N° 2 Novembre 2015

 

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Filmese 02 Novembre 2015

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo NOVEMBRE 2015 SOMMARIO • • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI NOVEMBRE FESTIVAL & RASSEGNE INCONTRI VITA ASSOCIATIVA NEWS DEL CIRCOLO 2 FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE IL PUNTO COLLABOR - AZIONE Il richiamo alla storia del Circolo del Cinema, costante punto di riferimento del cinema di qualità a Verona, è motivo di orgoglio ma anche spinta a radicare sempre di più l’Associazione nel tessuto culturale del territorio, humus foriero di nuove adesioni, linfa vitale per il nostro sodalizio. In un recente incontro – dibattito organizzato da Radio Popolare con chi a Verona propone cinema non solo di intrattenimento, si è riscontrato uno spirito di comune iniziativa che può permettere di superare le difficoltà vuoi per il forzato ma necessario passaggio alla proiezione digitale, vuoi ancora più per l’assordante silenzio in materia di cultura delle istituzioni locali. Il rinnovo del sito web (www.circolodelcinema.it), ora più aperto e ricco, e la creazione di una pagina Facebook del Circolo, vanno in questo senso. Le iniziative che proponiamo nel mese di novembre riflettono questo percorso che dobbiamo inanzitutto condividere con i Soci. Dopo la proiezione del primo film, potente allegoria dell’intrecciarsi del conflitto tra uomo e natura con i conflitti che affliggono costantemente l’umanità, presenteremo Vulcano, il film di apertura del Film Festival della Lessinia di quest’anno. Sarà l’occasione di approfondire la conoscenza con questa importante realtà di proposta cinematografica radicata sì sul territorio della nostra montagna, ma sempre più aperta a stimoli internazionali tanto da ottenere il patrocinio del Ministero delle Attività Culturali. Alessandro Anderloni, direttore del festival, poliedrica figura di uomo di teatro e soprattutto di organizzatore culturale, sarà presente alla proiezione serale per raccontarci il cammino del Film Festival della Lessinia. Essenziale ci pare anche rapportarsi con un’altra viva realtà culturale a Verona: La Società Letteraria. Il giornalista Lorenzo Reggiani, che fa parte del Consiglio Direttivo di entrambe le Associazioni, ha preso spunto dal 120esimo compleanno del cinema, per organizzare con il patrocinio del Circolo del Cinema, presso la Sala Conferenze della Società Letteraria, una serie di quattro conferenze sulla storia del cinema e sul rapporto della Settima arte con le altre arti. Infatti il cinema è una forma d’arte che comprende tutte le altre manifestazioni artistiche: di qui la collaborazione gradita con gli Amici della Musica, che potrà aprirsi anche a comuni iniziative. Si è naturalmente pensato di confrontarsi con gli organizzatori di importanti rassegne cinematografiche, il Festival di Cinema Africano e Mediorizzonti, che da anni operano a Verona. Ne è nato un fecondo scambio di idee e già da quest’anno, come leggerete nelle pagine dedicate, i Soci del Circolo saranno spettatori privilegiati di queste manifestazioni. Roberto Pecci Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA.

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PROGRAMMA DI NOVEMBRE 2015 ➄ GIOVEDÌ 5 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 CORN ISLAND di George Ovashvili Georgia, 2014 - durata: 1h 40’ ➅ GIOVEDÌ 12 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 VULCANO di Jayro Bustamante Guatemala/Francia, 2015 - durata: 1h 33’ Alla proiezione delle 21.30 sarà presente il Direttore del Film Festival della Lessinia Alessandro Anderloni ➆ GIOVEDÌ 19 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 IL GRANDE QUADERNO di János Szász Germ./Ungheria/Australia/Francia, 2013 - durata: 1h 52’ ➇ GIOVEDÌ 26 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 FUOCHI D’ARTIFICIO IN PIENO GIORNO di Diao Yinan Cina, 2014 - durata: 1h 50’ TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO IL CINEMA K2 VIETATO LʼINGRESSO IN SALA DOPO LʼINIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA DI SPEGNERE I TELEFONI CELLULARI 2

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5 FILM ° GIOVEDÌ, 5 NOVEMBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CORN ISLAND (SIMINDIS KUNDZULI) REGIA: GEORGE OVASHVILI (GEORGIA, 2014) - DURATA: 100ʼ SCENEGGIATURA: Roelof Jan Minneboo, George Ovashvili, Nugzar Shataidze / FOTOGRAFIA: Elemér Ragályi / MONTAGGIO: Sun-min Kim / MUSICHE: Iosif Bardanashvili/ ATTORI: Ilyas Salman, Mariam Buturishvili, Irakli Samushia / PROD.: 42film, Alamdary Films, Arizona Films, Axman Productions, George Ovashvili Production 22 PREMI, tra cui: Athens Panorama of European Cinema 2014: Premio del pubblico, Premio Fipresci / Fribourg International Film Festival 2015: Premio del pubblico /Karlovy Vary International Film Festival 2014: Premio della Giuria Ecumenica; Cristal Globe per la regia / Kinoshok - Open CIS and Baltic Film Festival 2014: Grand Prize per la regia e la produzione di un lungometraggio a soggetto; Miglior fotografia / Montpellier Mediterranean Film Festival 2014: Premio del pubblico per il miglior film; Premio della Critica e Golden Antigone per la regia / São Paulo Int. Film Festival 2014: Premio della Critica per la regia isola, di cui l’uomo prende possesso, costruendoci una casa e prendendone così legittimo possesso. Le stagioni passano, i mutamenti corrono paralleli con i turbamenti della vita. Tra paura dell’ignoto e insensatezza, gli sguardi dei protagonisti sono ripresi come parte di una corrente continua. Il regista georgiano azzera i dialoghi, ovatta i suoni, filma la notte come vivesse dentro l’anima dei personaggi. Non giudica; ammira la bellezza, prende atto dell’ineluttabilità della vita, segue i personaggi nei loro continui affanni fino alla fine. Anche se la fine non esiste, il ciclo si rigenera dalle ceneri sparse. La regia rende in maniera puntuale la plasticità di uno spazio e di un tempo che non esistono. Il fiume Inguri è raccontato con il linguaggio dell’universalità. Corn Island diventa così un’opera con una forte tensione morale; alla fine, o all’inizio, lo spettatore si trova immerso in un flusso inarrestabile di autentica e struggente bellezza, che ci accompagna nel più semplice e complicato racconto che è la nostra vita. (Davide Zanza, da “Vivilcinema”, luglio-agosto 2015) Corn Island è montato a partire da una struttura complessa di coproduzione tra Georgia, Germania, Francia, Repubblica Ceca, Kazakistan e Ungheria. Questo film estremamente complicato da girare è stato per fortuna altrettanto gratificante per i membri della sua squadra creativa proveniente da 13 paesi diversi. Svelato a Karlovy Vary, Corn Island è emerso subito come fiore all’occhiello del festival. I dialoghi sono radi, ma contrariamente a Primavera, estate, autunno, inverno... di Kim Ki Duk, con cui ha diversi punti in comune, la camera è quasi sempre in movimento e questo dinamismo rovescia completamente le attese contemplative generalmente associate a questo tipo di storia. La fotografia di Elemér Ragályi è mozzafiato e certe inquadrature, specialmente durante il diluvio, sono di un realismo impressionante. Non siamo lontani dal documentario in condizioni estreme, e quando si apprende che la squadra del film ha creato l’isola dal nulla, si capisce ancora meglio la dimensione del lavoro straordinario di Ariunsaichan Dawaashu, il production designer che si è occupato di ricreare ogni stagione in un ambiente ostile persino per le riprese. Il realismo è eccezionale e non compromette in nessun modo l’estetica della poesia grafica e narrativa di Corn Island. Il film è girato in 35mm, il che contribuisce a magnificarne la bellezza. Parabola realista sul ciclo della vita, Corn Island non chiude pertanto gli occhi sulla situazione politica di questa regione segnata da un conflitto etnico che brucia da oltre 20 anni. La favola agricola è costantemente minacciata dagli spari lontani, gli scherzi barbari dei soldati sulla riva o le ronde militari in motoscafo. (Domenico La Porta, da “Cineuropa”, 10 luglio 2014) Primavera, estate, autunno. Sul fiume Inguri, che separa la Georgia dall’Abkhazia, paesi divisi da un lungo conflitto, si formano e si disfano isole itineranti; in una di queste si installano un vecchio contadino e sua nipote, ma per sopravvivere devono affrontare diversi pericoli. È un cinema che si abbandona alla contemplazione della mutazione dello spazio, quello del georgiano Ovashvili. La ricerca impossibile di una pace e di una stabilità familiare aveva già caratterizzato il precedente lungometraggio del regista, Gagma napiri. Stavolta però non è un viaggio, ma la ricerca di un luogo, la meta desiderata dai due protagonisti. Con dialoghi ridotti al minimo, c’è soprattutto uno script sonoro (il rumore del fuoco, degli spari, dell’acqua del temporale) che sottolinea persistentemente il conflitto uomo-natura, ma anche la guerra silenziosa, sempre presente, che si manifesta nel saltuario ma inquietante passaggio dei soldati con la barca. Quello di Ovashvili è un cinema sempre attento alla ricerca della giusta inquadratura che può rischiare di rasentare il compiaciuto formalismo di Andrej Zvyagincev, soprattutto quando mostra, per esempio, il riflesso del contadino sull’acqua. Ma poi questa composizione si sgretola, gli elementi entrano in simbiosi con i personaggi e i silenzi diventano sempre più assordanti e drammatici. Dalla natura si staccano gli sguardi, anzi gli occhi. Con un finale che lascia il segno. (Simone Emiliani, da “Film Tv”, 30 agosto 2015) Un’adolescente rivolge il suo sguardo curioso e smarrito verso il nonno ponendogli una domanda secca: di chi è questa terra? Il nonno in modo altrettanto diretto le risponde: è di chi l’ha creata. In questa frase è racchiuso il senso ancestrale e fatato che domina Corn Island, un piccolo gioiello che racconta con delicata semplicità dell’essere umano, della sua esistenza consumata all’interno di un eterno ed infinito cerchio. Il film è ambientato sul fiume che separa l’Abkhazia dalla Georgia. Sopra questo confine, a seconda del periodo, si formano magicamente delle piccole isole la cui sopravvivenza è legata al passare del tempo, allo scorrere delle stagioni (il film ne filma tre, dalla primavera all’autunno), a quel continuo flusso che parte dalla vita e ad essa ritorna. I protagonisti del racconto sono pochi: il nonno e la nipote, il fuggiasco e l’esercito, la vita e la morte, il costruire e il distruggere, l’impulso primordiale nel plasmare, la realtà che spezza i desideri e li tramuta in altro. È difficile sintetizzare in poche righe la storia di questo film; il regista si serve del linguaggio cinematografico per creare un’opera “filosofica”, sfuggendo a qualsiasi forma. In origine il fiume crea una sorta di GEORGE OVASHVILI Nato in Georgia, ha studiato al Politecnico negli anni ’80 e nel 1996 si è laureato all’Istituto Statale di Cinema e Teatro, frequentando poi la New York Film Academy e gli Studios Universal ad Hollywood (2006). Ha diretto racconti per bambini ed ha lavorato per un’agenzia pubblicitaria, realizzando nel contempo vari corti di qualità. Debutta nel lungo con Gagma napiri (The Other Bank, 2009), approdando nel 2014 a Corn Island, premiato nei festival e scelto per rappresentare la Georgia agli Academy Awards 2015. 3

