LIBER@MENTE 4/2015

 

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Il numero 4/2015 di Liber@mente, la rivista aperta di informazione e diffusione di conoscenza, edita dalla Fondazione Vincenzo Scoppa

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di LORENZO INFANTINO EDITORIALE I PERICOLI DELLO STATO - PROVVIDENZA C i sono uomini che non smettono mai di essere bambini. ha fatto con il totalitarismo che ha devastato il Novecento. E lo fa Non sono poeti. Sono individui che rifiutano la lezione che con quella favolistica “terza via”, che nelle “buone intenzioni” doci viene dalla vita di tutti i giorni e che c’impone di giudicare vrebbe essere qualcosa di mezzo fra la libera cooperazione sociale le nostre azioni sulla base dei risultati che esse producono. Soprat- e la cooperazione coercitiva: qualcosa come la mezza malattia, la tutto in politica, si affidano alle intenzioni propagandate dai go- mezza vittoria, la mezza gravidanza e così via. vernanti. Lo fanno sovente con un retropensiero. Ma ciò non Ci si rifiuta di capire che l’allargamento dell’intervento dello impedisce che si crei un mondo di “buoni propositi”, una “bolla” Stato determina istantaneamente un restringimento dell’autonomediatico-culturale in cui tutto si trova meravigliosamente in ar- mia individuale e una continua manipolazione della vita di tutti i monia, in cui ogni favola può essere alla fine realizzata. cittadini. Lo Stato di diritto viene aggredito. Le sue norme (generali È vero: la realtà ci dispensa continue smentite, ci mostra che e astratte) vengono divelte. L’uguaglianza dinanzi alla legge viene l’ingenuo è sempre la classica vittima dell’ipocrita. Ma l’illusione cancellata. Si governa con i decreti e i provvedimenti amministradelle “buone intenzioni” continua a prosperare. Anche uomini di tivi. Si alimenta in tal modo una generalizzata corsa ai favori elarbuona cultura ignorano, o vogliono ignorare, che le scienze sociali, giti dal potere pubblico, illudendosi di ottenere più degli altri e figlie di quello stesso processo da cui è nato il liberalismo, sono pensando che tale sistema possa durare all’infinito. La corruzione nate per investigare le conseguenze inintenzionali delle nostre dilaga. La caduta della produttività e del prodotto sono conseazioni. La semina è avvenuta nel Settecento; il raccolto si è guenti. Il che permette a chi si trova al potere e ai propri gruppi di avuto nell’Ottocento. José Ortega y Gasset ha opportuna- riferimento di avere sicuramente una porzione maggiore della mente scritto che il secolo XIX è stato «essenzialmente rivo- torta. Ma questa diviene sempre più piccola. Aumenta così il tasso luzionario. E questo suo carattere non è da di “sfruttamento politico” praticato a danno Ci si rifiuta di capire che l’allargamento ricercarsi nello spettacolo delle sue bardella stragrande maggioranza dei cittadini. E ricate, che sono cronaca, ma nel fatto che dell’intervento dello Stato determina si rende impossibile quella torta più grande ha collocato l’uomo medio - la grande istantaneamente un restringimento che la libera cooperazione sociale, se non fosse massa sociale -in condizioni di vita radi- dell’autonomia individuale e una continua impedita dalle interferenze della mano pubcalmente opposte a quelle che lo ave- manipolazione della vita di tutti i cittadini blica, potrebbe mettere a nostra disposizione. vano sempre circondato. Ha invertito l’esistenza pubblica». Quel bambino che vuole riassegnare allo Stato la funzione di Quel che ha reso possibile tutto ciò è il capovolgimento della variabile indipendente si crede dotato di una grande astuzia. Ma posizione dello Stato. L’Ottocento ha liberato la cooperazione so- le astuzie dei bambini sono cieche, non sanno vedere gli esiti di ciale volontaria, ha dato autonomia alla società civile. E lo Stato, medio e lungo periodo. Il restringimento della libertà individuale da variabile indipendente, si è trasformato in variabile dipendente: di scelta colpisce tutti. E parimenti fa la caduta della produttività e non più i cittadini al servizio dello Sato, ma lo Stato al servizio del prodotto. Alla lunga, nemmeno i governanti e il loro demidei cittadini. Il che ha cambiato in modo inimmaginabile le monde sono al riparo, perché il tasso di “sfruttamento politico” condizioni di vita di ciascuno, ha creato quel mondo opulento non può essere ulteriormente incrementato. Lo Stato-provvidenza di cui tutti noi ancora beneficiamo. è un totale fallimento. Dal punto di vista della civiltà e del benessere Ma il bambino che c’è dentro molti di noi desidera di più. Non materiale, è un salto all’indietro. «Assomiglierebbe - lo scriveva si rende conto delle ragioni che hanno costretto i nostri progenitori Tocqueville - all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo a fronteggiare i problemi del loro tempo con assai minori margini di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo di libertà, con una molto scarsa possibilità di controllare i “potenti”, irrevocabilmente all’infanzia». È una forma di vita sociale che con risorse estremamente minori e con un numero straordinaria- svuota l’individuo di ogni responsabilità, che lo solleva dal «fastimente inferiore di soluzioni (si pensi solamente alla situazione igie- dio di pensare» e dalla «fatica di vivere». Quel bambino cresciuto, nica, alla mortalità infantile, alla mancanza di farmaci, con cui che da adulto ancora si balocca, è un «signorino viziato» alla mercé affrontare le diverse malattie, alla limitata tecnica chirurgica e a degli avventurieri della politica. tutto il resto). Il bambino trascura ogni insegnamento teorico e stoLuiss “Guido Carli” - Roma rico. Vuole riportare lo Stato al rango di variabile indipendente. Lo infantino@fondazionehayek.it 4 - 2015 3

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di CARLO LOTTIERI IL PUNTO «Se l’opinione secondo cui l’uomo non impara alcunché dallo storia è troppo pessimistica, ci si può tuttavia chiedere se egli apprende sempre la verità» (Friedrich A. von Hayek) LONTANI DALLO STATO, PER TORNARE A CRESCERE Le attuali difficoltà dell’Europa pongono il problema di arginare l’invasione del potere politico in tutti gli ambiti che riguardano la vita dell’individuo per uscire dalla crisi N el corso del ventesimo secolo la crescita dello Stato e della sua capacità di manipolare la società è stata travolgente. L’età dei Lager e dei Gulag è stata anche quella che, nei Paesi democratici, ha visto la massima espansione della spesa pubblica, della tassazione, del debito. Se oggi l’Europa conosce tante difficoltà è in primo luogo perché l’area d’intervento pubblico si è dilatata come mai era successo in passato. Il Vecchio Continente declina afflitto dal parassitismo e da burocrazie sempre più pervasive. In questo quadro è ovvio che l’unico modo per offrire qualche speranza di uscire dalla crisi consista nel ridimensionare al massimo il potere dello Stato. Si deve spendere e regolare meno, riportando nell’area del mercato tutta una serie di settori che oggi sono sotto il controllo di politici e funzionari. Bisogna poi privatizzare imprese pubbliche e banche, energia e trasporti, poste e aeroporti, creando nuovi spazi per i capitali privati e la libera competizione. Come si è detto, non si tratta solo di un problema italiano, anche se sotto taluni aspetti l’Italia è all’avanguardia e negli scorsi anni ha anticipato processi che sono facilmente riconoscibili un po’ ovunque. Il fatto è che in larga parte d’Europa si sono progressivamente accantonati i capisaldi dell’economia liberale: ad esempio, usando a più riprese la leva monetaria per favorire una crescita artificiosa e di breve durata. Si sono per giunta introdotti meccanismi di stabilizzazione monetaria che scaricano sui virtuosi i costi delle cattive scelte fatte da chi, invece, dovrebbe essere chiamato a pagare il prezzo dei propri errori. In poche parole si sono moltiplicate le occasioni di ottenere privilegi pubblici, facili guadagni, aiuti di Stato, finanziamenti. È insomma diventato sempre più profittevole investire in relazioni con gli uomini di governo (ottenendo una quota della grande torta della spesa pubblica) invece che mettersi al servizio dei consumatori, conseguendo profitti grazie alla propria capacità di stare sul mercato. In questo modo il funzionario ha spodestato l’imprenditore, mentre lo sfruttamento del settore politico-burocratico a danno di è necessario avere una moneta forte e stabile, una proprietà tutelata, una bassa tassazione, un ordine giuridico che tuteli i contratti e una burocrazia ridotta ai minimi termini quello produttivo è diventato la regola. Sul piano delle politiche pubbliche lo statalismo dei moderati ha aperto la strada allo statalismo dei radicali, e viceversa, poiché destra e sinistra hanno fatto a gara nell’allargare l’area d’intervento governativa. Bisogna allora ripartire dai fondamentali e ricreare quelle condizioni istituzionali che possono rimettere in sesto il mercato. E allora è necessario avere una moneta forte e stabile, una proprietà tutelata, una bassa tassazione, un ordine giuridico che tuteli i contratti e una burocrazia ridotta ai minimi termini. A proposito del moltiplicarsi dei lacci e lacciuoli, ad ogni modo, non riusciremo a contenere l’espansione delle regole e dell’intrusione dei funzionari se non ridurremo la pressione fiscale. Poteri che sopravvivono sottraendo il 50% e più della ricchezza devono avere sotto controllo l’intera società. Non ci sarà alcuna “sburocratizzazione” della nostra economia senza la fine del fiscalismo selvaggio che oggi domina la scena. Mettere in mora lo Stato e tornare al mercato, per giunta, significherebbe ripristinare un sistema sanzionatorio oggi incapace di funzionare. Per affrancarsi dallo Stato bisogna anche rigettare ogni interpretazione erronea di quanto è successo nell’ultimo decennio. Come per la crisi del ’29, da più parti si sostiene di essere dinanzi a un crollo del capitalismo, ignorando in tal modo il ruolo giocato dalla Fed e dalle politiche pubbliche. Da questo lato dell’Atlantico, per giunta, troppi si sono innamorati del modello “renano” e del welfare State: dimenticando il micidiale differenziale della crescita che da decenni ci separa dall’America, e questo nonostante lo statalismo e gli errori di Kennedy e di Nixon, dei Bush e di Obama. Lungi dal rappresentare un soggetto in grado di aiutarci a uscire dalle difficoltà del presente, lo Stato è oggi la causa principale di tanti dei nostri problemi. Con lo Stato non c’è futuro: allontanandosi da esso, tutto è possibile. Università degli Studi di Siena lottieri@tiscalinet.it 4 - 2015 5

