La crema del pianista

 

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Racconto biografico

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La crema del pianista Il personaggio è l'uomo che sto inseguendo di Massimiliano Forgione - 11/06/2015 Il dito spuntato dello scrittore Una mano che accarezza il corpo di una donna è come il mare mosso visto in un tramonto di primavera. Iniziava così, una forma di scrittura, primitiva, ma già tesa ad aprire fessure che diventavano vuoti e abissi dove buttarsi per lenire ferite, scongiurare stati comatosi, ritrovare la propria schiatta. Innanzitutto, viaggiare era la misura del contenibile, di ciò che ‘dentro’ poteva starci, ed era tanto: di una profondità ancora ignota. Il racconto, quello, già non c’era più! Tramandare era considerata una pratica della quale, anche i più anziani, dovevano sbarazzarsi: pena essere vecchi e non poter ambire ad una millantata giovinezza. Circolavano poche penne, tastiere portatili facevano la loro comparsa e poi schermi piatti pieni di impronte digitali. Il rigurgito di tale modernità non escludeva nessuna ponderabile età. Forse, a fare da apripista i mezzani, seguiti dagli infanti per poi includere tutti gli ‘anta’ e salire fino all’ultima speranza di vita. Dalla mano che da prensile adottava nuove abilità motrici, alle orecchie otturate da cuffie, agli occhi con le loro retini irretite su schermi, i sensi perdevano la loro originaria funzionalità per acquisirne una nuova, meno abile o diversamente, come si tendeva sempre più a definire il cambiamento peggiorativo di uno stato precedente. E intanto, il selfie sbracciava nei luoghi più impensati, protesi ne assicuravano la riuscita, dando angolature e inquadrature aggiunte. Ma del resto, ciò era annunciato da una pubblicità che recitava: tutto ruota intorno a te!

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Parliamo della schiatta Non aveva mai accettato la disciplina del metronomo, la crema conferiva maggiore fluidità alle dita, ma tutte le soluzioni non possono essere che temporanee. Come ci si può definire ‘non fumatore’ se non si è mai fumato, ‘non bevitore’ se non si è mai bevuto, ‘single’ (il termine aveva sostituito la pienezza del ‘celibe’ e ‘nubile’) se non si è mai convissuto: come si può vivere il vero significato di una parola se non si conosce il suo contrario? Da piccolo amava frugare nel cassetto del padre, gli piacevano i Raybans a goccia, le lenti verdi, li indossava e rimanevano sempre grandi per il suo volto; i soldi messi sotto i fazzoletti, i preservativi in fondo a tutto. Gli piaceva la conferma che i suoi facessero ancora all’amore, gli dava sicurezza e amava la poesia del pudore che l’obbligava alla caccia in altri cassetti perché erano i soli ad essere spostati di luogo. I soldi, puntualmente sottratti, rimanevano sempre lì. C’era atterrimento in quella convivenza obbligatoria con simili per genere ma dissimili per pensiero manifesto. Tutto strideva, cacofonico fino all’insopportabilità. Le persone non avevano più la direzione a causa dei cellulari. Aveva spesso pensato che la stessa via, percorsa in senso contrario, fosse diversa. E l’immagine di percorsi preferenziali riservati alle nuove dipendenze tecnologiche che arrivavano dai paesi più compromessi dell’est, era l’auspicio per vedere una volta per tutte tolto di mezzo tutto quell’affaccendamento idiota. Un rapporto, quello con i genitori, costruito nell’età adulta. Fino a prima, la confessione di una madre che comunicava, ad un poco più che ragazzo, il senso di chiusura allo stomaco di quando calava la sera. Era primavera, e quel piccolo uomo pensava che ciò fosse dovuto a tutta quella vita che prepotente si lasciava guardare da dietro il vetro della finestra. A questo dispiacere bilioso, da allora rimastogli quale ingrediente primario di una ribellione rabbiosa, si aggiungeva, solo ultimo in ordine cronologico, uno altrettanto profondo per i tanti pensieri rivelatori svaniti prima di essere fissati su carta. Il potere della scrittura Scrivere era quanto realmente aveva senso. Le occupazioni degli altri non riuscivano a prendere il posto di questa grande arte. Pur suo malgrado chiamato a partecipare ai futili impegni di quanti vivevano con fastidio il suo distacco dalle cose materiali e voluttuarie, la chiamata alle armi si risolveva con una resistente diserzione che non dava pace ai combattenti dell’opulenza, obbligati a rappresaglie tipiche da guerriglia. Il mondo materiale non aveva mai avuto la sua presa sul soggetto. Indole irriverente per l’esercito del superfluo. E gli attacchi per conquistare la sua fortezza, prima o poi, arrivavano. Ma erano destinati a renderla, inopinatamente, inespugnabile. E’ comunque sempre preferibile una vera guerra rivelatrice che una finta pace celante. Il conflitto è il percorso della libertà, la sua strategia, un discorso segreto del sé. Pericoloso condividerlo. Necessitava delle cose che finiscono. Altrimenti la scrittura non avrebbe potuto essere quello stimolo immanente il cui flusso va assecondato, in questo vivere e morire quotidiano di un immaginario malato di cancro che aveva a che fare con la migliore condizione della suggestione che ogni giorno era il suo ultimo e precario da vivere. Del resto, non era colpa sua, era la vita che lo aveva reso così e il suo rapporto con le donne, questo continuo entrare ed uscire dai loro corpi, era un perpetuo ingravidarsi della vita, sgravarsi dell’esistenza, nella sicurezza di contare molto ma di avere poco peso. Ecco perché il suo eterno tradimento era il proprio delitto perfetto, in questa caccia all’uomo in cui l’eliminazione di ogni traccia: cellulare, auto, vestiti, corpo, pavimenti, divani e anche letti, era la libidine vera del suo adulterio, in cui la gravità non era sbagliare ma non avere un’alternativa, nell’analisi unica e reale per la quale valeva veramente la pena spendersi, quella dell’unica materia da scavare: il terreno, fertile solo se concimato a pazzia; altro che il cervello, dove i pudici della vita trovavano effimeri ripari nelle folte schiere oplitiche di assistiti, psicologi, psichiatri. L’immanenza del racconto che non finisce mai è il tempo dello scrittore, il presente abbozzato, in immagini, parole che cercano frasi, strutture sintattiche appese all’incongruenza del tempo stesso dello scrittore catturato nel suo continuo ricominciare dal presente, in un lavorio di sfrondamento nella necessità di avanzare per detrazione; un bisogno tanto più forte quanto più cogenti sono le azioni e gli agiti sociali affastellati per mancanza e che sicuramente hanno a

