N° 3/4 - Filmese Deicembre 2015 / Gennaio 2016

 

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N° 3/4 - Filmese Deicembre 2015 / Gennaio 2016

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3 • • • • • • SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA 4 IL PUNTO FARE CULTURA A VERONA Verona capitale italiana della cultura? È un sogno, un auspicio, un augurio (scegliete voi). Per ora. Intanto per il 2016 è stata nominata Mantova, città a noi vicinissima, nei confronti della quale non abbiamo nulla da invidiare, se non il “Festivaletteratura”. Abbiamo molto da fare invece per la nostra città, in tema di cultura, e il Circolo del Cinema si dà da fare da quasi settant’anni (li compiremo l’anno prossimo), onorando pienamente la sua denominazione di Associazione culturale cinematografica. E l’aggettivo “culturale” non è pleonastico. È ciò che la caratterizza: fare cultura con il cinema, con un certo cinema, con quel cinema che vuol far pensare, riflettere, discutere, dividere anche, se è il caso. Perché non tutti i film devono avere un consenso generale, ma tutti devono porsi l’obiettivo di aumentare il bagaglio culturale di ciascuno. Certo Verona, pur non essendo nominata capitale della cultura (e non essendosi finora neppure candidata), è la quarta città d’arte italiana ed è una città di cultura, indubbiamente. Grazie alle tante diverse operose realtà- istituzionali e private- che vi sono presenti. Purtroppo spesso l’impressione è che manchi ancora un coordinamento, una programmazione, e che ognuno agisca per conto suo. Manca un vero assessorato alla cultura, e la partenza di Paola Marini dai Musei civici verso le Gallerie dell’Accademia di Venezia lascia un grande vuoto. Possiamo “consolarci” con la rinascita del piccolo-grande Museo degli affreschi Cavalcaselle (una realtà di livello europeo), con le interessanti mostre in corso (non frutto veronese, comunque), con le affollatissime rassegne teatrali e musicali. Sembra però che, alla fine, manchi ancora qualcosa. Intanto sarà utile ricordare che, accanto alla programmazione del nostro calendario (che nel prossimo “bimestre” appare ben nutrito), prosegue in dicembre il ciclo di appuntamenti con “L’appassionante storia del cinema che compie 120 anni”, promossi dalla Società Letteraria e dal Circolo del Cinema nella Sala Montanari della Letteraria in piazzetta Scalette Rubiani 1, con il coordinamento del sottoscritto. - Mercoledì 2 dicembre alle 17,30 il prof. Alberto Scandola, docente di Storia e critica del cinema all’Università di Verona, parlerà del cinema d’oggi. - Mercoledì 16 dicembre alle 17,30 il prof. Alessandro Tedeschi Turco, già docente di Analisi del linguaggio visuale e strategie della produzione cinematografica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, parlerà del cinema e le arti. Lorenzo Reggiani DICEMBRE 2015 GENNAIO 2016 SOMMARIO IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI DICEMBRE I FILM DI GENNAIO FESTIVAL & RASSEGNE FOCUS SUI FILM DEL CIRCOLO • IL RACCONTO • LE NEWS FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL - FAX: 045 8006778 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo

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PROGRAMMA DI DICEMBRE 2015 ➈ GIOVEDÌ 3 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 TANNA di Bentley Dean & Martin Butler Australia/Vanuatu, 2015 - durata: 1h 44’ Alle 21.30 il critico Giuseppe Ghigi parlerà del “Premio del Pubblico Pietro Barzisa - 30. SIC” di Venezia ➀ GIOVEDÌ 10 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 ADDIO AL LINGUAGGIO di Jean-Luc Godard Svizzera, 2014 - durata: 1h 10’ Nei tre turni Alberto Scandola dell’Università di Verona accompagnerà i Soci nella visione del film ➀➀ GIOVEDÌ 17 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 CONDOTTA di Ernesto Daranas Cuba, 2014 - durata: 1h 48’ Durante le festività, l’attività di proiezione è sospesa. Auguri di Buon Anno a tutti i Soci e alle loro Famiglie. PER LE FESTE DONATE AD UNA PERSONA CARA UNʼASSOCIAZIONE AL CIRCOLO DEL CINEMA. LE REGALERETE EMOZIONI INDIMENTICABILI. (Informazioni presso la segreteria) 2

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PROGRAMMA DI GENNAIO 2016 ➀➁ GIOVEDÌ 7 - ATTENZIONE! CAMBIO ORARIO ORE 16 - 18,45 - 21.30 LEVIATHAN di Andrej Zvyagintsev durata: 2h 20’ Russia, 2014 votato dai Soci ➀➂ GIOVEDÌ 14 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 UNA NUOVA AMICA di François Ozon Francia, 2014 - durata: 1h 47’ - votato dai Soci ➀➃ GIOVEDÌ 21 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 FIGLIO DI NESSUNO di Vuk Ršumović Serbia/Croazia, 2014 - durata: 1h 35’ ➀➄ GIOVEDÌ 28 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 STORIE DI UOMINI E CAVALLI di Benedikt Erlingsson Islanda, Germania, Norvegia, 2013 - durata: 1h 21’ TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO LA SALA DEL CINEMA K2 IN PROIEZIONI RISERVATE AI SOCI DEL CIRCOLO DEL CINEMA CON TESSERA 3

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9 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 3 DICEMBRE 2015, CINEMA K2, ORE 16.30 / 19 / 21.30 GIORNATA DEDICATA ALLA SIC TANNA REGIA: BENTLEY DEAN & MARTIN BUTLER - OPERA PRIMA (AUSTRALIA / VANUATU, 2015) - DURATA: 104ʼ - SOTTOTITOLATO SCENEGGIATURA: Bentley Dean, Martin Butler, John Collee in collaborazione con la popolazione di Yakel / FOTOGRAFIA: Bentley Dean / MONTAGGIO: Tania Michel Nehme / MUSICA: Antony Partos / SUONO: Emma Bortignon / ATTORI: Mungau Dain, Marie Wawa, Marceline Rofit (Selin), Chief Charlie Kahla, Albi Nangia (sciamano), Lingai Kowia (padre), Dadwa Mungau (nonna), Linette Yowayin (madre), Kapan Cook, Chief Mungau Yokay, Chief Mikum Tainakou (Imedin) / PRODUZIONE: Martin Butler, Bentley Dean, Carolyn Johnson (Contact Films) Mostra del Cinema di Venezia 2015: Premio del Pubblico Pietro Barzisa - 30. Settimana Internazionale della Critica; Premio della Federazione dei Critici Europei dei Paesi Euromediterranei a Bentley Dean per la migliore fotografia tura che invade lo schermo. Nel rappresentare questa combattuta passione i due registi hanno seminato rapporti tra genitori e figli, tra sorelle e parenti, tra capi tribù e credenze mistiche, tra tradizione e ostinato amore. Interpretato dagli stessi indigeni della tribù di Tanna, il film che ha trionfato alla 30. Settimana Internazionale della Critica di Venezia non è altro che un inno al sentimento, quello in grado di far breccia dove neanche i cristiani, i coloni e il denaro riuscirono ad arrivare nel corso dei secoli. Vero è che l'evoluzione della trama non concede particolari sorprese, perché tutto quel che immaginate possa accadere neanche a dirlo accadrà, ma la storia d'amore tra Wawa e Dain si fa comunque largo con ardente forza, tanto dall'ottenere la benedizione di quel “divino” vulcano da cui tutti i componenti della tribù dovevano trarre comportamenti “rispettosi”, essendo loro al cospetto di una forza quasi ultraterrena. Un rispettoso diritto d'amore che a Tanna, nel lontano 1987, conobbero nel più tragico dei modi. (Federico Boni, da “Blogo”, 12 settembre 2015) C’è una prima volta per tutto, anche per un film di Vanuatu alla Mostra del Cinema di Venezia. E quale luogo migliore, per un esordio lidense, se non la Settimana Internazionale della Critica, dove quest’anno si registrava anche la prima apparizione di un film nepalese (The Black Hen di Bahadur Bahm Min)? E così lo schermo della Sala Perla si è illuminato degli annichilenti paesaggi di Tanna, isolotto che fa parte dell’arcipelago vanuatuano, dominato dall’incombente figura del Tukosmerail, il monte che si erge oltre i mille metri di altezza, e circondato da acque cristalline. La delegazione del film, oltre ai registi Bentley Dean e Martin Butler – documentaristi alla prima incursione nel mondo della finzione cinematografica – era composta da alcuni dei protagonisti, la maggior parte dei quali per la prima volta lasciavano Tanna e il loro paese. Perché c’è una prima volta per tutto… Per mettere in scena una delle tribù che ancora vive seguendo i propri usi e costumi, preferendoli al lascito coloniale delle abitudini occidentali, i registi hanno scritto la sceneggiatura mescolando i propri desideri narrativi al contributo della popolazione Yakel che sarebbe stata al centro della Sbarcato al Lido sul fiammeggiante tappeto rosso del Festival con alcuni componenti della tribù protagonista del film, Tanna di Bentley Dean e Martin Butler ha vinto il Premio del Pubblico Pietro Barzisa della 30. Settimana Internazionale della Critica, convincendo appassionati ed esperti del settore grazie alla potenza delle immagini messe al servizio di una storia shakespeariana. Il film dei due documentaristi, qui all'esordio in un film di “finzione”, non è infatti altro che uno straordinario melò indigeno ambientato nel meraviglioso arcipelago di Vanuatu, apparentemente fuori dal mondo ma in realtà situato nel sud del Pacifico. Qui, andando contro le regole della secolare cultura “Kastom”, due giovani innamorati hanno il coraggio di negarsi al loro destino. Perché la tradizione vuole che siano i capi del villaggio a combinare i matrimoni, se non fosse che Wawa e Dain, incapaci di stare lontano l'uno dall'altra, si ribellino alle nozze prestabilite mettendo a rischio la già precaria pace tra tribù nemiche. Un'isola incontaminata, la Tanna del titolo, in cui ancora oggi vivono tribù che vanno a caccia con archi e frecce, producendo i propri abiti e le proprie case con i materiali trovati nel cuore della foresta. Dean e Butler hanno vissuto per sette mesi a stretto contatto con questi indigeni, chiamati poi a tramutarsi in attori per riportare in vita uno storico fatto realmente avvenuto nel 1987. Perché i due inediti “Romeo e Giulietta” furono i primi a ribellarsi dinanzi ad una tradizione tanto secolare quanto barbara, imponendo alla silente donna un uomo a lei sconosciuto. Diventati leggenda, tanto da ispirare una canzone d'amore che i due registi faranno risuonare nella parte finale del film, Wawa e Dain si ritrovarono a dover scegliere tra la potenza dell'amore e il futuro della loro tribù, minacciata e messa in pericolo dal loro inedito e “disperato” gesto di ribellione. Realtà e finzione che si incontrano tra vulcani fiammeggianti, rigogliose foreste, rigeneranti cascate e tradizioni da onorare rimanendo ai margini della “civiltà”. Opera suggestiva, toccante e affascinante quella realizzata da Bentley Dean e Martin Butler, grazie alla dirompente forza della na4

