Azione nonviolenta - luglio-agosto 2014 | anno 51, n. 604

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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ie ia r o t S inar d r o di iolenza v Fondata da Aldo Capitini nel 1964 | luglio-agosto 2014 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 51, n. 604 | contributo € 5,00

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3 Facciamo insieme un passo di pace Mao Valpiana 4 La donna nel suo posto sociale di Aldo Capitini 8 La violenza di genere come fenomeno sociale di Elena Buccoliero e Caterina Del Torto 12 Omicidio, femicidio, femminicidio: abbiamo bisogno di parole nuove? a cura della Redazione 14 La legge protegge le donne vittime di violenza? Elena Buccoliero intervista Susanna Zaccaria 20 Una rete di accoglienza per uscire dalla violenza Elena Buccoliero intervista Elisabetta Pavani 28 Non voglio essere violento come mio padre di Elena Buccoliero 34 Gli uomini che cambiano ritrovano se stessi e l’altra Caterina Del Torto intervista Michele Poli 38 I miei figli? Stanno bene… ho dato loro una buona educazione di Elena Buccoliero 40 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 41 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 44 ATTIVISSIMAMENTE Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (disegni). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Samantha Nuzzi (illustrazione), Mattia Scaccia, Alessandro Galderisi, Angela Argentieri e Franco De Nicola Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, luglio-agosto, anno 51 n. 604, fascicolo 439 Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 25 agosto 2014 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Dalla mostra “Mozzafiato. Storie di ordinaria violenza”. Foto di Andrea Casari.

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L’editoriale di Mao Valpiana Facciamo insieme un passo di pace È stata un’estate di guerra: a Gaza, in Palestina e Israele, in Siria, in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Ucraina… bombe, missili, massacri, stragi, rappresaglie, decapitazioni, plotoni di esecuzione, rapimenti, fosse comuni… nessuna delle efferatezze, degli scempi, delle brutture della guerra ci è stata risparmiata. Qualcuno ha parlato di “crimini di guerra”, per condannare le stragi di civili, le bombe sulle scuole e gli ospedali. Ma qual è il limite tra una guerra “civile” e una guerra “criminale”? Non c’è. La guerra non ha limiti, non ha regole, non ha confini. L’obiettivo della guerra è colpire il nemico, ucciderlo, distruggerlo, renderlo impotente. Se di mezzo ci sono case, scuole, ospedali, bambini, non importa, vengono fatti fuori perchè ciò contribuisce alla vittoria. Il terrorismo è una forma di guerra, e la guerra è terrorismo. È sempre stato così. Le legioni dell’impero romano davano il fuoco ai villaggi dei nemici, stupravano le donne, razziavano le campagne. Durante le crociate i “liberatori” sbudellavano gli infedeli, camminavano nel loro sangue, li mettevano al rogo. Le carneficine della prima guerra mondiale, i bombardamenti sulle città della seconda, non rispiarmiavano nessuno. Le stragi naziste, le torture, i campi di sterminio, le montagne di cadaveri in Cambogia, la guerra etnica nei Balcani, il genocidio di Srebrenica. Oggi a Gaza e in Iraq. Questa è la guerra, come l’abbiamo studiata sui libri di storia o vista ai telegiornali. Dalla guerra di Troia ad oggi poco è cambiato. L’unica novità può venire dalla nonviolenza. Interrompere la spirale perversa. Rinunciare alle armi. Praticare politiche di disarmo unilaterale. Abolire gli eserciti, ognuno a partire dal proprio. Sostituire la difesa armata con la sicurezza nella pace. Questa è la sola via possibile per salvare l’umanità. Il resto è utopia. Un’utopia negativa, perversa, come quella del governo italiano che per contrastare il terrorismo invia armi ad una delle parti: armare la mano altrui è meschino, una scelta vile, ancor peggiore di chi si assume le proprie responsabilità e manda le truppe a combattere sul campo. Nella giusta direzione Noi possiamo fare poco o niente sul piano immediatamente efficace per impedire il massacro. Non basta condannare, non serve chiedere ai belligeranti di smetterla, non fermeremo la guerra con una marcia per la pace. Ma contro la guerra e per la pace il nonviolento ha comunque sempre qualcosa da fare. C’è bisogno di agire: affermare il principio della nonviolenza e dare corpo a campagne, con proposte concrete ed obiettivi politici, perchè la nonviolenza la si costruisce ogni giorno. Il 21 settembre parteciperemo alla manifestazione straordinaria ed urgente “Costruiamo insieme un passo di pace” che si svolgerà a Firenze, convocata dalle principali reti del movimento pacifista italiano (Rete della Pace, Rete Italiana Disarmo, Tavolo interventi civili di pace), alla quale anche il Movimento Nonviolento ha aderito. Condividiamo la piattaforma di lavoro di questa manifestazione, che fa seguito agli impegni assunti all’Arena di pace e disarmo: “Questo è il bivio che abbiamo di fronte: continuare a denunciare in modo generico questa realtà o lavorare con determinazione e strategia per mutare le politiche responsabili della proliferazione delle guerre, per costruire un’alternativa a questo corso della storia? Puntare l’indice solo sugli effetti o denunciare e sradicare le cause della violenza diretta, culturale e strutturale che permea il nostro sistema, di cui siamo in parte tutti complici? Alla viltà, al cinismo ed alla violenza, dobbiamo costruire l’alternativa del coraggio, della nonviolenza, della disobbedienza civile”. Il passo successivo sarà l’avvio della Campagna Disarmo e Difesa civile, per l’istituzione del Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta, che prenderà corpo a partire dal prossimo 2 ottobre, giornata internazionale della nonviolenza. D I R E T T O R E Tutte le foto che illustrano questo numero sono di Andrea Casari, tratte dalla mostra realizzata a Ferrara “Mozzafiato. Storie di ordinaria violenza”; gli artisti autori delle opere sono elencati a pagina 44. Per ulteriori approfondimenti della tematica di questo monografico, rimandiamo al nostro sito www.azionenonviolenta.it Azione nonviolenta | 3

