Azione nonviolenta - maggio-giugno 2014 | anno 52, n. 603

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Fondata da Aldo Capitini nel 1964 | maggio-giugno 2014 50 anni Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 52, n. 603 | contributo € 5,00

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3 L’invito a Tutti per la Festa di compleanno Mao Valpiana 4 Nonviolenza e dialogo di Aldo Capitini 16 Siamo tutti complici di Pietro Pinna 20 Difesa e dissuasione di Matteo Soccio 22 La naja è morta! Viva l’obiezione! di Mao Valpiana 24 Lanfranco Mencaroni: rivoluzionario nonviolento di Rocco Altieri 30 Un amico di Aldo, uno spirito indomabile di Luciano Capitini 32 Dietro le quinte di Mao Valpiana 34 Il potere della nonviolenza attiva di Alex Zanotelli 38 Abbiamo vinto a mani nude di Renato Accorinti 40 I saluti istituzionali di Laura Boldrini 42 La compresenza in Arena 44 I conflitti nel mondo oggi di Efrem Tresoldi 46 Campagna per il disarmo Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (disegni). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Giulia Capozzi, Mattia Scaccia e Alessandro Galderisi e Angela Argentieri Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, gennaio-febbraio marzo-aprile 2014, anno 51 n. 603, fascicolo 438 Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 10 giugno 2014 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Dieci lustri di Nonviolenza (foto di Alessandro e Mattea)

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L’editoriale di Mao Valpiana L’invito a Tutti per la Festa di compleanno In vista della Festa per i 50 anni di Azione nonviolenta (che si terrà a Modena dal 19 al 22 di giugno 2014), questo numero della rivista vuole offrire un po’ di memoria storica ai nuovi lettori. Nessuna pretesa di completezza retrospettiva, né di “rilettura” del mezzo secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Toccherà ad altri dare una giudizio scientifico sui 600 numeri usciti con regolarità dal 1964. Noi possiamo dire che consideriamo un “miracolo” la longevità, mantenuta con freschezza, di questa “creatura” del Movimento Nonviolento, vissuta sempre e solo grazie ai contributi degli abbonati. Nel panorama delle riviste specializzate e di settore, politiche e militanti, Azione nonviolenta è un esempio forse unico e virtuoso: ha saputo rinnovarsi mantenendo fedeltà all’originale; è sopravvissuta senza finanziamenti pubblici; si è guadagnata autorevolezza; ha ospitato firme prestigiose e ha offerto cultura a generazioni di studiosi e attivisti della nonviolenza. Senza falsa modestia, siamo orgogliosi di poter dire che se la nonviolenza nel nostro paese ha saputo crescere e maturare, lo si deve anche al ruolo svolto mensilmente dalla nostra rivista e dalla sua perseveranza. Come spunti di riflessione per riassumere i cinque decenni passati, abbiamo pensato di ripubblicare un editoriale per ciascun direttore che si è succeduto alla guida della redazione di Azione nonviolenta, scegliendo come filo conduttore il primo punto della Carta del Movimento Nonviolento: l’opposizione integrale alla guerra. Aldo Capitini, il fondatore, ha diretto la rivista dal 1964 al 1968, quando è venuto a mancare. “Nonviolenza e dialogo” si intitola il suo dialogo filosofico con Calogero e Cadogan che abbiamo scelto di ripubblicare (uscì nel numero di marzo-aprile del 1964). Pietro Pinna ha raccolto l’eredità di Capitini ed ha condotto la rivista per dieci anni, dal 1969 al 1979. “Siamo tutti complici” si intitola l’editoriale, pubblicato nel numero di novembre-dicembre 1969, che ben riassume il suo pensiero. Matteo Soccio ha diretto il nostro periodico nel biennio 1980-1981. “Difesa e dissuasione”, uscito nel numero di luglio-agosto 1980, è il suo contributo che abbiamo scelto e Dieci lustri di nonviolenza che mantiene tutta l’attualità di quando è stato scritto (pur se in un’epoca storica completamente diversa). Infine due miei editoriali del marzo 1999 e novembre 2000, su temi ancora centrali nella nostra politica: il servizio militare, l’obiezione di coscienza, il servizio civile come difesa della patria. In questo spaccato emerge la continuità di pensiero e di azione, che non è stata affidata solo alle personalità dei diversi direttori, ma discende dalla politica discussa e condivisa coralmente dal nostro Movimento. Anche questo è un punto distintivo di Azione nonviolenta. Anche quella che si è svolta in Arena il 25 aprile, possiamo considerarla una “festa”. Una giornata di resistenza e liberazione, che ha richiamato nel segno della nonviolenza più di 13.000 persone convenute da ogni parte d’Italia. La giornata è stata bellissima, sia per i contenuti che per le modalità con cui si è svolta. Nella seconda parte di questo numero ne diamo un resoconto, pubblicando alcuni interventi, documenti e un nostro commento. Non possiamo qui restituire ai lettori quella che è stata l’intensa parte artistica e musicale della giornata. Chi lo desidera può godersi il video che ripercorre l’incontro (al sito www. arenapacedisarmo.org); qui offriamo un piccolo assaggio con delle belle fotografie che testimoniano il successo dell’iniziativa. Non è stato un evento “una tantum”, ma il proseguimento di un cammino comune che vede tante reti ed associazioni unite dalla volontà di coordinarsi sempre meglio e sempre più in un movimento della nonviolenza organizzata. L’impegno comune, che ciascuno ha assunto, è la partecipazione alla prossima “Campagna disarmo e difesa civile” che abbiamo presentato in Arena il 25 aprile (Giornata della Liberazione), lanciato il 2 giugno (Festa della Repubblica) e che vedrà l’avvio il 2 ottobre (Giornata della nonviolenza). Un calendario di date simboliche che ben rappresentano il nostro cammino politico. D I R E T T O R E Azione nonviolenta | 3

