Azione nonviolenta - aprile 2013 Anno 50 n. 592

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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aprile 2013 Anno 50 n. 592 4 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 Resistenza nonviolenta contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 4 • Aprile 2013 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 4 6 Chi è senza colpa scagli la prima accusa Mao Valpiana e Pasquale Pugliese La Resistenza del tu-tutti alla realtà così com’è Daniele Taurino La nonviolenza è un’aggiunta alla costruzione di una convivenza fondata sulla democrazia Daniele Taurino intervista Daniele Lugli Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net 10 Critica del totalitarismo fascista e nuova socialità in Aldo Capitini Ornella Pompeo Faracovi 13 La nonviolenza in cammino con il movimento NoTav 14 Obiezione di coscienza da Israele alla Grecia 16 Rifiutare il servizio militare per ricercare una via di pace 18 Emergenza Grecia. Gli obiettori di coscienza sono ancora discriminati e perseguitati 20 Formare i Corpi Civili di Pace per prevenire i conflitti armati 22 Democrazia, economia, movimenti, occidente: il pensiero nonviolento 24 EDUCAZIONE Mano nella mano con il morente verso la realtà liberata dal limite 25 CINEMA Identità liquide, film sul mondo scolastico 26 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE L’inganno dell’idroelettrico non tutto è sostenibile 27 RELIGIONI E NONVIOLENZA L’ideologia sacrificale e la liberazione evangelica 23 SERVIZIO CIVILE I giovani volontari espulsi dalla campagna elettorale 28 LIBRI Archivi di Stato: disobbedienza civile e diritti civili rispuntano 30 IL CALICE Andare al largo Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, aprile 2013, anno 50 n. 592, fascicolo 429 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia l’11 aprile 2013 Tiratura in 1500 copie. In copertina: disegno di Renato Guttuso. Studio per la “Crocifissione”, 1941. Uno dei crocifissori, a cavallo in primo piano ha la fisionomia di Hitler.

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editoriale Chi è senza colpa scagli la prima accusa di Mao Valpiana* e Pasquale Pugliese** Nel precedente editoriale rimandavamo a questo mese una prima valutazione sulla situazione politica italiana dopo il voto di febbraio. Di fronte a questo nuovo e intricato scenario come si pongono i movimenti per la nonviolenza, la pace e il disarmo, con il loro bagaglio di lotte e di proposte costruttive? Ci sembra che ci siano due rischi. Il primo è quello di dividersi tra pro e contro Movimento 5 Stelle, individuando in esso, da un lato, la realizzazione delle istanze politiche innovative, sia sul piano metodologico che contenutistico, oppure, dall’altro, di considerarlo un passeggero populismo da ignorare perché destinato a fallire presto. Ci pare che in relazione a questo arco di posizioni, i cui estremi sono antitetici, vada fatta chiarezza tra di noi (intendendo un “noi” allargato che coinvolge tutta l’area nonviolenta), per provare a capire quali strategie mettere in campo per far passare comunque alcune delle nostre questioni in questo scenario rinnovato (e dunque imprevisto nella sua capacità recettiva) man mano che si verrà definendo. Il secondo rischio, conseguente al primo, è quello di arrivare frantumati e addirittura divisi alle nuove probabili elezioni, quindi non solo senza un interlocutore politico unitario, con il quale stabilire una qualche forma di “intesa programmatica”, ma anzi divisi tra i partiti più tradizionali di una sinistra già uscita complessivamente e pesantemente sconfitta dalle elezioni e il M5s vincitore morale di queste. Inoltre, se i tempi precipiteranno, anche senza aver potuto dare gambe alla possibilità reale di costruire la strada di un non velleitario impegno diretto dei nostri movimenti alla future elezioni, per portare in campagna elettorale prima e in parlamento poi direttamente la necessaria politica del disarmo, senza mediazioni. E’ saggio cercare di capire, senza essere prevenuti, quindi seguire e analizzare l’evoluzione (o l’involuzione) della situazione politica. Ma ricordiamoci sempre che il nostro ruolo non è quello di analisti, bensì quello di soggetti attivi. Non dobbiamo essere tifosi di una parte o detrattori di un’altra. Il dramma della politica italiana è che oggi gran parte dell’opinione pubblica è entrata nel ruolo delle spettatore passivo, con forte tendenza alla lamentazione e alla critica sterile (“le cose vanno sempre peggio” - “dovrebbero fare l’alleanza” - “quando arrivano lì sono tutti uguali” - “fino a che non cambiano la legge elettorale...” - “è tutta colpa del berlusconismo” - “è tutta colpa dei partiti” - … e via piagnucolando). Noi invece vogliamo assumerci le nostre responsabilità. Le cose vanno male anche perchè non abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo. Da troppo tempo mancano nel nostro paese una campagna nonviolenta organizzata e la pratica della disobbedienza civile, non riusciamo a mettere in atto azioni dirette nonviolente. I conflitti sociali nei quali ci siamo coinvolti, il No Dal Molin a Vicenza e il No Tav in Valdisusa, nonostante le grandi mobilitazioni sono rimasti confinati in ambito locale. È necessario quindi assumere la consapevolezza che non è più il momento di correre dietro all’ultima novità, pensando -con improvviso entusiasmo- che questo o quel movimento comparso all’orizzonte sia l’elemento salvifico che attendavamo, o l’ultima spiaggia su cui approdare (in pochi anni abbiamo visto nascere e deperire in fretta la Sinistra Arcobaleno, il movimento Viola, i girotodini, il partito dei Sindaci, gli Indignati, l’Onda, la Rivoluzione Civile, la Costituente ecologista, il Bene Comune, addirittura i forconi... ecc, ecc.). Ora è la volta del Movimento 5 stelle, che probabilmente non sfuggirà allo stesso destino. Cresciuto troppo in fretta, sfruttando la forza mediatica del capo e del web, rischia di sfuggire persino al controllo di se stesso. Ma comunque vada a finire, ciò non dipende da noi. Da quel che facciamo o non facciamo noi dipende invece il futuro del movimento nonviolento/pacifista/disarmista che può diventare soggetto politico solo se sapremo mettere in campo una strategia comune, unitaria, riconosciuta, condivisa. Questo, e solo questo, è il nostro compito. Forse è proprio la convocazione di una iniziativa nonviolenta nazionale il banco di prova per il percorso che vogliamo intraprendere: una marcia nonviolenta povera, semplice, che faccia appello non ai politici ma a se stessi, chiedendo a chi vi parteciperà di essere il cambiamento che vogliamo vedere. L’impegno è “Disarmiamoci per disarmare l’economia, la politica, l’esercito”. * presidente e ** segretario del Movimento Nonviolento 3