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6 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 12 NOVEMBRE 2015, CINEMA K2, ORE 16.30 / 19 / 21.30 VULCANO (IXCANUL) REGIA: JAYRO BUSTAMANTE (GUATEMALA / FRANCIA, 2015) DURATA: 93ʼ - OPERA PRIMA - SOTTOTITOLATO ALLE 21.30 SARÀ PRESENTE ALESSANDRO ANDERLONI DIRETTORE DEL FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA SCENEGG.: Jayro Bustamante / FOTOGR.: Luis Armando Arteaga / MONT.: César Díaz / MUSICHE: Pascual Reyes / ATTORI: María Mercedes Coroy, María Teló, Manuel Antú, Justo Loren, Marvin Coro / PRODUZIONE: Marina Peralta, Pilar Peredo, Edgar Tenenbaum, Jayro Bustamante Berlin International Film Festival 2015: premio Alfred Bauer (Orso d’argento per la miglior regia) pendici di un vulcano, centro visivo e mitico della vita degli abitanti del luogo. Promessa sposa a un locale, si concede invece a un giovane lavorante perché lui la porti con sé, oltre il confine con il Messico, verso gli Stati Uniti. In realtà, più che nella parte iniziale, che segue i tempi e i riti del mondo indio, il film prende forza quando si instrada sui binari del melodramma. Maria resta incinta, prova ad abortire, e seguono altre disgrazie che hanno le loro radici in un sistema di sopraffazioni che trascende la dimensione locale. Paradossalmente, è grazie all’uso di convenzioni narrative rodate che i personaggi, a cominciare dalla protagonista, prendono corpo e si fanno più vicini allo spettatore, mentre lo stile si piega efficacemente al racconto. (Emiliano Morreale, da “L’Espresso”, 18 giugno 2015) Vulcano, opera prima scritta e diretta dal guatemalteco Jayro Bustamante, offre il convincente ritratto di una comunità indigena Maya Kaqchiquel, e al tempo stesso è un racconto di formazione con delicati risvolti psicologici. (…) Vulcano propone, con spiccata sensibilità e un realismo mai banale, un crocevia di scelte e di sentimenti, tra antichi rituali e abitudini ancestrali, difficile quotidianità e scontro con gli inganni della civiltà urbana. Jayro Bustamente realizza un’opera di esordio matura, non didascalica né sensazionalistica. La credibilità dei luoghi, costumi e situazioni deriva dalla sua frequentazione fin dall’infanzia dell’area e della gente rappresentate. Il film evita largamente gli stereotipi e la tentazione esotica di enfatizzare le maestose location tropicali, adottando un registro minimalista semplice ed efficace. Il ritmo è lento, ma emozionante, ad eccezione dell’epilogo un po’ frettoloso. L’estetica cinematografica è molto ricca, nella scelta dei dettagli e dell’alternanza di piani sequenza, riprese panoramiche, intensi piani fissi e primi piani ravvicinati. La fotografia di Luis Armando Arteaga sfrutta incisivamente la contrapposizione tra i colori vivaci o cupi del paesaggio e le tonalità di luci e ombre. Il cast formato durante un lungo lavoro di confronto tra il regista e la comunità indigena, garantisce una recitazione autentica e, nell’insieme, appropriata e priva di manierismi, soprattutto durante le fasi più drammatiche. (Giovanni Ottone, da “Vivilcinema”, maggio-giugno 2015) Film premiato all’ultimo festival di Berlino con l’Orso d’Argento “per un film che apre nuove prospettive”, l’opera prima del guatemalteco Bustamante (che ha studiato anche al Centro Sperimentale di Cinematografia) appartiene a quel genere che potremmo chiamare world cinema: un insieme di film d’autore extraeuropei abbastanza riconoscibili per temi e per stile, ospitati di solito nelle sezioni collaterali di Cannes, o nei festival di Berlino e Venezia. Lavori che spesso descrivono un mondo pastorale o contadino con uno stile che oscilla tra il realismo antropologico e le marche d’autore precise: inquadratura ben composta in campi lunghi, macchina a mano nelle scene più mosse o di pedinamento del personaggio, a volte protagonisti ragazzini o vecchi, assenza di musica, finali più o meno sospesi. Come in tutti i generi, ci sono gli esempi buoni e i meno buoni. Nel caso di Vulcano, lo si può leggere appunto come un film di genere piuttosto riuscito. Il regista ha lavorato con la comunità maya in cui la storia è ambientata, discutendo il copione, e aderisce a questo mondo in maniera convincente. Protagonista è Maria, 17 anni, che lavora in una piantagione di caffè, alle Vulcano è l’impeccabile ed “esplosiva” opera prima del guatemalteco Jayro Bustamante, Orso d’Argento – Alfred Bauer Priz e vera rivelazione dell’ultima Berlinale. «Ho trascorso la mia infanzia sugli altipiani del Guatemala, la terra dei Maya, circondata da vulcani e permeata di antiche tradizioni indigene» racconta il regista. «Da piccolo, attraversavo le montagne insieme a mia madre medico, accompagnandola nelle sue campagne sanitarie, che consistevano nel convincere le donne maya a vaccinare i loro bambini. Cercare di instaurare dei rapporti amichevoli tra la comunità maya, ovvero l’ottanta per cento della popolazione, e il restante venti per cento di meticci era un’impresa complicatissima. In molti casi non parlavano spagnolo e in quegli anni di conflitto armato le montagne erano una regione pericolosa». A quattordici anni Bustamante ha lasciato il Guatemala, per approdare a Parigi e a Roma dove ha studiato regia. «Da meticcio ho avuto più opportunità dei maya, ed è il motivo per cui sono riuscito a studiare all’estero». Quando poi è tornato in Guatemala ha trovato un Paese diverso. «Era come se si fosse sviluppato nella direzione sbagliata», dice. «Le risorse naturali sono state ampiamente distrutte. E se negli anni ’80 il problema dei bambini era la malnutrizione, ora è l’obesità generata dal cibo-spazzatura». C’è poi la questione irrisolta e terribile da cui è nato il film: il traffico dei minori sottratti alle madri maya ed esportati illegalmente nel mondo. «L’Onu riferisce di quattrocento sequestri di minori ogni anno in Guatemala, portati a termine in condizioni di assoluta impunità. Sono coinvolti funzionari pubblici, notai e giudici, oltre a medici, direttori di orfanotrofi e molti altri. Ho voluto raccontare che cosa accade alle persone vittime di questa ingiustizia», continua il regista. «Prima di girare ho organizzato laboratori nella comunità maya per farmi raccontare le loro storie. E per convincerli a partecipare come attori al film. È stata un’esperienza illuminante». (Tiziana Lo Porto, da “Il Venerdi’” di Repubblica, 5 giugno 2015) JAYRO BUSTAMANTE Nato in Guatemala nel 1977 e formatosi alla regia cinematografica in Guatemala, a Parigi e a Roma, ha realizzato una serie di cortometraggi che sono stati premiati in numerosi festival di cinema. Il più recente, Cuando Sea Grande, ha ottenuto il premio qualità del CNC al Festival Internazionale di Clermont Ferrand ed è stato trasmesso in TV. La sua sceneggiatura El escuadrón de la muerte è stata selezionata a San Sebastián ed in altri festival. Vulcano è il suo primo lungometraggio. 4

