Azione nonviolenta - luglio 2012 Anno 49 n. 583

 

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Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964

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luglio 2012 Anno 49 n. 583 7 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 12 Syria contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 7 • Luglio 2012 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 6 8 Non possiamo assistere al massacro senza intervenire Gianluca Solera Una vera forza di interposizione per difendere la società civile siriana Padre Paolo Dall’Oglio Aung San Suu Kyi: teoria e azione politica nonviolenta Mimmo Cortese Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Martina Lucia Lanza, Pasquale Pugliese, Caterina Del Torto, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa 10 Anche li c’è la crisi, ma perchè a Lisbona non si arrabbiano? Gianluca Luraschi 12 Abbiamo l’ultima possibilità per salvare la terrea da noi stessi Alex Zanotelli 14 Situazione attentamente seguita - quarta puntata Andrea Maori 23 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE Nati dopo la guerra muoiono di guerra Caterina Bianciardi e Ilaria Nannetti 24 EDUCAZIONE Il potere della parole: disarmare il linguaggio Gabriella Falcicchio 25 MAFIE E ANTIMAFIE La violenza mafiosa è uno strumento politico Roberto Rossi 26 SERVIZIO CIVILE Il servizio civile ha ancora un futuro Francesco Spagnolo 27 RELIGIONE E NONVIOLENZA Dialogo tra un laico perplesso ed un religioso persuaso Enrico Peyretti 28 MUSICA Una canzone per difendere i diritti umani degli immigrati Paolo Predieri 29 CINEMA Pellicole estive per rinfrescare la mente Enrico Pompero 30 IL CALICE La lezione di Fernand Braudel Christoph Baker (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 10250363 intestato ad Azione Nonviolenta, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 34 O 07601 11700 000010250363. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizioni al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento – oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN” ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, luglio 2012, anno 49 n. 583, fascicolo 422 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 1 luglio 2012 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Syria le foto da pagina 14 a pagina 22 sono dell’Archivio del Movimento Nonviolento

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Siria Non possiamo assistere al massacro senza intervenire. Ma come? di Gianluca Solera * Ricevo quotidianamente dal Syrian Network for Human Rights un bollettino delle vittime dei crimini della repressione con nomi, circostanze e prove documentali. Il penultimo riguarda il massacro di al-Houla, nella regione di Homs, ed è stato redatto da uno dei membri della rete, che arrivò al villaggio di Tāldou alle 9 del mattino di sabato 26 maggio, intervistò alcuni residenti, documentò le loro storie e riprese quelle immagini che sono state postate su YouTube. Cosa è successo esattamente? L’esercito del regime ha bombardato con l’artiglieria pesante e i mortai le campagne e le località ribelli di al-Houla, Kafr Lāhā, Tal ad-Dhahab, ed in particolare il villaggio di Tāldou. L’artiglieria pesante ha bombardato durante quattordici ore. Il bombardamento è stato seguito da una massiccia campagna lanciata dalle forze di sicurezza assoldate tra i membri dei villaggi di al-Qabou e Filla, fedeli al regime. Queste sono passate di casa in casa ed hanno completato l’operazione perpetrando esecuzioni sistematiche tra uomini, donne, bambini e anziani, uccidendo le loro vittime a baionetta, e poi brutalizzandole e mutilandole. Li hanno finiti nelle proprie case, e hanno finito chi incontrassero sul loro cammino, come sette incauti pastori di passaggio nella piana. Le vittime registrate ora dopo ora hanno infine superato il centinaio, tra cui 49 bambini sotto i dieci anni e 32 donne. Quest’oggi, 29 maggio, ho incontrato al Cairo due giovani attivisti siriani, ufficialmente in visita d’affari, presentatimi da un amico di Bengasi, e appena atterrati nella capitale egiziana da Damasco. Uno di loro, Hossām Abou ‘Amr, prima di rispondere alle mie domande, vuole avere assicurazioni al mio rispetto. Rotto il ghiaccio, mi racconta che il giorno precedente, per la prima volta, l’Esercito libero ha sferrato un attacco alle forze di sicurezza del regime nel centro di Damasco. Ad ogni mia domanda sulla situazione interna replica interrogandomi su che cosa facciamo noi in Europa per impedire che la repressione degeneri ulteriormente. Hanno provato con le proteste pacifiche, e non ha funzionato. Hanno provato a chiedere protezione internazionale, e non ha funzionato. “Non ci resta che un’alternativa, se non vogliamo essere tutti incarcerati, torturati, ammazzati o soggetti agli attentati di regime: sostenere l’Esercito libero”. Hossām non è un combattente, è un giovane della borghesia cittadina che aderisce alle aspirazioni della rivoluzione siriana e commercia detergenti, che rifiuta la propaganda della violenza inter-etnica, e rappresenta la grande maggioranza dei siriani. Nel novembre dell’anno scorso, avevo visitato i campi dei rifugiati siriani in Turchia, nella regione di Antakya, che erano scappati alla furia distruttiva delle forze del regime. Uno di loro, che non mi volle rivelare la sua identità (“Sono un cittadino siriano, e questo ti basta”), un uomo di mezza età di Deir az-Zour, mi spiegava come funziona la repressione durante le manifestazioni contro la dittatura: il regime mette in prima linea l’esercito ed ordina di sparare sui civili; se l’esercito si rifiuta di sparare, ordina alle forze dell’ordine di sparare sull’esercito; se queste si rifiutano di sparare, ordina alle bande armate irregolari chiamate as-Shabbīha di sparare sulle forze dell’ordine; se queste si rifiutano di sparare, ordina ai mercenari di sparare sulle bande armate. È con questo sistema che abbiamo a che fare. La stessa strategia della repressione si applica sugli oppositori politici che vivono all’estero ed hanno famiglia in Siria: ai famigliari viene impedito di lasciare il paese, e vengono trattenuti come ostaggi, per essere sequestrati, torturati o uccisi a seconda della visibilità dell’attivista in questione. È così che Radwān Ziādeh, che insegna all’Institute for Social Policy and Understanding di Washington, ha perso il fratello Yāssein, sequestrato dalle forze dell’aviazione militare mentre stava pregando in una moschea di Damasco, e scomparso senza dare notizie da quel giorno dell’agosto 2011. Che cosa potevo rispondere a Hossām? Abbiamo detto ai cittadini siriani: “Bravi, ammiriamo il vostro coraggio!”. Poi abbiamo * scrittore, coordinatore delle Reti della Fondazione Anna Lindh, vive ad Alessandria d’Egitto. 3