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La Resistenza del tu-tutti alla realtà così com’è di Daniele Taurino* “Dal 1933 al 1943 ho fatto propaganda girando in molte città e con frequentissimi incontri a Perugia, specialmente tra i giovani, per costruire gruppi di antifascismo; forse in quel periodo ho avvicinato più giovani di ogni altro in Italia: questo era noto, tanto che un amico mi disse enfaticamente «le donne partoriscono per te», e lo ricordo per insegnare il valore dell’attività nonviolenta che cerca e stabilisce le solidarietà e può contare sull’esempio (in quel caso, il mio «no» al fascismo) e sulla parola. Questa fu aiutata dai molti fogli che facevo circolare…” (Italia Nonviolenta pag. 13). Uno di questi fogli erano quegli Elementi di un’esperienza religiosa fatti stampare dal Croce e che fu accolto negli ambienti dei giovani intellettuali pisani come un “autentico dono della Provvidenza” in cui si approfondivano, già pienamente articolate e giustificate, ragioni di dissenso al fascismo separate dalle forme umanistico-moraliste. Certo, se ci atteniamo solo ai grandi fatti storici, Capitini uscì totalmente sconfitto dalla rivolta partigiana perché la sua attività, seppur frenetica, non era riuscita a costituire gruppi di nonviolenti; ma dobbiamo tener conto che, grazie alla sua mediazione condotta senza porre la nonviolenza come necessaria conseguenza dell’opposizione al regime, ci fu quell’accordo politico con Walter Binni e poi con Calogero che diede i frutti durante la Liberazione; e ancora che amici persuasi della nonviolenza c’erano stati fin dal periodo pisano del 193132 – Alberto Apponi e altri – e perfino tra i partigiani ci furono alcuni, come Riccardo Tenerini e Alberto Giuriolo, che non tolsero mai la sicura al loro fucile. Invero, ciò rimaneva troppo poco ma, allo stesso tempo, l’aggiunta era salva: la nonviolenza non correva il rischio di estinzione perché sopravvissuta nella forma di un fiume carsico cosicché oggi possiamo ben affermare la ricchezza di tutte quelle componenti sociali che non si riconoscono nella cultura dominante e che si manifestano nei movimenti per la nonviolenza, l’ambientalismo, la decrescita e l’antispecismo. Se da qualche parte possiamo aspettarci che giunga una nuova, significativa svolta nella storia, è a essi che dobbiamo guardare; avendo consapevolezza della lezione appresa in quell’occasione da Capitini: che bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti prima, e non dopo, la grande catastrofe. Il filosofo perugino ci aveva provato, come già accennavamo, a costruire questi preziosi collegamenti. E non solamente con i sempre ricordati intellettuali. Cercò infatti contatti con gli operai rimasti socialisti o comunisti nonostante gli anni della violenza fascista e ci riuscì nella sua città, come ricorda in Antifascismo tra i giovani, grazie a Lugi Catanelli un “pronto, intelligente e coraggioso operaio di cose elettriche e radio, chiarissimo antifascista di tendenza libertaria” e poi fuori, a Ponte Valleceppi con il ferroviere socialista Galassi e a Montebello con don Angelo Migni Ragni, parroco ex-modernista, generoso e avanzato democratico. Intellettuali ed operai insieme per annunciare coralmente il rinnovamento socialista dell’Italia: con questo entusiasmo Capitini infittì i suoi viaggi tra Firenze e Roma, Torino e Gorizia. Fu “ebreo onorario”, negli anni delle persecuzioni, grazie ai contatti che teneva con Leone Ginzburg e la famiglia di Michelstaedter e con il circolo di Luigi Russo dove incontrò nuovamente il suo maestro di letteratura italiana Attilio Momigliano, al quale, dopo la Liberazione, da commissario alla Università per gli stranieri di Perugia, ridiede subito una cattedra di insegnamento; così come fece con Ernesto Bonaiuti, conosciuto a Roma. E poi via a Milano incontrando Antonio Banfi e Norberto Bobbio, organizzando convegni antifascisti ad Assisi, la conoscenza di Ugo Lamalfa e Ferruccio Parri, gli scambi epistolari con gli Amendola, l’indimenticabile incontro con Piero Martinetti che pubblicò un suo articolo di filosofia morale su la celeberrima Rivista di filosofia. E i nomi potrebbe proseguire per più pagine e con lucidità Capitini riporta tutti i Tu in Antifascismo tra i giovani: una attenta e coscienziosa storiografia di quel periodo dovrebbe leggere più e più volte quell’elenco prima di liquidare l’apporto di Capitini, e con lui della nonviolenza, alla preparazione della humus della Liberazione. Che senso può avere per noi ripercorre, bre- * responsabile Gruppo Giovani del Movimento Nonviolento e del centro Nonviolenza Litorale romano 4

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Aldo Capitini Un disegno satirico del 1923, di Gabriele Galantara, che si firmava utilizzando l’anagramma RataLanga. Disegnò soprattutto sulle riviste antifasciste “l’Asino” e “Il Becco Giallo”. La vignetta si intitola “Carnevale” e la didascalia dice “Il capitalista Italiano: «questa è quella che mi va meglio! Incute più timore»”. La maschera è quella di Benito Mussolini, bersaglio prediletto della satira di Galantara  vemente e insufficientemente come ho appena fatto, questo frammento di vita di Capitini e della storia italiana? La prima risposta che mi viene in mente è: per ritrovare un po’ di speranza. Per fortuna, possiamo ricordarci leggendo nel caso lo avessimo dimenticato in questi giorni di confusione assordante, c’è chi si accorge prima e meglio di altri – ci sono poi quelli che, evidentemente a digiuno di storia, ancora non l’hanno compreso - che il male e la violenza sono sempre in sé degenerati dal principio. Questa schiera di individui il popolo, la gente, i cittadini, li chiama “profeti” per allontanare le loro parole, dette in anticipo, dall’intimo della coscienza. Il rifiuto stesso della parola e del dialogo, sanziona, a sua volta, il divieto, la censura e la repulsione; ma lo stesso termine, secondo invece altre variazioni positive può divenire il rifiuto incondizionato, la reazione, l’opposizione alla violenza e a ciò che asseconda il gioco sporco del Potere. Nella nostra prospettiva di pensiero, dove libertà è sempre Liberazione o non sussiste, è la persuasione che l’inaccettabile, la realtà così com’è, non è affatto immutabile in quanto fatto, ma lo rimane, immutabile, solamente se noi decidiamo di non darci la possibilità di vivere hic et nunc una realtà liberata dalla violenza; che raccoglie i valori della festa e li trasmuta nella compresenza dei morti e dei viventi: ecco in che senso Capitini è stato “profeta”. Non solamente per il suo afflato religioso troppo facile accantonarlo così - bensì per il radicale motivo che egli ha parlato e vissuto una realtà già trasmutata, attraverso continue aggiunte, dalla forza della nonviolenza. La nonviolenza è il varco attuale della Storia, if you want. In altri termini, la nonviolenza attiva è generata dal rifiuto, potenza timotica, e genera l’amore infinito del tu-tutti, potenza erotica; forze, o meglio istanze del soggetto, che non vanno intese in una opposizione irriducibile o dialettica, ma che continuamente dialogano e si rafforzano alla sorgente della Persuasione, sempre disponibili nella prassi. 5