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La donna nel suo posto sociale La degenerazione fascista e la concezione nonviolenta dre che sorpassi il proprio dogmatismo e rispetti la diversa formazione religiosa del figlio, come troviamo più degna di amore la donna che cerca nell’amato, oltre al resto, l’amico più costante, più inventivo, più confidente e leale. Per stabilire questa base comune è necessario affrontare problemi, attuare riforme, modificare stati d’animo. Il problema della parità Il problema della parità tra uomo e donna va esaminato da vicino; e allora si riconosce che le obbiezioni hanno un valore storico e non assoluto. Lasciando stare il fatto della parità o disparità fisica che significa ben poco essendoci spesso disparità tra uomini e uomini, e risultando parecchie volte uomini di alto valore eppure fisicamente insufficienti; la disparità intellettuale (specialmente, come è stato osservato, nella musica e nella filosofia) è un prodotto semplicemente della minore applicazione nei millenni della donna al lavoro intellettuale, quindi la difficoltà che essa prova specialmente in lavori di carattere sintetico. Del resto non si tratta che di colpo le donne debbano produrre tanto nel campo intellettuale quanto gli uomini; ma che ne abbiano la possibilità, che vi si possano formare liberamente, senza preconcetti e ostacoli preordinati; e poi si vedrà nei secoli che cosa esse riescano a fare. La parità politica Ma dove sta tutto in noi e dove si può e si deve fare presto, è nello stabilire la parità economica, cioè nel porre eguali possibilità di guadagno alla donna come all’uomo, in modo che ci sia uguale indipendenza e non inferiorità femminile. La parità politica ha l’attuazione principale nel diritto di essere elette in tutte le cariche politiche e amministrative. Alcune donne si sono domandate di recente: ma noi non siamo all’altezza del diritto di voto, non ne sappiamo nulla. Si risponde facilmente che questa insufficienza non è soltanto della maggioranza delle donne, ma anche della maggioranza degli uomini, dopo la diseducazio- di Aldo Capitini* La civiltà nel suo sviluppo presenta diversi aspetti, uno dei quali è quello di affermare sempre più largamente e vigorosamente, oltre la considerazione dell’uomo come tendente all’affermazione di sé, e oltre la considerazione della donna come tendente all’effusione sentimentale e sensuale, un piano comune, un’esplicazione di vita in cui non si distingua il genere maschile da quello femminile. Così avviene in una chiesa, in un concerto, in una scuola, davanti al dolore, davanti a un miracolo che in ogni battito del tempo apre alla nascita di un essere umano, davanti alla morte, dalla quale, come dice san Francesco, “nullo omo vivente pò scappare”, in tutta la complessa vita artistica, filosofica, politica; nell’amicizia infine, in questa presenza celeste, che è come il sole di cui parla il Vangelo, che Dio fa sorgere sui buoni e sui cattivi, ardente e disinteressata come è la poesia. La donna compagna sociale Sicché alla donna vista come madre e come amata, si aggiunge e s’inserisce la donna sentita come amica, collaboratrice di opere, compagna sociale, essere umano autonomo. A questo terzo posto l’uomo già è; le donne invece infinitamente meno. Questa è una disparità che deve essere superata dagli uomini nel considerare le donne, ed essi potranno far questo tanto più quanto più le donne stesse lo faranno dentro di loro e nel vario loro operare. Deve cominciare una civiltà in cui questo che era il terzo modo di considerare una donna, e che si faceva posto faticosamente dopo gli altri due madre e amata, divenga il primo posto, la base, il punto di partenza. Su questa base poi sorge la madre e la compagna di amore; ed è certo che noi troviamo più stimabile una ma- * Filosofo, fondatore del Movimeno Nonviolento 4 | maggio-giugno 2014

