ERANO GIOVANI E FORTI - Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra

 
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Erano Giovani e Forti. Storie di uomini che prendono vita e forma attraverso cimeli, documenti, fotografie, lettere dal fronte che, rompendo quella barriera spazio temporale, riportano alla Luce la memoria dei figli della Provincia di Caserta.

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1 Centenario Reggia di Caserta martedì 24 novembre 2015 ERANO GIOVANI E FORTI a Grande Guerra ha ancora molti aspetti che meritano di essere approfonditi e conosciuti. Anzitutto i nomi di quei ragazzi che da ogni comune della Nazione vi presero parte. Persone le cui storie e vicende, ancora oggi a distanza di cento anni, appassionano quanti cercano di ricostruire eventi bellici, dinamiche, stralci di vita vissuta o, semplicemente, il passaggio delle nostre Forze Armate tra le trincee, ai confini di un’Italia non ancora completamente unita. Negli anni delle commemorazioni degli eventi che cambiarono la nostra storia di cittadini, Istituzioni, Enti territoriali e associazioni di Caserta, insieme, ognuno secondo le proprie specifiche competenze, superando il momento puramente rievocativo, suggellano una stretta collaborazione volendo ricordare gli oltre cinquemila caduti figli di questo territorio che, per difendere la Patria, combatterono al fronte fino all’estremo sacrificio della propria vita. Ricostruire la memoria di una provincia che negli anni è sempre stata attenta a ricordare il passato, con un’iniziativa inserita nei circuiti Italiani ed Europei, sotto l’egida della “Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale”, non sarebbe stata impresa semplice. Ecco la necessità di dare vita a una “task force” che coinvolgesse tutti noi presenti sul territorio per creare qualcosa di significativo che lasciasse una strada da percorrere per le future ricerche nel ricordo dei nostri conterranei. Il progetto, infatti, accompagnerà, il territorio fino al 2018, coinvolgendo anche e soprattutto le nuove generazioni. La consapevolezza del passato, attraverso il presente, viene consegnata ai giovani che rappresentano il futuro. Nell’assoluta convinzione che non esiste “memoria”, soprattutto quella territoriale, senza condivisione e senza coscienza da parte della società civile, si è voluto raccogliere e documentare l’esperienza casertana degli anni ‘15‘18, in una cornice d’eccezione, la Reggia di Caserta, scelta non solo in quanto simbolo identitario dell’intero territorio, ma anche perché già sede, all’epoca, delle commemorazioni. A distanza di cento anni torniamo negli stessi luoghi per rievocare e ricordare. Un viaggio nel tempo in cui gli stessi cimeli parlano e si raccontano unitamente ai documenti esposti, per narrare ai visitatori le storie dei casertani. Ogni angolo racconta il quotidiano vissuto dagli uomini di questa terra, caduti per consegnare ai propri figli un Paese unito, libero e in pace. L In memoria dei figli della Provincia di Caserta Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra “Una corona di spighe stilizzate germoglia da un elmetto Adrian” La spiga di grano, simbolo di rinascita, speranza e futuro, germoglia da un elmetto Adrian, il più diffuso modello della Prima Guerra Mondiale al punto di diventarne l’emblema. Quello stesso elmetto indossato anche dai militari italiani che combatterono in quegli anni, spesso fino all’estremo sacrificio della vita. “Erano giovani e forti”, il rimando alla celebre poesia di Luigi Mercantini rinvia ai moti risorgimentali anticamera della Guerra Mondiale che sarebbe scoppiata solo vent’anni dopo la conclusione dei movimenti italiani ed europei con la ridefinizione dei confini geopolitici delle nazioni appena “riformate”. La spigolatura richiama alla mente il concetto di una vita che si fa feconda attraverso il sacrificio: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Quel sacrificio estremo dato in nome della libertà e dell’unione di una Patria giovane che ancora oggi unisce uomini e donne stretti sotto lo stesso ideale. Il tempo verbale rivolto al passato, vuole essere sia ricordo delle tante giovani vite interrotte a causa della guerra, ma vuole trasformarsi in un tempo futuro, con lo sguardo al presente e al domani come perpetrarsi della memoria e del ricordo di tutti i caduti casertani della Prima Guerra Mondiale.” torie. Storie di uomini che prendono vita e forma attraverso cimeli, documenti, fotografie, lettere dal fronte che, rompendo quella barriera spazio temporale ti riportano a sentire profumi, a vedere sorrisi, a vivere emozioni e a comprendere sacrifici. Vissuti di uomini, eroi silenti, che hanno scritto una pagina importante della nostra storia. “Erano giovani e forti”. Questo è l’intento della mostra che accompagna per mano il visitatore nelle trincee, nelle postazioni radio, negli ospedali da campo, in un viaggio “al fronte”, negli anni in cui ricorrono le commemorazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale. Il contributo dei casertani nella Grande Guerra porta il sigillo, doloroso e glorioso al contempo, di oltre cinquemila nomi incisi nelle pagine di una storia eroica. Doloroso, perché ciascuno di quei nomi è una giovane vita donata nel suo estremo sacrificio; glorioso per il coraggio e la stessa forza di quegli oltre cinquemila soldati che combatterono per la Patria. Ecco perché proprio da quei nomi siamo voluti partire. Inserendoli in un albo per perpetuarne la memoria e associandoli a una spiga, simbolo