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imposto delle sanzioni economiche e politiche, poi abbiamo elogiato la missione degli osservatori della Lega Araba, poi abbiamo imposto delle restrizioni alla mobilità dei famigliari del presidente siriano e di rilevanti esponenti del regime, i cui effetti non sono stati dimostrati. International Crisis Group dice: “In una società fortemente mobilitata come quella siriana, tutti coloro che potenzialmente sarebbero tentati di aderire alla protesta l’hanno già fatto; le difficoltà economiche difficilmente spingeranno più persone nelle strade. Il collasso quasi-totale nell’amministrazione locale, nell’istruzione e nella sanità che ha interessato molte aree del paese ha ben poche conseguenze su un regime che sembra essersi dato il solo obiettivo di sopravvivere. E per quanto riguarda la famiglia al potere, questa può facilmente indirizzare i propri affari dall’economia legale verso quella nera, ugualmente lucrativa”. Infine abbiamo mandato degli osservatori internazionali, ma la repressione non solo ha continuato, ma è diventata più barbara. In Libia, la Comunità internazionale reagì velocemente, e esattamente in un mese dall’inizio della rivolta popolare impose una No-Fly Zone, quando fino a quel momento il numero delle vittime della repressione del Colonnello si stimava tra le 2 mila e le 6 mila. In Siria, dopo quasi quindici mesi dall’inizio della rivolta popolare, si contano 13 mila vittime e 240 mila sfollati, e la misura più radicale presa dai paesi occidentali è stata quella di allontanare l’ambasciatore siriano dopo il massacro di al-Houla. “Perché non ci proteggete come avete protetto i libici?” – mi chiede Hossām. La risposta la insinua lui stesso: “Noi siriani non abbiamo petrolio, ed abbiamo come vicino Israele, che teme un Medioriente arabo democratico”. Con la sottigliezza che contraddistingue le diplomazie occidentali, abbiamo giustificato la nostra assenza con il fatto che a parte il ruolo forte della Russia, ci troviamo di fronte ad un’opposizione divisa, la cui mancanza di compattezza getta ombre su un possibile scenario post - Bashār al-Asad. Ma il Consiglio Nazionale Siriano, che rappresenta la componente più importante dell’opposizione al regime, si è evoluto enormente dalla sua fondazione avvenuta nell’estate del 2011, ed il cui funzionamento mi era stato personalmente descritto da ʿAbd ar-Rahmān al-Hājj, il coordinatore dell’Assemblea generale, durante un colloquio in un caffé di Istanbul. Il Consiglio ha formulato una sofisticata strategia per condurre la Siria verso la democrazia attraverso un periodo transitorio successivo all’uscita di scena di al-Asad. In particolare, ha lavorato per superare le divisioni settarie alimentate dal regime, includendo tra le file del Consiglio rappresentanti di tutti i gruppi politici, religiosi ed etnici del paese. Inoltre, ha disegnato una strategia in favore della giustizia transitoria e del rispetto dei diritti umani, tenendo in considerazione i rischi di un possibile regolamento dei conti contro la comunità alawita. Ma nonostante questo, i siriani sono ancora soli nel fronteggiare la repressione, mentre un intervento esterno è già in corso da parte dei sostenitori più stretti del regime - Hezbollah, Moqtadā as-Sadr e l’Iran - in termini di appoggio tecnologico, logistico e militare. “Il flusso di armi che entrano per l’Esercito libero non è comparabile a quello che arriva a favore del regime”, stima Hossām. Dunque che fare? Vogliamo lasciare che le armi confluiscano nel paese, o assumerci la responsabilità di proteggere direttamente la popolazione? Dobbiamo decidere velocemente, perché se il regime diventa più violento è perché sa di godere di impunità e di beneficiare della titubanza della Comunità internazionale. Mi sono sempre considerato vicino al pensiero pacifista ed ho sempre rispettato profondamente la giustezza della teoria e della pratica nonviolenta, ma ora in Siria siamo di fronte ad un gioco eliminatorio senza scrupoli, perché la mente che lo orchestra è malata e ha decretato di preferire la terra bruciata alla transizione. Per questo non posso che 4

