Azione nonviolenta - giugno 2013 Anno 50 n. 594

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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giugno 2013 Anno 50 n. 594 6 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 6 • Giugno 2013 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 4 8 In Turchia va in scena l’arte della nonviolenza Mao Valpiana Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato Angela Dogliotti Marasso Il testamento di Don Andrea Gallo: Costituzione, nonviolenza, amore... Piergiorgio Barone e Laura Tussi Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa 7 Seminario (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna 10 Dalla mia cella posso vedere il mare Anselmo Palini 12 La scuola italiana è in disfacimento. L’importanza della sperimentazione 14 La militarizzazione dell’Unione Europea tra pace democratica e sicurezza militare 16 2 giugno: Festa della Repubblica che ripudia la guerra 18 Iniziative del 2 giugno nonviolento divise per regioni 20 Celebrare la Festa della Repubblica nello spirito della Costituzione 21 SERVIZIO CIVILE Il Servizio Civile è un simbolo della Repubblica costituzionale 22 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE Le deportazioni di massa dei migranti ambientali 23 MAFIE E ANTIMAFIE Per amore del mio popolo non tacerò contro la mafia 24 EDUCAZIONE In lentezza come anziani, bambini, malati, alberi e rocce 25 CINEMA Filosofia e cinema sono due arti del pensiero umano 26 LIBRI Stare con le vittime, non con i potenti 28 RELIGIONI Nonviolenza è una religione o pratica senza valore morale? 29 LETTERE La rivoluzione nonviolenza nel Kashmir è donna e rock 30 IL CALICE L’amico Georges Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, giugno 2013, anno 50 n. 594, fascicolo 431 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 5 giugno 2013 Tiratura in 1500 copie. In copertina: disegno di Mauro Biani

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editoriale In Turchia va in scena l’arte della nonviolenza di Mao Valpiana* Ci sono fotografie, immagini, istantanee, che entrano nella storia e nel nostro immaginario. Diventano icone, simboli di un’epoca, di eventi rivoluzionari. Penso a Gandhi immortalato mentre sulle coste dell’Oceano indiano, nel 1930, al termine della sua marcia, raccoglie un pugno di sale dando avvio alla campagna di disobbedienza civile; penso alla ragazza cecoslovacca che nel 1968 metteva i fiori nei fucili dei soldati russi occupanti; penso allo studente cinese in camicia bianca che nel 1989 in piazza Tienanmen fermò, da solo e disarmato, una colonna di carriarmati dell’esercito. Ora c’è una nuova foto da inserire nel pantheon: viene dalla Turchia del 2013, scattata in piazza Taksim, ad Istanbul, e ritrae un giovane artista, coreografo e ballerino, di nome Erdem Gunduz, fermo immobile, in silenzio, davanti alla polizia che vuole sgomberare la piazza dai giovani che difendono la libertà del loro paese dal governo autoritario di Erdogan. Gunduz ha dato avvio alla protesta nonviolenta e ha trovato subito sostenitori e seguaci che hanno seguito il suo esempio: stare fermi in piedi, per ore ed ore, in silenzio, a mani nude, senza nulla di minaccioso, con lo sguardo rivolto verso la grande foto di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia laica e moderna, issata sulla facciata del centro culturale Ataturk. La chiamano il “durandan”, la protesta dell’uomo in piedi, fermi e impassibili come alberi, come i seicento alberi di Gezi Park, il parco di Istanbul che un progetto di “riqualificazione” voleva abbattere per costruirvi un nuovo centro commerciale, e da cui la resistenza ecologista si è allargata ed estesa a protesta politica per chiedere le dimissioni del governo turco. Gandhi, che di queste cose se ne intendeva, diceva che la nonviolenza è un’arte, l’arte di vivere, e come tutte le arti per praticarla bisogna conoscerla, studiarla, esercitarsi, applicarsi, provare, migliorarsi, insistere. L’arte della nonviolenza, dunque. Ho trovato un bel commento del sociologo Marco Lombardi, che dice: “Manifestare il proprio dissenso stando in piedi, senza muo- vere un muscolo, né emettere un fiato. Sembra una contraddizione, eppure il non agire è una forma espressiva assolutamente vitale. Il binomio tra protesta ed immobilità non è peraltro inedito, si pensi alle forme di resistenza passiva nel sessantotto e, prima ancora, l’approccio nonviolento di Gandhi al cambiamento sociale. Eppure la contestazione “dell’uomo in piedi”, che sta diffondendosi in Turchia contro gli estremismi del regime di Ankara, ha una sua originalità. Ciò che le telecamere riprendono nelle strade e nelle piazze turche, infatti, è qualcosa di assimilabile ad una forma d’arte. Arte moderna, che meriterebbe un posto nella prossima Biennale di Venezia e chissà che non lo avrà. Quelle sagome umane, di sessi, età, stazze e portamenti diversi, singole o in gruppo, lanciano messaggi artistici mai uguali. Messaggi di libertà creati all’interno della cornice urbana. Non è un caso che questa forma di protesta sia stata ideata e messa in atto per primo da un coreografo, un professionista cioè della rappresentazione scenica di sentimenti ed emozioni. È facile prevedere che la forza pubblica dello Stato raderà al suolo queste opere d’arte viventi, ma non potrà mai cancellarne la traccia che hanno lasciato. In un mondo di freddi calcolatori, dove i numeri dell’economia sembrano spiegare tutto, forse sarà proprio l’arte a salvarci”. La protesta nonviolenta di Erdem Gunduz e dei giovani turchi, donne e uomini in piedi * direttore 3

