Num.102 - 2015

 

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Il Giornale Italiano Num. 102 - 2015

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Totò 102/2015 | GIORNALE ITALIANO DE ESPAÑA - GRATUITO | WWW.ILGIORNALEITALIANO.NET | D.L.: MA-884-2008

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IL GRANDE TOTÒ E IL PRINCIPE ANTONIO L’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, nell’ambito dell’evento “Settimana di Porte Aperte”, ha dedicato un ciclo di film di Totò. Abbiamo intervistato Liliana, la figlia di Antonio de Curtis in arte Totò, sulla figura del padre più che dell’attore. La famiglia di Antonio de Curtis che ritrae un momento della vita quotidiana: i nipotini Antonello e Diana, il genero Gianni Buffardi e la figlia Liliana intervista di Paola Pacifici anni ed ora mi lascia spesso in panchina. Signora Liliana, l’Istituto Italiano di Cultura Questa eredità artistica di suo padre, quanto di Barcellona, dedica un evento a suo padre, al ha inciso nella sua vita? nostro grande Totò, per gli italiani e spagnoli, È molto difficile rispondere a questa domanda, dovrei quanta soddisfazione è per Lei? Non è una ‘soddisfazione’ in quanto non ho fatto nulla per meritare tanta attenzione…la mia è pura gratitudine perché so quanto amore e devozione siano necessarie per organizzare un tale evento. Vede, essendo la figlia di un ‘personaggio’ sono sempre stata oggetto di lusinghe, complimenti e promesse ma tra il dire e il fare c’è un oceano di falsità e opportunismo quindi mi si riempie il cuore di gioia quando ricevo un’epifania così preziosa e inaspettata. Sono mortificata per aver dovuto declinare l’invito a Barcellona ma, seppure di spirito io mi senta una ventottenne, il mio corpo circola su questo bel pianeta da ben 82 Pag. 2 avere una vita alternativa per poter fare un paragone. Ovviamente essere figlia sia del Principe De Curtis che del famoso attore Totò e avere io stessa una manciata di titoli nobiliari ha reso la mia vita speciale ma non sempre nell’accezione positiva del termine. Molte cose semplici e vere non le ho mai potute vivere; per esempio, invece di andare a scuola avevo i tutori che venivano a casa e per una bambina questo isolamento è difficile da capire. Poi, avrei tanto voluto intraprendere (o almeno provarci) la via del teatro e del cinema ma papà fu categorico nel suo no. Però in cambio a tutti gli aspetti difficili ho una ricchezza enorme, inestimabile: l’amore incondizionato di milio102/2015

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DE CURTIS CONQUISTANO BARCELLONA girava un film? Papà non era, come molti erroneamente asseriscono, un misantropo, ma amava molto leggere, studiare, filosofare, scrivere ed ascoltare musica: tutte attività solitarie, quindi nei periodi in cui non era sul set vi si dedicava con più tranquillità. Non dimentichiamo però che, allora e come ora, un attore doveva per forza di cose coltivare una vita sociale all’interno della ‘società bene’ che sponsorizzava i film e contribuiva non poco al successo o alla caduta di attori e registi; papà non amava questo carosello degli incontri e degli inviti ma sapeva quanto fosse cruciale. Probabilmente per questo era un notturno, di notte si sentiva più a suo agio perché, come lui stesso diceva, poteva pensare in santa pace. Foto concessaci dalla famiglia - di Giuseppe Palmas ni di persone sparse per tutto il mondo. Mi permetta di dire anche che oltre a un padre decisamente speciale ho avuto una mamma di cui quasi non si parla ma che fu egualmente unica. A suo padre cosa gli faceva accettare di girare un film al posto di un altro? La storia, il regista, gli attori che vi partecipavano o cosa? Un insieme di tutte queste cose o molto più probabilmente un susseguirsi di eventi dettato dal destino che lo hanno portato a diventare un caratterista, un attore che al quale si proponeva sempre lo stesso tipo di personaggio. Non a caso il suo film preferito è Uccellacci e uccellini, girato nel 1966 da Pasolini. È un peccato che l’incontro artistico tra i due sia avvenuto poco prima della morte di papà, se fosse stato prima sono certa che la sua carriera sarebbe stata molto diversa. Il modo di lavorare di Pasolini era opposto a quello a cui papà era abituato: Pasolini esigeva che si seguisse il copione alla lettera, senza alcuna im- Nel cinema e nella vita di oggi, Totò cosa avrebbe rappresentato, interpretato? Qui devo stare attenta a rispondere altrimenti papà stanotte mi viene a tirare i piedi. Credo che avrebbe rappresentato gli identici valori che tutt’oggi gli vengono attribuiti ma sono convinta che avrebbe sfuggito il cinema e si sarebbe dedicato al teatro che comunque è stato, oltre all’inizio della sua carriera, l’interesse più grande dal punto di vista artistico e lavorativo. Ovviamente avrebbe sfuggito la televisione come fosse la peste bubbonica: non oso immaginare i suoi commenti di fronte ai tanti reality show! Che cosa Lei amava e ama di più in Totò, e cosa amava e ama in suo padre? Foto concessaci dalla famiglia - di Giuseppe Palmas Di papà amavo e amo la sua capacità di farmi sorridere anche nei momenti più bui, quella capacità di saper placare con un minimo gesto ogni mia rabbia o sofferenza. Di Totò amavo e amo la Professionalità con la P maiuscola che mi ha insegnato a dare il meglio in qualsiasi cosa decidessi di fare. Anche se non me l’ha chiesto, le dico che del Principe Antonio de Curtis amavo e amo che sia stato un uomo e non un caporale, in più un uomo onesto, generoso e stracolmo di autentica dignità. Le sue giornate come si svolgevano quando non 102/2015 Pag. 3

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sciocchezze. Era uno studioso, quindi sono certa che avrebbe passato infinite notti sul WEB. Allo stesso tempo avrebbe aborrito i social network e l’uso improprio di uno strumento stracolmo di potenzialità nel bene e nel male. Gli sarebbe piaciuto veder cadere il muro di Berlino ma non costruire quello di Gaza, gli sarebbe piaciuto vedere l’uomo camminare sulla Luna ma non i bambini attraversare rincintrulliti la strada mentre giocano con il cellulare…insomma, il suo atteggiamento verso il mondo e l’umanità sarebbe stato, seppure al passo coi tempi, lo stesso di allora: bando alla cattiveria e alla stupidità, braccia aperte alla generosità e al buon uso della materia grigia. Una cosa che non avrebbe di certo tollerato è il vedere fin dove si è spinta l’emancipazione della donna; sarebbe rimasto rigido e irremovibile sul fatto che una donna è una donna e non le si addicono certi comportamenti prettamente maschili. Se non fosse stato Totò, suo padre che cosa avrebbe fatto nella vita? A detta sua, avrebbe fatto il prete o il falegname. Era desiderio della sua mamma che diventasse sacerdote ma l’idea del celibato non era affatto compatibile col suo amore per le donne. In un’intervista verso la fine della carriera, dichiarò malinconicamente di non essere affatto orgoglioso di ciò che aveva fatto. Precisò perfino che su cento e passa film non ne avrebbe salvati che cinque. Non si sentiva un grande attore, non affatto. In più, gli attori creano cose effimere… non come i falegnami che invece sono artigiani in grado di far vivere nei secoli un tavolino. Foto concessaci dalla famiglia - di Giuseppe Palmas Antonio de Curtis che cosa oggi non avrebbe tollerato e cosa invece gli sarebbe piaciuto molto? Antonio de Curtis non avrebbe tollerato l’esasperazione di alcuni aspetti sociali presenti anche ai suoi tempi: violenza, corruzione, volgarità e stupidità, avidità, leggerezza. Per leggerezza intendeva quel vivere senza andare al cuore delle cose, quel sprecare la vita in Pag. 4 102/2015 Foto concessaci dalla famiglia - di Giuseppe Palmas provvisazione. Totò era abituato ad avere carta bianca sul set ma quell’esperienza lo rigenerò. Tornando alla sua domanda, penso che fosse fondamentale per lui essere affiancato almeno da alcuni dei suoi co-interpreti preferiti: il conoscersi profondamente e il capirsi al volo facilitavano l’improvvisazione ed il senso di forte spontaneità.