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ne morale e politica del fascismo e dopo il non uso di questo diritto. Ma appunto per superare questo periodo di transizione c’è la propaganda orale e scritta, ci sono le sezioni femminili dei partiti, i Centri di orientamento sociale; e la donna, sapendo di avere questo diritto e dovere di voto, può essere più attenta a ciò che si dice e si fa nella politica e nell’amministrazione pubblica. Peggio sarebbe se avesse la strada chiusa. Ci sono problemi di carattere generale in cui la presenza effettiva della donna può essere utilissima: quello della rieducazione dei fanciulli presi nel gorgo del vagabondaggio e della corruzione, i problemi del razionamento, delle case, della riforma carceraria, eccetera. Le donne non debbono subire passivamente le leggi e le grandi decisioni storiche come una guerra. Nella civiltà moderna né i diritti né i doveri si ottengono per concessione o per imposizione; ma per libera accettazione e scelta. L’art. 147 del Codice civile fascista obbligava i genitori ad educare i figli nel “sentimento nazionale fascista”; possono gli uomini, possono le donne accettare passivamente simili obblighi? E se un giorno dovesse essere presa in esame una legge sul divorzio, saranno gli uomini a imporla alle donne, senza che queste possano discuterla nell’insieme e nei particolari, alla pari con gli uomini? La parità non è un fatto da raggiungere in tutti i campi in un momento, ma bisogna tendervi intanto attuandola dov’è possibile, laddove la società può intervenire subito. Se vi saranno difficoltà, incertezze, ingenuità, scompostezze, dovute a inesperienze, bisognerà vincere con l’e- sperienza, la pazienza e l’aiuto di chi è già più avanti. Sono gli uomini, e i migliori uomini che si dedicano anche a questo compito, e, per es., il più grande letterato inglese, Bernardo Shaw, ha scritto un libro “Guida della donna intelligente nei riguardi del socialismo e del capitalismo”. Gl’inganni del fascismo A poco a poco deve formarsi nella donna uno spirito critico. Non l’hanno avuto davanti al fascismo gl’italiani nella loro maggioranza, non l’hanno avuto le donne nella quasi totalità. Il fascismo ha diffuso un concetto della maternità, animalesco e guerraiolo, che è una deformazione morale, sociale, religiosa. Ha detto alle donne che le loro migliori aspirazioni erano inconciliabili con i movimenti democratici e socialisti; e così ha mostrato il sorgere del fascismo, nel 1919-22, come il sorgere dell’ordine, e si è visto poi a che cosa ha condotto l’ordine fascista, oggi che bisogna riprendere i problemi di allora e risolverli, portando l’Italia sul piano delle grandi correnti internazionali e delle attuazioni democratiche di Est e di Ovest. Anche a proposito della Spagna, orribile è stata la deformazione del fascismo aiutato da altre forze reazionarie: là si è schiacciata, e con crudeltà più gravi di quelle dei così detti “rossi”, una repubblica democratica che aveva semplicemente congedato il re, e data libertà e vita moderna a tutti, senza stragi, senza vendette: là marocchini, fascisti e tutte le forze reazionarie, nobilastri e bigotti di tutto il mondo, hanno schiacciato un fronte popolare che si era arricchito di anime di Azione nonviolenta | 5

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alto valore come Carlo Rosselli, Pacciardi, Garosci e anche di perugini come Angeloni e Fedeli. Il fascismo ha deformato il concetto di “ordine” e lo ha imposto con baionette, polizie e torture per mantenere una casta di prepotenti e di profittatori: l’ordine dev’essere una cosa che si muove sempre, non statica, come in Russia dove generò la rivoluzione contro l’aristocrazia, il clero, i proprietari, i funzionari, che volevano un ordine immobile per tener soggiogato il popolo: l’ordine dev’essere progressivo, aperto al meglio, alle esigenze, ai bisogni, allo sviluppo di tutti. La “patria” dev’essere come la madre che amiamo; ma nessuno vuole che la propria schiacci le altre, ed anzi è lieto se la madre degli altri è donna di valore, di stima, ed ha il suo posto nella vita: la morte di una madre è un dolore non solo per il figlio, ma per tutti. Altro concetto errato è quello della “assistenza” intesa come elargizione dall’alto, al povero, al malato. Nella civiltà moderna non si ottiene per elargizione, ma per giustizia, sul piano dell’uguaglianza e del diritto di tutti ai mezzi necessari, per esistere e svolgersi. Anche in questo il fascismo era arretrato. La tendenza della società moderna è proprio questa, di costituire una base comune, pubblica, sociale, dei mezzi di vita, socializzando quello che è fondamentale, in modo che il malato abbia come il sano e tutti, non più miserabili, ciò di cui hanno essenzialmente bisogno. Poi ognuno si svolgerà, perfezionerà e anche si procurerà altri mezzi, purché col merito, col lavoro. Le libertà L’inganno operato dal fascismo che riassume gli altri inganni è quello sulla “libertà”, che si è insegnato essere cosa pericolosa o inutile. Così si è posta l’Italia fuori dalla linea del progresso politico e sociale moderno, in cui la libertà presenta tre forme, l’una sviluppo dell’altra. La libertà si è affermata contro l’assolutismo, cioè contro i governi che imponevano leggi, tasse, guerre, senza interrogare il popolo; si è affermato e si afferma contro l’imperialismo nel campo internazionale per impedire, mediante federazioni mondiali, che un popolo cerchi di schiacciare altri popoli e si afferma contro il capitalismo che tiene in mano i mezzi di produzione, terra e macchine, che i lavoratori bagnano del loro sudore senza possederli in forme collettive e libere. Quanto aiuto potrà dare la donna nell’attuare questa “socializzazione”, per aumentare il bene e la libertà di tutti! perché la socializzazione dei mezzi di produzione sia non una cosa dall’alto, e una legge soltanto, ma un modo di sentire, una specie di buon gusto sociale, come c’è il buon gusto nell’adornare la casa, nel vestire i propri figli. La bontà La destinazione comune, dell’uomo e della donna, è non soltanto di non morire, ma di svolgere la propria vita interiore. Conquistare la parità non significa che le donne debbano diventare uguali al peggio dell’uomo, e farsi maschiacce, viziose, superficiali, insensibili, ciniche, arriviste: esse devono diventare al meglio dell’uomo, perché questo meglio c’è, ed è questo meglio che guida la civiltà e la salva continuamente. Conquistata la parità le donne non devono in essa perdere le loro aspirazioni, le loro qualità che si dicono spiccatamente femminili, e che un tempo si credevano legate alla loro debolezza e conseguenza della loro disparità: le ispirazioni della bontà, del perdono, di qualche cosa di comune oltre le lotte e le differenze. L’ideale dell’umanità va oltre a quello di sentirsi l’uno fratello dell’altro: è più alto sentirsi l’uno madre dell’altro. Aggiungere alla parità, alla civiltà comune e fraterna questo sentimento, è il compito più intimo dell’animo. Le donne perciò, le migliori donne, oltre la parità ritrovino quelle ispirazioni, quelle qualità, non più come una debolezza femminile, ma come la forza di tutti, uomini e donne, come una forza sublime, a cui tutti guardiamo perché ne abbiamo e ne avremo sempre bisogno. (Riassunto delle parole dette da Aldo Capitini nella riunione dell’UDI il 16.02.1945, dal Corriere di Perugia dell’8.3.1945) 6 | maggio-giugno 2014

