Azione nonviolenta - settembre, ottobre 2015 anno 52, n. 611

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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La Grande Guerra Fondata da Aldo Capitini nel 1964 settembre - ottobre 2015 a n g o menz Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 52, n. 611 | contributo € 5,00

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Fondata da Aldo Capitini nel 1964 settembre - ottobre 2015 3 4 7 8 Elogio del disertore Bisogna disertare ancora Pasquale Pugliese Biani alla 7 a 26 Violenze in Turchia, medio Oriente e nord Africa 27 I treni della fratellanza Roberto “Nik” Albanese 32 Tregua di Natale del 1914 Giorgio Giannini 36 Obiettori all’inutile strage Sergio Albesano 38 Maestri di pace Centro redazionale del Litorale romano 39 Ci hanno raccontato menzogne 41 LA PICCOLA PACE NELLA GRANDE GUERRA 42 SCRIVERE STORIE RIPENSANDO LA GRANDE GUERRA 44 RACCONTARE LA GUERRA SENZA RETORICA NÉ NOZIONISMO La vasta opposizione popolare Ercole Ongaro 12 La “meglio gioventù” del 1915 Marco Marzi 16 La follia della guerra Francesca Campani 20 Il Servizio Civile Internazionale Daniele Lugli 23 Nonviolenza o barbarie 24 100 anni dopo: basta guerre! Un’altra difesa è possibile Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (vignetta). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Angela Argentieri, Daniele Quilli, Daniele Taurino, Elena Grosu, Giulia Sparapani, Ilaria Ambruoso, Mattia Scaccia, Roberto Cassina, Sara Colacicco Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, settembreottobre, anno 52 n. 611, fascicolo 446 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 20 ottobre 2015 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Charlie Chaplin nel film Charlot soldato (Shoulder Arms) Le immagini: Tratte da archivi pubblici sulla prima guerra Mondiale

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L’editoriale di Mao Valpiana Elogio del disertore Per un secolo la storia ufficiale ci ha raccontato degli eventi accaduti in Italia tra il 1915 e il 1918, come di un’epopea vittoriosa per l’unificazione del Paese. Una storia di eroi, di gloriose battaglie, di amor patrio, di riconquista delle nostre terre, di cacciata dell’invasor ... La retorica fascista è entrata nei libri scolastici, nei documentari, nelle canzoni patriottiche, nelle raffigurazioni, nei monumenti, nell’immaginario collettivo. Nel 1921 l’Altare della Patria ospita le spoglie del “milite ignoto” e la prima guerra mondiale diviene definitivamente una celebrazione dell’Italia unita e della sua libertà. Ma questa enorme mistificazione, questa grande menzogna, ha i suoi oppositori, instancabili ricercatori della verità storica: dal Papa Benedetto XV che ha il coraggio di definirla “inutile strage”, al romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’altipiano”, alle canzoni popolari come “O Gorizia tu sia maledetta”, ai film come “Uomini contro” di Francesco Rosi. Ora, finalmente, in occasione del centenario di quegli anni, stanno emergendo libri, ricostruzioni storiche, documenti, che raccontano la verità, le sofferenze, i massacri, le aberrazioni di quella guerra, come di tutte le guerre. In ogni città abbiamo ancora vie o piazze dedicate ad un assassino come fu il generale Luigi Cadorna: una vergogna che deve essere cancellata, per ridare onore e dignità ai tanti soldati che furono mandati al massacro, fucilati, e sprezzantemente definiti “vigliacchi disertori”. Erano invece la meglio gioventù che aveva ben capito che “il nemico era alle spalle” e cercavano solo di salvare la vita. Vogliamo dedicare a tutti quei “disertori” questo numero di Azione nonviolenta, e lo facciamo raccontando una piccola ma significativa storia avvenuta il primo luglio del 1916 nel paesino di montagna Cercivento, in Carnia, dove c’è un cippo che onora un disertore. L’alpino Silvio Gaetano Ortis, venne fucilato proprio lì, dietro al piccolo cimitero. Era un ragazzo dell’8° Reggimento, 109.ma Compagnia. Condannato a morte per rivolta e diserzione. Quando al plotone giunse l’ordine di attaccare le postazioni austriache sul monte Sono loro i veri eroi Cellon in pieno giorno, uscendo allo scoperto per un lento e difficile tragitto sotto il tiro delle mitragliatrici, Ortis si fece portavoce dei suoi ragazzi e pronunciò il suo Signornò. Era un suicidio, Ortis lo ripetè al capitano: bastava attendere la notte, spiegò, e le nebbie che in quelle sere salivano ad abbracciare la montagna avrebbero protetto gli attaccanti. Ma il capitano Cioffi, il cui mito era il generale Cadorna, il grande macellaio, decise di passare subito alla fucilazione «per dare l’esempio». La cima del Cellon fu espugnata da un’altra compagnia, ma l’attacco avvenne di notte, protetti dalle nebbie, proprio come suggerivano i disertori fucilati. Con il giovane Ortis morirono altri tre alpini. Ma in paese questa storia non viene dimenticata. Il giornalista Alvise Fontanella, sul Gazzettino di qualche settimana fa, ci racconta il seguito: “Quando la famiglia chiede di poter seppellire degnamente i resti di Silvio, le autorità militari proibiscono che suonino le campane e vietano la cerimonia ai non familiari (…) Nel marzo 1990 il pronipote dell’alpino Ortis inoltrò alla Corte militare d’appello istanza di riabilitazione del suo parente, fucilato 74 anni prima, allegando documenti raccolti in un lavoro ventennale. La risposta, da Roma, fu sublime: «Istanza inammissibile, manca la firma dell’interessato». Ci riprovò il ministro della Difesa nel 2010, ma la giustizia militare, 94 anni dopo i fatti, bastonò anche il ministro: «Le testimonianze non sono verbalizzate dall’autorità giudiziaria». I protagonisti devono risorgere dai morti per firmare il verbale”. Oggi a Cercivento si è costituito un comitato per la riabilitazione di Ortis e degli altri alpini. La Provincia di Udine ha indirizzato un appello direttamente al presidente della Repubblica. Noi ci uniamo affinchè un secolo dopo si riconosca chi era davvero un eroe che salvò l’intera Compagnia da un massacro certo. E ci auguriamo che le autorità militari si inginocchino a quel cippo per chiedere perdono a nome di tutta Italia. D I R E T T O R E Azione nonviolenta | 3