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Siria appellarmi a ciò a cui si appellano molti cittadini siriani, sostenitori dell’Intifādha nonviolenta ed ora preda di una caccia all’uomo: il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il Consiglio Nazionale Siriano ha dichiarato che farà uso del diritto inviolabile all’autodifesa individuale o collettiva in caso di attacco armato, dopo l’ultimo massacro di al-Houla. Il che significherà però anche riprendere direttamente o indirettamente il transito di armi verso la Siria, dove l’esercito del regime è straordinariamente meglio armato che l’Esercito libero. In altre parole, un bagno di sangue senza limiti. Come ricorda Lorenzo Trombetta, giornalista di stanza a Beirut: “Da un calcolo effettuato sommando gli uomini indicati dai vari comandanti dei consigli militari locali dell’Esercito libero, si arriva a un massimo di 6.500 uomini in tutta la Siria. Una cifra ancora irrisoria se paragonata ai circa 300 mila soldati formalmente in quota nell’esercito governativo”. Ma il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite prevede anche l’intervento internazionale, e forse questo sarebbe il male minore. Per questo, anche la società civile italiana dovrebbe mantenere contatti stretti con l’opposizione siriana ed ascoltare la loro richiesta di protezione, una richiesta di protezione che non verrà esaudita se non verrà esercitata una pressione sulle istanze governative. È tempo di assumerci le nostre responsabilità e chiedere pubblicamente almeno quanto venne applicato sui cieli libici in difesa del popolo libico, o simili forme di ostruzionismo nei confronti dell’apparato militare di regime. La società civile italiana ha anche un’altra missione: quella di lavorare per creare una piattaforma della società civile democratica che possa operare nella Siria post- al-Asad. Di questo ho parlato personalmente con il dott. Maurizio Massari, inviato speciale del Ministero degli Esteri per il Mediterraneo ed il Medio Oriente, suggerendogli un’iniziativa per promuovere scambi tra attivisti siriani e europei e organizzare incontri tra siriani residenti in Siria e all’estero, per preparare una strategia di sviluppo della società civile siriana, affinché giochi un ruolo autonomo durante la transizione, contribuendo a costruire pratiche collettive di democrazia e partecipazione. Se l’Italia guidasse quest’iniziativa con sostegno politico e economico deciso, assumerebbe un ruolo internazionale importante, e l’arcipelago di persone e collettivi che vogliono esercitare la propria cittadinanza in Siria e nella diaspora ne beneficierebbe. Ne ho parlato anche con Hozān Ibrāhīm, membro del Segretariato generale del Consiglio Nazionale Siriano, che coltiva questa idea, e conosce molti siriani che vogliono lavorare su questo, anche per fronteggiare la strategia della divisione settaria perseguita dal regime siriano. Queste credo sono le responsabilità che anche noi italiani dobbiamo assumerci. La mia opinione è che chiedere la protezione internazionale della popolazione siriana in un contesto in cui il regime sistematicamente viola il Piano di Kofi Annan ogni santo giorno è meglio che armare la resistenza e lasciarla combattere, voltando le spalle alla sistematica repressione del regime siriano. E la richiesta di protezione internazionale e nello stesso tempo la promozione di un’iniziativa per la costruzione di una piattaforma della società civile indipendente e democratica in Siria, che affianchi l’opposizione politica organizzata nel Consiglio Nazionale Siriano e nei Comitati di coordinamento locali, non sono in contraddizione, bensì riflettono entrambe le aspirazioni della popolazione siriana. I siriani vogliono uscire dal tunnel, e vorrebbero farlo in modo pragmatico, pacifico e controllato, evitando ulteriori spargimenti di sangue, ma non possono perché il regime agisce in nome del motto “Al-Asad, o metteremo a ferro e fuoco questo paese” come scrivono truppe, ufficiali e Shabbīha sui muri delle città siriane. Dice il Corano: Furidha ʿalaikum al-Qitāl, vi è stata imposta la lotta. La lotta contro l’oppressore ai siriani, e la lotta contro la nostra coscienza e i nostri interessi a noi occidentali. s 5

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Una vera forza di interposizione per difendere la società civile siriana di Padre Paolo Dall’Oglio * Pubblichiamo il testo della lettera aperta scritta il 23 maggio u.s. a Kofi Annan, inviato speciale delle Nazioni unite e della Lega araba per la crisi siriana, da Paolo Dall’Oglio, gesuita e fondatore della Comunità monastica di Deir Mar Musa. Nella lettera, che il gesuita intende consegnare personalmente all’ex Segretario generale dell’Onu, si chiede la creazione di una forza di interposizione di tremila caschi blu, per garantire il rispetto del cessate-il-fuoco e la protezione della popolazione civile, accompagnati da trentamila volontari della società civile che sostengano la ripresa della vita democratica nel Paese. Ecc.mo Signor Kofi Annan, Segretario Generale emerito dell’Onu, Pace e bene. Con questa pubblica comunicazione vorrei esprimerle innanzi tutto gratitudine per aver accettato questo incarico delicatissimo per la salvezza della Siria e per la pace regionale. Ci aggrappiamo alla sua iniziativa come dei naufraghi a una zattera! Lei è riuscito a superare lo scoglio dell’opposizione russa a qualunque proposta che comportasse un autentico cambiamento democratico. In prospettiva, la Siria può e deve costituire un elemento di bilanciamento delle problematiche regionali e non un cancro corrosivo. Mi sembra che una maggioranza di siriani ragioni in termini di equilibrio multipolare e non in quelli d’una nuova guerra fredda. Il popolo siriano è tradizionalmente antimperialista, ma molto di più è a favore della creazione d’un polo arabo che ne rappresenti il diffuso desiderio di emancipazione e autodeterminazione. Un sentimento questo che implica l’aspirazione a vera democrazia e riconosciuta dignità delle componenti culturali e religiose di questa società e degli individui umani che la compongono. La dinamica regionale è marcata oggi da una difficoltà reale di convivenza tra popolazioni sciite e sunnite e di concorrenza tra esse. Ciò provoca anche grave disagio alle altre minoranze, innanzitutto quelle cristiane. La primavera araba, caratterizzata inizialmente dalla richiesta, specie giovanile, dei diritti e delle libertà, rischia la deriva confessionale violenta specie quando l’irresponsabilità internazionale favorisce la radicalizzazione del conflitto. Signor Annan, lei sa meglio di chiunque altro che il terrorismo internazionale islamista è uno dei mille rivoli dell’«illegalità-opacità» globale (mercato di droga, armi, organi, individui umani, finanza, materie prime …). La palude interconnessa dei diversi «servizi segreti» è contigua alla galassia della malavita anche caratterizzata ideologicamente e/o religiosamente. Meraviglia che pochissimi giorni siano bastati ad altissimi rappresentanti dell’Onu per accettare la tesi della matrice «qaedista» degli attentati «suicidi» in Siria. Una volta accettata mondialmente la tesi liberticida che in loco c’è solo un problema d’ordine pubblico, non rimane che aspettarsi il ritiro dei suoi caschi blu disarmati per lasciare alla repressione tutto lo spazio necessario a conseguire il «male minore». Che la potenza nucleare e confessionale israeliana abbia interesse in una guerra civile a bassa intensità e lunga durata è solo un corollario al teorema. Si aggiunga che «gli arabi» non sono culturalmente maturi per la democrazia «reale» e il gioco è fatto! Resta in alternativa l’opzione della frantumazione su base confessionale del Paese, magari ritagliando ai caschi blu un ruolo anti strage per evitare disdicevoli eccessi bosniaci. A causa delle esperienze non sempre felici degli osservatori Onu, l’ottimismo resta condizionato all’emergenza d’una concreta volontà negoziale nel Consiglio di Sicurezza e all’interno del paese e a una larga assistenza da parte della società civile internazionale a quella locale. Tremila caschi blu e non trecento sono necessari a garantire il rispetto del cessate il fuoco e la protezione della popola- * Gesuita del monastero di Deir Mar Musa (Siria). Dal 30 maggio padre Dall’Oglio vive a Qsuayr dove ha attuato un digiuno nonviolento. 6

