Azione nonviolenta - luglio 2013 Anno 50 n. 595

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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luglio 2013 Anno 50 n. 595 7 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 STOP F-35 contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 7 • Luglio 2013 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 4 9 F-35: a decidere siamo noi Mao Valpiana I veri numeri degli F-35, i caccia dello spreco Rete Italiana Disarmo La (ipocrita) mozione F-35 e i (pericolosi) giochi di parole Movimento Nonviolento Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net 10 Basta fornire armi italiane al violento regime turco Rete Italiana Disarmo 12 Riconciliarsi durante il conflitto si può e si deve Giulia Zurlini Panza 16 Conflitto arabo-israeliano: prospettive di pace Francesco Mastrangelo 18 L’Europa deve sostenere gli obiettori siriani e greci Martina Lucia Lanza 20 Ai Donatori di Musica il premio Langer 2013 Fondazione Langer 22 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE Deriva autoritaria in terra magiara 23 EDUCAZIONE Ostetricia intrusiva: la violenza invisibile 24 SERVIZIO CIVILE Il CDCNANV è un bene di tutti da riattivare subito 25 MUSICA Due voci e due lingue per tutti i nessuno 26 RELIGIONI L’aggiunta religiosa al sacrificio della vita 27 CINEMA Sguardo sulla realtà come non te l’aspetti 28 LETTERE Le conseguenze ambientali di decisioni politiche errate 29 RICEVIAMO 30 IL CALICE Lassù in vetta Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, luglio 2013, anno 50 n. 595, fascicolo 432 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 1 luglio 2013 Tiratura in 1500 copie. In copertina: STOP F-35

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editoriale F-35: a decidere siamo noi La coscienza dice NO di Mao Valpiana* Ma chi dovrà dire l’ultima parola sugli F35? Il parlamento? Il governo? Il consiglio supremo della difesa? I militari? Nessuno di costoro. A decidere sarà la coscienza del popolo italiano. A scuola ci avevano insegnato che il popolo è sovrano, che la democrazia la si esercita eleggendo i rappresentanti del corpo elettorale nelle due Camere, che sono il luogo dove si esprime la volontà dei cittadini, mentre il governo è organo esecutivo della nostra Repubblica parlamentare. Lo diceva la Costituzione. Ma ora ci hanno spiegato che non è proprio così: il consiglio supremo della difesa, presieduto dal Capo dello Stato, dice che in materia di armamenti il parlamento è esautorato: decide il governo influenzato direttamente dai militari. Funziona così la democrazia armata. L’aveva già capito bene Aldo Capitini, nell’immediato dopoguerra: “Si sa che cosa significa la guerra e la sua preparazione: la sottrazione di enormi mezzi allo sviluppo civile, la strage di innocenti, l’involuzione dell’educazione democratica, la riduzione della libertà e il soffocamento di ogni proposta di miglioramento della società e delle abitudini civili, la sostituzione totale dell’efficienza distruttiva al controllo dal basso” (Aldo Capitini, “Il rifiuto della guerra” in Il potere di tutti). Per questo il rifiuto della guerra, e di tutti gli strumenti che la preparano, è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso, di una nuova società, di un futuro migliore. Il parlamento deve fare sentire la propria voce. Chi ha giurato fedeltà alla Costituzione che ripudia le guerra non può accettare che gli venga impedito di esercitare il proprio potere per rifiutare l’acquisto di armi. Ma lo scontro sulla campetenza ultima in tema di strumenti militari, non può essere limitato ad un braccio di ferro tra il governo e il parlamento. C’è un’entità ancora superiore che ha la facoltà dell’ultima parola: la coscienza di ciascuno di noi. Il denaro per acquistare gli F35 non è del governo e nemmeno del Presidente della Repubblica, è denaro che esce dalle tasche dei contribuenti, i quali possono decidere di non utilizzarlo per questo scellerato spreco, ed imporre, con gli strumenti della nonviolenza, la propria volontà. Come amici e amiche della nonviolenza, la nostra coscienza, individuale e collettiva, dice no agli F35, strumenti di guerra e di morte, e questo è per noi sufficiente e decisivo per opporci al programma di acquisto dei cacciabombardieri a capacità nucleare, e a tutte le armi che preparano le prossime guerre. La nostra è un’obiezione di coscienza assoluta. * direttore 3

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I veri numeri degli F-35, i caccia dello spreco Di Rete Italiana Disarmo* Una scheda riassuntiva con tutti i dati del programma, i suoi costi (e problemi) e le analisi della campagna “Taglia le ali alle armi” alla quale il Movimento Nonviolento ha aderito e con cui collabora attivamente. Il Joint Strike Fighter F35 è un cacciabombardiere di quinta generazione con capacità di trasporto di ordigni nucleari ed ottimizzato per il ruolo aria terra. È un aereo con caratteristiche stealth, cioè bassa rilevabilità da parte dei sistemi radar e net-centriche, cioè in grado di interagire con tutti i sistemi di comunicazione, informazione e scambio dati a disposizione sul luogo del conflitto. Il velivolo sarà prodotto in tre versioni: F35A a decollo convenzionale (CTOL); F35B a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL) per portaerei con ponte adatto; F35C per portaerei con catapulte (CATOBAR). Il progetto è realizzato dagli Stati Uniti in collaborazione con altri 8 pesi partner; eccone la situazione attuale a livello internazionale nella tabella a pagina 6. Le maggiori criticità del programma Le maggiori critiche del programma sono da tempo evidenziate dal Government Accountability Office (GAO) e dallo stesso Pentagono. Si tratta principalmente dell’inarrestabile lievitare dei costi degli aerei, il ritardo nell’avanzamento del programma e di molti problemi tecnici riscontrati. Anche altri Paesi hanno avviato loro controlli sul progetto, principalmente per monitorare i costi. L’Italia no! All’aumentare dei problemi da risolvere ne deriva specularmene un lievitare dei tempi, che per la prima volta hanno portato a sanzioni e multe verso Lockheed Martin (prime contractor del JSF) da parte del Pentagono. Contestualmente i problemi tecnici portano a continui abbassamenti anche degli standard