L'articolo1 n°3-4

 

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Rivista online della Fondazione Pietro Nenni

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3 Il SOMMARIO PRIMO PIANO 4 La risposta è l’inclusione di Emiliani 8 Perché siamo tutti francesi 12 Nelle nostre case la guerra ibrida intervista al Gen. Mauro Del Vecchio 20 La nostra società si difende così di Tagliente 28 Trentaquattro anni di terrore islamico 32 Crollati i Blocchi la paura è diffusa di Milano 40 Così cresce la jihad in Italia e in Europa di Vidino 48 Quattro capitali ad alto rischio di Galzerano 54 L’oscuro tagliagole della porta accanto di Cannavicci 62 Stiamo pagando errori antichi LE RUBRICHE 66 L’editoriale di A. Maglie 70 L’istinto razzista che avvelena il calcio di Ferrajolo LA MONOGRAFIA 74 Quei corpi intermedi in cerca di un’anima di Benvenuto 84 Va riconquistata l’autorevolezza di Treu 92 Ricostruire la nostra comunità di destino di Callieri 98 La lezione Uaw e il caso italiano di Berta 104 Divisi tra incertezza e complessità di Mattina 112 Dis-intermediazione e dis-appartenenza di De Rita 118 Il pansindacalismo non è nel nostro dna di P. Bombardieri 126 Com’è antico il moderno Renzi di A. Maglie 136 Democrazia più povera se si zittisce il lavoro di Ghezzi 144 Eppure le tecnologie aprono spazi inediti di Pero 150 Accordo Luxottica finestra sul futuro di Pirani 156 Perché una legge non può fissare il salario minimo di Palombella 162 Il sindacato-clessidra che si adatta al nuovo di Mantegazza 170 Una rapida corsa verso la democrazia assertiva di D. Maglie 184 Su obiettivi comuni una voce sola di Carniti 192 I corpi intermedi non sono ectoplasmi di Morese 204 La scommessa? Nuove forme di partecipazione di Manghi 208 Più diseguaglianza con sindacati deboli di Jaumotte e Osorio Buitron 214 Licenziare ora è un diritto protetto di Romagnoli 226 Perché va riscoperta la lezione della Flm di Ricolfi 230 Nostalgie di grandezza e incombente declino di Deaglio 238 Al governo servono corpi intermedi forti diCacciari 242 La svolta di Squinzi contro il tran tran di Di Vico 246 Calcio, isola felice dell’appartenenza di Gentile LA STANZA DI VOLTAIRE 252 Maastricht, il mesto compleanno del trattato di V. Bombardieri 258 Pasolini, anima critica fuori dagli schemi di Tedesco 262 Quando un sindacato evita la guerra civile di A. Maglie 270 Angus Deaton, il Nobel e quel suo paradosso di Gentile 276 Quella battaglia simbolo di modernità di A. Maglie 288 “Caro De Sica” “Egregio onorevole” di Gentile 296 Appunti per una nuova era della programmazione di Russo 306 Leopardi e le tracce di protosocialismo di Milanese 314 Rileggiamo Tabucchi contro la memoria corta di Milano 316-333 Mauro Ferri: il ricordo di Granati Tamburrano Antonio Agosta, Giorgio Benvenuto Antonio Di Majo, Vittorio Emiliani Franco Liso, Federico Pica, Enzo Russo Cesare Salvi, Gianna Granati Tamburrano Giuseppe Tamburrano, Tiziano Treu Comitato scientifico Marco Zeppieri Valentina Bombardieri Art Director Segreteria

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P r i m o D O P O P A R I G I p i a n o La risposta vera è l'inclusione di Vittorio Emiliani E' evidente che ci voglia una iniziativa militare per battere uno stato che fa da base al terrore Ma noi, che siamo orgogliosi della nostra civiltà democratica, dobbiamo difenderci culturalmente abbattendo gli steccati e chiedendo a chi professa la fede islamica di fare la stessa cosa nei confronti delle donne e delle altre religioni. A Roma non si sono creati “ghetti” di immigrati nei quali i professionisti dell’estremismo nuotano come pesci nell'acqua. Con il Giubileo la Capitale sembra essere tornata agli Anni di Piombo Le tensioni appaiono attutite ma gli studenti nel momento in cui dovessero occupare le scuole, farebbero bene a organizzare dibattiti sui temi della convivenza tra persone diverse perché per coesistere bisogna conoscere chi ha vissuto da adulto o da giovane maturo, specie a Roma e nelle grandi o medie città del CentroNord, da piazza Fontana alla metà degli anni Ottanta, l'orrore quotidiano del terrorismo rosso e nero, o dello stragismo neofascista, sembra di rivedere un vecchio film. Che impegnò per oltre un decennio la forza della democrazia, rilevante allora, in A una difesa delle persone - anche di quelle comuni - nelle strade e nelle piazze, sui treni, nei locali pubblici. Alla fine, si trattasse di Aldo Moro, del giudice Vittorio Occorsio, dell'operaio Guido Rossa o di un semplice passante, essa era comunque difesa di una democrazia che i terroristi, soprattutto quelli delle Brigate Rosse, volevano costringere ad intaccare i principi