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Nonviolenza e dialogo Capitini, Calogero, Cadogan in Azione nonviolenta marzo-aprile 1964 di Aldo Capitini* Abbiamo scelto, per sintetizzare – compito impossibile! – la direzione di Aldo Capitini della nostra rivista il seguente estratto da un incontro a Perugia nell’agosto 1963 del “Seminario internazionale sulle tecniche della nonviolenza e del Congresso filosofico sul mondo di domani”. Azione nonviolenta è rivista aperta, nasce per (ri)produrre dibattiti vivi e non retorici all’interno della cultura italiana. Leggetene questa piccola dimostrazione…e poi commentiamo insieme su www.azionenonviolenta.it Parla Aldo Capitini: Siamo d’accordo io e Calogero che prima parli io della nonviolenza: parlerà, poi, Calogero circa il dialogo e la filosofia del dialogo. Io non ho nessuna difficoltà di accettare quello che dice Martin Buber: il futuro dell’uomo dipende dal dialogo. Anche la nostra speranza è che l’uomo impari a parlare all’uomo, voglio dire cioè che anche dal punto di vista dell’amico della nonviolenza il dialogo ha un’importanza fondamentale, oserei dire che è una delle tecniche della nonviolenza, cioè uno dei modi costanti che vengono continuamente ripresi e approfonditi per realizzare proprio l’atto nonviolento. Anzi, direi anche qualche altra cosa, cioè che tutto quello che penso e che poi dirò e che concerne la nonviolenza può anche darsi che serva semplicemente ad affezionare di più al dialogo: cioè alla impostazione che io cerco di dare alla nonviolenza e ad una religione aperta non importa nulla di stabilire una prevalenza sul dialogo, come se il dialogo fosse qualche cosa di meno, anzi mi pare che sia perfettamente consono ad una concezione di religione aperta questo Aldo Capitini (1989-1968) di essere una semplice aggiunta. Io ho sviluppato questo concetto dell’aggiunta e in questo caso ripeto che quello che in questi momenti, in questi giorni, in questo tempo per dir meglio si può dire di nonviolenza e di religione aperta può darsi che abbia semplicemente il valore di riaffezionare gli uomini al dialogo, al dialogo che non può non fondarsi su un potenziamento del tu; del tu aperto ad ogni persona dialogante, all’intendere gli altri, al credere quello che un altro ci dice. Definizione della nonviolenza La nonviolenza che cos’è? Sentiamo questa definizione: un’apertura affettuosa all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere. Non mi fermo sul temine «apertura» perché proprio con l’amico Calogero stiamo discutendo nella rivista che egli dirige La Cultura su questi due termini: apertura e dialogo; anche perché sono termini che noi abbiamo presentato, sia quello di apertura che quello di dialogo, da alcuni decenni e abbiamo una certata esperienza del peso, dell’efficacia, della risonanza che queste due parole di uso dominante e così suggestive, hanno anche nel nostro Paese. Se la nonviolenza è definita così, è evidente che * È stato Direttore di Azione nonviolenta dal 1964 al 1968 4 | gennaio-aprile 2014

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si stabilisce immediatamente una distinzione tra ciò che è macchina, motore, e ciò che è essere vivente. Uno dei vantaggi che porta l’interesse per la nonviolenza è di mettere in primo piano assoluto la presenza e la compresenza degli esseri viventi. Non c’è bisogno di dire che la nonviolenza è positiva e che il termine è superficialmente negativo, che la nonviolenza è attiva – I veri nonviolenti esplicano una continua, intensa attività quasi si direbbe per rimediare all’assenza di mezzi violenti che possano imporre la propria posizione. Non c’è bisogno anche di dire che è lottatrice, si potrebbero citare persone, affermazioni, per cui si vede che la nonviolenza ha bisogno di coraggio: dice Gandhi «io parlo di nonviolenza a chi è pronto a morire». Perché anche la nonviolenza è creativa, cioè che non è stata tutta realizzata, anzi in confronto ad altri campi, ad altre attività e altri atteggiamenti, si può dire che ancora è stata poco sviluppata. Per esempio, come metodo di lotta di grandi moltitudini, voi sapete, che è recente. È da pochi decenni che è cominciato. Anche che è inesauribile ed anche che è inattuabile tutta perfettamente. Per cui nessuno si dirà «io sono un nonviolento», uno potrà dire «sono un amico della nonviolenza». Ho detto questo come premessa. Veniamo a cercare di renderci conto del peso, del significato, del posto che questo metodo e atteggiamento chiede, perché non c’è bisogno di dire che è un metodo a cui corrisponde un animo e che non si potrebbe parlare di metodo senza avere l’animo corrispondente. Tutti coloro che hanno studiato questioni educative lo sanno. È un metodo che vale in quanto è accompagnato da un animo che produce, innova, assume questo metodo. Vediamo adesso appunto il posto che può avere nei problemi nostri questo metodo. Intanto è da dire questo: che il metodo nonviolento, l’insieme dei modi di attuazione della nonviolenza, non si può assumere restando tali e quali in tutto il resto. Ci vuole un cambiamento, magari uno non se ne accorge subito come di tutte le assunzioni non ci si accorge subito delle conseguenze che esse chiedono, ma quando ci si è cominciato a lavorare ci si accorge che è necessario un cambiamento generale. Non si può restare in tutto il resto come si è e dire «sono diventato un amico della nonviolenza». Un’altra cosa è che è un atteggiamento tendenzialmente religioso. La religione (è detto da molti) dà un carattere totale alla nostra attività, dà non solo un senso del tutto, ma un fonda- Mohandas K. Gandhi (1869-1948) mento generale. Ebbene la nonviolenza è tendenzialmente religiosa perché finisce col pervadere non dogmaticamente col chiederci una serie di cambiamenti in ogni campo. Io potrei soltanto fermarmi su ciò che è collaterale alla nonviolenza, sui cambiamenti, i crolli, le innovazioni, le costruzioni che si fanno conseguentemente al tentativo, all’esperimento, all’orientamento della nonviolenza. Il nonviolento è all’opposizione Un’altra cosa connessa con questa è il senso di opposizione che c’è nell’atteggiamento del nonviolento; è strano, a sentire alcuni sembra che la nonviolenza sia fatta per lasciare tutte le cose come sono. Quando, come dico, si assume questo orientamento, ci si accorge che si sviluppa un senso di riserva, di critica, di protesta anche, protesta che qualche volta sarebbe accusata di non essere realistica, di essere come si dice utopistica, ma è una protesta che produce qualche cosa, quindi non è affatto utopistica, che si risolve anch’essa in una pratica, e quindi si manifesta sempre più il carattere della nonviolenza che è essenzialmente pratica, pratica nel senso migliore, nel senso kantiano, perché ci porta a contatto, Azione nonviolenta | 5