operativi, il che mette in dubbio il raggiungimento di quelle capacità militari che hanno spinto le Forze Armate di molti paesi ad imbarcarsi nel programma. Scheda curata da Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca con la collaborazione di Rossana De Simone e Gianni Alioti per conto della Campagna “Taglia le ali alle armi” 4 La partecipazione dell’italia Le Forze Armate affermano che il progetto è indispensabile perché andrebbe a sostituire tre linee di velivoli: i Tornado, gli AMX e gli AV-8 B per un totale di 160 velivoli che nell’arco dei prossimi 15 anni usciranno dal servizio (da notare come in molte comunicazioni anche ufficiali si esagerava questa prevista sostituzione sostenendo che i caccia da rimpiazzare erano oltre 250…) Quello che la nostra Difesa non è mai stata in grado di giustificare (se non con un tautologico “indispensabili”) è perché si sia scelto proprio l’F35 e non è mai stata chiarita la relazione con i 90 caccia intercettori Eurofighter che già possiediamo. Il primo a Parlare di F35 in Italia fu il Ministro della Difesa Beniamino Andreatta. L’Italia ha aderito da subito al progetto dal 1998. Dopo il parere favorevole delle Commissioni Difesa della Camera e del Senato del 9 e 15 dicembre 1998 l’Italia ha aderito come partner informato alla fase CDP con un contributo di 10 milioni di dollari. Confermato il parere positivo delle due Commissioni, ma

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stop F-35 con osservazioni, nel giugno 2002 il nostro Paese aderisce alla fase SDD impegnandosi con 1.028 milioni di dollari (1.190 milioni di euro dell’epoca). Il 7 febbraio 2007 l’Italia ha sottoscritto il Memorandum of Understanding (MoU) relativo alla fase PSFD con un impegno finanziario di 904 milioni di dollari. Il MoU contiene un impegno di acquisto indicativo di 131 velivoli, dei quali 69 nella versione CTOL e 62 nella versione STOVL. L’8 aprile 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato esprimono parere favorevole con condizioni la prima e osservazioni la seconda sul programma del Governo, che prevede anche la realizzazione presso l’aeroporto militare di Cameri (NO) di una linea di assemblaggio finale e di verifica (FACO) per un costo di oltre 800 milioni di euro. Le condizioni poste dalla commissione Difesa della Camera sono: - la conclusione di accordi industriali e governativi che consentano un ritorno industriale per l’Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria anche al fine di tutelare i livelli occupazionali; - la fruizione da parte dell’Italia dei risultati delle attività di ricerca relative al programma; - la preventiva individuazione di adeguate risorse finanziarie che non incidano sugli stanziamenti destinati ad assicurare l’efficienza della componente terrestre e, più in generale, dell’intero strumento militare. La Commissione ha inoltre chiesto che il Governo renda comunicazioni sugli sviluppi del programma con cadenza annuale. Si tratta di condizioni in parte già richieste da precedenti riunioni parlamentari e mai soddisfatte nella realtà. Sul punto 3 poi, è bene ricordare che il Parlamento ha approvato l’11 dicembre 2012 una delega al Governo che prevede un taglio 30.000 militari e il 30% delle strutture, portando i risparmi conseguiti sull’investimento, in particolare sull’F35, asse portante della nuova strategia militare voluta dal Ministro Ammiraglio Di Paola per il nostro Paese. L’Italia ha giustificato la sua adesione al programma sia perché la sua produzione creerebbe posti di lavoro con alto contenuto tecnologico, sia per il fatto che rappresenterebbe un aereo di quinta generazione con una interoperabilità integrata.Ma per quanto si possa sostenere che l’F-35 sarà l’aereo del futuro, la sua elettronica sarà superata nel momento in cui entrerà in servizio (e gli aggiornamenti saranno costosi), sull’interoperabilità con le forze statunitensi, la NATO ha sempre affermato che non esiste solo un tipo di aereo o nave o fucile e, rispetto alla redditività del programma, essere partner dà solo il diritto di competere per i contratti senza alcuna garanzia. 
È Lockheed Martin a decidere di subappaltare al miglior offerente e al miglior tasso di cambio, ma non solo, le aziende che investono per un contratto ottenuto, non hanno alcuna garanzia di rinnovamento dello stesso. 
L’Italia, il secondo più grande partner straniero, ha ottenuto il diritto di istituire, a proprie spese, lo stabilimento FACO presso la base militare di Cameri, ma ciò non le dà alcun privilegio speciale quando si tratta di fare offerte per il lavoro di produzione.  Le bugie volano basse Per giustificare l’acquisto dei caccia F-35, di fronte alla critica della nostra campagna e ora di ampie parti dell’arco politico, la Difesa e chi ha voluto il programma ha da sempre portato avanti giustificazioni date da ritorni economici ed occupazionali. Sostenute però con dati imprecisi se non falsi e mai entrando nel merito della scelta. La nostra richiesta è che si torni a parlare del caccia F-35 (o della sua cancellazione) a partire da criteri di fondi e strategici per il nostro paese a partire da un ripensamento del Modello di Difesa. Di seguito comunque i motivi per cui la Difesa ha cercato di far volare delle bugie che si sono invece rivelate poco credibili. Costi Riassumiamo gli oneri previsto per l’Italia nelle prime tre fasi (dollari USA): Fase CDP 10 5