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Secondo me, sarebbe stato un amatissimo professore, uno di quelli impagabili che ti fanno amare l’arte del sapere. più una semplice realtà? Senta qui: nel 1898 un bambino nasce al Rione Sanità e viene iscritto all’anagrafe come figlio di Anna Clemente e di N.N. Il padre è Giuseppe de Curtis, figlio dell’omonimo Marchese, che per molti anni non lo riconosce per mantenere segreta la relazione con la madre. Infanzia estremamente difficile, rendimento scolastico talmente scarso che dalla quarta elementare venne retrocesso in terza. Ha un carattere malinconico e solitario ma allo stesso tempo esuberante, una rara capacità d’imitazione che lo avvicina al teatro. Dopo tanta gavetta, arriva un enorme successo anche cinematografico. Nel 1928 viene ufficialmente riconosciuto dal padre, nel 1933 viene adottato dal marchese Francesco Maria Magliardi Focas ottenendo i seguenti titoli nobiliari: Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. È stato sempre circondato da bellissime donne, amato e adulato da un enorme pubblico. Ha pure avuto una figlia fantastica come me! E questa è solo una parte della sua rocambolesca esistenza…non è forse il copione perfetto per un film? Gli piaceva leggere e che cosa? Certo, adorava leggere e la sua fame di conoscenza lo faceva spaziare dai classici al Codice Penale (di cui portava sempre una piccola copia in tasca), dalle poesie di Trilussa alle biografie di grandi personaggi. Leggeva anche il giornale ma spesso si amareggiava trovandoci ‘notizie da caporali’. E poi i testi di filosofia e scienza che lo affascinava immensamente. Forse è proprio grazie a tutte queste letture che riusciva a cogliere ogni minimo aspetto dell’animo umano per poi infonderlo ai tanti personaggi da lui interpretati. Tornando per un attimo ai tempi attuali, papà non avrebbe mai acquistato una diavoleria come l’e-book reader…amava troppo i libri, il loro odore, il rapporto che si instaura sfogliandoli. Quanto del suo umorismo cinematografico lo portava anche nel quotidiano? Mio padre era Antonio de Curtis, l’umorismo apparteneva a Totò che lui considerava un suo lavorante. Nella famosa e spassosissima intervista di Lello Bersani si possono capire e apprezzare bene le differenze tra il Principe Antonio de Curtis e Totò: uno seduto in salotto, elegantissimo e compassato; l’altro in cucina insieme al pappagallo Gennarino, buffo e strafottente. Mio padre era il Principe De Curtis, Totò lo vedevo solo al cinema. Però gli bastava uno di quei suoi sguardi furbetti per farmi tornare il sorriso nei tempi difficili. Che cosa Totò amava di Antonio de Curtis e Antonio cosa amava di più di Totò? Totò, odiava scherzosamente Antonio de Curtis proprio per il rapporto da subalterno che aveva con lui. Antonio de Curtis era invece estremamente grato a Totò perché in fondo era proprio lui che ‘portava il pane sulla tavola’. Il padre cosa ripeteva più spesso a Lei figlia? Non devi fare l’attrice!!! E di stare attenta, attenta a tutto e a tutti. Purtroppo questo suo esagerato istinto protettivo mi ha tarpata le ali e spinta a commettere tanti sbagli in nome di un’anelata libertà. Non metto in dubbio che i divieti venissero da un profondo amore ma spesso avrei voluto una vita più ‘normale’. Ovviamente, come spesso accade, quando sono diventata mamma ho fatto proprio lo stesso sbaglio soffocando i miei figli, specialmente l’ultima arrivata. Foto concessaci dalla famiglia - di Giuseppe Palmas La vita di suo padre è stata più come un film o 102/2015 Pag. 5