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Bisogna disertare ancora come e più di cent’anni fa scinato in quella e nelle successive guerre - che sempre di più hanno colpito e colpiscono direttamente i civili - che è necessario ribadire che chi ha ubbidito alla logica dell’uccidere o morire è stato costretto a disertare l’umanità propria e altrui. Mentre chi ha disertato questa logica ha costituito un esempio che non è solo necessario ricordare, ma soprattutto attualizzare. Ricordiamola ancora una volta questa “grande guerra”, che fu chiamata così non solo per la sua dimensione intercontinentale ma soprattutto per la potenza distruttiva messa in campo su larga scala da tutti gli eserciti. Quei 4 anni di guerra provocarono la repentina riconversione delle moderne invenzioni tecniche in strumenti bellici, finalizzati al terrore di massa. Le nuove fabbriche fordiste subirono una riconversione al contrario, piegate al servizio delle armi chimiche, dei carri armati, degli aerei da combattimento, dei sottomarini da guerra, moltiplicando la produzione in tutti i settori. La conversione di chimica, meccanica e aeronautica in tecnologia bellica industria- di Pasquale Pugliese* C’è una retorica vischiosa che circonda il Centenario dell’ingresso del nostro Paese nella “grande guerra”, la quale - pur lontana dalla narrazione nazionalista di un tempo - continua a considerare “servitori della Patria” coloro che furono uccisi in guerra e “codardi” quello che cercarono di “sottrarsi al proprio dovere”, coloro che disertarono. Eppure, cento anni sono sufficienti affinché, almeno in riferimento alla prima guerra mondiale, la storiografia cominci ad occuparsi di quella che la storica Anna Bravo chiama la “genealogia del sangue risparmiato”. Che inizia, secondo l’autrice de “La conta dei salvati”, proprio “con quei soldati della Grande Guerra che si accordavano con il nemico per salvare la propria vita, e la sua, grazie all’autolimitazione della distruttività”, ma che sicuramente possiamo estendere anche ai renitenti, ai disobbedienti, agli obiettori di coscienza, insomma a tutti coloro che rispetto all’avventura bellica del proprio Paese espressero il proprio personale “NO alla Grande guerra”, per citare il titolo dell’importante libro di Ercole Ongaro. Si tratta di ribaltare il paradigma che finora ha indicato ad eroi quella “turba di muli e di vigliacchi, trascinata per la gola agitandole alle spalle gli spettri della polizia militare e dei plotoni di esecuzione”, ai quali – come scrivevano Forcella e Monticone nella loro ricerca degli anni ‘70 sui processi della prima guerra mondiale Plotone di esecuzione - “la qualifica di eroi e di trionfatori gliela aveva però attribuita la minoranza nei monumenti, nelle lapidi e nelle motivazioni delle medaglie al valore senza chiedere il permesso agli interessati.” È anche per loro, per chi è stato tra- * Segretario nazionale del Movimento Nonviolento e curatore di questo numero monografico di Azione nonviolenta 4 | settembre - ottobre 2015

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le, diede l’avvio a quel perverso “complesso militare-industriale”, il cui sviluppo da allora non si è più arrestato ed ancora nel 2014 – dopo cento anni di guerre - è costato all’umanità qualcosa come 1800 miliardi di dollari, sacrificati sull’altare delle spese militari (dati SIPRI). Insomma, con 60 milioni di combattenti e 16 milioni di morti, di cui 7 milioni di civili, la guerra diventò, per la prima volta, di massa e totale, impostando e ipotecando il futuro tragico del ‘900 fino ai nostri giorni. L’Italia non volle sottrarsi dal partecipare al massacro e il 24 maggio del 1914, in seguito ad un colpo di mano antidemocratico, il governo italiano di Antonio Salandra, in combutta con il re Vittorio Emanuele III, dichiarò guerra all’Austria. Nelle settimane precedenti, senza informare il Parlamento – in larga maggioranza contrario alla guerra, così come il Paese – e ribaltando l’impegno neutralista assunto solennemente nell’agosto dell’anno precedente, aveva segretamente stretto alleanza con la Triplice Intesa in funzione anti austriaca. È l’inizio del tributo italiano alla “inutile strage” (papa Benedetto XV). Tra gli italiani le vittime, militari e civili, furono 1.240.000, cioè il 3,4 % della popolazione, in grandissima parte appartenente ai poveri ceti popolari. Tuttavia, dei 5 milioni e 200mila italiani che furono chiamati alla guerra, e ne compren- devano la follia, 470mila, ossia il 15%, furono denunciati per renitenza e 100mila disertarono. Molti di questi furono direttamente passati per le armi dai propri ufficiali attraverso la decimazione di interi reparti: l’uccisione casuale di un soldato ogni dieci per combattere gli ammutinamenti delle truppe. Nella guerra, che dispiegherà le sue ali di morte fino al 1918, gettando i presupposti generatori di fascismo e nazismo – a partire dalla decretazione d’emergenza che in Italia introdusse l’internamento per i “disfattisti” e arrivò a comminare fino a 5 anni di carcere a chi “deprimesse lo spirito pubblico recando pregiudizio agli interessi connessi con la guerra” - c’è un’evoluzione strategica definitiva: per la prima volta vennero utilizzati tutti i mezzi di distruzione di massa che erano stati sviluppati dalla rivoluzione industriale, senza limiti. I corpi delle persone vennero considerati meri mezzi per raggiungere fini di potenza, vera e propria carne da macello. Nei piani degli Stati maggiori sia il proprio esercito che quello avversario divennero una massa di “materiale umano che andava annientato con le macchine” (E. Krippendorf, Lo Stato e la guerra), al punto che nelle sue note di guerra il generale Cadorna – ribattezzato, non a caso, “il macellaio” - scriveva “le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini” ... Azione nonviolenta | 5