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di ALESSANDRO VITALE L’INTERVENTISMO, UN OSTACOLO ALLO SVILUPPO L’interventismo impedisce la crescita della conoscenza e blocca l’innovazione, è fonte di corruzione ed è una permanente e sistematica minaccia per la libertà L’ affermazione sempre più frequente, pronunciata da persone di convinzioni e storie personali differenti, che lo Stato e l’interventismo statale stiano diventando un problema sempre più grave, viene ancora considerata da altrettanto numerosi individui in questo Paese come un’ossessione di pochi “neoliberisti” incalliti. Una tale persistente miopia non tiene conto del fatto che lo Stato e lo statalismo (la pratica dell’interventismo in tutti i settori occupabili da parte del potere politico istituzionalizzato in forma statale e la sua giustificazione ideologica) costituiscono un ostacolo per lo sviluppo civile, intellettuale, economico, morale di interi popoli e come tali vengono percepiti anche altrove, ad esempio in Paesi meno devastati dalla loro invadenza regolamentatrice, legislativa, pianificatrice e fiscale. Per fare un esempio, anche in un Paese, come la Polonia, che negli ultimi dieci anni ha fatto sforzi eccezionali, e compiuto passi da gigante per liberarsi di un passato distruttivo di “socialismo reale”, il Presidente degli imprenditori (Pracodawcy, “datori di lavoro”), Andrzej Malinowski, ha sostenuto che, nonostante i grandi sforzi compiuti, l’invadenza dello Stato, le pretese dei politici, la loro mancanza di coraggio, i loro interessi e una tassazione esorbitante continuano a frenare le possibilità di costruire un avvenire solido per le nuove generazioni. Come speso si sente dire in Italia, anche Malinowski ha sostenuto: «Vorrei che dopo 25 anni di ripresa dell’economia di mercato in questo Paese, i tassatori finalmente la smettessero di trattare gli imprenditori e i produttori di ricchezza come potenziali I Paesi con maggiore libertà economica (e con meno interventismo delinquenti. Vorrei che i loro diritti fossero rispettati, in modo da dello Stato) - come indicano da anni tutte le statistiche indipendenti lasciare che si concentrassero sulla loro attività produttiva, svilup- - tendono a crescere più velocemente, presentano redditi pro - capandola e creando posti di lavoro. Solo semplificando radical- pite più alti per i propri cittadini, possono vantare maggiori aspetmente il sistema fiscale e cambiando l’approccio che tative di vita e riescono a combattere la condizione normale dell’umanità: l’indigenza e la miseria. Perché l’amministrazione statale, che rischia di Va riconosciuto il fatto che lo Sato e lo questo evidente fenomeno - che solo per ignoespandersi, mantiene nei confronti dei “pagastatalismo sono forme di sfruttamento ranza e ideologica confusione non viene ricotori di tasse” è possibile sviluppare lo strato parassitario coatto, sorretto dalla minaccia nosciuto – si produce? Le cause sono tante. produttivo formatosi in questi anni e crearne della violenza, da parte delle classi politico Fra le principali va riconosciuto il fatto che lo di nuovo, grazie all’innovazione e alla colla- burocratiche ai danni delle classi produttive Sato e lo statalismo sono forme di sfruttaborazione fra scienza e attività imprenditoriale. Si tratta di un “gioco a somma positiva” (win-win), del quale mento parassitario coatto (sorretto dalla minaccia della violenza) possono beneficiare il Tesoro, gli imprenditori e i cittadini. Altri- da parte delle classi politico-burocratiche ai danni delle classi promenti il nostro Paese, potenzialmente altamente imprenditoriale duttive. L’economia gestita dagli organi di Stato conduce inevitase liberato dalle pastoie burocratiche – cosa che permetterebbe di bilmente a sprechi di straordinarie proporzioni. La cronica muovere le montagne - non potrà dispiegare le sue ali e perseguire inefficienza del settore statale provoca immani devastazioni di risorse, corruzione, burocrazia elefantiaca, estorsioni fiscali virtuali suoi progetti e i suoi sogni». Il caso della Polonia è paradigmatico. Infatti, in questo tenta- mente illimitate per i produttori di risorse, in misura dell’estensione tivo di rinascita, dopo mezzo secolo di devastazioni prodotte dallo degli ambiti occupati dal settore statale. La sua espansione produce “statalismo integrale”, è facile vedere in modo embrionale come (in un gioco qui “a somma zero”, nel quale tutto quello che alcuni lo Stato sia in grado di soffocare sul nascere la ripresa di una vita vincono gli atri perdono) privilegi e potere per chi comanda (e per prospera e civile. Si tratta, quindi, ovunque, del problema peggiore. chi li aiuta in vario modo) e miseria per chi è sottomesso. Quello 6 Liber@mente