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La nonviolenza è un’aggiunta alla costruzione di una convivenza fondata sulla democrazia Daniele Taurino intervista Daniele Lugli* Partiamo dall’eredità. Quali sono, secondo te, i più importanti lasciti dell’antifascismo di Capitini per i giovani d’oggi? *Già presidente del Movimento Nonviolento e Difensore Civico dell’Emilia Romagna A questa domanda rispondi meglio tu. Comunque quando ero giovane il messaggio più chiaro che mi è giunto è che in ogni condizione c’è sempre molto da fare. Anzi più la condizione è difficile più c’è da fare e con la massima attenzione a mezzi e fini. E il lavoro va rivolto molto ai giovani, che non hanno conosciuto una situazione diversa da quella che vivono e che può perciò a loro sembrare la sola possibile, desiderabile o no che sia. Neppure va esaltato un presunto passato migliore: se lo fosse stato non avrebbe portato al punto deprecato. Importanti sono il lavoro culturale, a contrasto della cultura fascista dominante, che aveva espressioni importanti e attraenti, soprattutto per i giovani; l’esame delle ragioni strutturali che avevano portato al collasso delle strutture liberali e al fallimento delle proposte socialiste; l’opposizione alla violenza teorizzata e praticata, a partire dall’intima convinzione della sua negatività sul piano personale e generale. Lo ricorda lo stesso Capitini nel suo scritto autobiografico “Attraverso due terzi di secolo” (NdR: ne è riportato uno stralcio a margine dell’intervista) C’è sempre molta difficoltà, quando si parla di antifascismo, a far uscire il discorso fuori dai binari della rivolta armata partigiana. Come se questa Attraverso due terzi di secolo, l’antifascismo capitiniano “Nel ventennio dal 1924 al 1944 ho potuto mettere a frutto quel senso etico-classico dei valori e della vita, in un modo che indicherei mediante quattro punti: 1. negli studi universitari a Pisa dal 1924, letterari all’inizio secondo l’impulso del primo ventennio e della conversione del 1919, passai sempre più agli studi filosofici specialmente dal 1933, che meglio mi servivano per costruire le giustificazioni dell’opposizione al fascismo e della costruzione libero-religiosa; 2. alla posizione di intellettuale associai, dopo la Conciliazione e la vista del tradimento del Vangelo, il lavoro pratico di propaganda di idee, di cercare altri, di formare gruppi, lavoro che cominciai alla Normale di Pisa, dove ero segretario, nel 1931 e continuai con Claudio Baglietto (morto poi a Basilea nel 1940, esule e obiettore di coscienza), uniti nel diffondere nuovi principi di vita religiosa, teistica, nonviolenta (avevamo conosciuto la non collaborazione di Gandhi), antifascista; da allora io sono principalmente il ricercatore e il costitutore di una vita religiosa, in contrasto con quella tradizionale, leggendaria, istituzionale, autoritaria, e compromessa fino al collo con la guerra, i privilegi, le oppressioni delle società attuali; da allora ho sempre meglio chiarito per me e per gli altri che cosa significasse la più profonda apertura a tutti (sono stato colui che più ha usato nel periodo fascista il termine di « apertura », anche nei libri allora pubblicati; 3. presa da Gandhi l’idea del metodo nonviolento impostato sulla non collaborazione, potevo avere una guida per dir « no » al fascismo (quando Giovanni Gentile mi chiese la tessera fascista per conservarmi nel posto della Normale), e soprattutto un modo per realizzare concretamente quel certo francescanesimo a cui tendevo da fanciullo, col vantaggio che mentre San Francesco era prima dell’Illuminismo, Gandhi veniva dopo il Settecento, con la serissima applicazione dei principi della libertà, fratellanza, eguaglianza (più che non abbiano fatto i borghesi che li avevano annunciati), e del valore fondamentale della ragione critica e della coscienza anche in religione; per oppormi alle guerre che Mussolini preparava, presi la decisione vegetariana, nella convinzione che il risparmio delle vite di subumani inducesse al rifiuto di uccidere esseri umani; 4. la mia spinta alla politica, viva fin dalla fanciullezza (e dico prima dei dieci anni) finalmente si veniva concretando, anche per opposizione alla dittatura, in una sintesi di libertà e di socialismo, criticando nel liberalismo la difesa dell’iniziativa privata capitalistica e nel socialismo vittorioso la trasformazione in statalismo non aperto al controllo dal basso e alla libertà di informazione e di critica per ogni cittadino, anche proletario.Dal 1933 al 1943 ho fatto propaganda girando in molte città e con frequentissimi incontri a Perugia, specialmente 6

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Aldo Capitini poi fosse spuntata all’improvviso come funghi nel sottobosco; ma anche lo spuntare apparentemente “miracoloso” dei funghi, ha bisogno di buona pioggia…Ci sono stati episodi di Resistenza nonviolenta? Di Antifascismo si parla sostanzialmente dagli anni ’20 ai ’40 di Resistenza dall’8 settembre ‘43 quando cade l’illusione per molti italiani di poter uscire dalla guerra senza ulteriori danni. Alla proclamazione dell’armistizio segue l’occupazione tedesca della parte dove già non sono gli angloamericani, presso i quali Badoglio e il Re si rifugiano. Nella fase antifascista Capitini è un protagonista riconosciuto e anche le sue pubblicazioni ne veicolano il pensiero. Nella seconda il suo rifiuto della lotta armata lo porta, dopo le incarcerazioni, a nascondersi nelle campagne umbre. I ragazzi a lui più vicini nell’antifascismo, quasi figli adottivi, Primo Ciabatti e Riccardo Tenerini partecipano attivamente alla Resistenza. Viene fucilato Ciabatti, sopravvive Tenerini. Certo la lotta armata e l’insurrezione sono accompagnati da molte azioni e comportamenti, che Pinna chiamerebbe “aviolenti” per distinguerli dalla scelta di pacifismo integrale della nonviolenza gandhiana o specificamente capitiniana. Sono noti i casi di Danimarca e Norvegia. In Francia, quale che fosse l’attività militare dei maquisards, ha inciso più profondamente il sabotaggio dei ferrovieri… Per l’Italia penso al libro di Anna Bravo “In guerra senz’armi. Storia di donne”, ma ci sono anche altre opere in argomento. Per Capitini il giudizio sulla fase resistenziale è netto: “Certo, io ero uno sconfitto. Ma soprattutto perché la mia attività non era stata capace di costituire «gruppi» di nonviolenti. Con persuasione nonviolenta c’erano stati, oltre me, amici fin dal momento pisano del 1931-32 e poi con Alberto Apponi ed altri, e perfino tra i partigiani ci furono alcuni, come Riccardo Tenerini e come Antonio Giuriolo, che non tolse mai la sicura al suo fucile. Ma eravamo sparsi, e nulla sapemmo organizzare che fosse visibilmente coerente, efficiente e conseguente ad idee di nonviolenza. La lezione era che bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti da prima, per metterla in atto quando occorre; e nessuno può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto Matteotti, e in Germania tra i giovani, per costituire gruppi di antifascismo; forse in quel periodo ho avvicinato più giovani di ogni altro in Italia: questo era noto, tanto che un amico mi disse enfaticamente «le donne partoriscono per te», e lo ricordo per insegnare il valore dell’attività nonviolenta che cerca e stabilisce le solidarietà, e può contare sull’esempio (in quel caso, il mio « no » al fascismo) e sulla parola. Questa fu aiutata da molti fogli che facevo circolare, e da tre libri che pubblicai in quel periodo: gli Elementi di un’esperienza religiosa (da Laterza, 1937), Vita religiosa (da Cappelli, 1942), Atti della presenza aperta (da Sansoni, 1943).Il primo libro fu fatto stampare dal Croce, che avevo conosciuto, mediante Luigi Russo, a Firenze (Adolfo Omodeo scrisse a Luigi Russo il 20 ottobre 1936: « Don Benedetto è tornato molto soddisfatto di un lavoro filosofico di un tuo scolaro di Perugia e me lo vuol far leggere »; ma non fui mai scolaro di Luigi Russo). Mentre l’opposizione politica antifascista rinnovava i suoi sforzi, ed era continuamente stroncata dalle uccisioni e dagli arresti (Gramsci e i Rosselli morirono nel 1937), e mentre Mussolini vinceva in Africa e in Spagna, il mio antifascismo, con le sue ragioni religiose, aveva la forza di demitizzare le influenze esteriori e di chiedere tutta l’anima. Senza che io ponessi la nonviolenza come necessaria conseguenza; tanto è vero che i gruppi, specialmente dopo l’accordo che feci con Walter Binni prima, e poi con Guido Calogero, erano nettamente di indirizzo politico nei fini e nei mezzi, e per alcuni l’indirizzo fu esplicitamente di «liberalsocialismo». Il mio proposito dal 1931, da « profeta » e « apostolo » religioso, che l’Italia si liberasse dal fascismo mediante la non collaborazione nonviolenta, proposito reso sempre più difficile dalla stretta collazione col fascismo della Chiesa romana, della Monarchia e dell’esercito, del Gentile e della maggioranza degl’intellettuali, diventava non previsione, ma lezione. I miei amici si prospettavano i modi nei quali sarebbe stato possibile rovesciare la dittatura; e la guerra europea ne preparava l’attuazione; io non potevo che associarmi con loro nella diffusione dell’opposizione (e andai per mesi in prigione), ma, nello stesso tempo, non attenuavo per nulla il mio proposito. Anzi nella prigione e durante l’esplicazione della rivolta partigiana (a cui non partecipai) mi si concretò l’idea dello stretto rapporto intersoggettivo che si esprimeva nella nonviolenza, e, nascosto in campagna mentre si sentivano i tedeschi passare nella notte lungo le strade, scrissi quel libretto La realtà di tutti (nella primavera del 1944), che completa la mia tetralogia antifascista, con un supremo appello alla compresenza di tutti”. da Attraverso due terzi di secolo, di Aldo Capitini 7