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Il Circolo del Cinema ha il grande piacere di avere ospite in sala, alla proiezione delle ore 21.30, il critico e saggista Giuseppe Ghigi, al quale va un vivo ringraziamento per aver accettato lʼinvito a rappresentare il Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici Italiani, organizzatore della Settimana Internazionale della Critica nellʼambito del Festival di Venezia, in occasione della visione del film vincitore del Premio del Pubblico di questʼanno, intitolato a Pietro Barzisa, fondatore e presidente del Circolo per 68 anni. storia. Ne deriva un meticciamento del tutto inusuale, in cui lo sguardo della camera, inevitabilmente schiacciante nei confronti di un popolo che non ha alcuna dimestichezza con la tecnologia dei bianchi, si riallinea con la sincerità (termine da non scambiare in nessun modo con la supposta “verginità” su cui ancora si appoggia la lettura euro-centrica delle popolazioni del “terzo mondo”) di ciò che avviene sullo schermo, nonostante la scrittura. Più che la storia di Wawa e Dain e del loro amore ostacolato dalle rigide regole sui matrimoni combinati, riproposizione in salsa oceanica della tragedia di Romeo e Giulietta, a occupare il nucleo fondante di Tanna è la morfologia stessa dell’isola, dal deserto di cenere sulle pendici del vulcano al mare cristallino, passando per la rigogliosa foresta. Come se Shakespeare cercasse un’osmosi con il Friedrich Wilhelm Murnau di Tabù, Tanna si articola tra documentario e melodramma, cercando di raggiungere un equilibrio tra le parti e spesso centrando l’obiettivo. È la parte più legata all’analisi antropologica (ma più ancora fenomenologica e atmosferica) quella destinata a rimanere più impressa nello sguardo dello spettatore: Butler e Dean dimostrano di riuscire a intrappolare l’immagine nel quadro con sapienza soprattutto quando devono, anche per esigenza scenica, mantenere una distanza da ciò che prende vita davanti a loro. La dispersione dello sguardo dello spettatore, che replica con l’occhio la fuga verso il sogno impossibile dei due protagonisti, è il punto di forza di Tanna. Lontano da qualsiasi facile esotismo, il film riflette lo splendore della natura attribuendogli un valore narrativo, senza dover ricorrere a forzature evidenti, che invece di quando in quando fanno la loro apparizione nei dialoghi (la spiegazione della necessità del matrimonio combinato con il riferimento alla monarchia britannica ha un sapore posticcio, per esempio, e non sembra particolarmente essenziale). Ma si tratta in ogni caso di dettagli trascurabili, rispetto alla potenza visiva e all’afflato sanamente popolare di una narrazione universale, quella di due giovani innamorati costretti a scontrarsi con l’ottusità dell’ambiente in cui vivono. Anche per questa capacità empatica – data anche dal guizzare vitale degli occhi dei protagonisti – Tanna ha riscosso in sala Perla uno degli applausi più convinti e rumorosi. Tra una risalita del vulcano, una fuga verso un campo cristiano – illusoria, perché non è lì che si può trovare l’agognata libertà – e una casa improvvisata in riva al mare, Tanna trascina lo spettatore in un vortice di umanità che trova spazio per deflagrare in un luogo all’apparenza fuori dal mondo, a pochi passi dal paradiso in terra. Un luogo che l’uomo bianco ha depredato e sfruttato, senza battere ciglio, e che ora torna a riprendere, forse per senso di colpa, chissà. Quel che resta è un’opera prima coinvolgente, emotiva e umorale. E può bastare. (Raffaele Meale, da “Quinlan”, 9 settembre 2015) «La sento, mi sta parlando». Selin potrebbe avere sei o sette anni, gonnellina di paglia e sorriso contagioso. Quella "lei" di cui parla è il vulcano Yasur, che la sua tribù adora come una divinità. Dal suo ventre si emana dall'inizio dei tempi una legge che nessuno, al villaggio Yakel sull'isola di Tanna nel cuore del Pacifico, osa trasgredire. Ad eccezione di due giovani, la sorella di Selin e il nipote del capo, che si amano. Costruito come una danza che trascende i generi del cinema, Tanna è un film sull'essenza della vita e dell'amore pronto a tutto pur di restare integro. Primo lungometraggio di finzione girato su quest'isola appartenente allo Stato di Vanuatu - che ha co-prodotto il film con l'Australia - ha origini che partono nel 2013 quando uno dei due cineasti, Bentley Dean, decise di trascorrere un periodo di tempo con la propria famiglia immerso in una cultura totalmente diversa dalla propria. Giornalisti, scrittori, antropologi e documentaristi, gli australiani di Melbourne Dean & Butler lavorano insieme da sette anni, durante i quali hanno realizzato documentari e reportage sulle popolazioni aborigene «adottando con loro un approccio e uno stile non invasivi, basati sulla pazienza, il rispetto e l'intenso rapporto personale». Da soli, senza finanziamenti, ma solidi di tali esperienze, hanno deciso di avventurarsi in quel periodo nel cinema di finzione, rimanendo tuttavia fedeli all'approccio verso gli universi umano e naturale che avrebbero raccontato. Due tribù del villaggio Yakel a Tanna sono diventate i loro personaggi e un reale fatto di cronaca - un matrimonio combinato tra due tribù che diventa causa di una tragedia sentimentale - è stato scelto quale soggetto del film. Il racconto preparatorio dei due cineasti è quasi affascinante quanto la pellicola che ne è risultata: «Queste persone, intrise di tradizioni e regole a cui sono molto legate, sono per la maggioranza analfabete e non avevano mai visto un film in vita loro. Dopo esserci presentati e aver loro proposto il tipo di progetto che avevamo in mente, abbiamo pensato fosse utile organizzare una proiezione di 10 canoe di Rolf de Heer e Peter Djigirr per mostrare a che tipologia di film volevamo ispirarci. Doveva essere un lavoro “scritto” e interpretato da loro, volevamo fosse il più possibile il “loro” film. La risposta immediata dei nostri nuovi amici è stata: “Possiamo iniziare già domani?”». Le riprese di prova di Tanna sono iniziate nel marzo del 2014 e dopo numerosi laboratori tenuti da Dean & Butler con gli abitanti di Yakel: secondo la loro testimonianza, nel trascorrere del tempo gli “attori” acquisivano una crescente consapevolezza delle “pieghe” drammatiche che si andavano creando attraverso la storia d'amore contrastata tra i due giovani, ovvero la trama portante della storia. «Alla fine - ricordano gli autori - erano talmente naturali in gesti, emozioni e parole, da riuscire a improvvisare le loro scene fornendo acuti assai più struggenti rispetto alle prove che si avvicendavano». La naturalezza “guidata” con sapienza dai due registi esplode in Tanna con un'originalità dai rari precedenti: realismo poetico, numerosi climax tragici intervallati da splendidi momenti comici, sospensioni narrative a favore di un maturo documentarismo, e - non per ultimo - le riprese mozzafiato sulle pendici del vulcano Yasur in eruzione, anch'esso personaggio tra i personaggi, che fanno vibrare il grande schermo. Tanna non è una ricerca antropologica mascherata da cinema, ma è uno straordinario film-esperienza magicamente concepito, la cui visione non può evitare di coinvolgere empaticamente gli spettatori, così come ha “agito” sui suoi realizzatori. «È stata un'esperienza rara poter vivere con una tribù completamente legata alle tradizioni. Collaborare creativamente con gli abitanti di Yakel è stato per noi un dono umano ed artistico che non ci abbandonerà mai». (Anna Maria Pasetti, dal Catalogo della 30. SIC) BENTLEY DEAN e MARTIN BUTLER Documentaristi di successo, realizzano singolarmente reportage e documentari premiati nelle competizioni internazionali, prima del 2009, anno in cui girano in coppia Contact, che vince l’AFI Award come miglior documentario, il Prime Minister’s History Prize e i premi come miglior documentario assegnati dal Film Critics Circle of Australia e al Sidney Film Festival. Nel 2013 firmano First Footprints, un’importante serie sulla storia antica dell’Australia che è valsa loro il Walkley Award, l’ATOM Award e il NSW Premier’s History Prize. Tanna è il loro primo lungometraggio di finzione. 5