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Siria zione civile dalla repressione per consentire una ripresa della vita sociale e economica. È urgente chiedere l’abolizione delle sanzioni non personalizzate che puniscono le parti più deboli e innocenti della popolazione. C’è inoltre bisogno di trentamila «accompagnatori» nonviolenti della società civile globale che vengano ad aiutare sul terreno l’avvio capillare della vita democratica. Si tratta di favorire un’organizzazione statale basata sul principio di sussidiarietà e del consenso, eventualmente favorendo quella struttura federale più corrispondente alle principali particolarità geografiche (la federazione è l’esatto contrario della spartizione!). Solo dando fiducia all’autodeterminazione delle popolazioni sul piano locale si potrà riportare l’ordine e combattere ogni forma di terrorismo senza ricadere nella repressione generalizzata e settaria. È opportuno e urgente creare delle commissioni locali di riconciliazione, protette dai caschi blu e in coordinazione con le agenzie Onu specializzate, anche in vista della ricerca dei detenuti, rapiti e scomparsi delle diverse parti in conflitto. Sarà anche necessario porre al più presto la questione della riabilitazione civile dei giovani coinvolti in organizzazioni terroriste e malavitose. Lei ha ripetuto che per riappacificare occorre un processo politico negoziale. Ma si può immaginare questo senza un vero cambiamento nella struttura del potere, specie in una situazione come questa dove il governo è una facciata e anche il regime al potere obbedisce a un oscuro gruppo di supergerarchi? Bisogna salvare lo stato, certo. Esso è di proprietà del popolo. Ma prima è necessario liberarlo. La sua iniziativa, caro Signor Annan, segna una tappa rivoluzionaria nel percorso dell’esercizio della responsabilità internazionale nella soluzione dei conflitti locali. La presenza disarmata dell’Onu oggi in Siria è una profezia gandhiana che vale ben oltre la crisi puntuale che si vuole così risolvere. La priorità sia allora quella di proteggere la libertà d’opinione e d’espressione della società civile siriana senza la quale è impossibile perseguire gli altri obiettivi essenziali alla pacificazione nazionale. 7

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Aung San Suu Kyi: teoria e azione politica nonviolenta di Mimmo Cortese * Canticchiare per una strada di Rangoon, in Birmania, una canzone degli U2 potrebbe voler dire esporsi al rischio dell’arresto e una detenzione da tre a vent’anni. Già solo questo piccolo episodio potrebbe suggerire la misura dell’enormità di ciò che accade da decenni in quel paese. Per il regime militare, al potere dal 1962, il ridicolo e il drammatico purtroppo sono mescolati insieme, in un intreccio devastante, fin dagli inizi di questo tragico pezzo di storia contemporanea. Ad oggi sono circa 2000 i prigionieri politici reclusi nel paese; infinita, invece, la lista delle violazioni di diritti umani. Torture, violenze, stupri, deportazioni di intere comunità, pulizia etnica, bambini soldato, lavoro forzato, esecuzioni sommarie, pena di morte: un vero e proprio inferno a cielo aperto, tomba della definizione stessa di “diritti umani”. È in questo quadro – sostanzialmente immutato fino ad oggi, nonostante le recenti “aperture” della giunta - che nel 1988 si presenta sulla scena politica nazionale Aung San Suu Kyi (pronuncia corretta Ang San Su Ci) una “donna politica” che ha scelto la strada della nonviolenza, attraverso un importante ed originale percorso di azione e di riflessione teorica. Avvicinandoci a commentare i suoi scritti, e la sua storia, appare difficilissimo non farsi contagiare da una personalità che traspare, oltre le parole, da ogni riga; il cui rigore personale, il senso etico, ti sembra di toccare con mano ad ogni ragionamento; la cui fede profonda trascolora i concetti o le descrizioni più impegnative, come i racconti più semplici e innocenti. Più volte arrestata, ha passato oltre 15 anni in stato di reclusione. “Non posso farcela da sola. Se volete la democrazia, dovete impegnarvi per ottenerla”. È stata liberata l’ultima volta il 13 novembre del 2010. Nel 1991 mentre si trovava agli arresti domiciliari le è stato assegnato il premio Nobel per la Pace, che ha potuto ritirare solo domenica 16 giugno 2012, con un discorso che si può leggere nel sito www.nobelprize.org La paura, il timore, il coraggio Uno dei punti da cui parte il pensiero e l’azione politica di Aung San Suu Kyi riguarda la paura. Va subito chiarito che la paura cui fa riferimento per la Daw (la signora, come viene appellata)non è lo stato di apprensione e di preoccupazione, il senso di inquietudine che ci prende quando qualche cosa non funziona. La paura non è l’espressione dell’ansia, dell’angoscia che sale quando non siamo indifferenti ai pericoli che incombono. Ella stessa ad una precisa domanda risponderà: “Ho paura. Ho paura di fare la cosa sbagliata che possa danneggiare gli altri. Ma ovviamente ho imparato a convivere con questa paura. Però sono preoccupata lo stesso.” Per Aung San Suu Kyi la paura da cui liberarsi è associata da un lato al temere, e dall’altro alla pavidità, alla mancanza di coraggio. Per la cui azione combinata la conseguenza più nefasta è l’abitudine, l’apatia. Il coraggio non ha niente a che vedere con l’attitudine verso gesti dimostrativi o con qualche modalità d’azione indirizzata a causare disordini, il coraggio è qualcosa di intimamente legato alla responsabilità: ”Accettare la responsabilità è un atto di coraggio”, personale e collettivo. La scelta della nonviolenza Nei pochi momenti nei quali ha goduto della libertà di movimento nel suo paese, la Daw è stata al centro di alcuni straordinari episodi di coraggio che oltre a consacrarne e diffonderne il mito hanno spazzato definitivamente via il luogo comune che contro avversari feroci, disumani e armati fino ai denti ogni risposta non armata e nonviolenta nella migliore delle ipotesi sia velleitaria e nella peggiore irresponsabile e avventurista. Aung San Suu Kyi ha praticato la scelta della nonviolenza attraverso significativi ed originali contributi teorici al riguardo. In * membro del consiglio scientifico di OPAL (Osservatorio Permanente Armi Leggere). L’articolo è una sintesi del saggio pubblicato sull’Annuario 2011 di OPAL, edizioni EMI. 8