di morte e rinascita, trait-d’union tra quel passato che ha contribuito alla costruzione del presente e il futuro; un messaggio di vita e non di morte, perché attraverso il sacrificio di quelle vite la speranza per un futuro di pace si è trasformata in concretezza. Nomi attinti dagli elenchi del volume “Militari Caduti nella Guerra Nazionale 19151918 Albo d’Oro”, nello specifico, da quello della regione Campania, con l’intento di onorarli tutti, anche quelli “assenti”, avvolti dall’oblio di una “dispersione” che non ne ha consentito l’iscrizione negli elenchi ufficiali. Storie di umiltà, valore e passione che hanno cambiato l’identità del territorio e dei popoli. Il mondo in cui viviamo è la conseguenza di quell’evento. Di questa storia ogni famiglia italiana ne conserva i segni e le memorie. Ed è proprio attraverso quei segni e quelle memorie che vogliamo raccontarvi la storia delle famiglie casertane e dei loro figli in questo viaggio a ritroso nel tempo per calarsi nei panni di quei soldati che hanno combattuto per la nostra Patria. Dove sono nati, a quale reggimento appartenevano, perché e in che circostanze sono morti, cosa hanno vissuto in quegli anni lontani da casa e dai propri affetti. Come combattevano, venivano curati, erano assistiti spiritualmente, passavano le loro giornate al fronte, comunicavano tra loro e con le loro famiglie. E ancora come la storia di quei soldati veniva raccontata dai giornali dell’epoca, cosa indossavano e come mangiavano, come anche gli animali erano impiegati in quei frangenti concitati. In una cornice d’eccezione simbolo primo della provincia di Caserta, la Reggia, seguendo un filo narrativo che consente un’immersione diretta nella realtà dell’epoca, proveremo a raccontarvi quanto i nostri soldati, anche casertani, hanno vissuto in quegli anni di impiego sul fronte. Francesca Cannataro Valentina Cosco S Erano Giovani e Forti Reggia di Caserta 24 novembre 2015 - 31 Gennaio 2016 per info e prenotazioni: www.eranogiovanieforti.it Testi e grafica Francesca Cannataro e Valentina Cosco

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2 Anno C num.1 Reggia di Caserta martedì 24 novembre 2015 ERANO GIOVANI E FORTI Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra L Al fronte nelle trincee C Animali al fronte i sono storie di cui la storia è dimentica. Vicende spesso vissute in maniera silente. Tra le file di chi ha combattuto durante il primo conflitto mondiale vanno annoverati anche loro: gli animali. Durante il periodo della Prima Guerra Mondiale gli animali divennero delle valide truppe ausiliarie in grado di sostenere l’uomo nei momenti più difficili. Cavalli, cani, muli, asini, colombi viaggiatori “combatterono” fianco a fianco con i nostri soldati. Si stima in quasi dieci milioni il numerico dei cavalli impiegati sui vari fronti di guerra, adibiti ai traini dei cannoni e ai carri per le colonne di salmerie. Muli e asini, lavoratori indefessi, preziosissimi per il trasporto degli equipaggiamenti in alternativa ai carri, caricati di munizioni e viveri, percorrevano gli impervi sentieri di montagna. I colombi viaggiatori, veloci e precisi portaordini, capaci di percorrere lunghe distanze in un battito d’ali, furono addestrati per far giungere ordini e comunicazioni al fronte in leggeri contenitori legati alle loro zampe; nel 1914 tutti i reparti di guerra erano dotati di una zona d’addestramento per i colombi. Spesso i colombi insieme ad altri volatili, tra cui i canarini, vennero utilizzati, inoltre, per il rilevamento di gas nell’aria. E infine i cani, il fedele amico dell’uomo. Utilizzati sia come guardia che come mezzo di trasporto, il cane si rivelò un grande alleato per il soldato, ottimo camminatore e nuotatore, fine di olfatto, versatile e adattabile ai terreni difficili. Del resto le origini del sodalizio tra cane e uomo si perdono nella notte dei tempi. L’utilizzo dei cani in azioni da guerra affonda le sue radici in epoche molto lontane. Anche durante il primo conflitto mondiale i cani furono spesso impiegati, ricoprendo tre principali e fondamentali ruoli: cani da sanità; cani da traino; cani da compagnia. I cani da sanità, avevano il compito di trovare e segnalare i feriti al fine di garantire loro un tempestivo intervento medico. Le modalità di segnalazione del ritrovamento del ferito potevano essere diverse: abbaiare sul posto attirando il personale medico, riportare un oggetto ap partenente al ferito (solitamente il berretto) e ricondurre quindi il personale sul luogo del ritrovamento. I cani da traino, venivano impiegati, appunto, per il traino di materiale, delle merci, delle armi e dei feriti, in punti difficilmente raggiungibili diversamente. I cani da compagnia avevano una funzione importante e fondamentale tra le truppe, uno dei pochi legami concreti con una parvenza di normalità e di vita familiare. Durante la Grande Guerra vennero istituiti corsi per i conduttori di cani da guerra allo scopo di formare binomi uomo – cane da impiegare poi nelle specifiche mansioni. Singolare la procedura di arruolamento di questo esercito di cani. Si trattava di una vera e propria “chiamata alle armi”. Ciascuna famiglia doveva recarsi in un luogo prestabilito con i propri cani di famiglia per procedere a quella che si configurò come una speciale “visita di leva”. Le razze predilette erano i terrier, il pastore tedesco, il rotweiler, il dobermann ma non si disdegnavano anche cani meticci purché sani e robusti. Quelli ritenuti idonei venivano trattenuti e inviati all’addestramento