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Daniele Lugli, Presidente emerito del Movimento Nonviolento nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso di non collaborazione nonviolenta sarebbe stata occasione di inceppamento e di caduta per i governi.” Ne trae anche, come si vede, una precisa lezione. Ricorda giustamente Tenerini, che ho conosciuto e che ha voluto essere sepolto con lui, e capitan Toni, il maestro de “I piccoli maestri”, medaglia d’oro al valor militare. Non Silvano Balboni, giovane straordinario a lui il più vicino nell’attività dei COS e del Movimento di Religione, nella costituzione dell’Associazione dei Resistenti alla guerra e per l’obiezione di coscienza. Hai nominato Silvano Balboni, so che ti è molto caro, ci diresti qualcosa di più? a Padova il già ricordato Antonio Giuriolo. Nel maggio del ’43 Silvano Balboni è già alla macchia: vestita la divisa diserta immediatamente. Da questo momento, mentre i suoi compagni vengono incarcerati per attività antifascista e usciranno nell’interregno badogliano tra il 25 luglio e l’8 settembre, è ricercato attivamente. Si dedica a prendere contatto con i renitenti alla leva e antifascisti a lui noti a Ferrara e in varie località. Di questa azione è traccia in verbali della Guardia nazionale repubblicana che ne ricostruiscono parte dell’attività. È un’azione incessante e temeraria, che svolge fino al suo passaggio in Svizzera all’indomani dell’eccidio ferrarese. In Svizzera collaborerà attivamente con il Comitato di Liberazione Alta Italia. Nel dicembre del ’43 scrive che i problemi dell’Unione dei Lavoratori Italiani, la formazione politica con la quale collabora più attivamente erano due, il rapporto con gli altri partiti e “il metodo politico: gandhismo o leninismo? Gandhi infatti è stato molto attentamente studiato soprattutto per invito di Aldo Capitini…” Alla lotta armata che si andava delineando dopo l’8 settembre l’ULI propone in alternativa di “fornire i mezzi di vita e di difesa a quanti più giovani è possibile per sottrarli alla deportazione in Germania, all’arruolamento in eserciti mercenari e al lavoro per conto dei tedeschi, e quello di salvare le nostre città, le nostre fabbriche, dalla tattica hitleriana della terra bruciata”. Di questa strategia fa parte la creazione di una “Zona franca repubblicana sull’Appennino tosco romagnolo – zona monti Ritolo e Cavallo, estendendosi in Emilia, fino a Premilcuore e in Toscana fino a Campigna…” Il tentativo, come noto, non ha seguito. L’averlo delineato e perseguito non credo sia senza significato. Aspettiamo il tuo libro a proposito allora…ma torniamo al presente. Quali sono, secondo te, le attuali sfide di una Resistenza nonviolenta?  8 Di Balboni prima o poi scriverò compiutamente. Figlio di un medico socialista, precoce lettore di Capitini, a 16 anni, nel ’38, in contatto con Alda Costa, collaboratrice di Giacomo Matteotti e protagonista dell’antifascismo ferrarese, indirizza negli anni successivi alla attività antifascista studenti liceali come lui e di lui ancora più giovani: Gianluigi Devoto e Claudio Savonuzzi. Stretto è il contatto con i liberalsocialisti (il gruppo ferrarese è attorno a Giorgio Bassani e a un’altra straordinaria giovane, Matilde Bassani). A Bologna Gnudi e Ragghianti, Ti rimando alla prima domanda/risposta. È un compito più tuo che mio. Comunque già una quarantina di anni fa Lelio Basso scriveva “La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente.” Le indicazioni che mi è parso di comprendere da Capitini quando ero giovane mi sembrano possano essere utili anche ora nell’attuale situazione.