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10 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 10 DICEMBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 ADDIO AL LINGUAGGIO (ADIEU AU LANGAGE) REGIA: JEAN-LUC GODARD (SVIZZERA, 2014) - DURATA: 70ʼ - SOTTOTITOLATO SCENEGGIATURA: Jean-Luc Godard / FOTOGRAFIA: Fabrice Aragno / MUSICA: Phill Zagajewski / ATTORI: Héloïse Godet (Josette), Kamel Abdeli (Gédéon), Richard Chevallier (Marcus), Zoé Bruneau (Ivitch), Christian Gregori (Davidson), Jessica Erickson (Mary Shelley), Roxy Miéville (il cane) / PRODUZIONE: Brahim Choua, Vincent Maraval, Alain Sarde Festival di Cannes 2014 : Premio della Giuria; Premio Palm Dog per il miglior cane (Roxy Miéville) / National Society of Film Critics Awards, USA 2015: premio NSFC per il miglior film Nello spirito di ricerca di legami e collaborazione con le realtà culturali cinematografiche di Verona, come abbiamo sottolineato nellʼeditoriale di apertura del numero 2 del notiziario, ci è parso naturale aprirci anche al mondo dellʼUniversità. Il prof. Alberto Scandola, docente di Storia e critica del cinema, ha presentato ai suoi studenti in questʼanno accademico un corso monografico su Godard e ha proposto a noi di programmare lʼultima opera del cineasta francese, Adieu au langage, mai arrivata a Verona nonostante la vittoria del prestigioso Premio della Giuria a Cannes 2014. Si tratta di unʼopera provocatoria, come è nello stile dellʼautore, ed anche discussa: capolavoro assoluto per gli esegeti di Godard, assai meno interessante per unʼaltra parte della critica, che ha portato ad una sorta di sospensione di giudizio sul film. Il professor Scandola si è reso gentilmente disponibile ad introdurre la visione del film, fornendo una sorta di guida allʼopera. Godard ha concepito questo suo ultimo lavoro in una fiammeggiante versione in 3D, e a questa si riferiscono le critiche riportate. Ma le attrezzature tecniche della sala che ospita le proiezioni del Circolo del Cinema permettono soltanto la versione in 2D, comunque ufficiale. Nonostante queste limitazioni, lʼoccasione di collaborare con lʼUniversità ci ha spinto a coinvolgere i Soci in quello che riteniamo possa essere comunque considerato un piccolo evento. A 83 anni Jean-Luc Godard manda in sua vece a Cannes un oggetto filmico non identificato, un Ufo che atterra tra i mortali seduti in abiti di gala tra i velluti rossi del Palais, mentre lui resta a casa a ribadire al telefono che il Festival è un congresso di dentisti, come da anni ripete, e se i cronisti gli chiedono se non voglia mandare un messaggio a Tarantino, suo adoratore, risponde così a France Inter (un sito del gruppo Radio France, ndr.): «Quentin Tarantino non m'interessa, in altri tempi l'avrei detestato, ora lo lascio perdere. È uno da poco, un povero ragazzo». Questo per dire che Godard, superstite nobile e geniale di un secolo estinto, si trova nel punto della vita in cui può permettersi ogni cosa. Anche di acconsentire che sia proiettato al Festival, in concorso, un oggetto cinematografico a metà strada tra la sperimentazione di un adolescente in garage e il soliloquio di un vecchio in panchina ai giardinetti. Adieu au langage (Addio al linguaggio) è una performance più adatta a un'installazione della Biennale di Venezia o alla saletta video del Centre Pompidou che a un Festival; è una "cosa che parla di cinema" che resterà negli archivi, certo non avrà vita nelle sale (figuriamoci nei multisala) e non è francamente paragonabile a nessuno dei film in concorso non essendo propriamente neppure un film. Fuori categoria, un altro passo, un altro mondo. Onore al merito a un ottuagenario che in disprezzo di ogni regola e attesa passa due anni a sperimentare l'uso del 3D - tutti con gli occhialetti, i mortali in abito da sera in sala - e somministra loro un'ora e dieci di detriti del Novecento: uno tsunami di immagini, un'alluvione che torna indietro da un secolo appena concluso e allaga la sala. La trama non esiste. C'è la storia d'amore incomprensibile tra una donna sposata e un uomo libero, sono sempre nudi, sono quasi sempre inquadrati senza testa; solo i busti, i sessi, le natiche. C'è un cane, Roxy, vero protagonista della non-storia. Ci sono canti rivoluzionari italiani degli anni ’70 e assolo di violoncello, colori al neon e fotogrammi che si bloccano, voci fuori campo fuori sintonia, un banchetto di libri e una specie di Checkpoint Charlie e aguzzini che giustiziano a colpi di pistola cadaveri di cui si vede solo il sangue, una babele di citazioni aforismi frammenti che possono essere passi sconosciuti degli autori dei libri esibiti - Cioran, Ezra Pound, Solgenitsyn - ma anche frasi della vicina casa, chissà. Due capitoli si susseguono, la Natura e la Metafora, annunciati da cartelli. Molto spesso i protagonisti defecano, sia il cane che l'uomo della storia d'amore, in questo caso seduto sul wc. Dice, l'uomo: «L'uguaglianza è qui, nel gesto di defecare». La donna gli risponde: «fai in fretta, però». Lui allora osserva: «Potremmo fare un figlio». Lei risponde: «Non ancora, possiamo però avere un cane». Rientra in scena Roxy, il cane, ed è un trionfo di immagini autunnali e boschive, «la vita è una foresta», ecco il pube della donna in primo piano e subito dopo una vera foresta. Poi bombe, morti, elicotteri, esplosioni. Chiude il pianto di un bambino. «La specie umana passa per la metafora e finisce nell'abominio», annota il Genio negli appunti di regia. Il popolo dei suoi adepti grida al miracolo: un capolavoro, quasi piangono. Notevole che a produrre l'opera e a distribuirla laddove si volesse eventualmente proiettare sia Vincent Maravat, della Wild Brunch, la stessa casa che ha messo in circolazione lo scandaloso Abel Ferrara su DSK. (Concita De Gregorio, da "La Repubblica", 22 maggio 2014) 6

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«Una donna sposata e un uomo libero s'incontrano. Si amano, litigano, piovono i colpi. Un cane vaga tra città e campagna. Le stagioni passano. L'uomo e la donna si ritrovano. Il cane si ritrova tra loro. L'altro è nell'uno. L'uno è nell'altro. E sono tre persone. L'ex marito fa esplodere tutto. Un secondo film comincia. Uguale al primo. Eppure diverso. Dalla specie umana si passa alla metafora. Finirà con l'abbaiare di un cane. E con le urla di un neonato». Questa è la sinossi di Adieu au langage secondo Jean-Luc Godard. Uno che da sempre cerca l'aporia e il paradosso nello sguardo, per produrre un senso fuor di pregiudizio. Un cinema "non di quel che si vede, né di quel che non si vede. Ma del fatto che non si vede", citando le impressioni di Claude Monet. E allora Adieu au langage è composto da due capitoli, che si presentano due volte, un film sul numéro deux, ma per andare oltre alla dittatura della dialettica. Oltre la dicotomia tra "vivere e raccontare", tra natura e metafora, oltre il film sulla coppia, su un uomo e una donna, perché al cinema è sempre bastato un boy meets girl per esistere come racconto. Così in questo film che s'apre su pollici che esplorano gli smartphone, sul tatto usato per guardare in un mondo ridotto a immagine, in questo home movie, in 3D, in questo ennesimo atto di guerrilla per e contro l'audiovisione, c'è un uomo che muore, lentamente, per tutta la durata del film, e c'è una donna che è lì, continua a ribadire, per dirgli no. «Una donna non può fare del male. Può ferirti, può ucciderti, ed è tutto», perché tra gli sfregi al linguaggio c'è anche la parodia, il simbolismo fossile e risibile di un linguaggio patriarcale, maschile, che s'appropria della natura, che è donna, irrazionale femminino. Un uomo e una donna, un Kammerspiel ridicolo tra linguaggio (che in Godard, da sempre, è in agonia) e natura. L'addio al linguaggio è così il dramma da camera di un incontro che si nega e si deride, la cronaca di uno scollamento, l'elegia della divisione. Due immagini, una sopra l'altra, perché è così che funziona la stereoscopia. Due immagini che si separano, che sono una contro l'altra, in un 3D che non le fonde in una sola, immergendo lo spettatore in un sogno, in un sonno ideologico, ma sceglie al contrario il risveglio irritando lo sguardo, cercando esasperatamente la separazione, il sovrapporsi strabico degli occhi, preferendo la confusione alla fusione, come SSHTOORRTY di Michael Snow o i lavori di sghemba stereoscopia di Ken Jacobs. E così, scratchando citazioni letterarie come un colto dj cialtrone, sbalzando lo spazio sonoro come un terrorista con aggressioni uditive costantemente controsenso, ricorrendo a un digitale che sa essere deforme e pittorico, con immagini monche e non irretate, attenta sistematicamente alla nostra audiovisione, cerca i buchi neri, facendoci esperire, con tutti questi frammenti che si negano e rincorrono, la fallace logica della separazione con cui governiamo, percepiamo ed esistiamo nel mondo, un codice binario, una dicotomia, un'immagine, una copia, una riflessione dopo l'altra. Non dimentichiamolo: Adieu au langage è l'inno allo sguardo di un cane, privo di pretese. Un esercizio per l'occhio, e per il pensiero, contro quel che separa ciò che è continuo. Un film contro il numero due. (Giulio Sangiorgio, da "Film Tv", 23 novembre 2014) Cinefilo? Sicuramente cinofilo, con un cane per guida. In 3D per fare spettacolo o per accecare gli spettatori? La seconda: almeno in una sequenza (un'inedita dissolvenza incrociata stereoscopica), tocca tenere un occhio aperto e l'altro chiuso, se no si va ai pazzi. Un capolavoro o una cagata pazzesca? Entrambi. Le frontiere del cinema - è ancora cinema, sicuri? - vengono spostate più in là, ma la celebre recensione fantozziana alla Corazzata Potëmkin qui trova un concreto appiglio: «Io parlo di eguaglianza, tu parli sempre di merda», dice una donna all'uomo sulla tazza. Il sonoro è inconfondibile: sì, sta cagando. "Bullshit!", spara a zero un'americana uscendo dal Grand Théatre Lumière, ma "pazzesco, amazing, chefd'oeuvre" trovano altrettanta voce: Mesdames et Messieurs, è Jean-Luc Godard, assente fisicamente dalla Croisette, ma in lizza per la Palma con il suo nuovo film, Adieu au langage. Code bibliche fuori, standing ovation in sala, 70 minuti di durata e la musica, apertura e chiusura, che parla italiano: «Il potere agli operai! No alla scuola del padrone! Sempre uniti vinceremo, viva la rivoluzione!» Già, canta Lotta Continua, esplicitamente citata; JLG(ri)va alla rivoluzione, con gli occhialini 3D e un film - un film? che mette insieme Google e Solgenitsyn, Hitler (Macchiavelli, Richelieu e Bismarck) e «la predisposizione al totalitarismo della democrazia moderna», le nanotecnologie e il terrorismo, chiedendosi, tra mille altre cose, se «è possibile produrre un concetto d'Africa?». Godard frulla vecchi film (il Mabuse di Lang, e non solo), il lago di Ginevra, «Una gioiosa meditazione sul mondo e sulle immagini» (Variety) una coppia, IL CANE, divide tra 1 La Natura e 2 La Metafora, esplode colpi di pistola, stressa in anamorfosi il 3D, riflette se la società possa accettare l'omicidio per combattere la disoccupazione, interroga sulla differenza tra un'idea e la metafora. Sono passati appena 20 minuti e non si capisce se il "film" è nuovo di suo o semplicemente ti ha fatto invecchiare, ma JLG ha una risposta buona per tutto: «L'esperienza interiore oggi è proibita nella società e in particolare nello spettacolo», indi, becchiamoci il suo stream of consciousness, da rendere cinéma de papa - quello tanto vituperato dalla sua Nouvelle Vague - Michael Snow, Baruchello e Grifi. Figuriamoci, ma lui ne é sicuro: «Oggi tutto il mondo ha paura» e, nel caso, questo Adieu non aiuta. Potresti vederlo cento volte e non capirlo uguale: forse perché non c'è nulla da capire? Non esageriamo, la sinossi la serve lo stesso regista e, se è difficile ritrovarla compitamente sullo schermo, nondimeno è la più fascinosa di Cannes 67: si conclude, «dalla razza umana passiamo alla metafora, e si finisce tra abbai e pianti di un bambino». In mezzo, il bagno è occupato, la donna insorge: «Non possiamo chiamarla uguaglianza», ma l'uomo cita Il Pensatore di Rodin, noto cacadubbi, e, sì, continua a cagare. Adieu o Ah Dieux? JLG serve entrambi, sfodera la dichiarazione universale del buon animale e afferma che gli uomini sono ciechi: la coscienza non ci permette di guardare in mondo. Tutto il resto è linguaggio, s'intende, selezione e combinazione di Monsieur JLG: il faccia a faccia ha inventato il nostro linguaggio, asserisce, ma il faccia a faccia con qualche spettatore di Adieu potrebbe essergli fatale. Meglio rimanere a Ginevra, e chiedere al cinema se le più grandi invenzioni siano lo zero e l'infinito o piuttosto il sesso e la morte. Il nostro blocchetto di appunti ne ha ancora di pagine, da «Mi piacerebbe chiamare proletario il re delle cose» a «Parole, non voglio sentirne parlare», da «non c'è nudità nella natura» a Mary Shelley, ma tanto è inutile: «Bambini? Non sono sicura. Un cane, sì!» Ecco, Adieu au langage è un film da cani: per Godard, ne siamo certi, un complimento. (Federico Pontiggia, da "Il Fatto Quotidiano", 22 maggio 2014) JEAN-LUC GODARD Nato a Parigi il 3 dicembre 1930, sfugge agli orrori della guerra passando l’adolescenza in Svizzera. Torna a Parigi nel 1948, per frequentare il liceo e studiare alla Sorbonne. Durante gli anni dell’università, inizia a frequentare i cineclub del Quartiere Latino e lì conosce François Truffaut, Jacques Rivette e Erich Rohmer. Nel 1950, fonda insieme a Rivette e Rohmer la “Gazette du cinéma”, dove Godard scrive recensioni. Nel 1952, inizia a collaborare come critico e saggista con i “Cahiers du cinéma” e nel frattempo realizza alcuni cortometraggi. È uno dei padri della Nouvelle Vague, l’onda nuova formata dai giovani cineasti francesi che negli anni Sessanta si oppongono al cinema tradizionale. Il suo film d’esordio, Fino all’ultimo respiro (Orso d’Oro per la regia al Festival di Berlino), è considerato il manifesto del movimento. Autore prolifico, creativo e trasgressivo, rivolto alla sperimentazione anche con l’utilizzo di tecnologie elettroniche, ha all’attivo decine di opere, a partire dai titoli di inizio carriera, come Le petit soldat (1960), La donna è donna (1961), Questa è la mia vita (1962), Il disprezzo (1963), Il bandito delle undici (1965), Due o tre cose che so di lei (1966), La cinese (1967), La gaia scienza (1968), Amore e rabbia (1969), Crepa padrone, tutto va bene (1972). Ottiene il Leone d’Oro per il miglior film con Prénom Carmen (1983). Seguono, per citarne alcuni altri, Je vous salue, Marie (1985), King Lear (1987), Nouvelle Vague (1990), Éloge de l’amour (2001), Film socialisme (2010), Addio al linguaggio (2014). Ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera nell’82, il Pardo d’onore nel 1995 e l’Oscar alla carriera nel 2010. 7