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5 costituzionali fondamentali, a dare vita per reazione ad uno Stato autoritario e repressivo. Non ci riuscirono perché la passione politica batté alla fine il piombo terrorista. Perché la forza della democrazia fu tale da consentire quella vittoria finale. A Roma, anche per l'ormai imminente Giubileo che durerà un anno intero, sembra di essere tornati a quegli anni, con uno schieramento pure più forte di militari, oltre che di tecnologie allora assai meno valide e diffuse. Anche se l'Italia per ora non ha subito attentati, anche se la stessa capitale viene solo indicata, sin qui, quale bersaglio possibile, per la presenza del Vaticano, di un pontefice fortemente innovatore che ama il contatto diretto con la gente esponendosi a rischi maggiori in questo Giubileo straordinario. Sulla cui opportunità tuttavia non pochi laici hanno espresso ed esprimono fondate perplessità. Oggi, come e più di tanti anni fa, è complesso coniugare una prevenzione agguerrita (nei controlli, nelle perquisizioni, nelle indagini) con l'invito a continuare a vivere una vita il più possibilmente normale, senza allarmare troppo i più giovani, gli studenti, che non hanno memoria di sorta di un passato che fu sanguinoso, per anni e anni, di controlli e di limitazioni che furono pesanti. Il problema di fondo per noi democratici rimane questo: non stare fermi, reagire, anche sul piano militare (lo dico senza inutili ipocrisie) perché non si può consentire l'esistenza di uno Stato che fa da base al Terrore, ma soprattutto sul piano culturale. In Europa gli interessi di un capitalismo spesso politicamente cieco hanno ingigantito flussi di immigrazione dal mondo arabo enormi pilotandoli in vere e proprie città-ghetto. Sono i giovani di seconda o terza generazione, frustrati da quella esclusione di massa, a fornire armati e kamikaze alla strategia del terrore. Sono gli stessi che possono parlare di un Belgistan dove questi immigrati dal Medio Oriente o dal Maghreb a volte si addensano fino a costituire il quaranta per cento della popolazione. Se non decolla, assieme alla prevenzione e alla repressione del terrorismo, una grande e generosa politica di inclusione dei "diversi", l'Europa continuerà ad essere attraversata e scossa, destabilizzata forse, da queste rivolte individuali, di gruppo, di rete che i mezzi di trasmissione e di comunicazione rendono meno individuabili. Dobbiamo essere fieri della nostra civiltà democratica. Dobbiamo affermarla nei nostri comportamenti. Dobbiamo abbattere noi per primi gli steccati, le discriminazioni, le esclusioni e però pretendere che il mondo islamico faccia altrettanto: nei confronti delle donne, nei confronti dei diversi, nei confronti di quanti hanno fedi religiose differenti o nessuna fede religiosa.

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6 D O P O P A R I G I Assieme ad uno sforzo - che speriamo europeo - militare e diplomatico, deve esserci questo non meno grande sforzo o salto culturale, a viso aperto, senza ambiguità né ammiccamenti di sorta. I musulmani in Italia sono circa un milione e mezzo, in percentuale, credo, più numerosi nelle città del Nord che nella capitale. Con alcune comunità islamiche, come i senegalesi ad esempio, il dialogo corre abbastanza facilmente. Con altre - che in maggioranza si chiudono a riccio nei confronti di modernizzazioni fondamentali del costume - assai meno o per niente. Gli stranieri residenti a Roma, quelli di più recente insediamento, sono abbastanza distribuiti nel peraltro vastissimo Comune della capitale (quasi 130.000 et- tari, otto volte Milano), nel senso che qui non si sono creati troppi "ghetti" di immigrati. L'Esquilino, è vero, è stato "conquistato" , ma a suon di contanti, dai cinesi (oltre 16.000). I quali peraltro sono soltanto la quarta comunità straniera di Roma preceduti dai Romeni (88.500), ortodossi, cattolici orientali, cattolici, dai Filippini (41.000) cattolici, e dai Bengalesi (29.000), islamici. Seguono i Peruviani, cattolici, poi gli Ucraini e i Polacchi, tutti cattolici in varie forme, quindi gli Indiani, in minoranza musulmani, e i Cingalesi, musulmani. La grande Moschea di Monte Antenne nata anni fa, non ha mai creato problemi. Ora numerose piccole moschee sorgono nelle periferie. Le tensioni esistenti paiono al momento sostenibili. Anche per- Controlli di polizia in piazza San Pietro