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che non comprendono coloro che fanno (una provinciale) ironia sulle denunce crescenti della gravità dello statalismo è che la sempre più bestiale pressione dei taxconsumers (le caste di politici e burocrati) sui taxpayers (coloro che finanziano il banchetto dei primi) sta devastando la struttura produttiva di risorse di molte aree mondiali, a incominciare da quelle di questo disgraziato Paese. Essa non è più in grado di sopportare il livello di spesa pubblica stabilito dalle classi politico-burocratiche in sistemi politici basati sulla sua espansione (quelli “democratici” per loro natura l’alimentano continuamente), su una tassazione da rapina e su una regolamentazione divenuta ormai insopportabile. La facile ironia ottunde le menti di coloro che non capiscono che le categorie che traggono beneficio dall’intervento dello Stato non vorranno mai ridurre la spesa della quale beneficiano, stabilita dai governi e prodotta da un crescente prelievo fiscale. Questo però provoca un processo che si autoalimenta, responsabile ovunque nel Mondo della creazione di ambiti nei quali la vita dei ceti produttivi e di coloro che possono produrre innovazione, consentendo un rimodellamento continuo della produzione di risorse e favorendone il coadattamento ai bisogni – qualora si trovino a operare in condizioni di libertà politica ed economica – diventa insopportabile e si spegne a poco a poco. Ma, come dice il proverbio: «non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire! Università degli Studi di Milano alessandro.vitale@libero.it di UBIRATAN JORGE IORIO SPEZZARE LE CATENE DELLO STATALISMO Una società libera esige meno Stato e meno vincoli e più opportunità per le forze vive e imprenditoriali bene e del male. A dire il vero, non è altro che un agente di coercizione in grado di sottarre i nostri soldi, per servire lui stesso, in conformità degli obiettivi dettati dalla politica. E quali sono questi grandi problemi creati dallo Stato? Possiamo citarne alcuni: la disoccupazione, l'inflazione, l'economia stagnante, l’elevato debito pubblico del setMolti dei grandi problemi sono stati creati dallo stesso Stato, quando ha iniziato a intervenire nella vita della gente in modo crescente e travolgente, in particolare a partire dagli anni ‘30 del XX secolo tore (che viene sempre pagato con le nostre risorse) e le aliquote fiscali esorbitanti che scoraggiano l’attività imprenditoriale. Come osservato da Margaret Thatcher, non ci sono le risorse “pubbliche”, ci sono solo le risorse delle famiglie prelevate da questa entità tentacolare, il cui scopo dovrebbe essere quello di servire il popolo di un paese, ma che si comporta come se fosse il proprietario del proprio paese e quindi della popolazione, dei suoi desideri, aspirazioni e destini. Infatti, uno dei grandi mali - forse il più grande di tutti - degli ultimi 100 anni è stato la crescita delle attività e delle funzioni statali. Quali sono le principali ragioni di questa crescita, che ha significato, in breve, la contrazione della nostra libertà? Prima c’è stato il relativismo morale, emerso nel momento in cui Nietzsche decreta la “morte di Dio” nella seconda metà del XIX secolo. Il giusto ha cessato di essere giusto, e ciò che è sbagliato ha cessato di essere sbagliato, perché tutto sarebbe “relativo”. Questo attacco ai valori morali fondamentali, che hanno sostenuto per millenni la civiltà occidentale, ha fatto emergere un vuoto, un vuoto di potere riempito dalla crescita dello Stato, sia per via totalitária, come nell'Unione Sovietica comunista e nella Germania nazista, che per via “democratica” come nell’ Europa del dopoguerra. In secondo luogo, con aria apparentemente “scientifica”, rafforzative E siste in molti paesi un atteggiamento culturale molto pericoloso e distruttivo. Mi riferisco alla convinzione di molte persone che lo Stato sia in grado di risolvere i loro problemi particolari. Lo Stato moderno, come ha detto Daniel Bell, è diventato «troppo grande per risolvere i piccoli problemi e troppo piccolo per risolvere i grandi problemi». In realtà, molti di questi grandi problemi sono stati creati dallo stesso Stato, quando ha cominciato a intervenire nella vita della gente in modo crescente e travolgente, in particolare a partire dagli anni ‘30 del XX secolo. Infatti, come decenni di pratiche opposte al liberalismo attestano, lo Stato non solo non è in grado di risolvere i problemi individuali ma addirittura li aggrava. È un fenomeno che si verifica in tutto il mondo, con differenze da paese a paese. Tuttavia, la caratteristica propria dell’ethos di questa entità è che per molti esso sarebbe al di sopra del 4 - 2015 7

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di questo comportamento di crescita dello Stato tentacolare, vi sono le idee interventiste di John M. Keynes, che costituivano e sfortunatamente costituiscono ancora la giustificazione ideale a favore di qualsiasi uomo politico per poter divorare il bilancio delle famiglie. Con la scusa di aiutare i cittadini, la classe dirigente - che costituisce nel complesso lo Stato – è in grado di fare un vero e proprio saccheggio e un grande ricatto, offrendo una “protezione sociale” che non è mai esistita o esisterà. In terzo luogo, abbiamo un problema serio di mentalità, caratteristica delle regioni e dei paesi poveri, come ad esempio la regione nord-est del mio Brasile o la Calabria, terra dei miei avi. Purtroppo, prevale in questi luoghi un atteggiamento passivo da parte della popolazione che si comporta verso il mostro Stato come un cucciolo in attesa del cibo che sarà offerto dal proprietario. L’impressione avvertita da me è che in queste aree un gran numero di persone crede chiaramente che lo Stato sia in grado di far scendere la manna dal cielo e quindi migliorare la loro vita. Quante risorse prelevate da coloro che pagano le tasse sono state spese per programmi di governo aventi come obiettivo lo “sviluppo” di queste regioni? Quanti fondi sono stati erroneamente investiti? Quanta corruzione c’è stata in tanti anni di programmi che avrebbero dovuto portare sviluppo, ma che hanno solo causato e continuano a causare arretratezza? Mi sono limitato a citare solamente questi tre problemi legati alla presenza dello Stato nella nostra vita, ma ve ne sarebbero altri. Perciò è necessario lavorare duramente affinchè questi problemi siano conosciuti dal maggior numero possibile di persone. Dobbiamo far capire che lo Stato non potrà mai servirli come ingenuamente si aspettano. In questo senso, sono davvero positive le iniziative che la Fondazione Vincenzo Scoppa promuove ogni anno, dalla pubblicazione della rivista Liberamente alla Scuola di Liberalismo, alle altre iniziative di rilevante valore culturale. Il grande Ludwig von Mises, esponente della Scuola Austriaca di Economia, sosteneva che le idee sono più potenti degli eserciti. Sappiamo che le idee possano migliorare o peggiorare la vita delle persone. Pertanto, la nostra battaglia, la nostra guerra, la nostra crociata dovrebbe essere diretta a diffondere ovunque le idee liberali perché sono le sole ad aver dimostrato storicamente, di poter migliorare le condizioni di vita dei cittadini. È opportuno far comprendere alle persone che lo Stato non è la soluzione, ma è nella maggior parte dei casi il problema, un gran problema. È necessario anche far capire che il miglioramento della loro condizione di vita richiede la liberazione dalle catene dello Stato. Dobbiamo ancora far sapere quanto sia importante la libera impresa e lo spirito imprenditoriale, e ancora quanto sia essenziale un incoraggiamento a queste qualità dal punto di vista normativo, al contrario di quello che accade oggi. La crisi che il mondo si trova ad af- di ALBERTO OLIVA frontare oggi è propizia per diverse riflessioni. La prima è che la crisi è stata creata dallo Stato moderno, come risultato della sua massiccia intrusione nella vita dei cittadini. Di conseguenza la soluzione comporta necessariamente la riduzione della dimensione dell'azione statale e della sua influenza sulla nostra vita. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di rompere le catene imposte dallo Stato, che ostacolano il pieno esercizio della libera impresa attraverso una eccessiva regolamentazione ed imposizione fiscale. Coloro che sono consapevoli dell'importanza della libertà individuale sanno che lo Stato, come ho detto, non è la soluzione di nulla; è il problema, un problema enorme! Il nostro compito è combattere contro questo mostro di teste multiple, come l’Idra di Lerna, la seconda delle dodici fatiche di Ercole, un grosso drago con nove teste di cui una immortale. O lo facciamo o perderemo la nostra libertà passo dopo passo. Per sempre. Un. dello Stato di Rio de Janeiro (Brasile) ubiratan@mises.org.br ELZEVIRO «Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?». (Agostino d’Ippona) LIMITARE IL LEVIATANO, DIFENDERE LA LIBERTÀ È il problema posto dal liberalismo nei confronti del potere politico e della sua tendenza all’espansione L a definizione più comune del termine Stato, assunta in età moderna, è quella che ha dato Max Weber (Politik als Beruf): una comunità umana che (con successo) detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica all’interno di un determinato territorio. Si noti che il diritto di usare la forza fisica è attribuito alle istituzioni o agli individui solo nella misura in cui lo Stato permette. Lo Stato è considerato l’unica fonte col “diritto” di usare la violenza. Da qui deriva il concetto di “politica” come mezzo di condivisione del potere o di influenza della distribuzione del potere. Come totalità dei poteri riuniti in un’istituzione, lo Stato con frequenza riesce a legittimare anche le sue decisioni più sbagliate e le sue più cattive azioni. Il pericolo rappresentato dal monopolio dell’uso legittimo della forza fisica è che, come rilevò Albert Nock: «lo Stato pretende ed esercita il monopolio del crimine [nella misura in cui] proibisce l’omicidio 8 Liber@mente

