L' Oro Bianco di Pieve Roffeno

 

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Storie, protagonisti e specialità casearie, suine e bovine di eccellenza nel 40° di fondazione del Caseificio sociale

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’oro ’ oro bianco di ieve offeno Storie, protagonisti e specialità casearie, suine e bovine di eccellenza nel 40° di fondazione del Caseificio sociale Anniversari & Celebrazioni

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’oro ’ oro bianco di ieve offeno Storie, protagonisti e specialità casearie, suine e bovine di eccellenza nel 40° di fondazione del Caseificio sociale A cura di Giancarlo Roversi Presentazione di Tiberio Rabboni Premessa di Dario Zappoli Introduzione di Giancarlo Roversi Scritti di Fausto Berti Stefano Bernardini Emilio Bonavita Maurizo Garuti Gabriele Ronchetti Giancarlo Roversi Luigi Verrini Caseificio sociale di S. Lucia di Roffeno (BO) Novembre 2012

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Ringraziamenti Si ringrazia per la collabrazione: Mara Bazzigotti, Don Paolo Bosi, Contardo Cibra, Fernando Stumpo e Gregorio Verri. Fotografia del colplesso di S. Lucia di Roffeno prima della Seconda Guerra Mondiale (Foto di Luigi Fantini) © Caseificio Sociale di S. Lucia di Roffeno. Stampa Polycrom - Bologna Novembre 2012 In copertina: quadro di Luciano Di Bernardo donato al Caseificio Sociale S. Lucia di Roffeno

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PRESENTAZIONE Un caso di successo e un esempio per tutti specie per le imprese agroalimentari della montagna di Tiberio Rabboni Assessore all’agricoltura della Regione Emilia-Romagna L’Emilia-Romagna è terra di eccellenze agroalimentari; il viaggio da Piacenza a Rimini offre, senza soluzione di continuità, produzioni uniche ed inimitabili, comunità orgogliose e tanti eventi dedicati all’enogastonomia del territorio e della tradizione. Per ragioni istituzionali e per passione personale mi capita spesso di essere in quei luoghi e in quegli eventi dove, non di rado, incontro le insegne del caseificio di Santa Lucia e la cordialità del suo Presidente, Dario Zappoli. All’inizio non capivo i motivi di quelle presenze extra territoriali; che ci fa qui Zappoli? Poi ho scoperto che quelle presenze altro non erano che l’espressione di una strategia di mercato tesa ad accreditarsi nel ristretto circuito dei prodotti di altissima qualità, dei fornitori esclusivi della alta ristorazione legata al territorio, dei produttori di indiscussa reputazione. Insomma una vera moderna cultura imprenditoriale; quella che sa che non basta produrre bene ma che bisogna anche e soprattutto vendere bene. E che per vendere bene occorre comunicare, raccontare, costruire relazioni personali, accreditarsi in ragione di precisi e riconoscibili valori di gusto, di qualità delle materie prime, di unicità territoriale e di tradizioni culturali. Da questo punto di vista Santa Lucia è non solo un caso di successo ma un esempio positivo per tutti, in particolare per le imprese agroalimentari dei territori di collina e di montagna. Per questo ritengo che la celebrazione dei quarant’anni di attività del caseificio e dei quarantacinque della stalla sociale possa rappresentare certamente un’occasione preziosa per una riflessione retrospettiva, per capire perché “il sogno impossibile” si è realizzato, ma ancora di più per riflettere sulle difficoltà dell’oggi e su quelle del domani affinché un altro sogno impossibile possa realizzarsi. L’agricoltura in montagna sta progressivamente scomparendo. Il Censimento Generale dell’Agricoltura in Emilia-Romagna denuncia tra il 2000 e il 2010 un calo del 45% delle aziende agricole e un calo del 21% della superficie agricola nelle terre alte. L’abbandono ha un’unica causa: l’insufficente redditività. Qui le rese sono tra le più basse, il clima particolarmente severo, il terreno in pendenza ed acciottolato, le aziende sono piccole; l’unico elemento in comune con la pianura sono i costi di produzione, costantemente in crescita. Si può reagire a questo progressivo sradicamento agricolo della montagna? In altri termini si può ritrovare la via della redditività? Io penso di si. Dipende dalla capacità degli agricoltori di rinnovarsi sulla scorta di esempi imprenditoriali come quello di Santa Lucia e dipende dalle decisioni imminenti dell’Unione Europea in tema di agricoltura dei territori svantaggiati. La via della redditività agricola in montagna passa a mio parere per tre innovazioni parallele: un’integrazione annuale di risorse pubbliche erogate direttamente al singolo agricoltore a compensazione dei minori ricavi e della funzione di presidio attivo del “bene comune” montagna, nell’interesse di tutti i cittadini. Da questo punto di vista il traguardo è già a portata di mano. La proposta di riforma della Politica agricola europea per gli anni 2014-20 prevede infatti pagamenti diretti annuali progressivamente uguali per tutti gli agricoltori per ogni ettaro coltivato e un pagamento diretto aggiuntivo per i soli agricoltori delle zone svantaggiate a partire da quelle di montagna. La seconda innovazione è la creazione di un mercato di sbocco delle produzioni agroalimentari di montagna “diverso e distinto” da quello delle produzioni di pianura dove contano quasi esclusivamente le elevate rese per 3