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che vedere con gli atti mancati. In questa pienezza di niente, l’ecologia dei gesti si imponeva anche nella concezione dell’altro perché tutti, più o meno, funzioniamo meglio con il pensiero che nella presenza. Ragione e sentimento: da Jane Austen a me Il meglio della vita consiste nel perdere le illusioni il più tardi possibile. Nel potere della scrittura primitiva e del farsi segugio nel ritrovamento della propria schiatta, una dedica, alla propria figlia, su un libro dal titolo In this uncomfortable place. Nella cultura di recupero la necessità di incominciare a raccogliere storie, per uscire dalla solitudine, per creare assiologie ontologiche, movimenti tesi a cambiare qualcosa nella fermezza consolidata che caratterizza le volontà dei simili dissimili, di non voler mutare nulla. Una vita fianco a fianco della sua creatura, sempre presa sul serio, in tutte le manifestazioni della sua vita, un’immanenza tale da far montare la gelosia distruttiva della donna generatrice, preda di una confusione uterina che nel tempo annulla le frequenze per lasciare sintonizzati su un’unica che trasmette la mortifera nenia del decadimento, cui nulla osta la necessità di trascinare nel baratro altre vittime già identificate e designate ai tempi del grande rifiuto subito e tenute in vitro. Un urlo contro il potere ineffabile della natura che inchioda alle proprie menzogne, scatenato dall’impossibilità di ritrovare un verso, al capolinea di una montagna per niente incantata, che pur di arrivare ad orecchie non più avvezze alla cacofonia, si fa corso che straripa e giunge a valle con tutti i detriti raccolti nel suo percorso. A farsi diga la comprensione di dover trattare la generatrice della propria figlia nello stesso modo in cui trattava le altre donne, il cimitero dei cani. E arriva la serenità. Come ti utilizzo una figlia Nella visibilità che passa attraverso una figlia, la donna cadente riproponeva l’effetto di una necessità di esserci senza esporsi, nella sfilata con un nuovo soggetto da esibire, un minuscolo grazioso batuffolo biondo già obeso di idiozie sociali. Il doppio prodotto era inevitabile in quanto i coefficienti del calcolo erano pregni della peggiore qualità commutativa: la ‘Z come Zara’ (lui) che denuncia categorie mentali limitate e ambienti cerebrali asfittici, la ricorrenza ad avvocati e giudici (lei) che dispiega afasia e aridità di pensiero, altro, non potevano generare. Lo strumento madre, per attaccare l’obiettivo sbagliato delle proprie frustrazioni, diventa il soggetto della dedica, ignobilmente tolto alle sue uniche e degne occupazioni: la propria adolescenza e la scuola; chiamato in causa per essere l’ariete con cui abbattere la fortezza, nell’illusione che nella sua espugnazione risieda il lenimento della propria condizione, la rivisitazione di una biografia. Ma indelebile è il vissuto, vera cartina di tornasole che nessuna sentenza ha il potere di cancellare. Anche se sesso, comunque un atto di fiducia Nelle relazioni transazionali vi è una possibilità di ritrovare un’identità percepita quale inaffidabile. Vi erano due convinzioni che muovevano a non sottrarsi alla pratica delle mutazioni più o meno consapevoli e ad addentrarsi nel cimitero dei cani: quella di preferire essere amante e avere piccoli frammenti di verità piuttosto che fare la parte del compagno e vivere lunghi momenti di falsità; e un’altra, più caustica, che suggeriva che la persona con cui si convive e quella con cui si trova la migliore intesa sessuale, non sono la stessa. In più, a muovere i passi tra gli epitaffi muliebri, la convinzione che la donna meno desiderata era quella che voleva possederlo, mentre la donna agognata era quella che non esprimeva in modo evidente tale necessità. Una donna è fedele fino a quando non trova attraente e attrattivo il proprio interlocutore. Questa consapevolezza era in grado di sprigionare un senso di libertà dal pericolo di innamorarsi e di vivere con un forte senso anticipatorio gli eventi, consumando,