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Birmania primo luogo la considerazione che la nonviolenza debba essere un elemento intrinseco alla democrazia, intesa come un sistema di modi e mezzi grazie ai quali pervenire al cambiamento senza ricorrere alla violenza. Una definizione della democrazia quindi come dottrina e sistema per la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Di conseguenza, per la Daw il raggiungimento della democrazia deve arrivare attraverso l’uso di mezzi democratici, perciò, nonviolenti! “Non credo nella lotta armata perché confermerebbe la tradizione secondo cui il potere è nelle mani di chi usa meglio le armi. Anche se il movimento democratico dovesse affermarsi con la forza delle armi, la gente continuerebbe a pensare che alla fine vince sempre il più forte”. La lotta politica e la scelta della nonviolenza debbono sempre misurarsi col contesto dato. Quindi, con una grande apertura intellettuale e dimostrando la completa estraneità ad ogni atteggiamento dogmatico, affermerà:”Ritengo che nel contesto della Birmania attuale i mezzi nonviolenti siano il modo migliore per raggiungere il nostro scopo. Comunque non condanno chi combatte per la «giusta causa» con qualsiasi mezzo. Teniamo aperte tutte le alternative. La flessibilità è molto importante”. Ma la scelta nonviolenta è tanto una strategia politica, quanto una convinzione spirituale. Anche su questo terreno però il pensiero di Aung San Suu Kyi manifesta caratteri di originalità. A una domanda, sulla possibilità di diventare capo di stato maggiore dell’esercito, una volta assunta la carica di presidente della repubblica, la Daw risponde: “Ovviamente in politica esistono delle incongruenze (…). E alla sollecitazione provocatoria sull’eventualità dell’uso dell’esercito in azioni che potrebbero produrre vittime risponde, “tutti i membri di un governo possono trovarsi di fronte a una decisione simile”, inserendo la scelta nel novero dei rischi professionali che ogni politico potrebbe correre. Molto interessanti anche le riflessioni sulle motivazioni e sull’addestramento dei militari. Per la Signora ogni azione dell’esercito dovrebbe essere ispirata a quella che nei precetti buddhisti viene definita la cetena (buona intenzione), fondata sull’amore delle persone che si difendono piuttosto che sull’odio per il nemico e, in particolare, sul senso di giustizia. Il rapporto tra politica e religione Senza tenere conto della fede e dell’educazione buddhista di Aung San Suu Kyi non potremmo comprendere appieno non solo le scelte personali e politiche ma nemmeno le strategie di opposizione e di lotta al regime proposte e messe in atto. Per il sostegno alla lotta, per la conquista della democrazia dirà, dobbiamo fare crescere il metta, “dobbiamo indurre la gente a vedere che l’amore è una forza potente e positiva non solo per gli altri ma anche per la propria felicità”. Ma la Signora rovescia anche, sia pure tenendo fermo il caposaldo della laicità, uno degli assunti delle società secolarizzate:“La politica riguarda le persone e non si può separare una persona dai suoi valori spirituali”. Di più: una separazione tra politica e religione, nel suo ragionamento, potrebbe solo favorire le dittature e l’assenza di libertà, ”per paura che quest’ultima venga utilizzata per scardinare lo status quo” Una parziale conclusione “L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo. Senza una rivoluzione dello spirito, le forze che hanno prodotto le iniquità del vecchio ordine continuerebbero a operare, rappresentando una minaccia costante al processo di riforma e rigenerazione. Non è sufficiente limitarsi a invocare libertà, democrazia e diritti umani. Deve esistere la determinazione compatta di perseverare nella lotta, di sopportare sacrifici in nome di verità imperiture, per resistere alle influenze corruttrici del desiderio, della malevolenza, dell’ignoranza e della paura”. Ed è proprio questa la cifra che intendiamo riconoscere ad Aung San Suu Kyi. Quella di una donna che pur affermando di essersi ispirata a Gandhi e a Martin Luther King a noi sembra una originale sintesi, probabilmente inconsapevole, tra il lucido pensiero elaborato da Hannah Arendt sui concetti di potere, partecipazione e democrazia e la sconfinata e immensa fiducia nell’umanità di cui ci ha fatto partecipe la figura indimenticabile di Etty Hillesum nelle cristalline pagine del suo diario e delle sue lettere dai campi di concentramento nazisti. 9