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Nazione Usa Regno Unito Italia Paesi Bassi Australia Canada Turchia Norvegia Livello   1 2 2 3 3 3 3 Investimento sviluppo   10% 3,9% 3,9% 1-2% 1-2% 1-2% 1-2% Velivoli previsti 2443 138 131 85 100 80 100 48 Situazione attuale (1) Decisione dopo Defence and Security Review (2) Il 15.2.2012 annunciato taglio 41 velivoli (3) Dopo votazione contraria in Parlamento programma in ripensamento (4) Deciso acquisto altri 24  Boeing Super Hornet (5) Sospeso in attesa di reale valutazione costi (6) Rinviato l’acquisto dei primi 2 F35 (7) Ha minacciato di ripensare le sue scelte (8) rientrato dopo accordo  su missili Ha riaperto la gara di acquisto (9)    Danimarca TOTALI 3   1-2%   48 3173 (1) Il Pentagono pur riscontrando alto numero di problemi (per costi e disguidi tecnici) sta continuando ad accordare a Lockheed Martin contratti con aumenti di remunerazione. (2) La decisione del numero di velivoli acquistati dalla Gran Bretagna sarà definita con il Defence and Security Review, nel 2015. Alcune voci parlano di 48 velivoli, anche se ancora non è neanche chiaro di quale versione. (3) Il 15.2.2012 il Ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola ha annunciato in Parlamento un taglio di 41 velivoli, portando la necessità a 90 F35. (4) L’Olanda ha avviato un’inchiesta parlamentare (dopo un massiccio voto contro il progetto) ed ha annunciato di prendere una decisione definitiva dopo l’esito di valutazioni operative ed economiche. (5) Questa scelta indica la decisione non mantenere l’F35 come piattaforma esclusiva, ma come elemento mixabile con altri velivoli. (6) Sospesa la gara per l’acquisizione del nuovo caccia: si dovranno fare ulteriori valutazioni e nel caso il Canada sceglierà un altro velivolo; il tutto nasce dalla polemica per le omissioni sui costi del Governo: uno studio indipendente (Kpmg) ha confermato quanto già sottolineato da entità di controllo pubbliche, stabilendo il costo in 40 anni di oltre 45 miliardi di dollari, tre volte le previsioni governative; (7) Per problemi di costi e capacità tecniche la Turchia ha rinviato l’acquisto dei primi due F35 congelando di fatto la propria scelta. (8) La Norvegia ha minacciato di ripensare le sue scelte se gli StatiUniti non danno garanzie sulla partecipazione all’integrazione sul velivolo del missile da crociera Kongsberg Joint Strike Missile. (9) La Danimarca ha riaperto la gara per decidere quale aereo prendere tra l’F35, il Super Hornet, ed altri modelli. La decisione avverrà alla fine del 2015. 6 milioni, Fase SDD 1.028 milioni e Fase PSFD 904 milioni. A questi costi esterni vanno poi aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della FACO di Cameri. Va ricordato che allo stato attuale è possibile uscire dal progetto senza alcuna penale da pagare (basta non ordinare nuovi caccia) contrariamente a quanto sempre affermato da politici e funzionari della Difesa. Gli oneri totali sostenuti dall’Italia come indicato annualmente dalla Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa a partire dall’anno 2003 fino al 2012 sono stati pari a 1946,7 milioni di euro. La Difesa ha sempre cercato di abbassare i costi di acquisto dei caccia, riferendo anche in sedi ufficiali (audizioni presso Commissioni Parlamentari con documenti annessi) stime non aggiornate o costi di sola produ- zione base (URF) incapaci quindi di dare conto dell’effettivo costo per le casse dello Stato di ogni singolo velivolo. Riteniamo questo un comportamento non accettabile a fronte di un esborso così pesante di fondi pubblici e anche per questo aspetto (così come su quello relativo ai problemi tecnici) chiediamo che si apra un’indagine sia parlamentare che da parte della nostra Corte dei Conti. Sulla base dei dati aggiornati di costo (documentazione ufficiale USA sui lotti che coinvolgeranno anche l’Italia) e tenendo conto del nuovo crono-programma di acquisto dei caccia recentemente rilasciato dalla nostra Difesa, la campagna “Taglia le ali alle armi!” è in grado di stimare i seguenti costi complessivi per il programma JSF: Acquisto di 90 caccia previsti 10,8 miliardi

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stop F-35 di € (di cui 4,3 per gli STOVL). Acquisto F-35 compresi costi di sviluppo 14 miliardi di euro. Da notare che ciò significa un costo medio per aereo di 120 milioni di euro (compreso sviluppo) e che stiamo parlando di stime attuali che non tengono conto di successivi prevedibili aumenti e che anzi ipotizzano una decrescita del costo unitario (come gli uffici del programma JSF hanno da sempre promesso senza mantenerlo mai). Non vengono nemmeno considerate le esigenze di “retrofit” già emerse sulla base del fatto che i primi aerei ad uscire dalla produzione non avranno una configurazione definitiva. Considerando poi, sulla falsariga di quanto fatto per i programmi canadesi e olandese, il costo totale “a piena vita” del programma (quindi con gestione e mantenimento completi) le nostre stime portano a un costo di quasi 52 miliardi di euro. Ritorni occupazionali Si è sempre favoleggiato di un ritorno occupazionale (in particolare sull’area novarese) di 10.000 posti di lavoro: da principio dovevano essere “nuovi” e da subito per il programma, poi si è colto che sarebbero stati comprensivi di indotto e probabilmente derivanti dallo spostamento degli occupati Eurofighter. Tralasciando la cronistoria (comunque possibile) delle bugie e degli annunci falsi su questo aspetto, ci concentriamo su dati reali e ultimi annunci della Difesa. Alla fine 2012 gli occupati a Cameri erano di poche centinaia confermando il sottoutilizzo di una struttura pensata per ben altri ritmi di produzione che non si raggiungeranno mai. La Difesa continua a rilanciare i 10.000 posti di lavoro non considerando che la stessa industria (Finmeccanica) è passata da una stima di 3000/4000 addetti ad una più realistica di circa 2000 (vicina a stime sindacali che si attestano su poco sopra le mille unità e a precedenti comunicazioni del sottosegretario Crosetto). Tutto questo dimostra come non ci possa essere alcun essere pensante che possa sostenere in Italia o altrove che gli F-35 vadano comprati per ragioni occupazionali. Come è possibile sostenere che si raggiungeranno le 10.000 unità occupate con l’indotto? E saranno occupate pienamente o solo per porzioni di anni (e per quanti anni?). La posizione della campagna è in questo senso chiara e sfida apertamente la Difesa a dimostrare altrimenti (non bastano dichiarazioni da comunicato stampa). Se infatti consideriamo che in fase di picco la produzione EFA per Alenia non ha raggiunto mai le 3000 unità è un falso affermare (come fatto anche ad alti livelli) che i 10.000 posti di lavoro previsti per JSF derivano da spostamenti di lavoratori Eurofighter. Comunque anche tenendo per buone le 2500 unità di impiego diretto (interne a Finmeccanica - fase di picco) per arrivare al totale promesso le 50 ulteriori aziende coinvolte dovrebbero impiegare ciascuna circa 150 persone stabilmente sul programma: impossibile pensarlo per ditte che per la maggior parte sono piccole o medie imprese e considerando che nessuna di esse nelle dichiarazioni recenti ha diffuso totali occupazionali