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Aldo Capitini Quali punti indicheresti all’attenzione dei giovani? Riportare il pensiero e possibilmente anche la pratica politica al livello delle sfide che ci sono adesso, che sono quella che viene chiamata globalizzazione, già vista nel suo nocciolo da Lelio Basso ma ancor prima da Capitini. E dentro questo, un impegno al consolidamento e all’approfondimento dell’Unione Europea, per una politica che deve superare i confini nazionali. Nella situazione attuale, le scelte di politica nazionale stanno tra l’essere dannose o irrilevanti. Il quadro è almeno continentale, e aperto a uno sguardo davvero mondiale. È chiaro che, se il progetto europeo non si consolida e approfondisce, arretra, viene avvertito come estraneo e addirittura contrapposto agli interessi della gente, con risultati catastrofici. La nonviolenza è un’aggiunta alla costruzione di una convivenza fondata sul diritto democratico. Pensa che la democrazia, per essere compiutamente realizzata, e talora anche solo per sopravvivere, abbia bisogno di questa aggiunta che Capitini caratterizzava come “omnicrazia”. Non giudica irrilevanti le conquiste istituzionali che hanno allargato l’ambito dei diritti e hanno fatto dell’Europa il luogo nel quale tradizioni diverse in passato conflittuali hanno trovato composizione senza conflitti sanguinosi. Proprio il riemergere della guerra nella stessa Europa o ai suoi bordi segnala che va ripresa la costruzione di un’Unione nella quale i cittadini possano riconoscersi al di là delle miserie delle politiche nazionali. È la ripresa del disegno dell’art. 11 della Costituzione che di questo parla, assieme al ripudio della guerra. È questo il solo quadro nel quale è possibile pensare di affrontare la crisi economica, sociale, culturale nella quale ci troviamo, e che giustamente fa dire a Revelli “Poveri noi!”. Interventi che si dicono risolutivi, fondati unicamente su algoritmi economici, hanno mostrato i loro limiti nella pretesa di rilanciare un modello di sviluppo aggredendo i diritti sociali che sorreggono nell’esperienza europea i diritti civili e politici. Quella che stiamo affrontando è una crisi che ha radici lontane e profonde. I cambiamenti che si richiedono sono imponenti e incisivi nella vita di ciascuno. Forse torna utile l’indicazione di Langer a procedere con decisione ma dolcemente, lentamente e profondamente, tenendo conto della fragilità degli attori del cambiamento, che siamo tutti noi, e non il pugno di manager di cui parla Basso. Auguro ai giovani miglior coerenza, capacità, e anche fortuna, di quanta ne abbia avuto io nel tentarne piccole e contraddittorie applicazioni. 9

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Critica del totalitarismo fascista e nuova socialità in Aldo Capitini di Ornella Pompeo Faracovi* Aldo Capitini fu, come è noto, un avversario fermo e coerente del fascismo. Passato sufficientemente indenne attraverso quel «patriottismo scolastico», misto di nazionalismo, di impeti carducciani, di retorica dannunziana e militaristica, nel quale avrebbe successivamente individuato il retroterra ideologico della scuola italiana dei primi del secolo [1], era approdato fin dall’epoca della prima guerra mondiale ad una coscienza umanitaria e antinazionalistica, dalle aperture socialisteggianti. Più tardi avrebbe potuto scrivere di non aver mai aderito al fascismo, pur avendolo visto sorgere, ed anzi di essere rimasto sempre rigorosamente lontano da quelle «occasioni fasciste» che aveva visto coinvolgere coetanei e conoscenti, anche non volgari [2]. La sua formazione culturale era stata lenta e difficile; approdato con la passione dell’autodidatta alla maturità classica, era stato ammesso nel 1924, a venticinque anni, alla Scuola Normale di Pisa: lì aveva completato la propria preparazione letteraria, svolgendo una tesi su Leopardi con l’amato maestro Attilio Momigliano [3]. Assistente volontario dello stesso Momigliano, era rimasto presso la Scuola Normale. divenendone segretario nel 1930, su proposta del direttore della prestigiosa istituzione pisana, Giovanni Gentile. Nell’ambiente della Normale, a contatto con studenti e professori antifascisti, ed in particolare in rapporto di amicizia e collaborazione con Claudio Baglietto, l’antifascismo di Capitini si era rafforzato nelle premesse teoriche e nelle implicazioni etiche, trovando una prima espressione nella stesura di fogli ciclostilati, fatti circolare clandestinamente fra i giovani. La posizione così raggiunta ebbe modo di manifestarsi pubblicamente nel 1932, quando Capitini rispose con un rifiuto a Giovanni Gentile, che lo invitava a prendere la tessera del partito fascista. Questo gesto gli costò la perdita del posto di segretario [4], e lo costrinse a vivere modestamente, per lunghi anni, di lezioni private. Rientrato a Perugia nella casa del padre, piccolo impiegato comunale, Capitini si dedicò instancabilmente alla formazione e diffusione di una coscienza antifascista, che di lì a pochi anni avrebbe preso corpo nel movimento liberalsocialista. Gli orientamenti di questo movimento, nel quale confluirono anche elementi dell’antifascismo liberale e gobettiano, furono da lui espressi nel manifesto Liberalsocialismo, redatto nel 1937 insieme con Guido Calogero; un testo cui si affianca il fondamentale volume Elementi di un’esperienza religiosa, pubblicato in quello stesso anno, grazie all’aiuto di Benedetto Croce, presso l’editore Laterza. Per la sua attività antifascista, Capitini fu infine arrestato e rinchiuso per qualche mese, insieme a Calogero e ad altri compagni, nel carcere fiorentino delle Murate. Il fondamento filosofico della critica capitiniana del totalitarismo fascista, che subordina la persona allo stato, può essere individuato in «un certo moralismo kantianeggiante e antistituzionale», in quel «teismo razionale di tipo spiccatamente etico e kantiano», che costituisce il riferimento essenziale dell’elaborazione teorica di Capitini negli anni della Normale. Il richiamo a Kant aveva definito allora il terreno sul quale era nato l’avvicinamento a Baglietto, studioso di Heidegger fra i primi in Italia, assistente a Pisa di Armando Carlini fino al 1932, prima del volontario esilio in Svizzera [5]. «Nel campo rigoroso del pensiero – scrive Capitini, rievocando il sodalizio con Baglietto – eravamo in sostanza kantiani fino al teismo, con una distinzione netta fra realtà e valore» [6]. Altrove aggiunge di essere stato, già prima di leggere Croce – che peraltro considerò sempre un riferimento imprescindibile – «da molti anni un libero religioso, implicitamente un kantiano con una prevalente attenzione alla finitezza dell’uomo» [7]. Kant, dunque, come alternativa all’idealismo dominante; ma un Kant ritrovato attraverso una sensibilità, non priva di venature esistenzialistiche, al tema del limite, della finitezza dell’uomo; quella stessa sensibilità che avvicinò Capitini ai testi di Michelstaedter, dal cui lessico assunse, per farne un tema centrale della propria elaborazione, il termine “persuaso” [8]. * Ha compiuto gli studi di Filosofia presso l’Università di Firenze. Ha insegnato Storia e Filosofia nei Licei; è stata professore a contratto presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Pisa; ha fondato e diretto la rivista Dimensioni (dove uscì la versione integrale di questo saggio, “Dimensioni”, XV, 1990, n. 56-57, pp. 82-91). Pubblicista e scrittrice, vive a Livorno. 10