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Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato Di Angela Dogliotti Marasso* Il sottotitolo già dice che cos’è il libro: uno sguardo sulla storia del Novecento dal punto di vista del mantenimento della pace, alla ricerca del “sangue risparmiato”. Un vero ribaltamento di prospettiva. Non il ridimensionamento della guerra nella storia, ma nemmeno l’accettazione acritica della sua presenza come fatto ineluttabile, pervasivo, periodizzante, “come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto tra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavorio umano, è quel lavorio stesso” (pag.14). Lavorio che non solo è essenziale vedere, ma al quale è importante dedicarsi. Anche con una ricerca come questa (Anna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Bari, 2013). Secondo una visione del mondo che non attribuisce alla violenza il primato nelle civiltà umane, perché, se così fosse, come scrive Gandhi, non ci sarebbe più un solo uomo vivo oggi.1 Nella sua ricerca su questa strada, Anna Bravo evidenzia due modelli, così semplificati: “la nonviolenza gandhiana, che non fugge il conflitto, non esclude il sangue, guarda lontano; la scelta di salvaguardare l’esistente – persone, rapporti, cose – nell’immediato, dandogli priorità sull’avvenire “ (228). Due opzioni che, pur non contrapponendosi, coincidono solo in parte, ma che, insieme, contribuiscono a costruire il racconto di una storia “invisibile”, da mettere in luce. “Sarei felice se questi racconti servissero a ribadire due preziose ovvietà: che fare qualcosa o non farlo dipende dai rapporti di forza, ma quasi altrettanto dalla forza interiore, e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato” (17). Il tema del “fare qualcosa” mi sembra il filo rosso che connette tutte le narrazioni e porta in primo piano il ruolo della soggettività nella storia, nella convinzione che “la storia non è il prodotto di forze impersonali, ma del fronteggiarsi fra natura, struttura, soggetti (e caso), dove i soggetti sono il fattore principe” (54). Siano essi i soldati che fraternizzano nelle trincee della Grande Guerra o gli abitanti dei due villaggi bulgari che proteggono i propri vicini appartenenti alla minoranza cristiana o turco-musulmana, dagli eserciti della propria parte, maggioritaria (capitolo secondo); oppure le donne che in Italia dopo l’8 settembre 1943 praticano un “maternage” di massa procurando abiti civili ai militari dispersi e ricercati dai tedeschi occupanti per spedirli nei campi di prigionia in Germania, o i contadini che nascondono nelle proprie case prigionieri alleati a rischio della vita (capitolo quarto); o ancora i resistenti civili danesi che riescono a far fuggire quasi tutti i “loro” ebrei, sottraendoli alla Shoah (capitolo quinto); o personaggi come il mite Rugova nella resistenza nonviolenta del Kosovo contro l’oppressione serba (capitolo sesto) o il Dalai Lama e i monaci buddisti nella lotta per liberare il Tibet dall’occupazione cinese (capitolo settimo). Il terzo capitolo, interamente dedicato a Gandhi, è una rilettura insieme appassionata e Illustrazione di copertina del libro di Anna Bravo. Foto di Mario Boccia, “Sarajevo, marzo 1996”. * del Movimento Nonviolento, Centro Sereno Regis di Torino 4 1 “Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere” in M.K.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, 1973 e 1996, pag.65

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la conta dei salvati Gandhi, il maestro del Satyagraha, in una illustrazione di Mauro Biani. A lui è dedicato il terzo capitolo del libro di Anna Bravo: “Gandhi resta il padre della nonviolenza moderna, che con lui si è spostata dal cielo delle religioni alla terra della politica, e il padre del sangue (indiando e britannico) risparmiato”. critica della figura e dell’operato del Mahatma come fondatore di una nuova politica, che sfugge alle regole del gioco fissate dai colonizzatori e ne inventa di nuove, che fanno della nonviolenza una rivoluzione spirituale, sociale, morale: fatti capire con il tuo stile di vita e il tuo linguaggio; non obbedire a leggi contrarie alla tua coscienza; rifiuta di umiliare l’avversario; dai alla controparte, con il tuo comportamento, il coraggio di cambiare… Liberando l’iniziativa e il coraggio dal vincolo della violenza, Gandhi ridefinisce così anche i modelli di genere, facendo incontrare “la virilità con la mitezza e l’energia combattiva con la femminilità” (62). Stupende le pagine nelle quali l’autrice racconta la lotta di Gandhi “contro l’India, per gli intoccabili”, nella quale egli cerca di rimuovere uno dei flagelli storici della società indiana, l’esistenza dell’intoccabilità, e quella“contro l’India, per l’unità”, lotta che culmina nel cosiddetto “miracolo di Calcutta”, l’accordo di pacificazione tra indù e musulmani, siglato pochi mesi prima dell’assassinio del Mahatma ad opera di un fondamentalista indù. Ma, sebbene il modo nel quale Gandhi ha condotto l’India alla conquista dell’indipendenza dall’Impero britannico abbia consentito di risparmiare molto sangue, sia indiano, sia inglese, Anna Bravo non nasconde i lati oscuri presenti anche nella nonviolenza gandhiana quando, anziché risparmiare il TA GL sangue Gandhi accetta non solo l’autosacriIA LE AL IA ficio fino alla morte (scelta estrema, e tuttaLL EA RM I! via in certi contesti comprensibile), ma anche la scelta del satyagrahi di versare il sangue inerme, come potrebbe essere quello del proprio figlio, per la causa. f35 Molti sarebbero ancora gli spunti e le riflessioni da riprendere. Mi limito a due: una in riferimento al caso danese, l’altra sull’esperienza del Kosovo. Cosa ha reso possibile, in Danimarca, il salvataggio di quasi tutti gli ebrei presenti nel paese, nonostante l’occupazione nazista?. Certo il fatto che la Danimarca fosse un paese con una democrazia matura e coesa, la presenza di un patriottismo costituzionale e l’adesione al primato dei diritti umani. Ma tutto ciò non sembra sufficiente. Anche qui va rilevata la presenza di una personalità origi- 5