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ettaro, i grandi volumi commercializzabili e i bassi costi di produzione. Può esistere questo mercato? Certamente si; è il mercato per cui lavora il Caseificio Santa Lucia, è il mercato che chiede bontà associata ad autenticità, al rispetto della natura e dell’ambiente, alle tradizioni, alla manualità degli agricoltori e degli artigiani; che vuole vedere la faccia dei produttori e conoscerne la storia, e con loro quella dei luoghi di produzione. È il mercato dei consumatori colti ed esigenti, della ristorazione che lavora con i prodotti della tradizione, dei gruppi di acquisto solidale, delle filiere corte, del rapporto diretto produttoreconsumatore, del turismo enogastronomico e di quello territoriale. È un mercato in notevole crescita nonostante la crisi dei consumi. La stessa Unione Europea ne ha riconosciuto il valore introducendo nel recente “pacchetto legislativo europeo sulla qualità” la facoltà di iscrivere in etichetta per tutte le produzioni realizzate in quota la dizione “prodotto di montagna”. Uno strumento nuovo ed importante che aiuterà il consumatore europeo a riconoscere sugli scaffali della distribuzione una origine che nell’immaginario collettivo richiama valori di naturalità, qualità ambientale e di tradizione. Infine la terza innovazione necessaria per ritrovare la via del reddito è la scelta di affrontare il mercato in “filiera” con altri produttori e partner. E cioè di finalizzare la controversa vocazione alla cooperazione della gente di montagna, di cui parla con grande competenza e partecipazione nelle pagine che seguono il professor Giorgio Stupazzoni, alla realizzazione del prodotto finito e alla sua valorizzazione mercantile, aggiungendo così valore alla materia prima e al reddito strettamente agricolo. Questa è la strada; noi la sosteniamo con convinzione. Ad essa abbiamo dedicato buona parte del nostro programma regionale di sviluppo rurale 2007-13 che ha assunto con coerenza e chiarezza la montagna come priorità riservandogli il 38% delle risorse e la metà di tutte le domande di investimento aziendale accolte; con tempi di erogazione contenuti nell’arco dei mesi e non degli anni, anche in ragione della regola europea del cosidetto “disimpegno automatico” che prevede la restituzione a Bruxelles delle risorse non erogate nei due anni successivi al loro impegno. Tutto questo per dire che se davvero i “sogni impossibili” si possono realizzare, come ci hanno così ben dimostrato gli amici di Santa Lucia, noi crediamo che possa essere realizzato anche il “sogno impossibile” di un futuro di redditività, di valore e di attrattività per l’agricoltura di montagna. Per farlo occorre ciò che le appassionate testimonianze raccolte in questa pubblicazione descrivono con grande efficacia: fiducia, spirito di squadra, coraggio innovatore e reale condivisione dell’obiettivo comune tra tutti, protagonisti privati e protagonisti pubblici. Grazie amici, per tutto ciò che avete fatto in questi primi quarant’anni ed auguri per i nuovi traguardi che attendono. 4