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7 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 19 NOVEMBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IL GRANDE QUADERNO (A NAGY FÜZET) REGIA: JÁNOS SZÁSZ (GER, UNG, AUSTRAL, FRA, 2013) - DURATA: 112ʼ SCENEGG.: Andras Szekér, János Szász, Agota Kristof / FOTOGR.: Christian Berger / MONT.: Szilvia Ruszev / MUSICA: Johan Johanson / ATTORI: L. Gyémánt Egyik Iker, A. Gyémánt Thomas Iker, P. Molnár Nagyanya, U. Thomsen Tiszt, Ma Ulrichtthes Apa, G. Bognar Anya, F. Tóth Nyulszaj / PRODUZIONE: Sandor Söth, Pál Sandor Chicago International Film Festival 2013: Menzione Speciale per la regia / Haifa International Film Festival 2013: Menzione Speciale / Karlovy Vary International Film Festival 2013: Premi Crystal Globe e Label Europa Cinemas / Les Arcs European Film Festival 2013: Premio Young Jury per la regia facile. Al di là della ricerca quanto mai sterile per ciò che concerne la fedeltà al testo, subentra nella diversità dei linguaggi l’impatto affettivo che già in precedenza unisce il lettore ai personaggi, ritrovati ora da spettatore. Il regista ungherese János Szász deve aver sentito visceralmente la responsabilità di fronte al “peso” letterario della scrittrice conterranea Ágota Kristóf, autrice del racconto tratto dalla Trilogia della città di K, interiorizzando, oltre il livello drammaturgico, una serie di suggestioni rielaborate attraverso accorgimenti registici funzionali e meritevoli: le luci fredde, le inquadrature dal basso verso l’alto, l’animazione, il rigore scenico richiamano l’atmosfera della “favola nera”, mantenendo uno stile quantomeno personale. (...) I due fratelli, inseparabili, interconnessi, coesistenti, capiscono immediatamente che il loro personale orrore, scaturito dalla brutalità della guerra, si riflette in un rapido trapasso dall’infanzia all’età adulta, scevro di qualsiasi buon sentimento. (...) L’odio della guerra, richiamata da sineddoche come i soldati animati incisi a matita sul quaderno, ma mai visivamente palesata, si propaga a lungo raggio sulla loro atroce r-esistenza. Eppure un briciolo di pietà sopravvive in nome della perduta innocenza. Una pietà lucida e risoluta, ammantata del suo contrario, come la ferocia ritrovata nei racconti della Bibbia che studiano rintracciando brandelli di misericordia. (Silvia Pellegrino, da “Sentieri Selvaggi”, 27 agosto 2015) Dal primo libro della celebre Trilogia della città di K di Ágota Kristóf, Il grande quaderno è «una storia crudele di bambini innocenti, ma che resistono a tutto. Il racconto – dice il regista János Szász – di due gemelli assassini». 1944, la guerra infuria, i gemelli Egyik e Thomas vengono lasciati dalla madre alla nonna, che non è amorevole; il villaggio la chiama strega, lei ribattezza i nipotini “figli di cagna”. Serve, forse, a “intostarli”. E i due agiscono di conseguenza; scudisciate, studio, lettura, tutto per guadagnare l’insensibilità buona per sopravvivere. Ce la faranno? Tra ragazze leporine e ladre, lusinghe omosex di ufficiali nazisti e un prete da ricattare, i gemelli crescono, mentre il ritratto allegorico e antibellico di Szász lotta per tenere fede alla lettera della Kristóf. Il melodramma, con le enfatizzazioni e i didascalismi del caso, prende piede, ma la sintassi criminale non sbraca, l’urgenza della pace non smobilita, il grande quaderno non perde il suo inchiostro di sangue. Bravi interpreti, fotografia sensibile di Christian Berger (Il nastro bianco), un film da riflettere. (Federico Pontiggia, da “Il Fatto Quotidiano”, 27 agosto 2015) Un paese in guerra; il padre è al fronte, la madre affida alle cure della nonna, che vive in campagna vicino alla frontiera, i due gemelli per non esporli ai pericoli della città. Affetto e solidarietà familiare? Tutt’altro; la vecchia è soprannominata “la strega” e accusata di aver anni prima avvelenato il marito. L’astio covato nei confronti della figlia è riversato sulle due bocche da sfamare, che apprendono fin da subito che chi non lavora non mangia. La durezza del lavoro nei campi e domestico, l’asprezza di un trattamento ai limiti del disumano spingono i gemelli tredicenni a un lavoro psicologico di auto-inflizione di dolore e patimenti per rendersi insensibili ad ogni sopruso e sofferenza. La risultante di questo processo, che porterà presto la stessa nonna a guardare con timore ai nipotini, è una corazza che sfocia in una capacità di difesa ma anche di attacco - spietato, anaffettivo - a protezione degli inermi o a correzione dei torti. (...) E prima o poi si rivedranno sia il padre che la madre tra scherzi del destino, resa dei conti emotiva e possibilità di mutare la propria sorte in un paese allo sbando... Con uno stile asciutto, tagliente e una progressione impeccabile, il magiaro János Szász (assistito alla sceneggiatura da András Szeker) ci consegna una trasposizione insperabilmente adeguata alla prima parte della Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf, quella più narrativa e cinematografica, sulla perdita dell’innocenza di due ragazzi costretti anzitempo a farsi adulti. Il romanzo è strutturato per capitoli brevi, flash di vita (e di sopravvivenza) in forma di diario e la sceneggiatura riesce a dipanare un resoconto crudo e impietoso degli orrori del quotidiano in tempo di guerra – mai nominata, sono evidenti i riferimenti ai blocchi contrapposti nei paesi dell’Est durante l’ultimo conflitto mondiale. Il regista, seppure con una messa in scena efficace e cinematograficamente accurata (inclusi brevi inserti animati), condivide la scelta stilistica di raccontare i fatti con essenzialità e rigore espressivo, lasciando fuori ogni elemento ridondante ed evidenziando le capacità interpretative di Molnár Piroska (la nonna). Il film ha vinto il festival di Karlovy Vary, è stato presentato a Toronto e lo scorso anno è stato a un passo dalla nomination all’Oscar per il film straniero. (Mario Mazzetti, da “Vivilcinema”, luglio-agosto 2015) Affrontare il riadattamento cinematografico di uno dei più affascinanti ed apprezzati best seller letterari dei nostri tempi non è certo un’impresa JÁNOS SZÁSZ Insegnante dell'Accademia di teatro, cinema e arti a Budapest alla masterclass di recitazione, è nato nel 1958. Questo è il quinto lungometraggio dopo Szédülés (1990), Woyzeck, The Witman Boyz (candidati ungheresi all'Oscar del miglior film straniero rispettivamente nel 1995 e nel 1998) e Ópium - A madwoman’s diary (premio per il miglior regista, per la fotografia e premio della Fipresci all'Hungarian Film Week 2007). Dei film che ha diretto, Woyzeck ha vinto, tra gli altri riconoscimenti, l'European Film Award per il miglior esordio cinematografico e The Witman Boyz (Certain Regard di Cannes, 1997) ha ottenuto il premio per la miglior regia al Festival di Mosca e il Silver Hugo a Chicago. 5

