Giornalino Dicembre 2015

 

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Giornalino della fraternità santa Maria di Gesù la gancia di Termini Imerese del mese di Dicembre 20154

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Anno XIV - n. 12 - Dicembre 2015 Auguri scomodi di Buon Natale di don Tonino Bello Convegno delle Chiese d’Italia pag. 3 pag. 4 pag. 5 pag. 6 IN QUESTO NUMERO La società si evolve, tra consumismo e … Sicilia “nascosta” di Nando Cimino La ricetta del mese pag.13 pag.14 pag.14 di diac. Pino Grasso di diac. Pino Grasso Cos’È la carità di Enzo Giunta La famiglia tra valori e anti-valori pag. 7 pag. 9 pag.11 di Mariella Campagna Da parte nostra … Il card. Romeo si congeda dall’Arcidiocesi di Maria Grazia D’Agostino di Mimmo Palmisano “La famiglia secondo Papa Francesco” In Fraternità … Notizie e Avvenimenti di Saverio Orlando di Ignazio Cusimano pag.15 di Nino Calderone iamo ormai nell’Anno Santo Straordinario, voluto da Papa Francesco, perché questo è il tempo della misericordia. Non è il tempo per la distrazione, ma per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. “Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia”, si legge nella Bolla, perché senza perdono la vita è un “deserto desolato”. La strada della misericordia divina non è solo quella dei peccatori, è la strada di tutti noi, perché S noi tutti siamo peccatori! E guai se attendessimo la salvezza per avere osservato la legge, o per aver seguito la coscienza: allora, ci affideremmo non a Cristo, ma alle nostre forze. Ma, grazie a Dio, è sempre il Padre che incomincia ad usarci

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pag. 2 DICEMBRE 2015 misericordia, a incamminarci verso la salvezza: prima che noi facciamo qualunque cosa, anzi, prima ancora che noi gliela chiediamo. Non eravamo ancora stati generati, non capivamo ancora nulla, ma il Padre ci ha chiamati alla vita umana e cristiana, con una generosità assolutamente gratuita. Dunque, tutti abbiamo bisogno di misericordia: anche i Cristiani coerenti, anche i Santi. La misericordia di Dio è il punto da cui muovere per assumere uno sguardo di occhi capaci di leggere con il cuore. Uno sguardo non sovrano, non dominatore. Misericordia quindi come sguardo di Dio, che ci sa penetrare cogliendo l’essenza dell’Universo. Quindi il vedere non è un semplice guardare, ma un guardare con uno sguardo capace di abbracciare tutta la realtà. Vedere si fa interprete di una relazione di cura: tutto, anziani, ammalati, si fa risorsa. Che ci fa comprendere che il mondo non è solo nostro, ma qui bisogna che si faccia strada la giustizia tra le generazioni, salvaguardando i diritti di coloro che verranno. Il Papa ci invita a guardare il mondo con gli occhi di un innamorato, come San Francesco. Se non la si vede così la realtà si rischia di guardarla passivamente, come se non fosse nostra. Il vedere mette in risalto il legame piuttosto che l’individuo, la comunità non un semplice aggregato di individui. Proprio l’itinerario di conversione vissuto da Francesco d’Assisi fu sicuramente molto più ricco e complesso di un pur importante servizio tra i lebbrosi eppure per Francesco, prossimo alla morte e desideroso di lasciare ai suoi frati una memoria preziosa degli eventi importanti della sua vita, il ricordo essenziale a cui egli attribuì un valore determinante fu il tempo trascorso con i lebbrosi. Francesco non scordò più quell'evento perché nel momento in cui donò gratuitamente se stesso ai più poveri ed emarginati di quella società, dimenticando per la prima volta la sua persona, ebbe l'intuizione della via della vita. Da essi ottenne la chiave dell' esistenza: vivere la misericordia significa donare il cuore (la parte più preziosa ed esclusiva di sé) al misero, a colui che non può ripagarti. Vivere è vivere nella misericordia/penitenza, cioè regalarsi a coloro che Dio ci pone davanti senza pretendere nulla, senza obiettivi, senza schemi, senza progetti, senza interessi, senza guadagni. Con i lebbrosi aveva compreso che il dono di sé, umile e paziente, spesso non cambia la storia: i lebbrosi, dopo Francesco, rimasero In Fraternità con Francesco lebbrosi. Egli non poteva pretendere nulla da loro, né aspettarsi nulla. Eppure quel dono gratuito di misericordia cambiò radicalmente la storia intera, perché cambiò nella sua radice il cuore di Francesco e gli donò le risposte fondamentali alle due domande centrali della sua vita. Francesco grazie ai lebbrosi scopre il Vangelo della misericordia. E con esso sono nate tutte le parole "francescane": minorità, povertà, semplicità, umiltà non sono altro che i presupposti per realizzare il vero obiettivo a cui lo chiamava il Vangelo e cioè la misericordia verso i poveri così da incontrare la misericordia di Dio quale dolcezza della vita. Al vedere è necessario aggiungere il discernere che vuol dire “scernere”, in modo da secernere, distinguere. Discernere è necessario. Discernere oggi, per chi vive il compito di annunciare il Vangelo, vuol dire avere capacità di lettura senza ansie né paure. L’agire porta ad avere mete, valori e contenuti da proporre. Oggi paga molto di più andare al nocciolo, dicendo ciò che si pensa anche se con contenuti forti, piuttosto che nascondersi. Agire è decisivo. In questo anno speciale l’Ordine Francescano Secolare d’Italia insieme alla Gioventù Francescana hanno indetto uno straordinario Anno della Missione con l’intento di chiedere a ogni francescano secolare e a ogni gifrino d'Italia, di aprire le porte del cuore e, fisicamente, quelle delle Fraternità, per divenire annuncio. Per essere misericordiosi - osserva Papa Francesco - ci sono necessari due atteggiamenti. Il primo è la conoscenza di se stessi: sapere che “abbiamo fatto tante cose non buone: siamo peccatori!”. E di fronte al pentimento, “la giustizia di Dio … si trasforma in misericordia e perdono”. L’altro atteggiamento per essere misericordiosi “è allargare il cuore”, perché “un cuore piccolo” ed “egoista è incapace di misericordia”. Il cuore grande non condanna, ma perdona, dimentica perché Dio ha dimenticato i miei peccati, Dio ha perdonato i miei peccati. “Allargare il cuore. Questo è bello! - esclama il Papa - Siate misericordiosi!” Solo con la misericordia del cuore, che diventa scelta consapevole di vicinanza e di sottomissione, dovremo essere capaci di caratterizzare le nostre vite e così ci faremo annuncio di quell’amore che ci è stato donato e così potremo a nostra volta donarlo ai fratelli e alle sorelle del mondo intero.