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direi, con realtà che noi non conosceremmo se restassimo in un atteggiamento semplicemente tecnico pratico. Protesta non solo quindi contro ciò che vediamo realizzarsi dinanzi ai nostri occhi mediante la violenza, ma contro ciò che è realizzato attraverso la violenza, il potere che è stato conquistato con la violenza e oggi si presenta benigno, ma contro la stessa realtà, lo stesso mare pieno di pesci grandi che mangiano i pesci piccoli, e non sono cose che possono lasciare indifferenti; non è concepibile una nonviolenza che riguardi semplici rapporti con gli altri e che non sia accompagnata da un travaglio interno, quindi questa protesta, quella che dico io la più comune, può mettere in moto in noi la decisione di non mangiare né il pesce grande né il pesce piccolo, per esempio, quello di fare il possibile per aprire delle novità nel campo di questa realtà che sembrerebbe tutta quanta finita, determinata, creata in un certo modo, con certe regole. Pensate dunque che attraverso la nonviolenza si arriva ad una conclusione simile a quella a cui arriva la scienza, a cui arriva la filosofia, che la realtà non è affatto compiuta, non è affatto finita, la realtà è aperta ai nostri interventi, alle nostre innovazioni, e quindi il vero realista è dalla parte di chi porta atteggiamenti nella realtà, non da quello che si inchina e la riconosce e riverisce tutta compiuta. È una cosa, che io ho imparato proprio nella mia trentennale esperienza di nonviolenza. Prima io credevo che la realtà fosse tutta fatta così, che fosse perfetta; debbo alla nonviolenza tra l’altro anche questo, di avere imparato che la realtà è una povera cosa che ha bisogno, che vuole migliorarsi e che noi siamo strettamente connessi e le nostre idee, quando diventano ideali, non sono affatto inutili e inutilizzabili. Anche un’altra cosa. Nel grosso problema dei fini e dei mezzi, che io tocco semplicemente, anche qui la nonviolenza porta una chiarezza, mi sembra. Voi sapete che si dice che il problema non esiste, chi vuole il fine vuole i mezzi. La cosa si sa che non è così semplice, perché – già osservava il Dewey, nel bel libro sulla natura e condotta dell’uomo: esaminiamo questi mezzi, esaminiamo le conseguenze dei mezzi, colui che usa un mezzo semplicemente in vista di un fine non vede che un aspetto di questo mezzo, ma le altre conseguenze? Se le conseguenze fossero così gravi, potremmo noi usare quel mezzo per raggiungere quel fine? Dovremmo rinunciare ad usare quel mezzo. Non mi dilungo su quello che dice Gandhi: ni ri- sultati non sono nelle nostre mani, non dipendono da noi, dipendono da Dio, altri direbbe dalla storia, sono i mezzi che dipendono dalla nostra scelta. Ma io voglio citare un filosofo che si direbbe realista. Hegel in un punto, quasi fuggevole, nella filosofia del diritto, dice questo (e badate che Hegel non è affatto per la nonviolenza; è il vecchio tipo di realismo, ottocentesco, con tutto il muoversi pesante di armi, di lotte…): nella storia noi osserviamo che c’è un certo progresso perché ci sono delle cose, oggetti, esseri che vengono considerati in un certo periodo come mezzo, poi la storia produce la coscienza che questo non è un mezzo, tu non puoi più considerarlo come un mezzo. L’esempio più evidente è la schiavitù. Si è arrivati in un punto in cui tu non puoi considerare giuridicamente come mezzo un gruppo di uomini perché sono schiavi. Questo è un progresso. Possiamo allora dedurre che il progresso consiste nella trasformazione di mezzi in fini, direbbe il Kant, cioè di certi che ci sembrano mezzi e sempre più ci appaiono come fini e quindi non sono più disponibili come semplici cose, come semplici mezzi. La nonviolenza arricchisce proprio questo progresso: tu non puoi considerare l’esistenza degli altri come mezzo. Immanuel Kant (1724-1804) 6 | gennaio-aprile 2014