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Una follia, all’interno della quale i soli barlumi di lucidità possono essere rintracciati - tra il 1914 e il 1918 – proprio nelle renitenze e nelle diserzioni dei molti giovani che si rifiutarono di andare a morire ed uccidere nelle trincee d’Europa (come i diciottenni reggiani Mario Baricchi e Fermo Angioletti, uccisi dall’esercito in piazza), negli ammutinamenti e nelle insubordinazioni di massa dei soldati stanchi di essere mandati al macello dai propri superiori (come narra la migliore filmografia di guerra, da “Orizzonti di gloria” di Kubrik a “Uomini contro” di Rosi, al più recente “Torneranno i prati” di Olmi ), nelle tregue spontanee dal basso, come quella che fu realizzata dai soldati lungo tutto il fronte occidentale intorno al Natale del 1914, con l’intonazione di canti di pace nelle diverse lingue e scambi di poveri doni tra le due trincee, per non dimenticarsi della propria umanità. Tutte azioni di disarmo personale, di disubbidienza diffusa e obiezione popolare alla logica della guerra. Azioni compiute da uomini, allora perseguitati oggi dimenticati o denigrati, per i quali non ci sono cippi né monumenti. Eppure sono loro gli unici eroi “di guerra” che meritano oggi di essere indicati ad esempio e monito per le attuali e future generazioni. Oggi – esattamente un secolo dopo la prima guerra mondiale, a settanta anni dalla conclusio- ne della seconda, a venticinque anni dall’abbattimento del muro di Berlino con il quale terminava la guerra fredda - ci troviamo incredibilmente immersi nella “terza guerra mondiale diffusa” (come definisce la situazione attuale papa Francesco) alimentata da una furiosa corsa agli armamenti che non provoca più la guerra solo come “continuazione della politica con altri mezzi” (von Clausewitz), ma la promuove come unico mezzo di politica internazionale a disposizione dei governi e dei gruppi di potere per affrontare o, sempre più spesso, creare i conflitti armati. Una guerra generalizzata di tutti contro tutti, che produce terrore e terrorismi, alimenta esodi biblici di popoli in fuga, alza muri, fili spinati e cavalli di frisia tra i confini, anche in quello stesso cuore d’Europa che pare non abbia appreso nulla da un secolo di guerre mondiali. In questo scenario - nel quale sembra non esserci alcuna alternativa alla follia delle guerre ed al potenziamento internazionale dello strumento militare - occorre ancora obiettare alla retorica bellicista ed al mestiere delle armi, non arruolare le menti alla logica del nemico e promuovere il disarmo culturale e militare. Disertare ancora quelle che Karl Kraus ne “Gli ultimi giorni dell’umanità” ha chiamato “le sacre nozze tra Stupidità e Potenza”, che ancora oggi continuano ad essere tragicamente celebrate ad ogni latitudine del pianeta. 6 | settembre - ottobre 2015

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Biani alla 7a

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La vasta opposizione popolare alla “grande guerra” dei potenti Manifestazioni di piazza e scioperi Le manifestazioni popolari cominciarono nell’autunno 1916 innescate dall’accrescersi delle difficoltà quotidiane: l’aumento costante del costo della vita, la scarsità di generi di prima necessità, la fatica di accollarsi un supplemento di lavoro per l’assenza di familiari in grigioverde, il dolore per i propri caduti. La propaganda “sovversiva” di socialisti-sindacalisti-anarchici e la predicazione pacifista dei cattolici - più esplicita quella dei primi, più sommessa quella dei secondi - avevano tenuto accese le braci sotto la cenere: dal 1° dicembre 1916 al 15 aprile 1917 avvennero 500 manifestazioni di protesta. Ebbero risonanza a livello nazionale le manifestazioni che precedettero e accompagnarono il 1° maggio 1917 nell’area milanese. L’agitazione non ebbe come protagoniste soltanto le donne dei paesi agricoli; secondo Rosalia Mucci, trovò rapida adesione anche tra le donne delle fabbriche milanesi, che bloccarono l’attività di diversi stabilimenti ausiliari, dando un carattere ancora più politico alla protesta. Una spia dell’allarme suscitato dalla protesta si trova nella lettera che il 3 maggio l’on. Filippo Turati scrisse ad Anna Kuliscioff: “Sono soprattutto donne, che però sono furie. Vogliono far cessare la guerra subito: rivogliono i loro uomini. [...] Contro gli operai del bracciale, che fanno le munizioni, sono furibonde”. Quanto era avvenuto a Milano e dintorni a fine aprile e inizio maggio si ripeté in misura molto più violenta a Torino e dintorni nella seconda metà di agosto: con la differenza che a Torino le forze politiche sovversive fomentarono e in parte pilotarono la rivolta. La rivolta di Torino ebbe al suo sorgere una causa economica (mancanza di pane), ma si sviluppò assumendo un marcato carattere politico di protesta contro la guerra e di spinta ad accelerarne la fine. A seguito di duri scontri tra forze dell’ordine e dimostranti persero la vita una cinquantina di persone, duecento rimasero ferite. Alcuni dirigenti sindacali e politici, tra cui il direttore del quotidiano socialista “Avanti!”, furono condannati a pene dai tre ai sei anni. Le agitazioni della classe operaia durante l’anno di Ercole Ongaro* In Italia il NO alla guerra affondava le radici nella cultura e nella lotta antimilitarista che a inizio Novecento aveva trovato nuovo vigore attraverso l’impegno di minoranze socialiste, sindacaliste, repubblicane, anarchiche. La guerra non ha mai goduto il favore della popolazione, che tradizionalmente ne ha pagato il costo maggiore in termini di distruzione, di angherie, di lutti. La guerra era una disgrazia, dalla quale si pregava di essere liberati; già la chiamata al servizio militare era percepita come un sacrificio molto duro per una vita familiare, per lo più legata al lavoro agricolo, che era caratterizzata da grandi difficoltà di sostentamento. L’antimilitarismo popolare affondava le sue radici non in ragioni ideologiche, ma in un fondo istintivo di autoconservazione e di rispetto per la vita dell’altro e nell’esperienza storica che faceva sentire la guerra come una sventura da scongiurare. Dopo la decisione del governo di portare l’Italia in guerra prevaricando la volontà del Parlamento e della maggioranza della popolazione, il No alla guerra dei gruppi antimilitaristi fece man mano fermentare l’opposizione che nasceva da una guerra promessa come breve e di cui invece nell’autunno 1916, dopo un anno e mezzo di lutti e privazioni, non si intravedeva la fine. Il governo e il Comando Supremo dell’esercito avevano adottato gravi provvedimenti per prevenire e reprimere ogni dissenso contro la guerra. La maggioranza della popolazione si era quindi silenziosamente adeguata: la deterrenza dei provvedimenti del governo aveva funzionato. Tuttavia sul finire del 1916 il malessere era tale da non poter essere ulteriormente autocensurato. *Direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Saggista, autore, tra l’altro, del libro “Resistenza nonviolenta 1943-1945”. 8 | settembre - ottobre 2015