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In Fraternità con Francesco DICEMBRE 2015 pag. 3 arissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbrica- AUGURI SCOMODI DI BUON NATALE! C no armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza. Don Tonino Bello, terziario francescano, vescovo di Molfetta-Ruvo-Terlizzi-Giovinazzo nato ad Alessano,18 marzo 1935 morto a Molfetta, 20 aprile 1993

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pag. 4 DICEMBRE 2015 In Fraternità con Francesco CONVEGNO DELLE CHIESE D'ITALIA DA FIRENZE NASCE UN NUOVO UMANESIMO IN GESÙ CRISTO uello di Firenze sarà ricordato come il convegno Qdella sinodalità e dell’impegno di una Chiesa che cammina e vuole seguire la strada tracciata dal Santo Padre Francesco che ancora una volta ha infiammato i fedeli accorsi allo stadio per la celebrazione Eucaristica e dei delegati delle chiese d’Italia chiamati a contribuire ad un nuovo umanesimo. Il convegno si è aperto con la processione dei delegati verso la Cattedrale, passando per il Battistero fiorentino. È stato un momento particolarmente toccante e vibrante di Chiesa che vuole camminare con il vicario di Cristo in terra. Nel discorso ai delegati, pronunciato all'interno della basilica Cattedrale il Papa ha consegnato un triplice impegno all'umiltà, al disinteresse e alla beatitudine, questi i tre tratti che ha presentato alla meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che si è riunita per camminare insieme. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Il Santo Padre ha proseguito il suo intervento affermando che se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. “I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente. Una Chiesa che presenta questi tre tratti - umiltà, disinteresse, beatitudine - è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente”. Poi ha aggiunto: “L’ho detto più volte e lo ripeto ancora oggi a voi: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti”. I DIACONI DELLA DIOCESI DI PALERMO RIFLETTONO SUI LAVORI DEL CONVEGNO DELLE CHIESE D’ITALIA I diaconi e le loro spose, sabato 14 novembre, si sono ritrovati nella Casa diocesana di Baida per riflettere sui lavori del Convegno delle Chiese d’Italia svoltosi a Firenze. La relazione sul tema “I diaconi misericordiosi come il Padre per un nuovo umanesimo” è stata svolta dal diac. Pino Grasso che ha partecipato all’assise nazionale. Interessante quanto riportato sull’intervento del Santo Padre Francesco che ha consegnato il triplice impegno all'umiltà, al disinteresse e alla beatitudine che ha avuto poi una refluenza nella discussione che ne è scaturita in seguito. I diaconi hanno manifestato infatti, il desiderio di potere impegnarsi nella costruzione di relazioni nella comunità diocesana al servizio del Vescovo. All’incontro organizzato dal delegato arcivescovile don Giuseppe Sunseri, ha preso parte il vescovo eletto di Ragusa mons. Carmelo Cuttitta che in tale occasione è stato salutato e ringraziato per il servizio generoso offerto alla Chiesa di Palermo in qualità di vescovo ausiliare di Palermo. “In questo momento particolare che stia- mo vivendo - ha detto mons. Cuttitta - dobbiamo comprendere cosa ci viene consegnato dal Concilio Vaticano II che ancora non viene fuori bene. Innanzitutto occorre prendere coscienza che i diaconi non sono un gruppo, ma appartengono all’ordine dei diaconi e in quanto tali debbono riscoprire la loro identità. I diaconi hanno doveri e diritti e una connotazione che deve essere garantita da tutti”. Per questo, secondo Cuttitta, i diaconi debbono rimettersi in gioco per evitare di sclerotizzarsi in un determinato servizio e studiare nuove metodologie per raggiungere i poveri come indicato dal Santo Padre Francesco. “Il ministero va ripensato e non ridotto al mero servizio liturgico e catechetico - ha aggiunto il vescovo - o diventate protagonisti coerentemente con quanto indicato dal Papa o siete destinati a non essere efficaci nella comunità diocesana. Inoltre bisogna avere maggiore docilità ad aprirsi a nuovi servizi diocesani in stretta collaborazione con il vescovo”. Diacono Pino Grasso