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8 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 26 NOVEMBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 FUOCHI DʼARTIFICIO IN PIENO GIORNO (BAI RI YAN HUO) REGIA: DIAO YINAN (Cina, 2014) - DURATA: 110ʼ SCENEGGIAT.: Diao Yinan / FOTOGR.: Dong Jinsong / MONT.: Yang Hongyu / MUSICHE: Wen Zi / ATTORI: Liao Fan, Gwei Lun Mei, Wang Xuebing, Wang Jingchun, Yu Ailei, Ni Jingyang / PRODUZIONE: Omnijoi Media, Boneyard Entertainment China, China Film Co. Asia Pacific Screen Award 2014: Miglior scenografia / Asian Film Award 2015: Miglior sceneggiatura e Miglior attore / Beijing Student Film Festival 2014: Miglior regista / Berlin International Film Festival 2014: Orso d’oro per il miglior film; Orso d’argento per il miglior attore / Golden Horse Film Festival 2014: Miglior regia / International Cinephile Society Awards 2015: Premio ICS / Odessa International Film Festival 2014: Miglior regia tuazioni impreviste; sta invece nello stile visivo, fatto di immagini ipnotiche e magnificamente padroneggiate. In ambienti che variano dall’oscurità del carbone al nitore da brivido dei paesaggi ghiacciati, tra piste di pattinaggio, gallerie minacciose, locali notturni surreali come quello che dà il titolo al film, è tutto un susseguirsi di scene stupefacenti dove le immagini (nitide, interamente a fuoco, sempre attente a sfruttare la profondità di campo) fanno un mix di rara suggestione con un ambiente sonoro, cui la regia non attribuisce importanza minore che a quello visivo. E qui si pone un potenziale - ma stimolante - contrasto tra le situazioni cupe, che tendono a generare un progressivo turbamento nello spettatore, e una certa freddezza programmatica, o piuttosto un distacco stilistico che potrebbe essere scambiato per indifferenza morale. Perché il vero senso del film sembra risiedere, alla fine, nella folgorante cine-genia che il regista sa proiettare su un tessuto urbano fatiscente, tinto di colori estremi, trasfigurato da un uso delle luci geniale come ci è capitato raramente di vedere. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 23 luglio 2015) In L’amore bugiardo c’è un bar. E si chiama Bar. Una tautologia, uno scherzo, nessuno sforzo di realismo. La fine del mondo, per Edgar Wright, è il nome di una birreria. Nemmeno l’apocalisse si può prendere sul serio. Sono cul-de-sac di un immaginario autosufficiente, che basta a se stesso e si dimentica del verosimile. Un cinema che non vuole responsabilità sul reale. Anche Fuochi d’artificio in pieno giorno è il nome di un locale. Orso d’oro 2014, il film unisce i destini di eccentrici personaggi; il protagonista è uno sbirro che arranca nel proprio trauma annebbiato dall’alcol, l’omicida è uno spettro che uccide con pattini da ghiaccio, la femme fatale è una bella, addoloratissima lavandaia silente. Il noir e il mélo, il comico tragico, tristi notturni s’aprono a squarci ultrapop, i nessi causa/effetto latitano, la detection si perde in digressioni inquietanti e dementi, mesti silenzi si fanno isterica violenza. Come ci insegna Jia Zhang-ke, la realtà della Cina improvvisamente moderna è surrealtà. E queste sono le tracce di un paese instabile, che non riconosce la propria identità e s’abbandona (come tanti autori di oggi, da Lou Ye a Jiang Wen) agli automatismi del genere come a una forma di alienazione. È per questo che, quando i fuochi d’artificio in pieno giorno esplodono sul serio e non si limitano ad essere il nome di un locale, ci si commuove. Perché c’è una realtà oltre allo scherzo, al cul-desac, all’immaginario alienato. C’è un sentimento, vero. (Giulio Sangiorgio, da “Film Tv”, 26 luglio 2015) Thriller, noir, melò, ci sono tre fili rossi in questo giallo pechinese provvisto di fascino e malinconia particolari. Ci sono tutti gli elementi classici in una luce di cinema che li sfrutta al meglio: il detective, l’assassino forse seriale, la povera lavanderina. E i fuochi d’artificio scoppiano anche se metaforici. (Maurizio Porro, da “Corriere della Sera”, 11 settembre 2015) Sugli schermi del cinema e della televisione odierni le storie di crimine sono il genere largamente predominante; inflazionato, perfino, ma con varianti rare rispetto al repertorio già noto. Varrà la pena, allora, di fare la conoscenza con Fuochi d’artificio in pieno giorno, un noir diverso da tutti gli altri che nel 2014 ha vinto un meritato Orso d’oro come miglior film a Berlino, raddoppiando con l’Orso d’argento per il miglior attore al protagonista Liao Fan. Nel 1999 l’ispettore Zhang Zili indaga su un caso d’omicidio particolarmente macabro: il corpo della vittima è stato smembrato e i pezzi sono finiti in distretti carboniferi della Manciuria distanti centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Durante una retata in un salone di bellezza, avviene una sparatoria tra la polizia e i principali sospettati; Zhang, ferito, è l’unico a salvare la pelle ma ne esce con i nervi a pezzi. Il caso resta irrisolto. Nel 2004 l’uomo – che ha lasciato la polizia, fa l’agente di sicurezza ed è alcolizzato – incontra alcuni colleghi che indagano su due omicidi: in entrambi sembra implicata la giovane vedova della vittima di cinque anni prima. Benché si tratti di un noir del tutto insolito, non è difficile riconoscere nei personaggi principali due figure archetipiche del genere nella sua declinazione occidentale: il detective disilluso e scorticato vivo, che vive sul filo del rasoio, e la donna fatale che porta gli uomini alla perdizione. E non fa meraviglia che un regista cinese, Yinan Diao, abbia citato in proposito esempi come i film con Humphrey Bogart, L’infernale Quinlan o Il terzo uomo (di cui il suo contiene una citazione palese). A lui infatti, alla faccia di tutto il repertorio di squadre speciali e polizie scientifiche dei telefilm correnti, non interessa tanto la soluzione del caso criminale, quanto piuttosto i destini dei protagonisti, creature solitarie e marchiate dalla vita. Tuttavia la singolarità non risiede qui, e neppure in una certa attitudine a seminare false piste, o a mettere lo spettatore dinanzi a si6 Diao Yinan È una figura di spicco nel teatro d'avanguardia della Cina, e ha scritto anche numerose sceneggiature. Si è laureato in Letteratura e Sceneggiatura presso l'Accademia Centrale di Arte Drammatica di Pechino. I suoi spettacoli teatrali d’avanguardia includono: A Fastrunner or Nowhere to Hide, Pavel Korchigan, e Comrade Ah Q. Le sue sceneggiature per altri registi comprendono Spicy Love Soup, La doccia, All the Way and Eternal Moment. Come attore, ha recitato nel film indipendente di Yu Likwai All Tomorrow’s Parties, presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes nel 2003.