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PREMESSA Abbiamo realizzato un sogno impossibile: la prima stalla sociale sulle montagne bolognesi di Dario Zappoli Presidente del Caseificio Pieve Roffeno Sono trascorsi più di 40 anni da quando, in un lembo un po’ fuori mano del comune di Castel d’Aiano sull’Appennino bolognese, è sbocciato, con la creazione della stalla sociale, il primo germoglio del Caseificio Sociale di S. Lucia di Roffeno. Ad esso, in cadenzata successione di tempo si sono aggiunti prima il punto di vendita di carni bovine e dei prodotti lattiero-caseari, in primo luogo il nostro insuperabile parmigiano-reggiano di montagna, e poi l’allevamento dei suini, la produzione dei salumi, che hanno arricchito la gamma di specialità del negozio, e infine la “Degusteria”, un sobrio quanto accogliente ambiente per sostare tranquillamente a tavola per assaggiare gli autentici sapori della montagna. Riandare oggi con la mente al giorno in cui abbiamo iniziato il cammino sembra essere passato quasi un secolo, mentre si tratta di storia di ieri, anche se è vero che in questi decenni la nostra vita e la realtà che ci circonda ha compiuto una svolta epocale grazie ai nuovi mezzi di comunicazione elettronica e informatica, primi fra tutti internet e i telefoni cellulari e non solo. Se ripercorriamo i momenti salienti e i traguardi che abbiamo raggiunto dà l’impressione di rivivere l’avverarsi di un sogno quasi impossibile perchè tutto all’inizio giocava a nostro sfavore, in particolare la scelta di impiantare una stalla in una zona ricca di boschi ma no di terreni foraggieri pianeggianti. Abbiamo fatto una scommessa che i più pessimisti ritenevano perdente e che invece abbiamo vinto con l’impegno di tutti i nostri soci, con la loro forza di volontà, con lo spirito cooperativo e mutualistico che guidava ognuno e con la vocazione al lavoro, anche duro, che ha sempre ispirato gli abitanti delle nostre montagne. Così oggi il Caseificio e stalla sociale di S. Lucia di Roffeno e tutte le attività che lo caratterizzano e gli danno forza sono oggi una encomiabile realtà che tutti possono toccare con mano. E i volti dei fondatori che vollero tentare la sfida contro presupposti apparentemente tanto avversi restano scolpiti nella mente e nel cuore sono i protagonisti veri delle celebrazioni di oltre quattro decenni di attività. E a tutti è dedicata in modo particolare questa pubblicazione rievocativa del cammino percorso. Un cammino che ha determinato un felice cambiamento dell’economia locale e accresciuto il benessere delle famiglie dei cooperatori. A tale riguardo è doveroso ricordare Luigi Lucchi, Mario Dozzi e Susanna Dozzi (attuale presidente della stalla sociale) e per la condivisione dello spirito cooperativo e l’impegno portato per il superamento dei problemi che si sono presentati nel tempo. Senza dimenticare il dott. Demetrio Poli e il rag. Enzo Malaguti, dirigenti del nostro movimento cooperativo, per gli insegnamenti e la guida che ci hanno fornito nei momenti più delicati. Ma voglio ringraziare anche tutti i nostri soci cooperatori per la fiducia che da 30 anni mi hanno dato nel mio compito di presidente. Sono solito ripetere che il segreto del successo del Caseificio Sociale di S. Lucia di Roffeno è dipeso e dipende dall’impiego di un’ottima materia prima, segnatamente il latte e le carni bovine e suine scelte, grazie a cui si ottengono prodotti di eccellenza tenendo conto delle esigenze nutrizionali del nostro tempo e con l’osservanza delle più rigorose norme igieniche. Ma soprattutto preparati nel rispetto della tradizione come tra l’altro testimonia una nostra creazione esclusiva “Sua maestà il nero”, un formaggio 5

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nato pensando al vecchio metodo di conservazione del Parmigiano Reggiano, rielaborato in una chiave moderna. Un altro punto di forza, oltre che per il formaggio grana e i latticini, anche per le carni bovine e suine e gli insaccati, deriva dalla sana alimentazione degli animali, dall’ambiente incontaminato delle nostre montagne e dalla cura nell’allevamento degli animali custoditi in buoni ricoveri. Ma pure dall’esperienza e dall’abnegazione di Roberto Zanni e dei nostri valenti collaboratori, in particolare il casaro Antonio Cabri, che lavora a S. Lucia dal 1987 assieme alla moglie Francesca e all’aiuto casaro Michele Pedrini, arrivato nel 1996. Da ricordare anche il bovaro, l’indiano Bhat Kulbir, con noi dal 2001, Valeria Bai che dal 1988 cura la vendita nel negozio e i giovani che lavorano le carni e che abbiamo reperito nell’ambito locale. Nel concludere queste brevi considerazioni esprimo l’auspicio che continui ancora a lungo la feconda attività delle due cooperative, quella del caseificio e quella della stalla sociale, perchè se finisse, cesserebbe la nostra indipendenza di produttori e nascerebbe la subordinazione alle grosse industrie. Il piazzale del Caseificio Sociale di Roffeno 6