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la conta dei salvati nale come quella del pastore luterano e pedagogista Nikolai Frederik Severin Grundtvig, che a metà ottocento è stato all’origine di un movimento culturale-politico-religioso capace di salvaguardare una cultura popolare autonoma e di concepire una comunità che non prevale sull’individuo ma ne stimola la consapevolezza e la responsabilità. Anche grazie a questa cultura i danesi sono stati capaci di resistere nel Nordschleswig sotto la Prussia, ricavandone due precisi insegnamenti: “il nazionalismo culturale può avere successo dove l’esercito ha fallito; la lotta senza armi deve essere onorata con fierezza come (o al posto di) quella armata”… .”È una valorizzazione pubblica della combattività nonviolenta e una strada per l’identificazione fra ebrei e danesi. Che con l’occupazione si trovano virtualmente senza territorio, minacciati nella loro esistenza autonoma, con la sola risorsa delle loro tradizioni e del loro spirito di gruppo. Massimo esempio di un popolo che ha mantenuto le sue culture, la sua religione, le sue lingue grazie a una millenaria resistenza inerme, gli ebrei sono la prova vivente e confortante che si può. Per questa via entrano a pieno titolo nel cerchio del noi”(145). È così che si salvano gli ebrei danesi e che la resistenza civile punta soprattutto a limitare la sofferenza della popolazione, a risparmiare quanto più sangue possibile. Anche verso il nemico: più che aggredirlo e distruggerlo si cerca di contagiarlo, di guardarlo come una “alterità composita e decifrabile, anziché come massa indifferenziata” (152). Si evitano le generalizzazioni e la polarizzazione, che incrementa la violenza del conflitto. Non stupisce che la soffiata che permette il salvataggio degli ebrei venga dal campo avverso, degli occupanti: Georg Ferdinand Duckwitz, del commissariato del Reich e Helmuth von Moltke, membro dell’intelligence militare ed esponente della resistenza tedesca. Sul Kosovo Anna Bravo mostra e valorizza ciò che la storia ufficiale non ha mai voluto, o non è stata capace, di vedere: la resistenza nonviolenta come alternativa alla guerra. Fin dal 1990, anno della riconciliazione contro le faide, promossa dall’antropologo Anton Cetta per convincere che solo il perdono può liberare dal peso del sangue e sviluppare una vera coesione, prende piede un movimento di resistenza che ha momenti di alto valore simbolico, come il “funerale della violenza” nel 1991, e culmina nell’organizzazione del governo e delle istituzioni parallele per rispondere alla “serbizzazione” del Kosovo. Solo i movimenti nonviolenti si accorgeranno di questi processi in atto e li sosterranno (Comunità di Sant’Egidio; Rete delle Donne in nero, Campagna Kosovo, presente con una Ambasciata di pace a Pristina aperta da Alberto e Anna Luisa L’Abate nel 1995): In questo contesto nasce la leadership di Rugova, il politico mite che non ama definire nemici i serbi e vittime i kosovari e punta più che sulla questione “etnica”sulla democrazia e sui diritti umani, su uno stato senza esercito e aperto a tutti. Nonostante la crisi della nonviolenza dopo gli accordi di Dayton, che non prevedono soluzioni per il Kosovo, le critiche di moderatismo a Rugova, lo sviluppo dell’UCK e l’emarginazione dell’ala nonviolenta a Rambouillet, che avrà come conseguenza la guerra, nelle elezioni del 2000 il partito di Rugova, l’LDK, conquista 26 municipi su 30 e l’anno dopo lo stesso Rugova è riconfermato presidente. Come si spiega questo successo? “Dietro la rinnovata fiducia a Rugova potrebbe esserci proprio l’estremismo con cui lungo 10 anni ha lavorato per un futuro senza sangue – disarticolando il trinomio armi-potenza-potere- ripetendo ai suoi che l’amore al Kosovo non si misura sull’odio per i serbi” (190) e che è necessario criticare anche il nazionalismo albanese. “Chi altri ha avuto il coraggio di dire lo stesso, di opporsi alla mortifera idea di nazione propagandata da UCK, Milosevic, Tudman, Izetbegovic?” (190) e andare oltre le identità nazionali, non erigere barriere tra “noi” e “loro”: forse il consenso dei kosovari a Rugova deriva proprio dall’aver capito che la pace può nascere solo dall’unità e dall’integrazione, nel rispetto delle differenze. Perché questa storia non era mai stata scritta (al di fuori dell’ambito ristretto dei movimenti nonviolenti)? Forse perché “un successo della nonviolenza avrebbe incrinato la visione del mondo (spesso sofferta, detestata, ma potente) secondo cui solo la violenza può contrastare la violenza. “(192) Potenza delle visioni del mondo! Finchè prevarranno quelle basate sulla logica della violenza, della lotta per la sopravvivenza e della competizione e non quelle basate sulla consapevolezza dell’interdipendenza e sulla necessaria unità del genere umano, nella salvaguardia delle differenze (Danesh)2, sarà difficile far crescere una vera cultura di pace. Per fortuna ci sono dei passi che vanno in quella direzione. 2 H.B.Danesh, Education for Peace Reader, EFP Press, Victoria, Canada 6

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seminario CORSO DI FORMAZIONE PER FORMATORI 3° TAPPA Strategia dell’azione nonviolenta: la Marcia, le Campagne, l’Assemblea Analisi e progettazione della nonviolenza in cammino 6 – 8 settembre 2013 Montevaso – Società Agricola Centro Studi Nonviolenza Strada Provinciale Montevaso, km. 17.500 - 56034 Chianni (Pi) Prosegue il percorso di formazione per formatori sull’azione diretta nonviolenta, avviato dal Mir con i corsi di Brescia nel 2012 e nel 2013. Nel terzo appuntamento, in collaborazione con il Movimento Nonviolento, si analizzerà in profondità la “marcia nonviolenta”, potente strumento di lotta nonviolenta collettiva. I formatori: Rocco Pompeo, Sergio Bergami, e Mao Valpiana, storici esponenti dei movimenti nonviolenti, promotori e protagonisti di importanti esperienze in Italia – come la campagna per l’obiezione di coscienza e la campagna per l’obiezione alla spese militari, molte marce antimilitariste nazionali e internazionali, così come l’edizione del 2000 e del 2011 della marcia Perugia -Assisi – e da anni impegnati nell’educazione alla nonviolenza. Destinatari sono tutte le persone interessate ad approfondire la propria preparazione di formatore alla nonviolenza ed in particolare all’azione diretta nonviolenta, ma anche chi è intenzionato a diventare formatore, purché si abbia una conoscenza di base sulla teoria della nonviolenza. Chi non ha frequentato i due appuntamenti precedenti, può partecipare ugualmente. Nei tre giorni si susseguiranno momenti di riflessione e analisi, attraverso testimonianze dirette e metodologie interattive, ad attività più pratiche ed esperienziali, giochi di ruolo e working group, per “rigiocare” con le condizioni di oggi quanto appreso dal passato. Il corso inizierà alle ore 16.00 del 6 settembre, e terminerà con il pranzo dell’8 settembre. Coordinatrice: Raffaella Mendolia. 6 settembre L’azione diretta nonviolenta ha il miglior successo quando e’ la fase di una campagna…. Che cos’è e come si costruisce una campagna nonviolenta? Un esempio di azione diretta nonviolenta: la marcia 7 settembre La marcia nonviolenta Quali sono le caratteristiche di una marcia nonviolenta, e come si sono realizzate nella pratica? La marcia nella storia dei movimenti nonviolenti italiani; analisi di esempi storici (Marcia Perugia – Assisi e marce antimilitariste nazionali e internazionali); valutazioni, elementi di forza e debolezza, risultati; Riconoscere una marcia nonviolenta da altri tipi di marce: gli obiettivi, gli attori in gioco, rischi e difficoltà 8 settembre L’attualità di questo strumento Perché la marcia oggi? Quali obiettivi a breve, medio e lungo periodo? Chi potrebbe parteciparvi? Come promuoverla? INFO ORGANIZZATIVE Corso e ospitalità saranno presso Montevaso – Società Agricola –Centro Studi Nonviolenza, Strada Provinciale Montevaso km. 17,500, 56034, Chianni (Pi). Costi costo del corso: 100 € comprensivi di vitto, alloggio, e materiali. Sarà possibile, per tutti i partecipanti che lo desiderano, abbonarsi alla rivista Azione nonviolenta al costo dell’abbonamento giovani di 20 € - anziché 32 €. [iscrizione al corso + abbonamento ad An 120 €]. Iscrizione: necessario iscriversi entro il 30 agosto. Per info e iscrizioni: Caterina Del Torto: serviziocivile@nonviolenti.org Sergio Bergami: serberg@libero.it Tel. 045 800 9803 - Casa per la Nonviolenza - Verona Programma: 7