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successivo furono numerosissime, ma non mancarono neppure quelle della popolazione, delle donne e dei ragazzi, anche se con minore intensità rispetto al 1917. All’origine della protesta furono prevalentemente ragioni economiche; ma nella spinta a scioperare per ragioni economiche era per lo più implicita anche la contestazione alla guerra: essendo reato ogni protesta antibellica, si ripiegava sulla lotta nelle fabbriche che era ammessa dalla legge. In particolare era evidente la valenza antibellica della protesta operaia quando questa avveniva in una fabbrica la cui produzione era collegata alle attività dell’esercito. L’importanza e il valore di simile fermento si possono cogliere pienamente considerando che con il decreto Sacchi dell’ottobre 1917 forze dell’ordine e magistratura avevano la possibilità di colpire ogni forma di dissenso rispetto alla guerra. I canti antipatriottici I canti o stornelli definiti “antipatriottici” erano un genere particolare di comunicazione, tendente all’insulto per le autorità responsabili della guerra e della sua conduzione o per altre figure istituzionali dell’apparato bellico. Fungevano da valvola di sfogo della rabbia popolare, attraverso l’irrisione dei potenti. Carabinieri e magistratura cominciarono a interessarsi al fenomeno dei canti antipatriottici all’inizio del 1917: numerosissimi gli arresti e le condanne soprattutto di giovani uomini e donne sorpresi a cantare. Le canzoni dei soldati davano espressione alla loro deprecazione della guerra per il corredo di dolore e di tragedia che l’accompagna. L’invettiva era sempre contro la guerra come massacro e contro chi l’aveva voluta ma non l’aveva patita. Il prototipo della canzone-invettiva rimane O Gorizia tu sei maledetta! che rievoca l’ecatombe che costò la presa di Gorizia: oltre 50.000 vittime da parte italiana e poco di meno da parte austriaca. Renitenza e diserzione Secondo i dati ufficiali del Ministero della Guerra le denunce per renitenza furono circa 470.000, di cui però 370.000 relative a emigrati residenti all’estero che non avevano aderito al dovere di ritornare in patria per combattere; quindi la cifra effettiva dei renitenti sarebbe riducibile a 100.000. Le denunce a carico di disertori furono invece 189.425, di cui 162.563 effettivamente processati. I condannati furono 101.665 (62,6% dei processati), in grande maggioranza disertori non in presenza del nemico, quindi allontanatisi da reparti non in prima linea; infatti soltanto 6.355 furono i condannati in quanto disertori da reparti in prima linea (diserzione in presenza del nemico) e 2.022 i condannati per diserzione con passaggio al nemico. Secondo Alberto Monticone, la diserzione fu il reato che maggiormente impressionò il Comando Supremo, non soltanto per la sua consistenza numerica complessiva, Azione nonviolenta | 9