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11 FILM ° 16 PREMI, TRA CUI: GIOVEDÌ, 17 DICEMBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CONDOTTA (BAI RI YAN HUO) REGIA: ERNESTO DARANAS (CUBA, 2014) - DURATA: 108ʼ SCENEGGIATURA: Ernesto Daranas / FOTOGRAFIA: Alejandro Pérez / MONTAGGIO: Pedro Suárez / MUSICA: Juan Carlos Herrera / ATTORI: Alina Rodríguez, Miriel Cejas, Yuliet Cruz, Amaly Junco, Silvia Águila, Aramis Delgado, Armando Valdés Freire / PRODUZIONE: RTV Comercial, ICAIC Bogota Film Festival 2014: Golden Precolumbian Circle per miglior film e UNICEF Award per miglior film sui bambini / Havana Film Festival 2014: Miglior attore (Armando Valdes Freire); First Prize Grand Coral per il miglior film / Huelva Latin American Film Festival 2014: Miglior regia / Lleida Latin-American Film Festival 2015: Premio del pubblico e premio per la miglior attrice (Alina Rodríguez) / Portland International Film Festival 2015: Premio del pubblico prostituzione e il suo sfruttamento come modo per sopravvivere nella Cuba attuale. Mica male come trasgressione. Adesso fa un passo avanti. Conducta si avvicina ai problemi dei giovani che crescono in una società che garantisce un sistema scolastico gratuito ma inefficiente. Il film narra la storia di un "ragazzo problematico" e di una vecchia maestra - interpretata da Alina Rodríguez - che crede nella sua professione e la difende come una missione. Sono molti i momenti interessanti e marcatamente politici della pellicola. A un certo punto la maestra afferma: «chi dirige il paese è da troppo tempo al potere». Nessuno ha censurato il passaggio. Reporter indipendenti sostengono che il pubblico in sala applaude non appena termina la battuta. Non è importante stabilire se sia vero, forse si tratta solo di leggende metropolitane, visto il coraggio dei cubani residenti sull'Isola, la cosa importante è la libera circolazione di un film neppure troppo velatamente contestatario. Daranas inserisce persino la figura di un prigioniero politico, ed è la prima volta in un film cubano prodotto da ICAIC (ente pubblico per eccellenza che sorveglia e promuove la cultura), quando la maestra dice che il padre di uno dei suoi ragazzi è "prigioniero per problemi politici". Il padre del ragazzo compare in un momento successivo del film, ma quel che è importante non è mai demonizzato come un controrivoluzionario. Daranas affronta il tema dell'apartheid legalizzata all'Avana, dove i cubani nati a Oriente sono relegati nei quartieri più poveri e marginali della capitale. Il regista analizza con dovizia di particolari la dura realtà della sopravvivenza nei quartieri poveri dell'Avana, ma anche l'incapacità di chi governa nel trovare soluzioni efficaci a certi problemi esistenziali. Gli interpreti del film - a parte la maestra - sono ragazzi presi dalla strada, privi di esperienze cinematografiche, che interpretano loro stessi, all'interno della realtà sociale che vivono. Un esperimento neorealista, per non dire pasoliniano. Tra gli attori professionisti ricordiamo: Alina Rodríguez, Yuliet Cruz, Silvia Águila e Aramis Delgado. Ci dicono amici blogger e corrispondenti indipendenti che le file di pubblico in attesa di vedere il film sono interminabili. Daranas sta riscuotendo un grande successo e - soprattutto - nessuno si è sognato di censurare la pellicola, come spesso accadeva in Italia negli anni Settanta in presenza di lavori giudicati troppo estremi. La novità importante, a mio modesto avviso, non è tanto l'interesse della popolazione avanera nei confronti di un cinema politico e di protesta, quanto la permissività di un governo che pare assumere contorni sempre meno dittatoriali. (dal sito di Gordiano Lupi - uno scrittore fra l’Italia e Cuba, 28 febbraio 2014) La trentaseiesima edizione del Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano de L’Avana si è conclusa con l’assegnazione del premio Coral a un film cubano non solo per la produzione ma anche i per contenuti e lo sviluppo narrativo. Conducta (2014) è diretto dal cinquantatreenne Ernesto Daranas con particolare attenzione ed interesse nei riguardi dei toni del melodramma. Il cast comprende attori di rilievo, quali Alina Rodríguez, Amaly Junco, Miriel Cejas e Yuliet Cruz, con la piacevole sorpresa del giovanissimo Armando Valdés Freire, a cui è stato assegnato il Coral per il migliore attore protagonista maschile. Il soggetto viene svolto coi tempi di una raffinata telenovela dove ogni situazione viene raccontata con la ricerca della lacrima e dove ogni elemento deve lasciare scosso emotivamente il pubblico. Non si fa mancare nulla, cominciando dal ragazzo senza padre e con madre tossicodipendente per poi proseguire con combattimenti clandestini e violentissimi di cani, la maestra saggia che ha rinunciato ad andare in pensione per seguire i suoi alunni, la ragazzina che è a L’Avana col padre e senza permesso che dovrà andare via da scuola, insegnanti senza cuore, poliziotti che non son da meno dei docenti. Ben girato, gradevolmente interpretato, è stato scelto da una giuria che comprendeva unicamente registi e attori latino-americani. (Furio Fossati, Festival dell’Avana, da “CineCriticaWeb”, dicembre 2014) Non accetto più articoli impostati su luoghi comuni, della serie "A Cuba non sta cambiando niente", "Tutto va avanti come prima". Forse non sta cambiando il cubano medio (ma l'italiano medio non è migliore), interessato soltanto al benessere materiale e non curante della libertà, ma il mondo culturale cubano è in fermento e approfitta di inediti spazi di libertà. Prendiamo il cinema. Da martedì scorso il cinema Chaplin dell'Avana - il più importante, non una sala di terza visione, né un cinema provinciale - proietta Conducta, ultimo lavoro del regista cubano Ernesto Daranas. Non solo, il film è uscito anche nella programmazione dell'altrettanto centrale e conosciuto cinema Yara (il vecchio Radiocentro che Cabrera Infante cita nel suo romanzo La ninfa incostante). Daranas l'abbiamo apprezzato nella sua pellicola d'esordio - purtroppo inedita in Italia, ma visibile in rete per chi mastica un po' di spagnolo - con una notevole opera prima: Los dioses rotos. Si tratta di un film che racconta la 8 ERNESTO DARANAS Nato a L’Avana il 7 dicembre del 1961, l’autore e regista si è laureato in geografia e pedagogia. Iniziò la sua carriera scrivendo opere teatrali, racconti e drammi per programmi radiofonici. Oggi lavora come sceneggiatore per la televisione e insegna presso la scuola di cinema a L'Avana. Nel 2004 ha elaborato, scritto e codiretto assieme a Natasha Vázquez il documentario Los últimos gaiteiros de la Habana che ha vinto l’importante Premio Internacional de Periodismo Rey de España. È conosciuto inoltre per il telefilm ¿La vida en rosa? (2004) e i lungometraggi Los dioses rotos (2008) e Conducta (2014).