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IL CONSOLE DI BARCELLONA, STEFANO NICOLETTI, PER L’EVENTO DEDICATO A TOTÒ L’Istituto Italiano di Cultura ha organizzato nella sede del Ateneu un ciclo di film del famoso attore italiano, Antonio de Curtis, in arte Totó. Il discorso del Console Italiano e il saluto della Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura. Estimado Presidente del Ateneu Sr. Cassasas Gentile Dott. Carando, Gentile Direttrice, Señoras y Señores, es para mi un placer estar hoy aquí en la sede del Ateneu para inaugurar este estupendo ciclo de películas de uno de los más grandes actores italianos del pasado siglo, Antonio De Curtis, en arte Totó: Intentaré decir unas palabras sobre este maravilloso actor italiano, y sobre una de sus mejores películas, rodada en 1951, Guardie e Ladri, que hoy tendrán la oportunidad de poder ver y apreciar. Accanto a quella sagoma pulcinellesca per la quale Totò è a tutti universalmente noto e da tutti teneramente amato, esiste l’attore straordinario e completo che fu Antonio de Curtis, capace di interpretare ruoli seri, e realistici, caratterizzati da una struggente umanità, come anche ruoli persino tragici e surreali. Totò, che nella storia dello spettacolo fu il primo attore italiano ad affrontare ruoli drammatici, fu anche un attore capace di controllare il proprio personaggio con una fermezza e un dominio assoluto sul piano recitativo. Qualcuno ha voluto rimproverare a Totò di aver accettato senza distinguere copioni deboli e di adattarsi sempre a lavorare con chiunque pur di lavorare. Non è assolutamente vero, perché Totò è stato diretto dai più illustri registi italiani, da Roberto Rossellini a Vittorio De Sica, da Alberto Lattuada a Mauro Bolognini, da Pier Paolo Pasolini a Luigi Comencini, da Mario Monicelli a Dino Risi. Per non parlare di tutta l’intellighenzia italiana, che amò sin dall’inizio Totò per la sua straordinaria originalità recitativa, da Cesare Zavattini a Edoardo Bruno, da Giorgio De Chirico a Carlo Carrà, da Salvatore Quasimodo a Massimo Campigli, che ammiravano quell’attore straordinario, capace di piegare la pura comicità a una osservazione attenta della psicologia umana. Non possiamo certo tralasciare la grandezza e l’originalità espressa da Totò nell’ambito del teatro, con decine e decine di rappresentazioni in tutte le città italiane, fino al tragico anno 1957, quando a Palermo, mentre recitava, diventò praticamente cieco. Ma i suoi esordi nel teatro furono clamorosi e irresistibili, con un crescendo a partire dagli anni ‘10, quando il personaggio da lui creato, con la bombetta, il bastone di bambù e i pantaloni stretti che arrivavano alla caviglia, trapiantato largamente nel cinema, è diventato, come per lo Charlot inventato da Chaplin, una delle icone più conosciute e amate del ‘900. Va comunque riconosciuto che la straordinaria capacità di Totò di occupare tutti gli spazi del ventaglio recitativo, dal comico puro al tragico, risiede in una sua convinzione precisa, secondo la quale non è capace di far ridere colui che non ha conosciuto le sofferenze della fame e del freddo, della mancanza d’affetto e la miseria, che Totò, nobile discendente da un padre marchese e tuttavia povero, conobbe nei suoi primi anni vissuti a Napoli, dove la strada fu la sua vera università, la strada dove passavano i vari tipi umani, da lui attentamente studiati e poi riprodotti con puntuale precisione. Affermava infatti Totò che “una lacrima è solo l’altra faccia del sorriso”. Totò non ha bisogno di ideologie, anzi è un distruttore di ideologie, non ha cause universali da difendere o per cui combattere, così come non intende mai mettere in discussione l’Autorità, ma semmai ridicolizzarla. La sua grandezza consiste nel portare alla luce quella natura clownesca che è in lui, inserendola tuttavia all’interno di un comportamento non solo realistico, ma talora anche fortemente drammatico. Alla base della recitazione di Totò, in tutto l’arco della sua produzione cinematografica e negli innumerevoli contesti narrativi, nei generi differenti, dalla farsa alla commedia, dalla parodia al realismo, dal grottesco al tragico, è sempre presente il clown nobile che sa incarnare con ironia e leggerezza le vicende e i vari aspetti dell’esistenza umana. Così si può dire che la forza recitativa di Totò riesce sempre a sottrarre il personaggio da lui interpretato al cliché di una comicità a buon mercato da raggiungere a tutti i costi e a riscattarlo all’interno del vissuto quotidiano, nel quale convivono il piano della satira e quello della profonda osservazione della realtà e della psicologia dei singoli tipi rappresentati. In questa geniale sintesi di istintualità spontanea e di raffinato calcolo recitativo consiste il miracolo unico e irripetibile di Totò, forse il più grande attore italiano di tutti i tempi. Mi piace infine ricordare che nel 2003 questo stesso Istituto Italiano di Cultura organizzò, per la prima volta nel mondo, in collaborazione con l’università di Barcellona, il primo Convegno Internazionale su Totò, al quale parteciparono vari studiosi italiani, spagnoli ed europei. Il Console Italiano Stefano Nicoletti porge il suo saluto per l’evento GUARDIE E LADRI Il film, che era il preferito da Totò tra tutti i suoi quasi cento film, costituisce il punto più alto di tutta la sua carriera e il momento più convincente di tutta la sua arte, in cui vanno a confluire, fondendosi perfettamente, tutti gli aspetti della recitazione, che si elevano al massimo livello e si mantengono in un equilibrio quasi miracoloso.  Il film, diretto superbamente dalla coppia Steno-Monicelli, riprende in parte la problematica già presente in Totò cerca casa, ma qui i drammi dell’esistenza, trattati con mano leggera e con lo stile della commedia, assurgono a un livello di totale aderenza alla realtà, di totale e sincera partecipazione ai problemi di due povere famiglie in contrasto tra loro. Il soggetto, scritto dal grande Piero Tellini nel 1949, quando già avevano visto la luce alcuni capolavori del Neorealismo, tende a riprodurre, attraverso una vicenda legata a personaggi umili, che devono inventarsi la vita ogni giorno per campare, talora anche attraverso reciproche crudeltà, le stesse atmosfere di Ladri di biciclette, con cui De Sica e Zavattini avevano disegnato il diagramma di un’Italia uscita dalla tragedia della guerra e drammaticamente ancora dominata dalla miseria e da una lotta tra emarginati, una lotta a volte anche spietata, per sopravvivere. Allo stesso modo di Ladri di biciclette, Guardie e ladri, attraverso l’intrecciarsi di due situazioni familiari speculari, in chiave talora comica e talora pensosa, fotografa tutte le difficoltà del vivere e del sopravvivere in un Paese stremato dalla guerra, che ancora non aveva trovato la forza per riprendersi ed era preda di pulsioni irrazionali che potevano sfociare, come di fatto sfociavano, in veri e propri conflitti tra poveri. Il titolo stesso, Guardie e ladri conserva una forte similitudine con Ladri di biciclette, in quanto la storia si estendeva non tanto o non soltanto al caso specifico di quella guardia o di quel ladro di biciclette o di quel ladruncolo di orologi, di salami e di pneumatici, quanto, più in generale, ad alcune categorie generali, a personaggi differenti, magari anche contrapposti, che appartenevano in fondo allo stesso ceto e condividevano praticamente lo stesso precario destino umano. Vedeva insomma la luce per la prima volta un film che poteva essere letto contemporaneamente sia come una satira garbata e sia come una fotografia senza attenuanti di un Paese depresso e ancora incapace di reagire alle proprie difficoltà. Il finale è la sintesi piena e pienamente riuscita di tutti i registri recitativi di Totò, che si mescolano all’interno di una situazione crepuscolare, malinconica e francamente triste, con i due che si incamminano verso il commissariato mentre ascoltano la musica provenire dall’osteria. Non c’è alcun moralismo in questo celebre e straordinario finale, ma un’indicazione precisa di Monicelli e Steno, che hanno raccontato una storia veramente esemplare ed emblematica di un’Italia che aveva ormai superato la tragedia della guerra ma non aveva ancora conquistato un livello minimo di dignità. Tutta la critica unanimemente considerò il film un capolavoro, un esempio eccezionale di quel Neorealismo comico che era già affiorato in Totò cerca casa. Premiato a Cannes nel 1951 come migliore sceneggiatura, Totò ottenne il Nastro d’argento come miglior attore protagonista. In Guardie e ladri si compiva insomma il miracolo di un’opera costruita in tono satirico e di commedia, con punte altamente comiche, che apriva però uno squarcio impietoso sulla realtà dell’epoca. È in questo tessuto che prende corpo la vicenda umanissima dei due poveri cristi, l’uno guardia e l’altro ladro, accomunati dagli stessi problemi, dalle malattie, dai soldi che non bastano mai, dai figli, insomma dal comune campare di due famiglie che presentano gli stessi problemi. Pag. 6 102/2015