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privato, ma organizza esso stesso omicidi su una scala colossale; punisce il furto privato, ma stende esso stesso senza scrupolo le mani su qualunque cosa voglia, che sia la proprietà di cittadini o di stranieri». Se da un lato il monopolio statale dell’uso della forza fisica può evitare la bellum omnium contra omnes, dall' altro, è una costante minaccia alla libertà, alla proprietà privata e alla vita di quelli che, in linea di principio, deve tutelare. Lo “Stato Totale” del socialismo reale è stato il principale responsabile di cento milioni di cadaveri “ideologici”. Lo Stato smisurato è il grande nemico della prosperità economica, del diritto di proprietà, dell’integrità fisica e dell’autonomia psichica delle persone. Se mancano meccanismi in grado di controllare il monopolio dell’uso della forza fisica, lo Stato sarà sempre una potenziale minaccia per i cittadini che lo sostengono materialmente con il loro lavoro. Perciò la cosa fondamentale é discutere su come devono essere limitati i poteri e le funzioni dello Stato in maniera a renderlo compatibile con il rispetto della libertà, della proprietà e della vita degli individui. In opposizione agli anarchici, che difendono Hay gobierno, soy contra, e agli statalisti e interventisti, il liberale si preoccupa di proporre l’introduzione di meccanismi istituzionali capaci di limitare il raggio d’azione dello Stato con lo scopo di preservare al massimo possibile la libertà di scelta delle persone. Il monopolio consente allo Stato di rivendicare una legittimità che, se non è limitata ad alcuni poteri e funzioni, può giustificare una graduale diminuzione della libertà individuale che, in extremis, porta alla schiavitù. La sfida è di circoscrivere, attraverso checks and balances, il ruolo del Governo per evitare che, concentrando il potere, manipoli il monopolio legislativo ed esecutivo dello Stato. Il principio cardinale di un ordine sociale libero è che lo Stato si occupi solo di quello che, essendo importante per tutta la società, i singoli sono incapaci di soli di compiere oppure rinuncia a fare tutto quello che i singoli possono fare in modo più efficace e meno costoso. Assegnare alla sfera dell’azione individuale la massima protezione possibile è incompatibile con l’esistenza di un potere centrale non chiaramente limitato nella sua pretesa di regolare i comportamenti e controllare i rapporti tra cittadini. Se mettiamo in primo piano la libertà - concepita come assenza di costrizione esercitata da altri, autorità comprese - la preoccupazione princi- pale è definire quale dimensione funzionale e quale estensione di potere deve avere lo Stato affinché sia preservata l’ampia possibilità di libera scelta degli individui. Quello che bene amministra la res publica - che si dedica, innanzi tutto, a proteggere la libertà individuale - è molto diverso da quello ipertrofico, difeso dagli interventisti, che avanza sempre più sulla sfera delle decisioni personali. Si è spesso detto che lo Stato ha preso questa o quella decisione, ha adottato questa o quella politica, ha agito in questo o quel modo, ecc, come se fosse un essere dotato della capacità di pensare, decidere e agire in conformità a finalità idiosincratiche. Ciò introduce un sacco di confusione nel discorso politico e tende a generare un dualismo pernicioso tra gli obiettivi perseguiti dagli individui e quelli perseguiti dallo Stato, considerati superiori. Parlare dello Stato come se avesse un’esistenza autarchica non è una mera façon de parler, ma un atteggiamento fallace che nasconde che il Leviatano, per esistere, dipende dai cittadini che lo formano e lo mantengono. Lo Interesse pubblico è un’espressione normalmente usata per nascondere manovre politiche con l'obiettivo di difendere misure che servono solo a interessi settoriali o a una minoranza stesso non ha voce propria; sono persone specifiche – i politici, i funzionari pubblici, la burocrazia in generale – che parlano in suo nome. Per questo la critica contro la statolatria deve cominciare con la denuncia delle confusioni logico-linguistiche che inducono a concepire lo Stato come un “agente trascendente” con potenze e finalità più elevate rispetto a quelle degli individui accusati di agire pensando soltanto al proprio interesse. Secondo Emile Durkheim: «lo Stato è l’organo stesso del pensiero sociale [...] non pensa per pensare, per costruire sistemi di dottrine ma per dirigere il comportamento collettivo [...] lo Stato è un organo speciale che ha il compito di sviluppare certe rappresentazioni che valgono per la collettività». È comune ricorrere a questo tipo di retorica - basata su una visione olistica - con lo scopo di avvantaggiare lo Stato contro le forze spontanee che, in verità, sono le grandi responsabili del progresso materiale e simbolico delle società. In nome del cosiddetto interesse pubblico si propone ogni giorno l’aumento delle funzioni e dei poteri dello Stato. La società libera non può permettere che il cosiddetto “bene comune” sia definito da burocrati, e che i modi di raggiungerlo siano stabiliti dai governanti. Se per interesse pubblico intendiamo l’efficiente amministrazione della res publica, la fornitura efficace di servizi che il mercato non è grado di offrire, allo Stato si può assegnare un ruolo di considerevole rilievo. Il problema è che interesse pubblico è un’espressione normalmente usata per nascondere manovre manipolatrici di politici e governanti con l'obiettivo di difendere misure che servono solo a interessi settoriali o a una ristretta e provvisoria maggioranza. In nome della “giustizia sociale”, lo Stato é diventato una macchina di usurpazione di beni prodotti dai singoli. All’inizio del Novecento il sociologo tedesco Franz Oppenheimer ha osservato che: «Ci sono due mezzi fondamentalmente opposti attraverso i quali l’uomo, che richiede sostentamento, è indotto a ottenere i necessari mezzi per soddisfare i suoi desideri: il lavoro e la rapina, il proprio lavoro e l’appropriazione forzosa del lavoro degli altri […] propongo di chiamare il proprio lavoro e lo scambio equivalente del proprio lavoro con il lavoro degli altri, il “mezzo economico” per la soddisfazione del bisogno mentre l’appropriazione non ripagata del lavoro degli altri sarà chiamata “mezzo politico” […] lo Stato è un’organizzazione del mezzo politico; nessuno Stato, quindi, può venire alla luce fino a quando il mezzo economico ha creato un definito numero di oggetti per la soddisfazione dei bisogni, i quali oggetti possono esser sottratti o appropriati con la rapina bellicosa». A differenza dei teorici che sostenevano che l’ordine sociale è stato politicamente creata, gli economisti liberali dell’Ottocento hanno messo in rilevo che il comportamento economico regolare genera coordinamento nei rapporti sociali 4 - 2015 9