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INTRODUZIONE L’Oro bianco di S. Lucia di Roffeno di Giancarlo Roversi Chi approda a S. Lucia di Roffeno dopo essersi ubriacato di una natura incontaminata, di verde e di ridenti scorci ambientali lungo salendo lungo una stradicciola tortuosa che passa in mezzo a una rigogliosa boscaglia, ha quasi la sensazione di essere arrivato in un luogo d’altri tempi, anzi in un mondo irreale, dove il tempo si è fermato. Poche le case e non invadenti, dislocate attorno a una chiesa carica di storia impreziosita da antiche pitture e con un presbiterio rialzato tipico delle primitive chiese monastiche. A conferire una nota di garbata modernità, inserendosi senza traumi nell’ambiente, è la presenza del caseificio della Cooperativa di S. Lucia con accanto la bottega per la vendita dei prodotti aziendali. Non manca una confortevole sala di degustazione dove è piacevole fare un sosta per assaggiare le sane golosità che hanno il sapore rassicurante dei cibi di una volta. Anche sotto questo aspetto sembra proprio che a S. Lucia il tempo si sia davvero fermato. All’“oro bianco”, ossia al latte, quello genuino e salutare di montagna, e ai prodotti caseari di eccellenza che ne derivano, col passare degli anni, si sono aggiunti il laboratorio per la lavorazione delle carni dei bovini e suini provenienti dai vicini allevamenti della cooperativa e quello per la confezione dei salumi tipici bolognesi che non hanno eguali nel loro genere. E soprattutto che rispettano la tradizione, a volte migliorandola sotto il profilo qualitativo, igienico e salutare nel senso di una maggiore attenzione agli aspetti dietetici e nutrizionali per venire incontro alle esigenze di una sana alimentazione perseguita dall’uomo moderno. Grazie a questa filosofia e a questa scelta produttiva vincente la bottega di S. Lucia rappresenta da tanti anni un approdo sicuro per quanti ricercano la genuinità, l’affidabilità e la gustosità nelle carni macellate, che vengono proposte in tante sfiziose specialità pronte per la cottura. Ma anche per gli insaccati tradizionali dal sapore inconfondibile e, ovviamente, per i prodotti caseari, primo fra tutti il parmigiano-reggiano, presentato anche nell’antica veste nera (“Sua Maestà il Nero”), che si distingue per il suo gusto suadente perchè ricavato dal latte inimitabile e profumato dei pascoli appenninici. La marcia in più di tutta la produzione, non solo di quella casearia, è infatti rappresentata sia dagli allevamenti in ambiente montano, a oltre 800 metri di altitudine, contraddistinto da un’aria pulita e salubre e da terreni non inquinati, sia dalla sapienza antica e dall’amore di chi trasforma il latte e lavora e insacca le carni. Infatti accanto ai prodotti dell’ “oro bianco” l’azienda ha saputo avvedutamente abbinare quelli dell’ “oro rosso”, ossia le carni bovine e suine fresche, proposte in tante specialità stuzzicanti pronte per la cottura, e una gamma invitante di salumi tradizionali coi sapori di una volta. Questa pubblicazione celebrativa intende ripercorrere le tappe salienti del cammino ultraquarantennale del Caseificio di S. Lucia di Roffeno e di tutti i progressi, le innovazioni e le scelte strategiche che, passo dopo passo, ne hanno fatto una delle più ammirevoli realtà produttive zoo-casearie non solo della montagna bolognese. Ma soprattutto vuole rievocare le figure di quanti hanno portato un contributo decisivo e lungimirante alla sua progressiva affermazione sul mercato. Sono proprio loro i protagonisti indiscussi di questo libro e della storia che si dipana nelle sue pagine perchè a loro va scritto il merito del successo di un’esperienza e di una sfida che lascia ancora oggi stupiti. 7