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12 FILM ° GIOVEDÌ, 7 GENNAIO 2016, CINEMA K2 ATTENZIONE!!! CAMBIO ORARIO: ORE 16 / 18.45 / 21.30 LEVIATHAN REGIA: ANDREJ ZVYAGINTSEV (RUSSIA, 2014) DURATA 140ʼ - VOTATO DAI SOCI SCENEGGIATURA: Oleg Negin, Andrej Zvyagintsev / FOTOGRAFIA: Mikhail Krichman / MONTAGGIO: Anna Mass / MUSICA: Philip Glass / COSTUMI: Anna Bartoli / EFFETTI SPECIALI: Sergej Ryabtsev / ATTORI: Aleksej Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovitchenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova, Aleksej Rozin, Sergej Pokhodaev / PRODUZIONE: Aleksandr Rodnyansky, Sergej Melkumov 25 PREMI, TRA CUI: Festival di Cannes 2014: Miglior sceneggiatura / Golden Globes 2015: Miglior film straniero / Amanda Awards 2015 (Norvegia): Miglior film straniero / Russian Guild of Film Critics 2015: 6 White Elephant / Haifa Int. Film Festival 2014: Fedeora Award-Filmmakers of Tomorrow e che la frase finale del pope («Dio non è nella forza ma nella verita» ̀ , citazione di Aleksandr Nevskij) suggella con la sua stridente falsita. ̀ Tutto questo, Zvyagintsev ce lo mostra con una eleganza raffreddata e scarna, a volte impreziosita da una citazione pittorica (alcune scene ricordano gli interni di Edward Hopper) a volte dilatata dentro spazi che assumono un significato quasi metafisico, per raccontarci una Russia condannata da una parte alla corruzione e dall'altra all'impotenza. (Paolo Mereghetti, da “Corriere della Sera”, 5 maggio 2015) Foriero di suggestioni biblico/filosofiche, il titolo Leviathan è quanto mai giustificato, eppure se mettiamo un attimo da parte il suo impegnativo carico simbolico, vediamo che il nucleo del nuovo film, il quarto, di Andrej Zvyagintsev è quello naturalistico di un dramma sociale avvitato a un triangolo sentimentale dagli esiti fatali. (...) Scritto da Zvyagintsev e Oleg Negin (premiati a Cannes per la migliore sceneggiatura), il racconto si dipana con tempi ben calibrati assurgendo a livelli via via sempre più visionari; la musica di Philip Glass introduce metafisiche atmosfere, la fotografia di Mikhail Krichman è di evocativa bellezza, dei personaggi interpretati da attori eccellenti si apprezza il nitido spessore letterario: il dostoevskijano Aleksej Serebryakov, la cechoviana Elena Lyadova e lo scellerato Roman Madyanov che chissà quanto sarebbe stato apprezzato dal nostro Franco Rosi. (A. Levantesi Kezich, da “La Stampa”, 7 maggio 2015) Il film di Zvyagintsev è rigoroso, visivamente molto bello ed evocativo, tra relitti di barche e balene che nuotano o sono rimaste spiaggiate, resti di un mondo che non c'è più e segni di un'oppressione che resiste ai cambiamenti politici. Leviathan appartiene a un filone abbastanza consolidato del recente cinema russo di denunciare la protervia e la corruzione dei politici che fanno riferimento al presidente russo. Leviathan, mitico fin dal titolo, si eleva rispetto alla già buona media per la forza delle immagini, la costruzione narrativa precisa e una caratterizzazione precisa e non banale dei personaggi. (Nicola Falcinella, da “L’Eco di Bergamo”, 15 maggio 2015) Identificato con “il re di tutte le bestie più superbe” (nel libro biblico di Giobbe), il Leviatano è diventato da allora un'allegoria del potere privo di controllo o, come nel trattato secentesco di Hobbes, di un'entità sopraindividuale che annulla le libertà dei singoli per poter governare, offrendo pace in cambio di obbedienza e sudditanza. Più in generale, e ai nostri giorni, la mostruosa immagine biblica continua a funzionare come metafora di un potere tanto sfuggente quanto opprimente, ora prigione creata dai propri vizi (come nel romanzo omonimo di Julien Green) ora mostro marino capace di inghiottire navi intere (come nel videogioco “Final Fantasy”). In ogni caso, un'entità da cui sembra impossibile difendersi. Ed è proprio in questa accezione che il regista siberiano Andrej Zvyagintsev l'ha scelto come titolo per il suo quarto lungometraggio, premiato per la miglior sceneggiatura (che ha scritto con Oleg Negin) al festival di Cannes dell'anno scorso. Nel film, il Leviatano sembra avere la forma di un gigantesco scheletro marino - forse un capodoglio, come lo immaginava Melville nel suo “Moby Dick”, o forse solo un mostro tout court - che appare e scompare con la marea e su cui il protagonista Kolia (Aleksej Serebryakov) si ferma a pensare al proprio destino. Fuor di metafora, invece, ha le forme concretissime del Potere che oggi sembra aver stretto un nuovo patto nella Russia post sovietica. Con le facce a volte sorridenti a volte minacciose della Politica, della Giustizia, della Polizia e della Chiesa. (...) Ispirato a un fatto di cronaca - nel Colorado, un uomo aveva cercato di opporsi a chi voleva comprare il suo terreno per costruire una fabbrica, finendo nel più tragico dei modi - il film di Zvyagintsev diventa ben presto una trasparente metafora della corruzione e del malaffare che domina oggi in Russia, dove sembra esistere solo la legge del più forte e del meno ricattabile. Senza che nessuno alla fin fine se ne scandalizzi più di tanto, come mostra la scena del pic-nic in cui Kolia e i propri amici usano i ritratti dei padri della patria (da Stalin a Kruscev, da Breznev a Gorbaciov) come bersagli per i loro fucili. E senza intravvedere alcuna possibilità di evoluzione, vista la netta separazione, fisica e morale, che esiste tra la città di chi lavora e abita in povere case di legno e la città di chi comanda, tutta arroccata in casermoni anonimi cresciuti intorno alla statua di Lenin. Senza però che questa divisione porti con sé anche una qualche manichea differenza tra “buoni e cattivi”. Se sindaco, giudice e pope sono l'espressione concreta del Leviatano, Kolia non è certo rappresentato come esente da colpe o difetti, che abbondanti bevute di vodka contribuiscono a far venire a galla. Accentuando una generale sensazione di immutabilità e di rassegnazione che finisce per coinvolgere ogni cosa, istituzioni e burocrati, amici e nemici ANDREJ ZVYAGINTSEV Nato il 6 febbraio 1964 a Novosibirsk, ha completato il corso di recitazione al Gitis, l’Università Russa di Arti Teatrali, la più antica e grande scuola di teatro in Russia. Ha lavorato come attore per spettacoli di teatro indipendente e interpretato piccoli ruoli in varie serie televisive e al cinema. Nel 2000 ha debuttato come regista per il cinema, realizzando tre brevi film per Ren Tv Channel, parte del progetto The Black Roomcycle: Bushido, Obscure, Choice. Nel 2003 ha girato il suo primo lungometraggio Il ritorno, che ha vinto il Leone d’Oro come Miglior film e il premio Leone del futuro come miglior opera prima al Festival di Venezia. Il film era un debutto non solo per il regista ma anche per la maggior parte della troupe. Il film successivo, The Banishment, ricevette nel 2007 al Festival di Cannes il premio per la migliore interpretazione maschile assegnato a Konstantin Lavronenko. Nel 2011, sempre a Cannes, Elena,il suo terzo film, ha vinto il premio speciale della Giuria nella sezione Un Certain Regard. 9

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13 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 14 GENNAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 UNA NUOVA AMICA (UNE NOUVELLE AMIE) REGIA: FRANÇOIS OZON (FRANCIA, 2014) - DURATA: 107ʼ - VOTATO DAI SOCI SCENEGGIATURA: François Ozon / FOTOGRAFIA: Pascal Marti / MONTAGGIO: Laure Gardette / MUSICA: Philippe Rombi / SCENE: Pascal Leguellec / ATTORI: Romain Duris, Anaïs Demoustier, Raphaël Personnaz, Isild Le Besco, Aurore Clément, Jean-Claude Bolle Reddat / PRODUZIONE: Eric & Nicolas Altmayer San Sebastián International Film Festival 2014 : Premio per il miglior film ha sempre mantenuto il segreto. Invece la nostra fanciulla all'inizio si scopre turbata, poi attratta. Spumeggiante commedia di François Ozon che una volta di più, forse meglio del solito, riflette sui (labili) confini dell'identità sessuale, trattenuti dai lacciuoli di convenzioni sociali che un tempo si sarebbero definite “borghesi”. Guardando l'atrio della casa di Duris, osservandolo camminare con i tacchi a spillo, il più cinefilo degli spettatori potrebbe abbandonarsi (con gusto) alla ronde dei riferimenti: Hitchcock, Ophüls, e molto Billy Wilder, con una spruzzatina di Almodóvar. Ma non si pensi che Una nuova amica sia un semplice divertissement, perché Ozon, con leggerezza sofisticata e intelligenza, racconta la confusione non del protagonista maschile, che sta invece benissimo così, ma della ragazza, creando un cortocircuito interessante. Immaginiamo l'adesione emotiva del regista al personaggio di Duris, ma è facile (e decisamente voluto) che lo spettatore si identifichi con Demoustier, così che sia nostro il suo (persino, se vogliamo, benefico) turbamento. Tra i migliori Ozon di sempre, in ogni caso. (M.G., da “FilmTV”, 22 marzo 2015) (...) Une nouvelle amie è dunque un film sull’emancipazione e sull’identità in cui, se c’è una provocazione, sta nei toni delicati e non violenti con i quali affronta il nodo centrale. È un film di false piste e di personaggi doppi (tutti: divisi tra essere e apparire) in cui l’attenzione non si concentra sulla questione del travestirsi, ma sulle sue conseguenze. Il modo in cui il regista costruisce una narrazione coinvolgente senza lasciarsi sopraffare dalla complessa congerie di motivi, gestisce l’intricata materia, le sue implicazioni, i livelli di lettura molteplici, lo conferma un virtuoso della manipolazione, regnante supremo della difficile pratica di un cinema formalmente inappuntabile (anche manierato) quanto sostanzialmente controverso, in cui, preso un mondo, lo si modifica con pennellate nere e rosa, a colpi di dramma e commedia, elusione ed esplicitazione. Una nota finale per Romain Duris, attore da sempre discontinuo, e qui alla migliore interpretazione della sua carriera. (Luca Pacilio, da “Gli Spietati”, 7 aprile 2015) Da un racconto breve della londinese Ruth Rendell, scrittrice di gialli e di thriller psicologici, cambiandone l'atmosfera e il finale, il regista francese François Ozon (Sotto la sabbia, Gocce d'acqua su pietre roventi, Otto donne e un mistero, Cinque Per Due - Frammenti di una vita amorosa, Potiche - La bella statuina) ha elaborato il soggetto e la sceneggiatura di Una nuova amica, suo quindicesimo lungometraggio. Vi narra di Claire (Anaïs Demoustier) e di Laura (Isild Le Besco), amiche inseparabili sin dalla fanciullezza: insieme hanno vissuto i momenti, le svolte importanti della vita. I loro giorni sereni sono turbati, confinati nel passato, dalla malattia di Laura, al cui aggravarsi Claire le promette che avrebbe preso cura di suo marito David (Romain Duris) e della piccola Lucie. (...) La scoperta intrigante della doppia personalità di David apre a un nuovo rapporto, a una nuova stagione della vita di Claire: giovane donna silenziosa e di sottile fascino, reclusasi in una vita ordinaria, si vede costretta a riflettere sul suo passato, sul rapporto con l'amica, su turbe sentimentali complesse, su sconosciute pulsioni, che la portano lentamente ad avvedersi della sua femminilità. Dopo un inizio che trova corrispondenza nel finale, François Ozon svolge in Une nouvelle amie una trama dalla struttura piuttosto equilibrata, in bilico tra commedia e melodramma, un racconto notevole sia per l’eccezionale bravura degli attori, sia per la discrezione e l'elegante garbo con cui egli ha affrontato, anche se piuttosto superficialmente, temi di stretta attualità dalle potenziali implicazioni drammatiche: l'identità sessuale e i suoi incerti confini, la mutevolezza e l'incostanza del desiderio, la permanenza della famiglia tradizionale sono argomenti accennati o avvicinati in una serie di situazioni e di scene (alcune notevoli, realizzate con maturata professionalità), caratterizzate da venature umoristiche e comiche intelligenti, mai sopra le righe. (Achille Frezzato, da “L’Eco di Bergamo”, 22 marzo 2015) Anaïs Demoustier, mogliettina devota e un po' dimessa di Raphaël Personnaz, scopre che Romain Duris, il marito della migliore amica morta all'improvviso, vive la propria (etero)sessualità en travesti. Si traveste molto elegantemente da donna come Ed Wood; la consorte sapeva ma 10 François Ozon Nato a Parigi nel 1967, si laurea in cinematografia e frequenta la prestigiosa scuola di cinema FEMIS. Gira dei cortometraggi e nel 1995 dirige un documentario su Lionel Jospin, premiato con il Leopard de demain. Nel 1996 conquista applausi e riconoscimenti a Locarno per Summer Dress, pellicola provocatoria sulla sessualità degli adolescenti. Dopo Gocce d'acqua su pietre roventi (1999), tratto dall’opera teatrale “Tropfen auf heisse Steine” di R.W. Fassbinder, nel 2000 Ozon realizza il sottilmente inquietante Sotto la sabbia, mentre nel 2002 mette insieme un cast tutto al femminile per il suo fortunato 8 donne e un mistero. Nel 2003 Swimming Pool è in concorso a Cannes; seguono CinquePerDue (2004), Le Temps qui Reste (2005), Angel - La vita, il romanzo (2007, in lingua inglese), Ricky Una storia d’amore e libertà (2009), Il rifugio (2009, Premio della giuria a San Sebastián), Potiche - La bella statuina (2010), Nella casa (2012), Giovane e bella (2013), Una nuova amica (2014).

