Azione nonviolenta - maggio 2013 Anno 50 n. 593

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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maggio 2013 Anno 50 n. 593 5 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 Fermare le guerre siriane contributo € 3,00 ne a e i t Con ramm i 2013 g v pro i esti p cam Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 5 • Maggio 2013 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 È il tempo nuovo della nonviolenza Mao Valpiana 4 Solo la nonviolenza siriana può fermare la guerra santa Intervista a Ibrahim Al Assil Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa 10 Viaggio filosofico alle radici della Persuasione Daniele Taurino 15 Campi estivi 2013 - per vivere la nonviolenza 19 Ricomporre la scissione tra etica e politica Pasquale Pugliese 20 2 giugno 2013 - Ripudiamo la guerra Lettera aperta al presidente 21 Ma la Folgore è amica della Pimpa? 22 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE Un fucile per suonare, un mitra per vangare 23 MAFIE E ANTIMAFIE Giornalisti ed editori sotto osservazione... 24 EDUCAZIONE Esporre i bambini alla bellezza della pittura e della musica 25 MUSICA Quelli che... gli manca Jannacci 26 RELIGIONI E NONVIOLENZA Stare con le vittime, non con i potenti 27 SERVIZIO CIVILE I giovani stranieri - la difesa della Patria 28 CINEMA Film da paura per un pubblico impaurito 30 IL CALICE Cercare, dubitare, rischiare (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, maggio 2013, anno 50 n. 593, fascicolo 430 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 2 maggio 2013 Tiratura in 1500 copie. In copertina: Fermare le guerre siriane

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editoriale È il tempo nuovo della nonviolenza di Mao Valpiana* È finito il tempo della speranza, della delusione, della rabbia, dell’accusa, del dileggio, dell’indignazione, della protesta, dell’abbandono, dell’indifferenza. Quel tempo è finito. È l’ora della nonviolenza. È il tempo di agire con la forza della verità, è il tempo del potere dell’amore, è il tempo della bellezza e della bontà, del fare cose buone e belle. È il tempo della compassione, del programma costruttivo, della fiducia, del rispetto, della solidarietà, è il tempo della ricerca del benessere e della felicità per tutti. È il tempo di prendere in mano il presente di ciascuno. È questa l’ora della nonviolenza. La nonviolenza è la tensione profonda per cambiare una società che sentiamo inadeguata, è la pietra angolare su cui costruire il futuro, è il varco attuale della storia. È il tempo di essere personalmente il cambiamento che vogliamo vedere intorno a noi: lo si può fare solo insieme. Dall’io al noi, dal tu al tutti, la nonviolenza è politica. È il tempo di disarmarci, per disarmare l’economia, la politica, l’esercito. Incominciamo noi a disarmare. Disarmiamo la nostra abitudine a lanciare accuse contro gli altri. Sembra essere diventato lo sport nazionale: criticare, distruggere, trovare subito il colpevole, ridicolizzare o demonizzare l’avversario. Tutti contro tutti. Basta andare a leggere qualsiasi pagina dei social network più diffusi, da facebook e twitter, per trovare immediatamente messaggi con critiche feroci, sfoghi degli istinti più bassi che hanno l’obiettivo di addossare la responsabilità del male diffuso su qualcuno al di fuori di noi. Ormai non c’è più dibattito politico, c’è scontro e divisione. E questo scontro continuo, tra forze politiche, e all’interno delle stesse formazioni partitiche, crea la paralisi. Quella paralisi che tiene inchiodato il nostro paese, che ha bloccato le stesse istituzioni, dal parlamento alla presidenza della repubblica. Il governo delle “larghe intese” è figlio di questa cultura: per non andare a fondo tutti insieme, ci si ritrova tutti insieme sulla stessa scialuppa, in attesa di capire chi sarà il primo a cadere (o ad essere spinto) in mare. Noi dobbiamo spezzare questa logica distruttiva. Non per un ingenuo buonismo (anche se ho sempre pensato che il buonismo sia comunque meglio del cattivismo), ma perchè sappiamo che la verità la si trova cercando di capire anche le ragioni altrui. E quindi è importante saper ascoltare e saper vedere la parte costruttiva, la parte positiva che c’è negli altri, e dunque anche negli avversari politici. Bisogna essere fermi nei principi irrinunciabili, fedeli ai valori fondanti (la sacralità della vita, la dignità di ogni persona, il rifiuto della violenza, la giustizia, la libertà, la pace), ma poi bisogna saper dialogare con tutti, trovare punti di accordo, rispettare e pretendere rispetto. Dobbiamo riannodare etica e politica. Il degrado è iniziato quando c’è stata la separazione ed ha prevalso la pura “politica”, fredda, calcolante, strumentale, finalizzata. L’etica è stata abbandonata anche dai partiti, che dovevano essere mezzi per raggiungere il fine, strumenti utili all’obiettivo, ma sono diventati pura organizzazione, priva di contenuti, simili l’uno all’altro nei meccanismi di funzionamento: personalizzati, verticistici, affaristici. E fatalmente sono andati in crisi. Ora tocca ricostruire la politica e le sue forme. E lo dobbiamo fare con il metodo della nonviolenza. Quale sia questo metodo è scritto chiaramente nella Carta del Movimento Nonviolento: l’esempio (incominciamo noi, personalmente, a fare una nuova politica, pulita); l’educazione (educhiamo i giovani e rieduchiamo gli adulti alla passione per l’impegno pubblico); la persuasione (forza interiore con la quale contrastare quella distruttiva della violenza); la propaganda (diffondere l’ideale della nonviolenza per realizzarne l’organizzazione); la protesta (avere la capacitò di dire i “no” necessari per non diventare complici); lo sciopero (strumento essenziale per rivendicare la dignità e il diritto al lavoro); la noncollaborazione (rifiutarsi di collaborare con il male, viene ancor prima che fare il bene); il boicottaggio (applicare una forza morale, di rinuncia, per colpire economicamente un’ingiustizia); la disobbedienza civile (disobbedire alla legge ingiusta, accettare la pena, per una legge migliore); la formazione di organi di governo paralleli (nasce il nuovo potere che sostituirà quello vecchio). * direttore 3