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LA STORIA E L’ARTE NEL NOSTRO TERRITORIO Alle origini di Roffeno di Fausto Berti Il toponimo Roffeno è di origine romana ed è da riferire probabilmente a una proprietà terriera di un personaggio di nome Rufus, cioè Rosso, da cui Rufinius e Gens Rufinia donde Roffeno. Da ciò si evince che il territorio era già popolato al tempo dei Romani. Dalla remota antichità gli abitanti della zona erano dediti alla cura del bosco, del castagneto, del pascolo, dell’allevamento, dell’agricoltura, del frutteto, dell’orto e del vigneto. L’aiuto reciproco, la solidarietà e la difesa comune erano una costante. Nei secoli delle invasioni barbariche le popolazioni romanizzate delle pianure e delle città si rifugiarono tra i monti dove molti rimasero stabilmente. I Longobardi lasciarono una profonda impronta della loro invasione nella zona appenninica attestandosi, in un primo tempo, sulla linea Scoltenna-Panaro, a est della quale sussisteva il territorio bizantino. L’esercito di Liutprando sfondò il predetto confine nel 728, invadendo la valle del Reno, conquistando Bologna e gran parte dell’attuale provincia. Gli abitanti della valle del Vergatello subirono le conseguenze di questa conquista e soggiacquero al dominio degli invasori per i quali l’attuale strada nonantolana ebbe una grande importanza strategico-militare, commerciale e culturale: parliamo della strada che attraversa Tolè e S. Lucia, collegante la pianura padana con la Toscana precedentemente acquisita militarmente dai Longobardi. Nel medioevo Roffeno era registrato come “castrum”. Roffeno, Casigno e gli alti borghi circostanti furono feudo dei Roffeni, oriundi del Frignano, ghibellini ma legati con un patto di fedeltà e amicizia alla guelfa Bologna nel sec. XIII. Musiolo, anche civilmente, era accorpato al “Castello di Roffeno” fino al 1796. Abbiamo notizia di un “Venerando filius Ursi qui vocatur da Rofono” come testimone in una compravendita del 1069 tra Pietro Bulgarello, Raimberto e Teuzo per beni situati alle Mogne. I “da Roffeno” risalgono ai capitanei, feudatari di Matilde di Canossa, forse discendenti dagli arimanni, ossia uomini liberi di etnia longobarda. Si può ipotizzare che detti arimanni controllassero il territorio da una fortificazione sul Monte Rocca. Ci riporta ai Longobardi la dedicazione a S. Michele della rettoria all’interno del castello di Roffeno: tale santo era il loro patrono. Riscontriamo traccia anche della dominazione dei Franchi nel cambio del titolare della chiesa, S. Martino, venerato dagli stessi e iniziatore della vita cenobitica in Francia. Incontriamo un certo “Bontonus de Roffeno” nel 1188 perché testimone quando il castello di Crespellano definì la sudditanza al Comune di Bologna. Oltre a Bontonus sono presenti altri personaggi del consortile nobiliare frignanese. Il famoso Azzo del Frignano è testimone nel 1219 quando Bologna investe i guelfi di Pavana, precedentemente scacciati, del territorio di Moscacchia e Sambuca. Musiolo è citato nel 1223 come comunità compresa nel quartiere bolognese di Porta S. Pietro. Il castello di Roffeno è descritto riassuntivamente nel 1244 allorché Bologna confiscò i beni al ribelle Azzo di Bonaccorso. Azzo, come sappiamo, venne giustiziato con il taglio della testa in città. Nella predetta confisca si citano una torre e inoltre case nel castello o nelle relative strutture fortificate. I bolognesi neutralizzarono il castello e, in sostituzione, edificarono un fortilizio per il controllo e la repressione dei ribelli. Il sistema difensivo del Monzone e del Poggiolo, collegato ad altre casetorri, formava una cintura per intercettare e neutralizzare le ripetute scorrerie che dal Frignano minacciavano i feudi dei Roffeni nella valle del Vergatello. Quattro nobili vivevano a Roffeno nel 1249; a Musiolo era iscritto ancora Azzo del Frignano che, come sappiamo, morì nel 1243. Gli 9

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Statuti bolognesi del 1250 concedono il mercato mensile a Roffeno; mentre nel 1288 detto mercato si tiene solo il 13 dicembre, festa di S. Lucia. Guidotto Mezzolombardo e Giacomino di Alberto “de castro Rofeni” non vollero pagare le “collecte” ai bolognesi nel 1255. Musiolo nel 1288 faceva parte della podesteria di Castel Leone e Belvedere. Fra le comunità che dovevano contribuire alla guardia del castello di Roffeno, nel 1298 compare anche Musiolo. La chiesa di S. Martino nel 1300 fece opposizione al pagamento della decima ecclesiastica. Il “castrum Rofeni” venne aggregato alle società cittadine del Dragone e dei Calzolai perché ne assumessero la difesa con un capitano e sei soldati, di cui quattro balestrieri. La “descriptio” del card. Anglico del 1371 registra 36 famiglie a Musiolo, comprendendolo nel Vicariato di Savigno; successivamente passa nel Vicariato di Rocca Pitigliana nel 1376. Alla fine del sec. XIV viveva a Roffeno un “maestro comacino”, Giovanni di Pietro da Como. Dopo aver parlato di Azzo, per esiguità di spazio, citiamo un solo personaggio illustre: Dino da Roffeno – sec. XV –, insigne matematico e politico al servizio di Giovanni II Bentivoglio – 1462-1506 –. Dino fu anche governatore di Montechiarugolo e Basilcanova (PR) e conte di Colobraro (MT). Per quanto concerne Musiolo, cresciuto di importanza, si chiamò Musiolo Roffeno e in seguito Roffeno Musiolo. Il decreto del Presidente della Repubblica datato 16.7.1960 sopprime la predetta denominazione sostituendola in Rocca di Roffeno, popolarmente Roffeno. Da parte sua il card. Giacomo Lercaro, il 15.6.1961, adegua anche il nome della parrocchia sostituendo l’intestazione di S. Martino di Musiolo con quella di S. Martino di Rocca di Roffeno: così scompare il vetusto toponimo Musiolo. S. Pietro di Roffeno - Pieve 10