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senza la necessità della coercizione esterna del Leviatano. Questa relativa assenza di coercizione nelle transazioni economiche può essere illustrata, secondo Adam Smith, con la divisione sociale del lavoro che si basa sulla «naturale inclinazione dell’uomo a trafficare, a barattare e a scambiare una cosa con l’altra». La prosperità generale è prodotta all’interno di un ordine spontaneo che non richiede per esistere nessuna directing mind. La società nel suo libero funzionamento non è solo un ordine spontaneo e auto-regolato, ma anche un’organizzazione in grado di fare a meno della presenza direttrice di un’autorità trascendente gli individui con potere di definire cosa devono fare. A questo proposito, sempre Adam Smith fa notare che non vi è alcuna necessità di un Primo Motore capace di mettere in moto gli individui facendogli intraprendere alcune azioni o per fargli prendere la giusta direzione. In armonia con Smith, David Hume sottolinea che «sebbene il governo sia un’invenzione affatto vantaggiosa, e in certe circostanze persino assolutamente necessaria al genero umano, non è tuttavia sempre necessaria, né è impossibile per gli uomini conservare per qualche tempo la società senza ricorrere a tal invenzione». Riprendendo Thomas Paine, il governo è necessario soltanto a «tenere a freno i nostri vizi, giacché la società è creata dai nostri bisogni, lo Stato dalla nostra cattiveria: la società, qualunque ne sia la forma, rappresenta una benedizione, laddove il governo non è che, nella sua forma migliore, un male necessario mentre in quella peggiore è un male intollerabile». Se ciò che rende possibile l’ordine sociale non è l’assegnazione di eccessive risorse e dilagante potere al Leviatano, e neanche un’autorità centrale di controllo e regolazione dei rapporti tra individui, l’ipertrofia dello Stato serve solo alle ambizioni di potere politico-economico di natura interventista e dirigista che producono soltanto inefficienza e uniforme distribuzione della povertà. La formazione dell’ordine sociale non è il risultato dell’intervento di un’autorità speciale, il Governo, ma delle azioni degli individui che, rispettando ciò che Hume chiama fundamental laws, creano un ordine spontaneo promotore di benefici per tutti. L’enfasi che si tende a dare alle funzioni e ai poteri dello Stato è dovuta alla concezione erronea della politica come fonte di organizzazione e di regolamentazione per una vita sociale ordinata. Università Federale di Rio de Janeiro (B) aloliva@uol.com.br CARL MENGER, IL RIVOLUZIONARIO di PETER G. KLEIN Fondatore a Scuola Austriaca di Economia, il suo lascito è profondo e duraturo e arriva sino ai nostri giorni udwig von Mises ha scritto che «in uno stesso periodo, non hanno vissuto più di una ventina di uomini le cui opere abbiano contribuito a qualcosa di essenziale per l'economia». Uno di quegli uomini è stato Carl Menger (1840-1921), professore di Economia Politica presso l'Università di Vienna e fondatore della Scuola Austriaca di economia. I “Principi fondamentali di economia” di Menger, libro pubblicato nel 1871, è stato uno spartiacque, e non ha solo introdotto il concetto di analisi marginale ma ha presentato un approccio radicalmente nuovo per l'analisi economica, che costituisce ancora oggi il nucleo della teoria Austriaca del valore e del prezzo. A differenza dei suoi contemporanei William Stanley Jevons e Léon Walras, che svilupparono in modo indipendente i concetti di utilità marginale nel corso degli anni Settanta dell'Ottocento, Menger ha favorito un approccio deduttivo, teleologico, e, in un certo senso, fondamentalmente umanistico. Nonostante condividesse la preferenza dei suoi contemporanei per il ragionamento astratto, allo stesso interessava principalmente spiegare le azioni delle persone reali nel mondo reale, non creare artificiali rappresentazioni stilizzate della realtà. Per Menger l'economia è lo studio propositivo della scelta umana, la relazione tra mezzi e fini. «Tutte le cose sono soggette alla legge di causa ed effetto. Questo grande principio non conosce alcuna eccezione», inizia così il suo trattato. Jevons e Walras respinsero la causa e l'effetto in favore di una determinazione simultanea, l'idea che i sistemi complessi possano essere modellati come sistemi di equazioni simultanee in cui nessuna variabile può essere detta "causa" di un'altra. Questo è diventato l'approccio standard nell'economia contemporanea, accettato da quasi tutti gli economisti, esclusi quanti seguirono Carl Menger. Quest’ultimo ha cercato di spiegare i prezzi come il risultato delle interazioni propositive volontarie di acquirenti e venditori, ciascuno guidato da proprie valutazioni soggettive di utilità dei vari beni e servizi nel soddisfare i propri obiettivi (ciò che oggi chiamiamo utilità marginale, termine più tardi coniato da Friedrich von Wieser). Il commercio è quindi il risultato dei tentativi deliberati delle persone di migliorare il proprio benessere, non una innata «propensione allo scambio, al baratto e alla permuta» come suggerito da Adam Smith. Le quantità esatte di merci scambiate (in altre parole i loro prezzi), sono determinate dai valori che gli individui attribuiscono alle unità marginali di questi beni. Con un unico acquirente e venditore, le merci vengono scambiate fintanto che i partecipanti possono concordare un tasso di cambio che li lasci entrambi in condizioni migliori di quanto fossero in precedenza. In un mercato con molti compratori e venditori, il prezzo riflette le valutazioni del compratore meno disposto ad acquistare e del venditore meno disposto a vendere, ciò che Böhm-Bawerk avrebbe poi chiamato le “coppie marginali”. Con ogni scambio volontario, dunque, i guadagni derivanti dal commercio sono momentaneamente esauriti, indipendentemente dalla struttura esatta del mercato. La spiegazione altamente generale di Menger sulla formazione dei prezzi continua a costituire il nucleo della microeconomia Austriaca. L'analisi di Menger è stata etichettata come “causale-realistica” per enfatizzare,in parte, la distinzione tra il suo approccio e quello degli economisti neoclassici. Oltre la sua L 10 Liber@mente

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attenzione sulle relazioni causali, l'analisi dello stesso è realistica Novecento, appaiono nel suo nel senso che ha cercato non di sviluppare modelli formali di rap- libro del 1883 “Sul metodo delle porti economici ipotetici ma di spiegare i prezzi effettivi pagati ogni scienze sociali”. Esse sono però in giorno nei mercati reali. Gli economisti classici avevano spiegato gran parte assenti nei “Principi”. che i prezzi sono il risultato della domanda e dell’offerta, ma man- Il libro che ha fondato la cava una teoria soddisfacente della valutazione per spiegare la vo- Scuola Austriaca si lontà dei compratori di pagare per beni e servizi. Rifiutando il concentra sull'essoggettivismo valoriale, gli economisti classici ebbero la tendenza senza del valore, a trattare la domanda come un qualcosa di relativamente poco im- dello scambio, portante e si concentrarono su ipotetiche condizioni “di lungo pe- e, del riodo” in cui le caratteristiche “oggettive” delle merci (soprattutto i loro costi di produzione) avrebbero determinato i loro prezzi. Essi tendevano anche a raggruppare i fattori di produzione in grandi categorie (terra, lavoro e capitale) rendendoli incapaci di spiegare i prezzi di discrete unità eterogenee di questi fattori. L’austriaco si è reso conto invece che i prezzi effettivamente pagati per beni e servizi non riflettono oggettive caratteristiche “intrinseche” quanto piuttosto gli usi per cui unità discrete di beni e servizi possono essere impiegate per come percepite, soggettivamente, da singoli acquirenti e venditori. prezzo, I “Principi” è stato scritto come volume introduttivo di non sugli un'opera intesa in più volumi che, purtroppo, successivamente squilibri o non sono stati mai scritti. Menger non ha sviluppato esplicitamente sulla conoscenza il concetto di costo opportunità, non ha esteso la sua analisi per tacita o sul soggettispiegare i prezzi dei fattori di produzione e non ha sviluppato una vismo radicale. teoria di calcolo monetario. Tali progressi sarebbero giunti più tardi Un altro aspetto imdai suoi allievi e discepoli Eugen von Böhm-Bawerk, Friedrich von portante del contributo di Wieser, J.B. Clark, Philip Wicksteed, Frank A. Menger è che è Fetter, Herbert J. Davenport, Ludwig von I “Principi fondamentali di economia” di apparso in linMises, e F.A. Hayek. Molte delle idee più im- Menger sono stati uno spartiacque, e non gua tedesca, portanti sono però implicite nell'analisi di hanno solo introdotto il concetto di analisi mentre l'approccio Menger. Ad esempio la distinzione tra i beni marginale ma hanno presentato un approccio allora dominante di “ordine” inferiore e superiore (riferendosi radicalmente nuovo per l'analisi economica era quello della al loro posto nella sequenza temporale della “più giovane” produzione costituisce il cuore della teoria Austriaca del capitale, Scuola storica tedesca, che ha reuno dei suoi elementi più caratteristici ed importanti. Menger in- spinto l'analisi teorica interamente a fatti sottolinea il passare del tempo nel corso della sua analisi, favore di quella induttiva, condotta ideoun'enfasi che non si è ancora affermata nella corrente dominante logicamente da casi di studio storici. Gli economisti teorici più della teorizzazione economica. completi, i britannici classici come J.S. Mill, erano ampiamente scoMentre la maggior parte dei trattati di economia contempo- nosciuti agli scrittori di lingua tedesca. Come osserva Hayek: «In ranea sono ampollosi e noiosi, il libro del grande economistra au- Inghilterra il progresso della teoria economica ristagnò solamente. striaco è ancor oggi straordinariamente facile da leggere. La sua In Germania una seconda generazione di economisti storici crebbe prosa è lucida, la sua analisi è logica e sistematica, i suoi esempi senza mai veramente conoscere l'unico sistema teorico ben svilupchiari e informativi. I Principi rimane un'eccellente introduzione pato che esisteva, ma avevano altresì imparato a considerare le alla logica economica e, per lo specialista, la classica dichiarazione speculazioni teoriche di qualsiasi tipo come inutili se non assoludei principi cardine della Scuola Austriaca. Come scrive Friedrich tamente dannose». L'approccio di Menger (altezzosamente reA. von Hayek nella sua Introduzione, l'importanza della Scuola spinto dal leader della Scuola storica tedesca, Gustav Schmoller, Austriaca è «interamente dovuta alle fondamenta gettate da que- come semplicemente “austriaco”, origine di quell'etichetta) ha porsto uomo». Tuttavia, mentre Menger è universalmente ricono- tato a una rinascita dell'economia teorica in Europa e, più tardi, sciuto come il fondatore della Scuola Austriaca, il suo approccio negli Stati Uniti. In sintesi, i concetti fondamentali della contemcausale-realistico nella formazione dei prezzi non è sempre ap- poranea economia austriaca (l'azione umana, i mezzi e i fini, il vaprezzato perfino all'interno dell'economia Austriaca contempora- lore soggettivo, l'analisi marginale, l'individualismo metodologico, nea. Karen Vaughn, per esempio, descrive la teoria dei prezzi di la struttura temporale della produzione e così via) insieme alla teoMenger come essenzialmente neoclassica, sostenendo che il suo ria austriaca del valore e del prezzo, che costituisce il cuore delpeculiare contributo Austriaco risiede ne «i suoi molti riferimenti l'analisi austriaca, derivano tutti dal lavoro pionieristico di Menger. ai problemi di conoscenza e ignoranza, le sue discussioni sulla na- Come ha scritto Joseph Salerno: «l'economia Austriaca è sempre scita e la funzione delle istituzioni, l'importanza di articolare i pro- stata e per sempre rimarrà economia mengeriana». cessi di regolamentazione, e, i suoi molti riferimenti al progresso University of Missouri (USA) dell'umanità». Tali questioni, che hanno attirato una notevole atpklein@missouri.edu tenzione durante la “rinascita Austriaca” degli anni Settanta del Traduzione di Luca Fusari 4 - 2015 11