e alle famiglie veniva rilasciato un certificato di arruolamento con l’impegno a restituire il cane una volta finita la guerra. I cani erano trattati nel migliore dei modi, per quanto possibile in quelle condizioni, perché costituivano una risorsa fondamentale. Per la salvaguardia del benessere degli animali stessi furono anche redatti degli appositi disciplinari. e trincee: uno dei simboli indiscussi della Grande Guerra. Lunghi corridoi, profondi poco meno di due metri, per tre lunghi anni la “casa” dei nostri soldati. Centinaia di chilometri scavati nella terra, nella roccia e nel fango. Il luogo dove i militari impegnati al fronte vissero per settimane, o addirittura mesi, tra una battaglia e l’altra. Fu lì, in quegli spazi angusti, in quelle giornate vissute sempre sul filo della tensione, che si intrecciarono vite e destini. I dialetti diversi di operai, maniscalchi, poeti, fabbri, divennero la lingua comune di giovani italiani richiamati alle armi. Concepite inizialmente come rifugio provvisorio, le trincee si trasformarono ben presto in quartieri permanenti dei reparti della prima linea. Tutta la zona in cui gli eserciti si fronteggiavano venne coperta da una serie di fossati paralleli sempre più larghi che andavano da quelli sulla linea del fuoco fino a quelli delle retrovie; erano protetti da reticolati di filo spinato e collegati tra loro per mezzo di camminamenti. In molti tratti del fronte, le due trincee contrapposte della prima linea distavano poche decine di metri. La vita di ogni soldato in trincea vedeva i combattimenti alternarsi a un continuo ed estenuante lavoro sia per sopravvivere, sia per trasformare in fortezze inespugnabili i propri rifugi. Rispetto alla normale quotidianità di casa, i ritmi della vita in trincea erano rovesciati. Si stava immobili di giorno e si lavorava di notte. Il rancio, quando arrivava, veniva distribuito all’alba, sovente la pasta e il riso erano colla, il brodo gelatina, il pane raffermo e l’acqua spesso imbevibile. L’alba non segnava più l’inizio di un nuovo giorno, ma la concreta minaccia di un assalto. Nelle buche e nelle caverne il senso della natura e delle stagioni spariva per lasciare il posto al rumore della battaglia e al puzzo della morte. Nelle interminabili ed estenuanti ore di ozio, impegnate a creare, nei limiti del possibile, le parvenze di una normale vita quotidiana, il pericolo era sempre in agguato. E poi il momento tanto temuto: l’urlo e il fischio degli ufficiali che ordinavano l’assalto alle linee nemiche; a centinaia si lanciavano all’arma bianca, con la baionetta innestata. E poi, dopo gli attacchi, il ritorno alla “normalità” della trincea. I soldati, fossero essi in prima linea, in trincea, nelle caverne o nei baraccamenti delle immediate retrovie, trovarono il modo di passare il tempo e di dimenticare la loro condizione. C’era chi scriveva a casa, chi leggeva, chi giocava per dimenticare gli orrori della guerra. Giochi che si dovevano adattare alle costrizioni degli angusti spazi dei camminamenti. Molto praticati erano il gioco della morra, delle immancabili carte, ma anche il gioco dell’oca o la tombola. Tra i tanti gli scacchi realizzati lavorando la mollica di pane oppure i bossoli dei proiettili di fucili e mitragliatrici. E ancora la dama, il filetto e il domino. E poi, per distrarsi, le armoniche a bocca e strumenti musicali realizzati con i più svariati materiali di recupero. Non mancavano anche le bocce o il gioco dei birilli. Si passava il tempo dando sfogo alla fantasia. La vita di ogni soldato, prima di essere vita di combattente, era, infatti, come detto, vita di operaio, carpentiere, minatore, scalpellino, fabbro, ossia di artigiani abili a ricavare da materiali poveri o di scarto, oggetti più o meno utili. I nostri artigiani in uniforme, in quei tragici frangenti, crearono di tutto, utilizzando come materia prima residuati bellici che venivano trasformati in utensili, soprammobili, stoviglie e molto altro.

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3 Anno C num.1 Reggia di Caserta martedì 24 novembre 2015 ERANO GIOVANI E FORTI Giornalisti al fronte Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra na delle figure più importanti e significative del popolo in armi durante la Grande Guerra: i cappellani militari. Con la circolare del 12 aprile del 1915, il Generale Luigi Cadorna reintrodusse, infatti, i “preti-soldati”, arruolandone circa ventimila (tra preti soldati e chierici mobilitati, non tutti in cura d’anime), di cui poco più di duemila, assegnati alle unità combattenti. Un cappellano per ogni reggimento di fanteria, di granatieri, di bersaglieri, di artiglieria e uno ogni battaglione di alpini e guardia di finanza e uno alla loro formazione anche per gli arditi. Uno negli ospedali, negli ospedaletti, nei treni ospedali, negli ospedali di riserva territoriali. Con questa circolare il Comando Supremo intendeva favorire l’attività dei cappellani perché ritenuti in grado di infondere, mediante il richiamo alla religione e ai suoi insegnamenti, coesione morale e spirito di disciplina. Di fianco ai soldati per combattere e raccontare. Esempi di coesione nazionale e passione professionale. Sono i giornalisti che hanno vissuto, dato notizia e sono anche caduti durante il Primo conflitto mondiale. Direttori, vice direttori, redattori, corrispondenti e inviati, appartenevano a tutte le categorie dell’editoria giornalistica, eroicamente sacrificatisi per la Patria mantenendo fede a quegli ideali e valori in cui credevano