maggiori delle 120 unità. Ciò significa che continuare a riproporre la “storiella” dei 10.000 occupati a questo punto non configura più solamente una mancanza di prudenza nelle stime, ma un vero e proprio tentativo di depistaggio che invece il prossimo Governo dovrebbe rifiutare facendo partire una valutazione indipendente anche a questo riguardo Ritorni industriali Nelle comunicazioni ufficiali ed anche nei recenti dati diffusi dalla Difesa anche ai giornalisti si favoleggiano ritorni dell’ordine del 100% mai confermati. Addirittura nel 2007 (e la leggenda è continuata) si sosteneva di avere superato tale cifra, sommando però anche le ipotesi di contratto e non solo gli accordi realmente sottoscritti. Nella realtà oggi le nostre industrie hanno ottenuto circa 800 milioni di dollari di appalti a fronte di una spesa già sostenuta dall’Italia di circa 3 miliardi di euro (ritorno poco sopra il 20% della spesa) il che rende ancora più insensati i 14 miliardi di ritorni “possibili” che la Difesa continua a sbandierare. Non si capisce come sia possibile arrivare ad un 100% del ritorno se ora siamo a livelli molto più bassi ed anche i nostri aerei non verranno costruiti integralmente da noi. Dei primi 140 milioni di dollari sicuramente versati dall’Italia per componenti speciali dei lotti 6 e 7 (senza quindi contare il costo pieno dell’aereo) nessun centesimo è rientrato nel nostro paese perché le lavorazioni sono state divise tra Texas, California, Florida e in alcuni casi anche Regno Unito. Che le aziende italiane abbiano investito sperando in contratti di ritorno non è una motivazione sufficiente a costringere il nostro paese ad un investimento così ingente. Persino per Alenia Aeronautica, fin dall’inizio indicata come partecipante di primo piano al programma per la costruzione dei cassoni alari, le prospettive non sono confermate. 7

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Delle oltre 1200 ali ipotizzate ne sono state messe sotto contratto solo 100 e anche altri competitor si affacciano a questa torta produttiva che potrebbe essere molto meno remunerativa del previsto. Non è inoltre possibile sapere come siano conteggiati gli 800 milioni: è il totale delle commesse con provenienza esterna al nostro paese oppure il totale dei contratti sottoscritti, con il rischio di subappalti che diminuirebbero conseguentemente la reale portata di tali ritorni? Anche su questo chiediamo chiarezza alla Difesa, che nei suoi grafici mostra sempre confidenza sulle possibilità maggiori senza dare dettagli su stime più realistiche. L’alternativa conviene Con il costo di 1 cacciabombardiere F35 (stima media di 130 milioni di euro) potremmo: - costruire 387 asili nido con 11.610 famiglie beneficiarie e circa 3.500 nuovi posti di lavoro; oppure - 21 treni per pendolari con 12.600 posti a sedere; oppure - 32.250 borse di studio per gli studenti universitari; oppure - 258 scuole italiane messe in sicurezza (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica); oppure - 14.428 ragazzi e ragazze in servizio civile per un anno; oppure - 17.200 lavoratori precari coperti da indennità di disoccupazione; oppure - 14.742 famiglie con disabili e anziani non autosufficienti aiutate con servizi di assistenza. Ricorda di rinnovare l'adesione al Movimento Nonviolento La strada della nonviolenza è lunga e difficile, ma ognuno di noi è chiamato a percorrerla. Un primo piccolo passo, nella direzione giusta, è l’adesione al Movimento Nonviolento. Spezza il tuo fucile. L’adesione è comprensiva dell’abbonamento ad Azione nonviolenta 8 60,00 € sul CCP n. 18745455 IBAN: IT 35 U 07601 11700 0000 18745455 Versamento comprensivo dell’invio della rivista e detraibile dalla dichiarazione dei redditi

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stop F-35 La (ipocrita) mozione F-35 e i (pericolosi) giochi di parole A cura del Movimento Nonviolento L’aspetto positivo è che la mobilitazione, sollecitata da Rete Italiana Disarmo e dalla campagna “Taglia le ali alle armi”, ha costretto il Parlamento ad affrontare pubblicamente la spinosa questione degli F35. I partiti di maggioranza ne avrebbero fatto volentieri a meno, nascondendosi dietro a scelte già fatte nel passato. Ma la mozione presentata dall’intergruppo parlamentare per la pace e il disarmo (primo firmatario il deputato Giulio Marcon) chiedeva una chiara scelta di campo: sì o no all’abolizione dell’intero progetto Joint Strike Fighter. La maggioranza dei parlamentari, lasciati liberi in coscienza, avrebbe votato a favore. Ma le lobbies militari, potenti e trasversali, si sono messe all’opera, e in poche ore hanno fatto pressione sui vertici di Pd e Pdl e sugli ambienti governativi, ottenendo il classico risultato nella peggiore tradizione politica: decidere di non decidere. La mozione di maggiornaza (presentata dai capigruppo Pd, Pdl, Scelta Civica e Centro Democratico) rinvia di 6 mesi la scelta sugli F35. Affida alle commissioni un’indagine conoscitiva e ribadisce l’ovvietà che il governo non potrà decidere nuovi programmi senza un nuovo voto di merito delle Camere. Il trucco c’è e si vede. “Quando in Italia non si vuole decidere – ha detto Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento - si forma una nuova commissione per approfondire. L’indagine conoscitiva sui veri costi e i difetti degli F35 l’ha già fatta in questi ultimi quattro anni la Rete Italiana Disarmo, supplendo alle negligenze e alle omertà dei vari governi, e del Ministero della Difesa, che hanno sempre tentato di nascondere cifre e verità. Le schede sugli F35 della campagna “Taglia le ali alle armi” sono a disposizione di chiunque le voglia utilizzare, deputati compresi”. “I 378 deputati che hanno votato contro la mozione di Sel e M5s che chiedeva l’annullamento dell’acquisto degli F35 – sottolinea Massimiliano Pilati, rappresentante del Movimento Nonviolento in Rete Italiana Disarmo - forse l’hanno fatto in piena ignoranza, non sapendo che i cacciabombardieri a capacità nucleare sono di per sé strumenti anticostituzionali”. “Il nostro paese – aggiunge Pasquale Pugliese, segretario nazionale del Movimento Nonviolento - ‘ospita’ 70 bombe atomiche statunitensi B-61 (20 nella base di Ghedi a Brescia e 50 nella base di Aviano a Pordenone) che si stanno ammodernando, al costo di 10 