Caseggiato primo, di Giampiero Villavecchia

 
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EDU Edizioni DrawUp www.edizionidrawup.it Collana Sentieri

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Collana Sentieri CASEGGIATO PRIMO Una storia dell’Ottocento a Genova di Giampiero Villavecchia Proprietà letteraria riservata ©2015 Edizioni DrawUp Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421 Email: redazione@edizionidrawup.it Sito: www.edizionidrawup.it Progetto editoriale: Edizioni DrawUp Direttore editoriale: Alessandro Vizzino Grafica di copertina: AGV per Edizioni DrawUp I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. ISBN 978-88-98980-41-3

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Giampiero Villavecchia CASEGGIATO PRIMO Una storia dell’Ottocento a Genova

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PARTE PRIMA

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MAGGIO 1866 La tramontana spazzava la collina a raffiche, così che se per un attimo si poteva camminare normalmente, l’attimo dopo si veniva lanciati alla ricerca di un appiglio per non farsi trascinare via. Camminare controvento era quasi impossibile. Ma Nina andava verso il mare, e le raffiche la sospingevano a tratti, come una mano invisibile, complice della sua curiosità di esplorare quei luoghi e fastidiosa, nello stesso tempo, nell’impedirle di procedere con cautela su un terreno del quale diffidava, ma che voleva conoscere perché sarebbe diventato, come diceva suo padre, il terreno della sua nuova casa. Era una giornata tersa, il sole quasi accecante. Ma era impossibile non percepire, con gli occhi socchiusi, quella linea blu, in lontananza, del mare sul quale si affacciavano le mura trecentesche che circondavano la collina di Carignano. A levante, oltre il Bisagno, si vedevano i declivi dolci di Albaro con le ville immerse nel verde. Nina procedeva verso sud, attratta da quello spazio di cielo e di mare incorniciato a sinistra dal promontorio di Portofino e, a destra, dal profilo della costa in lontananza che sembrava voler condurre l’occhio verso terre lontane, non più italiane. Si lasciò percorrere da un sottile fremito di emozione, poi si voltò per cercare di indovinare dove sarebbe sorto il palazzo. Beh, non sarebbe stato proprio un palazzo... il termine giusto era caseggiato, così lo chiamava suo padre. E quel termine a Nina metteva un po’ di inquietudine, le suscitava immagini di famiglie assembrate, inquadrate quasi come in una caserma, con obblighi e divieti e con regolamenti da rispettare. Ma perché trasferirsi lì? La vista del mare da lì era bellissima, ma il mare, a Genova, lo si poteva vedere quasi da ogni punto della città. E lì non c’era nulla. A parte una caserma e il convento delle 7

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CASEGGIATO PRIMO __________________________________________________________________ Clarisse, vecchio e un po’ malandato. Bella roba! Avrebbero avuto come vicini di casa suore e soldati! Aveva sentito dire che alcune abitazioni del nuovo caseggiato sarebbero state riservate ai poveri. La sua non era una famiglia particolarmente agiata, ma neppure povera. Loro una casa ce l’avevano, forse piccola per quattro persone, ma ci si stava a meraviglia. E tutto intorno c’era un mondo. Via Madre di Dio era un mondo! Per quella casa pagavano un affitto modesto e suo padre aveva la bottega di falegname a due passi, in quella casa ci era nata, ci aveva trascorso l’infanzia. Ci aveva giocato, riso, pianto, visto nascere suo fratello, visto morire sua nonna. Ma, soprattutto, ne aveva fatto il suo rifugio, la sua base per le scorribande nel quartiere, le fughe alla marina, i bagni in mare non permessi, e le ritirate strategiche dai suoi primi incontri con i ragazzi. Il pensiero di andar via le faceva venire o magõn. Suo padre sosteneva che quella era un’occasione da non lasciarsi scappare, che lui, per grazia di un suo cliente che conosceva il Marchese Serra, era riuscito a essere inserito nella lista degli assegnatari delle abitazioni del nuovo caseggiato, che l’abitazione sarebbe stata ben più grande dell’attuale e che comunque, in ogni caso, si era già impegnato con la Società Mutua Cooperatrice che si era costituita per la costruzione. Sua madre, seppur un po’ timorosa, si era dichiarata d’accordo. Ecco, forse l’avrebbero costruito lì, tra la caserma e il convento, dove adesso c’erano degli orti delimitati da basse staccionate e, poco più in là, le stalle della caserma. Si voltò e vide un soldato che la osservava incuriosito. Nina portò la mano alla fronte come visiera per guardarlo meglio: era molto giovane, con una mano reggeva il fucile e con l’altra teneva fermo il cappello in testa. Si accorse che la ragazza lo guardava e la salutò alzando braccio. Il cappello volò via trasportato dalla tramontana e lui si precipitò a recuperarlo con le movenze buffe di un bambino che insegue una palla. Nina rise dentro di sé. Decise di tornare a casa perché un’idea se l’era fatta. Si preparò ad affrontare il vento contrario e si diresse verso la Basilica di S. Maria Assunta decisa, in cuor suo, a fare un ultimo 8