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Solo la nonviolenza siriana può fermare la guerra santa Questa testimonianza di un esponente del movimento nonviolento siriano, raccolta a margine del Forum Sociale di Tunisi, ci sembra possa aiutare a capire alcune realtà del conflitto siriano. Ovviamente si tratta di un’opinione personale, opinabile, discutibile, ma a noi pare importante dare spazio a chi è alla ricerca di un dialogo fra diverse fazioni religiose (anche se in modo ingenuo) e chiede un aiuto da parte dei movimenti nonviolenti di tutto il mondo per non abbandonare il conflitto solo alle voci della violenza settaria. La situazione in Siria è davvero complessa e si possono fare molti distinguo, ma noi scegliamo di dare voce ai soggetti disponibili a parlare di nonviolenza e riconciliazione. Il futuro del conflitto si gioca nella capacità di ricostruire una società civile disponibile a riconoscere il diverso, specialmente nella Siria abitata da 17 diversi ceppi etnico-religiosi, nessuno dei quali vuole rinunciare alle proprie radici. Intervista a Ibrahim Al Assil* Mi sono unito al movimento nonviolento siriano quando la rivoluzione era iniziata da almeno tre mesi, i gruppi nonviolenti raccoglievano membri che iniziarono a lavorare in modo nonviolento fin dal 2003, erano conosciuti come gruppi di Darayya o Shebab Darayya, che è un sobborgo occidentale di Damasco. Questi giovani pianificavano marce silenziose contro la guerra in Iraq, fecero anche campagne contro il fumo, e altre lotte nonviolente, a causa di queste azioni molti di loro furono arrestati, alcuni per due settimane, altri per un paio di mesi e altri ancora per due anni. Aprirono anche una biblioteca gratuita dove chiunque poteva andare a prendere in prestito libri da leggere gratuitamente, c’era con loro anche uno sceicco, il suo nome è Abdul Akram Al Sakka, anch’egli venne arrestato nel 2003 e rinchiuso per undici mesi prima di essere rilasciato, non ci crederete ma fu arrestato a causa della biblioteca. Oggi si * Membro del movimento nonviolento siriano, laureato in economia ha poi ho fatto un master di economia aziendale in Inghilterra, lavora nel campo della ricerca sulle fidejussioni. Espatriato dalla Siria, attualmente vive a Dubai. 4

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syria trova ancora nelle prigioni del regime, dopo essere stato arrestato il 15 luglio del 2011. I gruppi organizzavano anche dei workshop segreti, perchè a quel tempo erano ricercati dalla polizia politica. Anche i kurdi crearono gruppi nonviolenti e anch’essi credevano nell’impegno nonviolento, insieme iniziarono discussioni di approfondimento della nonviolenza e incontrarono anche un filosofo siriano della nonviolenza il suo nome è Jawdat Saided è uno dei più importanti filosofi mussulmani, egli crede nella nonviolenza e crede che l’Islam sia una religione nonviolenta, egli ha anche scritto diversi libri di tecniche e analisi. Quando iniziò la rivoluzione questi nonviolenti si raccolsero di nuovo insieme e altri si unirono a loro, e iniziarono un gruppo su facebook per organizzare manifestazioni in Darayya ed in altri posti. Crearono anche un foglio di notizie, e così una settimana dopo l’altra molte persone simpatizzarono con la nonviolenza unendosi ai nuovi gruppi, per questo iniziammo a pensare una strategia per la rivoluzione nonviolenta in Siria. Nei primi sei mesi tutto era veramente brillante, uscimmo con nuove tecniche; come ad esempio colorare le fontane con il rosso per denunciare i massacri, gettavamo vernice rossa anche sulle strade, lanciavamo palloncini colorati in aria con scritte contro il regime. In questo modo riuscivamo a muovere le emozioni nei cuori delle persone e al contempo erano, in qualche modo, manifestazioni sicure poiché liberando i palloncini dai tetti nessuno poteva vederti. Altre tecniche erano, ad esempio, organizzare una manifestazione di tre minuti in un punto della città che non fosse raggiungibile dalla polizia in meno di tre minuti. Ogni partecipante arrivava da solo sul posto con altri scopi, andava in un negozio per comprare qualcosa, oppure s’incontrava con un’amica, o vedeva altri amici in un bar, eccetera … quando scoccava l’ora prefissata ci si raccoglieva tutti in mezzo ad un incrocio o ad una piazza e si manifestava per tre minuti con slogan nonviolenti poi, alla fine del terzo minuto tutti si disperdevano in ogni direzione. Un altro modo era quello di indire una manifestazione dove ognuno doveva essere vestito di bianco e nero, oppure di rosso eccetera … ci si trovava in un posto prefissato in silenzio, senza dire nulla, una folla di persone tutte vestite con gli stessi colori, e nessuno capiva cosa stesse succedendo, inoltre non era un reato vestirsi con un certo colore. Ma dopo la terza o la quarta volta, la polizia iniziò ad arrestare chiunque fosse vestito di quel particolare colore e anche questo creava un certo smarrimento. Gli attivisti nonviolenti erano diventati uno degli obiettivi della polizia, un nostro amico venne arrestato il 22 luglio 2011, mentre offriva una bottiglia d’acqua con una rosa ed un messaggio di pace ai soldati, dicendo loro cose come: siamo tutti dalla stessa parte, questa è una rivoluzione nonviolenta non 5