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Il testamento di Don Andrea Gallo: Costituzione, nonviolenza, amore... A cura di Piergiorgio Barone e Laura Tussi* Don Gallo, come hai iniziato?… Inizialmente, come tanti genovesi, ero un marinaio; poi sono stato partigiano e a 20 anni ho incontrato Don Bosco, i ragazzi poveri e abbandonati. È Don bosco che mi ha convertito. Lui parla di Gesù Cristo, di Vangelo. È il suo messaggio che mi ha convertito. Ed a questo proposito, quando i cardinali mi chiamano perché vogliono parlarmi, vogliono avere un contatto con me, spesso mi trovo a dire: “Oh, Eminenza, lo sa lei che io ho incontrato Gesù!” E loro mi guardano come straniti. Io continuo: “Eh sì! Mi ha perfino dato il suo biglietto da visita. Lo vuole vedere, Eminenza? Lo guardi. Gesù ha detto: sono venuto solo per servire e non per essere servito”. Ed essi rimangono un po’ così… È dal 1949 che io ho una missione da compiere ed è quella che mi ha indicato un vecchio salesiano che aveva conosciuto Don Bosco, morto nel 1888. Parliamo ora della situazione politica italiana… Dire che sono indignato è poco. Siamo nel caos totale. I media, specialmente i giornali, dicono continuamente che bisogna costruire i rapporti umani, creare un tessuto nuovo, culturale, etico e civile. Ma tutti noi siamo stati investiti da un ventennio di “berlusconismo”. Siamo diventati schiavi della società dello spettacolo. Tutti stravaccati davanti al televisore, al punto tale che ci sentiamo obbligati a dire che tutto ci è dovuto. Non è vero niente: si deve ricominciare, ciascuno di noi deve fare singolarmente, per arrivare all’obiettivo del bene comune, dei cambiamenti strutturali. È necessario che ognuno si chieda cosa può fare personalmente nel proprio piccolo, nel proprio gruppo, nella propria famiglia, nel proprio condominio. Deve cominciare da qui la partecipazione, l’appartenenza alla famiglia umana; l’impegno per il proprio quartiere, per la città; per la regione e per il mondo intero. *È una delle ultime interviste rilasciate da don Gallo (Genova, 18 luglio 1928 – Genova, 22 maggio 2013), nel marzo 2013. Laura Tussi è docente di lettere e giornalista, si occupa di tematiche sociopedagogiche e storico-culturali. al Papa perché desse un segno come Chiesa. Non si può che definire tragedia quella di Nassirya, ed il contesto è di guerra aperta, non ‘missione di pace’. Il segnale che mi aspetterei dalla Chiesa è quello di prendere posizione nei confronti delle armi e togliere i cappellani militari dall’esercito. Altro che ‘missioni’! Un mese dopo Nassirya, l’Arcivescovo, l’Ordinario Militare, Arcivescovo col grado di Generale di Corpo d’Arma addiritura dichiara: “Cari soldati, l’Italia vi ringrazia per la vostra gloriosa presenza di missione di pace!”. Quando incontro i cappellani militari, che con una curiosità mi salutano, io chiedo sempre da dove vengano. La risposta è: da Aviano, dall’Afganistan, dall’Iran, dal Libano… Chiedo allora: “Cosa dite ai soldati quando vanno a tirare le bombe su tutto e su tutti? Cosa gli dite di Gesù?”. Rimangono così … basiti, senza risposta. E invece qual è l’alternativa? Tutti dobbiamo metterci in discussione. Io lo faccio continuamente. Se voglio bene alla mia gente, all’umanità, se voglio che le città siano più umane, più giuste, devono vivere nel rispetto e il mondo deve essere della e nella pace. Mi ricordo, a proposito di pace, un particolare che voglio narrare. Stavamo traducendo dal latino, insieme alla scrittrice Fernanda Ivano e a Fabrizio De Andrè, una enciclica di Papa Giovanni, Pacem in terris. Nel testo c’è un passaggio in cui si dice, nella traduzione della CEI, che chi pensa di Cosa ne pensi, da prete, della guerra? Voglio portare un esempio: per la tragedia di Nassirya, si voleva scrivere una lettera 8

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testimoni di pace portare la guerra con le armi, sappia che è ‘sconveniente’. Fernanda, da brava latinista, sbottò: “Ah, ma non sanno neanche tradurre in latino! Il testo di Papa Giovanni del 1962 va tradotto invece così: chi dice di portare la democrazia con le armi è pazzo”. Infatti, come volete che si traduca l’espressione latina alieno a ratione! La prima religione originaria, vecchia di milioni di anni, è la pace. Quindi bisogna operare una svolta epocale, quella della Nonviolenza. politica è uscire dai problemi tutti insieme, con una priorità: ripartire dagli ultimi”. È vero, a partire dagli ultimi. Ma guarda cosa succede stare con gli ultimi e partire dagli ultimi. Ricordo che un giorno un cardinale mi riceve e mi fa vedere una pila di fogli sul suo tavolo, tutte lettere: “Guarda cosa scrivono contro di te i fedeli - esordì il cardinale. Stare con le puttane e i ladri, fare cortei con i ragazzi, i centri sociali…” e continuava a gridare il cardinale. Ad un certo punto rispondo: “Eminenza, secondo lei, Gesù come si sarebbe comportato? Quali sarebbero stati i suoi “ultimi” da cui noi dovremmo ripartire, che dovremmo scegliere?”. E lui che era già stizzito mi fa: “Ah!, ma se la metti su questo piano…”. Mi chiedo: un cristiano come me su che piano la dovrebbe mettere… Don Milani dava la voce a tutti e a tutto: “Se non incontrate l’altro, incominciate dalla vostra famiglia…”. E certo a volte l’altro è sporco, a volte nervoso, a volte ammalato, a volte è… L’incontro con l’altro si può ancora fare tutte le volte che si vuole. Don Gallo, la nostra democrazia è in grave sofferenza… La certezza della democrazia è basata sulla Costituzione. Ed a proposito di Chiesa e Democrazie, voglio raccontarvi questo aneddoto. Una volta un cardinale mi disse: “Preghi?”. “Certo che prego, Eminenza. Quando mi rivolgo al Padre, ho una preghiera speciale. Se Lei mi dà il nulla osta, io la distribuisco”. E lui: “Intrigante!... Qual è, dunque, questa nuova preghiera?”. E io di rimando: “I primi 12 articoli della Costituzione… “. Molti hanno dimenticato il senso e il valore della democrazia che in Italia si è sostanziata attraverso la Costituzione. E quando penso alla mancanza di responsabilità di molti di noi, non posso non ricordare di aver conosciuto un padre costituente che a 39 anni era già diventato sottosegretario. Parlo dell’onorevole Giuseppe Dossetti, cattolico e dopo si farà prete, e diventerà vicario generale, poi monaco per tanti e tanti anni, povero con i poveri. Questo prete eroe ha girato tutta l’Italia e a chi negli anni 70 e negli anni 80 gli chiedeva cosa andasse a fare nelle varie città italiane, rispondeva: “Sto girando l’Italia per convincere i cittadini e le cittadine italiane ad istituire nuovi comitati in difesa della Costituzione”. Dovremo ancora ricordarci il senso dell’impegno civile dei partigiani, degli uomini della Resistenza da cui è nata la Repubblica. Parlaci della tua amicizia con Fabrizio De Andrè, un rapporto particolare… Per testimoniare del nostro, mio e di tutta la comunità, legame con De Andrè, voglio riportare la lettera che abbiamo inviato a sua moglie Dori, dopo la scomparsa di Fabrizio: “Canto con te e con tante ragazze e ragazzi della mia comunità. Quanti Geordie o Miché o Marinella o Bocca di Rosa vivono accanto a me, nella mia città di mare, che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e per chi ha fame. Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo. La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza. Abbiamo riscoperto tutta la tua antologia dell’Amore: una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà. Ma soprattutto il tuo ricordo e le tue canzoni ci stimolano ad andare avanti. Caro Faber, tu non ci sei più, ma restano i migranti, gli emarginati, i pregiudizi, i diversi. Restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza… La Comunità di San Benedetto ha aperto una porta nella città di Genova, e già nel 1971 ascoltavamo il tuo album Tutti morimmo a stento. E in comunità bussano tanti personaggi derelitti, abbandonati, puttane, tossicomani, impiccati, aspiranti suicidi, traviati, adolescenti... Caro Faber, tu parli all’uomo amando l’uomo, perché stringi la mano al cuore e risvegli il dubbio che Dio esiste. Grazie.” Approfondiamo il discorso della coscienza critica… Vorrei ribadire il primato della coscienza personale, premettendo quello che un grande pedagogista Paulo Freire, l’educatore degli oppressi, diceva: “Nessuno si libera da solo. Nessuno libera un altro. Ci si libera tutti insieme, con la partecipazione democratica e a volte bisogna fare dei passi indietro, a volte bisogna ascoltare e non andare controcorrente”. A don Lorenzo Milani io una volta chiesi cosa fosse la politica. “Oh bella! - mi rispose - la 9