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Dico questi semplici aspetti, per far vedere il posto che ha nell’oggi e più nel domani, un orientamento di questo genere. Non mi fermo sull’osservazione più comune, cioè che le tecniche oggi hanno prodotto mezzi così distruttivi che la lotta deve cambiare metodo. Chi di noi è arrivato ad essere un amico della nonviolenza per altre ragioni, si compiace di questo che è un altro argomento, ma non lo considera determinante; per molti tuttavia voi sapete che è determinante. Il fatto che nella lotta si usino oggi non più i fucili con cui si uccide quello che ci hanno detto e abbiamo scelto come nemico, ma si uccide gente che non è affatto nemica, perché quelli attuali sono mezzi illimitati che non hanno i confini precisi della distruzione, è vero: questo è l’argomento più comune, quindi bisogna cambiare i metodi di lotta. Io non so se tutti sanno, perché anche io l’ho imparato da poco, che Lenin proprio a Wells, lo scrittore inglese, nel 1918 ricevendolo disse: «Se arriveremo ad un perfezionamento delle tecniche perfino a stabilire comunicazioni interplanetarie, bisognerà rivedere le concezioni filosofiche, sociali e morali. E in questo caso il potenziamento tecnico divenuto illimitato imporrebbe la fine della violenza come metodo e mezzo di progresso». I metodi per arrivare ad una società di tutti Ma c’è qualche altra cosa che a me interessa di più e sono le ragioni positive, straordinariamente positive; due ne dico subito. Noi siamo vissuti fino ad ora, sempre in società di tipo oligarchico, cioè un gruppo di pochi governa, manda avanti tutti gli altri, le società nazionali, gli imperi, le confederazioni comunque le vogliate chiamare, per delegazione o per approvazione come che sia, è sempre un gruppo di pochi in qualsiasi paese del mondo. Cosa vogliamo noi? Noi siamo scontentissimi appunto perché siamo amici della nonviolenza e stiamo continuamente a guardare e a osservare ciò che non approviamo e ciò che si è costituito e quindi è superbo, non ci va questa società, noi vogliamo una società di tutti, una società democratica, anzi omnicratica. Come si può passare da una società oligarchica ad una società di tutti, in cui ci sia il controllo di tutti, in cui tutti i cittadini siano pienamente informati? Perché per me non esiste società democratica o socialista o comunque si voglia chiamare se non c’è la piena libertà e possibilità di informazione e di critica per ogni cittadino, il che significa che non c’è quasi nessun paese che sia in queste condizioni, nel mondo attuale. Ora, una società omnicratica, in cui tutti i cittadini hanno una parte del potere, in cui essi possono controllare, criticare, proporre, partecipare pienamente come può realizzarsi senza il metodo della nonviolenza, cioè senza una consapevolezza precisa e una conoscenza delle tecniche del consenso e del dissenso, della cooperazione e della non-cooperazione, di più fino alla disobbedienza civile o fino al perfetto sacrificio? E noi abbiamo fatto questo Seminario, proprio perché pensiamo che nella società di domani, nelle scuole per gli adolescenti, nei centri sociali per gli adulti, ci si cibi continuamente di questo insegnamento e tutti i cittadini conoscano perfettamente quali sono le tecniche della nonviolenza, le tecniche del consenso e del dissenso. È una società che non è più oligarchica e c’è molto da fare. Un’altra idea, carissima, a chi non è cara questa che vi dirò? Io sono convinto che a tutti voi è cara, e qual è? Che il metodo nonviolento è il metodo dei deboli. È il metodo come ha detto Luther King «anche i ciechi, i monchi, i bambini lo possono usare, basta avere coraggio». Questo è bellissimo. Pensate un metodo che non abbia bisogno dei muscoli forti, un metodo che non abbia bisogno di caricarsi di armi a tracolla, il metodo per i deboli, per gli ultimi della società, per le donne. Metodo che essi possono usare, basta che abbiano un animo intrepido. Ma questo metodo fa appello all’unità con tutti ed è bellissimo, e non può la storia non innamorarsi di questo principio che cioè l’unità di tutti si stabilisca avendo la sua base, il suo centro nei deboli, nei ciechi, nei monchi, nei mezzo morti, nei pallidi. La storia non può non innamorarsi di questo, e badate che Gramsci, pur essendo in prigione e non avendo a disposizione molto materiale di informazione, ed avendo che quella diffidenza che derivava dal suo realismo di tipo marxista verso la nonviolenza, indica (nel Risorgimento, pagg. 46-47) i gandhiani i quali assomigliano ai cristiani primitivi e che contro gli imperi cosa presentano? Presentano in materasso contro la pallottola, presentano delle moltitudini di gente inermi, intuì, non volse questo significato, che l’unità non sia stabilita dai potenti, che si sono arrampicati ad avere dei mezzi, ma l’unità di tutti sia chiesta, imposta, proposta e salga veramente da tutti; queste sono due ragioni fortissime. Da qui verrebbe anche una cosa di cui mi vengo Azione nonviolenta | 7

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“Cristo che spezza il fucile”, opera del 1950 di Otto Pankok (1893-1966), pittore e scultore tedesco; durante il nazismo fu considerato un artista degenerato. persuadendo da poco tempo, e questo dimostrerebbe il carattere ispirativo che ha la nonviolenza. Perché la nonviolenza, come tutte le cose veramente della religione, è da pensare tutti i giorni, la religione è qualche cosa a cui si deve dedicare un po’ della propria giornata. Io da un certo tempo ho incominciato a capire che c’è una forza nell’amare. E se io amo una persona, la mamma che ama il bimbo, ha una certa forza. Ma se io allargo il raggio dell’amore la forza l’ho maggiore. E se noi dessimo l’impressione, la fiducia, di essere un centro della nonviolenza che ama tutti senza eccezione, la gente comincerebbe a pensarci come onnipotenti. Cioè la vera forza sta nell’amare. Se uno ama uno ha un po’ di forza, se uno ama molti ha molta forza, se uno ama tutti ha potenzialmente una forza illimitata. Per questo ho elaborato una certa teoria dei centri: è la sostanza del metodo educativo e la dico rapidamente. Quando si parla che la nonviolenza è aperta a che le forze dal basso premano, si facciano presenti, ci sarebbe la solita obiezione che queste forze dal basso si presentano nella loro immediatezza, nella loro grossolanità ecc. La teoria del centro Queste forze vanno depurate, filtrate; a chi spetta questo compito? Chi fa questo è un centro; è un centro aperto a tutti, è un centro aperto a un compito di depurazione direi di ciò che viene dal basso, ma un centro collocato al basso, è un centro che è a quel livello lì, che opera dal basso, secondo il metodo attivo, in cui si insegna stando al livello loro. È come Danilo Dolci che è andato giù in Sicilia e si è messo a pescare con i pescatori, a mangiare le cipolle con loro, cioè la teoria del centro è questa: per educare veramente, per filtrare gli altri non da posizioni di distacco, ma da posizioni di compartecipazione, bisogna farsi allo stesso livello, parlare la stessa lingua e nello stesso tempo far levitare tutti: è il Vangelo contro la retorica e l’eloquenza di Cicerone. Il Vangelo che si pone al livello di tutti. Che cosa significa questo? Appunto il centro significa questa opera di orientare, di depurare che noi facciamo a contatto appunto con il livello più basso. È evidente quello che sarebbe da dedurre anche nel campo semplicemente politico. Noi siamo davanti a questi grandi Stati o chiamiamoli pure nel vecchio termine, che oggi si usa meno, ma sono «imperi» anche se si presentano democratici perché concentrano un potere enorme nelle mani dei dirigenti; son cose che fanno impressione, anche se questi fossero buoni; noi non vogliamo affatto dire, ora un capo buono ora un capo meno buono, assolutamente. Quale forza noi possiamo presentare contro questi grandi Stati che ora si alleano ora si minacciano e che possono arrivare all’impero contro impero, alla guerra, alla contro-guerra? Soltanto una moltiplicazione di questi punti di azione, di questi centri, intesi come dicevo io, che assolutamente non voglio la distruzione degli avversari, e che acquistino la loro meritevolezza attraverso le varie tecniche, tra cui naturalmente c’è anche quella del sacrificio, cioè come una moltiplicazione di stelle, di astri; sapete che Chesterton ha detto, tra le altre, una cosa bella: «gli uomini hanno dimenticato che vivono sopra un astro». Ebbene noi possiamo vivere, diciamo così, sopra un astro, se noi lavoriamo come un piccolo centro che strenuamente accresce il suo lavoro in questa direzione, con questo metodo e assume davanti alla società un posto preciso. Noi usciremo da questo Seminario con molte proposte, tra l’altro con questa: che spetti proprio ai centri della nonviolenza di assumere la diffusione delle tecniche nei vari gradi di insegnamento, che spetti di assumere il controllo delle informazioni esatte, e che spetti ai centri della nonviolenza di promuovere assemblee popolari, dal basso, come abbiamo già tentato altre volte a Perugia e altrove, cioè i centri di nonviolenza 8 | gennaio-aprile 2014