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Anche lì c’è la crisi, ma perchè a Lisbona non si arrabbiano? di Gianluca Luraschi* Pasqualino è un indiano che gestisce un ristorante vicino a casa nostra a Lisbona in uno dei quartieri storici, l’Alfama. Una volta a settimana passo per un ‘para levar’ (take away). Ci piace il cheese naan e le porcate con il curry. Pasqualino non si chiama Pasqualino, ma prima di venire a Lisbona ha lavorato per 10 anni ad Hamburg in Germania con un calabrese in un ristorante. Così gli italiani sono brava gente, io sono italiano, e lui mi chiede di chiamarlo Pasqualino. Da Pasqualino vado con Giacomo, è l’unico che vuole venire a farsi un giro con papà. Mentre aspettiamo il ‘para levar’ Pasqualino offre una birra al papà e una coca-cola al figlio. Delle volte penso che sia la cocacola la vera ragione per cui Giacomo viene a farsi un giro, ma poi mi convinco che sia per stare con il suo papà! Da Pasqualino la televisione è sempre accesa. L’altra settimana mentre stavamo aspettando il ‘para levar’ c’era il telegiornale della CNN in sottofondo, e stavano trasmettendo un servizio sulle manifestazioni in Grecia. Giacomo mi chiede cosa sta succedendo in Grecia. Gli spiego che la gente per via della crisi economica sta perdendo lavoro, e che senza lavoro non si portano a casa i soldi che servono per tante cose, prima fra tutte comprare da mangiare. Quelli più arrabbiati spesso capita che manifestino la loro rabbia in modo violento. Giacomo mi dice che anche in Portogallo c’è la crisi, ma allora perchè non ci si arrabbia? Come tutti i bravi genitori che pensano che i bambini siano competenti so che difronte ad una domanda a cui non so rispondere non devo dire cose del tipo ‘tu sei troppo piccolo per capire’. Ad illuminarmi sulla risposta arriva in soccorso Pasqualino, il quale mi consegna il ‘para levar’ e io riesco a scavallare elegantemente la questione. Ho sempre ammirato i pedagoghi, perchè sanno scrivere cose bellissime, che mi affascinano da morire, ma praticamente inutili perchè troppo complesse quando servono. La domanda di Giacomo inizia a frullare nella mia la testa, così inizio a chiedere ai miei amici di facebook spiegazioni. Se internet ha un senso in questo mondo è per sua la capacita’ di trovare delle risposte alle nostre domande. Una sorta d’intelligenza collettiva. Così la questione di Giacomo: ‘anche in Portogallo c’è la crisi, ma allora perchè non ci si arrabbia come da altre parti?’ la posto su facebook, e la faccio girare tra amici. Iniziano ad arrivare delle spiegazioni. A tutti quelli che hanno risposto alla richiesta d’aiuto devo un doveroso e sincero ringraziamento, per aver contribuito a tenere alto il profilo di un padre che tutti i giorni deve fare i conti con un ruolo che è più grande di lui. Luca: Rassegnazione, forse? Dignità, magari anche quella, o forse l’ineluttabilità del tempo, oggi è così ma domani cambierà... Si spera. Forse i portoghesi vedo il bicchiere completamente pieno, metà di acqua e l’altra metà di aria.... Sonia propone una spiegazione quasi-pacifista in base alla quale il portoghese odia la violenza al punto da non contemplarla come forma di lotta. Kristian è un artista austriaco che ha vissuto 11 anni a Londra prima di venire a Lisbona, quindi mi spiega che sa cosa significhi incazzarsi. Kristian sostiene che la ragione stia nel FADO. Ritorno all’intelligenza collettiva e cerco in wikipedia. Fado: Il fado è un genere musicale Il cui nome deriva dal latino fatum (destino) in quanto esso si ispira al tipico sentimento portoghese della saudade e racconta temi di emigrazione, di lontananza, di separazione, dolore, sofferenza. Saudade: In alcune accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di pos- * Ha contribuito a fondare la Scuola dei Diritti Umani del Coordinamento comasco per la pace, dove ha svolto sia attività didattica che amministrativa. Da un anno e 9 mesi con famiglia si è trasferito a lavorare a Lisbona dove si occupa di ambiente, politiche europee, geoinformatica. 10

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Portogallo sederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro. Kristian vuole dire che i portoghesi amano a non avere quello che vorrebbero, ne fanno un motivo di godimento e lo cantano nel fado. Quindi perchè incazzarsi di fronte alla crisi economica, dato che questa offrirà nuovi spunti per morire di nostalgia. È una lettura perfetta, affascinante, che mette in campo un sentimento nobile, romantico: di saudade si puo’ morire. Che popolo! Questa idea però mi sembra troppo perfetta, pronta per essere venduta al prossimo turista. Una delle più importanti aziende farmaceutiche europee ha deciso di non distribuire più in Portogollo alcuni dei suoi farmaci oncologici per via della difficoltà dello Stato Portoghese di pagarli. Questa cosa non ha niente di nobile, romantico … di cancro si muore davvero! Forse è per via della sudade, ma io ho bisogno di validare questa idea, di trovare un riscontro. Quando qui in Portogallo non so più che pesci pigliare vado a Nasruddin un marocchno che conosce Lisbona perfettamente. Nusruddin ha sempre una risposta ad ogni domanda. Busso. Gli faccio la domanda di Giacomo : ‘anche in Portogallo c’è la crisi, ma allora perchè non ci si arrabbia come da altre parti?’ Nusruddin mi spiega che i portoghesi non si incazzano perchè non hanno le palle. Così come i Greci s’incazzano perchè hanno le palle piene, e gli italiani s’incazzeranno perchè gli romperanno le palle. In questo, aggiunge Nusruddin, i portoghesi sono più furbi degli altri popoli, perchè sanno che incazzarsi non serve a niente. Sinceramente non era questo il tipo di spiegazione che mi sognavo da Nusruddin, altre volte aveva dato prova di essere un fine teologo, se non di sapiente filosofo. Glielo faccio notare, e Nusruddin mi suggerisce di sostituire palle a democrazia. Nusruddin mi spiega che siamo alla fine di un progetto politico che si chiama democrazia. Gli Stati che l’hanno adottata hanno vissuto nell’illusione che avevano trovato la formula magica per garantire a tutti i cittadini prosperità e benessere. E per un periodo sembrava che questo progetto potesse funzionare, ma ora non è più così perchè il prezzo delle democrazie occidentali è diventato troppo alto. ‘Ma quale prezzo?’ chiedo ingenuamente. Nusruddin mi guarda e sorride, e mi dice qualcosa che da buon italiano mi rendo conto dovrei conoscere: ‘per ogni euro versato tramite le tasse, ne venivano pagati due per gestire la megamacchina del potere!’. Nusruddin mi spiega che la democrazia per poter funzionare ha bisogno di qualcuno che governa e qualcuno che controlla chi governa. La democrazia ha bisogno di almeno due idee che si confrontino. Dopo il 1989 in Europa è finita l’azione di controllo, e si è assistito ad una messa in scena della democrazia dove due formazioni fantoccio si contendono le elezioni per garantire gli interessi della stessa oligarchia. Nusruddin mi esorta a non essere complice delle cose sbagliate. Nussruddin sostiene che la megamacchina del potere va spenta togliendole l’energia di cui si alimenta: le tasse. Le tasse non vanno evase, sarebbe un atto da codardo ed egoistico, ma occorre riappropiarci della res/pubblica, ora in mano alle varie caste di politicanti e finanzieri, e ognuno di noi dovrebbe avere il potere di decidere come spendere i soldi raccolti per il bene comune. Nussruddin ha le idee chiare anche sul come. Solo un illuso, oppure uno in malafede, può credere che la megamacchina la si cambia dal di dentro. Il pensiero di Nusruddin mi lascia con molti più dubbi che risposte. Ma gli chiedo cosa c’entra con la questione da cui siamo partiti. A farmelo capiere mi aiuta Maria. Di fianco a noi abita Maria, una vecchietta alla quale l’altra settimana hanno staccato l’acqua perchè non la pagava da mesi. Ciò nonostante Maria va tutte le mattine da Zè (un bar sotto casa) a fare la colazione. Zè gli dà la colazione, lei gli lava il pavimento. Recentemente qualcuno le ha dato una mano e l’acqua è tornata. Maria non è nè triste nè disperata, ha quello di cui ha bisogno: chiacchera con le amiche, esce al bar. Forse i portoghesi non si incazzano, perchè non hanno ancora completamente perso il valore della comunità. Non c’è niente da perdere dalla crisi, anzi c’è solo da guadagnare una maggiore coesione tra i membri delle comunità nelle quali viviamo. A Lisbona, nei quartieri storici si riesce a darsi una mano a prescindere dallo Stato, soprattutto quando questo non è neanche più in grado di offrire un servizio fondamentale come quello delle medicine per i malati di cancro. 11