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In Fraternità con Francesco DICEMBRE 2015 pag. 5 onsidero questa celebrazione un momento significativo e prezioso della mia vita, mentre mi congedo dal servizio episcopale a questa amata porzione del popolo di Dio che è in Palermo, faccio memoria della fedeltà del Signore alle sue promesse, e riconosco, insieme con voi tutti, la sua azione che si è incarnata nella mia povertà, la costruzione del Regno che si è servita anche di me. Ad accompagnarmi in questo particolare momento, questa sera, siete tutti voi, verso i quali esprimo, nel Signore, particolare gratitudine”. Lo ha detto nel corso dell’Omelia della celebrazione Eucaristica di congedo dall’Arcidiocesi di Palermo, il cardinale Paolo Romeo, il quale ha poi proseguito: “Amatissima Chiesa di Palermo, a cui lo stesso Successore di Pietro mi ha voluto sposare: ho avvertito in questi anni il vostro calore e il vostro abbraccio! Ho avvertito e continuo ad avvertire la vostra preghiera e il vostro sostegno fiducioso! Sì, carissimi! Questa sera percepisco ancora una volta tutta la bellezza della nostra Chiesa, e per questo ringrazio il Signore: questa nostra celebrazione ci trova tutti uniti - pastore e gregge - per ringraziarlo del cammino che insieme ci ha fatto percorrere, e per implorare da lui l’abbondanza della sua misericordia su quanto ancora questo amatissimo popolo potrà e dovrà compiere insieme al suo nuovo Servo e Pastore, Mons. Corrado Lorefice cui va il nostro pensiero orante”. È stato un saluto carico di emozione quello del card. Paolo Romeo nel corso di una solenne celebrazione Eucaristica alla quale hanno partecipato numerosi presbiteri, diaconi, seminaristi, diverse autorità istituzionali e militari e il popolo santo di Dio, si è congedato dopo quasi 9 anni di ministero pastorale dall’Arcidiocesi di Palermo. “Anche in questo significativo passaggio che la nostra Chiesa sta per vivere, è necessario cre- IL CARD. PAOLO ROMEO SI CONGEDA DALL’ARCIDIOCESI DI PALERMO “C dere sempre più - carissimi fratelli e sorelle - che è l’unico Spirito Santo che ci anima tutti in un cammino comune per l’edificazione del Regno di Dio in mezzo agli uomini. Il Signore non smette di desiderare che, per la missione che è propria a ciascuno, tutti ci sentiamo parte di un meraviglioso disegno di salvezza che conta sulla nostre povere forze. Lo ringraziamo per averne suscitate tante in questi anni! E gli chiediamo di continuare ad essere generoso con questa Chiesa”. Prima di concludere ha invitato alla conversione e ad un maggiore senso ecclesiale, ad una unione più concreta, che si evidenzi nella partecipazione attiva e propositiva alla vita diocesana. “Un senso ecclesiale che si manifesti nel ricercare una pastorale che sia al più possibile unitaria ha proseguito - seppur nell’articolazione dei ministeri diversi a noi affidati, entro una pastorale sinfonica, una vera e propria pastorale d’integrazione. Perché è da questo desiderio nel cuore di ognuno che dovrà partire il vostro nuovo Pastore, Mons. Corrado. Non esistono ricette preconfezionate o magie pastorali che, come per incantesimo, risolvano problemi antichi e nuovi. Niente può cambiare se manca questo desiderio comune di essere Chiesa e di esserlo sempre meglio”. Il vescovo ausiliare mons. Carmelo Cuttitta, a nome dell’assemblea ha ringraziato il suo pastore di quanto realizzato per la carità sia palesemente, sia nel nascondimento ed ha poi regatato un pc così come fatto con i suoi predecessori il card. Salvatore Pappalardo e Salvatore De Giorgi. Al termine della celebrazione Eucaristica è stato proiettato un video, con immagini inedite e significative, realizzato dall’Ufficio per le Comunicazioni sociali con cui sono stati ripercorsi i 9 anni del ministero pastorale del card. Romeo a Palermo. Diacono Pino Grasso

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pag. 6 DICEMBRE 2015 In Fraternità con Francesco COS’È LA CARITÀ? San Paolo scrisse quella bellissima paQuando gina di testimonianza di Fede ed apostolato, nota come “elogio della Carità”, fiore all’occhiello della prima lettera ai Corinzi (Cap. 13, 1-13), si è soffermato sull’importanza di un sentimento che, nella lingua greca dell’epoca, ha chiamato con un nome - “Agápe” (αγάπη) - che racchiude in sè significati ampi e complessi che, in buona misura, si sono impoveriti per effetto della traduzione in altre lingue. Questa mia riflessione ha lo scopo di restituire al termine Carità il suo significato originario in tutta la sua interezza. In questi ultimi anni sentiamo parlare spesso di “carità” sull’onda dell’emozione che suscitano i viaggi della speranza di migliaia e migliaia di migranti, costretti a lasciare le loro case, i loro affetti ed il loro Paese, per sfuggire alla fame, alla miseria ed alle guerre ed a rischiare la vita durante la traversata del Mediterraneo a bordo di mezzi di galleggiamento inaffidabili, sempre più frequentemente soggetti a naufragio. Anche se il termine “carità” è sulla bocca di tutti il significato che ad esso ognuno di noi assegna non è univoco. Nella stragrande maggioranza dei casi è utilizzato per indicare sentimenti come la compassione affettuosa, la commiserazione e la pietà che, a loro volta inducono le persone più “sensibili” ad elargire qualcosa di proprio a chi è nel bisogno, per cui, sul piano della concretezza, la carità si esaurisce in un gesto di “elemosina”. Questa interpretazione del termine Carità consegue al testo latino della lettera di San Paolo ai Corinzi, ove il termine originario “Agápe” è stato tradotto in “Caritas” che, a sua volta, discende da “Carus”, cioè “caro” riferito a persona verso cui si nutre affetto, compassione, pietà, e, di conseguenza, predisposizione a soccorrerla quando versa nel bisogno. Invece, nella lingua greca antica, l’Agἀpe rappresentava l’Amore disinteressato, senza secondi fini, qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’amore profano che chiamavano con il termine “Eros” (Έρως), qualcosa di più della semplice amicizia (“philia”), e quindi, più ancora che un sentimento, l’Agἀpe era una virtù, uno stato spirituale di grazia. Essa realizza la più alta perfezione dello spirito umano, in quanto al contempo rispecchia e glorifica la natura di Dio e, nelle sue forme più estreme, può raggiungere il sacrificio di sé. Ne è esempio il sacrificio di Cristo sulla Croce in favore dell’intera umanità. L’Agἀpe-Carità è un sentimento che può essere avvertito sia dal Religioso che dal laico, atteso che il comune denominatore di tutte le Religioni e di tutti i pensieri filosofici che si fondano sulla “ragione” è l’Uomo. Se si vuole restituire alla Carità il suo originario significato di Amore senza secondi fini, non ci si deve limitare a soccorrere chi è nel bisogno, ma occorre spingersi oltre e cercare di rimuovere le cause che hanno provocato nel proprio simile lo stato di disagio. Questa totale “condivisione di responsabilità” rappresenta la massima espressione dell’Agἀpe e la parte più nobile del patrimonio intellettivo di colui – laico o religioso - che si prefigge di ben operare. Se nel laico la Carità può essere considerata una virtù, nel Credente di Fede CristianoCattolica rappresenta il primo di tutti i Comandamenti. L’Italia vanta quasi il 65% di cattolici, ma quanti di questi sono praticanti? La nostra è una “vita cristiana di cosmetica, di apparenza o è una vita cristiana con la fede operosa nella carità?”. Questa domanda se l’è posta tempo fa Papa Francesco al termine dell’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa S. Marta. La fede, ha affermato il Papa, “non è soltanto recitare il Credo”, ma chiede di staccarsi da avidità e cupidigia per saper donare agli altri, specie se poveri. La fede non ha bisogno di apparire, ma di essere. Non ha bisogno di essere ammantata di cortesie, specie se ipocrite, quanto di un cuore capace di amare in modo genuino. La Fede non è osservanza cieca della Legge, come quella del fariseo che si stupisce del Maestro che non compie le abluzioni prescritte prima di mangiare, ma osservanza “intelligente”, al riparo da ogni forma di fondamentalismo religioso. Saverio Orlando

