamento: restare “inchiodati” alla cultura dei grandi che vi hanno preceduto, chiedendo il permesso anche dopo i 18 anni per andare in bagno, passando le giornate in posizioni innaturali che deformano il corpo con gli anni e uccidono l’entusiasmo dei più. E mentre il corpo è immobile, si pretendono menti dinamiche; mentre il corpo è reso rigido, si pretendono personalità flessibili; mentre si vive troppe ore di troppi anni in luoghi chiusi, si pretendono menti aperte; corpi omologati e menti capaci di accogliere le differenze… I riottosi – cioè quelli con un residuo di vitalità resistente – saranno presto bollati come patologici, bisognosi di diagnosi e trattamento, una 10 | novembre - dicembre 2014

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modalità dilagante di trasformare in etichette medicalizzate quelli che ieri erano comunque i soggetti indisciplinati, fastidiosi, intemperanti rispetto alle regole di mortificazione senza scopo dell’educazione. Senza scopo? No, con uno scopo implicito ma ormai chiarissimo: ridurre – non facilitare! – l’autonomia di azione e di pensiero, la libera iniziativa, l’espressione creativa e sfornare a tempo debito un suddito ben confezionato pronto alla società dello sfruttamento lavorativo tardomoderno e del relativo consumo compensativo e vorace. Nell’illusione di essere cittadini liberi di scegliere. Molto è peggiorato dalle analisi degli anni ’70, anche nei contesti educativi. E chi fa l’educazione è più che mai privo di chiavi di lettura innovative. La nonviolenza è una di queste, forse l’unica in grado di scrivere ex novo il lessico dell’educazione, ma necessita della metanoia dell’educatore/trice stesso/a, la sua conversione interiore, quell’esperienza della festa che ribalta i punti di osservazione e può avviare movimenti rivoluzionari. Gli atti dello smascheramento, di togliere i veli, di additare i re nudi non sono affatto obsoleti e acquistano potere liberante se vissuti dentro pratiche radicalmente diverse, che certo richiedono e richiederanno lotte agli educatori. Lotta: la parola più sconosciuta a chi vive nelle realtà educative, più facilmente incline a descriversi autocommiserandosi – ahinoi con un’icastica immagine violentissima – come “in trincea”. Ma noi sappiamo che la nonviolenza “non è l’antitesi letterale e simmetrica della guerra […] La nonviolenza è guerra anch’essa, o, per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata. […] significa prospettarsi una situazione tormentosa” (A. Capitini, Il problema religioso at­ tuale, Guanda, Parma 1948, p. 57). Quello che è mancato anche alla riflessione nonviolenta dei padri e che può rappresentare una pista di ricerca interessante, soprattutto nell’educazione, è stato connettere la lotta con il piacere dell’avvicinamento alla liberazione. Se Aldo ha l’intuizione centrale, la festa, egli stesso non coglie il potere liberante del corpo e si muove nei limiti di un ascetismo (molto più marcato in Gandhi, ad esempio) che non riconosce al corpo tutta la sua bellezza creativa e creatrice, anche di liberazione. Ma oggi abbiamo tutti gli strumenti scientifici per restituire al corpo l’ascolto e l’abbraccio che merita, liberando le sue componenti selvatiche (non selvagge, mi insegna il caro amico Giuseppe Barbiero, perché selvaggi diventano gli animali in gabbia, non quelli liberi di correre nella savana) che, anch’esse, muovono verso la liberazione. Tutti gli studi nell’area del mio specifico interesse, ad esempio, la perinatalità (il periodo intorno alla nascita), insieme al prenatale e al neonatale, concorrono a costruire un quadro significativo che riconnette l’appagamento del corpo e il riconoscimento dei suoi bisogni (per esempio della donna e del bambino in travaglio, cioè nell’atto anch’esso atomico del nascere) con l’amore, il suo dispiegamento fisico-chimico (con l’ossitocina) che fonda le basi di quel bagaglio di amore che ci accompagna per tutta la vita. Ignorare questi aspetti significa indebolire tanto l’intenzione nonviolenta quanto le possibilità realmente emancipatorie dell’educazione. Approfondirli significa scoprire, dopo secoli di dualismi e scissioni che ci hanno abbrutiti trasformandoci in animali da guerra, che il corpo non è né nemico ma collaboratore nella scrittura di un nuovo lessico educativo, che, prima e oltre qualsivoglia obiettivo, è fatto del godere insieme del cammino. Azione nonviolenta | 11