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7 D O P O P A R I G I ché decine di migliaia di immigrati, fra i mani e i loro Imam hanno dato e sicuraquali non pochi musulmani, si sono inse- mente daranno: per difendere una convidiati e quindi sparsi nei Comuni di corona venza sin qui pacifica e il vero Islam. Non - in cittadine che hanno uno loro identità dimentichiamo un dato di fondo: Roma storica - allentando così la pressione diretta conta la più antica comunità ebraica fuori su Roma dove magari lavorano e però non dalla Palestina, fin dai tempi di Cesare. risiedono. Quindi ben prima della diaspora. Non A Roma la vita, diurna e notturna, ebrei romani pertanto, bensì, specie col Rifluisce - per quanto può in una metropoli sorgimento, romani ebrei. Presenti nelle con trasporti lenti e precari - in modo ab- istituzioni, come elettori e come eletti fin bastanza normale. Incidono di più certi dai tempi della breve quanto intensa Rescioperi "selvaggi" degli autobus di periferia pubblica Romana del 1849. Tutti valori da che non le misure preventive di polizia. La ricordare ai più giovani. Se ripartiranno, presenza, molto avvertibile, di militari, fino come suppongo, le occupazioni pacifiche nelle acque del Tevere coi Lagunari, rassi- delle scuole superiori, questi temi vi docura. I turisti restano numerosi anche se vrebbero essere discussi a fondo, senza ipoquelli che sono qui "per vedere il papa" in- crisie e senza slogan. Serve conoscere, contrano barriere più selettive. Destinate approfondire, per coesistere. ad aumentare nei prossimi giorni. Tuttavia è presumibile che non si raggiungano - dopo i fatti di Parigi e di Bruxelles - i 32 milioni di presenze rispetto ai 24 milioni del 2000. Molto dipenderà dall'evolversi della situazione irachena e siriana e dai suoi contraccolpi in Europa. Fondamentale tuttavia sarà sempre più la reazione pubblica, posiPapa Francesco benedice i fedeli tiva, che gli islamici ro-

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P r i m o D O P O P A R I G I p i a n o Perché siamo tutti francesi Il 13 novembre, quel bagno di sangue per le strade della capitale transalpina, resterà nella nostra anima una macchia indelebile, un'offesa alla nostra ragione Da “Je suis Charlie” a “Je suis Paris”. Ma questo slogan non è solo una maniera per esprimere solidarietà E' qualcosa di più: segnala l' adesione a un modello culturale che ha scandito l'evoluzione delle nostre società, che affonda le sue radici nell'illuminismo e nella Rivoluzione. Per rendersene conto basta rileggere la “dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 26 agosto 1789. La riproponiamo integralmente per non dimenticare. Voila rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti. Di conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino: rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior I

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9 Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune. A Place de la Republique si ricordano le vittime della strage del 13 novembre siede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa. Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. Art. 3 – Il principio di ogni sovranità ri- Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

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10 D O P O P A R I G I Art. 5 – La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina. Art. 6 – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, Il teatro Bataclan dove i terroristi islamici hanno mietuto il maggior numero di vittime sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti. Art. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla Legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, ema-

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11 D O P O P A R I G I nano, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente: opponendo resistenza si rende colpevole. Art. 8 – La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata. Art. 9 – Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge. Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge. Art. 11 – La libera manifestazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge. Art. 12 – La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata . Art. 13 – Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini in ragione delle loro capacità. Art. 14 – Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione, la riscossione e la durata. Art. 15 – La società ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione ad ogni pubblico funzionario. Art. 16 – Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione. Art. 17 – La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previo un giusto e preventivo indennizzo.