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ROBERTA FERRAZZA DIRETTRICE DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA Sono davvero dispiaciuta che oggi Liliana De Curtis non sia qui con noi e conoscendola so per certo che, come dice nella lettera che ci ha inviato, è lei la prima ad essere molto dispiaciuta. Le mandiamo un grande abbraccio per una pronta guarigione. Il Ciclo dedicato a Totò comincia oggi qui in questa prestigiosa sede, con un classico di Totò “Guardie e Ladri”, che il critico Valerio Carando ci illustrerà e continua nei prossimi giorni per tutta la settimana e fino alla fine di settembre, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, che ho l’onore di dirigere. Domani pomeriggio oltre a presentare due brevi film di Totò: “Totò cerca casa” e “Il Latitante”, scopriremo un nuovo Totò inaspettato e sorprendente, Totò cuoco. Le ricette di sua madre che egli aveva annotato in quaderno, con osservazioni, battute e consigli fra il serio e il faceto, sono diventate la base per un libro a cura della figlia Liliana, edito da Rizzoli nel 2000, dal titolo “Fegato qua , fegato là, fegato fritto e baccalà”. In ogni suo film del resto troviamo riferimenti al cibo e al problema della fame, sempre con grande ironia ma sempre sottolineando i problemi di chi soffre la fame. Antonio De Curtis, in arte Totò, è stato un grande attore, che partendo dall’avanspettacolo e dal teatro è approdato al cinema regalandoci personaggi ed episodi comici, pur nella tragedia, indimenticabili. Totò è stato anche colui che, con le espressioni inventate direttamente nei suoi film, ha modificato per sempre la comicità e ha influenzato fortemente anche la lingua italiana, soprattutto nei suoi modi colloquiali e nel linguaggio parlato. Ha influenzato moltissimi dei nostri modi di dire nelle più svariate situazioni. Fra i film in programma all’Istituto Italiano di Cultura, il 23 settembre alle ore 17 “Uccellacci e Uccellini”, nel quale Totò e Ninetto Davoli, sono diretti da Pier Paolo Pasolini del quale il prossimo novembre ricorre il quarantesimo anno dalla sua tragica morte. Pasolini in un’intervista seguita al film dice di Totò: “La sua cultura è la cultura napoletana sottoproletaria, è di lì che viene fuori direttamente. Totò è inconcepibile al di fuori di Napoli e del sottoproletariato napoletano. Come tale Totò legava perfettamente con il mondo che io ho descritto, in chiave diversa perché il mondo da me descritto era in chiave comica e tragica, mentre Totò ha portato un elemento clownesco, da Pulcinella, però sempre tipico di un certo sottoproletariato che è quello di Napoli. Nel mio film io ho scelto Totò per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte c’è il sottoproletariato napoletano, e dall’altra, c’è il puro e semplice clown, il burattino snodato. L’uomo dei lazzi e degli sberleffi. Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio. Io uso attori e non attori. Praticamente mi comporto con loro nello stesso modo, li prendo per quello che essi sono, non m’interessa la loro abilità. Quando dico che prendo una persona per quello che è intendo soprattutto come uomo. Nel fondo di Totò c’era una dolcezza, un atteggiamento buono e al limite qualunquistico, ma di quel qualunquismo napoletano che non è qualunquismo, che è innocenza, che è distacco dalle cose, che è estrema saggezza, decrepita saggezza. Quindi quando io dico Totò nella sua realtà intendo Totò nella sua realtà di uomo, e aggiungo anche di attore. Il mio Totò è quasi tenero e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza, di povertà fisica, direi. Non fa le boccacce dietro a nessuno. Sfotte leggermente qualcuno, ma come un altro potrebbe sfottere lui, perchè è nel modo di comportarsi popolare quello di sfottere qualcuno, ma è una sfottitura leggera e mai volgare.” IL SALUTO DI LILIANA DE CURTIS La figlia di Antonio de Curtis, Totò, ha inviato questa lettera agli organizzatori dell’evento dedicato a suo padre che si è tenuto a Barcellona Cari tutti, inizio questa mia breve lettera dandovi un grande abbraccio. Purtroppo l’età mi sta giocando qualche brutto scherzo ma non posso ignorare questo mio corpo che mi ha sempre servita benissimo e che ora è stanco, bisognoso di cure. Sono mortificata dall’aver dovuto disdire il nostro appuntamento e vi chiedo di scusarmi ma, credetemi, la vecchiaia, è una grande scocciatura! Mi sento come una bimba che non può andare ad una festa, mi vengono i lucciconi e anche un po’ di rabbia. Sarebbe stato bello essere lì ora e godermi l’ondata di affetto che sicuramente mi avevate riservato; anche Papà, ne sono certa, avrebbe volentieri fatto un saltino a Barcellona ma lassù dov’è ora non concedono libera uscita.  Siccome abbiamo Napoli nel cuore e a Napoli non piacciono i musi lunghi, mi asciugo gli occhi e immagino di essere proprio davanti a voi insieme a Papà. Ecco…Antonio De Curtis, la sua Lilianuccia e Totò vi fanno un bell’inchino e insieme a voi si godono lo spettacolo. Buone cose e tanto ma tanto affetto, Liliana De Curtis Pag. 7 102/2015

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TOTÒ, il principe della risata E GLI ITALIANI Per celebrare e ricordare il mitico Antonio de Curtis, in arte Totò, molti spettacoli, cinema, mostre e tante altre iniziative. Per citarne qualcuna: si è tenuta a Salsomaggiore dal 30 settembre al 7 ottobre 2015, la seconda edizione della Festa del Cibo d’autore e del Cinema goloso, dedicata quest’anno a Napoli e a Totò. L’evento ha visto coinvolti artisti dello spettacolo e del gusto, secondo una formula originale e coinvolgente per il pubblico, divenuto protagonista di tanti assaggi diversi ogni giorno. Una settimana tra degustazioni gratuite, show cooking, proiezioni appetitose e incontri con artisti, oltre al coinvolgimento di numerosi ristoranti e alberghi della città, che hanno proposto aperitivi a tema e menù dedicati al protagonista di “Miseria e nobiltà”, “L’oro di Napoli” e “Sua eccellenza si fermò a mangiare”, gelati fantasiosi con i sapori ed i colori di Napoli, sfide tra la pizza di Salsomaggiore e la vera pizza napoletana. La Città di Ostuni ha celebrato l’indimenticabile Totò con il Premio “Fuori dal Tempo”. Ospite d’onore della serata, la figlia del grande artista, che ha ritirato il premio. Anche la Spagna, con l’Istituto Italiano di Cultura a Barcellona, ha voluto dedicare un ciclo di film a Totò in collaborazione con l’Ateneu Barcelonès. affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò.” Totò, Antonio de Curtis, attore simbolo dello spettacolo comico in Italia, è considerato uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro e del cinema italiani, nonché drammaturgo, poeta, paroliere, cantante. Totò nacque il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità, in via Santa Maria Antesaecula al secondo piano del civico 109, da una relazione clandestina di Anna Clemente con il marchese Giuseppe de Curtis che, in principio, per tenere segreto il legame, non lo riconobbe, risultando dunque per l’anagrafe Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N. Solitario e di indole malinconica, vive in condizioni estremamente disagiate e fin da bambino dimostrò una forte vocazione artistica che gli impediva di dedicarsi allo studio, cosicché dalla quarta elementare fu retrocesso in terza. Ciò non creò in lui molto imbarazzo, anzi intratteneva spesso i suoi compagni di classe con piccole recite, esibendosi con smorfie e battute. Il bambino riempiva spesso le sue giornate osservando di nascosto le persone, in particolare quelle che gli apparivano più eccentriche, cercando di imitarne i movimenti, e facendosi attribuire così il nomignolo di “o spione”. Terminate le elementari, venne iscritto al collegio Cimino, dove per un banale incidente con uno dei precettori, che lo colpì involontariamente con un pugno, il suo viso subì una particolare conformazione del naso e del mento; un episodio che caratterizzò in parte la sua “maschera”. Nel collegio non fece progressi, decise di abbandonare prematuramente gli studi senza ottenere perciò la licenza ginnasiale. La madre lo voleva sacerdote, quindi in un primo tempo dovette frequentare la parrocchia come chierichetto, ma poi ancora in età giovanissima, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco, un interprete napoletano dalla grande mimica e dalle movenze snodate. Proprio su quei palcoscenici di periferia incontrò attori come Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e i musicisti Cesare Andrea Bixio e Armando Fragna. Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruolò volontario nel Regio Esercito venendo assegnato al 22º Reggimento fanteria, rimanendo dapprima a Pisa e poi a Pescia. In seguito, trasferito al 182º Battaglione di milizia territoriale, unità di stanza in Piemonte. Si racconta che alla stazione di Alessandria, il comandante del suo battaglione lo armò di coltello e lo avvertì che avrebbe dovuto condividere i propri alloggiamenti in treno con un reparto di soldati marocchini dalle strane e temute abitudini sessuali. Totò a quel punto, terrorizzato, fu colto da malore e venne ricoverato nel locale ospedale militare, evitando così di partire per la Francia. Rimasto in osservazione per breve tempo, quando fu dimesso dalle cure ospedaliere venne inserito nell’88º Reggimento Fanteria “Friuli” che faceva base a Livorno; e proprio in quel periodo subì continui soprusi e umiliazioni da parte di un graduato e si dice che proprio da quell’esperienza nacque il celebre motto dell’attore: “Siamo uomini o caporali?” Verso l’ultima fase della sua vita, lavorò uguale seppure in condizioni di quasi cecità, probabilmente aggravata dalla lunga esposizione ai fari di scena. Franca Faldini, sua compagna, diventata giornalista e scrittrice dopo la morte dell’attore, scrisse nel 1977 il libro Totò: l’uomo e la maschera , realizzato insieme a Goffredo Fofi, in cui raccontò sia il profilo artistico sia la vita dell’attore fuori dal set, con l’intento principale di smentire alcune false affermazioni riportate da scrittori e giornalisti riguardo alla sua personalità. In circa cinquant’anni di carriera spaziò dal teatro con più di 50 titoli, al cinema con 97 pellicole e alla televisione con 9 telefilm e vari sketch pubblicitari, lavorando con molti tra i più noti protagonisti dello spettacolo italiano e arrivando a punte record d’ascolti. Sono passati 48 anni dal 15 aprile 1967 quando si annunciava la morte del “Principe della risata”: Antonio de Curtis, in arte Totò, morto lontano dalla sua Napoli e proprio alla sua città, sembra sia andato il suo ultimo pensiero prima di spirare. I funerali si svolsero a Napoli, ai quali partecipò una marea di gente commossa: tremila persone all’interno della Basilica del Carmine Maggiore, circa centomila nel piazzale antistante la chiesa. Durante la Santa Messa emozionante fu il messaggio di Nino Taranto: “Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l’hai onorata. Perché non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli Pag. 8 Dopo il servizio militare, avrebbe dovuto fare l’ufficiale di marina ma, non amante di questa disciplina, scappò di casa per esibirsi ancora come macchiettista; venne scritturato dall’impresario Eduardo D’Acierno e ottenne un primo successo alla Sala Napoli, con una parodia della canzone di E. A. Mario Vi102/2015 I primi esordi e la sua carriera artistica