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Dalla mia cella posso vedere il mare di Anselmo Palini* La straordinaria vicenda di un sacerdote bresciano, don Pierluigi Murgioni (foto), che rimase convinto della forza evangelica della nonviolenza nonostante i lunghi anni di carcere e le torture. Il Concilio Vaticano II e la Conferenza di Medellin, la teologia della liberazione e le comunità di base, la scelta dei poveri e la denuncia delle ingiustizie strutturali, la testimonianza evangelica e la persecuzione: tutto questo troviamo nella vicenda del bresciano don Pierluigi Murgioni. Ordinato sacerdote nel 1966 da Paolo VI, dopo un anno di servizio pastorale a Villaputzu, in Sardegna, la terra d’origine della sua famiglia, si recò per un anno in Spagna, a Madrid, sia per imparare la lingua, sia per frequentare dei corsi di preparazione in vista della missione in Uruguay, Paese cui era stato destinato. Nel Paese iberico conobbe i manganelli della polizia franchista e capì cosa significava vivere in uno Stato retto da una dittatura. Agli inizi di settembre del 1968 arriva in Uruguay, proprio mentre i vescovi latinoamericani nella loro Conferenza di Medellin fanno la scelta dei poveri. L’America latina che don Pierluigi trova al suo arrivo è una realtà passata in campo economico dalla sfera d’influenza inglese a quella statunitense. È una realtà caratterizzata dall’avvento di dittature militari sia nei piccoli Paesi, come l’Uruguay, sia nelle grande nazioni come il Brasile, e di lì a poco anche in Cile e in Argentina. Tutti questi colpi di stato avvengono con il diretto sostegno nordamericano: non si vuole che in America latina si affermino governi in contrasto con gli interessi economici statunitensi. L’Uruguay, da Svizzera d’America quale era considerato ancora alla metà del Novecento, era in breve sprofondato in una grave crisi economica e politica, con i militari sempre più padroni della situazione. Nel giugno 1968 il governo del presidente Pacheco proclama lo stato d’emergenza, annullando tutte le garanzie costituzionali e di fatto dando il via alla creazione di uno stato dittatoriale. Il 10 settembre 1968 don Murgioni giunge in Uruguay e inizia a svolgere il proprio servizio nella diocesi di Melo. Murgioni chiede di poter risiedere in un quartiere povero, il barrio santa Cruz, in una piccola casa presa in affitto; poi l’anno successivo accetta la proposta del vescovo di Melo, mons. Caceres, di trasferirsi a Treinta y Tres, la seconda città della diocesi, sprovvista di servizio pastorale. Con l’attività di evangelizzazione e promozione umana si pone di fatto in contrasto con la politica totalitaria e dittatoriale del governo. Ben presto don Pierluigi si coinvolge direttamente con le forze di opposizione, aiutando a procurare documenti falsi per permettere agli oppositori ricercati di sfuggire alla cattura e riparare all’estero. Poi un bel giorno gli arriva in canonica un guerrigliero ferito; necessita di cure e per questo, correndo grossissimi rischi, lo porta in Brasile in macchina, facendo oltre duecento chilometri. L’arresto e le torture. Il 2 maggio in una lettera ai propri genitori scrive: «Sto aspettando di giorno in giorno che mi vengano a prendere per interrogarmi. Naturalmente non mi perdoneranno le parole dure che tante volte ho detto contro le torture e le ingiustizie». E infatti, pochi giorni dopo, l’8 maggio 1972, don Pierluigi viene arrestato a Treinta y Tres, con l’accusa di far parte del movimento rivoluzionario dei Tupamaros. Nel dicembre 1972, mentre è detenuto in una cella del carcere di Punta Carretas, a Montevideo in Uruguay, don Pierluigi Murgioni scrive ai familiari una lettera piena di poesia ma anche di profonde riflessioni di fede: «Dalla mia cella posso vedere il mare; stasera c’è una luna piena stupenda, bassa sul mare, rossa, con fiocchi di nuvole davanti: tutto uno spettacolo. Sono piccole cose che ti aiutano a “essere fuori”. Mi hanno rassicurato sul vostro conto, siete forti. E non poteva essere diversamente: bisogna saper accettare tutto con semplicità, come è nella dolce e terribile logica del Vangelo. Dio è amore, morto e resuscitato, e perciò: «Benedetti i puri di cuore, benedetti i poveri, benedetti voi che piangete, benedetti i perseguitati, benedetti i costruttori di pace». L’affetto che in questo momento *Vive e lavora in provincia di Brescia. È docente di Materie Letterarie nella Scuola Superiore. Autore di scritti e libri sui temi della pace, dell’obiezione di coscienza, dei diritti umani e, più recentemente, delle problematiche connesse con i totalitarismi nel XX secolo. 10