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Busto dedicato ad Aldo Capitini nei giardini Carducci di Perugia diventano punto di promovimento di tutte queste azioni aperte le quali hanno questo vantaggio: un vantaggio che basterebbe da sé anch’esso a far innamorare la gente, che il centro non fa il conto degli iscritti, non conta quello che riceve, e questo è molto bello. Per me è la forma religiosa che si sostituisce alla società chiusa, autoritaria, inevitabilmente dogmatica ed esclusiva, anche se con attenuazioni. Sulla linea di questi compiti spetta a questo metodo (finché non se ne trovano degli altri, perché noi siamo sempre aperti a che si trovino di meglio), un compito importante, che persino i marxisti più freschi, non quelli irrigiditi nelle posizioni, cominciano oggi a ritirar fuori: si sono accorti che nel marxismo c’è questo desiderio di liberare la società civile dallo Stato che si nutre di militarismo, di abuso di potere, di arbitrio? Si libera soltanto attraverso la lotta per la pace. Perché lo Stato è il centro che raccoglie, che monopolizza la violenza, la toglie ai cittadini e la fa lui e si arma continuamente ed ha i mezzi per far questo che i cittadini non avrebbero. Quindi la lotta per la pace e il metodo nonviolento è proprio quello che deve servire a liberare la so- cietà civile in forme che si stanno studiando e in parte sono già state studiate a liberare dal basso, a liberarlo dallo Stato. Quindi rientra proprio anche nella problematica di tante posizioni che non sono in partenza nonviolente. Non c’è bisogno che vi dica il significato che ha una pressione nonviolenta nel campo religioso. C’è una sollecitazione a mettere in primo piano la nonviolenza; in certe zone religiose non avevo mai sentito la parola apertura, adesso la sento; cioè c’è una pressione veramente perché si riconosce l’enorme responsabilità delle religioni tradizionali di non aver combattuto sufficientemente né per la giustizia, né per la libertà, né per la pace, di non aver impedito guerre tremende. Non è soltanto questo fatto, per me è anche un fatto più profondo, cioè che nelle religioni, anche tradizionali, sta entrando sempre più mi pare – proprio per il significato della nonviolenza, il senso che la parola «tutti» è una parola sacra. Nonviolenza e rivoluzione Io dico certe volte si potrebbe anche non porre separatamente ed esplicitamente il problema di Dio, purché si vivesse la presenza e la compre- Azione nonviolenta | 9

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senza di tutti in un certo modo, si vivesse così intensamente da sentirla religiosamente, cioè da portare la compresenza di tutti anche oltre questa realtà, perché io sono convinto che l’apertura agli altri possa essere tanto insoddisfatta da questa realtà e tanto desiderosa di dare al tu una realtà migliore, protestando fortemente contro la morte. E contro la morte di si protesta in due modi: non dando la morte agli altri, perché non avremmo il diritto di rimproverare la natura di dare la morte se la dessimo anche noi, ma anche nell’altro modo di sentire gli altri tutti compresenti a noi. È un problema importante specialmente per chi è vissuto nell’ambiente storicistico, di non confondere gli esseri con gli eventi: per me gli esseri non possono essere chiusi da une vento, per me è inconcepibile che un essere muoia, perché gli cade qualcosa sulla testa, perché quello è un fatto e un essere è qualche cosa d’infinito. Inconcepibile per me, questo io lo debbo all’aver cercato di vivere la nonviolenza incontrando la gente, quell’incontro che non ha nessun eguale, perché io non ho nessun desiderio di vedere degli esseri superiori agli esseri che possiamo incontrare, nessun desiderio di un essere superiore, mi basta vedere gli altri, vederli in un certo modo, inesauribilmente. Ho finito, perché non voglio trarre tutte le deduzioni di questo, accennerò soltanto alle politiche. A me pare, per fronteggiare le astuzie, i procedimenti, le trovate del neocapitalismo, che potrebbe venire un momento in cui si dicesse: questo Kruscev sta diventando socialdemocratico perché tendendo al benessere accetta il capitalismo, in fondo viene a patti col capitalismo. Cosa può dire un nonviolento in questo caso? Ebbene se c’è neo-capitalismo fate neo-marxismo, un neo-socialismo, cioè armatevi del metodo nonviolento per portare un’opposizione più strenua alla società capitalistica, anche neocapitalista, alla società del benessere. Il metodo nonviolento può essere domani la soluzione, non la soluzione di Spartaco, ma la soluzione dei cristiani contro l’imperialismo e anche contro il capitalismo attuale. Quindi la nonviolenza è a disposizione anche di autentici rivoluzionari, anche se non suole decorarsi di questa parola. Un’altra conseguenza che io ritengo importante; già dopo la Liberazione io scrissi un articolo dicendo «Italiani – scherzavo un po’ come forma, usando una vecchia nobile forma - vi esorto all’Asia – dicevo non per prendere, per imitare quello che fanno lì – ma state attenti a ciò che succede là». Effettivamente c’è un problema e chi come noi vive religiosamente la nonviolenza, sa come affrontare questo problema, il problema che ci sia un popolo grandissimo di numero, in una forma di socialismo che possiamo ritenere grezzo: l’impero occidentale cerca di circondarlo per salvarsi dai pericoli; ebbene noi in nome della nonviolenza diremo che bisogna, anche essendo diversi, avere dei ponti, delle vicinanze, delle aperture continue, bisogna dire alla nostra civiltà di essere pronta a sacrificarsi, a diminuire il suo livello di benessere per aiutare quelli, perché il metodo violento, o implicitamente violento di chiuderli, di circondarli con tutte le armi, ad un certo punto non varrà più. Ecco quindi che la nonviolenza arriva a vedere anche il domani, e quindi prepara le forze, animi capaci di fronteggiare anche questo che può essere il problema sulla sfera politica del mondo del domani se non è di oggi. Mi richiamo infine a questo termine, che mi è molto caro, il metodo dell’aggiunta. Inizialmente il nonviolento sembra che non voglia cambiare niente, ma chieda semplicemente la possibilità di aggiungere queste parole, questa vita, questi esperimenti; cioè al posto della dialettica che vuol dire superamento degli altri, il metodo dell’aggiunta porta il senso di un incremento, non c’è bisogno di sacrificare nessun essere e di pensare che il valore possa diventare non valore, ma il valore va accresciuto. L’idea dell’incremento è molto più consona alla nonviolenza che l’idea del superamento. Quattro internazionalismi Se poi guardiamo sul piano internazionale, osserviamo una cosa singolare. Noi siamo partiti in Europa da una posizione internazionale di cui era monopolizzatrice la Chiesa di Roma. Agli europei parlava di mondo, degli altri, ma a certe condizioni, come sapete, perché la Chiesa romana pone certe condizioni. Il Settecento ha con forza spezzato e ha messo un fondamento razionale giuridico; ognuno abbia le idee che vuole, ma c’è un qualche cosa che unisce tutti e la Società delle Nazioni viene da questo spirito a cui tutti siamo debitori del settecento, razionalistico, umanitario, internazionale, prevalentemente giuridico; assicurare i diritti. È venuto poi l’internazionalismo proletario, ed esso ha cercato di dare all’internazionalismo il fondamento che sappiamo, il dinamismo della classe proletaria. Se adesso vediamo il quarto esempio, cioè questo meto- 10 | gennaio-aprile 2014