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“Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, film di Mario Mattoli del 1960, con Totò e Aldo Fabrizi pera, intitolata Vicolo , che aveva sentito recitare dall’attore Nino Taranto al teatro Orfeo e che chiese allo stesso se poteva “rubargliela”. All’inizio degli anni Venti il marchese Giuseppe de Curtis riconobbe Totò come figlio e regolarizzò la situazione familiare sposando la madre. Riunita, la famiglia si trasferì a Roma, dove Totò, con la disapprovazione totale dei genitori, fu scritturato come “straordinario” nella compagnia dell’impresario Umberto Capece, un reparto composto da attori scadenti e negligenti. Si affacciò così alla commedia dell’arte e guadagnò un particolare apprezzamento del pubblico impersonando sul palco l’antagonista di Pulcinella. Tuttavia, il giovane si sacrificava non poco per raggiungere il teatro: dal momento che non aveva i soldi neanche per un biglietto del tram, doveva partire da Piazza Indipendenza per arrivare a Piazza Risorgimento, che si trovava dall’altra parte della città; per tale motivo, nella stagione invernale, chiese qualche moneta all’impresario Capece che, in modo brusco e inaspettato, lo esonerò e lo sostituì all’istante con un altro “straordinario”. L’episodio fu un duro colpo per Totò, che rimase esterrefatto e dopo aver raccolto i suoi effetti si allontanò a malincuore dal teatro. In quel breve periodo di disoccupazione, Totò entrò in crisi, il suo morale si alzava solo quando riusciva a racimolare qualche soldo esibendosi in piccoli locali; nel corso di quelle esperienze, decise di puntare al genere teatrale che a lui piaceva di più: il varietà. L’attore iniziò a pensare di esibirsi da solo e dunque decise di mantenere come modello d’ispirazione Gustavo De Marco, che Totò, esercitandosi davanti allo specchio, riusciva ad imitare senza particolari sforzi. Appena sentitosi pronto, decise di tentare al Teatro Ambra Jovinelli, che al tempo era la massima rappresentazione dello spettacolo di varietà, dove erano passati artisti come Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, Armando Gill, Gennaro Pasquariello, Alfredo Bambi e lo stesso De 102/2015 Marco. Emotivamente teso, si presentò al titolare del teatro, Giuseppe Jovinelli, un uomo rude conosciuto e rispettato per un suo passato scontro con un piccolo boss della malavita locale. Il breve colloquio andò inaspettatamente bene e Totò, per sua gioia e incredulità, venne preso. Debuttò con tre macchiette di De Marco: Il bel Ciccillo, Vipera e Il Paraguay, che ebbero un buon successo di pubblico e un impensabile entusiasmo da parte di Jovinelli. Il comico firmò un contratto prolungato col titolare. Il consenso del pubblico ottenuto al teatro non compensava però lo stile di vita dell’artista: la paga era molto bassa e non poteva neanche permettersi abiti eleganti e accessori raffinati (ai quali lui teneva molto) o un taglio di capelli caratteristico, con le basette come quelle di Rodolfo Valentino. In quell’arco di tempo fece amicizia con un barbiere, Pasqualino, il quale, avendo conoscenze in campo teatrale e impietosito dalle ristrettezze economiche del giovane, riuscì a farlo scritturare da Salvatore Cataldi e Wolfango Cavaniglia, i proprietari del Teatro Sala Umberto. Totò rinnovò il suo corredo teatrale: una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia con il colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni corti e larghi, calze colorate e comuni scarpe basse e nere. La sera dell’esordio l’attore diede il meglio di sé, lasciandosi andare in mimiche facciali, piroette, doppi sensi e le immancabili macchiette di Gustavo De Marco. A questo punto l’esperienza al salone Umberto I segnò per Totò l’affermazione definitiva nello spettacolo di varietà. Tra il 1923 e il 1927 si esibì nei principali caffè-concerto italiani, facendosi conoscere anche a livello nazionale. Grazie ai maggiori guadagni, poté finalmente permettersi di vestire abiti eleganti e di curare maggiormente il suo aspetto fisico, con i capelli impomatati e le desiderate basette alla Rodolfo Valentino; fu un periodo roseo soprattutto per quanto riguarda le donne, con le quali ebbe una serie di avventure, tanto che acquisì presto il titolo di un vero “sciupafemmene”. Prima di iniziare un suo spettacolo, sbirciava sempre tra il pubblico alla ricerca della “bella di turno” alla quale dedicare la sua esibizione, che il più delle volte, lo raggiungeva nel suo camerino durante l’intervallo o al termine dello spettacolo. Nel 1927 fu scritturato da Achille Maresca, titolare di due diverse compagnie; Totò entrò a far parte prima della compagnia di cui era primadonna Isa Bluette, una delle soubrette più in voga del periodo, e poi, dal 1928 di quella di Angela Ippaviz; gli autori erano “Ripp” (Luigi Miaglia) e “Bel Ami” (Anacleto Francini). Nella prima compagnia conobbe Mario Castellani, destinato a diventare in seguito una delle sue “spalle” più fedeli ed apprezzate. Nel 1929, mentre si trovava a La Spezia con la compagnia di Achille Maresca, venne contattato dal barone Vincenzo Scala, il titolare del botteghino del teatro Nuovo di Napoli, che fu mandato dall’impresario Eugenio Aulicio per scritturarlo come “vedette” in alcun spettacoli di Mario Mangini e di Eduardo Scarpetta, tra cui Miseria e nobiltà, Messalina e I tre moschettieri, accanto a Titina De Filippo. Messalina rimase particolarmente impresso negli occhi del pubblico, in quanto Totò improvvisò una scenetta in cui si arrampicò su per il sipario e fece smorfie e sberleffi agli spettatori, i quali andarono totalmente in visibilio. Alle soddisfazioni professionali dell’attore non corrispondevano allo stesso modo quelle sentimentali. Nonostante il suo successo con le donne e le “Miseria e nobiltà”, film del 1954 diretto da Mario Mattoli, con Totò, Sophia Loren, Carlo Croccolo Pag. 9