fermamente. Erano provenienti da quasi tutte le regioni italiane e scrivevano per diverse testate giornalistiche, alcune delle quali ormai non più da tempo in edicola. Molti partirono volontari per il fronte, affrontarono il “nemico” da soldati, sottufficiali e ufficiali, rappresentando tutte le varie armi: alpini, fanti, cavalleggeri, bersaglieri, artiglieri, bombardieri, mitraglieri, granatieri, genieri, esploratori, arditi. Tanti quelli che caddero al fronte attaccando il nemico, in trincea, in aereo, in ambulanze, in ospedaletti da campo o in ospedali militari, annegati in mare. Giovani e coraggiosi soldati che oltre a combattere hanno fissato in pagine scritte, immortalandoli, gli anni della vita al fronte, portando avanti un lavoro di testimonianza giornalistica raccontata in prima persona. Il primo giornalista martire della Grande Guerra fu il marchigiano Lamberto Duranti che cadde nelle Argonne (Francia) il 5 gennaio 1915. Il fronte di guerra fu l’obiettivo principale di tutte le testate fin da quando le operazioni militari ebbero inizio. Tutte le testate giornalistiche nazionali si adoperarono, infatti, per inviare i migliori corrispondenti al fronte, così da poter informare i cittadini su quello che accadeva ai loro connazionali. Il loro compito di “cronisti” della Grande Guerra, fu sicuramente arduo. La Prima Guerra Mondiale, infatti, fu un periodo molto difficile per il giornalismo e, di conseguenza, per i giornalisti. I quotidiani erano, per lo più, strumenti di propaganda e le notizie venivano filtrate attraverso una censura serrata. La necessità della propaganda e la scure della censura piombarono come spade di Damocle sulla testa dei cronisti di guerra. In Italia, già il 23 maggio 1915, poche ore prima dell’ingresso in guerra, il decreto numero 675 vietò ai giornali di diffondere notizie che andassero oltre i comunicati ufficiali su argomenti come numeri di morti e feriti, assegnazioni e avvicendamenti negli alti comandi, andamento delle operazioni militari. Una censura preventiva sulla stampa che fu affidata ai prefetti, i quali potevano procedere al sequestro della stessa con provvedimento non suscettibile di reclamo qualora fosse ravvisata una notizia “gravemente pregiudizievole ai supremi interessi nazionali” in relazione all’impiego bellico del Paese. U Cappellani al fronte soluzione di massa, effettuare la compilazione degli atti di matrimonio per procura, apporre sulla tabellina diagnostica dei feriti le tre lettere O.C.P. (Olio Santo – Comunione – Penitenza), impartire l’indulgenza plenaria in articolo mortis. Tra i loro compiti quello di facilitare le comunicazioni con le famiglie, aiutando, per esempio, gli analfabeti a tenere la corrispondenza con i propri cari; segnalare le famiglie più bisognose di ufficiali e soldati cui inviare sussidi straordinari; celebrare la Santa Messa e le funzioni religiose particolari. Il cappellano fu, anche e soprattutto, un prezioso confidente, un ponte tra l’orrore della trincea e i ricordi del proprio paese, tra la violenza e la bontà di Dio. Furono ben centodieci a condividere con i propri commilitoni la prigionia, novantatre vennero uccisi e molti, per le loro gesta eroiche, ricevettero ricompense al Valor Militare. Martiri e testimoni di una carità senza confini: 3 Medaglie d’Oro, 137 Medaglie d’Argento, 299 Medaglie di Bronzo, 94 Croci al Valor Miliare. Tra questi a ricevere ben 2 medaglie, una d’argento e una di bronzo, fu Ernesto Pisacane, cappellano militare del 42° reggimento fanteria nativo di Caserta, scomparso sul Carso il 10 ottobre 1916. L’Uniforme Negli anni della Grande Guerra, si prodigarono sia nel conforto ai moribondi sia nel caritatevole sostegno dei feriti, delle truppe, ma anche dei prigionieri e dei civili. La loro azione era anche volta a far emergere nella truppa i sentimenti più sani, quali l’onestà, la generosità, l’altruismo, il rispetto dei valori personali, l’amor patrio, il valore, l’osservanza dei doveri, l’ardimento, l’obbedienza e la rassegnazione al sacrificio. Dovevano agire nel pieno rispetto sia delle leggi ecclesiastiche che di quelle militari. Tuttavia a loro, in deroga alla legislazione ecclesiastica, vennero riconosciute particolari facoltà come: dare l’as- Con la circolare numero 22950 del 18 novembre 1915 del Ministero della Guerra fu indicato il tipo di uniforme dei cappellani militari. Abito talare dell’ordine al quale appartenevano, implementato con le stellette a cinque punte sul bavero, controspalline nere con rosette a otto punte e sul braccio sinistro il bracciale internazionale (croce rossa su fondo bianco), in base alla Convenzione Internazionale di Ginevra; il cappello era quello pastorale proprio dei sacerdoti, avente però due giri di cordone grigioverde intorno alla cupola, con i galloni in argento del distintivo di grado. Sul davanti del cappello il fregio dell’arma o del corpo, qualora questi vi prestassero servizio. Nell’immediato ci si rese però conto della scomodità di tale abito al fronte, per cui di lì a poco venne adottata una divisa indossata dai cappellani militari in servizio a ridosso delle linee avanzate. Di colore grigioverde, lo stesso degli ufficiali, con gradi sulle maniche e, cucito sul lato sinistro del petto, una croce rossa; sul bavero le stellette a cinque punte, il collare ecclesiastico e un crocifisso appeso a un cordone sempre grigioverde portato al collo e che generalmente trovava posto nel taschino di destra. In testa, il berretto con galloni e al braccio sempre il bracciale internazionale.