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do nonviolento usato in varie parti, che cresce, si trasforma, che esperimenta se stesso, vediamo una cosa singolare: che si torna in un certo modo ad un fondamento religioso dell’idea internazionale, un senso cioè di vivere intimamente questa unità con tutti e che religione si questo: unità progressiva con tutti. È singolare vedere come da una religione che pone certe condizioni agli altri, a fondamento della comprensione internazionale, si arrivi ad una vita in senso di religione, religiosa aperta, che non pone nessuna condizione e che nello stesso tempo tende a stabilire questa unità con tutti gli esseri quali essi siano da qualsiasi parte essi si presentino. Parla Guido Calogero: Filosofo e storico della filosofia classe 1904 per la sua intensa produzione civile, di pensiero e politica, è stato uno fra i più attivi e influenti intellettuali italiani del Novecento. «Calogero aveva un viso “aperto” – scriverà Bobbio ricordandolo – e i suoi occhi esprimevano, per così dire, quella volontà di discussione che ne faceva un “maestro del dialogo”». In Toscana conobbe e frequentò Aldo Capitini e dalla loro amicizia e comunanza di sentire nacque, nel 1940, il “Manifesto del liberalsocialismo”. L’apertura al tu e il dialogo, da entrambi valorizzati anche se su basi diverse, li terranno fraternamente vicini anche dopo l’esperienza antifascista e sarà proprio Guido, che non negò mai testimonianza di consenso alla nonviolenza, a pubblicare dopo la dipartita dell’amico il suo lascito spirituale “Attraverso due terzi di secolo”. Dopo una lunga carriera di insegnamento universitario, anche internazionale, muore a Roma il 17 aprile 1986. L’amico Aldo Capitini vi ha già esposto molto largamente quali sono i caratteri, la problematica della nonviolenza, e io ben poco ho da aggiungere a questo proposito. Io vorrei soltanto, aderendo al desiderio dell’amico Aldo, chiarirvi nel modo più breve e più semplice possibile alcuni aspetti della filosofia del dialogo nel suo rapporto con la dottrina della nonviolenza. Solo a titolo di integrazione di qualche punto problematico e, per così dire, per dare maggiore esca alle vostre future discussioni, ma non aspettatevi più di questo. Un modesto contributo alle vostre discussioni che sono in primo luogo sui caratteri e sulle tecniche della non- Disegno che documenta una delle prime riunioni clandestine del movimento liberalsocialista, nella villa di Umberto Morra, nei pressi di Cortona (Meteliano), nel 1939. Da sinistra, Bobbio, Luporini, Capitini, Morra. Sotto: Calogero e la nuca di Guttuso. L’autore è Renato Guttuso violenza. Qual è il nesso generale tra nonviolenza e dialogo, se adoperiamo questi termini, si potrebbe addirittura dire questi simboli? Lo ha già detto Capitini: entrambi sono atteggiamenti di riconoscimento per l’altra persona, di rispetto dell’altro, di riconoscimento del suo diritto, si potrebbe dire sono forme di carità. Perché allora non si parla di una teoria dell’amore, di una teoria della carità, ma specificatamente di una teoria del dialogo? Che cosa si intende dire in particolare, dato che evidentemente tutte le parole hanno un certo uso convenzionale e potrebbero essere evidentemente sostituite; a che cosa si vuole specificatamente alludere parlando di dialogo, piuttosto, poniamo, che di carità o amore? Si vuole alludere al fatto che la relazione tra l’io e il tu, per adoperare il linguaggio di Buber, il riconoscimento dell’altro non tocca soltanto il mondo dei suoi affetti, delle sue passioni, dei suoi interessi, ma comprende tutto, comprende anche il mondo delle sue verità, della sua filosofia, della sua religione. Cioè, si tratta di evitare il pericolo che si consideri che il doveri di ciascuno è di rispettare gli altri, di tener conto degli altri, di rispettare gli altri per quanto riguarda la sua prassi, le sue azioni, quello che vuol fare e quello che non vuol fare, ma che viceversa il mondo della verità, della filosofia, della religione sovrasti a tutti, sia qualche cosa di diverso. Perché evitare questo? Perché in una considerazione di questo genere, secondo cui gli uomini siano molteplici come azioni, come passioni, come Azione nonviolenta | 11