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FESTIVAL & RASSEGNE MONDOVISIONI SOCI DEL CIRCOLO DEL CINEMA CON TESSERA: INGRESSO RIDOTTO Mondovisioni è una selezione di documentari ad opera del settimanale Internazionale, che offre una eccezionale panoramica sugli avvenimenti ed i fermenti che agitano il nostro mondo partendo a volte da una storia apparentemente piccola, per inquadrare una tendenza o un problema più globali. I film programmati sono stati scelti tra le proposte dei festival internazionali più prestigiosi: Berlino, Locarno, Sundance, il Tribeca di New York. È dal 2012 che la rassegna viene proposta anche a Verona ed annovera un attivo di 19 documentari che sono stati sempre proiettati presso il Cinema Teatro Nuovo San Michele, tutti in lingua originale con sottotitoli ed accompagnati da una breve introduzione dei presentatori della rassegna ed ospiti esterni, per offrire un approfondimento riguardo le tematiche proposte. I temi affrontati nei tre anni di programmazione hanno permesso al pubblico di viaggiare virtualmente intorno al mondo seduti comodamente nella sala del cinema, vivendo le interessanti narrazioni di svariate persone tra cui giornalisti, blogger, registi e comuni cittadini, che hanno vissuto sulla propria pelle situazioni legate a realtà locali ed internazionali drammatiche. Per il quarto anno Verona ospiterà la rassegna con 6 nuovi documentari, ogni lunedì dal 2 novembre al 7 dicembre 2015. RASSEGNA MONDOVISIONI A VERONA 2015 PRESSO IL CINEMA TEATRO NUOVO SAN MICHELE 2 Novembre 2015 We are journalists di Ahmad Jalali Farahani - Danimarca/Iran 2014, 85’ Il giornalista Ahmad Jalali Farahani racconta l’instancabile lotta per la libertà di espressione in Iran. 9 Novembre 2015 En tierra extraña di Iciar Bollaín - Spagna 2014, 73’ La crisi finanziaria che ha colpito la Spagna ha costretto molti giovani a emigrare in cerca di una vita migliore. Le storie di alcuni di loro raccontano la nuova migrazione interna europea verso il nord. 16 Novembre 2015 (T)error di Lyric R. Cabral e David Felix Sutcliffe - Stati Uniti 2015, 93’ Un tentativo di far luce sull’ossessione per la sorveglianza nell’America di oggi, e rispondere all’inquietante domanda: chi controlla chi ci controlla? 22 Novembre 2015 Voyage en barbarie di Cécile Allegra, Delphine Deloget - Francia 2014, 72’ Il Sinai è il teatro di una vera tratta degli schiavi. Tre sopravvissuti svelano una vicenda avvolta ancora nel silenzio, l'ennesimo dramma sulle rotte della migrazione. 30 Novembre 2015 The chinese mayor di Zhou Hao - Cina 2015, 86’ Il sindaco Geng Yanbo ha il piano (forse troppo) ambizioso di poter invertire la rotta della capitale della Cina imperiale, la città di Datong, che oggi è quasi in rovina. 07 Dicembre 2015 Cartel Land di Matthew Heineman - Messico/Stati Uniti 2015, 98’ La storia del medico José Mireles a Michoacán e del veterano statunitense Tim “Nailer” Foley in Arizona, uniti nella lotta ai cartelli della droga. FESTIVAL DEI CORTI - MEDIORIZZONTI Dalla collaborazione di Veronetta 129 con Net generation nasce la rassegna di cinema mediorientale ”MediOrizzonti”. Dopo la proiezione di quattro corti allʼanteprima di giovedì 1 ottobre allʼAssociazione La Sobilla, il Festival si è svolto i lunedì di ottobre al Cinema Nuovo San Michele, con la presentazione di quattro lungometraggi (le locandine qui a fianco). Un resoconto più ampio sarà pubblicato nel Filmese di dicembre 2015 / gennaio 2016. ➀ ➁ ➂ ➃ 7

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FESTIVAL & RASSEGNE A VENEZIA LE GIORNATE DEGLI AUTORI E IL “MUSEO DELL’INNOCENZA” A ISTANBUL Anna Pasti N ella miriade di eventi collaterali della Biennale cinema di Venezia spicca, a mio parere, lʼattività delle Giornate degli Autori/Venice Days, promossa dallʼassociazione dei registi e autori cinematografici italiani ANAC e da 100 autori. Lʼiniziativa è nata nel 2004, e da subito si è rivelata un luogo di incontro e scambio altamente proficuo. Le proiezioni dei 12 film selezionati e degli eventi speciali avvengono negli spazi ufficiali della Biennale, mentre gli appuntamenti per presentazioni, interviste e distribuzione del materiale a stampa si svolgono in una villetta riattata allʼuso con un bel giardino lungo la spiaggia del Lido, il luogo più informale e divertente della mostra. Qui si incontrano registi e produttori, sceneggiatori e attori e da qui nascono i primi contatti per la distribuzione, per nuove idee e nuovi film. Nel giardino, dotato anche di bar, si addensano gruppetti qua e là e, orecchiando, le lingue parlate sono veramente tante, il tutto molto internazionale e cosmopolita! Come cosmopolita è la giuria, composta da 28 giovani spettatori di tutta Europa guidati da Laurent Cantet, regista francese autore di Risorse umane, passato sullo schermo del Circolo del Cinema nel 1999 ma anche di quel delizioso La classe, esempio purissimo di cinema francese. I 28 hanno affrontato allegramente la visione dei 12 film in concorso. Considerando che i premiati alle Giornate degli Autori negli anni passati per ben otto volte hanno in seguito ottenuto il Leone dʼoro, è bene tenere dʼocchio lʼaustraliano Michael Rowe, vincitore questʼanno con Early Winter. Girato in Canada, il film esplora la solitudine di una coppia in cui ciascuno riesce a esprimere il peggio di sé nel bisogno dellʼaltro. Anche qui, come in molti altri film passati in questa Biennale, è la vita a essere raccontata, è lʼesaltazione degli stati dʼanimo e non lʼintreccio di storie drammatiche. Tra gli 8 film proiettati come Eventi speciali, vorrei citarne solo alcuni come il documentario sul veneziano Harryʼs Bar, girato dalla nipote di Arrigo Cipriani, e lʼomaggio a Ingrid Bergman realizzato, anche qui un nipote, da Alessandro Rossellini; vorrei ricordare anche Milano 2015, sorta di collage di 6 corti girati da Elio (delle Storie Tese), Roberto Bolle (il ballerino), Silvio Soldini (il regista), Walter Veltroni (il politico), Cristiana Capotondi (lʼattrice), Giorgio Diritti (il regista). Ma lʼevento speciale più speciale è stato Innocence of Memories. Orhan Pamukʼs Museum and Istanbul. È bene ricostruire la genesi di questo film che ha alla base la pubblicazione nel 2008 del romanzo Il museo dellʼinnocenza di Orhan Pamuk - premio Nobel per la letteratura nel 2006 -, racconto dellʼinfelice storia di due amanti, Kemal e Füsun, nellʼIstanbul degli anni settanta. Quattro anni dopo la pubblicazione del romanzo, nel 2012 Pamuk allestisce un vero e proprio museo a Istanbul, nella vecchia casa verniciata di rosso su tre piani in cui i due amanti si incontravano, e vi dispone tutti gli oggetti raccolti nel corso dei lunghi anni di delirio amoroso. Passati altri due anni, nel 2014 Pamuk incontra il regista Grant Gee e per lui scrive la sceneggiatura del film che è la terza riscrittura del medesimo plot: il romanzo, il museo, il film. Nel film, la voce narrante è Pamuk stesso sotto le sembianze di Kemal, lʼamante dal sogno incorruttibile che, in adorazione e attesa della sua Füsun, trasferisce nella casa tutti i simulacra del loro amore. Le immagini scorrono dentro e fuori la casa, con il leitmotiv della farfalla, la forma dellʼorecchino perso da Füsun e ritrovato da Kemal che non lo restituisce e con questo dà avvio alla raccolta di tutti gli oggetti legati al loro amore. Suppellettili, ritagli di giornale, abiti, foto, documenti, cose comuni allestiti con amorosa meticolosità non avrebbero nessun valore se non fossero legati alla loro vita, e alla vita della città. Nel sottofondo compare Istanbul, adagiata sulle due rive del Bosforo, con i suoi colori, odori, sapori, i minareti fra cargo e battelli color ruggine che passano e ripassano a sirene spiegate. È un viaggio nella memoria delle cose e delle emozioni che le cose ci ricordano, istantanee in cui il confine tra realtà e finzione è labilissimo; ma è anche una ricostruzione di Istanbul e della vita che vi scorreva cinquantʼanni fa. Come noto, Pamuk è legatissimo alla sua città, che fa da sottofondo, o addirittura ne è protagonista, in molti suoi libri. La città che emerge è un luogo triste e malinconico (gli esterni sono infatti tutti in bianco e nero), in cui i cani randagi la fanno da padrone lungo le strette viuzze della città vecchia in notti che sembrano non avere mai fine. È unʼIstanbul del passato, un omaggio che Pamuk rende alla sua patria. Con un salto a pieʼ pari, passando a Verona, potremmo anche noi, nella nostra città, dedicare un museo a un nostro illustre concittadino, Emilio Salgari, ricostruendo pedissequamente gli scenari dei suoi mitici romanzi di avventura: dagli abiti di Sandokan e della Perla di Labuan alle copertine delle sue mitiche edizioni Bemporad. 8