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Azione nonviolenta luglio-agosto 2014 || 7 Azione nonviolenta

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La violenza di genere come fenomeno sociale di Elena Buccoliero* e Caterina Del Torto* Potrà apparire insolito un numero monografico di questa rivista dedicato alla violenza di genere e non a temi tradizionalmente più vicini alla storia del Movimento Nonviolento quali la guerra, l’antimilitarismo, l’obiezione di coscienza, i conflitti internazionali. Eppure, fin dalla sua carta costitutiva – è il punto 2, subito successivo all’opposizione alla guerra - il Movimento Nonviolento lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione. Ha ben chiaro, cioè, l’impegno a diminuire e contrastare ogni violenza, nei rapporti interpersonali e sociali non meno che a livello globale. Essere uno madre all’altro Era il febbraio 1945 quando Aldo Capitini, in un suo intervento all’Unione Donne Italiane, chiariva la propria posizione su “La donna nel suo posto sociale” con accenti di grande delicatezza e assoluta attualità. Il suo ragionamento sulla parità tra i sessi non ha nulla di teorico, parla del ruolo politico della donna e auspica che essa non confonda come emancipazione l’acquisire i peggiori atteggiamenti maschili ma accada, quasi, un contagio a rovescio. Conclude infatti indicando come preferibile alla fratellanza l’essere “uno madre all’altro”, un modo certamente sorprendente per i suoi anni per denunciare l’errore di esaltare la violenza e poi scambiarla per virilità e forza. Quanto gli uomini siano tuttora le prime vittime di una cultura che li costringe a prendere le distanze dai propri sentimenti, parte profondamente vera di sé, e insegna loro a tradurre in aggressione ciò che non riescono a contenere ed elaborare – delusione, solitudine, smarrimento, orgoglio ferito… - è proprio uno dei fili che percorrono trasversalmente i contributi proposti. Negli ultimi anni l’esperienza forse più organica del Movimento Nonviolento su questi temi si è svolta a Ferrara, dove la Scuola della Nonviolenza ha impegnato quasi interamente due anni scolastici (2012/13 e 2013/14) nella partnership ad un progetto, “Violenza di genere e rete locale”, coordinato dal Comune di Ferrara e partecipato dai Centri che localmente aiutano le donne vittime di violenza (Centro Donna Giustizia) e gli uomini autori (Centro di ascolto per uomini maltrattanti). Si spiega così il risalto concesso in questo numero ad esperienze e riflessioni nate in quel progetto, ma che pensiamo possano essere messi a disposizione e riutilizzati in altri contesti. * del Comitato di coordinamento del Movimento Nonviolento, referenti per il Movimento Nonviolenti del progetto “Violenza di genere e rete locale” (Ferrara, novembre 2012 - maggio 2014) 8 | maggio-giugno 2014