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Guido Calogero (1904-1986) vite e perciò ciascuno di essi debba rispettare gli altri in quanto è un altro, ma stiano tutti sotto un’unica verità, questa considerazione presenta il grave pericolo che l’unica verità diventi sempre la verità di qualcuno che la imponga ad altri. Se noi pensiamo che la verità sia una sola e che noi siamo molti soltanto nelle nostre vite e nei nostri doveri, il pericolo del fanatismo, il pericolo dell’intolleranza è sempre possibile. Se vogliamo veramente estendere il rispetto dell’altro a tutta l’integrale personalità dell’altro, noi dobbiamo rovesciare il rapporto, dobbiamo dire che non già dobbiamo amarci, rispettarci perché viviamo in una verità comune, ma al contrario che dobbiamo amarci, rispettarci, capirci in primo luogo perché ciascuno di noi ha un suo modo di capire la verità, quindi, una sua verità che comprende tutto il suo mondo, e la regola di coesistenza, di mutua comprensione di questi mondi di verità e di vite insieme, la regola di convivenza è appunto quella che allora si può chiamare la regola del dialogo, proprio in quanto in antico il dialégesthai era il comunicarsi dei discorsi, dei logoi, in ciascuno dei quali si manifestava la verità. Questo è, ridotto alla sue espressione più semplice, il sostrato teorico di quella che può definirsi filosofia del dialogo: sostrato teorico il quale mi pare importante perché offre lo strumento di azione contro ogni appropriazione autoritaria della verità. Aldo Capitini vi ha detto con tutta chiarezza che non esiste democrazia in nessuna situazione nella quale ci siano monopoli di verità. Se vogliamo tradurre la frase in una forma che tenga presenti le più diverse situazioni, possiamo dire che la democrazia è tanto maggiore quanto più assicurata è la molteplicità di tutte le espressioni del vero, il pluralismo delle prospettive oltre che ovviamente il pluralismo delle informazioni. In altre parole questa è la lotta per la tolleranza, per la mutua comprensione, per la libertà di coscienza, per la libertà di pensiero, in quanto elemento integrante per ogni battaglia per i diritti umani, per la parità dei diritti umani. A questo punto sorge il problema del rapporto tra la filosofia del dialogo in generale, così formulata, e filosofia della nonviolenza. Accenno anche questo molto brevemente, cercando di sottoporvi qualche considerazione per le discussioni che potrete fare e dovrete fare. In questo senso generale la filosofia del dialogo è evidentemente una filosofia della persuasione. Essere nonviolenti, ha detto Capitini, è agire testimoniando, insegnando, comunicando, quindi attendendo che l’altro si persuada, lasciando all’altro la stessa possibilità di persuadersi che il persuasore vuole avere, ed evidentemente essendo sempre pronto ad essere persuaso, ponendosi come semplice missionario che deve convertire. Il missionario che deve convertire presuppone che la verità sia solo la sua, ma in realtà è tanto migliore quanto più deve sempre ammettere la possibilità che invece di convertire sia convertito. Il valore assoluto non sarà la verità a cui è convertito o la verità a cui converte, ma questa regola delle due paritetiche possibilità di conversione. Questa direi appunto è una formula della filosofia del dialogo che viene perfettamente a coincidere con quanto in larghissima misura Aldo Capitini dice circa la nonviolenza in quanto persuasione, in quanto attività di testimonianza, di insegnamento, in quanto, direi (se vogliamo adoperare questo termine), Chiesa docente, intendendo per Chiesa in questo caso l’unità di tutti coloro che partecipano a questa regola e non evidentemente ad altra disciplina che questa regola. Il rapporto fra persuasione e coercizione Ma appunto come si pone il rapporto tra persuasione e coercizione? Qui nasce realmente la problematica della nonviolenza e se io vi faccio qualche 12 | gennaio-aprile 2014

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osservazione, non è affatto per contestare questa problematica, ma se mai per cercare di dirvi quali sono i problemi che angosciano me. Una pura posizione di nonviolenza potrebbe essere quella che dicesse: non c’è altra regola che quella della persuasione. Cioè in nessun caso mai operare se non così. Probabilmente nel Vangelo la posizione di Gesù era questa. Quando Gesù ha vietato ad altri di difenderlo con la spada, probabilmente intendeva che in nessun caso ci si dovesse opporre con la violenza. Questo, naturalmente, implica in certo modo una svalutazione totale non solo della violenza pura, ma anche della coercizione giuridica. È in certo modo un togliere lo Stato. Si può ben comprendere che in un momento di attesa del Regno non si pensasse al mondo di Cesare, il mondo di Cesare è un altro; quello che importa è il Regno di Dio, il Regno di Dio non ha bisogno di leggi coercitive. Nel mondo in cui viviamo possiamo prescindere da leggi coercitive? Questo è un problema. Da un punto di vista più generale e perciò meno specifico, meno impegnato nei vostri più reali problemi, io direi che questo è un problema aperto. È sempre meglio, certo, operare soltanto con la persuasione; il Paradiso è il mondo della persuasione, o se volete, la nostra famiglia: non abbiamo bisogno di stabilire poteri o leggi coercitive. Man mano che la situazione diviene più complessa è probabile che una certa dose di coercizione legale ci voglia, allora come facciamo? La formula generale su cui non transigerei mai, la formula generale che sia ferma è: ogni coercizione è tanto più giustificata quanto più è fondata sulla persuasione. Ogni democrazia si regge appunto sul fatto che le leggi siano basate sul consenso, che questo consenso sia il più approfondito, il più moltiplicato, il più intenso possibile, che le strutture della coercizione sociale siano il più possibile decentrate, tutte cose che voi sapete benissimo. Cioè anche qui il valore della persuasione, della nonviolenza. La coercizione è un male che in qualche misura può essere necessario. Detto in altri termini, se si tratta di ricevere violenza, la situazione può essere semplice: io non farò mai violenza. Mi faccio uccidere. Ma se fanno violenza agli altri, posso lasciarli ferire, posso lasciarli uccidere? Il problema è più grave, guardate: non è risolto; si può benissimo accettare la tesi che in ogni caso è meglio non intervenire. È una soluzione del problema della nonviolenza; la soluzione che può essere serissima: in nessun caso coercire. Vogliamo estendere fino al punto, poniamo, di non coercire, che so io, in forme che può mettere a repentaglio la vita sua e la vita di un altro? Questo è ancora più drammatico. Si può pensare addirittura di far questo, si può porre la questione, la decisione in una sfera intermedia, accettare la coercizione dello Stato, ma cercando il più possibile di renderla carica di persuasione; in altri termini: liberalizzando sempre e intensamente il più possibile la riforma strutturale di disciplina. Questa è la gamma della problematica. Vi dico quali sono appunto le angosce che spesso vengono. Perché molto spesso uno si domanda: se è meglio fare così o fare altrimenti. Per esempio, queste angosce non si risolvono in teoria; non credo che ad Aldo dispiaccia che in tempi remoti, ci si poneva il problema se valesse la pena di andare a Palazzo Venezia con una bomba in tasca e saltando in aria con Mussolini dopo avergli chiesto udienza. Ed era una discussione che si faceva; mi ricordo perfino che si scherzava con tutti questi gruppi di antifascisti, che però perfino teorizzavano che non si deve fare l’attentato: erano problemi seri, tragici, perché in certi casi uno può dire che se si fosse attentato a Mussolini ed a Hitler in tempo utile, un’infinita quantità di mali non sarebbero accaduti nel mondo. Si può dire viceversa in ogni caso no, perché la storia è lunga, ed alla lunga può avere ragione invece chi è semplicemente per la nonviolenza: questo credo che sia, in ultima analisi, il pensiero di Aldo. Venendo tuttavia a situazioni più precise o più concrete e termino realmente subito, io direi che oggi certamente ci sono tante situazioni speciali, particolari in cui il metodo della nonviolenza ha una funzione concreta ed insostituibile. Io dico, indicherei queste situazioni all’incirca in questo modo: situazioni di sufficiente legalità e costituzionalità di base, nelle quali tuttavia il funzionamento costituzionale normale, della instaurazione delle nuove leggi è lento, faticoso, insufficiente. Esempio tipico (ne ho una qualche esperienza essendo stato recentemente in America), la lotta per la integrazione nel Sud degli Stati Uniti. Lì abbiamo una situazione sostanzialmente legale. Non è una situazione nella quale i nonviolenti, come non so in uno Stato hitleriano o in un’altra dittatura dello stesso tipo, possono essere liquidati in quattro e quattrotto e non se ne parla più. È una situazione analoga a quella dell’India: in quell’ambito Gandhi poteva operare; se non avesse operato con la nonviolenza, non ci sarebbe arrivato per vie parlamentari. Entro quel quadro costituzionale poteva agire. La situazione della Azione nonviolenta | 13