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In Fraternità con Francesco DICEMBRE 2015 pag. 7 LA SOCIETÀ SI EVOLVE, TRA CONSUMISMO E TRADIZIONI, E LE FESTIVITÀ RELIGIOSE? embra che negli ultimi cento anni il progresso abbia registrato un balzo in avanti, superiore alla evoluzione culturale e alle scoperte scientifiche acquisite precedentemente dall’uomo, dagli albori della civiltà. Ciò è anche merito della globalizzazione, fenomeno che vuole indicare la facilità con la quale oggi i popoli e le nazioni condividono le novità, i costumi, i gusti, le mode. Questo fenomeno è gestito, in modo più o meno nascosto, dai “poteri forti”, mediante i grandi capitali, “obbligati” a moltiplicarsi, per dare “profitti” a chi li detiene. Ecco perché tutto diventa business e ciò che non può essere sfruttato a fini economici è destinato a mutare o sparire. Mettiamo, per esempio, la Ricorrenza dei Defunti, che caratterizza (o dovrebbe) il mese di novembre, ha lentamente perso le tradizioni e le abitudini che vi erano strettamente collegate, soppiantate dalla “Festa di Halloween” di importazione americana. Sia chiaro, non ho nulla contro le novità e la “Festa della notte prima di Ognissanti” (è questa la traduzione della parola “Halloween”), ma non posso non rilevare che quest’ultima è una chiara espressione del consumismo, certamente più utile al profitto rispetto ai modesti dolciumi della tradizione siciliana (i pupi di zuccaru, la frutta di martorana) e agli altri piccoli regali che i “Morti” portavano in dono ai bambini. Purtroppo, tende a ridimensionarsi anche l’aspetto strettamente religioso. Basti dire che nella nostra città è stata cancellata la S. Messa che, una volta l’anno, veniva celebrata in memoria di tutti i Sacerdoti defunti che vi hanno operato. Così come la Celebrazione Eucaristica del Venerdì Santo al Cimitero non trova più spazio alla base della statua di Maria SS. Addolorata, in quanto, chi dovrebbe, non riesce a montare, come per il passato, un piccolo palco! Ma andiamo al mese di dicembre, il mese delle numerose festività religiose della tradizione cristiana, delle riunioni in famiglia, della “Pace agli Uomini di Buona Volontà”. La festa dell’Immacolata Concezione nei fatti introduce il periodo natalizio. Nella nostra città è, S e resta, la principale festa religiosa sia per la presenza di fedeli ai riti sacri sia per la partecipazione alle tre processioni, tutte considerate insopprimibili dai Termitani. A margine di tale festa la “veglia” nella notte precedente, con l’immancabile favazza, oggi soppiantata dalle varie tipologie di pizza e dallo sfincione, che tuttavia non competono con la squisitezza della prima, caratterizzata da ingredienti modesti ma “sinceri” e da fattura casalinga. Alla festività dell’Immacolata segue immediatamente quella di S. Lucia. In vista della quale, in tutte le famiglie si provvedeva, per tempo, a mettere a bagno il frumento che successivamente, dopo non breve cottura, diventava cuccìa (parola forse derivata dal greco e che significa “i grani”), alimento principe del giorno dedicato alla Santa. Il frumento era così cucinato per ricordare il miracolo attribuito alla Santa, che avrebbe salvato dalla morte per fame i Palermitani, la cui città era assediata e quindi impossibilitata a ricevere dall’esterno derrate alimentari. In tale ricorrenza,