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“Totò, Peppino e la... malafemmina”, film del 1955 diretto da Camillo Mastrocinque, con Totò e Peppino De Filippo numerose avventure, si sentiva inappagato. Fino a quando non irruppe nella sua vita Liliana Castagnola, che Totò notò su alcune sue fotografie in un provocante abito di scena, rimanendone subito colpito. “La sciantosa”, fino a quel momento, era stata costante oggetto delle cronache mondane. La donna giunse a Napoli nel dicembre 1929 scritturata dal Teatro Nuovo, e incuriosita dal veder recitare l’artista napoletano, si presentò una sera ad un suo spettacolo. Totò non si lasciò sfuggire l’occasione e iniziò a corteggiarla mandandole, alla pensione degli artisti dove lei abitava, mazzi di rose con un biglietto d’ammirazione, al quale lei rispose con una lettera d’invito. Furono questi gli inizi di un’intensa storia d’amore. Le cronache del tempo raccontano che dopo il primo periodo iniziarono i problemi legati alla gelosia: Totò non sopportava l’idea che Liliana, durante le sue tournée, fosse corteggiata dagli ammiratori, e ciò lo indusse a pensare a eventuali tradimenti, che diedero origine a continui litigi. Entrambi furono poi vittime di malelingue e pettegolezzi, la donna entrò in un profondo stato di depressione e la loro relazione iniziò sempre più a deteriorare. Liliana, accrescendo un senso di attaccamento morboso al suo uomo, pur di restargli accanto propose di farsi scritturare nella sua stessa compagnia; ma Totò, sentendosi oppresso dal comportamento della donna, fu più volte sull’orlo di lasciarla, fino a quando decise di accettare un contratto con la compagnia della soubrette “Cabiria”, che lo avrebbe portato a Padova. La stampa riportò che sembra che Liliana, sentitasi abbandonata dall’amato, si sia suicidata ingerendo un intero tubetto di sonniferi. Fu trovata morta nella sua stanza d’albergo, con al suo fianco una lettera d’addio a Totò. A Totò pesò molto il senso di colpa e, per questo decise di seppellirla nella cappella dei de Curtis a Napoli, nella tomba sopra la sua e, da qui sembra derivi il nome di sua figlia Liliana. Nel 1930, Stefano Pittaluga, che produsse con la Cines “La canzone dell’amore”, il primo film italiano Pag. 10 sonoro, alla ricerca di nuovi volti da portare sul grande schermo, notò le doti comiche di Totò e, dato che era in procinto di produzione un film chiamato “Il ladro disgraziato”, gli fece fare un provino. La pellicola non vide mai la luce. Momentaneamente accantonata l’eventualità di entrare nel cinema, nel 1932 diventò capocomico di una propria formazione, proponendosi nell’avanspettacolo, un genere teatrale che continuò a diffondersi in Italia fino al 1940. In tournée a Firenze conobbe l’allora sedicenne Diana Rogliani, dalla quale ebbe la figlia Liliana. Gli anni Trenta furono un periodo di grandi successi per il comico che, malgrado il guadagno non molto alto, si sentiva affermato, infatti, riteneva che per essere un grande attore bisognava aver sofferto a causa della miseria, insomma aver fatto la guerra con la vita. Il suo primo film, “Fermo con le mani!” risale al 1937, che però non ebbe gran successo; concepito con mezzi molto scarsi, l’intenzione primaria era proporre al pubblico italiano un’alternativa del personaggio di Charlot, di Chaplin. Nel 1938 Totò fu vittima di un infortunio: ebbe un distacco di retina traumatico e perse la vista dell’occhio sinistro, cosa di cui erano al corrente soltanto i familiari stretti e l’amico Mario Castellani. Nonostante l’incidente, trovò la forza di riaffacciarsi per un breve periodo al teatro d’avanspettacolo, ma la gelosia per la giovane moglie portò il matrimonio in crisi con una separazione, ma non essendoci il divorzio in Italia il matrimonio fu sciolto in Ungheria. Dopo l’annullamento in Italia, i due continuarono comunque a vivere insieme, trasferendosi in Viale dei Parioli, insieme alla figlia e ai genitori di lui. Dopo “Fermo con le mani!”, ci fu, nel 1939, un secondo tentativo, che ebbe inizialmente problemi per i costi di produzione: “Animali pazzi” di Carlo Ludovico Bragaglia, dove Totò interpretò un doppio ruolo. Pure questo suo secondo film non fu del tutto riuscito. Alla fine del 1939, andò in tournée a Massaua e Addis Abeba, in Etiopia, accompagnato da Diana Rogliani, Eduardo Passarelli e la soubrette Clely Fiamma, presentando lo spettacolo “50 milioni... c’è da impazzire!”, scritto insieme a Guglielmo. Una volta rientrato in patria interpretò la sua terza pellicola, “San Giovanni decollato”. Il film fu un successo di critica: alcuni commenti sulla rivista Cinema e su L’Espresso elogiarono proprio la recitazione di Totò, la sua capacità espressiva, i suoi giochi di parole e i suoi movimenti snodati. Zavattini, che nutriva ammirazione artistica verso l’attore, scrisse per lui il soggetto Totò il buono, che non diventò mai un film ma servì allo sceneggiatore per la realizzazione del film Miracolo a Milano (1951), di Vittorio De Sica, con il quale instaurò uno dei sodalizi più celebri del neore- “Guardie e ladri”, film del 1951 diretto da Mario Monicelli e Steno. con Totò e Aldo Fabrizi 102/2015