miliardi di dollari, in testate nucleari adatte al trasporto sui nuovi 90 cacciabombardieri F35, il cui costo di acquisto si attesta sui 14 miliardi di euro, mentre l’intero progetto Joint Strike Fighter supererà i 50 miliardi di euro. Se si fossero documentati leggendo i materiali messi a disposizione gratuitamente dalla Rete Italiana Disarmo, i deputati l’avrebbero saputo e avrebbero potuto dare un voto cosciente ed in coscienza”. Davanti a scelte così drammatiche, che investono il futuro di tutti noi, autorevoli esponenti politici hanno preferito giocare con le parole. Il capogruppo Pdl Renato Brunetta si è aggrappato agli aggettivi. Il testo approvato chiede “al governo di non procedere con nessun ‘ulteriore’ passo verso l’acquisto di F35”, il che significherebbe aver fatto salvi i passi fatti finora, cioè l’impegno per l’intero progetto Joint Strike Fighter, mentre il capogruppo Pd Roberto Speranza interpreta la lettera dicendo che ci si riferisce solo ai passi fatti per l’acquisto dei tre F35 già pagati.... dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata...). Ma c’è di peggio. Il Ministro con l’elemetto, Mario Mauro, fa lo spiritoso con le assonanze: “Per amare la pace, bisogna armare la pace”. La logica e l’esperienza storica dicono un’altra cosa: “Se armi la pace, ami la guerra”. Ieri il Ministro aveva detto che gli F35 sono intoccabili, minacciando altrimenti una crisi di governo. “Il nostro obiettivo – concludono Valpiana e Pugliese - resta quello della rinuncia totale agli F35 per investire quel denaro in opere di difesa sociale e costruzione della pace. La campagna disarmista e nonviolenta prosegue, e si rafforzerà nei prossimi 6 mesi”. 9

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Basta fornire armi italiane al violento regime turco Di Rete Italiana Disarmo L’Italia sospenda tutte le forniture di sistemi militari e di armi alla Turchia e si adoperi affinché una simile misura sia adottata da tutti i paesi dell’Unione europea. Rete Italiana per il Disarmo chiede al Parlamento italiano di pronunciarsi in merito votando una precisa sospensione di tutte le forniture militari italiane ad Ankara a fronte della violenta repressione messa in atto nei giorni scorsi dalle forze di polizia turche nei confronti dei manifestanti di piazza Taksim e Gezi Park: cinque giovani manifestanti sono stati uccisi, seimila i feriti. “La condanna espressa nei giorni scorsi da parte del Parlamento europeo deve tradursi in atti concreti di cui il primo è la sospensione dell’invio di ogni sistema di armi e di strumenti per le Forze dell’ordine alla Turchia finché non siano svolte approfondite indagini sulle violenze della polizia e i responsabili siano assicurati alla giustizia” – afferma Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Le normative comunitarie sono chiare e stabiliscono che gli Stati membri devono impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale. Per questo crediamo che proprio per rilanciare la prospettiva europea alla Turchia includendo il tema dei diritti fondamentali – come per altro auspicato dal nostro ministro degli Esteri Emma Bonino – sia necessario un atteggiamento inequivocabile: non si vendono armi a governi che tollerano o praticano violazioni dei diritti umani e delle libertà democratiche fondamentali come il diritto di manifestazione” – conclude Vignarca. Oltre alle reazione spropositata da parte delle Forze dell’ordine che tra l’altro - secondo diverse ed accreditate fonti - hanno impiegato agenti chimici negli idranti e fatto uso indiscriminato dei gas lacrimogeni, la Rete Italiana per il Disarmo stigmatizza l’atteggiamento del governo che ha deciso di mettere in atto una vera e propria “caccia ai giornalisti” e ha lanciato specifiche investigazioni sui messaggi inviati via twitter durante le manifestazioni. Ma non vanno affatto sottovalutate le parole del Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan che nei giorni scorsi – a seguito di una risoluzione adottata dal Parlamento europeo ha dichiarato “non riconoscere il Parlamento europeo e le sue decisioni”. “Le dichiarazioni del premier Erdogan sono estremamente gravi e non debbono essere sottovalutate” – aggiunge Giorgio Beretta, analista della Rete Disarmo. “Continuare a inviare armi a chi dichiara di non riconoscere l’unica istituzione europea che è eletta direttamente dai suoi cittadini rappresenta un atto irresponsabile e rischia di avvallare l’idea che invece che difendere le nostre istituzioni democratiche i governi degli Stati membri intendano garantire gli interessi delle proprie industrie armiere nazionali. Questo discorso riguarda direttamente il nostro paese perchè l’Italia è il principale esportatore tra i paesi dell’UE di sistemi militari e di piccole armi alla Turchia. Spetta al ministro Bonino, in quanto titolare del ministero preposto a rilasciare le autorizzazioni alle esportazioni militari e di armi per le polizie e le forze governative di paesi esteri, pronunciarsi chiaramente in materia” – conclude Beretta. “Già da tempo le gravi violazioni dei diritti umani della popolazione curda da parte dell’esercito turco – sottolinea Martina Pignatti, presidente dell’associazione Un ponte per… - avevano evidenziato come la Turchia utilizzasse le leggi antiterrorismo per criminalizzare il dissenso interno e le iniziative della società civile. Bombardamenti di villaggi civili, arresti di centinaia di politici, avvocati, giornalisti e persino minori kurdi sono stati denunciati anche da Amnesty International (AI Turkey Report 2012)”. Anche la Commissione Europea nella sua ultima relazione annuale ha espresso forti critiche nella maggior parte dei settori relativi ai diritti umani in Turchia e ha ribadito che la questione curda resta una sfida chiave per la democrazia del paese (European Commission, Turkey, 2012 Progress Report). “Finché l’attuale precario processo di pace 10