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14 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 21 GENNAIO 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 FIGLIO DI NESSUNO (NIČIJE DETE) - OPERA PRIMA REGIA: VUK RŠUMOVIĆ (SERBIA/CROAZIA, 2014) - DURATA: 95ʼ SCENEGGIATURA: Vuk Ršumović / FOTOGRAFIA: Damjan Radovanović / MONTAGGIO: Mirko Bojović / MUSICA: Jura Ferina, Pavao Miholjević / ATTORI: Denis Murić, Miloš Timotijević, Pavle Čemerikić, Isidora Janković, Igor Borojević / PRODUZIONE: Art&Popcorn / BaBoon Production Mostra di Venezia 2014 - 29. SIC: Premio del Pubblico RaroVideo; Premio Fedeora per la miglior sceneggiatura; Premio Fipresci / Abu Dhabi Film Festival 2014: Menzione Speciale per l’interpretazione di Denis Murić / Cairo International Film Festival 2014: Premio Cairo Film Critics' Week per il miglior film / Zagreb Film Festival 2014: Premio del Pubblico per il miglior film / FEST International Film Festival 2015: Miglior film; Miglior attore (Denis Murić); Premio Fipresci; Premio Nebojsa Djukelic Foundation / Palm Springs International Film Festival 2015: Premio della giuria lupo si trasforma in uomo conosce anche sentimenti e dolori ignoti alla sua esperienza animale. Tutto precipita quando, in seguito allo scoppio della guerra nei Balcani, nel 1992, il ragazzo, a causa del nome assegnatogli, è rispedito in Bosnia, dove viene armato di fucile e mandato a combattere. Di fronte a una materia così incandescente, la scelta registica del 40enne regista di Belgrado, al suo esordio, è stata quella di puntare su una messa in scena fredda e raggelata per non cedere ad alcun ricatto sentimentale. Tutto è raccontato con una tensione crescente che esplode in un epilogo forte e imprevedibile, simbolo di un incontenibile dolore metafisico, perché la vera barbarie il protagonista la vive sulla propria pelle di civilizzato. È implicito il confronto fra il percorso esistenziale di Pućke e le vicende politiche della Jugoslavia, tradita e disintegrata. (Franco Montini, da “Vivilcinema”, febbraio 2015) È tutto da scoprire questo film fantastico che viene dalla storia vera di un ragazzo selvaggio (alla Truffaut, senza scusanti del 1700) cresciuto tra i lupi e trovato nei boschi della Bosnia nell'88. Chiamato con nome musulmano che segnerà il suo destino, incapace di comportarsi “civilmente”, dorme e mangia per terra e grugnisce, è messo in un orfanotrofio dove subirà scherzi ma avrà prove di amicizia che lo fanno progredire, accendono la scintilla dell'intuizione, come Anna dei miracoli. Ma quando scoppia la guerra dei Balcani tornerà lupo, col fucile in mano. Emozionante sempre ma sconvolgente nel finale, il film del 40enne Vuk Ršumović è di commovente freddezza ma con lo sguardo critico e una pietas crudele per la sorte jugoslava. Negli occhi di Denis Murić si legge il bene e male della nostra civiltà, dall'ignoranza al dolore. (Maurizio Porro, da “Corriere della Sera”, 16 aprile 2015) Il ragazzo selvaggio dei Balcani: di fronte al convincente film di Vuk Ršumović, Premio del Pubblico alla Settimana della Critica veneziana 2014, è inevitabile pensare immediatamente al celebre film di Franco ̧ is Truffaut. Anche in questo caso, infatti, il protagonista della storia è un ragazzino cresciuto nei boschi in completo isolamento, miracolosamente sopravvissuto ai rigori della natura, incapace di parlare e di camminare eretto. Entrambi i film narrano due vicende incredibili, ma se II ragazzo selvaggio raccontava una storia vera di fine '700, Figlio di nessuno risulta ancora più scioccante perché ispirato a un fatto realmente accaduto nel cuore dell'Europa ai nostri giorni. Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, un gruppo di cacciatori si imbatte in un bambino cresciuto fra i lupi. Catturato e inviato in un orfanotrofio di Belgrado, il ragazzino, cui viene anagraficamente affibbiato il nome musulmano di Haris Purica, appare all'inizio reticente a ogni possibilità di recupero. Mantiene un comportamento aggressivo, non mostra alcuna volontà di socializzazione, si esprime con grugniti, rifiuta il letto e preferisce dormire per terra. Mentre gli altri ragazzi dell'orfanotrofio si divertono a perseguitarlo, Žika, altro ospite dell'istituto, cerca di avvicinarsi a Haris, che tutti chiamano Pućke, storpiando il cognome assegnatogli. Attraverso quel rapporto, poco alla volta, Pućke recupera la propria umanita, ̀ che per la prima volta si esprime non con una parola ma con un sorriso. Il film illustra il processo di inserimento di Pućke nel mondo civile in maniera didascalica ma senza essere mai banale. Pućke impara a parlare, a leggere, a scrivere ma nel momento in cui da A parte il comune fondamento su vicende realmente accadute e a parte la comune presenza di una figura pedagogico-protettiva, l'opera prima del serbo Vuk Ršumović Figlio di nessuno, presentato e premiato alla Settimana della Critica della Mostra veneziana 2014 come No one's child, discende molto più direttamente dall'esempio del Ragazzo selvaggio di Franco ̧ is Truffaut (1970) che non da L'enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog (1974), entrambi peraltro film circondati da un'aura speciale. (...) Gradualmente, ma nettamente, il film si distacca dai confronti con opere (anche se la sensibilità truffautiana resta) riferite a realtà e/o leggende del passato lontano, e dal loro sguardo pedagogico, filosofico, antropologico, perché la vicenda si intreccia, con mirabile fluidita, ̀ alla contemporaneità storica. La disintegrazione della Jugoslavia, le guerre, la divisione e la ferocia etnica. Di cui il piccolo Haris, fuggitivo e casualmente coinvolto, non ha ovviamente alcuna consapevolezza. Alcuni dettagli simbolici parlano al posto delle spiegazioni: le scarpe, quelle da ginnastica sostituite con gli anfibi, la comparsa delle armi e della reciprocità di odio tra persone che appena poco prima convivevano. Il senso, che passa appunto attraverso una rappresentazione quasi muta e tutta condivisa con il punto di vista selvaggio e innocente del protagonista, è quello di un percorso che al piccolo Haris ha tolto più che dato. Si è parlato di “purezza” per questo film e la definizione è calzante. La condivisione del punto di vista si esprime delicatamente nei tagli di inquadratura all'altezza, variabile nel corso della storia, dello sguardo di Haris, facendo propri tanto la sua diffidenza che i suoi incantamenti. L'interprete, che si chiama Denis Murić, fornisce una prova di grande intensita. ̀ (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 23 aprile 2015) VUK RŠUMOVIĆ Nato a Belgrado nel 1975, ha studiato scrittura per il cinema, teatro, televisione e radio alla Facoltà di Arti Drammatiche dell’Università di Belgrado. Ha studiato anche psicologia analitica. Ha scritto sceneggiature per documentari, serie televisive, animazioni e cortometraggi. Oltre al suo impegno nel cinema e per la televisione, collabora con i principali teatri serbi. Nel 2007 ha fondato la sua casa di produzione, BaBoon Production, con la quale ha prodotto diversi cortometraggi e documentari. Figlio di nessuno è il suo primo lungometraggio a soggetto. 11