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I dati che mancano e ciò che invece sappiamo Che la violenza contro le donne sia un fenomeno sociale, lo conferma il continuo susseguirsi di notizie che da alcuni anni ci sommergono e ci invitano a trattare la faccenda come qualcosa d’altro da un insieme di coincidenze. Il fatto che sia affrontata globalmente, però, nel nostro Paese è ancora di là da venire. Basti pensare che non esiste una raccolta sistematica ed ufficiale di dati sulla violenza di genere, o che le banche dati di polizia e carabinieri, tribunali e servizi del territorio sono perfettamente non comunicanti tra loro, cosicché difficilmente è possibile rilevare se in una stessa famiglia si sono ripetuti diversi interventi delle forze dell’ordine e se vi sono fattori di particolare rischio per i suoi componenti. Viene in soccorso, come può, un pullulare di protocolli interistituzionali e la conoscenza diretta tra i responsabili di settori diversi, secondo la consuetudine molto italiana, calorosa ma alla lunga inaffidabile, per cui tocca ai singoli rappezzare i buchi del sistema. Qualche numero però ce l’abbiamo. La Casa delle donne per non subire violenza di Bolo- gna, ormai da diversi anni, raccoglie attraverso la stampa i casi di femminicidio. Siamo passati dalle 84 uccisioni del 2005 alle 134 del 2013, cui si aggiungono, sempre nel 2013, 83 tentativi. Il trend è tendenzialmente crescente. I femminicidi riguardano per lo più donne italiane (67%), sono commessi da uomini italiani (71%), prevalentemente attuali od ex partner sentimentali o occasionali (62%), oppure legati alla donna da un rapporto di parentela (18%). Solo in 2 casi l’autore del gesto non conosceva la sua vittima e il movente, quando si sa, appare insito nella relazione: lei voleva chiudere e lui non voleva, lui era geloso, lei non lo ricambiava, c’era stata una lite… Come a dire che il posto più insicuro per una donna è la sua casa, l’interlocutore più insidioso l’uomo che pretende di amarla o di educarla. Difficilmente la stampa parla di violenze precedenti e forse non sempre ne è a conoscenza. In ogni caso, la morte della donna come vertice di una escalation violenta è stata messa in risalto dai giornalisti nel 21% dei casi, e tra questi due donne su tre in precedenza avevano chiesto aiuto alle forze dell’ordine e poi ritirato la denuncia. Azione nonviolenta | 9

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Interrogarsi a partire dalle contraddizioni Questo delle querele ritirate dopo aver chiesto aiuto è un dato da cui occorrerebbe ripartire sia per ragionare sulle contraddizioni di chi vive una situazione di oppressione mescolata all’amore (o presunto tale), sia per ricercare tutte quelle cause culturali e strutturali che portano a fare dei passi indietro. Chiedersi, cioè, quanto ancora influisca un certo modo di guardare all’abnegazione e al tener duro da parte della famiglia d’origine della donna, della comunità etnica, o degli stessi agenti delle forze dell’ordine che – accade ancora – intervenuti su richiesta della vittima invitano a non sporgere denuncia per non mettere nei guai l’uomo: “Signora, è pur sempre il padre dei suoi figli”. Domandarsi, ancora, se il sistema di protezione e la risposta normativa siano sufficienti, appropriati, capaci di tenere conto delle necessità delle donne – e, quando ci sono, dei loro bambini. Una ricerca europea (il report è pubblicato dal Mulino in Se le donne chiedono giustizia, a cura di Giuditta Creazzo) indica che nel nostro Paese il peso della risposta giudiziaria al reato commesso sta tutto sulle spalle della vittima, le cui dichiarazioni vengono ritenute attendibili solo a certe condizioni e che raramente vengono approfondite con ulteriori indagini delle Procure. Le recenti introduzioni normative potranno forse modificare questo trend, ma è troppo presto per avere una risposta documentata a questo interrogativo. Viaggi oltreconfine e strumenti di lavoro Certo è che in altri Paesi europei ci si muove in modo diverso. Inghilterra e Spagna hanno messo a punto una presa in carico globale e specializzata delle donne che chiedono protezione, per loro lavorano in modo strettamente coordinato operatori ben formati e pronti ad intercettare le necessità sia di tutela sia di costruzione di un nuovo 10 | maggio-giugno 2014