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FESTIVAL & RASSEGNE 72. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA: IMPRESSIONI CONCLUSIVE Roberto Bechis N ei molti servizi da noi dedicati al Festival di Venezia di questʼanno, abbiamo avuto modo di approfondire le diverse sezioni, da quella del concorso principale alla rassegna della Settimana della Critica. In queste mie righe cercherò di sintetizzare le mie impressioni generali sulla Mostra 2015. Prima di tutto ricordo il fatto eccezionale che questʼanno il Premio del pubblico della Settimana della Critica fosse intitolato al nostro scomparso presidente fondatore, Pietro Barzisa. Ciò è stato reso possibile grazie ad una donazione privata e agli ottimi rapporti tra il Circolo del Cinema ed i Critici Cinematografici Italiani organizzatori della SIC. E, come spesso capita in questa sezione, i giudizi di giuria e pubblico sono stati completamente convergenti: il premio è andato a Tanna, opera sensibile e struggente di origine australiana. Avremo modo di vedere questo splendido film il prossimo 3 dicembre, serata che il Circolo del Cinema dedicherà alla Settimana della Critica. Purtroppo, questa convergenza di opinioni non è accaduta per il Leone dʼoro a Lorenzo Vigas, come ben raccontato nel numero scorso di Filmese da Lorenzo Reggiani. Peccato, perché la giuria era apparentemente ben rappresentata, ad iniziare dal presidente Alfonso Cuarón, regista messicano autore di Gravity, pluripremiato agli Oscar. In realtà, il vincitore morale (e di buona parte del pubblico) è il secondo classificato, il film sudamericano El clan del regista Pablo Trapero (nella foto, con il Leone Il Leone dʼoro alla carriera è stato attribuito al regista Bertrand Tavernier (nella foto in basso a destra) e questo fatto, per alcuni maligni, è il motivo per cui la rappresentanza di film francesi era particolarmente folta nellʼedizione di questʼanno. La realtà, però, è diversa, come documenta lʼalta qualità delle sceneggiature ed interpretazioni: il cinema francese, grazie anche al forte sostegno statale, rimane il punto di riferimento del cinema di qualità e dʼautore europeo. Un esempio tra tutti è Lʼhermine di Christian Vincent. Infine, una menzione particolare a Remember del regista Atom Egoyan, uno splendido thriller storico. In ogni caso, anche dal punto di vista organizzativo, lʼedizione 2015 ha confermato la solidità e la valenza del duo Barbera & Baratta, che hanno saputo, specialmente il primo, destreggiarsi tra mille difficoltà. dʼargento): un film duro e crudo, ispirato da fatti realmente accaduti. Questa è una caratteristica di molte opere presentate questʼanno, quasi che i registi attualmente preferiscano cimentarsi con fatti reali anziché dare spazio alla creatività, a conferma del detto che spesso la realtà supera la fantasia. Sottolineata la delusione per i quattro film nostrani presenti, lʼunica soddisfazione italiana è arrivata dalla meritata Coppa Volpi vinta dalla simpatica e brava Valeria Golino per lʼinterpretazione nel caotico ma interessante Per amor vostro di Giuseppe Gaudino.

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FESTIVAL & RASSEGNE 68° FESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO SEMPRE INTERESSANTE ED EMOZIONANTE Roberto Bechis F requentare il Festival di Locarno è sempre unʼesperienza molto piacevole, anche se questʼanno i film in concorso sono stati meno entusiasmanti del solito. Esperienza gratificante ed emozionante per lʼottima organizzazione, il gran numero di giovani appassionati presenti ed il solito clima familiare e coinvolgente. Una delle note positive di questʼanno è la completa sintonia tra la Giuria e il pubblico per quanto riguarda il Primo premio del Concorso internazionale. Primo premio assegnato al film Right Now, Wrong Then del regista sud coreano Hong Sang-soo, che ha visto premiato anche lʼattore Jung Jae-Young come miglior attore protagonista. Il regista Hong Sang-soo si era già segnalato due anni orsono, proprio a Locarno, con il notevole Our Sunhi, già allora riscuotendo molti apprezzamenti dal pubblico; un film bellissimo, sempre sul cinema e su chi vive nel sogno del cinema. Il film vincitore a Locarno questʼanno potremmo definirlo uno “sliding doors” alla coreana: il tema è, come per il film inglese, sulle diverse possibili direzioni che può prendere il futuro di ognuno di noi in seguito a un cambiamento di comportamento. Argomento sicuramente affascinante e coinvolgente che nellʼopera del regista coreano assume connotati di alta sensibilità e dolcezza. Il film, molto ben diretto ed interpretato, approfondisce le emozioni caratteriali dei due protagonisti: un regista di mezza età, timido e impacciato, ed una giovane pittrice. In una sempre gremita Piazza grande, schermo da 50 metri per un pubblico di 8.000 persone, è stato proiettato anche lʼintenso Me and Earl and the Dying Girl del regista Alfonso Gomez-Rejón, unʼopera sulle incertezze adolescenziali e la dura realtà della vita. Ma molti sono stati anche i film fuori concorso ufficiale, così come sempre splendide sono le retrospettive, questʼanno dedicata a Sam Peckinpah. Ospiti eccellenti hanno ricevuto il Pardo dʼonore o alla carriera, come gli attori Andy García e Bulle Ogier o i registi Michael Cimino e Marco Bellocchio, di cui si è potuto rivedere il cult I pugni in tasca restaurato. Voglio segnalare due film che mi sono piaciuti particolarmente, nella speranza che abbiano una distribuzione italiana e che il Circolo possa proiettarli: Heliopolis di Sergio Machado, ambientato nelle favelas di San Paolo, racconto della difficile esistenza di unʼorchestra giovanile; La vanité, film svizzero-francese di Lionel Baier, sensibile e divertente opera sullʼamore e la scelta di vita e morte. Non è mancata una presenza di opere made in Italy, sebbene in concorso ne figurasse solo una: Bella e 10 perduta, nella quale Pietro Marcello (i Soci del Circolo ricorderanno il suo struggente La bocca del lupo) parla dellʼItalia e del rapporto fra uomo e natura attraverso la favola di Pulcinella, inviato sulla Terra per prendersi cura di un giovane bufalo. Singolare dramma pastorale, ricco di spunti letterari e mitologici, nel quale il regista ha saputo trasporre lʼattualità del nostro Belpaese. I PREMI UFFICIALI DEL CONCORSO PARDO D’ORO Right Now, Wrong Then di Sang-soo Hong (Corea del Sud) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA Tikkun di Avishai Sivan (Israele) PARDO PER LA MIGLIOR REGIA Andrzej Zulawski per Cosmos (Francia/Portogallo) PARDO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE Tanaka Sachie, Kikuchi Hazuki, Mihara Maiko, Kawamura Rira per Happy Hour di Ryusuke Hamaguchi (Giappone) PARDO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE Jung Jae-Young per Right Now, Wrong Then di Sang-soo Hong (Corea del Sud) MENZIONI SPECIALI: PER LA SCENEGGIATURA Happy Hour di Ryusuke Hamaguchi (Giappone) PER LA FOTOGRAFIA Shai Goldman per Tikkun di Avishai Sivan (Israele)