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15 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 28 GENNAIO 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 STORIE DI UOMINI E CAVALLI (HROSS Í OSS) - OPERA PRIMA REGIA: BENEDIKT ERLINGSSON (ISLA, GER, NOR, 2013) - DURATA: 81ʼ SCENEGGIATURA: Benedikt Erlingsson / FOTOGRAFIA: Bergsteinn Björgúlfsson / MONTAGGIO: David Alexander Corno / MUSICHE: Davíð Þór Jónsson / ATTORI: Ingvar Eggert Sigurðsson, Charlotte Bøving, Johann Pall Oddson / PRODUZIONE: Friðrik Þór Friðriksson e Leiknar Myndir per Filmhuset Gruppen San Sebastián International Film Festival 2013: Kutxa Award per miglior nuovo regista / Les Arcs European Film Festival 2013: Gran premio della giuria; Premio per la miglior musica / Tokyo International Film Festival 2013: Miglior regia / Amiens International Film Festival 2013: Premio della città di Amiens / Miglior attrice (Charlotte Bøving) / Göteborg Film Festival 2014: Premio del pubblico per miglior film nordico; Premio Fipresci / Tromsø International Film Festival 2014: Premio del pubblico per miglior film / Vincitore nel 2014 di 7 Edda Awards (gli Oscar islandesi): Miglior film; Miglior regia; Miglior sceneggiatura; Miglior fotografia; Attore dell’anno (Ingvar E. Sigurðsson); Migliori effetti speciali / Nordic Council 2014: Miglior regia; Migliore produzione L'istrionico regista islandese Benedikt Erlingsson parla della sua fortunata opera prima, Storie di cavalli e di uomini, commedia noir sul rapporto tra uomo e cavallo. Il paesaggio è un elemento drammaturgico essenziale nel suo film. Che rapporto ha con la campagna? «Sono nato e cresciuto a Reykjavik, ma da ragazzino sono stato mandato a lavorare in campagna. La prima volta avevo 12 anni, ero piccolo e gracilino. Ho passato in campagna tre estati consecutive, lavorando sodo. La prima è stata un vero shock. Diciamo che questo film, per me, è come un processo di guarigione da quello shock». Ha fatto per molti anni l'attore. Come è passato alla regia? «Provengo da una famiglia di narratori e Dario Fo, con cui mia madre ha studiato a Parigi, è la mia fonte d'ispirazione. In Islanda c'è una forte tradizione orale e Fo si ricollega a quella tradizione. La sua energia nel raccontare le storie mi ha ispirato. C'è anche tutto un filone letterario islandese del 1200 che ci ha profondamente caratterizzati. Quando ho scritto la sceneggiatura, l'ho improntata alle dimensioni del racconto. Più che attore o regista, direi che sono un narratore come lo siamo tutti». Il film alterna momenti grotteschi ad altri più drammatici. A che genere ha guardato nello scegliere il tono del film? «Il tono non era consapevole, qualcuno ha parlato di humour nero, in inglese si chiama understatement: è il modo che noi islandesi abbiamo per rappresentare il nostro paese. Volevo raccontare più storie interconnesse fra loro, mantenendo un distacco dai personaggi. Non c'è immedesimazione, lo spettatore rimane distante per avere una visione d'insieme. Altre fonti d'ispirazione sono Pasolini con il suo Decameron e poi I racconti di Canterbury, in cui personaggi diversi sono uniti da un solo tema». Il film ritrae un microcosmo suggestivo e allo stesso tempo crudele, in cui spiccano le figure femminili. È così nel suo paese? «La base principale del film è la coesistenza tra homo sapiens e cavallo. Non ero interessato a raccontare un microcosmo culturale, bensì la natura umana. Quanto più le persone stanno in uno spazio grande, a distanza le une dalle altre, tanto più vogliono sapere tutto degli altri. Nelle grandi città è il contrario, gli spazi sono affollati, ma c'è solitudine. La figura femminile è propria della mia cultura, le donne sono forti, è una società quasi matriarcale, e questo si rispecchia anche nei cavalli: la giumenta comanda». (Intervista in “Cineuropa”, 15 aprile 2014) Uno stallone monta una giumenta mentre il padrone di quest’ultima, ancora in sella, rimane pietrificato dall’umiliazione. Questa, che in alcuni paesi è anche la locandina del film, è soltanto una delle tante immagini emblematiche e spiazzanti di Storie di cavalli e di uomini, brillante esordio alla regia dell’islandese Benedikt Erlingsson. Questo lungometraggio originale, divertente e sottilmente crudele - candidato dell’Islanda all’Oscar per il miglior film straniero 2014, fresco vincitore del Brussels Film Festival e visto di recente anche in concorso al Transilvania International Film Festival - di immagini che rimangono impresse ne ha diverse: un vecchio ubriacone che guida un cavallo in mezzo al mare fino a una nave carica di vodka; un giovane che si rifugia nel ventre del suo cavallo per salvarsi da una tormenta di neve; l’occhio azzurro di un cavallo di razza che guarda dritto in camera, in tutta la sua bellezza ed eleganza. Sempre e ovunque: cavalli. Come suggerisce il titolo, Storie di cavalli e di uomini è incentrato sul rapporto tra l’uomo e l’animale. Il film è strutturato in più racconti che si intrecciano fra di loro, ciascuno introdotto da un occhio equino ripreso in dettaglio. Siamo nella campagna islandese, paesaggio vulcanico, centinaia di metri di distanza da una casa all’altra. C’è un po’ di tutto in queste piccole storie: amore e morte, sesso e rivalità, dark humour e dramma. La gente si scruta a distanza col binocolo, una diatriba tra contadini può avere risvolti tragici, si viene travolti dalla passione in mezzo ai campi, badando bene che il cavallo non scappi. Tra un “episodio” e l’altro, qualche intermezzo, spesso un funerale. Si parla poco nel film di Erlingsson. La camera indugia sui particolari degli equini: il manto su cui scorrono le carezze, le orecchie alle quali si sussurra, e i già citati occhi, dentro cui l’uomo (che spesso ha istinti più animaleschi delle bestie stesse) si rispecchia. Le figure femminili sono ritratte come vere amazzoni, il filo conduttore del film – il sentimento che nasce tra Kolbein (Ingvar Eggert Sigurðsson, visto in Metalhead e Jar City) e Solveig (Charlotte Bøving) – avrà un suo sviluppo perché è la donna a prendere in mano le redini. Il paesaggio, uggioso ed essenziale, fa da cornice maestosa ma non invadente alle evoluzioni di umani e animali, per un film girato tutto all’aperto. Un esordio che promette bene, questo di Erlingsson, un attore (era nel cast de Il grande capo di Lars von Trier) appassionato di cavalli, dell’arte del racconto tendente al boccaccesco e dell’inquadratura pulita e ben composta. (Vittoria Scarpa, da “Cineuropa”, 16 giugno 2014) 12 BENEDIKT ERLINGSSON Nato nel 1969, attore e regista, ha acquisito fama internazionale nell’ultimo decennio. Il suo primo cortometraggio, Thanks (2007), vince nel 2008 il premio della Giuria e il Premio del Pubblico al BeFilm Festival di New York. Nello stesso anno, The Nail riceve la Menzione Speciale al Festival di Clermont-Ferrand. Nel 2013 stravince agli Oscar islandesi e miete altri premi con il suo debutto nel lungo, Storie di uomini e cavalli. Nel 2015 presenta il documentario The Show of Shows: 100 years of Vaudeville, circus and carnivals al Sheffield Doc/Fest, al Film Festival di Sarajevo e al San Sebastián IFF.

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FESTIVAL & RASSEGNE L’ESPERIENZA DI MEDIORIZZONTI E I FUTURI PROGETTI Nel mese di ottobre 2015 lʼAssociazione Culturale veronetta129 e il gruppo informale Net Generation (VR), in collaborazione con lʼAssociazione Culturale La Sobilla (VR), il Cinema Teatro Nuovo San Michele (VR) e Middle East Now (FI) hanno proposto MediOrizzonti, una rassegna cinematografica sul Medio Oriente. Lʼobbiettivo dellʼiniziativa era fornire degli spunti sul Medioriente che avessero un taglio e una prospettiva diversi rispetto a quelli presentati quotidianamente dai media e spesso entrati a far parte dellʼimmaginario comune. Tutti gli aderenti alle realtà coinvolte nellʼorganizzazione di questo piccolo festival, infatti, per motivi lavorativi e/o personali, hanno preso e prendono parte attiva ad iniziative interculturali e di inclusione sociale sul territorio e hanno sviluppato un forte senso di osservazione critica sia rispetto agli atteggiamenti evidentemente ostili o di chiusura nei confronti di popolazioni di tale provenienza, sia rispetto a comportamenti paternalistici che sottendono comunque un costante Noi e Loro. Ci si è dunque chiesti: è possibile avvicinarsi al Medio Oriente con uno sguardo diverso? Dopo una trasferta a Firenze per assistere al Middle East Now FilmFestival, il gruppo si è dunque messo alla prova selezionando e proponendo storie intime ma non intimistiche, racconti di persone normalmente considerate categorie deboli, come le donne o i bambini, che invece danno prova di una forte volontà di cambiamento e realizzazione dei loro ideali, che corrispondono poi spesso agli ideali universali di pace, libertà di opinione, realizzazione personale, uguaglianza di genere e cittadinanza attiva. La narrazione della vita dellʼironica resistente algerina Nassima Hablal, eroina nella lotta per lʼindipendenza del suo paese, il racconto delle quattro donne egiziane che combattono giornalmente la loro rivoluzione, lo straziante confronto con la famiglia del reduce libanese tornato a casa dopo ventʼanni di prigionia, la vita quotidiana degli alunni e degli insegnanti delle scuole israeliane e palestinesi, sono tutti film scelti perché lontani dagli stereotipi, che non avvalorano preconcetti e che danno speranza anche nel dramma. La rassegna ha riscosso molto successo, coinvolgendo, nelle 5 serate, più di 500 spettatori. Questa risposta da parte del pubblico veronese ha sostenuto gli organizzatori durante la rassegna e ha dato loro lʼentusiasmo necessario per pensare di ripetere lʼesperienza nel 2016, chissà se concentrandosi unicamente sul Medio Oriente o se spaziando anche su altre zone del mondo. storico quartiere di Verona, collocato sulla riva sinistra dell'Adige, oggi quartiere multietnico e polo universitario. Ad oggi le principali collaborazioni sono con: Tante Tinte in Rete, centro che affronta, con lʼUST di Verona (ex Provveditorato), le problematiche relative allʼinserimento e allʼintegrazione degli alunni stranieri. Con Tante Tinte e vari IC di Verona, veronetta129 organizza e coordina dal 2013 corsi di italiano rivolti ad alunni di origine straniera della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado; si occupa inoltre della formazione dei docenti nellʼambito dellʼinsegnamento dellʼitaliano come lingua seconda (L2). Rete Italiana di Cultura Popolare di Torino (associazione capofila), gruppo informale Net Generation (VR) e Radio Popolare Verona per il coordinamento di Indovina chi viene a cena?, arrivato alla sua terza edizione. Indovina chi viene a cena? è un progetto di relazione che si pone come obiettivi quello dellʼincontro e della socializzazione per mezzo del cibo, che può diventare uno strumento per conoscere la cultura e le tradizioni del paese dʼorigine della famiglia ospitante. Si tratta di cene "a sorpresa" con famiglie migranti: è un progetto di relazione in cui si sceglie di incontrare lʼaltro, scommettendo personalmente su quell'appuntamento. Università degli Studi di Verona per: a) Lʼorganizzazione di un laboratorio creativo per bambini e genitori: La Fabbrica delle Statue e Istantanee veronesi, un percorso di osservazione attiva del centro storico di Verona, con particolare attenzione alle statue, durante il quale i partecipanti si sono sfidati a squadre in una caccia allʼindizio per le strade del quartiere (13/10/2013); b) Il coinvolgimento di n.10 studenti in uno degli appuntamenti di Indovina chi viene a cena? (28/03/2015); c) Lʼorganizzazione del laboratorio editoriale Le fantastiche creature (21/09/2015) rivolto a bambini tra gli 8 e i 13 anni nellʼambito della manifestazione Kids University. Associazione Culturale Memoria Immagine, per la realizzazione del documentario: Noi, cittadini del mondo; volti, storie e memorie di giovani immigrati che sono arrivati in Italia, a Verona, e qua vivono. Nei loro racconti, la nostalgia per i loro paesi, le difficoltà e le soddisfazioni dell'inserimento nel lavoro e dello studio, ma anche uno sguardo acuto su come siamo e su come potremmo essere in un futuro più condiviso. Oltre alle sopra citate organizzazioni, ha inoltre collaborato con Sat So Ham Associazione Sportiva Dilettantistica (VR), Circolo Pink (VR), Ufficio Scolastico Provinciale (Legnago, VR), Associazione Culturale Ai Preti (VR), Associazione Malacarne (VR), Circolo Arci Canara (VR), Dèsegni, SMAC by ZeroPerCento, VENICEBERG e Microclima Venezia in concomitanza con ArtVerona Fiera d'Arte. CHI SIAMO Il gruppo informale Net Generation nasce dalla necessità di dare spazio a ragazzi e ragazze che vogliono, tessendo reti innovative, far sentire la propria voce, creare insieme iniziative ed eventi, dimostrare che il cambiamento è possibile. I suoi obiettivi rientrano nelle attività della campagna di promozione e diffusione del messaggio antirazzista in modi sempre nuovi ed originali. veronetta129, nata nel 2013, è un'associazione culturale che si occupa prevalentemente di insegnamento dell'italiano L2 a bambini, ragazzi e adulti di origine straniera. Ha tra le sue finalità quella di favorire e promuovere l'incontro fra culture diverse e fra i cittadini, per questo sostiene e prende parte attiva, spesso in rete con altre associazioni ed enti, ad attività antirazziste e antifasciste progettate su e per il territorio veronese. I suoi spazi si trovano nel cuore di Veronetta, CONTATTI gruppo informale Net Generation FB: Net Generation_Verona veronetta129 info@veronetta129.it; www.veronetta129.it; 0039 334 529 1538; FB: Veronetta Centoventinove FB: Indovina chi viene a cena?_Verona Spazi siti in: Via Gaetano Trezza 64, 37129 Verona 13