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alismo cinematografico italiano. Il quarto film fu “L’allegro fantasma”, dove a Totò vennero affidati tre ruoli differenti. Girato nell’autunno del 1940 fu l’ultimo film che interpretò prima del suo ritorno a teatro. Totò debuttò al teatro Quattro Fontane di Roma insieme a Mario Castellani la sua “spalla” ideale ed Anna Magnani, con i quali instaurò un solido rapporto artistico e umano. Causa la guerra, furono tempi difficoltosi anche per il teatro, per la mancanza di mezzi di trasporto, il divieto di circolazione delle auto private e soprattutto per i bombardamenti, in particolare a Milano, dove gli spettacoli venivano spesso interrotti e gli attori erano costretti ad allontanarsi verso il rifugio più vicino, senza avere il tempo di togliersi gli abiti di scena. Fu il periodo in cui Totò venne scritturato dalla Bossoli Film per riaprire una fessura nel cinema e prendere parte ad una nuova pellicola che comprendeva nel cast anche il pugile Primo Carnera, “Due cuori fra le belve” del regista Giorgio Simonelli, che venne girato con animali autentici. Nel maggio del ‘44, la rivista “Che ti sei messo in testa” di Michele Galdieri, con Totò e Anna Magnani, fu politicamente censurata e venne denunciato dalla polizia, insieme ai fratelli De Filippo, con un telegramma dal Comando Tedesco indirizzato al teatro Principe. Per evitare l’arresto, Totò, dopo aver allertato i fratelli De Filippo, si rifugiò con la ex moglie Diana e la figlia a casa di un amico in via del Gelsomino nei pressi della via Aurelia, all’estrema periferia ovest di Roma, mentre i De Filippo si nascosero in via Giosuè Borsi. Passati alcuni giorni Totò dovette comunque lasciare l’abitazione, per il fatto che molti suoi ammiratori lo avevano riconosciuto e quindi il nascondiglio non era più sicuro. Tornò a Roma, dove erano rimasti i genitori, e si segregò in casa fino al 4 giugno, il giorno della liberazione della capitale. La Magnani, fu una delle poche interpreti femminili in grado di misurarsi con la recitazione di Totò. Il 26 giugno riprese a recitare: tornò al teatro Valle con la Magnani nella nuova rivista “Con un palmo di naso”, in cui diede libero sfogo alla sua satira impersonando il Duce e Hitler. Nel 1945 il sodalizio artistico con Anna Magnani si interruppe e Totò invece proseguì per la sua strada continuando col cinema e con il teatro e incidendo anche il suo unico disco 78 giri come cantante, interpretando canzoni non sue: “Marcello il bello” nel lato A e “Nel paese dei balocchi” dove venne coadiuvato da Mario Castellani - nel lato B. Nel frattempo perse il figlio, Totò reagì malissimo rinchiudendosi in casa per settimane, nel 1956 ritornò sul set interpretando a catena quattro film di Camillo Mastrocinque. Ma la tentazione di ritornare a teatro lo vinse, e, spronato anche dall’impresario Remigio Paone, recitò nella rivista “A prescindere” che debuttò al teatro Sistina di Roma alla fine del ‘56 e che venne portata in tournée in tutta Italia. Nel mese di febbra102/2015 “Un turco napoletano”, film del 1953 diretto da Mario Mattoli, con Totò, Isa Barzizza, Aldo Giuffré io del 1957, a Milano, Totò venne colpito da una broncopolmonite virale, e nonostante i pareri dei medici che gli dissero di riposare, tornò sul palco dopo alcuni giorni, ciò gli causò uno svenimento appena prima di entrare in scena. I medici gli prescrissero almeno due settimane di assoluto riposo, ma Totò ritornò ugualmente a recitare esibendosi a Biella, Bergamo e Sanremo, dove cominciò ad avvertire i primi sintomi dell’imminente malattia alla vista. Il 3 maggio la situazione precipitò: mentre recitava al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo si avvicinò alla Faldini sussurrandole che non vedeva più; contando perciò solo sulle sue abilità e sull’appoggio degli altri attori, fece in modo di accelerare la conclusione dello spettacolo. Nonostante lo sconforto e la totale cecità, cercò di resistere e, per non deludere il pubblico ritornò sul palcoscenico. L’interruzione della rivista fu comunque inevitabile. Inizialmente i medici attribuirono la cecità a un problema derivato dai denti, ma alla fine gli fu diagnosticata una corioretinite emorragica all’occhio destro. Totò non riuscì più a riacquistare integralmente la vista e dovette abbandonare definitivamente il teatro, continuando però con il cinema: in quell’anno restò quasi inattivo e interpretò solo un film, “Totò, Vittorio e la dottoressa” di Mastrocinque, ma le sue capacità recitative, malgrado la malattia, non si affievolirono mai. L’unico problema era il doppiaggio, quando alcune scene dei film non venivano girate in presa diretta, non poteva doppiarsi poiché non era in grado di vedersi sullo schermo e non poteva sincronizzare le battute con il movimento labiale; in tali occasioni, veniva doppiato da Carlo Croccolo. Per problemi economici fu costretto a vendere alcune proprietà e successivamente decise di soggiornare per qualche giorno a Lugano, poi ritornò a Roma e si spostò in un appartamento in affitto in Viale dei Parioli con Franca Faldini, che gli rimase sempre vicino, insieme a suo cugino Eduardo Clemente, che gli faceva da segretario e factotum, e al suo autista Carlo Cafiero, che di solito lo accompagnava sul set. Pur non coltivando molto interesse per l’ambito televisivo, nel ‘58 accettò l’invito come ospite d’onore nel programma “Il Musichiere” condotto da Mario Riva, con il quale aveva lavorato anni prima in alcuni film e riviste teatrali. Durante la trasmissione Totò si lasciò scappare un “Viva Lauro!”, riferendosi ad Achille Lauro, l’allora capo del Partito Monarchico Popolare; questa sua sgradita, seppur scherzosa, considerazione politica, gli costò un allontanamento dal piccolo schermo fino al 1965, quando duettò con Mina a “Studio Uno”. Dopo il forzato distacco dalla televisione, riprese a lavorare nel cinema. Sempre nel ‘58 recitò con l’attore francese Fernandel in “La legge è legge” e, tra le altre pellicole, prese parte al celebre film “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, interpretando lo scassinatore in pensione Dante Cruciani e recitando, tra gli altri, con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. In quel periodo gli venne assegnato il Microfono d’argento e in seguito una Targa d’Oro dall’Anica, per il suo contributo al cinema italiano e per la sua lunga carriera artistica. Nel ‘59 la sua salute peggiorò, durante la lavorazione del film “La cambiale” ebbe una ricaduta e non lavorò per due settimane, prima di concludere le riprese. Seguendo i consigli medici si concesse alcuni mesi di riposo, e dopo essersi ripreso inviò una sua canzone, “Piccerella Napulitana”, al Festival di Sanremo 1959, che però fu scartata, insieme ad un’altra di Peppino De Filippo. Totò accettò comunque di occupare il posto come presidente della giuria al Festival, in seguito alle insistenze di Ezio Radaelli, rifiutando Pag. 11