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turchia tra Governo turco e guerriglieri curdi non darà gli esiti sperati, crediamo che i paesi dell’Unione europea – e in particolar modo l’Italia – debbano astenersi da ogni tipo di esportazione di sistemi militari alla Turchia” – conclude Martina Pignatti. ITALIA: PRIMO ESPORTATORE EUROPEO DI SISTEMI MILITARI ALLA TURCHIA Come riporta il dettagliato studio della Rete Italiana per il Disarmo e di OPAL basato sulle Relazioni ufficiali dell’UE, nel quinquennio dal 2007 al 2011 l’Italia è il maggiore esportatore europeo di sistemi militari alla Turchia: con oltre 1,5 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione l’Italia ricopre da sola quasi la metà (il 48,8%) delle forniture militari europee destinate alle Forze Armate turche. È seguita, ma con valori molto più ridotti, dalla Francia (592 milioni di euro) e dalla Germania (549 milioni di euro). Tra i materiali esportati ad Ankara figura di tutto: dagli aeromobili alle navi da guerra, dai cannoni alle bombe, siluri e missili, dalle apparecchiature elettroniche alle centrali per la direzione del tiro. Ma spicca soprattutto un contratto nel 2008 del valore di oltre 1 miliardo di euro per 53 elicotteri A129 International (tipo “Mangusta”) del valore di 1.023 milioni di euro. Nel 2007 il ministro della Difesa turco richiedeva infatti all’italiana Agusta questi elicotteri da combattimento per impiegarli nella “ricognizione tattica e attacco bellico”. Il contratto, veniva firmato nel settembre 2007 e siglava una partnership dell’AgustaWestland, società di Finmeccanica, con la Turkish Aviation Industry (TAI), per lo sviluppo del Programma ATAK (Tactical Reconnaissance and Attack Helicopter) per il Comando delle Forze di terra turco. A fronte dell’aggravarsi delle azioni militari delle Forze armate turche nel Kurdistan iracheno, denunciate tra l’altro da una specifica Risoluzione del Parlamento europeo, nel novembre 2007 la Rete Italiana per il Disarmo aveva chiesto al governo la “sospensione immediata” di tutte le forniture militari alla Turchia. Dal governo Prodi non pervenne alcuna risposta: anzi nello stesso anno il ministero degli Esteri autorizzava l’esportazione ad Ankara di 10.380 colpi completi calibro 120mm Heat-MP-T SEAL 520 prodotti da Simmel Difesa per un valore complessivo di oltre 26 milioni di euro. ARMI LEGGERE ALLA TURCHIA: LE ESPORTAZIONI ITALIANE E BRESCIANE L’Italia non è solo il prinicipale esportatore europeo di sistemi militari alla Turchia, ma anche uno dei maggiori esportatori di cosiddette “armi comuni”. Una certa parte di queste esportazioni – che fino allo scorso anno erano autorizzate ai sensi della legge 110 del 1975 – a partire dalla recente modifica della Legge 185 del 1990 dovranno essere specificamente autorizzate dal ministero degli Esteri quando queste armi sono destinate “a enti governativi o Forze armate o di polizia”. “Una ragione in più per applicare le norme restrittive della Legge 185/1990 che richiede di vietare l’esportazione di armi verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione e quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali esportati” – afferma Maurizio Simoncelli, vice-presidente di Archivio Disarmo. Gran parte di queste armi sono state esportate dalla Provincia di Brescia (dati e analisi nel già citato Allegato 1) tanto che la Turchia è divenuta il secondo destinatario delle cosiddette “piccole armi” fabbricate nel distretto bresciano. Nel triennio dal 2010 al 2012, cioè proprio con l’inizio delle sollevazioni popolari nella confinante Siria, dalla provincia di Brescia sono state esportate alla Turchia “armi e munizioni” per un ammontare di oltre 79 milioni di euro. “La Turchia è passata cosi da cliente quanto mai marginale (le esportazioni di queste armi nel 2009 non raggiungevano gli 1,7 milioni di euro) a mercato di primario interesse per l’industria bresciana capitanata dalla Fabbrica d’Armi Pietro Beretta di Gardone Valtrompia” – nota Carlo Tombola, direttore di OPAL, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere con sede a Brescia. 11

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Riconciliarsi durante il conflitto con la nonviolenza si può e si deve A cura di Giulia Zurlini Panza* Il Parents’ Circle Families Forum: la logica dell’amore che abbatte i muri della violenza Il Parents’ Circle Families Forum (PC-FF) è un’organizzazione fondata nel 1994 e composta dai parenti delle vittime del conflitto arabo-israeliano. La consapevolezza che la vendetta per le perdite subite non avrebbe riportato indietro i loro cari, bensì avrebbe solamente alimentato la spirale della violenza, ha spinto i parenti delle vittime ad istituire l’organizzazione per sostenere attivamente il processo di pace attraverso la promozione di processi di riconciliazione tra le parti. L’incontro con due membri dell’organizzazione e le interviste loro sottoposte mi hanno permesso di comprendere in modo approfondito le dinamiche del processo di riconciliazione avviato dall’organizzazione. I due membri intervistati sono una ragazza israeliana (S.) e un ragazzo palestinese (A.) che da anni seguono il percorso del PC-FF. Per sostenere l’attuazione e la diffusione della riconciliazione, il PC-FF realizza il proprio intervento su due livelli diversi, uno interno ed uno esterno. Dal punto di vista interno, i membri del PC-FF sono i primi a vivere e a sperimentare il processo di riconciliazione. In questo modo le vittime del conflitto diventano le protagoniste del processo. S. «Mio fratello è stato ucciso nell’esercito nel 1997 e, dopo questo avvenimento, io mi sentivo completamente perduta, veramente.... Sentivo che la mia vita era stata completamente distrutta e mi ci sono voluti diversi anni anche solo per desiderare di far parte di nuovo di questo mondo. Dopo otto anni, Miri Hirshenzon, un membro del PC-FF, che ha perso due dei suoi figli, mi ha chiamato e mi ha chiesto di seguire il gruppo. Il primo scopo del Parents’ Circle è quello di fermare la violenza in modo che non ci siano più vittime, né israeliane né palestinesi. Nel momento in cui ho capito che volevo seguire il gruppo, ho avuto la forza di riaprire i miei occhi la mattina perché sentivo che non potevo portare indietro mio fratello ma se avessi potuto fare qualcosa per impedire il dolore provocato dalla perdita di una persona cara, avrei dovuto farlo». A. «Sono palestinese e vengo dai Territori Occupati. Ho perso mio fratello, aveva 31 anni. Mentre ero in Arabia Saudita dopo che un colono israeliano mi aveva sparato ad un ginocchio, mio fratello è stato ammazzato da un soldato israeliano che gli ha sparato a 70 cm dalla testa. Ha lasciato un figlio e