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di DANIELA RABIA «Non si può nemmeno dire che lo Stato abbia mai mostrato alcuna propensione a sopprimere il crimine, ma solo a salvaguardare il proprio monopolio del crimine» (Albert J. Nock) L’OPERA DI ALBERT J. NOCK OTTANT’ANNI DOPO In un secolo nel quale lo Stato aspirava all'onnipotenza, è stato antistatalista e ha scritto uno dei trattati politici fondamentali per il pensiero libertario del Novecento N onostante le sue passioni letterarie siano state sempre più forti di quelle politiche, Albert Jay Nock (1870 1945) ha studiato il fenomeno statale e ci ha tramandato il suo pensiero. Tra le sue opere spicca, per acume e capacità analitica: “Il nostro nemico, lo Stato”, considerato una pietra miliare nella storia del pensiero liberale e anarchico individualista. Tale saggio, di cui quest’anno si celebrano gli ottant’anni dalla pubblicazione, è una chiara denuncia dello Stato, detentore assoluto della forza, il quale, attraverso la coercizione, viola i diritti dell’individuo. Partendo dalla summa divisio tra potere statale e potere sociale, Nock sostiene che non possa esserci rafforzamento del primo senza un corrispondente ed equivalente deperimento del secondo. E da detto assunto fa derivare un corollario importante: la progressiva conversione del potere sociale in potere stagenera tale nella gente una tale acquiescenza da far maturare nelle generazioni nuove l’idea che questa conversione, oltre ad essere normale, sia salutare e necessaria per il bene pubblico. Assertore convinto di come la forza delle parole sia capace di distorcere le reali capacità acquisitive e cognitive degli esseri umani, e di quanto la ripetizione di “certe litanie poetiche” renda gli uomini indifferenti alla loro corrispondenza alla verità e ai fatti, il saggista libertario americano ha voluto combattere proprio con le parole, veicolate attraverso la sua penna, l’idea dello Stato. Sempre con la forza delle parole e delle idee, armi ben più potenti degli eserciti, Albert Jay Nock si è opposto alle due guerre mondiali, nell’arco del cui svolgersi si inserisce la sua vita conclusa proprio nel 1945, in coincidenza con la fine del secondo conflitto bellico. Ricorrono, pertanto, quest’anno anche i settant’anni dalla scomparsa di questo studioso brillante e originale, a cui nel panorama culturale è stato fatto il torto di un’ insufficiente conoscenza e valorizzazione, forse dovuta al suo radicale antistatalismo in un secolo nel quale lo Stato aspirava all’onnipotenza e all’onniscienza, come ha sottolineato Jeffrey Tucker. Eppure, per quasi un trentennio, Nock ha costituito, insieme a Henry Mencken, la coppia libertaria più autorevole degli Stati Uniti d’America. Figura intellettuale travagliata, al pari di come travagliata fu la sua vita, dalla fase di studio da autodidatta in una realtà di provincia a quella dell’abbandono della propria famiglia e dell’ufficio di pastore per trasferirsi a New York nel 1910, questo scrittore ha avuto il fermo convincimento della pericolosità di ogni forma di indottrinamento. Dichiarando di essere «profondamente grato che durante i miei anni di formazione non ho mai avuto contatti con qualsiasi istituzione sotto il controllo statale... pertanto la mia mente era totalmente non predisposta e la mia vista non è stata influenzata da alcuna distorsione emotiva», l’intellettuale di Scranton non ha avuto dubbi nell’individuare la costruzione statale alla base di qualunque relazione parassitaria in tutte le convivenze politiche. Sempre sulla base di siffatta teorizzazione, nell’opera del 1935, che rivolge a coloro che dotati di curiosità intellettuale sono colpiti dalla contemplazione della natura, individua lo Stato come il nemico comune di tutti gli uomini ben disposti, industriosi e onesti. Destinatari della sua opera sono pertanto quegli “spiriti alieni” che, pur vivendo in una civiltà viziata da orizzonti limitati, non si conformano ai dettami di essa ma mantengono una’attenzione disinteressata verso la chiara e comprensibile legge delle cose, al di là di ogni finalità pratica. Ed è questo lo spirito con cui è consigliabile approcciarsi alla lettura del sempre attuale “Il nostro nemico, lo Stato”, perché se è vero che sono cambiati i contesti storico-ambientali, le situazioni e la civiltà, è altrettanto vero che l’animo umano è rimasto immutato e caratterizzato da orizzonti limitati. daniela.rabia@fondazionescoppa.it 12 Liber@mente