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4 Anno C num.1 Reggia di Caserta martedì 24 novembre 2015 ERANO GIOVANI E FORTI Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra ’idea dell’Ardito risale al 1914, quando in ogni reggimento del Regio Esercito venne creato un gruppo di esploratori addestrati ad agire dietro le linee avversarie. Si riconoscono negli antesignani degli Arditi anche i componenti delle cosiddette “Compagnie della morte”, pattuglie speciali di fanteria o del genio adibite al taglio o al brillamento dei reticolati, facilmente riconoscibili per l’uso di corazze ed elmetti principalmente del tipo “Farina”. In seguito, gli Arditi divennero un corpo speciale d’assalto. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento molto realistico. Tra i combattenti c’era, quindi, chi pensava che abbracciare lo stile di vita militare fosse quanto di più bello potesse loro capitare: compiere azioni eroiche, ecco quello che volevano. Esaltati dalla stampa, per far dimenticare le miserie della guerra. Nell’esercito tedesco e in quello italiano vennero presto formati gruppi militari speciali che avevano lo scopo di compiere azioni particolarmente pericolose. In Germania questi corpi militari erano chiamati STURMTRUPPEN (cioè truppe d’assalto), mentre in Italia erano denominati “Arditi” (cioè i “coraggiosi”). Per entrare a far parte del corpo degli arditi erano richieste particolari doti: coraggio, esperienza, volontà. La leggenda delle truppe scelte faceva dimenticare il vero volto della guerra: lo sporco, il fango, la fame, la sete, i pidocchi, l’abbrutimento, la noia, la disperazione. Contemporaneamente si voleva incitare con l’esempio i soldati in trincea, stanchi e avviliti. Ma chi erano gli arditi? In genere i soldati delle truppe scelte provenivano da famiglie della classe media. Difficilmente tra le loro fila era possibile incontrare contadini. Avevano un armamento fatto di moschetto, pugnale e bomba a mano. Il pugnale veniva usato negli attacchi a sorpresa. L’addestramento degli arditi era duro, fatto di pesanti allenamenti, di lotte corpo a corpo, accompagnate da urla disumane. Uniforme Gli Arditi indossavano una giubba a bavero aperto presa in prestito dai bersaglieri ciclisti, più comoda e pratica, con una tasca sulla schiena detta “cacciatora” per il trasporto dei petardi. Sotto la giacca, inizialmente, indossavano un maglione a collo alto in lana, anch’esso preso dai bersaglieri, mentre più tardi venne utilizzata una camicia grigioverde con cravatta nera. Al bavero della giubba erano cucite le mostrine: fiamme nere a due punte. La “Fiamma Nera”, oltre ad essere la mostrina, era anche l’insegna, in genere un gagliardetto nero, che precedeva il Reparto nell’assalto. Il copricapo caratteristico degli Arditi era dapprima il classico berretto da fanteria con davanti il simbolo degli arditi, successivamente, nel 1918 venne scelto il fez nero con fiocco nero. In operazioni veniva portato l’elmetto metallico. Un simbolo ricorrente degli Arditi, che compariva sul gagliardetto di reparto, ma anche ricamato sulle giubbe o sotto forma di spilla metallica, era il pugnale con sulla guardia la scritta “FERT” (motto dei Savoia) e contornato da due fronde di alloro. L’immagine della morte con il pugnale fra i denti venne adottata come simbolo nel periodo dell’Impresa di Fiume da Gabriele D’Annunzio. L Gli arditi e dalle bombe a mano. Queste ultime, come il petardo Thévenot, venivano utilizzate anche per creare panico e confusione oltre che per il loro effetto dirompente. Altre armi utilizzate furono le mitragliatrici e i lanciafiamme. I moschetti erano dello stesso modello in dotazione alla cavalleria, di tipo più corto di quello della fanteria e con baionetta ripiegabile (Mod. 91 TS), affiancati negli ultimi mesi di guerra da i MAB 18, una sorta di pistola mitragliatrice ibridata con un moschetto. Equipaggiamento L’equipaggiamento tipico degli arditi era costituito dal pugnale per la lotta corpo a corpo on più corrieri, bandiere segnaletiche, piccioni viaggiatori, segnali di fumo, i soldati della Prima Guerra Mondiale potevano contare, dopo anni di messaggi affidati a metodi obsoleti e ancestrali, su un sistema di comunicazione innovativo, affidabile e, soprattutto, finalmente istantaneo e praticamente immediato. Durante la Grande Guerra lo sviluppo dei mezzi di comunicazione fu, infatti, travolgente e imprevisto. Strumenti relativamente nuovi per i militari come i telefoni e i radio telegrafi. Proprio nel corso della Grande Guerra, infatti, avvenne la presa di coscienza tangibile e materiale dell’importanza delle trasmissioni radio e il loro utilizzo sui campi di battaglia ne accentuò lo sviluppo. I sistemi di comunicazione proiettarono i soldati stessi nella modernità. Nel 1915 la trasmissione radiofonica era già una realtà capace di varcare i confini oceanici. Tanti furono gli addetti formati e di seguito impiegati per mantenere i collegamenti tra il fronte e le retrovie, sfruttando questi innovativi sistemi di comunicazione. La radio era nel pieno della sua giovinezza quando divenne un importante supporto per le truppe impiegate sul fronte, per esempio per indirizzare il fuoco verso l’esercito nemico. L’Italia disponeva delle Officine Marconi di Genova nonché dei brevetti dell’inventore Guglielmo Marconi, Ufficiale di complemento del Genio dell’Esercito Italiano, con il quale era stata stabilita una convenzione secondo cui lo Stato poteva fare libero uso delle sue invenzioni a vantaggio dell’arsenale militare. Oltre allo sviluppo della radio tra gli apparati di comunicazione in dotazione agli eserciti vi fu il telefono che, insieme al telegrafo, ricoprì un ruolo significativo. Il primo conflitto mondiale fu, infatti, l’occasione per affermare l’uso del telefono da campo, contenuto in una cassetta di legno munita di una cinghia per il trasporto a tracolla. Il collegamento avveniva attraverso cavi aerei, collocati su pali o più frequentemente appoggiati sugli alberi, linee per lo più molto fragili e chiaramente facilmente sabotabili. Fra i compiti del telefonista, sempre a seguito del comandante durante le ricognizioni per la scelta della posizione dell’artiglieria da dove aprire il fuoco sulle postazioni nemiche, oltre alla trasmissione tempestiva degli ordini vi era quello di intercettare e sabotare le comunicazioni nemiche. Crittografia, decifrazione di codici, spionaggio. La Grande Guerra fu combattuta anche così con l’impiego di nuove ed esperte figure professionali, appositamente formate. Sui nostri fanti nelle trincee vigilava anche, a loro insaputa, il telefono degli intercettatori. I mezzi di comunicazione comportarono, dunque, una nuova forma di “intelligence” che andò ad affiancare quella classica basata sull’impiego delle risorse umane, ovvero spie, confidenti, fiduciari, disertori. Arma principale fu proprio l’intercettazione e la decrittazione dei dispacci nemici trasmessi per mezzo del telefono, del telegrafo e della radio. Alla guerra combattuta sui campi di battaglia se ne affiancò una silenziosa e sottile capace di salvare tante vite umane così come di causare tante perdite al nemico. N Segnali dal fronte