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6 sparateci. Lo catturarono e scomparve, da allora non ne sappiamo più nulla. Aveva 23 anni e studiava architettura all’università di Damasco. Il suo nome è Islam Dabbas originario di Darayya. Anche altri membri del movimento siriano nonviolento furono arrestati o uccisi e altri scomparvero. Più tardi, quando i cecchini sparavano dai tetti sui manifestanti ci si radunava tutti intorno al ferito urlando, in modo che arrivassero i soccorsi, che altrimenti avrebbero faticato a trovare il singolo ferito tre le migliaia di manifestanti. Poi iniziarono le diserzioni tra i soldati dell’esercito e altri presero le armi, la tendenza iniziò ad essere quella di proteggere le manifestazioni ed è così che iniziò la violenza. Ero al funerale di Ibrahim Shabanun bambino di nove anni ucciso il 14 ottobre del 2011 dal regime, il cui funerale fu la più grande manifestazione di protesta fatta a Damasco fino ad oggi, verso la fine del funerale i cecchini spararono sulla folla, anch’io ero là, i manifestanti iniziarono a lanciare pietre e a urlare e a disperdersi per poi raccogliersi tutti insieme di nuovo. Spararono su di noi e ci furono dei morti, alcuni nonviolenti con una più ferma consapevolezza ci invitavano a non urlare e a lasciare che facessero ciò che volevano. Altri invece furono presi dalla rabbia, specialmente gli amici e i parenti di coloro che erano stati uccisi o feriti, volevano andare a prendere i cecchini. In quel tempo non c’erano ancora armi ma sono certo che gli amici e i parenti dei martiri che morivano sotto il tiro dei cecchini andarono a comprare un’arma qualsiasi pur di vendicare i propri cari. In quel tempo il conflitto non era affatto settario, nessuno accusava gli alawiti di essere degli assassini, durante le manifestazioni c’erano anche molti cristiani oltre agli alawiti e ai sunniti. C’è un martire che si chiama Bassel Shehadeh, era un cristiano che andava sempre alle preghiere del venerdì per poi uscire insieme agli altri per le proteste. Era studente di fotografia negli Usa e lasciò l’università all’inizio della rivoluzione per tornare in Siria. Durante il suo soggiorno a Homs ha insegnato fotografia a quindici allievi. Era un artista sensibile che ha girato innumerevoli video rilanciandoli su youtube da Homs. È stato ucciso il 28 maggio 2012 da un cecchino del regime. Dovete sapere che il regime baahtista controllava ogni luogo e reprimeva ogni raduno, ma non poteva controllare le preghiere del venerdì, perché tutti andavano alla moschea per la preghiera, ed ecco che la Moschea era diventato il posto centrale da dove iniziavano le manifestazioni, anche se non tutti erano islamici convenuti per pregare. I cecchini non appartenevano all’esercito, erano dei servizi di intelligence dell’aviazione, o dei servizi militari, o anche della sicurezza nazionale. Dopo alcuni mesi che l’esercito era in strada per reprimere le proteste, molti soldati ancora non sapevano niente della rivoluzione, perché non avevano telefoni nè televisioni in caserma e l’unica risorsa per ottenere informazioni erano i loro ufficiali che dicevano loro di attaccare i terroristi, ed essi obbedivano. In seguito, alcuni di loro iniziarono ad avere dei dubbi, non capivano perché dovevano sparare a gente pacifica. Inoltre noi lanciavamo slogan nonviolenti, ai soldati gridavamo pace … pace, e anche non sparate… eccetera, e così alcuni di loro che si rifiutavano di sparare, venivano fucilati sul posto. E anche per questo altri soldati iniziarono a disertare. Uno slogan molto usato dai nonviolenti era: se vuoi veramente proteggerci lascia l’esercito e vieni con noi. Ma dicevamo anche di non portare con se le armi, non vogliamo le tue armi, abbandona l’esercito e vieni con la gente e la gente ti nasconderà e ti proteggerà. Successe in Duma alla periferia di Damasco, alcuni soldati gettarono le armi e corsero verso la folla che li accolse al suo interno in un abbraccio fraterno. Allora gli uomini dei servizi di intelligence, si mescolarono alla folla e iniziarono a sparare sull’esercito, e i soldati iniziarono a convincersi che dovevano difendersi dalla folla. Così alcuni disertori e altri uomini che avevano armi decisero di salire sui tetti per difendere le manifestazioni, così quando i soldati sparavano sulla folla, alcuni oppositori rispondevano dai tetti sparando sui soldati, in modo che tutti potessero scappare via prima di essere arrestati. Dovete sapere che in Siria la gente preferisce essere uccisa piuttosto che essere arrestata, perché la tortura è orrenda e spesso dura per mesi. I servizi di intelligence giocarono anche su questa paura, mettendo in rete alcuni video in cui si vedevano le tecniche di tortura. E così la gente ebbe un’altra ragione per combattere fino alla morte piuttosto che lasciarsi arrestare dai baahtisti. Così passo passo il regime arrivò all’uso dei mortai, e le opposizioni iniziarono ad attaccare i check points. E anche quei soldati che custodivano pensieri di neutralità politica, nè col regime nè con le opposizioni, dovettero difendersi. Mentre i nonviolenti continuavano a predicare di non attaccare i soldati, perché così facendo li

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syria spingevano a reagire sparandoci. L’escalation era ormai innescata, molti soldati disertavano e altri prendevano le armi. Ed è in quel momento che emerse l’estremismo islamico. Dovete sapere che in Siria la maggioranza delle persone normali è mussulmana, di quell’Islam normale, pacifico e tollerante, come in tutte le religioni, ma quando la violenza è iniziata e i morti si contavano quotidianamente, molti hanno iniziato a dire che li uccidevano perché erano mussulmani, e la stampa di regime faceva loro eco accusandoli di essere salafiti e terroristi, e molti combattenti si dissero, ok siamo terroristi e islamisti e stiamo venendo ad uccidervi tutti. E così la nonviolenza iniziò ad essere criticata, vennero abbandonate le grandi manifestazioni, le tecniche nonviolente vennero considerate inutili. Quando gettavamo la vernice rossa sulle strade ci sparavano addosso, se non volevamo prendere le armi ci guardavano con sospetto. È allora che iniziarono ad entrare in Siria molti jihadisti stranieri, questi crearono nuovi gruppi armati che attaccavano l’esercito siriano, ecco perché oggi ci sono diversi gruppi di combattenti in Siria. Ci sono ancora persone pacifiche che credono in un paese pluralista e democratico, ci sono anche molti combattenti che credono in un paese pluralista e democratico e combattono per realizzarlo, non sono d’accordo con il loro modo violento di combattere ma posso assicurarvi che non sono jihadisti. Non hanno un progetto jihadista per il futuro della Siria. Sono certo che una volta abbattuto Bashar Al Assad essi abbandoneranno le armi e abbracceranno la vita civile per la costruzione del nuovo stato. Ma ci sono anche i jihadisti che hanno un progetto armato per la Siria e non credo vorranno abbandonare le armi una volta abbattuto il tiranno, perché hanno in mente di costruire uno stato islamista. Vorrei sottolineare questo concetto, non tutti quelli che professano la fede islamica sono jihadisti, non tutti coloro che si dicono difensori dell’Islam sono jihadisti. La maggioranza dei siriani identificano l’Islam con la tolleranza e quando dicono di voler difendere l’Islam intendono difendere la tolleranza e l’Islam democratico. Purtroppo ci sono anche molti gruppi di estremisti islamici che hanno un grande seguito di persone che li sostengono, e anche il regime è felice che costoro esistano. Sapete che c’è un ideologo di Al Qaida che si chiama Abu Musab al-Suri, è stato catturato a Quetta dai servizi di sicurezza pakistani nell’ottobre del 2005, poi consegnato in custodia agli americani e trasferito a Guantanamo alla fine del 2006. Il 2 settembre 2009, durante una breve intervista alla Reuters, sua moglie, Elena Moreno, ha detto che credeva che suo marito fosse stato deportato in Siria, dove era ricercato. Il 2 febbraio 2012, all’inizio della rivoluzione, un jihadista collegato online confermava che uno dei teorici più originali e rispettati della Jihad, Abu Musab al-Suri, era stato rilasciato da un carcere del regime siriano, perché iniziasse a fondare gruppi armati che il regime poteva poi accusare di essere terroristi. Arrivarono in quel tempo moltissimi combattenti di Al Qaida provenienti da diversi stati arabi, dalla Tunisia, dalla Libia, dalla Turchia, uno che venne ucciso proveniva perfino dall’Australia. Come nel 2003 quando il regime siriano spedì jihadisti a combattere in Iraq, oggi ritornavano a combattere in Siria, sono professionali ed esperti, molto ben armati ed è per questo che sono tra i gruppi paramilitari più forti. Inoltre ad ogni battaglia vinta aumentano i loro simpatizzanti, e naturalmente tutti questi sostenitori pensano che siano loro i migliori a combattere il regime e solo loro siano in grado di proteggere le loro famiglie dall’esercito siriano che essi temono come l’inferno. Questo è l’attuale scenario siriano, lo scenario che la comunità internazionale osserva da lontano, immobile su di un piedistallo senza fare nulla, un atteggiamento cinico e inaccettabile che sta conducendo la Siria verso il fallimento. Anche se Bashar Al Assad cadesse in pochi mesi, non ci sarebbe uno stato siriano. Se invece Bashar Al Assad rimanesse in carica, non sarebbe più il presidente della Siria ma solo uno dei tanti signori della guerra. Oggi la Siria settentrionale è stata liberata, e anche la Siria orientale. Se venisse liberata anche Damasco, Assad rimarrebbe in carica come un generale sul suo territorio, e temo che in quel momento nessuno, tanto meno la comunità internazionale, sarà più in grado di ricostruire lo stato siriano, con il controllo su tutti i suoi confini. La Siria così frazionata, senza un’autorità legittima diventerà un buco nero, il posto perfetto per i jihadisti dove costruire il loro califfato o qualsiasi altra cosa vogliano fare. Penso che ormai siamo giunti ad un momento cruciale, non è rimasto tempo. Io non dico come molti siriani che è tutta colpa nostra, è vero che inizialmente questo conflitto era tutto siriano, ma oggi si è trasformato in un conflitto regionale e si sta avviando a diventare un conflitto internazionale, molti paesi 7