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bensì anche per il crescere progressivo dei casi. Nell’estate 1917, per arrestare l’emorragia di contingenti militari nel momento in cui si stava attuando il maggior sforzo offensivo sul Carso, il Comando Supremo emanò nuove sanzioni per colpire il dilagare delle diserzioni: con un bando del 14 agosto la pena di morte fu estesa al militare che disertava da reparti in procinto di partire per la prima linea e al militare di un reparto di prima linea che, allontanatosi per servizio o per licenza, non vi facesse ritorno senza giustificato motivo entro le 24 ore successive al termine stabilito. Le condanne a morte per diserzione furono 3.495, di cui 391 eseguite; quelle all’ergastolo 15.096. Ma Bruna Bianchi, autrice di numerosi saggi sull’opposizione dei soldati alla guerra, ritiene che il numero delle condanne a morte sia stato superiore e che, nonostante la maggior durata della guerra e il maggior numero di uomini mobilitati, negli altri Paesi occidentali la giustizia militare non raggiunse i livelli di repressione toccati in Italia. L’autolesionismo Un altro espediente per mettere fine alla propria partecipazione alla guerra fu trovato nel procurarsi volontariamente una ferita, che valesse ad allontanare il soldato dall’inferno della prima linea. Ma i medici militari avevano ordini precisi per essere meticolosi nello smascherare i simulatori non solo di una malattia ma anche di ferite auto-procurate. Su oltre 15.000 denunce, le condanne furono circa diecimila. Per dissuadere dal compiere il reato, la pena del carcere inferiore a 7 anni veniva sospesa e il condannato veniva rimandato in prima linea, se la menomazione lo consentiva. Le forme più frequenti furono: mutilazione o ferita con arma da fuoco ottenuta sparandosi a una mano o a un piede, cui era stato sovrapposto un pane così da mascherare lo sparo a bruciapelo; perdita dell’udito introducendo nella cavità dell’orecchio sostanze caustiche o perforando il timpano con ferri acuminati; ustioni ottenute attraverso sostanze chimiche; dermatiti provocate con sostanze varie; ascessi provocati da iniezioni di petrolio, benzina, liquidi variamente infettati. Le condanne variarono da pochi anni di carcere alla pena di morte. La follia A chi non aveva il coraggio di disertare o di mutilarsi o non trovava più la forza di sopportare lo stress, l’angoscia, la paura, poteva accadere di imboccare la strada della follia. Su questo contorto e doloroso percorso si sono incamminati 40.000 soldati italiani. Per affrontare questo fenomeno che andava assumendo dimensioni di massa, si dovette mobilitare un contingente straordinario di medici e psichiatri: si decise di apprestare un servizio neuropsichiatrico specifico, con lo scopo non tanto di segregare come nel passato i pazienti, ma di curarne celermente le ferite psichiche così da renderli nuovamente idonei a riprendere il loro posto al fronte. La guerra scaricava nelle strutture psichiatriche un “esercito” di sofferenti, di sconfitti feriti nell’animo, pietre di scarto. Il loro essere lì era la prova della loro estraneità alla guerra, della loro muta, inespressa, opposizione. Nella prima fase della guerra gli psichiatri erano convinti che all’origine dei disturbi mentali e comportamentali dei ricoverati ci fosse una predisposizione: pertanto andavano alla ricerca di componenti ereditarie. Successivamente si arresero a considerare l’alienazione mentale di chi giungeva dal fronte come vera e propria “nevrosi di guerra”, conseguenza degli shock subiti: nella guerra andava riconosciuta la causa scatenante della malattia mentale. Le fraternizzazioni al fronte Episodi di fraternizzazione con il nemico erano avvenuti già sui fronti europei dal dicembre 1914: le trincee correvano parallele, l’una a poche decine di metri dall’altra, distanza a misura di voce oltre che di sguardo. In particolare le fraternizzazioni avvenute in occasione del Natale 1914 avevano rotto un tabù, quello che non ci si potesse parlare e si dovesse soltanto odiarsi, spararsi, distruggersi. In Italia l’occasione fu data dal primo Natale in trincea, con lo scambio di auguri e strette di mano tra “nemici” in alcuni punti delle trincee, ma poi si ripeté in momenti più legati alla quotidianità con lo scambio reciproco di prodotti (pane, sigarette). La vita di trincea, germinata dentro un mastodontico laboratorio tecnologico di produzione di morte di massa, offriva un’occasione di prossimità con il nemico: osservarlo da vicino, scrutarlo, vederne il volto, ascoltarne la voce, provare compassione della condizione di entrambi, sentire la propria umanità come terreno comune. Da qui scaturivano le forme di fraternizzazione in trincea. 10 | settembre - ottobre 2015

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L’indisciplina L’indisciplina al fronte fu preannunciata spesso dallo sfogo del proprio rifiuto alla guerra manifestato dai soldati durante i viaggi che li conducevano da casa verso le zone di guerra o da queste in prima linea. Numerosi sono gli episodi al riguardo, i cui autori per lo più rimasero anonimi, anche se segnalati dalle forze dell’ordine o da cittadini. Lo stress delle operazioni militari riportò man mano alla luce il fondo di refrattarietà o di ostilità alla guerra presente in larga parte dei soldati. Questo magma incandescente di ribellione veniva tenuto sotto controllo attraverso un apparato repressivo che rincrudiva sempre di più, aggravando la normativa, l’entità delle pene e la severità della loro applicazione. L’indisciplina fu il comportamento più sanzionato, dopo la diserzione; la modalità tipica era il rifiuto del singolo soldato di eseguire un ordine dopo aver prestato servizi pesanti nei giorni precedenti. Anche un rifiuto di obbedienza poteva costare la fucilazione: come è documentato da diverse sentenze. Le rivolte Le prime proteste collettive risalgono all’autunno 1915. Il 26 novembre trecento alpini del 4° Reggimento si riversarono per le strade di Aosta gridando “Abbasso la guerra”, lanciando sassi, liberando dalla prigione i soldati puniti, bloccando la stazione ferroviaria. A Sacile il 26 dicembre 1915 scoppiò una rivolta quando quattrocento alpini del 1° Reggimento, da poco ritornati a riposo, ricevettero l’ordine di ripartire per la prima linea. Giunti in stazione, obbligarono trecento soldati di fanteria a scendere da un treno e poi compirono atti di vandalismo, danneggiando la linea telegrafica e telefonica, l’impianto di illuminazione, sparando colpi in aria, gridando frasi di protesta. Gli ufficiali riuscirono ad ammansire i rivoltosi. Quattro giorni dopo un Tribunale militare processò trentasette alpini, individuati come i più facinorosi, e ne condannò trentatré a pene varianti tra cinque e quindici anni di reclusione. Nel 1916 tra i numerosi casi di insubordinazione e rivolta vi è quello di Alleghe, avvenuto il 22 aprile: un battaglione di bersaglieri toscani, comandato di andare al fronte, si rifiutò, ammutinandosi in massa. I ribelli furono disarmati. Due giorni dopo il Tribunale Guerra condannò alla fucilazione cinque bersaglieri. L’esecuzione ebbe luogo alla presenza degli altri bersaglieri, circa trecentocinquanta, condannati tutti a tre anni e mandati subito in prima linea. L’ammutinamento della brigata Ravenna avvenne il 21 marzo 1917: la Ravenna era stata molto a lungo in servizio sul fronte dell’Isonzo, subendo gravi perdite; poi finalmente era arrivato il cambio, ma dopo due giorni l’ordine fu di ripartire per il Carso: nella notte scoppiò la rivolta, con grida, fucilate in aria. Al mattino però gli ufficiali riuscirono a far partire i soldati. Sul posto arrivò il comandante del corpo d’armata che ordinò di fucilare due soldati per compagnia; la brigata era composta da ventiquattro compagnie. Il primo giorno ne fucilarono quattro, altri nei giorni seguenti. La più grave rivolta fu quella che coinvolse, a metà luglio 1917, la brigata Catanzaro, stanziata a S. Maria La Longa. A inizio giugno, in prossimità di un ritorno in prima linea, c’erano stati spari di fucile e grida di protesta, a seguito dei quali un soldato era stato condannato a morte, ma aveva ottenuto la sospensione della esecuzione fornendo indicazioni sui responsabili della manifestazione; pertanto il comando della brigata aveva infiltrato nei reparti carabinieri travestiti da fanti per verificare le informazioni del condannato. Il 14 luglio i finti carabinieri segnalarono nove soldati come possibili istigatori di future proteste. Il giorno dopo il comando arrestò i nove sospetti rivoltosi. La notte stessa cominciarono spari e grida sediziose. Gruppi di rivoltosi minacciarono i commilitoni che non partecipavano e si scontrarono con le forze dell’ordine che avevano circondato la caserma. La rivolta fu domata: il bilancio fu di due ufficiali e nove soldati uccisi, una trentina di feriti. All’alba del 16 luglio vennero fucilati ventotto soldati: sedici perché arrestati con le armi ancora scottanti per gli spari, dodici per decimazione. Il processo fu celebrato il 1° agosto. Quattro furono i condannati alla pena capitale, poi eseguita; altri due ebbero quindici anni e dieci mesi di reclusione per complicità nella rivolta. Chi si oppose, soprattutto tra i cittadini e i soldati, pagò costi elevati. Ancora di più questo dà valore alla loro scelta che testimonia la volontà di costruire una società senza guerra e senza dominio degli uni sugli altri. Azione nonviolenta | 11