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pag. 8 DICEMBRE 2015 esclusi del tutto pane e pasta, alla cuccìa si affiancava il riso (cucinato nei modi più disparati) e, nella nostra città, le deliziose panelle (la denominazione sembra derivare dal latino panis con il diminutivo “ella”). Anche il profilo religioso era molto sentito e nella chiesa dedicata alla santa, posta nell’omonimo quartiere, nei pressi di piazza S. Carlo, si celebrava un gran numero di Messe, a tutte le ore del giorno, con gran concorso di popolo. Ma ormai è alle porte il Natale, la festa dei bambini che, con la nascita di Gesù, dovrebbero essere al centro dell’attenzione e non soltanto per il tradizionale regalo. È la festa da trascorrere in famiglia, possibilmente accanto a un Presepe (anche modesto), per la cui preparazione è bene coinvolgere i più piccoli. Nella nostra città ogni chiesa ne realizza uno, tutti belli, anche se i meno giovani ricordano ancora con ammirazione il grande presepe animato dei fratelli Chiavetta, realizzato in modo del tutto artigianale. Oggi possiamo menare il vanto di altra prestigiosa iniziativa: il “Presepe vivente” che, da qualche anno, per merito di un gruppo di volenterosi e generosi, viene messo in scena per le vie cittadine, richiamando flussi di vi- In Fraternità con Francesco sitatori anche da altre località. Infine, il Capodanno che si caratterizza più per la corsa alle spese e alla organizzazione di effimeri festeggiamenti (per chi se li può permettere). Il mese di dicembre, con tutte le occasioni di far festa, scorre via velocemente, lasciando spesso il portafogli vuoto e l’amarezza di essersi fatti coinvolgere nella frenesia della spesa, grazie anche a una bene orchestrata regìa fatta di luci colorate e, soprattutto, di martellante pubblicità. Si intende, la festa è festa anche per i doni che ci si scambia, con amore e non per apparire. Ma talvolta è certamente più gradito un gesto: un abbraccio, una stretta di mano, una parola gentile a chi, forse, ha il cuore freddo per la solitudine (non soltanto fisica), lo vorrebbe riscaldare, ma è timoroso di manifestare il disagio in cui versa. L’auspicio è che si vivano le festività con spirito cristiano, cercando il prossimo in chi ci sta più vicino e che forse, proprio per questo, non riconosciamo. Facciamo in modo che il consumismo non prenda il sopravvento, evitando di partecipare alla gara dell’effimero e dell’apparire. Proviamo a difendere le nostre tradizioni, religiose e civili, non consentendo che la globalizzazione sia strumento di appiattimento e ci trasformi in tributari del profitto, contribuendo invece a far sì che le prossime feste siano occasione di vera gioia, partecipazione e condivisione. Enzo Giunta

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In Fraternità con Francesco DICEMBRE 2015 pag. 9 LA FAMIGLIA TRA VALORI E ANTI-VALORI Un chiarimento finito nel sangue e, nel senso letterale del termine, nella completa distruzione di una famiglia anconetana ha turbato, per l’ennesima volta, una città, una regione e l’Italia intera. Due giovanissimi ragazzi, lei 16 e lui 18 anni, si sono macchiati di un crimine senza, forse, nemmeno sapere il perché, uccidendo la madre e riducendo in fin di vita il padre della sedicenne. Ed anche se non è stata la figlia a premere il grilletto gli inquirenti l’hanno fermata con l’accusa pesantissima di aver partecipato al delitto in concorso con il fidanzato. Un delitto non voluto, come è emerso sin dall’inizio, ma consumato ed un delitto che mette l’accento sulla fragilità della famiglia di questo presente. Un presente in cui è facile sentire di figli che assassinano i genitori o di questi ultimi che maltrattano e ammazzano i propri figli. Un presente che sta diventando la norma. Ma la verità è che mai ci si abituerà davvero a notizie simili e questo perché in molti (ancora e per fortuna) continua ad essere radicata l’idea di famiglia come valore da difendere e per cui combattere contro tutte le avversità che si incontrano nella vita. È comunque fuori di dubbio che notizie come quella del delitto di Ancona sconvolgono sempre. Andrebbe fatta un’analisi sociologica su come il valore famiglia sia mutato nel tempo e su come esso sia oggi percepito ma non è questo il contesto perché si vuole solo mettere in risalto come la «famiglia» sia un valore sempre più minacciato in una società (e con essa anche l’individuo) che ha perso i suoi punti di riferimento e nella quale si vanno diffondendo sempre di più i cosiddetti antivalori. La famiglia viene messa alla prova e a volte non supera gli ostacoli che incontra e si sgretola. Sono tanti i fattori che giocano un ruolo importante in questo lento ma continuo processo di deterioramento dell’istituzione «famiglia»: dai fattori economici a quelli consumistici a quelli di frustrazione ed emarginazione. Tutti hanno come unico denominatore la crisi dell’individuo, che perde le proprie certezze, che si disorienta, che teme ogni elemento di disturbo e che cerca di “difendersi” eliminando cosa e chi pensa siano da ostacolo alla propria libertà. E, in sostanza, sembra essere quello che è successo ad Ancona: un ragazzo che se da un lato si mostra aperto ad un chiarimento con i genitori della fidanzata, dall’altro porta con sé un’arma che utilizza in un momento di panico in cui cerca di “difendere” la propria libertà da chi, in quel momento, ha ritenuto una minaccia. La tendenza è quella di perdere di vista l’importanza della vita di chi viene aggredito e di chi aggredisce. E si consumano tragedie senza nemmeno conoscerne il motivo. Ma quello di Ancona non è episodio isolato perché le cronache quotidiane ci riportano tanti e tanti altri fatti che hanno tutti la stessa matrice anche se cambiano le modalità. Episodi dopotutto nemmeno così lontani dalle nostre realtà come quello accaduto a Carini il 17 novembre, dove una figlia trentottenne ha accoltellato il padre settantenne, uccidendolo, perché l’uomo l’aveva minacciata di abolire il collegamento Wi-Fi in quanto la figlia stava troppo tempo davanti al computer. Ma se in questo caso la figlia aveva problemi psichici (come è poi emerso dalle cronache), cosa che per certi versi potrebbe ridimensionare la colpevolezza del fatto, non si può certo pensare che, in tanti altri casi, chi commette omicidi sia una persona mentalmente “sana” seppure non ci siano certificati che dimostrano disturbi mentali. Chi arriva ad uccidere, e soprattutto chi arriva ad “eliminare” un familiare, di certo soffre di qualche disturbo, latente e magari legato alla mancanza di quei valori che dovrebbero guidarci e darci la giusta dimensione delle cose. Ma per fortuna, e va detto, è difficile sostenere che l’epoca in cui viviamo sia del tutto priva di valori.