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8 stranieri hanno progetti sulla Siria. Ed è per questo che oggi lo scenario siriano è anche responsabilità della comunità internazionale, perché non è solo la Siria ad essere uno stato fallito, c’è anche l’Iraq, poi c’è il Libano che è uno stato settario dove si confrontano diversi gruppi etnico ideologici, poi ci sono la Giordania e la Palestina. Tutta la regione potrebbe essere contagiata dall’orrore della guerra e dai jihadisti che arriverebbero anche dall’Afghanistan per combattere una guerra santa. Io penso che gli israeliani ed anche gli Usa non vogliono che Bashar se ne vada e che vinca la rivoluzione, perché pensano all’incognita di chi verrà dopo. Almeno Bashar era conosciuto, era un nemico di Israele ma non lo combatteva. Essi avevano alcune cose in comune ed altre in conflitto, ma almeno i confini di Israele erano al sicuro. Così si spiega l’immobilismo dell’attuale scenario siriano. Non credo però che possano lasciare le cose in questo modo, dovrebbero invece raffor- zare quei gruppi dell’esercito siriano libero che credono in uno stato laico e democratico. Molti di costoro passano ai gruppi jihadisti, perché riceveranno un salario e saranno ben armati, indebolendo così i gruppi laici dell’Free Syrian Army che non è ben finanziato ne ben armato e non può pagare salari. Dovrebbero inoltre finanziare e rafforzare i consigli locali, dove si trovano gli uffici militari, gli uffici dei media, gli uffici politici che hanno rapporti con l’estero eccetera. Questi consigli locali sono importantissimi perché potranno gestire il territorio mentre lo stato è assente, sull’interazione tra questi consigli locali si potrà ricostruire una nuova rete di governi locali legittimi e alla fine ricostruire la nuova Siria. Perché è ormai chiaro che non riavremo uno stato siriano in pochi mesi. Sia che Bashar lasci o che rimanga, la Siria collasserà e diventerà come la Somalia. Oggi gli attivisti del movimento nonviolento siriano stanno portando avanti grandi campagne di consapevolezza, anche virtualmente

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syria su facebook, youtube o twitter. Mentre altri stanno rientrando in Siria dal nord e stanno contattando i gruppi armati con i quali dialogano coraggiosamente cercando di impedire nuovi massacri. Quando un gruppo vorrebbe uccidere tutti gli alawiti di un certo villaggio essi chiedono loro se sono veramente credenti … e questi risponderanno ma loro sono nemici che vogliono ucciderci … e allora gli verrà chiesto se uccideranno anche i bambini … ed essi risponderanno che uccideranno solo gli assassini … come riconoscerete gli assassini, avete bisogno di processarli, avete bisogno di un giudice, di un tribunale … allora andremo a cercare coloro che erano coinvolti e che conosciamo bene e li porteremo davanti ad un giudice … Procedono così, passo passo, cercando di convincerli e di far loro capire che non sono nemici. Perché spesso questi giovani combattenti pensano di essere stati lasciati soli e che tutti sono contro di loro, pensano di avere la loro arma e con quella di continuare a combattere da soli perché nessuno li sostiene. Hanno perso la fiducia verso l’altro. Ed è con loro che gli attivisti nonviolenti vanno a parlare, perché noi li amiamo e vogliamo capirli e amiamo la Siria e vogliamo ricostruire uno stato civile. Ma se invece parliamo con i jihadisti ci rispondono che loro hanno la loro fede e che noi siamo agenti Usa e così via. Sono giovani che provengono dalle zone rurali e sono convinti di essere combattenti che difendono l’Islam e la verità. Solo pochi di loro sono educati, parlano le lingue e hanno studiato, quelli guidano i gruppi. Esistono diversi gruppi e dobbiamo apprezzarli tutti, non dobbiamo fare di tutta l’erba un fascio, altrimenti ci combatteranno. Dobbiamo rimanere in contatto con loro, continuare a parlargli, far loro capire che stiamo dalla stessa parte, che non siamo nemici. Quando parliamo con i gruppi salafiti armati cerchiamo di spiegare che siamo contro le armi e contro la violenza, non contro di loro. Molti di loro pensano che in uno stato civile verrebbero arrestati e imprigionati per la loro militanza. Noi cerchiamo di far loro capire che in uno stato democratico le idee non sono perseguite che noi siamo disposti a difenderli, che ognuno sarà libero di agire e pensare liberamente ma che nessuno potrà portare le armi e nessuno potrà più essere forzato a fare qualcosa che non vuole. In uno stato libero ognuno potrà esprimere il proprio pensiero, stampare i propri libri e così via, ma solo in maniera pacifica questa è la grande differenza. Molti di loro rimangono sorpresi, … pensavamo che i laicisti fossero contro di noi e che volessero sopprimerci … ed è allora che iniziano a parlare ed è poi facile trovare argomenti e opinioni in comune. Anche coloro che sembrano ad un primo sguardo dei pericolosi terroristi, ascoltandoli e parlando con loro si scoprono molte cose in comune. Ci separa solo la paura dell’altro. Io credo che se rafforzeremo e diffonderemo questa campagna di dialogo, moltissimi giovani che vengono strumentalizzati da Al Qaida vorranno abbracciare di nuovo la pace e la vita civile. Se osservate con attenzione scoprirete che molti salafiti vivono in Europa e non negli stati arabi, perché possono andare in Hide Park a Londra e fare liberamente i loro discorsi, mentre negli stati arabi verrebbero arrestati. Noi che ci riconosciamo nella nonviolenza dobbiamo quindi lavorare insieme per sostenere un movimento fratello che ci chiede aiuto e solidarietà. Ibrahim è fermamente convinto dell’importanza di rientrare in Siria e ci chiede di collaborare per costruire insieme progetti di riconciliazione. Intervista raccolta da Carla Biavati e Maurizio Cucci Sostieni il Movimento Nonviolento con l’opzione 5x1000 codice fiscale 93100500235 9