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di JUSTIN RAIMONDO MURRAY N. ROTH BARD E L’EREDITÀ G RECA L a visione di Murray N. Rothbard del pensiero economico degli antichi greci, dal momento che l’economia non si era ancora separata dalle altre scienze, viene vista attraverso la lente della cultura e dei filosofi. Platone è l’archetipo del mistico totalitario, l’oligarca originale e il precursore di tutti i partiti d’avanguardia a venire. Secondo la scuola platonica, che fu egemonica nella sua fase iniziale, i ‘limiti’ imposti dalla legge naturale sono intollerabili, e quindi l’obiettivo è quello di “superarli”. Alienato dal suo vero sé, che è eterno, trascendente il tempo e lo spazio, l’essere umano cerca costantemente di riprendersi questo stato divino. Superare tale “alienazione”, come Rothbard dimostra vivacemente, è stato il motivo e il proponimento prevalente di decine di movimenti religiosi e ideologici: dalla Riforma Protestante al millenarismo secolarizzato di Marx e del movimento comunista, compresi i profeti pietisti post-millennaristi della riforma economica e sociale in America. Nonostante il continuo e persistente errore, e soprattutto l’influenza nefasta di Platone, il progresso della scienza economica ha fatto un gigantesco balzo in avanti con l’avvento di Aristotele che, pur continuando la tendenza anti-commerciale ellenica, si è lanciato in un’ efficace polemica contro il collettivismo oligarchico di Platone. Aristotele sottolineò che il monolitismo della società platonica viola la legge naturale della diversità umana. Dal momento che entrambe le parti beneficiano di qualsiasi scambio volontario, l’economia platonica punirebbe sia i produttori che i consumatori. In una dettagliata confutazione della proprietà comune, Aristotele sostenne che la proprietà privata è più produttiva e più favorevole alla pace sociale. Inoltre, la proprietà privata è il complemento ineluttabile della legge naturale, e quindi non può essere abolita per editto del governo. Il più grande dei filosofi greci fece anche questa importante considerazione: il sistema della proprietà privata offre agli uomini la possibilità di agire moralmente-in base al lume aristo- I Greci hanno fornito contributi importanti in molti campi ma hanno fallito in quello della scienza economica telico- ovvero di praticare la filantropia. Sotto il comunismo platonico tale opportunità non emerge. Aristotele si oppose all’idea di Platone che si dovessero porre limiti rigorosi all’accumulo di ricchezza da parte di un qualunque individuo e credeva che inculcare l’ascetismo della nobiltà nella popolazione fosse l’unico modo per frenare il desiderio incontrollato della gente per la ricchezza ed il possesso materiale. Aristotele condivise con Platone il pregiudizio aristocratico contro il commercio e questo disprezzo sottile per l’imprenditore ebbe un’enorme influenza nei secoli a venire. Come sottolinea Rothbard, il pensiero aristotelico è stata la base filosofica della tradizione tomista. Per san Tommaso d’Aquino e i suoi successori, la proscrizione Aristotele condivise con Platone il pregiudizio aristocratico contro il commercio e questo disprezzo sottile per l’imprenditore ebbe una enorme influenza nei secoli a venire medievale del “prestito di denaro” (addebito di interessi sul prestito) è stata basata sull’aristotelica erronea concezione del denaro. Pur riconoscendo l’utilità di tale prodotto, il fondatore del Peripato ne ha condannato il prestito come “innaturale” per il fatto che esso è “sterile” e non può, di per sé, produrre ricchezza. Lo stesso ha pertanto concluso che l’imposizione di interessi su un prestito è “innaturale” e immorale. Come mostra il libertario americano, ci sono volute generazioni di tomisti Scolastici, dall’inizio del Medioevo fino al tardo Rinascimento, prima che le disastrose conseguenze di questo errore aristotelico fossero annullate. L’iconoclastia irrefrenabile dello stesso emerge nella sua discussione sulla sfortunata influenza del pitagorismo sull’economia di Aristotele, pervasa da una terminologia matematica non necessaria. E scrive: «L’unico dubbio vantaggio di questo contributo è stato quello di dare molte ore felici agli storici del pensiero economico intenti a indicare sofisticate analisi moderne in Aristotele». Ma i grandi pensatori, a prescindere dalla loro grandezza «possono scivolare in errori e incoerenze e, occasionalmente, perfino scrivere cose senza senso. Molti storici del pensiero non sembrano in grado di riconoscere questo semplice fatto». Rothbard, tuttavia, critica aspramente il concetto aristotelico sulla reciprocità dello scambio e il sottile disprezzo per l’imprenditore. Nell’ “Etica Nicomachea”, il filosofo greco racconta di un architetto che scambia una casa per le scarpe prodotte da un calzolaio, e continua a postulare: «il numero di scarpe scambiate per una casa deve quindi corrispondere al rapporto di proporzione tra costruttore e il calzolaio. Se non è così, non ci sarà alcuno scambio e nessuna relazione». La risposta del medesimo Rothbard è: «Eh? Come può esserci un rapporto di proporzione tra costruttore e calzolaio? E ancor meno una equiparazione di tale rapporto scarpe/case? In quale unità possono essere espressi uomini come costruttori e calzolai? La risposta corretta è che non c’è nessun significato e che questo particolare esercizio dovrebbe essere respinto come sfortunato esempio di quantofrenia pitagorica». Lo sforzo di molti nell’indicare Aristotele come il precursore della Teoria del Valore - Lavoro è qui smentita come «una elaborata ricerca inutile o con poche probabilità di successo». Questo approfondimento di un particolare paragrafo dell’ “Etica” si sarebbe rivelato estremamente problematico per la scienza economica nei 4 - 2015 13

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secoli successivi in quanto comprende il detto del filosofo greco secondo cui, affinché uno scambio di diversi beni e servizi abbia luogo, «deve essere equiparato». Secondo lo stesso, affinché due persone scambino due diversi prodotti il loro valore deve essere uguale, altrimenti lo scambio non potrebbe aver luogo. Come gli economisti della Scuola Austriaca avrebbero indicato secoli dopo, questo è semplicemente sbagliato. I prodotti non hanno alcun valore intrinseco, il loro valore di mercato è determinato dalle preferenze dei diversi consumatori. Come argomenta Rothbard, lungi dall’implicare un’equazione di valore, lo scambio implica una «doppia disparità di valutazione soggettiva». Al contrario, per quanto riguarda la metodologia, Aristotele è stato invece un precursore della Scuola Austriaca in quanto, almeno implicitamente, si rese conto che la base di tutta l’economia e filosofia si compone di pochi concetti assiomatici, a cui esse possono essere imputate. Il più importante tra questi: la necessità di un’azione umana. Rothbard cita la poco conosciuta opera “Topica” (Topics), nella quale Aristotele espone la sua analisi filosofica dei fini e dei mezzi umani. Tali mezzi, che classifica come “strumenti di produzione”, acquistano il proprio valore dal fatto che il loro prodotto finale è utile per le persone. Se un bene è molto desiderabile i mezzi per produrlo acquistano un loro alto valore. Egli procede poi a imputare una serie di teorie economiche sempre più complesse da concetti assiomatici: la necessità dell’azione umana, il perseguimento dei fini umani attraverso la messa in ordine di mezzi scarsi, il fatto primordiale della diversità umana e della disuguaglianza. Le radici aristoteliche della Scuola Austriaca e, in generale, dell’economia di libero mercato sono a lungo documentate nel corso di “An Austrian Perspective on the History of Economic Thought”, l’opera del medesimo Rothbard in due volumi, pubblicata nel 1997. Come un sistema filosofico basato sulla supremazia della ragione e sulle regole della logica, l’aristotelismo ha fornito il quadro concettuale ed il contesto per gran parte del pensiero economico dei successivi duemila anni. Tuttavia nel periodo immediatamente successivo ad Aristotele, ovvero dopo il IV secolo a.C.: «il resto del mondo antico e perfino la Grecia, prima e dopo questi secoli, fu essenzialmente un deserto per il pensiero economico». Nonostante il fatto che istituzioni economiche avanzate esistessero in Cina, Mesopotamia e altrove - forse ancora più avanzate, per certi versi, rispetto alla Grecia di Aristotele - poco o nessun pensiero economico è emerso da queste civiltà. Come rileva Rothbard: «qui c’è un indizio importante che, al contrario dei marxisti e altri deterministi economici, il pensiero economico e le idee non si limitano ad emergere come riflesso dello sviluppo delle istituzioni economiche». Come, dunque, spiegare questa, relativamente breve ma spettacolare, fioritura del pensiero economico nell’antica Grecia? La risposta è nelle prospettive ampiamente filosofiche degli antichi greci, che hanno cercato di trarre la verità da pochi assiomi auto-evidenti, cioè nella metodologia dei filosofi greci. Aristotele, a differenza dei positivisti odierni, credeva nell’esistenza oggettiva della legge naturale; su questo fondamento di verità universale e apodittica è stata costruita la struttura epistemologica della civiltà europea post -ellenica. In sostanza, nel grande edificio del pensiero ellenico c’erano molte stanze ma tutte erano rette dagli stessi pilastri della ragione e della logica; tutte erano parte della grande Come un sistema filosofico basato sulla supremazia della ragione e sulle regole della logica, l’aristotelismo ha fornito il quadro concettuale per gran parte del pensiero economico dei successivi duemila anni casa di ciò che la Scuola Austriaca ha chiamato prasseologia, ovvero, lo studio dell’azione umana, con la scienza economica come un sottoinsieme di questo vasto campo. Nel mondo moderno nel quale, tuttavia, l’informazione è frammentata in “bit” e il modello positivista della prova “empirica” è usato per “testare” la teoria economica in “condizioni di laboratorio”, la saggezza dei filosofi è sostituita dalla falsa “scienza” dei positivisti con le loro calcolatrici tascabili, con i loro modelli computerizzati e tutti i concetti della contemporaneità. Al mondo, però, sarebbe stata risparmiata la regola di questi nerd per due millenni. Nel frattempo, la morte di Aristotele ha significato la decadenza del pensiero economico ellenico e del pensiero filosofico in generale. Contro le dottrine favorevoli alla proprietà privata di Democrito e Aristotele, Diogene, il primo Cinico, ha predicato che il denaro è la radice di tutti i mali. Perseguendo virtù egli visse in una botte e prese voto di povertà insieme ai suoi seguaci. Mentre il vecchio Diogene è una fi- gura venerata, giunta fino a noi come l’immagine di un uomo saggio perennemente alla ricerca della verità, Rothbard rivela che fu virulento nella sua visione dell’uomo come creatura degradata. Prometeo, l’eroe che si ribellò agli dei e portò il fuoco agli uomini era per Diogene un furfante. Per i Cinici la crescita della conoscenza umana e il progresso stesso erano mali e non regali. Il declino della filosofia greca ha subito una inversione di tendenza con l’ascesa degli Stoici, i quali attaccarono esplicitamente l’egualitarismo. «Niente può impedire che alcuni posti a sedere in teatro siano migliori rispetto ad altri». Così ha commentato Crisippo, stoico di rilievo. Egli ha ribattuto al detto di Diogene che «il denaro è la radice di tutti i mali» con uno dei suoi: «il saggio farà tre capriole per un adeguato compenso». Gli Stoici sono stati i primi a sistematizzare la legge naturale applicandola agli individui. Con il declino politico delle cittàStato greche e la scomparsa della polis, gli Stoici furono liberi di applicare la legge naturale non su una piccola tribù ma all’intera l’umanità e di costruire un’etica come standard universale rispetto a cui tutti gli Stati sono giudicati. Rothbard scrive: «Per la prima volta il diritto positivo divenne continuamente oggetto di una critica trascendente basata sull’universale ed eterna natura dell’uomo». Egli ripercorre l’influenza aristotelico - stoica a partire dai più tardi Stoici romani: il celebre statista e retore romano Cicerone ed i giuristi romani che inquadrarono la tradizione giuridica che fu alla base della Common Law inglese. Mentre si può affermare che non esistesse in quel momento alcun vero pensiero economico, alcuni giuristi romani dichiararono che i diritti di proprietà sono inerenti al diritto naturale. In modo importante, quindi, è stato questo lo spirito che ha mosso Cicerone a «contribuire al pensiero occidentale con una grande parabola antistatalista. Cicerone ha raccontato la storia di un pirata che fu trascinato alla corte di Alessandro Magno. Quando questi lo denunciò per pirateria e brigantaggio e chiesto al pirata quale impulso lo avesse portato a rendere il mare pericoloso con il suo unico piccolo vascello, il pirata incisivamente rispose: «lo stesso impulso che ha portato te [Alessandro] a rendere tutto il mondo insicuro». Randolph Bourne Institute (USA) justin@antiwar.com Traduzione di Luca Fusari 14 Liber@mente