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5 Anno C num.1 Reggia di Caserta martedì 24 novembre 2015 ERANO GIOVANI E FORTI Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra E poi ufficiali medici, portaferiti e barellieri e anche cappellani militari. Variegate figure che, gomito a gomito, lavoravano giorno e notte per salvare quante più vite possibili. Il protocollo, preciso e ben organizzato, prevedeva, sulla carta, diversi step. Subito dietro alle prime linee si trovavano i Posti medicazione, generalmente uno per battaglione. Vere e proprie infermerie campali sistemate in punti defilati o il più possibile al riparo dal fuoco nemico, dove si prestavano le prime cure ai bisognosi. Il medico di queste unità aveva una dotazione minima: garze, alcuni strumenti chirurgici di base, grappa e cognac come anestetico e eventualmente morfina per i casi più gravi. Qui avveniva la classificazione dei feriti, con la distinzione della gravità. Codice bianco: ferito leggero, da gestire in loco; codice verde: ferito grave, da trasportare all’ospedale del campo; codice rosso: ferito tanto grave da lasciar morire perché non trasportabile. I feriti raggiungevano poi a piedi, se in grado, o in groppa a muli (durante la Prima Guerra Mondiale furono, infatti, anche creati degli speciali Reparti di Sanità Someggiati, dotati di muli o cavalli per lo sgombero dei feriti dalle prime linee), a spalla o in autoambulanza gli Ospedaletti da campo. Questi constavano di 50-100 posti letto e spesso potevano essere anche in configurazione più grande. Qui il personale medico chirurgico della Sezione di Sanità operava i feriti più gravi, medicava o disinfettava e mandava verso le retrovie i meno urgenti e provvedeva a rispedire al fronte quelli considerati abili, scortati da carabinieri. Avveniva poi lo smistamento agli Ospedali da campo sistemati su baracche o tendopoli in prossimità delle prime linee, oppure più indietro verso i vari Ospedali Divisionali, d’Armata o Territoriali della Croce Rossa Italiana. Per decongestionare, poi, il più possibile le strutture ospedaliere in zona di guerra, i feriti vennero ricoverati anche in Navi ospedale o in Treni ospedale. Questi ultimi erano convogli da circa 400 posti che raggiungevano le stazioni avanzate del fronte per caricare i pazienti e poi ripartire verso l’interno fermandosi nei rami morti delle grandi stazioni come Mestre, Torino, Padova, Verona. All’interno di questa complessa organizzazione fu determinante anche il ruolo delle Autoambulanze, inizialmente semplici autocarri i cui cassoni venivano attrezzati con letti e casse contenenti materiale medico e in seguito trasformate in autoambulanze chirurgiche, radiologiche e di trasporto barelle. Feriti, ammalati, moribondi giacevano gli uni accanto agli altri in questa costellazione di strutture mobili e fisse. Chi non ce la faceva veniva portato al cimitero su un carretto tirato da un cavallo o da un mulo. Un ultimo triste viaggio riservato, purtroppo a molti, poiché alta fu la mortalità tra i feriti dovuta alle poche conoscenze mediche dell’epoca, all’impossibilità di sfruttarle appieno in zona di guerra e alla grave mancanza di igiene che spesso portava la temuta cancrena, il tetano e le emorragie. Malattie in trincea T ra i problemi sanitari che afflissero i soldati molti furono quelli legati alle catastrofiche condizioni igieniche nelle trincee. Molte le patologie che si svilupparono in maniera drasticamente diffusa come, ad esempio, il tifo petecchiale caratterizzato da piccole lesioni emorragiche sparse su tutto il corpo e la cosiddetta febbre da trincea causata dagli escrementi dei pidocchi: una forma molto grave di influenza con febbre alta, di tipo periodico e nevralgie acute che paralizzavano il soldato. Un altro tipico male da trincea, oltre a tutte le altre infezioni causate dai parassiti che affliggevano il corpo dei soldati, fu il congelamento degli arti: una serie di lesioni che nei casi più gravi portava addirittura all’amputazione. Gravissimi poi furono per molti i disturbi psicofisici, inizialmente non compresi, causati dall’esperienza diretta sui campi di battaglia nel corso della Grande Guerra. Le nevrosi di guerra vennero scambiate come espedienti del soldato per disertare. Diverse furono le fucilazioni di questi “disertori”, in realtà, di fatto, “semplicemente” soldati tormentati da sintomatologia psichiatrica. Obnubilamento dei sensi, perdita della congiunzione spazio-temporale, apatia furono, solo più tardi, ricondotti agli shock subiti. Vennero così aperti per i soldati i centri neuropsichiatrici. Alla fine del conflitto mondiale, i grandi invalidi colpiti da sindromi da stress bellico erano considerati gli “scemi di guerra”, non più in grado di tornare alla vita normale. In loro albergava il delirio di persecuzione, l’amnesia, l’incapacità di sopprimere i ricordi da cui si potevano generare il mutismo, la sordità, il disinteresse del mondo esterno. Le condizioni di estrema precarietà in cui i soldati ave- vano vissuto generarono non solo gravi nevrosi, ma spesso, anche episodi di autolesionismo con l’inflizione di ferite anche gravi come il taglio delle dita della mano. Alcuni si iniettavano sotto la cute dei piedi l’olio di vaselina, il petrolio o l’essenza di trementina procurandosi piaghe che potevano lasciarli claudicanti per tutta la vita. Non rare anche le causticazioni con acidi e congiuntiviti prodotte con vari mezzi irritativi (semi di ricino, infusi di tabacco, semi di lino, grani di sabbia). Oltre a tutto ciò vi furono poi i problemi derivanti dalle armi chimiche, sostanzialmente composte da due tipologie di gas: i gas nervini, irritanti del sistema respiratorio, ulceranti o urticanti che causavano vomito, vertigini, mal di testa, ustioni e vesciche sulla pelle, anche attraverso i vestiti, così come cecità temporanea e dolori polmonari; i gas letali che causavano invece la morte fulminea, bruciando l’apparato respiratorio e, se inalati in piccole dosi, comportavano un’agonia che conduceva a morte certa, soltanto in maniera più lenta. I Sanità al fronte n ogni battaglia, vinta o persa, disputata su un fronte o su quello opposto, restava sul campo la tragedia: la perdita della vita o lo stato di infermità. I soldati italiani del 1915 affrontavano in guerra i pericoli mortali con una dotazione sanitaria costituita da un pacchetto di primo soccorso contenente qualche garza e una fialetta di tintura di iodio. La sanità al fronte era un complesso e articolato sistema che durante la Grande Guerra si trovò a gestire il trasporto, la cura e il ricovero di milioni e milioni di feriti e ammalati. Comandante in capo fu il Generale Della Valle. Reparti e sezioni di sanità. Numeri, per indicare e identificare luoghi dove si intrecciavano le vite di chi non ce la faceva a sopravvivere e di chi riusciva a salvarsi.