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Giampiero Villavecchia __________________________________________________________________ tentativo per convincere i suoi che lì, tra orti e campi, vivere in un “caseggiato” era proprio ûnna scemmaia. *** Il dottor Davide Bruzzone uscì dalla sua nuova residenza di Via Assarotti per dirigersi verso l’Ospedale di Pammatone. Era orgoglioso di abitare in uno di quei nuovi palazzi in stile neoclassico che erano diventati subito molto ambiti dai ceti più importanti della città, e credeva di meritarselo, data la sua posizione sociale, la quale però, da sola, non gli avrebbe ancora permesso di acquistare un appartamento di tal fatta. Ma c’era stato l’aiuto determinante della sua famiglia. In realtà suo padre aveva subodorato un buon investimento. Attraversò Piazza Corvetto e imboccò Largo San Giuseppe, incurante delle dicerie sinistre che fiorivano su quel luogo. Per lui era solo la strada più breve. Il cortile dell’ospedale, circondato dal porticato a colonna, era deserto. Nessun lamento dalle corsie. Salì la gradinata centrale, svoltò a sinistra e si trovò faccia a faccia con suor Matilde che, col suo atteggiamento sempre altero, gli incuteva, al tempo stesso, soggezione e disappunto. «Buongiorno dottore.» «Buongiorno sorella» rispose, con la strana sensazione di essere stato colto in fallo per qualcosa. Per Giove, sembrava proprio che ce l’avesse con lui. Per allontanare quel pensiero sgradevole si diresse verso la Spezieria. Non aveva bisogno di medicinali, ma del conforto del viso luminoso e gentile di suor Lucia. «Buongiorno dottor Bruzzone!» lo salutò con un bel sorriso quando lo vide entrare. «Buongiorno suor Lucia, siete già al lavoro con le vostre erbe?» «Certo, prima che i medici mandino a ritirare i medicinali dopo le visite del mattino. E poi ho voluto approfittare della splendida giornata per mettere un po’ d’ordine in giardino: ci sono delle erbe ormai appassite e inservibili...» 9