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Switch off Un progetto europeo per gli orfani delle vittime di femminicidio Si conta che in Italia siano 1.500 in 12 anni i bambini e ragazzi rimasti orfani per il femminicidio della madre. Molti di loro hanno perso contestualmente anche il rapporto con il padre, suicida o omicida. In loro tutela interviene il Tribunale per i Minorenni che dovrà decidere l’affidamento, quasi sempre presso parenti. Del dopo si sa veramente poco: che cosa accade nella vita di questi minori, di che cosa hanno bisogno, su quali aiuti possono contare. È questo il tema del progetto europeo Switch-off, finanziato con il programma Daphne e coordinato dal Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli in collaborazione con la rete Nazionale dei Centri antiviolenza «DiRe», la Lituania e Cipro. Scopo del progetto è entrare in contatto con singoli casi cercando di ridurre gli effetti del trauma e di giungere ad una conoscenza complessiva, su cui preparare delle raccomandazioni europee per affrontare il problema in modo più ampio e più consapevole. Info: www.switch-off.eu percorso di vita. E in un Paese come la Svezia la mamma che, dopo un periodo di distacco, ritorna dal partner maltrattante va incontro in modo certo all’allontanamento dei bambini, ritenendosi non protettiva né affidabile una donna che espone i figli – oltre che se stessa – alle nuove, potenziali intemperanze di un partner che è già stato violento. Il nostro Paese è più familista, scoordinato, indeciso, caciarone. Più maschilista, ancora e nonostante tanti cambiamenti. Eppure è anche il Paese che dà segnali importanti di aiuto alle donne, per cui tante immigrate raccontano che “siamo tornati a casa in vacanza” (in Marocco, in India, in Tunisia, in Romania…) “e lui mi ha detto: qui ti posso anche picchiare, non siamo mica in Italia!”. A proposito di confronti fuori confine abbiamo ritenuto di dare spazio a due focus che ci portano lontano: la strage di donne a Ciudad Juàrez, al confine tra Messico e Stati Uniti, e gli stupri di guerra sui quali le Nazioni Unite hanno portato l’attenzione in tempi recentissimi. Sitografie, riferimenti cinematografici e teatrali, riflessioni sul lavoro nelle scuole e il testo per una breve lettura teatrale vengono infine proposti come strumenti di lavoro per chi fosse interessato. Le immagini che ci accompagnano in questo viaggio documentano “Mozzafiato. Storie di ordinaria violenza”, una mostra a tema che ha raccolto quadri, fotografie e sculture, nata a Ferrara per essere una mostra itinerante e poi condivisa con la città di Urbino. Info sulla mostra “Mozzafiato” e sul progetto “Violenza di genere e rete locale” (Ferrara) possono essere richieste a: caterina.deltorto@gmail. com; elena.buccoliero@fastwebnet.it Azione nonviolenta | 11

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Omicidio, femicidio, femminicidio: abbiamo bisogno di parole nuove? a cura della Redazione Nel 1976 la sociologa statunitense Diana Russell ha parlato di femicide per distinguere gli omicidi di uomini sulle donne in quanto donne. Anni più tardi, in America Latina, il termine è stato tradotto con lo spagnolo feminicidio. Nella lingua italiana sono entrati entrambi, femicidio e femminicidio, con una prevalenza del secondo, e vengono usati in modo indifferenziato. Piluccando in rete si trovano diversi, discordi tentativi di distinguo: secondo Marcela Lagarde, teologa, antropologa e deputata messicana, femicidio è l’uccisione di una donna (e omicidio solo quella di un uomo), mentre con femminicidio s’intende un genocidio di donne (come in Messico, a Ciudad Juàrez) ed assume quindi un significato politico; secondo la Russell invece, femicidio è l’uccisione della donna e ha già un significato politico intrinseco alla relazione autore-vittima, diventa femminicidio se non è perseguita dalla legge, come appunto in America Latina e particolarmente a Ciudad Juàrez. Al di là di questo, abbiamo davvero bisogno di un termine a parte, in italiano piuttosto cacofonico, per separare le donne dagli uomini quando sono vittime di un delitto? In un articolo del 2011, “Femicide: the power of a name” (disponibile in rete in lingua originale, tradotto dalla redazione) Diana Russell osserva come “Poche persone sembrano riconoscere che gran parte di questi omicidi è la manifestazione estrema del dominio maschile e del sessismo. Di contro, molte persone riconoscono che gran parte delle uccisioni di afroamaricani e altre persone di colore sono razziste, che alcuni omicidi di ebrei sono antisemiti, e che alcuni assassini di lesbiche e gay sono omofobici”. Ha perciò sentito il bisogno di indicare la peculiarità degli omicidi verso le donne sperando “che introdurre questo nuovo concetto avrebbe facilitato la consapevolezza dell’opinione pubblica sulle motivazioni misogine di tali crimini. Sradicare il sessismo eliminerebbe la prima radice del problema, e solo pochi uomini ucciderebbero donne”. Eppure, si rammarica la Russell, le attiviste statunitensi continuano a parlare di “violenza domestica”, termine neutro in una prospettiva di genere. Diverso è il caso dell’America Latina dove il suo intento è stato condiviso e il termine tradotto, appunto, con lo spagnolo feminicidio. La Russell non sa spiegarsi perché in Sud America le donne abbiano saputo identificare la radice sessista della violenza, quelle statunitensi no. Forse rifiutano di essere ridotte a “femmine” prima che a persone? Significa che il sottofondo discriminatorio (violenza culturale che legittima quella strutturale, secondo Galtung) percorre anche le femministe americane, tanto da non essere riconosciuto? O che negli USA tale violenza è meno 12 | maggio-giugno 2014