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Abbiamo l'ultima possibilità per salvare la terra da noi stessi di Alex Zanotelli* Nel 1992 l’ONU aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti ventanni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’orlo dell’abisso. Per questo l’ONU ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta. Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra. Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani -scrive il teologo americano Thomas Berry- non è basata né su nazionalità né sulla razza né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore. E questo grande teologo aggiunge amaramente: Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio e il geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio.” E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. La situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economicofinanziari. È un silenzio voluto e comperato, come appare nel libro inchiesta “ Private Empire” del noto giornalista Steve Coll, che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche, i dati scientifici sui cambiamenti climatici. La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà, per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! È un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo. Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni -ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years- . L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta.” Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi, prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali, che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi ecologica un altro affare con la cosiddetta green economy’(l’economia verde). Ne sono espressione il mercato del carbonio, la produzione agro-forestale per bio-carburanti, la geo-ingegneria, che introduce il principio del diritto di inquinare. È la finanziarizzazione anche della crisi ecologica. “ La Green Economy, affidata unicamente alle logiche del mercato senza regole e senza una visione precisa, è un falsa soluzione, afferma il documento-base Summit dei popoli a Rio, elaborato dalla Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). È questo il documento che abbiamo lanciato a Roma il 21 aprile nel Teatro Valle, occupato e diventato un bene comune. Una settantina di organizzazioni hanno approvato il documento e hanno aderito a RIGAS. Questa rete deve rimanere cittadinanza attiva e deve includere tutti * Missionario comboniano 12

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appello coloro che in Italia si impegnano sull’ambiente, organizzandosi a livello nazionale, regionale, con una segreteria come ha fatto il grande movimento dell’acqua in Italia. Quello che abbiamo fatto per l’acqua, dobbiamo farlo per l’ambiente, per la Madre Terra così gravemente minacciata. Coinvolgendo in tutto questo anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico. Il nostro è un movimento trasversale ed ecumenico che si impegna a : -informare tutti e a tutti i livelli della gravità della crisi ecologica; -rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita, che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico; -impegnarsi a livello personale e comunitario, a vivere con più sobrietà, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando le energie rinnovabili; -rispondere al problema dei rifiuti con il riciclo totale, opponendosi agli inceneritori -sostenere il Piano della Commissione Europea che prevede la riduzione per tappe dell’80% di emissioni di gas serra entro il 2050; -chiedere la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici, tassando le transazioni finanziarie dello 0.05%. È un lavoro enorme quello che ci attende partendo dal basso, in Rete, per portare il nostro paese e il governo Monti (che continua a parlare di crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra. Ci ritroveremo in tanti a Rio e da lì ripartiremo con ancora più impegno per salvare il Pianeta. Uniamoci come movimenti, organizzazioni e reti sociali -così conclude l’appello dei movimenti sociali verso Rio (Cupola dos Povos), per assicurare che Rio+20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di rafforzare le basi locali, regionali e mondiali necessarie per affrontare l’avanzata verde del capitalismo. Rio+20 deve essere un punto di partenza per una società più giusta e solidale” 13

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Situazione attentamente seguita Movimenti per l’obiezione di coscienza al servizio militare e alle spese militari nei rapporti di polizia (1948-1998) Quarta puntata Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario del riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza al servizio militare (1972-2012). Gli obiettori uscirono dal carcere ed avviarono la pratica del servizio civile alternativo. Celebreremo questo avvenimento con un convegno nazionale che il Movimento Nonviolento, insieme ad altre associazioni, sta preparando per i giorni 15-16 dicembre. In preparazione di questo importante appuntamento, proseguiamo e concludiamo la pubblicazione a puntate di un originalissimo lavoro di ricerca archivistica sui documenti delle questure di tutta Italia impegnate per 50 anni a controllare, pedinare, denunciare, reperimere, gli obiettori ed i loro sostenitori. I retroscena di una storia che ha segnato la democrazia del nostro paese, nelle carceri e nei tribunali militari, nelle piazze e nelle istituzioni. di Andrea Maori* Il dibattito nella Loc L’eccessiva durata del servizio civile rispetto al servizio militare e la pratica del respingimento delle domande di obiezione, fu una delle preoccupazioni segnalate da Amnesty International in diversi rapporti annuali. Anche l’obiezione di coscienza dei Testimoni di Geova e degli obiettori totali era al centro della riflessione di Amnesty: se nel 1977 i Testimoni di Geova in carcere erano, secondo il rapporto, probabilmente 337, nel rapporto del 1988, si denuncia che Risulta che più di 1000 obiettori di coscienza, la maggioranza dei quali Testimoni di Geova, si tro- vino rinchiusi in 10 carceri militari per essersi rifiutati di prestare il servizio militare o il servizio civile alternativo.1 1972 - 2012 Convegno nazionale Amnesty denunciava poi la pratica prevista dalla legge secondo la quale i coscritti, una volta chiamati per iniziare il servizio militare, non hanno più alcuna possibilità che venga loro riconosciuto lo status di obiettore di coscienza. Durante una tavola rotonda dal tema: “La convenzione europea dei diritti dell’uomo e la obiezione di coscienza” che si tenne a Venezia il 27 ottobre 1979 organizzato dalla sezione italiana di Amnesty International, gli esponenti dell’organizzazione, impegnata a livello internazionale ad «indurre i Governi di Francia, Svizzera e Grecia a modificare le rispettive legislazioni in favore degli obiettori di coscienza» sostennero «che l’obiezione di coscienza è un diritto dell’individuo che non può essere assoggettato ad alcun servizio sostitutivo.2» 1 - Amnesty International, Rapporto 1988, cit. p. 392 2 - Acs, Mi, Ps, b. 425. “Circolo libertà Amnesty International”, relazione della Prefettura di Venezia, 31 ottobre1979. La relazione continua affermando che gli esponenti di Amnesty avrebbero sostenuto che «unica limitazione a quanto sancito dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sarebbe l’accertamento preventivo, inteso a stabilire che si tratti realmente di un obiettore.» La linea di Amnesty prevedeva invece, come abbiamo visto, la possibilità del riconoscimento, in qualsiasi momento dello status di obiettore. Nel 1966 l’assemblea internazionale annuale di Amnesty International «decise di dare lo status di prigionieri per motivi di opinione anche a coloro che si rifiutavano di combattere in una guerra specifica, e non solo a quelli che si rifiutavano di combattere in generale.» Amnesty International, Voci per la libertà, Torino, Edizioni Gruppo Abele, p. 37. * archivista, libero professionista 40 anni di Obiezione di coscienza e servizio civile Firenze, 15 - 16 dicembre 14