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di MARCO PARISI PRIMO PIANO STATO E SPESA PUBBLICA, UN CONNUBIO DANN OSO Il nostro è un Paese con un apparato statale cresciuto a dismisura e con un livello notevole di spesa pubblica, debito nazionale, tassazione e conseguente corruzione A ll'inizio degli anni novanta, in seguito alla caduta del re- Sposta cioè le risorse da chi quelle risorse le ha prodotte con il progime sovietico e alla firma del trattato di Maastricht, si è prio impegno a chi invece non ha preso parte al processo produtposta in maniera più significativa la questione del peso tivo; le redistribuisce, sottraendole a chi legittimamente le possiede. dell'apparato pubblico all'interno dell'economia, quindi all'in- In un'economia nella quale nessun cittadino viene ostacolato nelterno della vita di ogni individuo. Da un lato le teorie a supporto l'intraprendere un processo produttivo, ad invocare l'intervento dei regimi socialisti si erano ampiamente dimostrate catastrofi- dello Stato è la parte parassitaria della società, in primis la classe che, dall'altro i bilanci della maggior parte degli Stati aderenti alla politica che di Stato vive e si nutre. La parte parassitaria attraverso comunità europea erano fuori controllo. Solo allora venne alla l'intermediazione statale, quindi tramite il prelievo fiscale e di riluce il problema del livello, della composizione e delle modalità flesso la spesa pubblica, si appropria indebitamente di risorse che di finanziamento della spesa statale, fino a quel decennio consi- appartengono ad altri. derata come un'inesauribile fonte di regalie a bassissimo costo, Per di più l'inaccettabile e ingiusta spoliazione che lo Stato fa finanziata in deficit in modo da far pagare il conto alle genera- delle risorse private si tramuta in impiego delle risorse lontano zioni successive. Quel mondo sembrava finito, purtroppo non lo anni luce dall'efficienza. Lascia di stucco il giubilo di molti nel veè. È cambiata la terminologia, in parte il modus operandi, qualche dere opere pubbliche terminate in tempi biblici e a costi faraonici. volto e qualche sigla, ma non la sostanza. La presenza dello Stato Perché gioire quando viene aperta al pubblico un piccolo tratto di nell'economia e, di conseguenza, la spesa pubblica, si confer- una famigerata autostrada o di una linea metropolitana che già mano ad oggi abnormi a discapito della produttività e della cre- hanno abbattuto tutti i record negativi per tempi e costi di realizscita, quindi del livello generale di benessere. zazione? La mancanza di consapevolezza dei costi pro capite soQuesta situazione, di semplice interpretazione, sembra sia stenuti da ogni contribuente alimenta il grande inganno, non fa ignota ai più che addirittura invocano l'espansione dell'apparato prendere coscienza di quanta ricchezza venga sperperata e quali statale, chiedendo che lo Stato risolva i loro progetti privati alternativi non vengano porproblemi e affidandogli speranze e destini. tati avanti a causa di ciò. In un'economia, nella quale Con un aforisma molto fortunato ed al- nessun individuo viene ostacolato nell' Inoltre nessun progetto pubblico si basa trettanto ardito, Frédéric Bastiat nel 1848 de- intraprendere un processo produttivo, sull'analisi costi - benefici, tipica di ogni profinì lo Stato come “la grande finzione getto efficiente, di ogni progetto privato. la parte parassitaria della società attraverso la quale tutti cercano di vivere alle L'uomo politico non investe nel progetto invoca l'intervento dello Stato spalle di tutti gli altri”. Sicuramente questa pubblico soldi propri e spesso non è neanmassima coglie gran parte del problema, ma non tutto. Consi- che l'utilizzatore di quella stessa opera. Quello che conta per lui derati gli innumerevoli ambiti nei quali l'apparato pubblico mo- è solamente la rielezione, continuare cioè a pesare sulla parte derno opera, si potrebbe dire che lo Stato è quella grande finzione produttiva della società. Chiaramente, su questa logica si baattraverso cui la parte volontariamente non produttiva della so- sano i regimi, non le società evolute. cietà vive alle spalle della parte volontariamente produttiva. CoCome scrive Friedrich A. von Hayek: «la scoperta che gli uoloro che si impegnano a produrre possono convertire la ricchezza mini potessero vivere insieme pacificamente e arrecarsi reciprocache essi stessi creano in prodotti maggiormente idonei a soddi- mente benefici, senza doversi accordare sugli scopi sfare i propri bisogni, attraverso il consueto processo di scambio individualmente perseguiti, ha portato alla creazione della Grande tra individui. Nonostante il processo di scambio si sia evoluto nel Società». Questo è reso possibile solo grazie al libero processo di tempo dall'antico baratto all'uso del denaro, mezzo per eccel- scambio interindividuale. Seguendo il solco tracciato dallo scienlenza, la logica sottostante non è cambiata. Lo scambio resta quel ziato austriaco, compito necessario della Grande Società è assistere processo attraverso il quale due o più individui cedono recipro- «chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un'ecocamente parte della propria ricchezza al fine di aumentare reci- nomia di mercato [...] coloro che soffrono condizioni avverse, le procamente il proprio livello di soddisfazione e benessere; un quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in processo che prevede solo vincitori. grado di premunirsi da soli, ma che una società la quale abbia ragLa spesa pubblica trae origine dalla ricchezza prodotta dai pri- giunto un certo livello di interesse può permettersi di aiutare». Chi vati cittadini. Lo Stato, così come ogni altro ente pubblico, contra- ne resta escluso è solo chi vuole esserlo e in una società libera non riamente a quanto molti pensano, non possiede mezzi propri, ma si può obbligare certo nessuno a lavorare, nessuno a pagare. trae la propria capacità di spesa dalle risorse prodotte dai privati. marco.parisi@fondazionescoppa.it 4 - 2015 15

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