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uniformemente praticata e legittimata di quanto non sia in Messico o in Honduras, per cui nei primi le donne si concentrano su relazioni personali che diventano violente, nei secondi è più avvertito il bisogno di una lotta collettiva? Eppure, fa notare la Russell, negli Stati Uniti queste uccisioni sono aumentate (dal 1976) insieme ai traguardi del femminismo. “Sentendo il proprio potere minacciato o sfidato, questi uomini sembrano sentirsi in diritto di utilizzare qualsiasi mezzo per mantenere il loro dominio su coloro che essi considerano inferiori”. Inferiori oppure, aggiungeremmo noi, simbolo, propaggine, proprietà esclusiva. Tutto fuorché persona. Certo la chiave interpretativa che si assume fa la differenza perché, se diverse sono le spiegazioni di un fatto sociale, diverse saranno anche le misure che si adottano per poterlo affrontare: se il punto è la cultura sessista occorrerà cercare di cambiarla, se invece il problema è interpersonale sarà di competenza esclusiva della vittima. “I femicidi sono spesso banalizzati e depoliticizzati indicando gli autori come folli”, prosegue Russell. “Al contrario, è ampiamente accettato che il linciaggio degli afroamericani o le torture e le uccisioni nei campi di concentramento fossero crimini mossi da un odio politico, senza preoccuparsi della psicopatologia dei perpetratori”. Certo nel caso della violenza di genere è tutto molto più complesso: la relazione tra quell’uomo e quella donna, se ora è di morte, in altri momenti è stata o è stata ritenuta d’amore; l’assassinio è quasi sempre il culmine di una escalation di violenze che le donne hanno magari denunciato ma poi negato, scegliendo di rimanere nella relazione; l’uomo che uccide quella donna ha rapporti con altre donne, forse ancora di possesso ma non necessariamente violente, per es. con la propria madre, figlia, sorella. Tutto questo confonde le acque e costruisce resistenze nel vedere un esempio di sessismo in ogni uccisione di una donna da parte di un uomo. O forse evidenzia che l’interpretazione della Russell è importante ma non sufficiente. Non ci dice ad esempio perché – se la colpa è del sessismo o misoginia diffusi – alcuni uomini uccidono la partner che li abbandona o la figlia che disobbedisce … ma la stragrande maggioranza non lo fa. Sembra di poter dire che alla variabile culturale se ne associa un’altra, decisiva, squisitamente personale, che certo non si risolve nell’etichetta della follia ma riguarda la storia, l’educazione, l’esperienza della violenza che quell’uomo ha compiuto sin dall’infanzia. Eloquente al riguardo, in queste stesse pagine, il confronto su come uomini maltrattanti e donne maltrattate possano essere genitori, o la testimonianza di Andrea. Parallelamente, seguendo il ragionamento della Russell, come non tutti gli omicidi degli ebrei hanno radice antisemita, non sempre gli omicidi di una donna da parte di un uomo possono essere definiti femminicidi. La vecchia signora rapinata davanti alle Poste mentre le sottraevano la pensione (aggredita, cioè, in quanto debole è detentrice di una somma di denaro) è vittima tanto quanto un anziano signore pensionato nelle sue stesse condizioni. Invece la donna assassinata perché vuole scegliere in modo autonomo - chi sposare, con chi vivere, ecc. – è, sì, vittima in quanto donna che ha preteso di autodeterminarsi. E la neonata uccisa in Cina dalla madre che desiderava un figlio maschio? È ancora femminicidio, spiega la Russell, anche se per mano di una donna. In ogni guerra ci sono i collaborazionisti e questa sbilenca, tra i sessi, non fa eccezione. Azione nonviolenta | 13

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La legge protegge le donne vittime di violenza? Elena Buccoliero intervista Susanna Zaccaria* Ha incominciato ad occuparsi della protezione che la legge assicura alle donne vittime di violenza quando, appena diplomata, era impiegata in uno studio legale per pagarsi gli studi in giurisprudenza. Dal 1998 lavora nella consulenza legale per la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Qual è la domanda di giustizia di una donna che subisce violenza, quasi sempre dal partner o ex partner? Che la violenza cessi. Non c’è quasi mai un’istanza punitiva, e contrariamente a quello che si pensa nemmeno un’istanza economica. La richiesta è che qualcuno faccia cessare la violenza. La legge assicura questo? La protezione concreta non viene dalla denuncia. Lo dico con cautela perché le campagne sono sempre “Denunciate”. Io non d’accordo. Bisognerebbe dire “Chiedete aiuto, andate al centro antiviolenza, uscite dall’isolamento”. La denuncia è uno strumento specifico, uno tra i possibili, e non in tutti i casi è risolutiva. Nell’estate 2013 si è parlato molto della “legge sul femminicidio”, l. 119/13, come di quella che avrebbe aiutato ad interrompere la violenza. Sicuramente qualcosa è cambiato, ed era necessario cambiasse. Sono stati introdotti dispositivi, come l’arresto obbligatorio o l’allontanamento d’urgenza del maltrattante dalla casa familiare ad opera delle forze dell’ordine, che consentono di proteggere la donna nell’immediato. Puoi dirci qualcosa di più? Per i reati di maltrattamento e stalking l’arresto, * consulente legale della Casa delle donne per non subire violenza, Bologna nel caso in cui un soggetto venga colto in flagranza di reato, è stato reso obbligatorio (prima era facoltativo). Non ho casi tra quelli che seguo a Bologna, per ora, ma siamo in contatto con il Comando Provinciale dei Carabinieri per organizzare un incontro in novembre e confrontarci in questi mesi sulle modalità di applicazione. Lavoro al Tribunale per i Minorenni e di casi provenienti da altre città dell’Emilia Romagna ne ho già visti diversi. Così come gli allontanamenti d’urgenza. Prima della legge, tante mamme mi raccontavano che avevano chiamato i carabinieri sperando di essere protette, ma questi avevano allargato le braccia: Signora, lui è residente qui, come facciamo ad allontanarlo? Già, e finalmente anche questo è cambiato. Viene data la possibilità agli ufficiali e agenti di PG che intervengono di applicare l’allontanamento del maltrattante. In pratica si tratta dell’ordine di protezione penale (ex art. 282 bis cpp), che è una misura cautelare, ma in questo caso può essere preso d’iniziativa della polizia giudiziaria previa autorizzazione scritta o verbale del Pubblico Ministero. È una misura più blanda dell’arresto e oggi non ho casistica sufficiente, ma è come se la legge avesse consentito alle forze dell’ordine di scegliere tra l’applicazione della custodia in carcere o l’allontanamento. Ovviamente il tutto dovrà poi essere confermato da un giudice. L’ordine di allontanamento può essere emesso anche sulla base di una denuncia, vero? Sì, assolutamente. Può emanarlo il tribunale civile, il tribunale penale, ed anche quello dove lavori tu, il tribunale per i minorenni, naturalmente se in casa ci sono minori. Lo scopo è per far uscire di casa il maltrattante imponendogli di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla donna e dagli eventuali figli. A Bologna per esempio, se la situazione è grave e ben documentata, il tribunale civile emette un ordine di protezione anche in giornata, inaudita altera parte, cioè senza prima convocare il maltrattante. 14 | maggio-giugno 2014