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FOCUS SUI FILM DEL CIRCOLO Questa rubrica è riservata ai Soci che desiderino esprimere le loro impressioni sui film proposti dal Circolo. Ospitiamo a partire da questo numero le critiche di Diego Pasetto, ma saranno benvenuti anche contributi di altri Soci. ’71 DIAMANTE NERO SHORT SKIN Un labirinto dove piove una notte ininterrotta è la scena senza speranza in cui si è ficcato l'involontario Teseo, il soldato Hook: prima missione, sarà l'ultima. Un labirinto irreale dove i bambini hanno negato il diritto di "vedere" giganti e fagioli magici, ma hanno occhi solo per la peggior violenza e la peggior morte. Nel dedalo scuro di una città di fuochi ed esplosioni si muovono figure insensate, prigioniere del proprio incubo, allevate ad alcool e rancore, mirate ad uccidere… ad uccidere chi? Il Nemico; i soldati; quelli dell'altra confessione religiosa; quelli della propria che sembrano deboli o troppo crudeli; quelli che tradiscono e collaborano col nemico; quelli… non fa differenza! Dove sembra che esistano regole rigidissime di comportamento, si avverte invece come ognuno agisca col cervello serrato in una scatola chiusa dall'odio e dove si è perfino perso il Nord del senso della vita, della lotta, della giustizia. Un atto di umana pietà riesce a ricucire le carni ma non sutura le relazioni slabbrate e non offre redenzione. Nel crudo scambio di colpi sparati non si afferra più chi è che spara e a chi, perché non ha importanza! L'appartenenza è solo una spirale involuta che non porta a nessuna liberazione. E quelli che dovevano essere compagni, sono invece solo fratelli estranei nelle rispettive solitudini. Gli unici pallidi colori e paesaggi che respirano sono mostrati in pochissimo tempo solo all'inizio e alla fine, perché il Senso alberga solo al di fuori del buio labirinto confinato in un luogo che sembra appartenere a cupe geografie immaginarie, alle latitudini dell'angoscia. (D.P.) 14 Sembra di essere su un altro pianeta e non sugli stessi territori terrestri e umani delle jeunes filles en fleurs di cui si narrò un secolo fa. Apparentemente. La ricerca della bellezza, per avere una possibilità, deve ancor'oggi esplorare quella regione di confine nella quale la ragazza azzarda i suoi tentativi per capire la donna che sarà. Certo la Parigi periferica, l'isola nera, il deserto culturale e istituzionale (l'interlocutrice della scuola è solo una voce senza volto!), il microcosmo violento e di padronato maschile, appaiono come un enorme sottobosco di escrescenze infestanti e venefiche, atte a soffocare qualsiasi sbocciare di grazia e femminilità. Tuttavia la natura provvede alle ragazze i mezzi per tentare una reazione e, con il conforto della bande, cercano di riappropriarsi prima di tutto del loro corpo. Ecco quindi una quasi totalità di primi e primissimi piani, fino a scrutare la grana della pelle, visi che giganteggiano a schermo intero, e la danza, primordiale e affatto potente rivelazione della fisicità, in cui veramente esse shine bright like a diamond, come bombarda il ritornello. Anche nel confronto selvaggio della lotta, il trofeo è un indumento femminile. Nell'isolamento del gruppo o nella barbara arena della banlieu si alza un alto grido dell'orgoglio femmineo anche se a dettare legge, perfino nell'assenza, è sempre l'arrogante, tribale re-maschio. Connaturato alla ricerca è l'amore, che sembra compiere il miracolo: lo sguardo della ragazza si arricchisce di nuove sfumature, oltre alle risate con le amiche, ai rudi lineamenti dello scontro col mondo, si materializza il tratto di una tenerezza infinita. Ma non basta. Là, in quello spazio umano, la consapevolezza della protagonista rifiuta di modellarsi ad un gioco e ad un copione già scritto, accettando il rischio di finire nulle part. (D.P.) Un'estate scialba, ma decisiva. Un mare smorto. Un ragazzo che sembra racchiuso per intero nella sua pelle prepuziale: un bozzolo di carne viva da cui si fatica a far uscire la testa. Nelle paludi della linea d'ombra si sa che il corpo può essere sorgente di delizie e tormenti, di scoperte esaltanti e di inenarrabili crucci, di infinite angosce riguardo alle dimensioni, alla forma, al volume che esso occupa nello spazio ma soprattutto nel proprio spazio interiore. L'"anomalia" di Edoardo pare connaturale al suo essere trattenuto e garbato, di poca dimestichezza con l' "esterno"; così lontano da tanta gioventù fracassona e spaccamondo, da tanti suoi coetanei sballati e modaioli, lui se ne va, sotto le arcate dei pini marittimi, sulla sua bici old style con i freni a bacchetta, a registrare il suo fiato secondo il ritmo di affetti che lo allettano e lo respingono nella mosca cieca dell'adolescenza. Edo abita questo momento e il suo personale rebus nel riserbo del suo intimo perturbato, al di là delle scivolose vicende familiari; il rito iniziatico, la rimozione della pelle dell'infanzia, sono vissuti come travaglio interno, non sono pubblici e nemmeno conoscibili alla sua cerchia confidenziale; solo gli estranei: il dottore, la prostituta e il polpo (improbabile apripista sessuale), vengono messi a parte del "segreto". Alla fine però è proprio lo "svelamento" che scioglie i nodi e la sincerità di riconoscere le proprie limitazioni, fisiche o caratteriali, fa sì che ci si renda conto che la persona è più importante delle sue singole parti…tanto più che spesso basta uno ZAC! e tutto va a posto. (D.P.)

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IL RACCONTO RICORDO DI PASOLINI Gianfranco Perazzoli (Franco Frey) D opo aver visto lʼultimo film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, incontro casualmente Roberto Pecci del Consiglio Direttivo del Circolo del Cinema, di cui mi onoro di essere Socio. «Scrivi un ricordo su di lui», mi dice. Io resto quasi senza parole, perché non sono un giornalista, sono solo uno che ama il cinema e che fin da bambino quando avevo 50 lire andavo al cinema Capitol di Bussolengo a vedere due film; ci salutiamo con la promessa che ci avrei riflettuto. Tornato a casa, penso a l'Altro Giornale e alla rubrica dove mensilmente racconto un film come parlassi agli amici, con l'unico scopo di diffondere l'amore per il cinema, e a Roberto e alla sua richiesta per la rivista del Circolo del Cinema, dove lo scorso anno sociale mi aveva pubblicato, con mia sorpresa, "Pane, Amore e… Pirateria" ricordi di comparsa sul Lago di Garda negli anni '60. Mi siedo in soggiorno, in TV passa la notizia che il Ministro della Cultura di prima mattina sul litorale di Ostia ha posato un giglio bianco… Socchiudo gli occhi e risento la voce dello speaker del GR Rai delle 7 mentre mi sto preparando per il lavoro: assassinato brutalmente il regista Pier Paolo Pasolini, trovato il suo corpo straziato sulla spiaggia di Ostia… Resto senza parole, era l'alba del 2 novembre 1985, avrei voluto risentire la notizia che non era lui, ma un'altra persona. Avviatomi, rivivo a memoria un poʼ della sua vita stroncata, ricordando Guido, il fratello partigiano fucilato nel '43 da mano nemica, l'addio a Casarsa con l'adorata madre; il suo arrivo a Roma ed i nuovi amici: Alberto Moravia, Franco Citti, Dacia Maraini, Ninetto Davoli e Laura Betti in particolare, che ebbi occasione di conoscere in casa della pittrice Novella Parigini. Ricordo Lui POETA e alcune sue raccolte: Alla mia nazione, Sesso consolazione della miseria, L'alba meridionale, Supplica a mia madre. Ricordo Lui SCRITTORE autore di romanzi tra i quali Ragazzi di vita dove fa uno spaccato della prostituzione maschile, dando voce a una classe sociale finora esclusa dalla letteratura: il sottoproletariato delle borgate romane, e Una vita violenta dove un ragazzo tenterà di oltrepassare quelle borgate per inserirsi in un contesto borghese, da dove però verrà escluso. Ricordo Lui INTELLETTUALE e i suoi "scritti corsari" tra i quali Cos'è questo golpe? Io so! chi sono i colpevoli, ma non ho le prove. Il famoso Articolo delle Lucciole nel quale tratta fra l'altro temi ecologici diventati poi importanti e centrali per i politici 20 anni dopo, Il PCI e giovani dove lui sta con i poliziotti figli di povera gente e non con gli studenti privilegiati figli di papà. Ricordo Lui REGISTA e rivivo una carrellata infinita di sequenze: Accattone, Mamma Roma, Ro Go Pa G. episodio La ricotta, Comizi d'amore, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e Uccellini con un ritrovato Totò ormai cieco in un ruolo drammatico, Le streghe: episodio La terra vista dalla luna, Capriccio all'italiana: episodio Che cosa sono le nuvole, Edipo Re, Teorema, Amore e rabbia: episodio La sequenza del fiore di carta, Porcile, Medea con un'indimenticabile Maria Callas, la Trilogia della vita: I Racconti di Canterbury, Decameron e Il fiore delle Mille e una notte e Salò o le 120 giornate di Sodoma, film del quale finì il montaggio il giorno prima di essere ucciso ed uscito postumo nelle sale due mesi dopo con il valore di un testamento disperato, film che non poté vedere sul Grande Schermo ma, se fosse ancora in vita, rivedrebbe scene di questi ultimi anni molto più scioccanti e goderecce, come le terrificanti immagini dei prigionieri iracheni torturati ad Abu Dhabi e le piacevoli notti in Villa di giovani ragazze. Qualcuno ha scritto che era "eccessivo", no la sua vita è stata piena, densa, intensa, drammatica e trasgressiva ma non eccessiva. Un uomo sempre davanti al suo tempo con un notevole senso di premonizione, che gli ha permesso una veloce lettura della società e di anticiparne i tempi. Sai, Pier Paolo, la sala del K2 era gremita martedì sera, desiderosi di assistere all'anteprima del tuo ultimo film al quale è andato il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia 2015 per la migliore Opera restaurata: evento storico! Alla radio Modugno sta cantando una sua canzone: Dove vanno le nuvole… Ciao Pier Paolo, anche a nome degli Amici del Circolo del Cinema. 15

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