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battaglia di Luther King è analoga: in fondo c’è una lentezza enorme nel processo di integrazione, nel processo di modificazione di certe maggioranze, nel processo di apporto dei negri a votare effettivamente, c’è tutta una battaglia particolare, per cui non basta farla con la scheda delle elezioni, bisogna farla con altri metodi, bisogna appunto rischiare di farsi rompere la testa a bastonate, bisogna farla con i metodi della nonviolenza, e con l’azione coraggiosa intrepida, e appunto non agisce con la violenza, per affermare questo alto principio morale del rispetto dell’altro. Nello stesso tempo questo è possibile nel quadro di questa sostanziale costituzionalità per cui, nonostante tutto, coloro che si battono a questo modo in linea di massima non saranno liquidati da un momento all’altro, avranno una particolare efficacia. Questo direi, è uno degli esempi ma ce ne saranno tanti, di particolare efficacia del metodo nonviolento, come dosatura particolare di azione che non è soltanto legale, ma che si muove in un ambito di sostanziale costituzionalità. Come vedete vi ho detto ben poco, perché specialmente quello che vi ho detto in quest’ultima parte, in gran parte già lo sapevate; prendetelo come una testimonianza di consenso circa questa problematica; e per quello che riguarda più in generale l’idea del dialogo, l’idea della filosofia del dialogo, mi pare di poter dire che potete considerarla come una diversa forma di giustificazione, rispetto a problemi di un certo tipo, degli stessi fondamenti ideali della battaglia per la nonviolenza. problema centrale, quindi, è che cosa dobbiamo fare di fronte ai governi violenti, a truppe violente, alla polizia violenta. A meno che non risolviamo questo problema, si può dire che stiamo giocando in questa conferenza. Lunedì venturo ci sarà una dimostrazione di massa ad Atene. Questa, per la prima volta, dopo tanti anni, è una libera espressione in Grecia, guidata dal Comitato Greco dei Cento. In questo momento novanta persone stanno cercando di attraversare l’Europa ed entrare in Grecia. Sono già state fermate due volte nel tentativo di entrare in Austria (per protesta, i nonviolenti locali hanno allora bloccato le autostrade: s’è dovuto fisicamente rimuoverli). Stanno facendo il possibile per cercare di raggiungere Atene lunedì venturo, probabilmente attraverso l’Italia. Ma ora voglio solo dirvi della nostra esperienza in Inghilterra, dirigere la vostra attenzione su quanto riusciamo a far fronte al governo, alla polizia e alle truppe inglesi. Se il lavoro per la nonviolenza è fatto molto bene, quando la guerra scoppiasse, la macchina della guerra crollerebbe nelle mani di quelli che la volessero usare. La prova della nonviolenza in Italia quindi, come in Inghilterra dipende dall’estensione con cui riusciamo a penetrare ed intaccare il governo, la polizia e le truppe. Negli ultimi tre anni noi siamo riusciti a cambiare un certo modo di pensare della polizia di Londra. All’inizio essa pensava che, quando migliaia di noi manifestava nelle strade, fossimo soltanto una teppaglia, una massa sconclusionata. Abbiamo fatto lo stesso alle basi per bombe all’idrogeno, alle basi chimiche e batteriologiche, ecc. Così io voglio suggerirvi che ciò che bisogna fare è di pubblicamente opporsi a qualsiasi preparazione di guerra, tanto sulle strade e le piazze quanto presso le basi militari; ed egualmente opporsi alla NATO e al Patto di Varsavia, essendo contro qualsiasi bomba, contro tanto al Pentagono quanto al Cremlino. Quando abbiamo imparato – da noi stessi, nelle strade – le tecniche della nonviolenza, e quando siamo riusciti a portare il nostro messaggio presso le truppe quanto presso la polizia, allora il governo che cerchi di lanciare la guerra si accorgerà che il popolo ha preso la situazione nelle sue mani: e questa è la condizione della pace. Parla Peter Cadogan: Storico e attivista inglese classe 1921, una volta descrisse se stesso come “Britain’s most expelled Socialist”. Animò moltissime campagne per la pace e la vita di molte importanti organizzazioni per il disarmo. Nel 1965, anno seguente la pubblicazione di questo articolo, venne eletto Segretario della “National Committee of 100”; successivamente lo sarà anche della “South Place Ethical Society” e della “Gandhi Foundation”. Muore a Londra il 18 novembre 2007. C’è sempre il pericolo che le discussioni sulla nonviolenza diventino troppo accademiche. Penso che noi dovremmo essere estremamente consci che il problema centrale della nonviolenza è il problema della libertà dalla guerra. Il nostro 14 | gennaio-aprile 2014

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