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testimoni di pace non mi ritrova lì in carne ed ossa a riceverlo, riversatelo tutto sugli altri, sui poveri, sui perseguitati, sui deboli, sugli infermi che trovate lì ad ogni porta a cui bussiate». Dopo l’arresto viene sottoposto a due feroci sessioni di torture. Rimane rinchiuso in carcere per oltre cinque anni per la sola colpa di avere proposto con la parola e con l’esempio il messaggio evangelico di pace e di giustizia. Ma in un Paese, come l’Uruguay, retto da una dittatura militare, predicare il Vangelo significava essere considerato un pericoloso sovversivo. Per un certo periodo nel carcere di Punta Carretas è stato detenuto nello spesso piano in cui vi era l’attuale Presidente dell’Uruguay, José Mujica. Viene poi trasferito nel carcere di massima sicurezza di Libertad, un penitenziario costruito sopra alte colonne in modo da rendere impossibile qualsiasi tentativo di fuga. Nei lunghi anni trascorsi in carcere don Pierluigi è un punto di riferimento per gli altri detenuti: tutti ammirano la sua coerenza, la sua forza nel resistere ai soprusi, la sua dignità. Ha scritto al riguardo un suo compagno di prigionia, l’uruguayano Juan Baladàn Gadea, che pagò con tredici anni e mezzo di carcere la propria attività di opposizione politica alla dittatura: «In carcere ricordo la sua fedeltà: non aveva atteggiamenti ambigui. Si poteva sempre contare su di lui. Era un compagno che condivideva le nostre angosce, uno dei pochi preti profondamente ecumenici. Era l’amico di tutti, cattolici, protestanti o atei. Ma era anche intransigente con i nostri aguzzini. Non riuscirono mai a piegarlo». Mentre è in carcere si trova a riflettere anche sul senso del proprio essere sacerdote in una situazione di così radicali ingiustizie strutturali. Scrive in una lettera ad un amico: «Cerco di analizzare il senso del presbiterato e la sua forma storica presente. Mi scopro demoralizzato di fronte ad un futuro di inutile e troppo assorbente lotta “ad intra” (interna) al mondo ecclesiastico. Credo che il cristiano non abbia il diritto di perdere tempo in questo. Deve tutto il suo tempo al fratello che lo aspetta al margine della strada, al fratello ateo, al fratello affamato, al fratello che soffre, a tutti i fratelli che cercano in noi, uomini cristiani, compagni effettivi di marcia verso il futuro. Questo, tutto questo, mi fa star bene, mi rende ottimista». La liberazione e l’espulsione dall’Uruguay. Don Pierluigi viene rilasciato, dopo oltre cinque anni di prigionia, il 9 ottobre 1977 ed espulso dall’Uruguay. La Santa Sede e il Governo italiano si attivarono per la sua liberazione: Paolo VI, colui che aveva ordinato sacerdote don Pierluigi il 3 luglio 1966, intervenne personalmente con il Ministro degli esteri dell’Uruguay per sollecitare la liberazione del sacerdote bresciano; lo stesso fece anche Aldo Moro, su sollecitazione del parlamentare bresciano Franco Salvi. Nonostante i terribili anni trascorsi in prigionia, don Murgioni tornò in Italia ancora più convinto del fatto che quella del Vangelo e della nonviolenza fosse l’unica strada da percorrere. Riprende a svolgere il proprio servizio nella diocesi di Brescia. Negli ultimi mesi di vita si dedica alla traduzione in italiano del Diario di Oscar Romero: questo testo, pubblicato dall’editrice La Meridiana di Bari, presenta la prefazione di mons. Luigi Bettazzi, la postfazione di padre David Maria Turoldo e, appunto, la traduzione di Pierluigi Murgioni. Pierluigi Murgioni muore a Gaino, un paesino sul lago di Garda, dove è sepolto, il 2 novembre 1993, a soli cinquantun anni, a causa probabilmente di una lenta degenerazione degli organi più martoriati dalle torture subite in carcere. Per approfondire la vicenda di Pierluigi Murgioni vedi il libro di Anselmo Palini, Pierluigi Murgioni. “Dalla mia cella posso vedere il mare”, editrice Ave, Roma ottobre 2012, pp. 288, euro 14,00, prefazione di Domenico Sigalini. Questo volume rappresenta la continuazione ideale di un altro testo di Anselmo Palini, Oscar Romero. “Ho udito il grido del mio popolo” editrice Ave, Roma 2010, prefazione di Maurizio Chierici. 11

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La scuola italiana è in disfacimento L’importanza della sperimentazione È stato assegnato unitariamente ad Emma Castelnuovo e all’Ass. Le Dieci Lune il Premio Nesi 2013, il riconoscimento istituito dalla Fondazione Nesi di Livorno volto a valorizzare persone ed associazioni che si sono distinte per il loro impegno socio-educativo in ambito civile e sociale. Il Premio è stato assegnato ad Emma Castelnuovo per aver dedicato la sua vita e la sua intelligenza alla teoria e alla pratica dell’insegnamento attivo della matematica, come componente imprescindibile della formazione culturale del cittadino consapevole. Nata nel 1913, figlia di Guido Castelnuovo e nipote di Federigo Enriques, due matematici che agli inizi del Novecento si mossero ai massimi livelli della ricerca, e dedicarono tempo ed energie anche ai grandi temi dell’istruzione scolastica e universitaria. Laureatasi in matematica negli anni Trenta, ha cominciato a insegnare matematica nella scuola superiore per ebrei istituita a Roma durante il fascismo. Ha partecipato poi alla rischiosa avventura dell’Università clandestina per ebrei voluta a Roma da suo padre negli anni di vigenza delle leggi razziali. Terminata la guerra e reintegrata nel ruolo della scuola, ha insegnato fino al 1979 nella scuola media, da lei intesa come luogo integrale di formazione di futuri cittadini e cittadine, cui la matematica contribuisce grandemente. Con i suoi scritti di ricerca e divulgazione, e con i libri di testo per la scuola media, ha portato avanti, imprimendo loro nuovi e importanti sviluppi, le tesi di Federigo Enriques sull’insegnamento dinamico, ed ha profondamente rinnovato l’insegnamento della matematica, della geometria in particolare, elaborando un metodo che permette a tutti di conoscerla ed amarla. Ricordiamo che anche nell’ esperienza del Villaggio Scolastico di Corea si mosse una significativa iniziativa di innovazione didattica per l’insegnamento della matematica coordinata dal prof. Vittorio Checcucci. Don Nesi conosceva ed apprezzava l’opera di Emma Castelnuovo, anche tramite il comune amico e interlocutore Lucio Lombardo Radice e per il coinvolgimento in essa del Movimento Cooperazione Educativa. Emma Castelnuovo si è impegnata con continuità nella formazione e nell’aggiornamento degli insegnanti come nell’avvio e nel coordinamento di attività di sperimentazione: anche in collaborazione con il Movimento di Cooperazione Educativa ha consolidato corsi di aggiornamento matematico per gli insegnanti di ogni ordine di scuole, denominati Officina matematica di Emma Castelnuovo, che si svolgono ancora ogni anno. Anche per don Nesi l’aggiornamento degli insegnanti e la sperimentazione didattica costituiscono il nuovo orizzonte per l’attuazione della Scuola Media Unica e dell’Obbligo. Solo per citarne qualche suo riferimento: “La sperimentazione non può essere un fiore che la scuola italiana, che è in disfacimento, si mette all’occhiello: non può essere un alibi”. “Per una Scuola costituzionale di tutti e per tutti a monte è necessario un costante intervento per l’istruzione e l’aggiornamento degli operatori scolastici”. “In Corea essa (la sperimentazione didattica) è centro motore dell’aggiornamento e della preparazione degli operatori scolastici, in piena concordanza con tutto il progressivo movimento di integrazione nella realtà sociale’’. Ancora un legame tra la figura e l’ opera di Emma Castelnuovo e di don Alfredo Nesi, inoltre, emerge dal respiro mondiale del loro impegno “missionario”: Emma Castelnuovo ha svolto il suo lavoro educativo anche in Africa, ed in particolare in Niger, nella convinzione che l’educazione matematica sia parte integrante dell’emancipazione umana; con la stessa convinzione educativa don Nesi ha impegnato i suoi ultimi anni nella fondazione di un Villaggio socio-educativo nella favela di Jurema in Brasile. Insieme a Emma Castelnuovo per una lunga vita “impegnata’’ per l’educazione e l’emancipazione delle persone il Premio Nesi 2013 stato assegnato all’Associazione Le dieci Lune di Pisa per il suo impegno e la sua attenzione ad ogni nuova vita come portatrice di libertà. La Associazione, attiva dal 1990, è nata per iniziativa di Polina Zlotnik, che dopo l’esperienza della nascita del primo figlio con un parto medicalizzato decide di fare l’ostetrica abbandonando la facoltà di medicina ed im- 12