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pag. 10 DICEMBRE 2015 E questo perché non è infrequente leggere sui quotidiani interviste ai giovani in cui affermano che in cima alle loro priorità ci sono la famiglia e gli amici, gli affetti insomma non la carriera, non il successo, non il denaro. Allo stesso modo si legge di genitori che sono preoccupati dell’avvenire dei loro figli nonché delle prospettive che la società potrà offrire loro. Quindi siamo dinanzi a due facce della stessa medaglia nella quale, secondo il mio pensiero, probabilmente molto peso assume il modo in cui nella famiglia si accompagna l’individuo durante il proprio percorso di crescita. Penso sia innegabi- In Fraternità con Francesco le che limiti e stimoli dei genitori ricadano a cascata sui figli e che i figli riescano a “dominare” le proprie passioni (e quindi in alcuni casi ad evitare anche raptus di follia) solo se alla base si ha un grande e radicato senso di rispetto della vita umana. Alla luce di ciò e considerando il fatto che la famiglia è il primo nucleo “sociale” in cui l’individuo assume relazioni con qualcuno diverso da se stesso, penso che puntare sulla formazione delle famiglie potrebbe essere un primo passo per affrontare queste criticità. Maria Grazia D’Agostino Arcidiocesi di Palermo Sabato 5 dicembre 2015 Ordinazione Episcopale e inizio del Ministero Pastorale di S.E.R. Mons. Corrado Lorefice ore 16.00 Piazza Pretoria incontro con le Autorità e la Cittadinanza ore 17.00 Chiesa Cattedrale di Palermo Ordinazione Episcopale e inizio del Ministero

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In Fraternità con Francesco DICEMBRE 2015 pag. 11 “LA FAMIGLIA SECONDO PAPA FRANCESCO” Carissimi, il Signore vi dia Pace! Questo mese nella nostra rubrica abbiamo pubblicato la catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 13 maggio di quest’anno. In questa sua catechesi il Santo Padre ci fa riflettere su una cosa che molto spesso diamo troppo per scontata e che ci fa dimenticare il vero significato dei nostri comportamenti all’interno della nostra famiglia, cioè dire grazie, rispondere prego e chiedere scusa. Oggi la nostra società ha quasi dimenticato il significato profondo di queste parole e spesso diventano frasi di circostanza. Buona lettura. Pax! Mimmo Palmisano La Famiglia - 14. Le tre parole Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La catechesi di oggi è come la porta d’ingresso di una serie di riflessioni sulla vita della famiglia, la sua vita reale, con i suoi tempi e i suoi avvenimenti. Su questa porta d’ingresso sono scritte tre parole, che ho già utilizzato diverse volte. E queste parole sono: “permesso?”, “grazie”, “scusa”. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco apre delle crepe che possono farla persino crollare. Noi le intendiamo normalmente come le parole della “buona educazione”. Va bene, una persona ben educata chiede permesso, dice grazie o si scusa se sbaglia. Va bene, la buona educazione è molto importante. Un grande vescovo, san Francesco di Sales, soleva dire che “la buona educazione è già mezza santità”. Però, attenzione, nella storia abbiamo conosciuto anche un formalismo delle buone maniere che può diventare maschera che nasconde l’aridità dell’animo e il disinteresse per l’altro. Si usa dire: “Dietro tante buone maniere si nascondono cattive abitudini”. Nemmeno la religione è al riparo da questo rischio, che fa scivolare l’osservanza formale nella mondanità spirituale. Il diavolo che tenta Gesù sfoggia buone maniere e cita le Sacre Scritture, sembra un teologo! Il suo stile appare corretto, ma il suo intento è quello di sviare dalla verità dell’amore di Dio. Noi invece intendiamo la buona educazione nei suoi termini autentici, dove lo stile dei buoni rapporti è saldamente radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro. La famiglia vive di questa finezza del voler bene. La prima parola è “permesso?”. Quando ci preoccupiamo di chiedere gentilmente anche quello che magari pensiamo di poter pretendere, noi poniamo un vero presidio per lo spirito della convivenza matrimoniale e famigliare. Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. La confidenza, insomma, non autorizza a dare tutto per scontato. E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore. A questo proposito ricordiamo quella parola di Gesù nel libro dell’Apocalisse: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Anche il Signore chiede il permesso per entrare! Non dimentichiamolo. Prima di fare una cosa in famiglia: “Permesso, posso farlo? Ti piace