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Viaggio filosofico alle radici della Persuasione di Daniele Taurino* Io lo so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà – ma la rettorica mi costringe a fare queste cose con violenza Carlo Michelstaedter Parte migliore è quella che cerca il meglio; cercare con persuasione il meglio è l’unico primato; e quando si vorrebbe ostacolare ciò, si fa, sotto tanti aspetti, del materialismo, e, prima o poi, si è sconfitti dalla forza dell’anima. Aldo Capitini La Persuasione come discrimine tra a-violenza e nonviolenza1. * responsabile Gruppo Giovani del Movimento Nonviolento e del centro Nonviolenza Litorale romano. Parlare del concetto di persuasione nella cornice di una filosofia per la nonviolenza, e parlarne per mostrare le ragioni che la sostengono, non è certo impresa facile né tantomeno può dirsi conclusa con un semplice scritto. Cominciamo ovviamente da Capitini e da un assunto ben specifico – la Persuasione come discrimine tra a-violenza e nonviolenza – che poi cercherò di dimostrare. La parte più cospicua di tale dimostrazione dell’assunto di base sarà dedicata all’analisi dell’antecedente filosofico della persuasione, da cui Capitini, con un magistrale rovesciamento positivo nella Prassi, prende spunto e a cui sempre si riferisce fin nell’ultima e filosoficamente conclusiva opera, La compresenza dei morti e dei viventi. Stiamo parlando di Carlo Michelstaedter (1887-1910), filosofo, poeta e artista goriziano. In prima istanza per Capitini, la via della Persuasione indicata da Michelstaedter, è l’im1 Per la messa a fuoco di questo nesso sono debitore e grato all’affettuoso rigore delle conversazioni con Pietro Pinna perativo morale, potremmo dire anche categorico, che salda la teoria e l’azione. Chi vive la realtà liberata dai limiti della violenza e della morte è il “persuaso della compresenza al valore”, il persuaso “che, messo alle strette, si sente madre degli altri e dà senza volere nulla”, è sacerdote “in quanto apritore di presenza”, è intellettuale “in quanto riverente ai valori”, è politico poiché “è anche uomo moltitudine”.2 Ma è soprattutto colui che è persuaso che “la società col suo ordine, la vita con i suoi oggetti, non possono costituire quell’assoluto che s’imponga indiscutibile e tolga la possibilità d’un contributo, d’una iniziativa”. Insomma di un’aggiunta, quella nonviolenta, capace di individuare nella società istanze universali ed eterne, benché dimenticate o trascurate. E l’opera del persuaso, che Capitini definisce religiosa, sarà appunto quella di porre accanto, costruendoli coralmente, questi valori accanto a quelli già esistenti, senza alcun furore distruttore ma con la mitezza di chi è impaziente di attendere il fine; con l’inesauribile energia di chi è innamorato e non aspetta, per cominciare ad attuare il bene, che tutti gli altri si innamorino. Chi è persuaso tiene sempre in mente e nella mano “in un sol colpo il mezzo e il fine” potendo così raccogliere la propria fiducia e quella degli altri nell’uso delle tecniche della nonviolenza. Capiamo bene allora che il persuaso è colui che compie il salto, o meglio ha costruito un ponte, dalla semplice assenza di violenza, o presunta tale, in un dato fatto o azione, e la nonviolenza che ci permette di vivere già da ora la festa nella sua massima espressione di “apertura all’esistenza, allo sviluppo e alla libertà di tutti gli esseri viventi”; e per questo interviene anche nel campo sociale e politico, orientandolo. Tanto bastino a noi, invece, queste poche righe capitiniane come bussola per orientarci a comprendere l’adattamento e l’offerta d’una via d’uscita positiva dall’abisso della persuasione di Michelstaedter che, prima facie, potrebbe rimanere solamente la denuncia dell’impotenza del singolo persuaso nei confronti della realtà. 10 2 Le definizioni sono riprese da Il potere di Tutti