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tra l’altro un cospicuo pagamento giornaliero; però, in seguito a un disaccordo col resto della commissione, abbandonò prestissimo l’incarico. In seguito, l’agenzia artistica statunitense Ronald A. Wilford Associates di New York desiderava scritturarlo per uno spettacolo da rappresentare in America, insieme a Maurice Chevalier, Marcel Marceau e anche Fernandel, ma Totò non se la sentì e preferì rimanere in Italia a continuare in modo più “rilassante” con la cinematografia, rifiutando così, un’offerta importante e un altissimo compenso. Nel 1961 gli venne comunicato che era vincitore della Grolla d’Oro alla carriera, con la motivazione: “Al merito del cinema, per aver da lunghi anni onorato l’estro e il genio del Teatro dell’Arte” . Ma la sua salute e i suoi impegni non gli permisero di partecipare alla premiazione a Saint-Vincent e la Grolla fu assegnata ad un altro attore. Nonostante la malattia, Totò continuava a fumare fino a novanta sigarette al giorno. Tra i tanti film interpretati negli anni Sessanta, oltre ai numerosi con Peppino e alcuni con Fabrizi, di buon successo furono “Totòtruffa 62” di Camillo Mastrocinque, “Gli onorevoli” e la commedia amara “I due marescialli” di Sergio Corbucci, poi “I due colonnelli” di Steno e “Risate di gioia” di Monicelli, che segnò una tappa importante per Totò. Non mancarono poi le parodie, come “Totò contro Maciste”, “Totò e Cleopatra” e “Totò contro il pirata nero” di Fernando Cerchio, a cui si aggiunsero “Che fine ha fatto Totò Baby?” di Ottavio Alessi e “Totò diabolicus” di Steno, quest’ultimo una parodia del genere giallo-poliziesco, dove Totò concepì una delle sue prove recitative più complesse e riuscite. In aggiunta, la fama che Totò vantava tra il pubblico, da sempre sfruttata dai produttori, venne usata come una sorta di veicolo pubblicitario o di lancio per cantanti quali Johnny Dorelli, Fred Buscaglione, Rita Pavone, Adriano Celentano, e per piccoli attori come Pablito Calvo che, già interprete di “Marcellino pane e vino”, recitò poi in “Totò e Marcellino”. Esplorò anche il filone notturno-sexy insieme a Erminio Macario in “Totò di notte n. 1” e “Totò sexy”. Nel gennaio del 1964 venne pubblicizzata la notizia dell’uscita del suo centesimo film, annunciato come il suo primo interamente drammatico: “Il comandante” diretto da Paolo Heusch e scritto da Rodolfo Sonego, richiese complessivamente otto settimane di lavoro, più del doppio rispetto alla media dei film di Totò, che fu motivo di festeggiamenti e riconoscimenti, infatti, Totò ricevette perfino la “Sirena d’oro” e agli incontri internazionali del cinema venne accolto da un applauso interminabile, poche settimane dopo fu intervistato da Lello Bersani, per Tv7, e da Oriana Fallaci, per L’Europeo. Poi, presso l’editore Fausto Fiorentino di Napoli, pubblicò la famosa, emozionante e veritiera poesia ‘A livella, per la quale gli fu conseganto un premio. 102/2015 “La banda degli onesti”, film del 1956 diretto da Mastrocinque, con Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia “Risate di gioia”, film del 1960 diretto da Mario Monicelli, con Totò e Anna Magnani. “La legge è legge”, film del 1958 diretto da Christian-Jaque, interpretato da Totò e Fernandel Pag. 13

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MADRID di Paola Lungarini Italia protagonista alla fiera Gastrónoma di Valencia La CCIS gestisce la partecipazione delle aziende italiane all’importante manifestazione fieristica dedicata all’enogastronomia che avrà luogo dal 14 al 16 di novembre 2015. Un ricco programma di iniziative ed eventi farà da contorno alla partecipazione italiana alla fiera. Nell’edizione di quest’anno, l’Italia è il paese Invitato. rire possibili partnership commerciali in un area strategica come la Comunità Valenciana. La presenza italiana a Gastronoma 2015 sarà anche l’occasione per presentare agli operatori locali il progetto “Marchio Ospitalitá Italiana – ristoranti italiani nel Mondo” e la piattaforma “Italian Quality Experience”, per la promozione delle eccellenze agroalimentari italiane nel mondo e che è possibile visualizzare all’indirizzo: http://www.italianqualityexperience. it/. Nell’Area Italia verrà infatti allestito un info point per la promozione di questo importante progetto coordinato da Unioncamere, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Il protagonismo italiano durante la Fiera Gastrónoma sarà inoltre confermato dall’iniziativa “DEGUSTA ITALIA- RISTORANTI ITALIANI A VALENCIA” che coinvolgerà alcuni ristoranti italiani della provincia spagnola. Le persone che visiteranno l’Area Italia durante la fiera potranno richiedere buoni sconto per poter approfittare così della possibilità di degustare piatti e ricette tipiche della tradizione enogastronomica italiana nei ristoranti aderenti, durante la settimana successiva all’evento. Mentre si celebrerá Gastrónoma, a Valencia si terrà anche la 35ª Maratona Trinidad Alfonso. Sono più di 1.500 gli italiani che prenderanno parte alla competizione sportiva il 15 novembre e per questo motivo la CCIS, attraverso la propria delegazione di Valencia, collaborerá nella realizzazione di una Fan zone tutta italiana per la promozione delle imprese del settore enogastronomico partecipanti alla fiera. Il team della Delegazione della CCIS a Valencia, che collabora nella gestione dell’Area italia: da sin. a des: Daniele Lentini e Isabel Turrillo, collaboratori della delegazione CCIS a Valencia; Adriano Carbone, delegato della CCIS a Valencia; Giovanni Aricò, Segretario Generale della CCIS a Madrid La Fiera Gastrónoma (Valencia, 1416 novembre 2015) potrà vantare quest’anno un’importante presenza di aziende provenienti dall’Italia e di distributori di prodotti tipici italiani. L’Italia, infatti, è il paese invitato in questa nuova edizione dell’importante manifestazione dedicata all’enogastronomia, e per questo motivo la Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna (CCIS) gestirà un’area espositiva di circa 200 m2 nella quale saranno esposte specialità italiane, tra cui conserve, prodotti tipici pugliesi, aceto balsamico di Modena, il tartufo e altri prodotti derivati, pasta fresca e secca, dolci, insaccati, formaggi e vino. Lo spazio espositivo gestito dalla CCIS sarà inaugurato il 14 novembre dalle autorità locali, del Segretario Generale della CCIS, Giovanni Aricò, del delegato della CCIS a Valencia, Adriano Carbone e dei rappresentanti della business community italo spagnola presenti nella regione. Chefs italiani a Valencia Un ricco programma di eventi e attività collaterali organizzati nella stessa “Área Italia” permetterà di far conoscere agli operatori e consumatori locali alcune Pag. 14 delle ricette tipiche regionali. In particolare, verranno organizzati showcooking e degustazioni di piatti e prodotti tipici del Belpaese, grazie alla presenza di 4 chef italiani presenti per l’occasione. Si tratta di Enrico Croatti, Executive Chef del rinomato Ristorante Dolomieu del DV Chalet Boutique Hotel & Spa di Madonna di Campiglio (una stella Michelin) e, in Spagna, dell’Orobianco Ristorante a Calpe (Alicante); Enrica Barni, chef dell’Accademia del Gusto di Madrid, incaricata del programma formativo e di consulenza di questa entità; Alessandro Castro, responsabile per la Spagna dell’Accademia Italiana della Gastronomia Storica e dell’Associazione Ristoworld, nonché membro dell’Accademia Italiana della Cucina; Manfredi Bosco, esperto in cucina italiana/mediterranea e internazionale, che vanta collaborazioni con rinomati chef come Carlo Cracco e Rocco Iannone. Altre iniziative in programma Sempre all’interno della fiera la CCIS organizzerà una giornata di incontri tra gli espositori e operatori del settore convocati per l’occasione al fine di favo- Superficie totale: 10.000 m2 Occupata: 5.092 m2 - Espositori: 115 Visitatori 4.860 registrati (professionisti, pubblico gourmet) 102/2015 Dati ultima edizione fiera gastronoma (2013):

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GLI CHEF ITALIANI A VALENCIA MADRID di Paola Lungarini *RESERVAR CON ANTELACIÓN 102/2015 Pag. 15

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