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P r i m o D O P O P A R I G I p i a n o Nelle nostre case la guerra ibrida Intervista a Mauro Del Vecchio Il generale ha comandato le missioni Nato in Bosnia, Kosovo e Afghanistan. Analizzando le sue esperienze personali e osservando quello che è avvenuto in Francia, in Tunisia e in Egitto è giunto alla conclusione che il momento bellico ha subito una vera e propria mutazione genetica Che, purtroppo, ci trasforma in bersagli trascorso brevi o lunghi periodi di vacanza o di lavoro) erano altri a cui noi non abbiamo arrecato alcuna offesa. Abbiamo toccato con mano la vulnerabilità della nostra esistenza nel dispiegamento di gesti quotidiani e banali come consumare una cena in un ristorante o assistere a una partita di pallone o ascoltare musica rock in un locale. E' stato detto: è il nostro 11 settembre. Forse anche qualcosa di più perché, per quanto crudele fu quel giorno, il dramma si consumò in un luogo conosciuto ma geograficamente (non sentimentalmente) lontano. In un mondo che ha abbattuto le distanze e ristretto il tempo, il 13 novembre si è consumato praticamente dietro casa nostra obbligandoci a pensare alla guerra non come a qualcosa che riguarda gli altri, seppur a pochi chilometri da noi (la Libia, 'Europa nel mezzo della prima, vera “guerra ibrida”. Il generale Mauro Del Vecchio della materia è, obiettivamente, un tecnico. Per esperienza diretta. Comandante Nato in Bosnia-Erzegovina, in Kosovo e in Afghanistan. Ha assistito a quella trasformazione che è diventata palese nelle ore in cui nelle nostre case arrivavano, concitatamente, le notizie delle stragi parigine. Abbiamo capito che della guerra, noi che in larga misura siamo figli di generazioni che non ne hanno vissuta nemmeno una, non eravamo semplici spettatori (qualcosa trasmesso via satellite ma da noi lontano migliaia di chilometri), ma veri e propri “oggetti”. “Oggetti” non “soggetti” perché a portarcela nelle nostre strade (e quelle di Parigi sono nostre perché in tanti là hanno L

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13 ad esempio), ma come a qualcosa che potrebbe riguardare anche noi. Sulle poltroncine degli schiamazzanti salotti televisivi dove tutto, anche le cose più serie, vengono ridotte in occasioni per far lievitare l'audience e dove vengono puntualmente invitati personaggi che hanno molto da urlare e poco da dire, aizzati da conduttori che vestendo i panni dei La partita è finita, l’allarme continua: tifosi in attesa sul prato dello Stade de France domatori, forti dalla loro abissale impreparazione, attendono con ansia il momento dell'incidente (più o meno come taluni lo attendono al momento della partenza di un Gran Premio di Formula Uno) per inchiodare il telespettatore sul proprio canale un minuto di più che su quello concorrente, la parola “guerra” è risuonata alta e forte. Lucidati gli elmetti, lubrificati i moschetti.

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14 D O P O P A R I G I Lo show è servito, paradossalmente nelle stesse ore in cui si spegneva la regina del circo, Moira Orfei. Però, le luci del circo di Moira sembravano opache rispetto a quelle dei circhi televisivi dove persino i leoni della signora apparivano gattini spelacchiati al confronto di certe “orgogliose fiere militariste” pronte alla battaglia forse perché sanno bene che in battaglia non andranno mai, fedeli al vecchio motto: armiamoci e partite. La guerra, però, è cosa seria; Clemanceau avrebbe aggiunto così seria da non lasciarla nelle mani dei generali, anche se poi lui, nella sua qualità di politico, diede scarsa prova di lungimiranza imponendo a Versailles l'umiliazione dei tedeschi e creando così le condizioni per il successo di Hitler. La guerra è cosa seria anche perché sta mutando pelle. Sotto i nostri occhi, sotto l'uscio di casa. Ecco perché forse è utile compiere una riflessione sull'argomento. Generale, lei, prima di diventare senatore, ha comandato per conto della Nato missioni in Bosnia, in Kosovo e in Fiori davanti al Bistrot Le Carillon, uno dei bersagli dei terroristi

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15 D O P O P A R I G I Afghanistan. Ma queste guerre possono avere qualcosa in comune con una guerra al terrorismo? “La guerra al terrorismo è completamente diversa da quella classica che pure in questi ultimi decenni ha subito profondi mutamenti. Dieci anni fa, in Afghanistan, cominciai a rendermi conto che dovevo confrontarmi con una situazione diversa rispetto a quella che avevo affrontato nei Balcani: non si trattava più soltanto del confronto tra forze convenzionali, in campo non c'erano più soltanto le strutture E’ piena notte, i tifosi escono dallo stadio controllati dalla polizia militari. Il cambiamento è proseguito, la diversità è diventata più accentuata. La guerra è diventata ibrida”. Perché ibrida? “Si sono aggiunti elementi che non erano presenti nella guerra convenzionale. Il terrorismo è, a tutti gli effetti, una forma di guerra perché colpisce interessi della collettività. La sostanza del quadro può essere lo stesso, ma la cornice è cambiata e non si tratta di dettagli. Ad esempio, nella guerra ibrida, un ruolo fondamentale lo svolgono

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