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michelstaedter La Persuasione di Michelstaedter come rifiuto della realtà così com’è Filosofo, artista, poeta, profeta, suicida: in Carlo Michelstaedter ognuna di queste atti diventa un dare tutto se stesso, o almeno provarci. Sicuramente ci è riuscito nel suo purtroppo unico capolavoro filosofico, la tesi di laurea Persuasione e Rettorica.3 D’altronde Michelstaedter, se ci si avvicina con sincerità al crinale del suo profetismo, non può essere soltanto letto, né può essere decisamente soltanto scritto o studiato, ma deve essere semplicemente accostato per attingere ad una possibile sorgente di senso. Diventare, come lui, «povero pedone che misura coi suoi passi il terreno» [PR 4], diventare compagno di viaggio, e con lui - durante il cammino - conversare, come i discepoli amati e amanti amavano fare con Socrate. E non aver paura di soste forzate, all’occorrenza benefiche, perché la soglia del suo pensiero apre possibilità ambivalenti, d’accesso e d’uscita, alla vita presente. Al suo possesso, illusorio o compito infinito che sia. Ora provate a giocare con me. Aprite un dizionario e scorrete rapidi alla voce “persuasione”. Vi troverete davanti, scritte a chiare lettere, due o più definizioni, che recitano pressappoco così: 1. Opera di convinzione esercitata su qualcuno mediante ragionamento, per ottenerne la fiducia o l’approvazione: discorso dotato di una grande forza di persuasione 2. Certezza radicata, convincimento sicuro, opinione ferma. Ma, lasciatecelo dire, queste sono le definizioni rettoriche dei dizionari, inutili per quanti cercano in questa parola il senso della propria, o altrui, scelta nonviolenta. E infatti della Persuasione, Michelstaedter, nel Dialogo della Salute, ne dà ben altra definizione: “[…] guardar in faccia la morte e sopportar con gli occhi aperti l’oscurità e scender nell’abisso della propria insufficienza: venir a ferri corti colla propria vita”. Se volete sostituite questa definizione alle altre, assumendovi il rischio di sentire una voce, quella dell’autore goriziano, che vi invita ad andare alle radici, a non dar tregua alla profondità della ricerca interiore – Questo che fai, come che cosa lo fai? Con che mente lo fai?. E che non si stia parlando di analisi superficiali delle proprie motivazioni lo si capisce in PR [31 e ss.], dove Michelstaedter ritorna in forma interrogativa sulla relazio- ne pericolosa tra l’istanza della Persuasione e l’abisso della morte: ”Sei persuaso o no di ciò che fai? […] Sì? – Allora io ti dico: domani sarai morto certo […] Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo pel continuare […] gli uomini […] la loro persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte”. La nostra interiorità, corporea o animale che sia, persa nel divenire della retorica della sopravvivenza avverte costantemente – se non omologata repressa sodomizzata – un dolore muto e cieco, (in)sensato, indizio della nostra deficienza individuale nei confronti della realtà così com’è. Davanti al mondo, voce nel deserto, noi siamo fatti di deficienza. Ma è proprio la consapevolezza della nostra mancanza o, direbbe Capitini, la coscienza appassionata della propria finitezza, che ci spinge a lavorare in vista di una realtà liberata, nello spirito della festa. La via della persuasione sembra inesorabilmente destinata al fallimento. Socrate accettò il verdetto di morte, in coerenza col suo dettato; Cristo accettò la Croce, nel suo sacrificio di redenzione; Michelstaedter stesso si uccise… Del resto, «gli uomini si stancano su questa via [la via che conduce alla Persuasione], si sentono mancare nella solitudine: la voce del dolore è troppo forte» [PR 53]. Il rapporto col dovere tra logica e dono 3 D’ora in poi abbreviata in PR […] Ma devi tentare. Il tentativo disperato, la scelta, di “chi vuol aver un attimo solo sua la vita” è l’impossibile: “Già: l’impossibile! Poiché il possibile è ciò che è dato […] limitata potenza volta al continuare […] il coraggio dell’impossibile è la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente divien vita.” PR [43] E una volta che ci rendiamo presenti alla vita acquisterà concretezza anche l’esser persuaso e persuadere che “il diritto di vivere non si paga con un lavoro finito, ma con un’infinita attività” [PR 41] poiché prendiamo parte a una realtà che ci espone alla violenza di tutte le cose, nel nostro debito verso la giustizia troviamo tutta questa violenza da togliere alle radici: “tutto dare e niente chiedere: questo è il dovere”. Questo dovere, che tanto assomiglia alla successiva responsabilità per i terzi elaborata dal filosofo lituano Levinàs, ha bisogno di tre premesse logiche che lo stesso Autore ci fornisce le testo [PR 42 e ss.]: 1. Dare non è per aver dato ma per dare (coerenza tra mezzi e fini) 2. Non può fare chi non è, non può dare chi non ha, non può beneficare chi non sa il bene 3. Dare è fare l’impossibile: dare è avere. 11

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nell’innocenza tragica dell’altro, il Persuaso abdica alla propria consistenza, avvertendo già la sua stessa affermazione individuale come violenza “attuale” agìta ai danni dell’altro. La maggior parte degli individui però, a causa del sommo timore della morte, si accontentano di vivere senza persuasione, ingannati dai mille abili travestimenti del dio dei piaceri; solo partendo dal rifiuto, “il mondo gli deve esser un uomo che dice sempre un <> a ogni suo atto, ad ogni sua parola” [PR 45], il soggetto umano può incamminarsi sulla via senza soste della persuasione. Un rifiuto, potenza timotica, inteso come l’inaccettabile e che ha subito, durante la vicenda dell’Occidente, spostamenti lessicali diversi. Esso diventa in negativo, ad esempio, lo scarto, la scoria, ma anche l’indifferenza, il ripudio, il ghetto, l’abbandono, l’escremento, il rigetto et cetera. Secondo invece altre variazioni positive: è il rifiuto incondizionato, la reazione, l’opposizione alla violenza e a ciò che asseconda il gioco sporco del Potere, come ben ha messo in evidenza il compianto filosofo Guido Zingari. E, se una volta intrapreso questo cammino rischioso, gli altri non vorranno comprendere le sue ragioni, le sue azioni, egli, il Persuaso, deve avere la forza di non dire: <>; infatti, “egli – spiega Michelstaedter – deve sentir in sé l’insufficienza e rispettar in loro quello ch’essi stessi in sé non rispettano; perché dal suo amore attratti essi prendano la persona ch’egli ama in loro: allora i ciechi vedranno” [PR 45]. La Persuasione come un’istanza erotica che ci libera verso la felicità di Tutti 12 Delucidando il senso e l’abisso di tale responsabilità, si giunge nel cuore dell’essenza persuasa. È la Persuasione che mette in gioco la responsabilità, e non viceversa. Vedendo nell’altro se stesso come mortale, il soggetto elegge l’altro in un orizzonte di empatia, e quindi di rispetto: in questo specchiarsi Ma cos’è che può darci la speranza e la forza di andare oltre alla nostra insufficienza a tal punto di farci carico anche di quella degli altri? È una domanda che, con qualche probabilità, anche Capitini si è dovuto porre per cercare ad essa una risposta soddisfacente, capace di promuovere l’azione individuale e collettiva nel mondo. Ecco qui che entra in scena Amore, paradossale pungolo che, mentre ci seduce al lavorare nel vivo il valore individuale, ci spinge incontrastabile al desiderio dell’Altro, al valore di tutti. Questo ci sembra che intenda anche M.L. King quando insiste sull’infinita potenzialità della “forza dell’amore”. Poiché se Eros non è inteso nell’orizzonte di un agire persuaso, allora continueremo a relazionarci fra soggetti come il fiore e l’ape: nell’amplesso dei due organismi, ognuno vede nella disposizione dell’altro «come in uno specchio sé stesso»