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preferibilmente, prima del tempo il proprio tempo. Rimaneva insoddisfatta l’annotazione sull’incapacità di riuscire a dare qualcosa; erano piuttosto le richieste ad essere illecite e spropositate. Un conquistatore senza confini e senza alcun interesse a tracciarne, sempre lesto ad abbandonare il corpo catturato per lo sdegno insito nel possesso, perché la lontananza è la via maestra dei sentimenti veri. Nell’afflato carnale che suggella il patto di fiducia subodorato dai sessi, la rivelazione inaspettata del corpo cadente può provocare la remissione del desiderio. Perché il tradimento che la realtà dispiega indispettisce e rende inappellabile l’odio per la donna adusa a ricorrere a feticci espedienti abbellenti. L’assenza genera messaggi d’amore, inviati e tanti, che rimasti senza risposta diventano dichiarazioni di guerra e astio e rabbia e incomprensione. Il decadimento è rigettante per la necessità di volerlo eludere e occultare. Mezzogiorno di fuoco (la telefonata di non ritorno) La cariatide prese la figlia, la avocò a sé e ne fece strumento di battaglia. Lo aguzzò e modellò in modo che potesse diventare protesi della propria armatura. Il ricatto, la menzogna, la delazione erano le costanti di questa prigionia che non prevedeva nessuna possibilità di esprimersi, se non nelle forme e nei modi previsti dal branco. Rapire con l’inganno la fanciulla è quanto la strega di questa favola moderna fece, ritardare la crescita della preda nell’illusione di allontanare il decadimento, ributtare indietro l’ostaggio, rinnegando tutto quanto di buono era riuscita a conquistare per se stessa, era lo specchio che presto le avrebbe ributtato la sua vera immagine. Un’inutile iniezione di botulino destinato a sgonfiarsi, a fare apparire più brutti di quanto si è, in un processo inarrestabile di degenerazione che nessun supporto artificiale è in grado di arginare. Per rendere perfetto il piano necessitava della peggiore legge, quella che non protegge. Lessico di frontiera (L’avvocatessa che non è psicologa) Da tempo ormai aveva preso stanza un linguaggio degno degli istinti più tribali resi ottundenti da una modernità televisiva e digitale. Ascoltare le previsioni meteo significava imbattersi in espressioni quali: Bomba d’acqua o glaciale per annunciare delle piogge; Lucifero o Caligola per mettere in guardia dall’arrivo del caldo. Il gergo scolastico vedeva i ragazzi come soldatini impenitenti ai quali impartire sonore lezioni rieducative, perché, in genere: Non sono scolarizzati, lasciando sottendere chissà quale necessità di ammaestramento; Bisogna dare un segnale, evidentemente preventivo di un sicuro peggioramento. E’ così, quando la visione ontologica è un’aspirazione della quale si può benissimo fare a meno, la terminologia militaresca è l’unica che vibra tra le sinapsi dell’area di Broca. Intanto, le cronache riportavano quella utilizzata dall’ultimo adolescente che, assieme alla propria fidanzata, avevano ammazzato i genitori di lei: Facendo fuoco di copertura. E nel frattempo, la figura giuridica scelta dalla manovratrice dichiarava: Di non essere una psicologa, ma di assolvere al compito che le era stato assegnato. Del resto, la guerra moderna assolda solo mercenari tra le sue file. Quale giustizia? (La codicistica, l’applicazione e Buscetta) Eseguire la condanna presuppone una vittima, un Mandamento e un sicario disposto ad eseguirla nel più assoluto rigore di chi non si deve coinvolgere. L’esecutore deve conoscere l’essenziale del proprio bersaglio, pochi asettici dati. Perché quando il colpo parte dalla canna dell’arma, quanto deve rimanere è solo il fumo che si