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La “meglio gioventù” del 1915 Mario e Fermo, due giovani martiri questa incapacità generale delle forze contrarie alla guerra a far prevalere la propria posizione. Al momento dell’esplosione del conflitto, la maggior parte dei deputati che sedevano in Parlamento, così come la maggioranza della popolazione italiana, era risolutamente contraria all’intervento in guerra. L’opzione neutralista godeva di un consenso diffuso perché in grado di combinare esigenze e sensibilità diverse, dal contrasto alla guerra in quanto tale all’egoistica difesa dello status quo da minacce esterne. Il governo italiano, seguendo le indicazioni della maggioranza, dichiarò immediatamente la propria neutralità, nonostante l’Italia fosse legata da una trentennale alleanza militare con gli imperi di Germania e Austria-Ungheria. Per i dieci mesi successivi, la politica e l’opinione pubblica italiana furono animate da un acceso dibattito fra favorevoli e contrari all’intervento. I rapporti intercorsi tra gli opposti schieramenti si caratterizzarono per una contrapposizione radicale, che si concretizzò in una propaganda martellante sugli organi di informazione e in una accesa competizione per il controllo delle piazze; numerosi episodi di scontro fisico fecero da corollario a questa conflittualità verbale, rivelando un clima di elevata tensione, generato dalle paure e dagli entusiasmi per la guerra europea. Col passare dei mesi il numero e la forza degli interventisti crebbe gradualmente, ma la maggioranza del paese continuò, fino al maggio del 1915, a sposare la causa neutralista. Eppure il 24 maggio, il governo presieduto da Antonio Salandra, in accordo con la monarchia sabauda, annunciò l’ingresso dell’Italia in guerra a fianco dell’Intesa. Come fu possibile compiere una scelta così impopolare senza incontrare una strenua resistenza? La storiografia ha individuato due elementi a fondamento di questa inspiegabile arrendevolezza. In primo luogo, l’eterogeneità e le diffidenze tra le forze neutraliste; in secondo luogo, la passività delle masse italiane, contrarie alla guerra ma sostanzialmente deboli e incapaci di fronteggiare di Marco Marzi* 1914-15: la disfatta del pacifismo internazionale e del neutralismo italiano La conflagrazione della Grande Guerra nell’agosto 1914 segna la sconfitta, ideologica ancor prima che politica, del pacifismo ottocentesco, in tutte le sue forme e varianti. Tutte le associazioni internazionali che da decenni si ponevano l’obiettivo del mantenimento della pace si rivelarono incapaci di fermare il conflitto; tanto il Bureau International de la Paix, di ispirazione liberaldemocratica, quanto la Seconda internazionale socialista, assistettero impotenti all’improvvisa mobilitazione delle potenze europee e, dopo alcune settimane, si dissolsero, registrando il passaggio di numerosi iscritti alla causa della guerra. L’impreparazione e le conversioni dei pacifisti di entrambe le tendenze, pur nella diversità delle idee professate, furono conseguenza dell’adesione a principi ideologici comuni alla cultura del periodo: l’assenza di una condanna pregiudiziale della guerra e alla violenza; l’esaltazione dei valori patriottici e nazionali; la sottovalutazione, infine, dei rischi di una guerra generale, dovuta a un’incondizionata fiducia sia nell’ineluttabile progresso della civiltà umana, sia nella possibilità di poter fermare qualsiasi rigurgito bellico con il ricorso a strumenti – come l’arbitrato internazionale o lo sciopero generale – mai preparati concretamente. Né ebbe maggior successo l’iniziativa della Chiesa cattolica, che, nonostante l’aspirazione pacifista di papa Benedetto XV, non fu in grado di compiere un’azione diplomatica realmente incisiva sui governi europei. Il caso italiano è particolarmente indicativo di * Storico, insegnante, collabora con l’Istituto per lo studio della storia della Resistenza e della Società contemporanea di Reggio Emilia (Istoreco). 12 | settembre - ottobre 2015