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I principali cambiamenti dopo la legge sul femminicidio, n. 119/13 Compie un anno la “legge sul femminicidio”, ovvero il decreto dell’estate 2013 ratificato in legge n. 119/13. Si ispira alla Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia e vigente dal 1° agosto 2014 dopo la firma di Andorra. Ecco, in sintesi, i principali cambiamenti normativi. Il maltrattante · in presenza di percosse o lesioni (“reati sentinella”) può essere ammonito dal questore e subire la sospensione della patente. Nell’occasione dev’essere informato sui servizi del territorio e non potrà conoscere l’autore della segnalazione; · può essere arrestato in flagranza nei casi di maltrattamenti contro familiari o conviventi; · in caso di reati gravi può essere allontanato da casa, obbligato a non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima e controllato con il braccialetto elettronico o con intercettazioni telefoniche; · subisce pene più aspre se agisce in presenza di minorenni e verso donne in gravidanza. La vittima · può revocare la querela solo davanti al giudice (non in questura o in caserma). In caso di atti molto pesanti, es. gravi minacce ripetute e con uso di armi, la querela diviene irrevocabile; · è ammessa al gratuito patrocinio a prescindere dal reddito e ha il diritto di ricevere informazioni sull’andamento del processo; · se è straniera irregolare in Italia può richiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari; · se è minorenne o particolarmente fragile può essere ascoltata dal giudice con modalità protette, cioè fuori dal processo, in assenza del maltrattante e con un supporto psicologico; Inoltre · vengono riconosciuti come stalking anche gli atti persecutori commessi dal coniuge durante il matrimonio; · viene data priorità ai processi per maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, atti sessuali con minori, corruzione di minori e violenza sessuale di gruppo. Le indagini preliminari per stalking o maltrattamenti non potranno superare la durata di un anno; · è prevista l’elaborazione di un Piano antiviolenza complessivo per la prevenzione, il potenziamento dei centri e servizi di assistenza, la formazione degli operatori. Quali sono i requisiti per essere creduti? Che i fatti siano il più possibile riscontrati. Alleghiamo i certificati medici, se c’è la denuncia è ancora meglio perché il giudice considera la richiesta più credibile, e poi fotografie dei lividi, dichiarazioni dei vicini di casa, dei colleghi o datori di lavoro. Ogni volta che abbiamo presentato un ricorso fondato su elementi di riscontro, l’ordine di protezione è stato emanato. Quanto dura l’allontanamento? Per un periodo massimo di un anno. A Bologna, come ti dicevo, viene deciso inaudita altera parte in tempi brevissimi, quasi sempre in giornata se la convivenza è già finita e l’uomo è fuori casa. Se invece deve essere mandato fuori, i giudici si prendono qualche giorno per chiedere ai Carabinieri o alla Polizia di mandare le relazioni di intervento relativi ai loro accessi in quella famiglia. Per l’ordine di protezione inteso come misura cautelare all’interno di un procedimento penale, non so il perché, la Procura ci mette qualche mese. Anche noi come Tribunale per i minorenni ne emaniamo parecchi. Sì, e direi quasi sempre quando l’iniziativa che muoveva il procedimento a tutela dei figli era del Pubblico Ministero, molto meno sulle istanze di Azione nonviolenta | 15

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