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premio nesi 2013 don Alfredo Nesi, con i ragazzi del quartiere Corea di Livorno, in una foto d’epoca. pegnandosi socialmente per il parto naturale. Le dieci Lune opera sul territorio pisano e livornese offrendo servizi di accompagnamento alla nascita, alla maternità e alla genitorialità nell’ottica del rispetto della fisiologia e del naturale svolgersi del venire al mondo. Se don Nesi ha sempre rivendicato con orgoglio la sua condizione di paternità che gli veniva dal suo essere parroco (l’appellativo che più gli si addiceva e che più richiedeva era quello di Padre) non da meno va sottolineata la centralità nelle sue riflessioni e nella sua opera di sacerdote del tema della natività e della maternità. Avrebbe accolto con interesse e partecipazione la messa a fuoco di una valenza educativa del momento procreativo e della neonatalità che in un qualche modo ha saputo sperimentare nella sua ultima esperienza nella favela in Brasile con la sottolineata attenzione al “Bercao’’ (Nido d’Infanzia) come attività e non solo come assistenza. Una nascita nonviolenta si carica pertanto di una forte valenza di emancipazione, innanzitutto per la donna, a cui viene restituito il ruolo di protagonista del suo vissuto di donna che dà alla luce, persona che ha diritto di essere informata adeguatamente e di scegliere con consapevolezza ogni aspetto dell’evento apicale della sua vita e della vita del nascente. Si evidenzia inoltre lo stretto legame tra il ben nasceree il ben vivere successivo, visto che il percorso di accompagnamento per i genitori non riguarda e non potrebbe riguardare solo il segmento del parto, ma investe in modo unitario e globale la vita dei genitori dall’attesa al puerperio, alla familiarizzazione con il nuovo nato, alle modalità di accudimento coerenti con la visione nonviolenta che ispira il lavoro di Polina Zlotnik. Senza porsi in contrapposizione con il sistema medico, l’Associazione si fa portatrice della critica all’ipertecnologizzazione della nascita, alla lentezza nell’accogliere le istanze di una nascita il più fisiologica possibile, alla tendenza a etichettare in modo patologizzante eventi, dal parto al babyblues, che sono vissuti con sofferenza dalle donne quando vengono lasciate sole. Anche per questo è da sottolineare che l’ Associazione Le dieci lune all’attività ostetrica e formativa accompagna il proprio lavoro di promozione culturale, mettendo in rete attraverso il sito, e pubblicando nel giornalino ed in volumi specifici le voci delle ostetriche, le esperienze sul campo e soprattutto i vissuti delle mamme. È opportuno, conclusivamente, evidenziare come attraverso tale impostazione e tali esperienze si assegni un ruolo educativo al momento della nascita, alle cure neonatali,ed alla genitorialità condivisa e consapevole. Importante e significativa, dunque, l’ opera di Le dieci Lune perché divengano sempre più diffusamente luogo di prevenzione educativa in vista di una società di pacifica convivenza. Il Premio – che nella sue due prime edizioni è stato assegnato a Suor Carolina Iavazzo e Riccardo Orioles – è istituito dalla Fondazione Nesi in memoria di Alfredo Nesi, il sacerdote toscano morto nel 2003 che ha dedicato la sua vita alla cura e alla formazione dei giovani, fondando nel 1962 il Villaggio scolastico di Corea nell’omonimo quartiere popolare di Livorno e, dal 1982, fornendo assistenza educativa e sanitaria nella periferia di Fortaleza in Brasile. La consegna del Premio Nesi 2013 è avvenuta il 31 maggio a Livorno. Per informazioni: Fondazione Nesi, tel/fax. 0586 424637 - cell. 328 8720306 - e-mail. fondazione@fondazionenesi.org - www.fondazionenesi.org 13