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Aldo Capitini La posizione etico-politica di Capitini scaturisce dunque dalla distinzione fra essere e dover essere, e conseguentemente dal rifiuto del primato dei fatti, primo fra essi quel «fatto assoluto» che sono la forza e il potere. Nasce di qui il rifiuto del fascismo, con il suo culto della decisione, dell’efficacia, del successo, che sono fatti, non valori, e il suo contrabbandare una particolare istituzione, lo stato fascista, come massima incarnazione della vita dello spirito, che è invece tensione infinita, sforzo mai concluso di superamento del limite. Di qui, infine, la critica ai partiti, portata avanti con tanta coerenza da indurre Capitini a tenersi fuori dal Partito d’Azione, nel quale confluirono, dopo la caduta del fascismo, la maggior parte degli aderenti al movimento liberalsocialista: «I partiti esistono per il ‘potere’, per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragione d’essere, e tutti i loro limiti, il machiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto per il partito. Ma qui sorgono gravi difficoltà. Può il mezzo essere diverso dal fine? E se il fine è il potere ma esercitato per il bene di tutti, risponde la preparazione che si riceve nel partito, chiusa ed esclusiva, a questo termine, aperto e universale? Quanto più i partiti sono militarmente organizzati, centralisticamente disciplinati, tanto minori garanzie daranno di difendere e promuovere la libertà, la tolleranza, l’aperto sviluppo di tutti» [9]. «Mi vengono a dire che la realtà è fatta cosi, ma io non accetto», scrive Capitini [10]; e subito aggiunge che questa non accettazione non deve tradursi in rinuncia, né in ribellismo sterile, ma deve calarsi in opere e in comportamenti che consentano la tramutazione, per quanto piccola e modesta essa sia, della realtà. La distinzione tra fatti e valori sfocia cosi nella messa in questione del fatto, nell’impegno attivo a modificarlo; il compimento dell’iniziativa morale non è rinviato ad un inesistente al di là, fuori della storia, è invece reso stringente e obbligatorio qui e ora, nel mondo. «C’è un’unica realtà, con cui, qui ed ora, debba fare i conti» [11]. Non si tratta di costruire utopie. «Io non dico - leggiamo in una pagina straordinaria degli Elementi fra poco o molto avremo una società che sarà perfettamente non violenta, regno dell’amore che noi potremo vedere con i nostri occhi. Io so che gli ostacoli saranno sempre tanti, e risorgeranno forse sempre, anche se non è assurdo sperare in un certo miglioramento. A me importa fondamentalmente l’impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore o di questi pochi giorni; e metter sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione, del mio atto, che, anche se non è visto da nessuno, ha il suo peso alla presenza e per la presenza di Dio» [12]. Non dunque un’etica di pura testimonianza, come quella alla quale sembrò approdare infine Baglietto, quando in una lettera ad un amico scrisse: «Ognuno deve andare per la sua via, fare quello che, dopo avervi ben pensato, gli pare giusto, e poi quello che ne verrà sarà sempre bene. Nessuno ha il dovere di arrivare a persuadere gli altri delle sue idee. Si starebbe freschi! Qui può essere per me di importanza molto limitata e particolare quello che idee da me accettate possono produrre in altri. In senso assoluto, anzi, io non ho da occuparmi affatto di ciò» [13]. Un’etica, invece, che ebbe e volle avere efficacia politica, poiché i princìpi della non collaborazione, della nonviolenza, della non menzogna, che da essa Capitini ricavò, anche in rapporto alla scoperta e alla meditazione dell’opera di Gandhi [14], costituirono altrettante indicazioni per l’opposizione antifascista prima, per i motivi pacifisti del dopoguerra poi [15]. Il recupero della distinzione fra essere e dover essere diventa dunque in Capitini il punto di appoggio per un attivo impegno di trasformazione, di modificazione dell’esistente per quanto modesti e limitati possano essere i risultati immediati dei tentativi che da esso scaturisco-  Una vignetta di Giuseppe Scalarini, pubblicata su l’«Avanti”» del 24 dicembre 1920. Scalarini parla così di questo suo disegno: “Ecco la guerra avvolta nel drappo tricolore della bandiera, con la medaglia, i grimaldelli, la corona del rosario, e gli sproni, che stringe fra le braccia il figlioletto fascista, con la camicia nera, la rivoltella e il bastone: Ed Ella partorì il suo figliuolo primogenito, e lo fasciò, e lo pose a giacere nella mangiatoia... (San Luca 2-7). Vicino alla mangiatoia c’è un sacco di avena per la stampa, che battezzò il neonato versandogli dell’inchiostro sul capo”. 11

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tini, a cura di G. Cacioppo, Lacaita, Manduria 1977, pp. 301-302. [2]. Della marcia su Roma, in particolare, scriverà: «Intuii che quello era un atto di disordine, che non avrebbe portato del bene; mi ricordo chiarissimo questo pensiero. Cfr. Antifascismo tra i giovani, cit., p. 15. [3]. Il riferimento a Leopardi torna più volte negli scritti di Capitini. Cfr. ad es. il capitolo L’orizzonte, nel volume Vita religiosa, Cappelli, Bologna 1942, pp. 13-16; gli accenni contenuti in Apertura e dialogo, in «La cultura», I, 1963, p. 2; il saggio Sugli svolgimenti interni della poesia leopardisna, in Educazione aperta, La Nuova Italia, Firenze 1967, pp. 224-236. [4]. La vicenda è narrata nei particolari in Antifascismo tra i giovani, cit., pp. 27-28. [5]. Per interessamento di Armando Carlini, e con il consenso di Gentile, Baglietto aveva ottenuto nel 1932 una borsa ministeriale per un soggiorno di studio a Friburgo. Recatosi in Svizzera, decise di non rientrare in Italia per sottrarsi al servizio militare, in coerenza con le proprie convinzioni di pacifista. Soggiornò poi a Basilea fino ad 1940, anno della sua morte. [6]. Antifascismo tra i giovani, cit., p. 23. Sul rapporto con Kant richiama l’attenzione N. Bobbio in Maestri e compagni, Passigli, Firenze 1984, pp. 249-50. [7]. A. Capitini, Apertura e dialogo, cit., p. 2. [8]. L’attenzione per Michelstaedter, citato in apertura degli Elementi di un’esperienza religiosa, è costante in Capitini che progettò anche di raccogliere una antologia degli scritti (v. Antifascismo tra i giovani, cit., con il resoconto delle divergenze, su questo punto, fra Capitini e Croce). In Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, 1953, leggiamo ad esempio: «L’esistenzialismo segnala la frattura, l’interruzione del continuare, della retorica (direbbe Michelstaedter), il pervenire al limite, al fondo, proprio perché sia possibile altro». Per il rapporto con l’esistenzialismo è da vedere anzitutto l’intervento Esistenza e presenza del soggetto, pronunciato da Capitini nel corso del congresso internazionale di filosofia svoltasi a Roma nel 1946 (ora in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., pp. 145-154); ma cfr. anche il capitolo sul l’Esistenzialismo in Religione aperta, Neri Pozza, Venezia 1964, pp. 186-189. [9]. A. Capitini, Di un lavoro perla società di tutti, (1949), in Nuova socialità e riforma religiosa, cit., p. 130. [10]. A. Capitini, Religione aperta, cit., p. 4. [11]. A. Capitini, Apertura e dialogo, cit., p. 204. [12]. A. Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, cit., p. 112. [13]. Cfr. la lettera di Baglietto a Claudio Varese, riportata da Capitini in Antifascismo tra i giovani, cit., p. 31. [14]. Un accenno al «teismo aperto (si direbbe kantiano)» di Gandhi è in Antifascismo tra i giovani, cit., p. 24. [15]. Non collaborazione, resistenza passiva, disobbedienza civile, erano gli strumenti dai quali Capitini sperava sarebbe scaturita la liberazione dell’Italia dal fascismo. [16]. Cfr. l’Introduzione a Nuova socialità e riforma religiosa, cit., pp. 16-17. Volti dell’Italia sofferente uscita dal Ventennio fascista no. È un impegno tenace, ostinato, che chiude pregiudizialmente la porta allo scoraggiamento e alla rinuncia. «I nostri ideali non derivano dai fatti – scrive Capitini nel giugno del 1940, nel momento buio del crollo della Francia davanti all’attacco nazista –, ma tendono ad essi, a modificarli, a innalzarli; e se questi non rispondono subito e si volgono ostilmente, l’anima resta viva ad aver ragione, pur vedendo rinviate le scadenze credute prossime. Non c’è situazione avversa in cui non resti sempre qualcosa da fare. L’essenza del nostro miglior agire è dare senza sempre e subito chiedere. Questo si vede soprattutto nei rovesci, nel dolore. Allora il debole è sopraffatto e dubita. Ma se al dubbio non era arrivato prima, deve arrivarci per l’insuccesso? Come se la garanzia del proprio ideale si trovasse nel successo immediato! La storia procede per opera di coloro che, elaborato un profondo ideale, secondo le migliori esigenze di tutta l’anima, vanno a infonderlo in mille modi nella realtà... Le sconfitte passeranno nell’urto dei mesi o degli anni: il valore spirituale respirerà coi decenni e coi secoli, perché l’umanità (che è un tutto a cui è presente Dio) ricerca prima o poi e ritrova nel suo intimo il bene che noi, anche se oscuri ma persuasi, vi deponiamo» [16]. NOTE: [1]. Proprio sul terreno del patriottismo scolastico, con l’aggiunta di un gusto tutto «meriodionale» (in quanto meno abituato al civismo democratico) dell’autorità, parve a Capitini fossero venute intorbidendosi le «originarie premesse etiche» dell’attivismo gentiliano: cfr. A. Capitini, Antifascismo tra i giovani, Trapani, Celeses, 1966, p. 30. Sul patriottismo scolastico è da vedere anche La mia opposizione al fascismo (1960), ora in Il messaggio di Aldo Capi- 12 