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la storia dell'obiezione Al termine della riunione i presenti, circa 60, tra cui alcuni responsabili locali della Loc (Lega Obiettori di Coscienza), sono stati invitati a sottoscrivere lettere di petizione, da inviare agli Ambasciatori in Italia di Francia, Svizzera e Grecia, contenente richiesta di modificare le legislazioni vigenti nei citati Paesi relative all’obiezione di coscienza. Nessun rilievo. Una nota riservata del 1982 sull’andamento dell’XI congresso della Loc si fa riferimento alla necessità di contrastare l’installazione dei missili “Cruise” mediante: la costituzione a Comiso di una segreteria per coordinare il movimento di lotta; varie iniziative (scioperi della fame, incatenamenti di obiettori, marce durante il periodo delle festività natalizie, etc), lasciando intravedere la possibilità di giungere a porre in essere anche azioni di sabotaggio contro le installazioni stesse. 3 rante la manifestazione si svolse anche la autoconsegna degli obiettori Natalino Ballasso, Renato Pomari e di Sandro Ottoni. Non mancarono momenti di tensione quando i manifestanti tentarono di formare una catena umano verso la Camera dei Deputati. «Invitati più volte a desistere, son stati affrontati in piazza Maddalena dalla Forza Pubblica e costretti a “rientrare” nella piazza.6» Nel corso di febbraio 1985, in un appunto dei Carabinieri fatto pervenire al Prefettura di Roma si evidenzia la «costante azione di propaganda in favore dell’obiezione di coscienza7» che la Loc e la Ldu svolgevano presso l’Università “La Sapienza” di Roma: Nel corso di tale attività di propaganda, estrinsecantesi anche con la raccolta di firme, viene consegnata, ciclostilata, copia della domanda tipo consigliata per richiedere l’ammissione al servizio sostitutivo civile. Il Sisde, in un “appunto riservato” del 6 novembre 1982 sull’andamento dell’XI congresso della Loc, a cui parteciparono «circa trecento persone, tutte gravitanti nell’orbita della sinistra extraparlamentare»4 riferisce che tra le proposte, le più interessanti sono state quelle riguardanti il blocco dei lavori delle basi missilistiche a Comiso, con una marcia internazionale in occasione del Natale 1982; il trasferimento di una segreteria regionale a Comiso per coordinare il movimento di lotta, appoggiato anche dai movimenti tedeschi; l’invio di una lettera al Papa, per un suo intervento nel blocco dei lavori. Le iniziative della Loc venivano spesso svolte insieme alla Lega per il disarmo unilaterale e, incominciava ad affacciarsi fin dai primi anni Ottanta, anche Democrazia Proletaria, partito impegnato nell’attività del movimento pacifista. L’opposizione della Loc all’invio di un contingente militare italiano in Libano nel 1983 venne segnalata in un telegramma “R” a tutti i Questori e ai dirigenti Polfer da parte del Capo della Polizia Coronas5 Ben più consistente l’iniziativa in occasione di un sit-in per il ritiro del contingente italiano dal Libano che si svolse il 3 novembre 1983 a Roma con l’adesione della Ldu, del Pr e di Dp. Du3 - ACS, MI, Ps, Cat. G, b. 337, “Lega degli Obiettori di Coscienza”, telex della Prefettura di La Spezia, 25 ottobre 1979, Appunto riservato del servizio ordine pubblico del Dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, 29 ottobre 1982. 4 - Ivi, appunto riservato allegato a nota del Sisde, 6 novembre 1982. 5 - ACS, MI, Ps. Cat. G, b. 337, “Lega degli Obiettori di Coscienza”, telegramma del Capo della Polizia Giovanni Rinaldo Coronas, 21 giugno 1983. Il programma della Loc veniva sintetizzato in punti, tra cui emerge che la recrudescenza militaristica che si manifesta attraverso l’esercito, cioè dell’«istituzione più repressiva ed alienante che esista» poteva essere contrastata solo attraverso la diffusione e l’ampliamento dell’obiezione di coscienza di massa. Ma la gran parte dell’interesse era relativo alle autoconsegne degli obiettori, all’organizzazione ed informazione alternativa del servizio civile sostitutivo anche a seguito delle domande respinte per il servizio civile.8 Digiuni e proteste quindi si moltiplicano contro quello che fu definito come un vero e proprio ostruzionismo da parte del ministero della difesa per i ritardi nelle risposte e il mancato rispetto della “precettazione concordata” previsto dalla convenzione di attuazione della legge del 1972. Veniva anche contestata una nuova circolare che imponeva condizioni molto pesanti agli enti. Il XV congresso della Loc, che si tenne a Genova nell’ottobre 1986, decise quindi l’attuazione di forme di autoriduzioni e autotrasferimenti e l’avvio di raccolta firme per nuove proposte di legge.9 6 - Ivi, relazione della Questura di Roma, 4 novembre 1983. 7 - Ivi, appunto del Comandante il Gruppo Roma I della Legione Carabinieri di Roma, allegato a nota del Prefettura di Roma, 22 febbraio 1985. 8 - Il corposo fascicolo sull’attività della Loc contiene notizie su autoconsegne di obiettori alle autorità di pubblica sicurezza. 9 - ACS, MI, Ps, Cat. G, servizio ordine pubblico, “Lega nazionale degli obiettori di coscienza”, relazione della prefettura di Brescia, 8 agosto 1986 e appunto della se- 15

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