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pag. 12 DICEMBRE 2015 che io faccia così?”. Quel linguaggio educato e pieno d’amore. E questo fa tanto bene alle famiglie. La seconda parola è “grazie”. Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita familiare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Sentite bene: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Ricordiamo la domanda di Gesù, quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare (cfr. Lc 17,18). Una volta ho sentito dire da una persona anziana, molto saggia, molto buona, semplice, ma con quella saggezza della pietà, della vita: “La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili”. Quella nobiltà dell’anima, quella grazia di Dio nell’anima ci spinge a dire grazie, alla gratitudine. In Fraternità con Francesco È il fiore di un’anima nobile. È una bella cosa questa! La terza parola è “scusa”. Parola difficile, certo, eppure così necessaria. Quando manca, piccole crepe si allargano - anche senza volerlo - fino a diventare fossati profondi. Non per nulla nella preghiera insegnata da Gesù, il “Padre nostro”, che riassume tutte le domande essenziali per la nostra vita, troviamo questa espressione: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Riconoscere di aver mancato, ed essere desiderosi di restituire ciò che si è tolto - rispetto, sincerità, amore - rende degni del perdono. E così si ferma l’infezione. Se non siamo capaci di scusarci, vuol dire che neppure siamo capaci di perdonare. Nella casa dove non ci si chiede scusa incomincia a mancare l’aria, le acque diventano stagnanti. Tante ferite degli affetti, tante lacerazioni nelle famiglie incominciano con la perdita di questa parola preziosa: “Scusami”. Nella vita matrimoniale si litiga, a volte anche “volano i piatti”, ma vi do un consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace! Sentite bene: avete litigato moglie e marito? Figli con i genitori? Avete litigato forte? Non va bene, ma non è il vero problema. Il problema è che questo sentimento sia presente il giorno dopo. Per questo, se avete litigato, mai finire la giornata senza fare la pace in famiglia. E come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così, e l’armonia familiare torna. Basta una carezza! Senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace! Capito questo? Non è facile, ma si deve fare. E con questo la vita sarà più bella. Queste tre parole-chiave della famiglia sono parole semplici, e forse in un primo momento ci fanno sorridere. Ma quando le dimentichiamo, non c’è più niente da ridere, vero? La nostra educazione, forse, le trascura troppo. Il Signore ci aiuti a rimetterle al giusto posto, nel nostro cuore, nella nostra casa, e anche nella nostra convivenza civile. E adesso vi invito a ripetere tutti insieme queste tre parole: “permesso”, “grazie”, “scusa”. Tutti insieme: (piazza) “permesso”, “grazie”, “scusa”. Sono le parole per entrare proprio nell’amore della famiglia, perché la famiglia vada, rimanga. Poi ripetiamo quel consiglio che ho dato, tutti insieme: Mai finire la giornata senza fare la pace. Tutti: (piazza): Mai finire la giornata senza fare la pace. Grazie.

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In Fraternità con Francesco DICEMBRE 2015 pag. 13 SICILIA “NASCOSTA” di Nando Cimino POLIZZI GENEROSA - LA CHIESA DELLA COMMENDA L asciata l’autostrada A19 percorrendo la strada statale 643 che salendo da Scillato porta nel suggestivo borgo madonita di Polizzi Generosa, lanciando lo sguardo sulla propria destra prima di entrare in paese si scorgono, circondati dal verde, i ruderi della chiesa della Commenda, antica costruzione risalente al 1177. La chiesa di proprietà del Sovrano Ordine Militare di Malta domina la sottostante vallata e fu una delle più ricche Commende dell’intero territorio siciliano alle dirette dipendenze del Gran Maestro. La chiesa domina la vallata sottostante e fu l’ultima sede dell’Ordine Gerosolomitano dei Cavalieri di Malta; nato nel periodo delle crociate per liberare dall’Islam il Santo Sepolcro. La Commenda di Polizzi Generosa possedeva feudi, case ed anche un mulino; sobrio l’impianto architettonico in qualche maniera tutt’oggi ben distinguibile e con una bella torre campanaria ancora pressoché integra. Il luogo è facilmente accessibile e consente al visitatore di ritornare indietro nel tempo in quella Sicilia medievale ricca di storia, di intrighi, di congiure, di arte.

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pag. 14 DICEMBRE 2015 In Fraternità con Francesco LA RICETTA DEL MESE di Mariella Campagna Care amiche, vi suggerisco, la Ghirlanda di Natale, un antipasto davvero originale per i pranzi natalizi, una originale e gustosa idea per decorare la tavola delle feste o per spuntini e merende. Ghirlanda di Natale Ingredienti per una torta da 22 cm 500g di farina 0, 70g olio extravergine di oliva, 250/300g di acqua tiepida, 40g di zucchero, un cucchiaino di sale fine, una bustina di lievito disidratato di birra o un cubetto fresco, 50g di pecorino grattugiato, 50g di grana grattugiato, 100g di pancetta tritata dolce, 80g di noci sgusciate, pepe, un uovo, un cucchiaio di olio extravergine per lucidare. Procedimento: Unite alla farina il lievito, l'acqua, l'olio extravergine, il sale e lo zucchero e impastate bene. Fate riposare bene finché l'impasto non raddoppia il suo volume. Tritate la pancetta, tritate le noci e mettete da parte. Dividete l'impasto in due parti, stendete in due rettangoli sottili, farcite le superfici distribuendo in modo uniforme i formaggi, la pancetta le noci e una macinata di pepe. Formate un rotolo dalla parte più lunga, dividete ogni rotolo in 8 parti, tagliate ogni tronchetto di pasta a fettine e raccoglietele unendole dai lati rigirandole sotto per formare una specie di ruota a ventaglio. Sistemate questi panini intorno ad una ciotola per delineare la forma della ghirlanda. Lasciate lievitare ancora 15/20 minuti. Lucidate con l'uovo sbattuto con l'olio infornate a 180gradi per circa 20 minuti. Auguri di Buon Natale ___________________________________ DA PARTE NOSTRA … __________________________________ Avvisiamo: • che il centro per la raccolta degli occhiali usati, degli oli esausti, dei tappi di plastica e dei cellulari guasti, è aperto solo il sabato dalle 17.30 alle 18.30 nei locali del Convento di via Alfredo La Manna, vi preghiamo di confluire con i vostri prodotti solo in questo giorno e di non lasciare sacchetti davanti al portone del Convento. Invitiamo: • a visitare e partecipare alla Sacra Rappresentazione del Presepe, realizzato dalla comunione e dall’impegno di tutti i gruppi della comunità ecclesiale di Termini Imerese, che si svolgerà nei giorni 20 - 27 dicembre e 3 - 6 gennaio nella zona storica nei pressi della Maggior Chiesa e del Palazzo Comunale; • tutte le famiglie a partecipare alla celebrazione Eucaristica delle ore 19.00 di domenica 27 dicembre, festa della Sacra Famiglia di Nazareth, durante la celebrazione gli sposi rinnoveranno le promesse matrimoniali e i frati impartiranno la benedizione particolare ad ogni famiglia presente; • a visitare il sito internet della nostra Fraternità: ofstermini.weebly.com, dove, oltre alle notizie e alle informazioni sulle nostre attività, troverete tutti i numeri arretrati del nostro giornalino. Invito per tutti giovani e adulti Giovedì 3 dicembre alle ore 21.00 al Supercinema di Termini Imerese sarà presentato in anteprima il film di Daniele Lucchini “Chiamatemi Francesco - il Papa della gente”. La serata è promossa e organizzata dal Circolo Culturale “Stesicoro”. Una parte dell’incasso sarà devoluto in beneficenza. I biglietti sono in vendita presso la sede del Circolo, in corso Umberto e Margherita, oppure potete richiederli in Fraternità alla consorella Maria Antonietta Vega.