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movimenti La nonviolenza in cammino con il movimento NoTav Il Movimento Nonviolento ha aderito e partecipato alla marcia Susa-Bussoleno di sabato 23 marzo 2013. Pubblichiamo il testo del documento inviato agli organizzatori Cammineremo in Val di Susa sventolando la bandiera della nonviolenza che Aldo Capitini creò per la marcia per la pace Perugia-Assisi convocata sulle orme di San Francesco e sul modello della marcia del sale di Gandhi. Cammineremo in maniera serena ma determinata, anche disposti a soffrire per l’affermazione di ciò che riteniamo giusto, rifiutando la violenza e utilizzando la nonviolenza. Cammineremo per ringraziare il popolo della Val di Susa della forza e della lucidità con cui in oltre vent’anni ha resistito per la salvaguardia della sua terra e per noi tutti. Cammineremo per chiedere ai governanti dell’Unione Europea di rivedere il progetto del Treno ad Alta Velocità in Val di Susa, per non sperperare in grandi opere inutili i soldi di tutti noi e per tornare ad essere l’Europa dei cittadini e dei popoli che immaginò Altiero Spinelli, la grande speranza di pace e cooperazione a cui non vogliamo rinunciare. Cammineremo per chiedere a partiti e governi di Italia e Francia di ritrattare l’accordo: perchè evidenzino che governabilità degli scenari complessi non implica ottusità e arroganza nel portare a tutti i costi a termine scelte che in vent’anni si sono rivelate sbagliate; affinchè dimostrino che la politica non è il problema ma la soluzione ai grandi problemi a cui andiamo incontro; perchè ribadiscano che la violenza diretta non è mai “la continuazione della politica”; e che non fa che generare altra violenza. Cammineremo per chiedere a noi stessi e alle forze dell’ordine di garantire l’isolamento preventivo di eventuali provocatori, siano essi in divisa, perchè discreditano le istituzioni democratiche, o mascherati, perchè mettono a repentaglio la natura popolare e gli obiettivi politici del movimento. Anche per questo chiediamo a tutti di manifestare a volto scoperto, con leggerezza e gentilezza. Cammineremo per chiedere ai giornalisti di fare semplicemente il loro lavoro, raccontando a tutti il bello e il buono che ci sarà nella manifestazione, e facendo le inchieste sulle grandi opere, sui costi, sui danni ambientali e alla salute, senza timore dei poteri forti che finanziano alcuni dei loro giornali; essi sono i mediatori essenziali tra gli abitanti della Val di Susa e l’opinione pubblica italiana. Cammineremo per cercare il dialogo fra tutti i protagonisti di questo difficile confronto: Valsusini, manifestanti, politici, governi locali, governo nazionale, governo europeo, giornalisti, opinione pubblica. La nonviolenza è lo strumento di lotta per trovare la soluzione per il bene di tutti, del territorio e delle generazioni future. Movimento Nonviolento 13