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6 Anno C num.1 Reggia di Caserta martedì 24 novembre 2015 ERANO GIOVANI E FORTI 2 Casertani al fronte Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra inque le macro aree tematiche cardine dell’esposizione attorno le quali ruota la costellazione di cimeli e documenti, provenienti da Enti museali civili e militari nazionali, reparti dell’Esercito e collezionisti privati, per la prima volta riuniti insieme in un’unica esposizione volta a far conoscere la vita dei nostri soldati al fronte, in una cornice d’eccezione: la Reggia di Caserta. La sanità al fronte; la vita in trincea; le comunicazioni e l’informazione nella Grande Guerra; i documenti; gli animali nella Prima Guerra Mondiale. Accanto a questo altri focus si aprono su personaggi illustri, casertani e non, che hanno con il loro agire lasciato impresso nella trame del corso degli eventi il loro nome; sull’operare dei cappellani militari; su alcuni dei reparti che hanno visto impiegati i “figli di Caserta”. Ampia e ricca la sezione dedicata alla sanità. Tra i cimeli esposti i kit chirurgici da sutura, una borsa da ufficiale medico, un microscopio, la polvere rivelatrice di gas nervino, la cesta batteriologica e chimica. Nella sezione vita in trincea abbiamo inteso raccogliere quegli oggetti che meglio raccontano le ore passate dai nostri soldati al fronte tra momenti di combattimento e attimi di tregua e riposo: lanterne, borracce, gavette (tra cui una con il coperchio modificato a grattugia), una singolare scacchiera realizzata con resti di munizionamento italiano e tedesco, un guanto di cotta di maglia per tranciare il filo spinato in dotazione alle truppe d’assalto. A raccontare, invece, il prezioso servizio dei cappellani militari, che tra i caduti annoverano anche Ernesto Pisacane nativo di Caserta, un prezioso altare da campo, breviari e croci. Suggestiva e caratteristica l’esposizione dei cimeli legati all’impiego degli animali nella Grande Guerra tra questi un carretto adibito al traino dai cani, due ceste una per il trasporto di colombi al seguito delle truppe e una per lo spostamento dei cuccioli di cane. Telefono da campo italiano e austriaco, un trasmettitore da campo, la stazione da 200 watt a tandem, la cassettina telegrafica da campo e i giornali dal fronte costituiscono il corpus principale della sezione dedicata alle comunicazioni e all’informazione arricchita dalle lettere dal fronte e dalle cartoline. Queste ultime sono testimonianze dirette dei soldati della Grande Guerra: saluti, rimproveri, addii, baci, lacrime, raccomandazioni, sentimenti che i soldati italiani scambiarono con le loro famiglie e che ora sono documento eccezionale. Ricca anche la parte documentale con l’esposizione, tra l’altro, di alcune testimonianze archivistiche che attraverso pagine che riportano su carta i diversi momenti della Grande Guerra ci restituiscono una narrazione che prende vita nelle parole. La bella preghiera dei figli richiamati agli angeli custodi, le pagine di giornali censurate, l’elenco dei giornalisti corrispondenti di guerra della stampa italiana ed estera dell’anno 1915, la “Domenica del Corriere” sulla Grande Guerra. Tra gli oggetti che diventano testimonianze visive dell’operato di storici personaggi, essi stessi “tasselli” dell’evento mondiale, quelli appartenenti al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito casertano di nascita, Generale Alberto Pollio. Ancora l’eccezionale “corredo” composto da documenti e oggetti appartenuti all’eroe bersagliere Enrico Toti. Le onorificenze e il foglio matricolare di Oreste Salomone, Medaglia d’Oro al Valor Militare originario di Capua. In esposizione, infine, anche cimeli che raccontano più in generale la storia e l’equipaggiamento dei soldati: maschere antigas, elmetti tra cui un raro esemplare da diporto in cuoio, occhiali da neve e piastrini di riconoscimento. Oggetti che per scelta abbiamo voluto esporre con i loro “segni del tempo” per riportarne la loro essenza carica del vissuto. La mostra, in sintesi, attraverso l’esposizione di cimeli storici provenienti da tutta Italia, si propone di favorire una maggiore, diversa e più consapevole conoscenza dell’impegno dei soldati italiani nella Grande Guerra attraverso un innovativo tipo di narrazione storica estrapolata dai libri e che prende forma in oggetti e testimonianze reali. 4 maggio 1915: l’Italia entra in guerra. In montagna e fra le montagne, immersi nel fango delle trincee i soldati italiani combatterono per l’affermazione di ideali di giustizia. Una guerra di popolo che al fronte e al combattimento offrì tutta la sua migliore giovinezza. Poche furono le famiglie italiane a uscirne indenni, senza aver pagato il loro tributo di morte e sofferenze. I numeri raccontano la grandezza di un evento epocale che cambiò il mondo. Seicento mila, secondo le stime ormai accreditate, furono i soldati italiani che diedero la loro vita per difendere i confini della Patria e non solo. Sulle Alpi o nelle trincee del Carso, lungo l’Isonzo e sul Piave anche lì combatterono i soldati casertani. 