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FESTIVAL & RASSEGNE 21° FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA BOSCO CHIESANUOVA, 22 - 30 AGOSTO 2015 Laura Pasetto D al 22 al 30 agosto, a Bosco Chiesanuova (VR) si è svolto il 21mo Film Festival della Lessinia, rassegna dedicata alla vita, storia e tradizioni in montagna; appuntamento che per tradizione e successo di pubblico si conferma punto di riferimento mondiale per le pellicole dedicate alla montagna, da quest'anno anche con il supporto del Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Sotto la guida dello storico direttore artistico Alessandro Anderloni, la rassegna assume, ancor più quest'anno, carattere internazionale: 60 titoli in programma, tra lungometraggi, documentari e cortometraggi, provenienti da 26 paesi, dall'Italia all'Armenia, dalla Francia all'Iran. Ciò che rende affascinante questi dieci giorni è che tutto il paese ne è completamente coinvolto, tra workshop e seminari, mostre fotografiche ed appuntamenti gastronomici; anche un pubblico notoriamente difficile come quello dei bambini ha un suo spazio: il programma di FFDL+, con una selezione internazionale di film di animazione e cortometraggi, i laboratori tematici e le escursioni. Ad unire tutta la Lessinia è invece sia il percorso di avvicinamento al Festival, con serate che propongono titoli su tematiche montane, sia quello che è il post Festival, con la riproiezione di quanto visto a Bosco Chiesanuova nei Comuni limitrofi. Molto interessanti anche gli eventi di “Parole Alte”, ciclo di incontri parallelo alle proiezioni organizzato anche con il contributo dell'Università degli Studi di Verona, e la nuova sezione “Montagne Italiane” che unisce, nelle tematiche presentate, montagna ed attualità. Il premio “Lessinia d'oro” come miglior film viene assegnato da un'ottima giuria internazionale al cinese Gtsngbo – Fiume di Sonthar Gyal, toccante storia di una famiglia tibetana che si aggiudica anche un premio speciale per l'interpretazione della giovane protagonista Angchan Lhamo; il premio “Lessinia d'Argento” per la miglior regia va al cortometraggio di produzione armeno – polacca Mleczny brat – Fratello di latte del regista Vahram Mkhitaryan che tratta con ironia il tema dell'accettazione del lutto; il Premio “Terre Vive” per il film che meglio esprime e promuove i valori dellʼecosostenibilità è stato consegnato all'italiano Bring the sun home – Porta a casa il sole di Chiara Andrich e Giovanni Pellegrini, che è valso un riconoscimento della Regione quale “Festival green” durante la 72a edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Una menzione merita il film-rivelazione guatemelteco Ixcanul – Vulcano di Jayro Bustamante girato alle pendici di un vulcano nel cuore di una comunità Maya in Guatemala, che ha meritato una calorosa standing ovation da parte del numeroso pubblico in sala. Pubblico numeroso di appassionati ed addetti ai lavori, una sala moderna ed accogliente, un programma fitto ed interessante ben arricchito da numerosi eventi culturali e non, una piazza intera, una comunità coinvolta e partecipe, sembra quasi facile organizzare un Festival di successo. 11

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FESTIVAL & RASSEGNE FESTIVAL DI CINEMA AFRICANO A VERONA SOCI DEL CIRCOLO DEL CINEMA CON TESSERA: INGRESSO RIDOTTO I l Circolo del Cinema ha incontrato i responsabili del Festival di Cinema Africano che dal 6 al 15 novembre avrà la sua 35a edizione a Verona. Ne è nato un accordo di collaborazione che si estenderà nel tempo, ma che già da questa edizione permetterà ai Soci del Circolo del Cinema di ottenere lʼingresso ai Film del Festival alla quota ridotta di € 3.00, esibendo la tessera di appartenenza alla nostra Associazione. Ringraziamo gli organizzatori di questa opportunità. Invitiamo i Soci a sfruttare questa importante proposta per conoscere meglio la cinematografia delle Afriche ed emozionarsi con i suoi film. Il programma delle proiezioni sarà a disposizione dei Soci al Cinema K2. FILM IN CONCORSO “PANORAMAFRICA” THE BODA BODA THIEVES di Donald Mugisha MORBAYASSA di Cheick Fantamady MEURTRE À PACOT di Raoul Peck MADAME COURAGE di Merzak Allouache JOHN OF GOD di Selé M’Poko DIFRET di Zeresenay Mehari DECOR di Ahamad Abdalla CERTIFIED HALAL di Mahmoud Zemmouri BIDOUN 2 di Jilani Saadi AYANDA AND THE MECHANIC di Sara Blecher 12

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FESTIVAL & RASSEGNE TELLING STORIES - A REFLECTION ON CINEMA AND LITERATURE FESTIVALETTERATURA MANTOVA 2015 K azuo Ishiguro, lo scrittore inglese di origine giapponese, il 13 settembre scorso, nella sua interessante conversazione in inglese con Amedeo d'Adamo sul rapporto tra cinema e letteratura al Festival della Letteratura di Mantova, esordisce ritenendosi uno scadente sceneggiatore e introduce subito quale sia la più grande sfida per lo sceneggiatore cinematografico, rispetto al romanziere: la rappresentazione della memoria. Sullo schermo la memoria non riesce ad essere rappresentata con tutte le ambiguità con cui il nostro cervello la conserva, secondo lo scrittore che, nella sua esperienza, la percepisce come un fermo immagine, del quale gli avvenimenti antecedenti e susseguenti risultano, più o meno, indistinti. La mobilità e la chiarezza della scena cinematografiAmedeo D'Adamo ca danno un'interpretazione lontana dall'autenticità della nostra percezione del ricordo, quindi di solito, nel cinema di tipo narrativo, vediamo il personaggio nell'atto di ricordare, ma la tessitura di ciò che ricorda, nella trasposizione sullo schermo, raramente corrisponde a quell'immagine convincente che, invece, è possibile realizzare nel romanzo. Cita comunque qualche esempio originale come la scena finale di C'era una volta il West di Sergio Leone o la rappresentazione dei ricordi in Marnie di Alfred Hitchcock. Altro esempio è Io e Annie di Woody Allen, dove l'autore cita i suoi ricordi di scuola rappresentandosi da adulto nella sua classe dell'epoca, in mezzo agli altri bambini. Kazuo Ishiguro Del cinema italiano vengono citati Tornatore, Sorrentino e anche Fellini, che comunemente hanno scelto l'infanzia per rappresentare il ricordo in modo nostalgico, benché nella sua resa cinematografica non vi sia differenza di descrizione tra l'attualità e la memoria dei protagonisti. Per quanto riguarda i suoi due romanzi che sono stati trasposti sullo schermo, l'autore riconosce che, in entrambi, i protagonisti sono accomunati dalla mancanza di tormento nell'andare incontro al loro destino, ma in Non lasciarmi, a differenza di Quel che resta del giorno lo stesso ricordo viene rappresentato sullo schermo con scene diverse, al fine di trasmettere l'incertezza del personaggio sull'accaduto reale. Ishiguro, sollecitato da una delle domande del folto pubblico sulle difficoltà che si incontrerebbero nell'eventualità che si dovesse rappresentare sullo schermo l'inattendibilità dei ricordi del protagonista del suo romanzo Quando eravamo orfani, ha rimarcato quanto si debba ancora riflettere e ricercare soluzioni al problema della scrittura per il cinema. Resta da sottolineare come, alla fine dell'incontro, Ishiguro, che aveva rivelato in apertura del dibattito di possedere una nuova sceneggiatura, non ne abbia rivelato ai suoi lettori il titolo. N.G. LINK Sul sito internet si possono trovare le biografie degli autori, le registrazioni degli incontri e altre informazioni utili: www.festivaletteratura.it 13