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michelstaedter (Fedro, 255 d). La vittoria dell’utilitarismo più gretto, l’abitudine a usare gli altri come mezzi e a non considerarli come fini. Anche su questo punto Capitini trova consonanza e profondità in un passo del goriziano [PR 27 e ss.]: “Così l’affermazione dell’individualità illusoria, che violenta le cose in ciò che s’afferma senza persuasione, poiché le informa al proprio fine illusorio come al fine dell’individuo assoluto che avesse in sé la ragione – per il vicendevole bisogno prende l’apparenza dell’amore. Ma l’anteros non è l’eros esso è un travestimento del neikos–“. Cosa ci vuole dire qui Michelstaedter in questo linguaggio non immediato? In primo luogo, certamente, che non bisogna confondere l’eros con l’amore di risposta, l’amore ricambiato, espressione della retorica e foriero di lotta, di contesa; quando non vi è coincidenza di interessi, infatti, la vita, preda della “violenza inimica”, tende ad assomigliare ad una partita a scacchi [PR 29] dove il più debole si deve adattare continuamente, suggerito alla docilità dal dio dei piaceri, e il più forte gestisce le stesse mosse dell’avversario. L’Amore si rivela allora come l’unica forza in grado di cooperare al bene; ne possiamo dedurre, mi sembra, che le contraddizioni che il termine di persuasione si porta dietro, derivino proprio dal suo inestricabile intreccio con Eros, inteso platonicamente come l’unico “dio” che può ancora “ridare le ali” a questo soggetto umano in crisi d’esistenza. Sì perché, Michelstaedter, redivivo Socrate, si assume un difficile compito esistenziale prima che speculativo - condividendolo col suo “maestro” e con tutta la genealogia greca - e lo affronta con tutta l’esuberanza e la fiducia della sua giovane età, esuberanza e fiducia temprate tuttavia dalla tragicità e dal rigore della sua mente eletta: quel compito è insegnare agli uomini ad essere veramente felici. Per riassumere. L’uomo può tenersi nel limite: chiudersi nella propria singolarità, come essere separato ed in lotta con le altre singolarità. Oppure può diventare un soggetto corale, “farsi centro” di tale possibilità, può aprirsi all’altro, annullare il proprio limite, dire Tu agli altri umani, agli animali nonumani, alla natura. È quello che Capitini chiama “atto di unità amore”. E il filosofo perugino parla giustamente di atto perché persuasi lo si è soltanto nel concreto esercizio dell’attività della Persuasione, esercizio che ci costituisce a sua volta come persuasi, in una tautologia non del logos, ma della vita, e dunque sì utopica e pericolosamente impossibile, proprio nel suo esercitarsi con la verità, ma autenticamente concreta e storica. La via della Persuasione rimane l’unica valida alternativa -rispetto alla nostra decadenza - per una felicità possibile per il genere umano, per una “compagnia fra i buoni” (il corrispettivo speculare, persuaso, della rettorica “comunella dei malvagi”) veramente realizzabile. La nonmenzogna come aggiunta nonviolenta alla Prassi persuasa Autoritratto di Carlo Michelstaedter del 1907, disegno a lapis e matite colorate firmato e datato in basso a sinistra “Carlo, maggio 1907”, in cornice cm 17x11, proprietà della Biblioteca civica di Gorizia Eppure la schiera di Persuasi, che Michelstaedter elegge, sembra solamente portare con sé, insita nei propri atti, il segno di una colpa che la condanna ad una sconfitta - la sua voce non viene accolta o compresa -, o peggio a una pulsione di morte, per giunta auto inferta, col sacrificio o col suicidio. La tragicità del tutto, e la nuova complicazione, sta proprio in questo continuo rimandare della persuasione all’orizzonte di verità; essa, come ha ben spiegato la Arendt, per esempio in Vita activa, possiede una forza estrinseca: può essere distrutta ma non rimpiazzata con un’altra verità. Chi dice la verità deve restare nella solitudine, se non vuole rischiare la propria vita, come già aveva mostrato Platone, riguardo però la verità teoretica, con il mito della caverna. La nostra capacità di mentire conferma l’esistenza della libertà umana perché è affine alla capacità di agire: attraverso la menzogna abusiamo proprio di questa libertà, snaturandola. Tuttavia, dove tutti mentono riguardo a ogni cosa importante, come nella nostra società di massa, dove l’immagine si è sostituita al reale, colui che dice la verità, lo sappia o no, ha iniziato ad agire; anche lui si è impegnato negli affari politici perché, nell’improbabile caso in cui sopravviva, egli ha fatto un primo passo verso il cambiamento del mondo. Senza questo rapporto con la verità ne risulterebbe fuori una dimensione persuasa anarchica o, peggio, da superomismo dannunziano, dove ognuno dice o fa ciò che vuole, convinto di realizzare una propria, singolare, gretta persuasione: tant’è che Capitini, in Antifascismo tra i giovani, parlando di Michelstaedter “del quale mettevo in rilievo, anche in una conferenza che tenni a Firenze, la “persuasione” (un termine che ho assunto, preferendo “persuaso” a “credente”, persuaso nel senso di “autopersuaso”, quasi di “pervaso”), l’antiretorica, quel tipo di esistenzialismo, che poteva divenire supremo impegno pratico”, ci tiene a chiarire che la Persuasione “è stretta sulla base della nonmenzogna che è il riconoscimento in al- 13