una figlia e sto cercando di educarli in un altro modo. Non voglio che crescano odiando». La sofferenza causata dalla perdita dei propri famigliari è quindi il principale catalizzatore del processo di riconciliazione. Il dolore accomuna gli individui sul piano dell’identità umana permettendo loro di superare qualsiasi altro tipo di appartenenza (etnica, religiosa, culturale, nazionale, linguistica, ecc.). S. «Credo che ciò che ci aiuta sia il fatto che tutti noi abbiamo perso qualcuno che amavamo, quindi iniziamo rispettandoci perché sappiamo che quando io parlo del mio dolore, A. si sente allo stesso modo. È più semplice per noi ascoltare l’altra parte e rispettarla perché sappiamo di essere nella stessa situazione, perché tutti abbiamo perso un nostro caro, il dolore è lo stesso». A. «La storia è piena di vittime. In Sud Africa, se prima qualcuno avesse detto che bianchi e neri si sarebbero seduti insieme un giorno, gli altri gli avrebbero dato del pazzo. Ma ora tu entri nel consolato del Sud Africa e trovi neri e bianchi che vivono e che lavorano insieme. In Europa molte persone sono morte durante la guerra. Oggi puoi attraversare con la tua macchina la Francia, la Gran Bretagna e la Germania. L’altra cosa è che accettare una soluzione non significa perdonare. Non significa che tu stai tradendo la tua gente se incontri l’altra parte. Non significa che tu stai sbagliando e che l’altra parte ha ragione. Ma c’è solo un significato: che tu sei un essere umano e vuoi vivere e morire da essere umano. Quando moriamo non ci portiamo dietro nulla né l’identità naziona- * volontaria dell’Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII 12

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israele - palestina le né il passaporto o la terra: ritorniamo ad essere esattamente come siamo venuti alla nascita». L’intero processo di riconciliazione è caratterizzato dall’elemento della reciprocità. Per questo l’intensificazione degli incontri con la controparte è stata fondamentale per entrare in contatto col proprio nemico e per arrivare a conoscerlo. A. «Per avere un processo di riconciliazione, non è sufficiente accettare ciò che l’altra parte pensa e non è sufficiente accettare ciò che l’altra parte dice anche se è contraria alla mia opinione. Ma la condizione per avere un processo di riconciliazione è quella di rompere questo muro di odio e di conoscere l’altro». L’attività fondamentale del processo di riconciliazione del PC-FF consiste nella condivisione della narrazione storica del proprio popolo e della propria storia personale. L’iniziativa ha avuto due effetti principali: l’aumento della consapevolezza rispetto alle conseguenze negative della violenza che di riflesso incentiva l’utilizzo di una modalità costruttiva di gestione del conflitto; la trasformazione del rapporto tra le parti. S. «Quando scegli la via della violenza, le cose possono solo peggiorare e si entra in un circolo vizioso che non finisce mai. Questo è esattamente ciò che sta accadendo in Israele-Palestina. C’è un modo di risolvere il conflitto ma ci sono due vie per gestirlo. Una via è quella di combattere con la violenza e l’altra è quella del dialogo. Dalla mia esperienza ho imparato che parlare col tuo nemico è estremamente difficile, ma alla fine della giornata nessuno si è fatto male. Dunque per tutte le ragioni del mondo, so che funziona». A. «Quando le persone iniziano a parlare di riconciliazione come esseri umani possono iniziare il percorso al meglio, ma quando le persone vogliono fare la riconciliazione alla stregua dei politicanti, finiscono per avere discussioni durissime perché è difficile iniziare a fare la riconciliazione attraverso il rispetto di entrambi i punti di vista relativamente alla narrazione storica, alla religione, alla situazione politica. Ma è possibile raggiungere questi punti se non si parte da una prospettiva politica bensì da una prospettiva umana. In questo modo le persone saranno persino disposte a pagare il prezzo della perdita della terra e di capire i diritti e le ragioni dell’altro». L’ascolto del vissuto personale della controparte favorisce lo sviluppo dell’empatia nei confronti del nemico. I soggetti implicati sviluppano nuove “lenti” attraverso le quali interpretare il conflitto. S. «Siamo passati attraverso il dolore del popolo ebraico e attraverso l’enorme dolore del popolo palestinese. Il processo di riconciliazione personale comincia dal dialogo col nemico, iniziare a parlare con lui, iniziare a provare empatia per lui, iniziare a mettersi nei suoi panni per provare a capire cosa significa per un israeliano essere un palestinese e cosa significa per un palestinese essere un israeliano». Il riconoscimento della sofferenza della controparte restituisce all’avversario un volto umano. In questo modo viene trasformata la percezione negativa che si ha di esso e di conseguenza anche il comportamento nei suoi confronti. A. «Ora noi crediamo nelle persone, crediamo nelle loro capacità e quindi riteniamo che ogni conflitto possa essere risolto». Il processo di riconciliazione attuato all’interno del PC-FF viene portato avanti attraverso la realizzazione di diverse attività congiunte: le visite guidate ai siti storici di entrambe le parti in lotta; l’ascolto della narrazione della storia dei popoli israeliano e palestinese, trattata da storici appartenenti ad entrambe le fazioni in lotta; il racconto della narrazione storica del proprio popolo e del proprio personale vissuto da parte dei membri del PC-FF; la testimonianza di alcune esperienze di riconciliazione provenienti da altri paesi. Invece, dal punto di vista esterno, i membri del PC-FF promuovono il processo di riconciliazione tra la società civile israeliana e quella palestinese attraverso la testimonianza diretta della loro scelta e la realizzazione di diverse attività comuni: l’organizzazione di incontri tra i membri del PC-FF e gli studenti delle scuole israeliane e palestinesi per promuovere l’educazione alla pace; l’attivazione di una linea telefonica gratuita che apre un canale di comunicazione tra israeliani e palestinesi; l’allestimento di un sito web che prevede la traduzione simultanea dall’ebraico all’arabo e dall’arabo all’ebraico; la creazione di campi estivi che accolgono bambini e ragazzi israeliani e pa- 13