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INCONTRI IL CIRCOLO DEL CINEMA PROPONE L’OFFICINA DEL CINEMA - LEZIONI DI REGIA LUCA CASERTA E LE SUE OPERE MERCOLEDÌ 18 NOVEMBRE - ORE 21.00 - INGRESSO LIBERO SALA MONTANARI DELLA SOCIETÀ LETTERARIA (PIAZZETTA SCALETTE RUBIANI, 1) N ato nel 1977, Luca Caserta si è diplomato in Filmmaking presso lʼAccademia di Cinema e Televisione di Cinecittà (Roma), specializzandosi in regia e sceneggiatura cinematografica sotto la guida di Carlo Lizzani. Cresciuto nel mondo dello spettacolo, ha maturato esperienze professionali sia nel ci- Luca Caserta nema che nel teatro. Coinvolto in questʼultimo fin da bambino, ha preso parte come attore a vari spettacoli (tra cui “Tommaso Moro” di W. Shakespeare con Raf Vallone). A partire dal 2004 ne ha realizzati quattordici, firmando testo e regia e vincendo alcuni premi. Alcuni suoi testi sono pubblicati su riviste specializzate. Nel 2011 scrive, dirige e co-produce il cortometraggio Dentro lo specchio, presentato al 64° Festi- Elisa Bertato val di Cannes (Short Film Corner), al Marte Live 2011 (finalista nella sezione “Cinema”) e ad altri Festival nazionali e internazionali. Il film, di cui Ugo De Rossi ha curato la supervisione al montaggio (montatore, tra gli altri, di Fellini, Pasolini e Nuti), descrive lʼincontro tra un ragazzo (Stefano Flamia) e una ragazza (Elisa Bertato) per le vie del centro di Roma: talvolta la realtà non è però come sembra e qualcosa può celarsi dietro le apparenze. Insieme ai cortometraggi Dal profondo (2014) e al nuovo Lʼaltra faccia della luna (in postproduzione), scritto con Adamo Dagradi e con protagonista Francesco Laruffa, il film fa parte di una trilogia dedicata al “doppio”, a ciò che si nasconde dietro la natura dellʼessere umano e della realtà così come la percepiamo. Dal profondo, anchʼesso presentato al 66° Festival di Cannes (Short Film Corner) e ad altri Festival nazionali e internazionali, è stato acquisito dallʼamericana IndiePix Films, che lo distribuisce on demand negli Stati Uniti con il titolo Out of the Depths, ed è stato recensito da Stefano Lusardi sul numero di ottobre 2015 della rivista CIAK. Nel film Andrea (Davide Bardi) ed Elena (Elisa Bertato), una giovane coppia sposata, si recano a visitare una villa appena acquistata fuori città: nellʼedificio regna però unʼatmosfera strana e inquietante. Liberamente ispirato ai racconti “I ratti nei muri” di H.P. Lovecraft, “La caduta della casa degli Usher” di E.A. Poe e al film The Haunting di Robert Wise (1963), Dal profondo racconta una storia sulle ombre nascoste dellʼanimo umano, che possono talvolta emergere e prendere il sopravvento. Come negli altri film della trilogia, il registro horror è utilizzato come metafora per indagare tematiche quali il rimosso, lʼarcheologia della memoria, gli istinti selvaggi e primordiali dellʼanimo umano. La fabbrica della tela (2013) è invece un documentario con prota- Alla macchina da presa Luca Caserta, fonico Tommaso Ferrari e attore Francesco Laruffe gonista il pittore veronese Simone Butturini. Proiettato con successo il 6 ottobre 2015 presso Palazzo Sternberg, sede dellʼIstituto Italiano di Cultura di Vienna, il film descrive la nascita di un dipinto attraverso i materiali, i suoni e i rumori del processo artistico e artigianale. I film sono prodotti da Nuove Officine Cinematografiche, produzione cinematografica indipendente fondata nel 2011 da Luca Caserta e volta alla realizzazione di cortometraggi, documentari, videoclip musicali, commercial e video dʼarte (www.noc-cinema.com). 14

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VITA ASSOCIATIVA IL CIRCOLO DEL CINEMA LA SOCIETÀ LETTERARIA PRESENTANO UN CICLO DI CONFERENZE: L’APPASSIONANTE STORIA DEL CINEMA CHE COMPIE 120 ANNI l cinema compie 120 anni. Tanti ne sono trascorsi dalla prima presentazione in pubblico del “Cinématographe Lumière” al Grand Cafè sul Boulevard des Capucines a Parigi, avvenuta il 28 dicembre 1895. Da allora la settima arte (o “lʼarte delle arti”, secondo la definizione di Bernardo Bertolucci) è entrata nelle vite di tutti. In oltre un secolo il cinema ha interpretato la realtà, lʼha anticipata, ci ha fatto viaggiare, sognare, emozionare, riflettere. Emozioni allora. Emozioni oggi. Tanto diverse, eppure tanto simili, perché generate da quello stesso cinema che ha accompagnato il mondo lungo questi centoventʼanni. In fondo è proprio questo che si è chiesto fin dallʼinizio, si chiede tuttora e si chiederà sempre allʼinvenzione degli ingegnosi fratelli Lumière: inventare emozioni. Farci sognare. Ora la Società Letteraria, in collaborazione con il Circolo del Cinema, celebra il compleanno del cinema con un ciclo di conferenze a ingresso libero che si terranno nella sala Montanari della Società in piazzetta Scalette Rubiani col coordinamento del giornalista Lorenzo Reggiani, membro della Commissione cultura della Società Letteraria e del direttivo del Circolo del Cinema. & I IL PROGRAMMA GIOVEDÌ 12 NOVEMBRE ALLE 17,30 “Il cinema dai fratelli Lumière al dopoguerra”: conferenza del prof. Mario Guidorizzi, già docente di Storia del cinema e analisi del testo filmico all’Università di Verona, giornalista pubblicista, scrittore, commediografo, sceneggiatore e regista di alcuni corti, medi e lungometraggi in video. Invece del 19 Novembre l’incontro è spostato a MARTEDÌ 24 NOVEMBRE ALLE 17,30 “Il cinema dal neorealismo agli anni ‘60”: conferenza del prof. Mario Guidorizzi MERCOLEDÌ 2 DICEMBRE ALLE 17,30 “Il cinema d’oggi”: conferenza del prof. Alberto Scandola, professore aggregato titolare del corso di Storia e critica del cinema all’Università di Verona, autore di saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali, numerosi contributi in volumi collettivi e cinque monografie. MERCOLEDÌ 16 DICEMBRE ALLE 17,30 “Il cinema e le arti”: conferenza del prof. Alessandro Tedeschi Turco, già docente di Analisi del linguaggio visuale e Strategie della produzione cinematografica all’Università Ca’ Foscari di Venezia; attualmente docente di italiano e latino nei Licei Classico e Scientifico dell’Istituto Don Bosco di Verona; autore di saggi e articoli su registi e attori del cinema. UTILIZZO DEL BONUS GOVERNATIVO CONCESSO AGLI INSEGNANTI I SOCI INSEGNANTI CHE INTENDONO UTILIZZARE LA QUOTA ASSOCIATIVA PER IL BONUS GOVERNATIVO, POSSONO PASSARE DALLA SEGRETERIA PER IL RILASCIO DELL’ATTESTAZIONE DEL PAGAMENTO DI 95,00 EURO. 15

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