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La militarizzazione dell’Unione Europea tra pace democratica e sicurezza militare di Christine Schweitzer* Una lettera ad Azione nonviolenta per spiegare il motivo per cui la War Resisters’ International non ha sottoscritto il manifesto di Firenze contro il nucleare. A novembre dell’anno scorso, diverse associazioni pacifiste italiane si sono ritrovate a Firenze per creare un network antinucleare europeo (vedi Azione nonviolenta n. 11 del 2012 pag 8). Il loro manifesto mette in evidenza le connessioni tra uso civile e uso militare del nucleare. Alla WRI è stato chiesto di sottoscrivere tale campagna, ma il direttivo della WRI (di cui l’autrice è membra) ha deciso di non farlo. In questo articolo si cercherà di spiegare i motivi del diniego, pur essendo pienamente d’accordo con l’abolizione di tutti gli usi dell’energia atomica. Le nostre critiche fanno riferimento sostanzialmente a due punti: l’intenzione di utilizzare il “processo di Barcellona” come punto di riferimento della campagna, dichiarando: “riteniamo utile far leva anche con iniziative dal basso sul “processo di Barcellona” quando, con consenso unanime (non scontato) dei governi, stabilisce dal 1995 un orizzonte mediterraneo privo di armi di sterminio di massa”, il secondo punto è la dichiarazione al punto 5 del manifesto: “ Si tratterebbe di una Comunità dotata di poteri sovranazionali per quanto riguarda la terra, l’energia, l’acqua, l’aria, l’ambiente, la conoscenza, la sicurezza (nelle sue declinazioni essenziali: militare, energetica, alimentare, idrica, geologica, finanziaria)…” 1. Il fatto che l’Unione Europea sia diventata una zona in cui i conflitti tra stati non vengono più risolti ricorrendo alla guerra è un risultato probabilmente stimato come illusorio solo 80 anni fa, come illusoria è l’abolizione di tutte le armi di distruzione di massa al giorno d’oggi. In onore a questo raggiungimento, all’Unione Europea è stato assegnato l’anno scorso il Nobel per la Pace. Ma come ci sono sempre due lati della medaglia, così è anche per l’Unione Europea. Come prima cosa, “pace democratica” non significa pace all’interno degli stati membri, e con la cosiddetta crisi dell’euro c’è un reale pericolo di impoverimento, la quale può portare all’escalation dalla protesta violenta ad un completa guerra civile nei Paesi più fortemente colpiti dalla politica imposta da Bruxelles. Contemporaneamente, non significa “pace” per le migliaia di persone che ogni anno vengono espulse dagli stati comunitari, molti dei quali perdono la loro vita in seguito al controllo alle frontiere esterne messo in atto dall’agenzia europea Frontex, attraverso navi della marina, unità mobili ed in futuro anche attraverso controllo satellitare e l’uso dei droni. 2. Se si guarda all’implementazione delle politiche europee, vediamo da un lato un solido approccio civile all’implementazione, il quale ha fatto guadagnare all’Europa il soprannome di “donatore”, nel senso che mentre altri inviano i propri soldati, l’Ue fa più spesso donazioni in denaro. Molte iniziative di ONGs hanno tratto e traggono ancora vantaggio da questo, incluse le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, quelle che lavorano per la trasformazione dei conflitti o per la messa in sicurezza dei civili. Ma c’è anche un lato oscuro: l’Ue sta anche diventando, a suo modo, una potenza militare. A partire dalla Politica estera di sicurezza comune (Pesc), stabilita con il Trattato di Maastricht del 1992, poi con l’inclusione della Unione Europea Occidentale (UEO) nell’Unione europea nel 1997, l’Ue, un passo dopo l’altro, sta andando verso la militarizzazione. Prendendo avvio dal Consiglio europeo di Helsinki del 1999, è stata creata una forza di reazione rapida (ERRF) nella forma dei cosiddetti battlegroup europei. Secondo l’Unione Europea, questi battlegroup hanno raggiunto la piena capacità operativa nel 2007: * Tedesca, fa parte del direttivo della WRI; questo articolo rappresenta comunque solo la sua opinione e non è una dichiarazione ufficiale della WRI. L’autrice può essere contattata al seguente indirizzo cshweitzerFGK@ aol.com 14

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war resisters international L’Unione Europea è un attore globale, pronto ad impegnarsi per fare la propria parte per la sicurezza globale. Con l’introduzione del concetto di battlegroup, l’Ue dispone (di un ulteriore) strumento militare di reazione pronta e rapida quando necessario. Il concetto di battlegroup ha raggiunto la piena capacità operativa il primo gennaio 2007 e da questa data, nel rispondere ad una crisi, l’Ue sarà in grado di intraprendere due tipi di risposte di schieramento rapido di durata limitata, se così deciso dal Consiglio europeo, sia per operazioni indipendenti che come parte di un’operazione più ampia.1 Nel 2009 con il trattato di Lisbona2 è stata stabilita la Politica Comune di Sicurezza e Difesa (PESD), che tra le altre cose include l’azione militare su scala mondiale. Allo stesso tempo, e con il cambiamento attuato dagli Stati Uniti, focalizzando l’attenzione (militare) sull’Asia, l’Ue ha puntato non solo sul Medio Oriente ma anche sull’Africa – gli esiti (benchè non ufficialmente sotto guida europea) sono state le operazioni militari in Libia nel 2011 e in Mali quest’anno, primi esempi di come l’Ue sembra considerare il proprio ruolo come superpotenza militare per il futuro.3 Inoltre, da metà 2012, il Pacchetto di Difesa facilita sia la produzione di armamenti all’interno dell’Ue che l’esportazione in tutto il mondo4 3. La Dichiarazione di Barcellona parla di un Medio Oriente libero dalle armi di distruzione di massa, non di una “zona mediterranea” come scritto nel Manifesto di Firenze (“Le parti devono perseguire un mutuo ed effettivamente verificabile zona Mediorientale priva di armi di distruzione di massa, armamenti nucleari, chimici e batteriologici, e le rispettive strutture di stoccaggio”)5. Nulla è stato definito, trattandosi solo di una dichiarazione d’intenti. Mentre questa proposta di una zona mediorientale libera da armi di distruzio1 http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_ data/docs/pressdata/en/esdp/91624.pdf 2 http://eur-lex.europa.eu/JOHtml.do?uri=OJ:C:20 07:306:SOM:EN:HTML 3 Già nel 2003 l’Ue ha inviato la propria prima missione militare, l’operazione Artemis, a supporto della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUC), ed un’altra in Macedonia. 4 Un documento benfatto in tedesco: www.imi-online.de/download/eu2012_web.pdf 5 http://ec.europa.eu/research/iscp/pdf/ barcelona_declaration.pdf ne di massa è un obiettivo meritevole, al quale spesso fanno riferimento gli attivisti per la pace e la giustizia di quell’area geografica, è l’Unione europea stessa che ha al suo interno due membri che non vogliono essere privati delle proprie armi di distruzione di massa: Francia e Regno Unito. Al contrario, con sempre maggiori condivisioni di responsabilità in campo militare all’interno dell’Europa, le quali sono rafforzate dalla crisi finanziaria, c’è un reale pericolo che Ue di per sé possa diventare una potenza nucleare. Per quanto riguarda il Medio Oriente, come un recente rapporto congiunto di 22 organizzazioni umanitarie documenta, mentre l’Unione europea ufficialmente critica Israele per l’occupazione illegale dei territori palestinesi, importa 15 volte più merci da questi insediamenti illegali rispetto a quelle importate dai territori palestinesi.6 Cosa consegue da queste osservazioni? Questo articolo non argomenta in favore di un rigetto totale di tutto ciò che ha a che fare con o che si riferisce in modo positivo all’Unione europea. Piuttosto, c’è un bisogno di accompagnare in modo critico le politiche europee. Però, per come la militarizzazione dell’Unione europea si presenta adesso, noi pensiamo che ogni campagna che faccia riferimento all’Unione europea, al processo di Barcellona o alla Politica di sicurezza europea debba indirizzare la questione sulla sua militarizzazione. Noi crediamo che un semplicistico riferimento positivo all’Ue sia fuorviante. Come associazione internazionale pacifista e antimilitarista, la WRI non intende supportare e non vuole sottoscrivere appelli che si rifanno allo stabilimento e al mantenimento di una forza militare, e neppure accetteremmo un discorso rispetto alla “sicurezza militare” come nient’altro che una contraddizione in termini. Detto ciò, noi supportiamo pienamente gli obiettivi del manifesto fiorentino contro il nucleare e cercheremo di cooperare alle attività che ne seguiranno. 6 “Trading Away Peace: How Europe helps sustain illegal Israeli settlements” (Il commercio lontano dalla pace: Come gli aiuti dell’Unione Europea sostengono gli insediamenti illegali israeliani) versione in inglese: www.fidh.org/Trading-AwayPeace-How-Europe-12343 15

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