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l’attivismo degli interventisti. Da recenti ricerche locali è tuttavia emerso un numero consistente di fenomeni sparsi di resistenza popolare all’ipotesi interventista: dalla fuga individuale alla coscrizione ai sabotaggi e alle manifestazioni di piazza; episodi che rivelano una natura istintiva e prepolitica. Queste scoperte ci invitano a rivedere, o quantomeno a sfumare, la categoria storiografica dell’inerzia delle masse italiane di fronte alla Grande Guerra. La manifestazione contro la guerra del 25 febbraio 1915 a Reggio Emilia Un caso emblematico di questa opposizione popolare fu la manifestazione di piazza contro la guerra che si svolse il 25 febbraio 1915 a Reggio Emilia, culminata con la morte prematura di due giovani che protestavano contro l’intervento, Mario Baricchi e Fermo Angioletti. Nei dieci mesi della neutralità, come nelle altre città italiane, anche Reggio Emilia fu attraversata da un acceso scontro tra neutralisti e interventisti. Nella piccola città emiliana, tuttavia, non si arrivò mai, se non molto tardivamente, a una supremazia dei sostenitori della guerra nelle piazze. Questa peculiarità si dovette in particolare a due fattori: il forte radicamento in provincia del partito socialista e la presenza al vertice della prefettura, fino alla metà di aprile, di un uomo di fiducia di Giolitti. In un simile contesto, alcune associazioni politiche e culturali interventiste locali decisero di organizzare un comizio a favore della guerra per la sera del 25 febbraio. Per l’occasione, invitarono a parlare Cesare Battisti, l’esponente di punta del composito schieramento interven- tista italiano, impegnato da mesi in una vera e propria tournée oratoria a sostegno delle ragioni della guerra per le città della penisola. Il prefetto, intuita la potenziale pericolosità di un simile comizio per l’ordine pubblico in una città spiccatamente neutralista, ne impose lo svolgimento in forma privata. Il comitato organizzatore chiese allora alla Giunta comunale la concessione del teatro municipale ma incontrò il secco rifiuto degli amministratori socialisti e fu perciò costretto a ripiegare sul più piccolo teatro Ariosto. Il rifiuto a concedere il teatro municipale fu l’unico gesto concreto che i rappresentanti del partito socialista opposero al comizio. Le principali organizzazioni locali del movimento operaio e contadino, infatti, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, non organizzarono alcuna forma di protesta e si limitarono a dare indicazione ai propri militanti di trascurare l’iniziativa. Ciò non deve stupire, se si considera che il PSI, sebbene sia stato l’unico tra i grandi partiti socialisti europei a porsi l’obiettivo del contrasto alla guerra nel 1914, disapprovò qualsiasi forma di protesta illegale, compreso lo sciopero, e, dopo il 1915, si trovò più volte a collaborare con il Governo in opere civili di soccorso alla popolazione in difficoltà. Un indirizzo che – ben riassunto nella formula “né aderire, né sabotare”, coniata per l’occasione dal segretario nazionale Costantino Lazzari – rappresentò una scelta nobile ma priva di conseguenze pratiche, e che, in fin dei conti, fece il gioco della fazione interventista. A tale indirizzo moderato si uniformavano i socialisti reggiani, appartenenti per la stragrande maggioranza alla corrente riformista del partito; la loro predilezio- Azione nonviolenta | 13

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ne per gli strumenti di lotta legalitari era rafforzata dagli insegnamenti di Camillo Prampolini, guida storica del movimento, il cui pensiero politico di matrice umanitaria si caratterizzava per un convinto rifiuto di ogni forma di violenza. Una simile impostazione agevolò l’adozione di un’opposizione “morbida” alla guerra, maggiormente attenta a limitare i danni che un possibile conflitto avrebbe arrecato alla popolazione piuttosto che a contrastarlo con fermezza. Indubbiamente, la propaganda antibellicista fu intensa anche nel reggiano, sia sui giornali sia nelle piazze, ma non abbastanza da andare oltre un’innocua battaglia d’opinione. Il comizio di Battisti, in assenza della principale forza di opposizione politica alla guerra, non si preannunciava, quindi, come un evento a rischio di disordini. Durante la giornata del 25, tuttavia, si diffuse tra la popolazione un volantino anonimo che invitava a una contromanifestazione di protesta, probabile opera di militanti della minoranza rivoluzionaria del partito. L’invito trovò terreno fertile tra i lavoratori reggiani, un centinaio dei quali accorse all’appuntamento davanti al teatro, disobbedendo alle indicazioni del partito socialista, la cui linea di opposizione alla guerra era, evidentemente, giudicata da una parte dei suoi stessi iscritti o simpatizzanti debole e inefficace. Così, un’ora prima dell’inizio della conferenza, alle 20, una folta schiera di operai e con- tadini si radunò di fronte all’ingresso del teatro nel tentativo di impedire l’accesso al relatore e al pubblico. Ad attenderli, trovarono una massiccia presenza di militari: un reparto di fanteria, uno di cavalleria e un buon numero di carabinieri. I dirigenti locali del PSI e della Camera del lavoro, colti di sorpresa dalla notizia della dimostrazione, accorsero rapidamente nell’intento di sedare la folla e prevenire incidenti, ma non ebbero successo, dimostrando di aver perso, almeno in quel frangente, il controllo sui propri militanti. L’assembramento costrinse in breve tempo i soldati a intervenire per consentire l’accesso a teatro; per un’ora si assistette a un continuo susseguirsi di cariche, mentre i manifestati lanciavano grida e accuse al pubblico del comizio e protestavano per l’elevata presenza di militari. Intorno alle 21, le forze dell’ordine presero definitivamente il controllo della piazza e formarono un cordone di sicurezza intorno al teatro. Fu allora che, in risposta al lancio di sassi da parte di alcuni dimostranti all’indirizzo delle forze dell’ordine, i carabinieri aprirono il fuoco ad altezza d’uomo, atterrando una decina di manifestanti. Uno di loro, Mario Baricchi, colpito alla testa, morì prima di giungere all’ospedale cittadino. Alla sua morte si aggiunse, due giorni dopo, quella di un altro ferito, Fermo Angioletti. I due giovani avevano, rispettivamente, 17 e 18 anni. Un caso di opposizione popolare alla guerra La protesta del 25 febbraio sfuggì completamente di mano alla stessa dirigenza socialista che, pur opponendosi alla guerra, non riusciva a farsi interprete di quelle reazioni emotive elementari scatenate dalla paura del richiamo al fronte. Molto probabilmente i manifestanti militavano quasi tutti nelle file socialiste, così come sicuramente erano stati influenzati dalla propaganda antimilitarista che gli organi di stampa del partito socialista portavano avanti da diversi anni; l’analisi degli eventi fornisce, tuttavia, l’immagine di un’esplosione spontanea di rabbia collettiva nei confronti di una guerra rifiutata in quanto tale. Le ragioni che contribuirono a spingere i manifestanti a scendere in piazza vanno dunque ricercate anche al di fuori della collocazione politica. In primo luogo, si deve necessariamente indagare il ruolo svolto dal tradizionale antimilitarismo delle masse popolari. Numerosi studi sull’argomento rivelano l’esistenza di una diffusa avversione al servizio di leva tra la popolazione, in particolar 14 | settembre - ottobre 2015