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LA STORIA E L’ARTE NEL NOSTRO TERRITORIO L’Abbazia di Santa Lucia di Roffeno di Fausto Berti La storia dell’Abbazia di Santa Lucia affonda le sue radici in un ambiente, quello altomedievale, che stimola efficacemente la fantasia dell’uomo d’oggi per l’aspetto primigenio dai forti contrasti di luci e di ombre. Riandare a quel passato misterioso é come esplorare una foresta sconosciuta per l’umanità attuale del terzo millennio. Per quanto si sappia delle popolazioni autoctone e degli invasori, del substrato celto-ligure-etrusco-romano, è come se non si sapesse quasi nulla per l’esiguità di documenti specifici locali. Ciò vale particolarmente per il ceppo longobardo venuto a sovrapporsi ai precedenti e per i suoi maggiorenti quali il re Astolfo e suo cognato, Anselmo, inizialmente a capo dell’importante ducato di confine, il Friuli, avente in Cividale l il centro strategico e culturale. La figura di Anselmo 2, fratello di Geseltrude, sposa del re Astolfo, è soffusa dal fascino del mistero che circonda tanti personaggi dell’alto medioevo. È sorprendente e quasi incredibile per noi, oggi, come un uomo d’arme e politico possa divenire un monaco plurifondatore di monasteri, ospitali e xenodochi, tale da lasciare un’impronta indelebile che oltrepassa secoli e millenni: questo è Anselmo che lega il suo nome alla montagna e alla pianura tra Modena e Bologna fondando monasteri e ospitali, prima a Fanano, poi scendendo verso la pianura, lungo la Via Longobarda, forse a Santa Lucia e poi sicuramente a Nonantola 3, il fiore all’occhiello. La fama di Anselmo giunge non solo a Pavia, sede legale di suo cognato Astolfo ma anche a Roma, al punto da Rappresentazione di S. Lucia nel sec. XVII: dall’archivio di Stato di Bologna, mappa dei confini col Modenese 11