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14 tri della stessa volontà operante vicino alla mia finitezza, superamento della separazione, atto di fede che attua la vicinanza, la trasparenza”. Nel pensiero di Capitini, questo che può essere definito “il principio della nonmenzogna”, viene indissolubilmente legato al principio primo della nonuccisione, per approfondire con questa persuasione religiosa la consapevolezza che l’altro è un individuo esistente, pensante. Come durante la nostra vita ci capita, in alcuni momenti, di sentire un’unità intima legarci alla parola, al libro, all’opera d’arte del tale o del tal altro, allo stesso modo, per Capitini, un’unità ci lega con l’altro essere umano, e con tutti i viventi. Il proposito di non mentirgli mai, rinnovato ad ogni istante, vince continuamente l’esser separati, quella separazione che non è la differenza spirituale che ha pur sempre una base di unità, ma la separazione materiale, di cosa vicino a cosa. “Io potrò propormi fini alti quanto si voglia – scrive Capitini negli Elementi di un’esperienza religiosa – ma l’altro non lo avvicino in nessun modo a me, e resta fuori finché penso di mentirgli.” Così è anche per la sua esistenza: il proposito di non uccidere l’altro, rinnovato ad ogni istante, lo rende vicino a me, sicché percepirò che la sua esistenza non è un fatto meccanico, ma è unita, attualmente con amore, all’intimo mio. Nonmenzogna e nonuccisione attuano un’unità alla radice, un’ unità concreta che non lascia nulla fuori di sé, ed è sempre disponibile nella prassi. Il parlare, infatti, è esso stesso un agire e per questo possiede uno statuto morale e non può non possederlo: si può parlare in questo senso quindi, come recentemente ha fatto Salvatore Natoli, di un’etica del discorso esattamente definita dal rapporto che i parlanti hanno con la verità. In una cornice di pensiero dove libertà significa sempre liberazione, la persuasione non si pone il fine e non è il mezzo per passare «dalla teoria alla pratica» - uno dei più ostentati e retorici imperativi sociali -, ma di far le proprie parole azione, di sollecitare la propria potenzialità umana a fini più elevati. Come scrisse Aldo Capitini, “dobbiamo essere musica e non statua. Questo sembra un sogno, un qualche cosa di poetico; e credo invece che sia prova di realismo. Vi sono forze potenti da fronteggiare, e solo un’opposizione dal profondo e appassionata può vincerle”. La persuasione, come ha scritto bene Laura Sanò riannodando i fili, da un lato sembra, quindi, istituire una relazione di assoluta opposizione ed esclusione con il termine antagonista di “rettorica”, dall’altro, come spero di aver mostrato a sufficienza, sembra lecito assumerla come il contrario della violenza, in qualunque forma essa possa essere espressa. E infatti Persuasione, questa divinità minore greca eponima della persuasione, è espressione, già nella Grecia arcaica, della parola efficace, metafora della forza della parola: per essere non solo a-violenta, ma anche disponibile nella prassi per operare il bene, la Persuasione ha bisogno di una sua forza intrinseca con la quale contrastare quella distruttiva della violenza. E così la dea è giustificata a spostarsi dal campo dell’eros a quello di qualunque altra circostanza in cui si cerchi di condizionare la volontà di altri individui; ed è per non rendere ugualmente terribile questo tipo di coercizione, che pure Michelstaedter aveva ben presente, che la sua Persuasione si pone come eccesso d’amore, che sacrifica temporaneamente l’io attuale al Tu, e fa del Tu non soltanto il termine privilegiato del rapporto, ma il luogo in cui “brucia come fiamma” [PR 49] il rapporto stesso. L’agire del Persuaso (Dare!) è l’accollarsi di un surplus di responsabilità verso il Tu, è l’elezione dell’inestimabile. Per recuperare l’umanità del Tu, disperso affranto umiliato soggiogato dall’ingiustizia, c’è bisogno di un’eccedenza d’umanità nel Persuaso, tal che il Persuaso trabocchi di essere e doni quella sua eccedenza ch’egli non prepara o sollecita, ma che salvaguarda e alla quale attinge. In questo atto di amore puro e volto alla contaminazione dei valori, assoluto e teso alla realtà di tutti, della Persuasione, l’unico rimprovero che le si può muovere contro è l’essersi arrogata una pretesa messianosalvifica che nessuno le ha chiesto. Ma cosa è l’amore, il donare, se non dare anche quando nessuno chiede? E qual è il compito della filosofia se non quello di cercare di dire l’eccedenza dell’esperienza e della vita, fiduciosi, o meglio persuasi, che la forza della parola, una volta pronunciata e scritta, non si annulli proprio in quell’eccedenza nella quale sola può esprimersi, se non permanere? Non si tratta solamente di discutere risposte in merito a questi interrogativi, ma di accettare, qualunque risposta individuale o corale ne venga fuori, che essa non potrà rimanere solamente sul piano della teoresi poiché, essendo espressione del modo di essere della realtà, avrà ricadute radicali sulle opzioni della vita quotidiana – la persuasione ci costringe a fare queste cose con forza. A continuare persuasi il cammino al servizio della nonviolenza.

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campi estivi MIR-MN Campi estivi 2013 per vivere la nonviolenza una settimana di condivisione e formazione Il Movimento Internazionale della Riconciliazione e il Movimento Nonviolento offrono la possibilità di partecipare per il periodo di una settimana a uno o più campi estivi. I campi sono un’occasione di condivisione e di formazione. L’intento è quello di stimolare la curiosità per la nonviolenza di chi ha già maturato un primo orientamento in tal senso e intende confrontarsi con altri. Il contributo richiesto (35 euro di iscrizione e 85 euro di partecipazione) è tenuto volutamente basso nell’ottica di una scelta di vita basata sull’essenziale e non sul superfluo. I campi sono autogestiti nelle loro esigenze primarie: pulizia e cucina. Poi c’è il momento della festa per celebrare la nostra unità attraverso canti, musiche e danze. In ogni campo verso metà settimana ci sarà una gita per visitare i luoghi che ci ospitano. L’alimentazione è vegetariana. Durante il campo è previsto anche del lavoro manuale come aiuto concreto alle realtà che ci ospitano e al tempo stesso come scoperta della bellezza del lavoro condiviso. Ci saranno momenti di formazione: Culturale attraverso letture, scambi di opinione e relazioni. Spirituale attraverso la riflessione personale, la meditazione, il silenzio. Ogni campo tratta un argomento, un percorso, un’occasione per imparare. È disponibile un libretto contenente delle schede informative di ogni campo. Il libretto è scaricabile dai siti www.serenoregis.org - www.nonviolenti.org o richiedibile per posta scrivendo a: MIR-MN Via Garibaldi, 13 10122 Torino Tel. 011 549005 – mir-mn@serenoregis.org se decidi di partecipare 1. Mettiti in contatto con chi coordina il campo che hai scelto, poi invia una lettera di presentazione con: nome e cognome, indirizzo, recapito telefonico, indirizzo di posta elettronica, età, campo a cui desideri partecipare, motivo per cui ti interessa, che cosa ti aspetti, quali sono i tuoi interessi. 2. Invia una quota di iscrizione di Euro 35,00, comprensivi della quota associativa e assicurazione, utilizzando il ccp n° 20192100 intestato a: Movimento Nonviolento, Via Venaria 85/8, 10148 Torino, o bonifico sullo stesso conto (iban: IT53 V076 0101 0000 0002 0192 100) specificando nella causale “Iscrizione al campo di…”. Fotocopia del bollettino di versamento o del bonifico va inviata al coordinatore che ricevuta la tua iscrizione ti invierà le informazioni utili per raggiungere e partecipare al campo. 3. Durante il campo ti sarà chiesta una quota di Euro 85 per il vitto, l’alloggio e il rimborso spese per i relatori che interverranno. Poiché la quota indicata non deve essere motivo di esclusione per nessuno, che avesse difficoltà economiche di qualunque tipo è pregato di parlarne con i coordinatori al momento dell’iscrizione. Ulteriori indicazioni e spiegazioni sono disponibili nel “libretto campi”, richiederlo a: M.I.R. M.N. – Via Garibaldi 13 – 10122 Torino – tel. 011/549005 e mail: mir-mn@serenoregis.org Oppure scaricarlo dai siti: www.serenoregis.org e www.nonviolenti.org 15

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