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modo nella sua parte più povera, durante gli anni dell’Italia liberale. Fenomeni di ribellione individuale alla coscrizione militare, quali la renitenza e l’emigrazione, sono presenti in forma endemica in tutta la storia dei primi cinquant’anni dell’Italia unita, e pur non rappresentando un’opposizione organizzata e incisiva, sono indice di un esteso e radicato sentimento di ostilità nei confronti del richiamo alle armi. Ciò si spiega, in particolare, con il ritardo con cui il processo di nazionalizzazione e di integrazione delle masse nello Stato si completò in Italia dove, ancora nel 1914, una buona parte della popolazione stentava a identificarsi con le istituzioni nazionali, ritenendo inaccettabile sacrificare il proprio tempo e rischiare la propria vita per una causa avvertita come lontana, se non del tutto estranea, come quella della grandezza della patria. In secondo luogo, la presenza di Mario Baricchi, Fermo Angioletti e di altri diciottenni fra i feriti negli scontri di piazza fa supporre l’esistenza di una causa di natura anagrafica: i giovani, probabilmente, dimostrarono una maggiore sensibilità alle ragioni della manifestazione perché consapevoli che proprio loro sarebbero stati i primi a essere richiamati in caso di guerra. Esisteva, dunque, una parte di popolazione italiana disposta a lottare contro la guerra, in larga parte vicina a organismi istituzionali – partito socialista e Chiesa cattolica in testa – ma che non coincideva integralmente con la loro volontà. Il fatto che questo diffuso antibellicismo popolare non si sia trasformato in un’indicazione politica vincolante per il governo è da considerare l’elemento decisivo della sconfitta del neutralismo. Mario Baricchi e Fermo Angioletti: due martiri dell’opposizione alla guerra restituiti alla pubblica memoria La morte di Mario e Fermo, come quella di altre vittime nelle proteste di quei mesi, è un pagina drammatica della nostra storia, e ciononostante è stata rimossa dalla memoria collettiva per quasi un secolo. A differenza di altri caduti reggiani – come ad esempio i morti del 7 luglio 1960 o le vittime del nazifascismo – il ricordo di Mario e Fermo è completamente sprofondato nell’oblio; alla loro tragica scomparsa non furono dedicati né monumenti, né targhe commemorative, né i nomi di vie o piazze. Le ragioni di tale silenzio si possono rintracciare nell’evoluzione storico-politica e culturale del Paese dopo la fine della prima guerra mondiale. Combattuta e vinta dall’Italia, la Grande Guerra divenne negli anni posteriori al 1918 un vero e proprio mito della nazione, ampiamente celebrato dalle sue classi dirigenti e in particolar modo dai fascisti, che da lì a poco si sarebbero insediati ai vertici dello Stato e imposto la propria cultura violenta e bellicista. È naturale che, nel trentennio di esaltazione nazionalista delle glorie militari della patria compreso tra l’inizio della Grande Guerra e la liberazione dal nazifascismo, il ricordo di figure come quelle di Mario e Fermo, che contro una simile mentalità guerrafondaia avevano lottato, non abbia trovato spazio. Quasi a voler sancire la sconfitta delle loro aspirazioni ideali, la stessa piazza in cui manifestarono, è stata in seguito dedicata proprio alla vittoria nella Grande Guerra, assumendo il nome di piazza della Vittoria e ospitando il monumento al milite ignoto. Dovranno passare trent’anni perché il mito della guerra crolli insieme al regime fascista; tuttavia, anche dopo la Liberazione, la vicenda non è riemersa dai meandri della storia e sono stati piuttosto i protagonisti dell’antifascismo e della Resistenza a divenire l’oggetto delle commemorazioni pubbliche dell’Italia repubblicana. Solo negli ultimi anni, dalla proficua collaborazione tra le associazioni pacifiste riunite nella Scuola di Pace di Reggio Emilia ed enti che si occupano di ricerca storica e di memoria – l’Istituto di storia della Resistenza e della società contemporanea, l’Anpi, il centro di documentazione storica “Villa Cougnet”, la rivista “Pollicino Gnus” – è nato un gruppo di lavoro finalizzato a restituire a Mario e Fermo il posto che meritano nella memoria pubblica della città, attraverso la promozione di seminari e iniziative pubbliche. Il progetto è stato coronato – grazie alla fondamentale collaborazione dell’Amministrazione comunale – il 25 febbraio del 2015, a esattamente un secolo dal tragico evento, con l’apposizione di una targa commemorativa nei pressi dell’ingresso del teatro Ariosto. Opera dello scultore Luca Prandini, la targa ritrae le orme dei due ragazzi, rivolte verso la statua al milite ignoto presente nella piazza, quasi a voler sfidare quella strumentalizzazione nazionalista e militarista della memoria della Grande Guerra rappresentata dal monumento; una precisa scelta simbolica, dunque, che intende fare del ricordo di Mario e Fermo un’esortazione all’impegno quotidiano per la costruzione di alternative alla guerra. Azione nonviolenta | 15

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