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ottenere privilegi e reliquie importanti dalle alte sfere del Papa: citasi il corpo di San Silvestro che porta a Nonantola. Da questo momento l’abbazia, in precedenza intitolata ai Santi Apostoli, viene detta di San Silvestro. Bisognerebbe avere almeno due vite per compulsare ampiamente e a fondo biblioteche e archivi polverosi di secoli e spremervi qualche raro frammento di notizie onde illuminare un po’ di più le tenebre che avvolgono particolarmente l’origine e i primi tempi dell’Abbazia di Roffeno. Si potrebbero meglio chiarire reciprocamente gli inizi e gli agganci con la Pieve di S. Pietro di Roffeno. Sta di fatto che molto presto, “ab antiquo”, troviamo Santa Lucia collegata con la grande abbazia di Nonantola, la casa madre, da cui dipende. Contemporaneamente Santa Lucia rientra nell’ambito territoriale della diocesi di Bologna e della pieve di Roffeno. Ricordiamo come generalmente le abbazie, i loro beni e dipendenze Note vengono sottratte all’autorità dei vescovi appellandosi all’autorità papale. La posizione contesa e travagliata di confine spiega il succedersi di eventi e vicende storiche che pesano sulla vita abbaziale di Santa Lucia. D‘altra parte l’essere sorta e posizionata in un punto nodale della via Cassiola o “strada regia longobarda”, pressoché a metà strada tra Nonantola e il valico appenninico di Croce Arcana, immettente sulla via Francigena a Lucca e a Pistoia, dà all’abbazia un’importanza ben al di là di un ambito localistico. La predetta strada infatti ha grande valore strategico militare, segnando la linea di confine tra i territori bizantini e quelli conquistati dai Longobardi; si tratta di un’arteria di grande passaggio e scorrimento, con importanza anche commerciale, sociale e culturale, costellata di ospitali per pellegrini e viaggiatori, percorsa non solo da imperatori e papi ma anche da eserciti e da crociati che si imbarcano a Pisa. 1) Cividale aveva già importanza al tempo dell’Impero Romano, chiamata allora “ Forum Julii”. Fu poi sede del patriarcato di Aquileia. Nel suo duomo annovera l’altare di Ratchis (744-49) e il battistero di Callisto. 2) Anselmo, fondatore dell’abbazia di Nonantola, cognato del re longobardo Astolfo, fu a capo, nel 749-751, di uno dei più importanti dei 30 ducati in cui i Longobardi divisero l’Italia, quello del Friuli: ciò per estensione e per posizione ai confini di nord-est. Anselmo divenne poi monaco benedettino nero, fondando prima l’abbazia di S. Salvatore e l’ospitale di Fanano nel 749 per scendere poi a Nonantola, in un’ambiente anticamente romanizzato, quindi invaso dalle paludi e dalle foreste planiziali, a seguito delle invasioni barbariche. Anselmo iniziò con i sui monaci la bonifica agraria a partire dal 752, data di fondazione dell’abbazia che tanta importanza avrebbe poi avuto con la sua plurisecolare storia religiosa, culturale, politica ed economica. Detta abbazia, prima dedicata ai Santi Apostoli, assunse il titolo di S. Silvestro, quando Anselmo vi recò il corpo di tale papa, avendolo precedentemente prelevato dalle catacombe di Priscilla durante l’assedio di Roma , da parte di Astolfo, nel 756. Il 20 novembre 756 le spoglie di San Silvestro fecero l’ingresso in Nonantola; i vescovi di Bologna e Reggio consacrarono al suo nome il monastero. Quando Desiderio successe ad Astolfo nella sede regale di Pavia, Anselmo fu mandato in esilio a Montecassino per 12 anni. Carlo Magno, dopo aver posto fine al regno longobardo detronizzando Desiderio, volle che Anselmo riprendesse la direzione di Nonantola, fino alla morte avvenuta il 3 marzo 803. 3) Le fondazioni di Anselmo furono possibili grazie alla donazione di estesi territori da parte del re Astolfo sull’appennino tra Lizzano, Gaggio e Fanano, tra cui il famoso “gaium reginae” ossia bosco della regina Geseltrude, sposa del re da cui il toponimo Gaggio anche nella pianura modenese: territori,come quelli nella “bassa”, tutti da bonificare e comunque da utilizzare come boschi, pascoli e terreni agrari. A proposito dell’abbazia di Nonantola, ricordiamo che, in origine, il vescovo di Reggio, Geminiano, l’8 ottobre 751 consacrò l’oratorio e l’altare dedicati alla Madre di Dio e a S. Benedetto. Successivamente, il 9 giugno 792, l’Arcivescovo di Ravenna consacrò la chiesa dedicata allora ai Santi Apostoli: questa fu totalmente distrutta da un incendio nell’890 e, appena risorta, nell’899 fu eliminata dagli Ungheri. La nuova modesta chiesa fu consacrata nel 907 dai Vescovi di Parma, Piacenza e Pavia. Gli abati Leopardo e Gerbone promossero la ricostruzione di un tempio insigne nel periodo 929-947, ma anche questo fu avvolto dalle fiamme nel 1013, al punto che ancor oggi si notano tracce di questo incendio. Il tristemente famoso, terribile terremoto del 1117 determinò la rovina del tetto. L’architetto Gervasio da Ferrara in quattro anni presiedette alla totale ricostruzione, testimoniata da un’iscrizione: all’opera lavorarono anche i famosi maestri comacini o campionesi. L’abate Raimondo dei Conti di Casalecchio, nel 1215, ricostruì le absidi, precedentemente crollate nel 1162. Purtroppo la chiesa abbaziale, nel corso dei secoli, subì rimaneggiamenti e trasformazioni gravi al punto da perdere l’originaria bellezza romanica. Solo all’inizio del secolo XX, il vescovo-abate Bruni, da vero mecenate, incaricò del restauro radicale, per ripristinare la struttura romanica e la magnifica cripta, monsignor Ferdinando Manzini, già restauratore della Pieve di Trebbio. Incredibilmente, in soli tre anni, avvenne il recupero nonantolano e così rinacque la splendida basilica che ancor oggi è una meraviglia per gli occhi dei fedeli e dei turisti. 12