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CASEGGIATO PRIMO __________________________________________________________________ «E poi indovinerei che c’è anche un altro motivo...» «Se vi riferite all’assenza della Direttrice, dovreste tenere per voi certe supposizioni.» «Scusatemi Lucia, intendevo scherzare.» Gli era sfuggito quel nome, Lucia, senza l’appellativo di Suor... Se ne era già pentito. Ma suor Lucia non sembrò badarci molto. «E poi anche voi avete un Direttore, mio caro dottor Bruzzone, e che Direttore! Vi suggerisco di affrettarvi, tra non molto inizierà il giro, e sapete che non sono tollerati ritardi!» «Perbacco, riuscite a mettere a posto chiunque in men che non si dica! Ma devo ricordarvi che il Direttore, come lo chiamate voi, sembra nutrire una profonda stima nei miei confronti. Anzi ne sono certo, soprattutto dopo che ho rimandato a casa con le proprie gambe il nobile conte Ravano, ricordate?» «Certo dottore, ma anch’io scherzavo. O è solo prerogativa dei medici e non delle suore?» «Touché!» «Beh, ma siete venuto per qualche medicinale particolare?» «No suor Lucia, è che prima di visitare gli infermi l’atmosfera della Spezieria è come un tonico per un medico: tutti i rimedi e i medicinali che vi sono racchiusi contribuiscono a dare un senso di sicurezza al nostro operato, e di armonia, come queste belle ceramiche di Albisola. Ma ora devo salutarvi, sorella, mi avete ricordato fin troppo chiaramente che il dovere mi chiama.» «Il Signore vi regali un ottimo giorno, dottor Bruzzone.» Si recò al gabinetto medico dove sistemò il soprabito leggero, restando in giacca e gilet, e si avviò verso la corsia uomini al primo piano. Suor Matilde attendeva i medici come un sergente in attesa delle reclute. C’era già il dottor Perasso, il più anziano tra i medici secondari, che stava consultando alcune cartelle cliniche. «Buongiorno dottor Perasso, qualche novità?» «Buongiorno Bruzzone, non abbiamo nessun nuovo paziente infettivo; sembra che questa epidemia di colera sia meno contagiosa di quella del ’54.» «Attento Perasso, contagio è una parola grossa e spesso non gra10

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Giampiero Villavecchia __________________________________________________________________ dita a molti nostri colleghi.» «Sapete cosa vi dico, caro Bruzzone, quelli che negano che il colera si trasmetta per contagio sono solo dei politicanti che vogliono accaparrarsi il favore del popolo e, soprattutto, quello dei commercianti con lo scranno in porto. Figurarsi, tenere ferme navi in quarantena! O creare cordoni sanitari che bloccano gli scambi commerciali! Roba da matti! Ma, se permettete, non sono più tanto giovane da temere le critiche di costoro.» «Buongiorno suor Matilde, buongiorno a voi illustri dottori, scusate il ritardo, ma la vicina del primo piano...» il giovane medico entrò baldanzoso al cospetto dei colleghi più anziani. «Non si scusi, dottor Massobrio, lei sa bene di non essere in ritardo; come vede siamo ancora in attesa del nostro Chirurgo Maggiore.» Le parole del dottor Bruzzone gelarono immediatamente la disinvoltura un po’ forzata del giovane medico aggiunto. Già, a chi poteva interessare il fatto che si era fermato a prestare soccorso alla vicina del primo piano, incinta al quinto mese, svenuta sul portone di casa? Si fece dare da suor Matilde la cartella clinica del 35, un paziente da lui stesso ricoverato il giorno prima. «Buongiorno signori, buongiorno suor Matilde. Bene bene, vedo che state ripassando la lezione prima delle visite. È giusto, non bisogna farsi trovare impreparati.» Il dottor Rinaldo Curone, Chirurgo Maggiore al Pammatone da sette anni, aveva la fama di essere medico esigente, ma bravo maestro, equilibrato e di buon senso. Non tollerava i furbi. Non disdegnava qualche lusinga, non troppe. «Sentiamo, dottor Perasso, che novità abbiamo?» «Ecco, dottor Curone, non ci sono nuovi pazienti infettivi. Ieri è stato ricoverato dal nostro giovane collega un uomo che si è presentato all’Ufficio di Porta con una grave forma di dispnea.» «Lo ha visitato, dottor Massobrio?» «Sì Dottore, se volete posso presentarvi il caso.» «Quando saremo al letto del malato, mio caro. Bene, iniziamo il giro delle visite.» I ricoverati erano stati suddivisi in due gruppi: quelli affetti da 11