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In Fraternità con Francesco __________________ DICEMBRE 2015 pag. 15 IN FRATERNITÀ … NOTIZIE E AVVENIMENTI _________________ di Ignazio Cusimano Incontro settimanale della Fraternità OFS. Ricordo che anche a dicembre l’incontro della Fraternità è ogni venerdì alle ore 19.00, ci incontriamo insieme con i Formandi, gli Ammessi, i giovani adolescenti e adulti della Gioventù Francescana. Festa di Santa Elisabetta d’Ungheria, Patrona dell’Ordine Francescano Secolare. Martedì 17 novembre abbiamo celebrato la festa di S. Elisabetta Patrona del nostro Ordine. Nella Celebrazione, presieduta da fra Giacomo Reginella ofm, tutta la Fraternità ha rinnovato l’impegno assunto con la Professione dei Consigli Evangelici, nella stessa celebrazione i fratelli, Carmela Bova, Provvidenza Purpura, Maria Francesca Balsamo, Angela Gibilaro, Francesca Giuffrè e Salvatore Balsamo hanno professato in forma perpetua i Consigli Evangelici della nostra Regola. Il triduo dal 14 al 16 è stato predicato dai Frati. Lunedi 16 nella celebrazione presieduta da fra Agatino Sicilia ofm abbiamo celebrato gli anniversari di Professione delle sorelle: il 60° di Bova Agostina, il 25° di Maria Muscarella, Elena Grigoli e Giovanna Sferlazza. Sabato 14 ci siamo ritrovati tutti in ospedale presso la Cappella S. Elisabetta, prima della celebrazione presieduta da fra Diego D’Alessandro, abbiamo celebrato il Rito di Ammissione in Fraternità dei fratelli: Antonella Di Mauro, Rosa Lo Bianco, Angela Franzè, Lucia Calì, Anna Maria Cobisi e Giovanni Rosso. Ai fratelli che hanno emesso la Professione perpetua, a quelli che hanno celebrato gli anniversari di Professione all’OFS, e a quelli ammessi in Fraternità, i nostri auguri. Missione Santa Elisabetta d’Ungheria. Sabato 21 novembre la Fraternità si è ritrovata con i volontari della “Missione S. Elisabetta”, presso la cappella S. Elisabetta dell’ospedale di Termini Imerese, nella Celebrazione Eucaristica presieduta dal cappellano fra Diego D’Alessandro ofm, i volontari della missione hanno rinnovato il mandato del loro impegno. Professione Solenne di fra Giuseppe Arrigo ofm. Venerdì 4 dicembre fra Giuseppe Arrigo emetterà la Professione Solenne dei Consigli Evangelici della Regola di San Francesco nei Frati Minori di Sicilia, la Celebrazione si svolgerà presso la Chiesa del SS. Salvatore di Termini Imerese e sarà presieduta dal Ministro Provinciale fra Alberto Marangolo. Ci prepareremo con fra Giuseppe a questa celebrazione con due momenti di preghiera, giorno 2 al Monastero e giorno 3 in convento alle ore 21.00, siamo invitati tutti a partecipare e vivere questi momenti con gioia insieme a fra Giuseppe. A fra Giuseppe Arrigo e alla sua famiglia auguri da tutta la comunità francescana “S. Maria di Gesù” la Gancia. Festa dell’Immacolata Concezione. Come ogni anno l’8 dicembre la Fraternità parteciperà alla processione dell’Immacolata che inizierà dalla Maggior Chiesa, dopo la solenne concelebrazione delle ore 10.30 e si concluderà presso la Chiesa parrocchiale del Carmelo. Vita di Fraternità. Sabato 26 dicembre ci ritroveremo tutti alle ore 17.00 nei locali del Convento per un momento di vita fraterna divertendoci a giocare a tombola e gustare i dolci che ognuno porterà. Dicembre 2015 Pedone Provvidenza Onizzi Antonio Rocca Pasquale Catalano Rosa Marsala Daniele Buon Compleanno in Fraternità a: giorno giorno giorno giorno giorno 1 3 5 7 11 Battaglia Silvana Gibilaro Chiarenza Angela Morreale Jolanda Lo Coco Antonina Sciortino Anna Maria giorno giorno giorno giorno giorno 13 15 23 24 24

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