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A far di conto con la fantasia La politica e il futuro alla riscoperta della comunità a convivere ha favorito l’idea che per risollevare il Paese sia necessario fare in fretta, scavalcando sovraintendenze, comunità locali, affidando per decreto poteri speciali a manager e commissari che si son sempre occupati d’altro, tra l’altro. E mentre si narrava di un federalismo mai attuato (se non al contrario), ai sindaci veniva tolta giorno per giorno l’autonomia (finanziaria, ma anche di pensiero e di manovra) per agire scelte locali che assolvessero al compito primo della politica: immaginare il futuro. Ci è stato detto, per troppo tempo, che bisognava fare i conti con la realtà. Che non era questo il tempo di fare scelte lungimiranti e programmare il domani. Ci hanno obbligati ad accettare supini un modo di stare nelle istituzioni che non ci ha privati (solo) di risorse e personale, formazione e mezzi. Ma che ci ha tolto il tempo. La serenità, aggiungerei, per avere la forza e la capacità di leggere il presente con gli occhi proiettati ai prossimi 15-20 anni. Non sono un ingenuo. Non sono (solo) un sognatore. Ho fatto per quindici anni l’amministratore in una comunità di 10.000 abitanti. Ho avuto deleghe importanti: la scuola, l’ambiente, l’urbanistica. Ho ben presente la difficoltà di tradurre un’idea in un’azione concreta conseguente. Conosco le insidie della macchina amministrativa, le diffidenze tipicamente umane quando si prova a investire in qualcosa di nuovo, che scompagina le carte dell’ordinario e stravolge il contesto. Ma io penso che sia arrivato il momento, per la politica sotto assedio, di fare i conti con la fantasia. Recuperare quel margine di mistero e di sfida, che è solo delle cose e delle persone che osano il futuro. Mettendo in campo sogni ed emozioni, coinvolgimento attivo e capacità di ascolto. Servono i soldi per riqualificare uno spazio pubblico in disuso. Per fare funzionare i servizi, alimentare gli scuolabus di una città. Servono risorse e mezzi per governare un territorio. Ma più di tutto serve che la politica ritorni ad essere strumento di sconvolgimento pacifico e collettivo della realtà. Servono empatia ed immaginazione. Serve, di Marco Boschini* La politica è circondata. Le istituzioni sono sotto assedio, aggredite da una retorica mediatica che ha sancito, nell’immaginario collettivo, la sconfitta del pubblico. Parole come casta, inefficienza, ritardi, sprechi, privilegi, hanno reso pressoché impossibile l’impresa titanica di fare comunità nelle comunità, impedendo agli enti locali il proprio ruolo di mediatori e facilitatori di questo particolare processo. E la democrazia è diventata un percorso sostanzialmente interrotto. Pieno di buche, ostacoli. La zavorra di una crisi di sistema che pare non vedere sbocchi non ha fatto altro che accentuare questa involuzione identitaria. Non ci sentiamo più parte di un tutto. Siamo tanti uno, in un “tutti contro tutti” che fonda la propria sopravvivenza sulla sconfitta altrui. Se a tutto questo aggiungiamo le catene della burocrazia, abbiamo restituita l’immagine netta di una sconfitta imminente. Fuori dal palazzo la folla mugugna. Dentro, la sordità dei più e l’impotenza di alcuni, riempie di ragnatele il tempo del cambiamento. Faldoni di regole, interpretazioni, norme, hanno consentito le più grandi nefandezze a tutto favore di speculatori e mafie, interrompendo al contempo le scelte di buon senso, la manutenzione quotidiana del paesaggio. La continua emergenza in cui siamo stati obbligati *Educatore di professione è consigliere comunale di Colorno (Parma) dal 1999 e coordinatore dal 2005 dell’associazione Comuni Virtuosi, di cui è cofon­ datore. Scrive su due blog su Il Fatto Quo­ tidiano e Huffington Post ed è autore di vari vo­ lumi tra cui “L’anticasta. L’Italia che funziona” (con M. Dotti, EMI, 2009), “La mia scuola a impatto zero” (Sonda 2012) e I rifiuti? Non esi­ stono! Due o tre cose da sapere sulla loro gestione (con E. Orzes, EMI, 2014). 12 | novembre - dicembre 2014

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soprattutto, ricostruire fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni. Un nuovo patto solidale comunitario. Serve, infine, ricominciare a fare cose insieme. Sporcarsi le mani, in un’accezione e in una logica del tutto positive. Condividere, come nel caso del regolamento per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani promosso dal Comune di Bologna nell’ambito del progetto “Le città come beni comuni”. Un laboratorio partecipativo che è già di per sé un tentativo riuscito per scavalcare il recinto dell’ordinario e avventurarsi nelle distese sconfinate dello straordinario. Andatevi a leggere quell’insieme di regole, che non sono un freno ma un acceleratore di azioni positive. Spazi, luoghi, servizi, che tornano ad essere oggetto di scambio e di uso collettivo. Non monetario. Un’occasione di contaminazione dal basso che è una bestemmia salvifica nel linguaggio fintamente lindo dell’arroganza del potere. Un chiavistello per aprire la porta alla bellezza del riuso, di luoghi abbandonati impregnati di storia e memoria, antidoto alla perdita di identità che è alla base della disgregazione delle città. La politica è circondata. E io penso che sia arrivato il momento, per uscire dall’assedio, di ricominciare a fare i conti con la fantasia. C’è un libro bellissimo che mi ha incantato, e che da qualche mese consiglio ovunque e in tutte le occasioni in cui mi capita di intervenire in pubblico. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari descrive superbamente questa idea di comunità che risorge dalle ceneri di una politica finalmente viva e reattiva. Ci viene chiesto di contribuire, tutti insieme, a fondare un “…alfabeto rivoluzionario: un altro modo per guardare alla funzione della cultura. Un modo che riprenda le parole e lo spirito della Co­ stituente: e soprattutto che ne riprenda lo sguardo felicemente presbite, e cioè libero dall’angoscia del presente e capace di guardare lontano. È di quel punto di vista che abbiamo disperatamente bisogno se vogliamo rompere l’opprimente stato delle cose nell’Italia di oggi: abbiamo bisogno di un sguardo pieno di fiducia e di amore, di un progetto carico di futuro” (T. Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà, Minimum Fax, 2014). La politica è circondata. Per rompere l’accerchiamento diventa quindi essenziale sperimentare fantasia e coraggio, voglia di rimettersi in moto con scarpe nuove. Raccogliere la sfida del cambiamento con l’umiltà del confronto e della partecipazione attiva. Mettere tutti non solo nelle condizioni di prendere parte al gioco del futuro, ma di esserne da subito protagonisti. Perché questo, davvero, è l’unico modo possibile. Azione nonviolenta | 13 Foto di Antonella Iovino

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Danilo Dolci e la sinagogia Educare alla nonviolenza con il metodo maieutico poi di Partinico in cerchio. Quel cerchio serviva a favorire la comunicazione fra tutti. Senza cerchio non esiste la maieutica reciproca, il metodo di ricerca comune e condivisa della verità creato da Dolci. Altre due immagini sono quelle che si trovano sulla copertina della Bozza di manifesto: in alto una freccia che si dirige verso un punto, in passo due frecce, di colore diverso, che si incontrano e compenetrano. Sono le immagini che semplificano la distinzione tra trasmettere e comunicare, centrale nel pensiero di Dolci. Il trasmettere è unidirezionale, va dall’emittente al destinatario, e lì si ferma. Non consente risposta, confronto, dialogo. Colui che trasmette è usualmente in una posizione superiore, ed il messaggio va dall’alto in basso. Il comunicare invece è reciprocità, mettere in comune, ascoltare e parlare. Al cerchio, esemplificazione del comunicare, può corrispondere la piramide, icona del trasmettere, del decadimento gerarchico del comunicare. Una seconda importante distinzione, corrispondente a quella tra trasmettere e comunicare, è in Dolci quella tra dominio e potere. Risemantizzando il termine, Dolci vede nel potere una realtà positiva: è la possibilità di fare, di realizzare, di soddisfare i propri bisogni essenziali. Senza potere non esiste la vita. Ciò di cui soffrono i contadini ed i pescatori di Trappeto, i disoccupati di Palermo e, si potrebbe aggiungere, i precari dell’Italia del nuovo millennio, è la mancanza di potere dovuta ad una situazione di violenza strutturale. Il potere è per sua natura simmetrico e collaborativo, si alimenta di rapporti reciproci, di relazioni maieutiche come quella dell’ape con il fiore: la prima riceve il polline, il secondo la possibilità di riprodursi. Tutti coloro che sono presi in una relazione di potere ne traggono vantaggio, e nessuno prevale sull’altro. Una relazione di dominio invece è gerarchica ed asimmetrica. Coloro che occupano la posizione superiore possono soddisfare i propri bisogni essenziali ed anche quelli non essenziali, mentre a chi occupa una posizione inferiore è negata spesso la possibilità di Antonio Vigilante* Danilo arriva a Trappeto nel febbraio del ‘52. Non capita molta gente a Trappeto, piccolo, poverissimo villaggio di pescatori in provincia di Palermo. La gente lo interroga. Cosa è venuto a fare? Cosa vuole? È l’atavica diffidenza del siciliano verso lo straniero. Ma Dolci non è del tutto straniero, il padre è stato anni addietro capostazione a Trappeto; e la sua risposta è disarmante. È venuto, dice, a vedere come meglio si può vivere da fratelli. In questa risposta c’è tutto il programma – educativo, politico, poetico – di Danilo Dolci. Quella semplice frase è in realtà un proclama rivoluzionario. Non c’è rivoluzione autentica se la sostanza dei rapporti rimane immutata, chiarirà anni dopo in una delle poesie di Poema umano. Rivoluzione non è lanciare un sasso ad un poveraccio in divisa, ma creare nuovi rapporti, nuovi organismi. È questo che Dolci ha cercato di fare, a volte con evidente successo, altre volte con esiti controversi, fino alla sua morte. Mettere insieme la gente, farla incontrare in un modo diverso, inaudito. Non era un filosofo, Dolci, perché gli mancava la pazienza analitica, la capacità e forse anche la volontà di raffinare i concetti. Ma aveva potenti intuizioni, tanto semplici da poter essere comprese da chiunque e al tempo stesso tanto complesse da poter costituire la base di teorie raffinate. Alcune di queste intuizioni possono essere addirittura espresse in immagini. Il cerchio, ad esempio. Dopo i primi incontri caotici, Dolci cominciò a mettere i contadini ed i pescatori di Trappeto e * Pedagogista, docente di scuola secondaria e studioso della nonviolenza, è direttore scientifico della rivista Educazione Democratica. Su Danilo Dolci ha scritto la monografia: “Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci” (Edizioni del Rosone, Foggia 2012). 14 | novembre - dicembre 2014

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L’Italia fa strada alla pace. Andrea Attolini, 13 anni, Milano 2007. Gessi di soddisfare anche i bisogni primari (casa, cibo, assistenza sanitaria, lavoro). È una posizione che non può mantenersi se non facendo ricorso costantemente a diverse forme di violenza: quella fisica della repressione, di cui s’incaricano le forze dell’ordine o l’esercito, ma anche quella più sottile dell’ideologia e dell’educazione, di quelli che Althusser chiamava Apparati Ideologici dello Stato. In Fare bene (e presto) perché si muore (de Silva, 1957), che documenta le condizioni di vita dei poveri di Trappeto e la lotta nonviolenta per il loro riscatto, Dolci scrive: “Lo stato come entità a sé, autoritario, al di fuori della coscienza, della vita degli uomini, e un male”(p. 108). Nella sua analisi, che concorda in gran parte con quella comunista ed anarchica, lo Stato non è un organismo al servizio del bene di tutti, ma uno strumento nelle mani di alcuni per sottomettere altri, il garante delle relazioni di dominio di una società. Non è una conclusione cui sia giunto attraverso lo studio e la ricerca intellettuale; è una evidenza della realtà siciliana, in cui una classe politica di notabili reprime ogni forma di ribellione di una massa di disperati con una violenza inaudita, evitando al contempo di investire in istruzione e lavoro. Grazie all’analisi della classe politica democristiana in Sicilia, Dolci è giunto ad elaborare un modello di analisi del potere democristiano e socialista della cosiddetta Prima Repubblica, che resta valido, per molti versi, per la cosiddetta Seconda Repubblica: il sistema mafioso-clientelare. È il sistema con la quale una classe politica senza scrupoli e priva di qualsiasi valore morale e politico riesce a svuotare sostanzialmente la democrazia, ottenendo la rielezione grazie ad accordi con gruppi mafiosi, che in cambio di favori procacciano voti. È l’operare di una classe politica che, invece di favorire la crescita comune, sfrutta la situazione di fragilità di un vasto strato della popolazione per comprarne il voto. La terribile precarizzazione del lavoro degli ultimi anni ha reso anche più facile questo gioco. Il precario è in una situazione di costante bisogno e di dipendenza, è molto più sfruttabile e ricattabile del disoccupato classico che, una volta conquistato un posto di lavoro, diventava indipendente (per quanto legato da vincoli di lealtà al suo patrono politico). Nei confronti della classe politica Dolci si trova in una situazione contraddittoria. Ne ha una percezione negativa, ne conosce le logiche perverse ed i rapporti con la mafia, eppure ne dipende. È la classe politica che può intervenire a Trappeto, che può dar lavoro ai disoccupati di Partinico e di Palermo, che deve stanziare i fondi per la costruzione della diga sullo Jato, che deve riparare la strada di accesso al centro educativo di Mirto. Il suo programma politico consiste nel costringere la classe politica a prendersi cura degli ultimi e ad operare per il bene comune. Era sua convinzione che attraverso la pressione nonviolenta – i digiuni, gli scioperi alla rovescia, le assemblee pubbliche di denuncia, le marce – si potesse operare la trasformazione da uno Stato violento ad uno Azione nonviolenta | 15

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