5718 (secondo i numeri estratti dall’Albo d’Oro) caddero in quegli anni. Di questi il 90,4% erano soldati di truppa, il 3,7 % ufficiali, l’1,9 % sottufficiali e il 4% appartenevano ad altri corpi e servizi. Ancora alla luce di un’analisi più dettagliata l’84,4% afferivano alla fanteria, il 6,2 % erano artiglieri, il 2,8% appartenevano al genio, il 2,4% facevano capo al battaglione milizia territoriale. E poi il 3,5% dei militari appartenenti alla Marina, alla Guardia di Finanza e ai Carabinieri. Infine lo 0,7% vari corpi, tra cui quello di sanità. La principale causa di morte furono le ferite riportate in combattimento. 2538 figli di Caserta perirono, infatti, per le lesioni riportate a causa del fuoco di artiglieria o per gli assalti corpo a corpo. La seconda causa di mortalità tra i soldati casertani fu la malattia che provocò il decesso di 2044 persone (numeri che in percentuale rispecchiano il dato nazionale). A queste categorie si vanno ad aggiungere gli 849 caduti e dispersi in combattimento; i 108 che morirono per infortunio per fatto di guerra; i 108 che annegarono a seguito di affondamento nave; i 46 scomparsi e i 25 deceduti per caduta di valanga. 155 caduti erano nati nel 1899 e 81 nel 1900. Giovani, giovanissimi si ritrovarono a combattere al fronte. La penna di Gabriele D’Annunzio raccontò il passaggio tremendo di un’intera generazione di adolescenti dalla famiglia alla trincea. Molti non tornarono a casa. Il più giovane caduto fu Piciullo Pietro di Giuseppe soldato volontario nato il 24 aprile 1901 a Caserta, morto per malattia a soli diciassette anni il 15 dicembre 1918 combattendo tra le fila del 93° reggimento fanteria. Il più anziano, un operaio, Lamurra Antonio di Michele, nato il 1 dicembre 1856 a Caserta, morto a sessantadue anni il 9 marzo 1918 inquadrato nella Prima Armata del genio militare. Ben 167 furono i decorati di cui 20 con più onorificenze. 1 medaglia d’oro; 128 medaglie d’argento; 61 di bronzo. Per un totale di 210 medaglie. Eroi silenti. I casertani caduti nella Grande Guerra hanno di fatto, dunque, con il loro coraggio e la loro forza, contribuito a scrivere pagine importanti della nostra storia. C Oggetti dal fronte I Alberto Pollio mprescindibile parlare di Alberto Pollio nel contesto delle celebrazioni centenarie della prima guerra mondiale. Si deve a lui, infatti, se l’Italia fu pronta ad affrontare lo sforzo bellico adeguando l’efficienza dell’Esercito alle pressanti esigenze della situazione internazionale. Dal primo luglio 1908 – data della sua nomina a Capo di Stato Maggiore, 56enne, tra i meno anziani dei Comandanti di Divisione – alla improvvisa morte avvenuta il primo luglio 1914 per il malore avuto il giorno precedente mentre presenziava ai tiri sperimentali di artiglieria sul poligono di Cirié, Pollio, riorganizzò i quadri di comando, potenziò l’artiglieria, modernizzò i metodi di istruzione, fece costruire una linea fortificata sul confine nord-orientale dell’Italia, diresse efficacemente la mobilitazione delle truppe e l’organizzazione logistica per la vittoriosa guerra italo-turco. Alberto Pollio era nato il 21 aprile 1852 a Caserta dove il padre Michele, ufficiale dell’esercito borbonico, prestava servizio nel Primo Reggimento Lancieri. La famiglia abitava in via Vescovado che nel 1930 gli fu dedicata dal Podestà Giovanni Tescione. La nuova denominazione era stata proposta nel 1920 al regio commissario della Città Giuseppe Bolis dal Generale del Genio Vincenzo Traniello, che da tenente colonnello era stato affezionato collaboratore dell’insigne casertano. Alberto Pollio, da ufficiale subalterno, dopo i corsi alla Nunziatella ed all’Accademia di Modena, aveva prestato servizio nel X Reggimento di Artiglieria di stanza a Caserta nella caserma dell’emiciclo di sinistra della Reggia vanvitelliana dedicatagli il 28 settembre 1936. Nell’occasione fu scoperta la lapide: Alberto Pollio/artigliere e fante/storico acuto/organizzatore insigne/Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano/ne perfezionò gli ordinamenti/organizzò l’impresa libica/Qui/ nel suo ricordo/i soldati temprano l’animo/ Caserta 21.4.1852 /Torino 1.7.1914. Titolato della Scuola di Guerra ed entrato nel Corpo di Stato Maggiore nel 1877, Capitano a 26 anni, Maggiore a 32, Aiutante di Campo del Re nel 1887, Addetto Militare a Vienna dal 1892 al 1897, Maggior Generale a 48 anni, Tenente Generale nel 1906, si segnalò particolarmente per gli studi storici. Nel 1901 pubblicò una pregevole monografia su Napoleone I; meritata fama guadagnò con “Custoza 1866” e “Waterloo”, pubblicati, rispettivamente, nel 1903 e nel 1906. Il 17 marzo 1912 fu nominato Senatore del Regno. Nel 1933 gli era stata intitolata a Tripoli la strada parallela al lungomare che, sino all’impresa libica, il cui successo si deve alla sua genialità, si chiamava Sidi Aissa. Il 13 dicembre 1964 la Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, nel cinquantenario della morte, organizzò la commemorazione di Alberto Pollio, tenuta dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Giuseppe Aloia. Alberto Zaza d’Aulisio

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