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CASEGGIATO PRIMO __________________________________________________________________ patologie non infettive occupavano la prima parte dell’enorme stanzone, mentre i malati di colera, in tutto diciotto pazienti, erano radunati in fondo, separati dagli altri da uno spazio di una decina di metri lasciato libero. L’Ospedale di Pammatone, vecchio di alcuni secoli, era stato via via ampliato con criteri non propriamente corrispondenti alle più recenti conoscenze in campo igienico sanitario e si doveva rimediare con una organizzazione interna che cercasse di rispettare, almeno in parte, le nuove concezioni relative alla trasmissione delle malattie infettive, peraltro ancora non da tutti accettate. Il dottor Curone era un sostenitore della contagiosità di queste malattie, in particolare del colera. Giunti al ricoverato del letto 35, il Chirurgo Maggiore si rivolse al dottor Massobrio: «Bene, mi presenti il caso di questo malato.» Augusto Massobrio ebbe un vago capogiro dal quale si riprese immediatamente ricordandosi ciò che si era ripetuto molte volte da quando era giunto al Pammatone: era lì per imparare, e sbagliare faceva parte del suo apprendimento. Perciò calma, disse tra sé e sé. «Si tratta di un lanaiolo di cinquantaquattro anni, sempre in buona salute fino ad alcuni mesi or sono, allorché comparve un certo affanno durante i lavori pesanti, tanto che dovette affidare al figliolo l’incombenza di trasportare le pezze all’asciugatoio del piano superiore. In occasione di una corsa per raggiungere un carro sul quale era stata dimenticata della mercanzia dovette fermarsi per un’improvvisa mancanza d’aria che si attenuò col riposo. Da circa tre giorni la dispnea di quest’uomo è continua e la notte riesce a respirare, pur con fatica, solo con molti cuscini che gli consentano una posizione quasi assisa.» Massobrio fece una pausa come per riprendere fiato. «Allora?» fece Bruzzone, «mi sembra tutto molto semplice.» Il dottor Curone intervenne con fare bonario. «Un po’ di pazienza, dottor Bruzzone, lasciamo che il giovane Massobrio ci dica quali sono stati i suoi riscontri obbiettivi e a quali ipotesi diagnostiche è giunto. E se ha instaurato qualche iniziale rimedio.» 12

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Giampiero Villavecchia __________________________________________________________________ «Le prime cose che ho constatato, oltre al fiato corto e a una certa difficoltà di eloquio, sono stati il colorito un po’ violaceo del volto e, una volta ricoverato il paziente a letto, il suo decubito praticamente obbligato in posizione assisa. Ho apprezzato un polso abbastanza regolare...» «Abbastanza?» fece Bruzzone. «Sì, ci dica cosa intende per abbastanza» aggiunse il chirurgo maggiore. «Beh, aveva una frequenza normale, circa ottantaquattro, ottantasei battiti al minuto, senza apprezzabili irregolarità di ritmo.» «Ha verificato eventuali discrepanze tra il battito del cuore e le pulsazioni periferiche radiali?» «No, in effetti...» Bruzzone non riuscì a trattenere un sorriso sotto i baffi sottili. «Vada avanti» disse il dottor Curone. «Ho auscultato i suoni cardiaci percependo nettamente un rumore di soffio in concomitanza del secondo suono.» «Lo sa che ormai si tende a preferire il termine di tono a quello di suono?» Bruzzone incalzava. «E che l’auscultazione dovrebbe essere sempre preceduta dalla percussione dell’aia cardiaca? Se io adesso le chiedessi se questo cuore è dilatato, lei saprebbe rispondermi?» «Ho valutato successivamente le dimensioni del cuore con la percussione, ricavandone l’impressione di una dilatazione del ventricolo sinistro» rispose timidamente Massobrio. «Impressione non è un termine adatto a descrivere un reperto obbiettivo.» Intervenne il chirurgo maggiore: «Ha esaminato anche i polmoni?» Massobrio si rilassò un poco: «Certo. Il suono vocale risultava normalmente trasmesso alla palpazione e la percussione non rilevava ottusità su entrambi gli ambiti, ma le basi sono apparse poco mobili all’inspirazione e all’espirazione profonda. Con la auscultazione poi ho percepito rantoli basali bilaterali.» Decise di proseguire. «Non ho evidenziato alterazioni all’ispezione, alla palpazione e 13

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