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dissolve in una folata d’aria. Cosa ne poteva sapere quel leguleio di tutto il vissuto tra quel padre e quella figlia, di sedici anni a tirare avanti contro chi voleva a tutti i costi tenere la testa della fanciulla nella sabbia e farne una pecora del gregge. Per questo sentenziò sulla base di un pezzo di carta, di una frustrazione secolare e di un interlocutore che gli ributtava in faccia tutta la sua piccolezza. Ma questo prevedeva la legge, da sempre. Libri di storia e cronache erano pieni di giochi e artefizi perpretati dal potere corrotto che si serve di una carta fatta a sua immagine e misura e attuata dal suo braccio esecutivo: i giudici. Ultimo in ordine di tempo di una giustizia ingiusta, quella che aveva mandato a processo un grande scrittore contemporaneo che aveva osato usare le parole della lingua italiana contro lo stupro sull’ambiente in corso con la costruzione del Tav. Incorniciare sentenze (Il trofeo) I genitori incorniciarono la laurea del proprio figlio. La signora oscura, della sua sentenza, ne fece un trofeo. Ognuno ostenta quello che può, si riflette con ciò che gli è dato ammirare. Nel trascorso di eventi e di tempi, quanto gli rimaneva era un funerale ben pagato, la sua degna Finnegan’s wake di un Joyce che aveva individuato la sua Exit strategy. Metal detector Una coppia che si attarda all’imbarco per affermare la propria estraneità agli altri. Presunzione di superiorità, ebbrezza che inchioda sull’imbecille abitudine del telefonino. Nessuna comunanza è più stolta della ristretta alternativa. Prima di passare attraverso il rilevatore di sicurezza del suo luogo di frontiera, la sua mente realizzava i contorni dell’affresco della natura morta che d’ora in poi avrebbe caratterizzato la quotidianità della propria creatura adolescente: una donna che vede nel sentenziato il marito che vorrebbe lasciare, il marito che vede nel sentenziato l’uomo audace che lui non può essere e vive la frustrazione di dover rimanere assieme al suo relitto, la povera creatura che catalizza tutte le frustrazioni. Intanto, la crema del pianista non passava, l’ottusità dell’impiegato continuava a ripetere che doveva disfarsene. Il detector suonava, mentre pensava che è bello sentirsi in apprendimento continuo, che per fare le vere battaglie bisogna possedere nulla e che l’allarme è il giusto monito per chi rimette la vita, perché è l’unico modo di tirare avanti. E avrebbe continuato a suonare per tutte quelle richieste, anche tacite, sproporzionate e inappropriate, che ributtavano su di lui un senso di inadeguatezza, per la distanza tracciata dalle postulanti, per le quali il passaggio al setaccio del soggetto era un modo di capire se lo strumento fosse adatto al conseguimento del fine, unico vero punto di approdo delle abitanti del cimitero dei cani. Fine

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