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L’abbazia di S. Lucia attraverso i secoli Anno 749 Anselmo, passando da duca del Friuli a monaco benedettino nero, fonda inizialmente il monastero di S. Salvatore a Fanano e l’ospitale di San Giacomo nella valle di Lamola non lontano dal valico appenninico di Croce Arcana e forse un altro ospitale presso S. Salvatore. La Vita di Anselmo parla della fondazione di un terzo monastero che in passato qualcuno supponeva fosse S. Lucia. A seguito di una cospicua donazione agraria da parte di re Astolfo, Anselmo fonda il monastero dei Santi Apostoli detto poi di S. Silvestro in Nonantola: detta istituzione acquisisce territori montani tra cui Lizzano, Gabba e Grecchia. Si può ipotizzare la fondazione del monastero di Santa Lucia in Roffeno da parte di Anselmo o da altro fondatore? Ipotetico restauro di S. Lucia auspicato da papa Agapito II. Ricostruzione di S. Lucia. Non compare ancora la dedicazione anche a S. Bartolomeo. Riconsacrazione di Santa Lucia da parte del vescovo bolognese Frigerio essendo presenti anche tre altri vescovi “designati”: Aldefredo, Giovanni e Lamberto. L’abate nonantolano Gotescalco istituisce la cosiddetta “Partecipanza” ancor oggi esistente. Incontriamo il nome dell’abate Orso, a capo del monastero di S.Lucia: al momento non abbiamo trovato altri nomi prima di lui. Per la prima volta vengono citati i Conti di Panico (Marzabotto) nelle persone del conte Alberto, Imelda, sua moglie e Milone, il figlio: questi donano al monastero di S. Lucia, rappresentato dall’abate Orso, la chiesa della Trinità di Prato Baratti, presso i Bortolani di Savigno, con tutti i suoi beni già amministrati dal prete-monaco Rolando 1. Donazioni a S. Lucia. Bernardo, vescovo di Bologna, consacra la cripta di S. Lucia con l’assistenza di tre vescovi “designati”. Locazioni in enfiteusi. Compare la dedicazione della chiesa ai SS. Lucia e Bartolomeo. Acquisizione di terreni. È documentato un portico per i pellegrini e quello della casa dei conversi. L’Abate di Roffeno partecipa al capitolo nonantolano e approva un contratto dell’abate Alberto. Compare un’infermeria: “infirmaria predicti monasterii”. L’abate Bernardo è massaro di Nonantola. Bernardo, a capo di S. Lucia, al tempo dell’abate di Nonantola Bonifacio, è nominato dal Papa massaro nonantolano. Si parla della cucina. Compare già il chiostro. Negli atti dell’abbazia compaiono circa 40 conversi. Il “castaldo” del monastero - sovrintendente amministrativo - compra e vende beni. È citato il “canevario” Pietro addetto alla cantina-dispensa. Accordo tra l’abate Antonio, il vescovo bolognese Enrico e l’arciprete di Pitigliano, Gerardo, a seguito di una lite riguardante l’ospitale di “Fontana Lombardese” presso l’attuale Castel d’Aiano. È citato il coro dove i monaci celebrano “l’ufficio” e l’ospitale per i pellegrini. Controversia tra la nostra abbazia e la pieve di S. Giorgio di Samoggia sul possesso della cappella di S. Donato o Donnino di Ponzano. Nel tempo del massimo sviluppo, S. Lucia conta circa quaranta membri. Si tratta di “benedettini neri”, cosiddetti dal colore dell’abito, distinti in sacerdoti, amministratori con gli ordini sacri minori, addetti anche ad attività di artigianato e di cultura; vi si trovano anche i “conversi”, impegnati nei lavori manuali tra cui la realizzazione di una “peschiera” presso il monastero. 752 sec.VIII 948 sec. XI 1042? o 1048? 1058 1068–1078 1068 1078-1109-1124 ecc. tra il 1085 e il 1104 1108-1119-1144 ecc. 1144 e 1168 1160-1161-1170 ecc. 1161 e 1221 27.2.1168 1184 1186 7.6.1186 1212 Dal 1212 al 1221 Dal 1212 al 1254 1213 e 1235 1214 1214 1220 1230 Sec. XII-XIII 13

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