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Obiezione di coscienza da Israele alla Grecia Israele: l’obiettore di coscienza che vuole la pace Il giovane israeliano Natan Blanc per l’ottava volta ha rifiutato il servizio militare e chiede di essere riconosciuto come obiettore di coscienza. Sosteniamolo scrivendo all’Ambasciatore israeliano in Italia 14 Il 2 aprile Natan Blanc ha rifiutato per l’ottava volta di arruolarsi e gli sono stati dati 14 giorni di prigione. Intanto Natan rifiuta ogni tipo di esonero per ragioni psicologiche e vuole essere riconosciuto come obiettore di coscienza. Egli è pronto per un lavoro volontario presso l’organizzazione “Magen David Adom”, il servizio di emergenza e soccorso israeliano, basato sul volontariato internazionale, che opera anche nei territori occupati della Cisgiordania, senza utilizzare il simbolo della Stella di David, ma con un simbolo chiamato “cristallo rosso”. Questa decisione della sostituzione dei simboli è il frutto di intensi e lunghi contatti tra la Croce Rossa internazionale, il servizio di emergenza palestinese, la Mezzaluna rossa e Magen David Adom Il giovane israeliano Natan Blanc, di diciannove anni di Haifa, il 19 novembre 2012 si è presentato all’ufficio di leva dell’Esercito israeliano ed ha informato le autorità militari del suo rifiuto di indossare la divisa militare. È stato immediatamente imprigionato in un carcere militare per i suoi primi dieci giorni di carcere. Scaduti i dieci giorni è stato riportato al centro di reclutamento ed egli ha rinnovato il suo rifiuto. Questo è avvenuto per sette volte, l’ultima volta è stata il giorno 26 febbraio, quando ancora Natan si è rifiutato di arruolarsi e gli sono stati inflitti altri 20 giorni di prigione. Su sua richiesta è comparso di fronte ad una “Commissione per le incompatibilità” al Centro di reclutamento militare giovedì 20 marzo. Domenica 24 marzo è stato informato che egli non può essere esentato dal servizio militare, ma dovrà arruolarsi, compiere l’addestramento e svolgere la leva in uniforme ovunque egli venga inviato. È stato convocato dai militari il 2 aprile, dopo la settimana della festività di Pesach (Pasqua) per sondare le sue intenzioni e pronunciare una sentenza per un ulteriore periodo di detenzione ( l’ot- tavo) nella prigione militare per il suo rifiuto di arruolarsi. Egli è sostenuto dal movimento “Yesh Gvul” (“C’è un limite”), noto per aver praticato in passato le azioni individuali e collettive di rifiuto selettivo del servizio militare nei territori occupati da Israele fin dalla guerra in Libano nel 1982 e poi durante le due intifade del 1987-1993 e del 2000-2005. C’è bisogno che la notizia sia diffusa a livello internazionale e che le ambasciate israeliane sappiano che Natan gode di sostegno e solidarietà! Difficile praticare l’obiezione di coscienza in un paese che fin da quando si è costituito ha dovuto lottare per la sopravvivenza. Ma queste azioni possono essere luci che cercano di rischiarare un percorso di contatti e solidarietà tra giovani israeliani, palestinesi e i giovani che ancora si stanno battendo in molti paesi arabi, in Egitto, Tunisia, Siria e in Iran per la libertà di espressione e di coscienza. Ma ecco le parole di Natan: Ho cominciato a pensare al rifiuto del servizio militare durante l’operazione “piombo fuso” nel 2008. L’ondata di militarismo aggressivo che ha investito il mio paese, le espressioni di odio reciproco e gli sterili discorsi sulla repressione del terrorismo e la creazione di effetti deterrenti sono stati la prima molla che ha provocato in me il rifiuto. Oggi, dopo quattro anni di terrore senza un processo politico di negoziati di pace, e senza pace a Gaza e a Sderot, è chiaro che il governo Netanyahu, come prima Olmert, non sono interessati a trovare una soluzione, ma a mantenere la situazione così com’è. Dal loro punto di vista non c’è nulla di sbagliato nell’operazione “Piombo fuso 2” e nel rifarla tre, quattro, cinque e sei volte e così sempre parleremo di deterrenza, di terroristi ammazzati, delle vite di civili perdute e prepareremo il terreno per una generazione piena di odio da entrambe le parti. Come rappresentanti del popolo i membri del governo eletto non hanno nessun impedimento a presentare la loro visione per il futuro del paese, a continuare con questa spirale di sangue senza che se ne veda una fine. Ma noi come cittadini abbiamo il dovere morale di non partecipare a questo cinico gioco.

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la coscienza dice no Questa è la ragione del mio rifiuto della leva militare. 19 Novembre 2012 (traduzione di Lorenzo Porta) Natan può ricevere solo lettere cartacee. Questo è il suo indirizzo: Natan Blanc MA 7571368 DZ 01860 Israel Defence Forces Israele Referente in Italia di notizie aggiornate sulla questione lorenzo.porta@cedasnonviolenza.it Questo il link che documentano le manifestazioni in suo favore: http://www.yairgil.com/121215-atlit/ La Grecia calpesta i diritti umani riconosciuti dall’Unione Europea Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, e confermato dal Comitato per i Diritti Umani, sempre delle Nazioni Unite, che ha segnalato come questa pratica equivalga alla ripetizione della pena per lo stesso reato, e quindi una violazione del principio di Ne bis in idem, disciplinato dall’art. 14.7 della Convenzione Internazionale sui diritti civili e Politici (ICCPR). Questa è un’altra vergognosa pagina nel deterioramento dei diritti umani da appuntare alla Grecia, ha detto il presidente dell’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza, Friedhelm Schneider. Il governo greco non solo ha mostrato disinteresse rispetto agli appelli europei ed internazionali per un urgente miglioramento a livello di leggi e prassi, ma per di più sembra reagire con spirito di rivalsa, affondando ancora di più la mano in una grave violazione dei diritti umani degli obiettori di coscienza, ha aggiunto Schneider. All’inizio di questo mese, EBCO ha rilasciato una dichiarazione pubblica congiunta con Amnesty International e War Resisters’ International (NdR: la pubblichiamo nelle pagine successive) chiedendo ancora una volta che le autorità greche si attengano alle Raccomandazioni e agli standards europei ed internazionali, e per la fine immediata di tutte le incriminazioni, le sentenze di detenzione e le sanzioni amministrative (dell’ammontare di 6.000 euro per ogni obiettore) e le discriminazioni nei confronti degli obiettori di coscienza, qualunque sia la loro motivazione. Questa dichiarazione pubblica congiunta è stata seguita da un nuovo arresto con l’accusa di insubordinazione del quarantaquattrenne Nikolaos Karanikas, un altro obiettore di coscienza greco per motivi ideologici. Il presidente del Beoc, Friedhelm Schneider, ha testimoniato in difesa di Nikolaos Karanikas di fronte alla Corte Militare di Thessaloniki l’8 marzo 2013, ed è stata ben accolta la notizia del suo proscioglimento. EBCO ha inoltre condannato l’incriminazione del quarantasettenne Dimitrios Sotiropoulos, un altro obiettore di coscienza greco per motivi ideologici, che sarà processato dalla Corte Militare di Thessaloniki il 28 maggio 2013 con l’accusa di insubordinazione. European Bureau for Conscientious Objection 35 Van Elewyck street, 1050 Brussels, Belgium Tel: +32 2 648 5220, Fax: +32 2 648 6988 ebco@ebco-beoc.org / www.ebco-beoc.org (Traduzione di Martina Lucia Lanza) Il trentasettenne obiettore di coscienza greco Charalabos Akrivopoulos è stato arrestato il19 marzo 2013 e tutt’ora detenuto. Charalabos Akrivopoulos è stato trasferito alla Direzione del Trasporto della Corte di Attica per essere processato con l’accusa di insubordinazione di fronte alla Corte Militare della Marina di Piraeus. Facciamo presente che Charalabos Akrivopoulos è già stato condannato per insubordinazione da questa stessa Corte, e la pena di 8 mesi di carcere è stata sospesa per due anni alla data del 22 marzo 2011, di conseguenza dovrà affrontare il carcere se nuovamente condannato. Questo nuovo arresto ridicolizza l’iniziale sospensione della pena detentiva. Dal punto di vista della Corte Militare l’insubordinazione è un’offesa permanente, così che una prosecuzione del procedimento può essere avviata ad ogni momento. L’arresto di Charalabos Akrivopoulos e il frettoloso processo ad un passo dalla fine della sospensione della sentenza è un atto di singolare cinismo. Per diversi anni, le critiche a livello internazionale del trattamento che la Grecia riserva agli obiettori di coscienza al servizio militare sono state limitate, dal momento che ogni caso che giungeva alla corte si risolveva nella sospensione della pena, e non c’erano obiettori di coscienza realmente incarcerati. In questo momento il comportamento dello Stato sembra essersi inasprito in modo vendicativo. In ogni caso, la ripetizione del processo è la condanna degli obiettori di coscienza per il loro ripetuto rifiuto al servizio militare è una violazione dei trattati internazionali che la Grecia ha ratificato, così come stabilito in una decisione del 15

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