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lestinesi; l’organizzazione di incontri con esponenti politici e religiosi; la produzione di un film sull’esperienza del PC-FF. Le iniziative hanno l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica aumentando la consapevolezza del prezzo pagato da entrambe le parti a causa dell’uso della violenza e incentivando il sostegno alla riconciliazione come strumento concreto di risoluzione del conflitto. S. «Non vogliamo più che le persone strumentalizzino il loro dolore e la morte dei loro figli per continuare ad uccidere e per creare sempre più vittime. Dopo aver pagato il prezzo più alto del conflitto armato, ovvero la perdita di una persona cara, sappiamo che la vita di una persona è la cosa più importante al mondo ed esiste un’alternativa alla violenza: la soluzione della riconciliazione e del dialogo». A. «Crediamo nel diritto di ogni essere umano di spiegare la propria sofferenza all’altro, di capire anche la situazione dell’altra parte e facendo questo insieme, stiamo dando prova a tutti che se noi che abbiamo pagato il prezzo più alto della Guerra possiamo sederci e parlare, allora tutti possono farlo. E, rispetto a ciò che sta succedendo sul nostro territorio, nessuno riesce a credere che famiglie di entrambe le fazioni che hanno subito lutti così grandi possono sedersi e parlare tra loro. Bene, ad oggi siamo più di 500 a farlo». Il processo di riconciliazione promosso dal Parents’ Circle Families Forum ha permesso la costruzione di uno spazio neutro in cui le vittime del conflitto, appartenenti ad entrambe le fazioni in lotta, possono incontrarsi e condividere le loro storie personali. La conoscenza reciproca e la rielaborazione dei traumi subiti a causa del conflitto armato spinge entrambe le parti a smarcarsi dalla logica del conflitto. In questo modo, le parti in conflitto incrementano la consapevolezza nei confronti delle strumentalizzazioni politiche e mediatiche a cui sono sottoposte. Di conseguenza, le loro scelte possono realmente rivelarsi indipendenti nel sostenere il processo di pace. Inoltre il confronto tra le narrazioni storiche di entrambe le comunità ha permesso ai partecipanti di assumere una visione meno etnocentrica del conflitto. In questo modo, entrambe le parti possono sottrarsi al meccanismo secondo cui le atrocità che esse hanno subito nei secoli passati giustificano ulteriori violenze nel presente. La posizione assunta dai membri del Parents Circle – Families Forum all’interno del con- flitto israelo-palestinese rimane attualmente minoritaria. Da una parte, la situazione di precarietà in cui entrambe le fazioni in lotta si trovano e, dall’altra, la radicalizzazione del conflitto ostacolano costantemente il successo di queste iniziative. La scelta di nonviolenza del villaggio palestinese di At- Tuwani, Cisgiordania In quanto volontaria dell’Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, ho avuto la possibilità di entrare in contato diretto con l’esperienza di resistenza nonviolenta attuata dalla popolazione palestinese delle South Hebron Hills in stretta collaborazione con le organizzazioni israeliane e internazionali. In Cisgiordania, la popolazione palestinese dei villaggi situati nell’area rurale delle South Hebron Hills ha adottato la resistenza nonviolenta come strumento di lotta alle violazioni dei diritti umani subite a causa dell’occupazione israeliana. La scelta nonviolenta ha finora garantito alla popolazione locale di continuare a vivere nei territori natii. La resistenza nonviolenta del Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills, attraverso l’appoggio delle organizzazioni pacifiste internazionali e israeliane tra cui l’Operazione Colomba, sta inoltre permettendo alla popolazione palestinese dell’area di offrire un contributo significativo al processo di pace nell’ottica di una riconciliazione tra le parti. Il lavoro del Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta Il Comitato è rappresentato dal portavoce Hafez Huraini, responsabile del villaggio palestinese di At-Tuwani, dichiarato zona C dopo gli Accordi di Oslo e quindi sottoposto al controllo militare e civile israeliano. L’impossibilità di realizzare le principali attività quotidiane atte al sostentamento è la principale difficoltà incontrata da chi vive in questa regione. Inoltre, nei loro spostamenti le famiglie rimaste sono costrette ad usare lunghe strade secondarie per evitare le aggressioni. In risposta alle violazioni dei diritti umani, le comunità locali palestinesi hanno rifiutato l’uso della violenza e hanno adottato la strategia di lotta nonviolenta come strumento di gestione del conflitto. Le principali tecniche 14

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israele - palestina nonviolente messe in atto sono: le marce; la non-collaborazione; i sit-in; le manifestazioni; l’interposizione nonviolenta; l’advocacy; il dialogo; l’educazione al metodo nonviolento; l’organizzazione di incontri sul tema della nonviolenza e della riconciliazione; l’incontro con rappresentanti delle istituzioni palestinesi, israeliane e internazionali per promuovere il raggiungimento di un accordo politico; la pubblicità delle iniziative; il networking con organizzazioni pacifiste israeliane, israelo-palestinesi e internazionali, tra cui l’Operazione Colomba. La presenza di Operazione Colomba nell’area Dal 2004 l’Operazione Colomba ha aperto una presenza permanente nel villaggio di AtTuwani. La condivisione diretta delle difficoltà e dei rischi della vita quotidiana ha permesso all’equipe dell’associazione di integrarsi nell’area e di ottenere la fiducia dei locali. Infatti tutte le attività portate avanti dall’organizzazione sono attuate attraverso la stretta collaborazione con il Comitato. Le principali operazioni di peacekeeping e peacebuilding civile svolte dal team di volontari sono: la condivisione diretta e il sostegno alle famiglie palestinesi in difficoltà attraverso il costante contatto con esse; gli accompagnamenti non armati e l’interposizione nonviolenta forniti principalmente ai bambini e ai pastori/agricoltori della zona; il monitoraggio sul rispetto dei diritti umani; la sensibilizzazione dell’opinione pubblica rispetto alla scelta di lotta nonviolenta effettuata dalla popolazione palestinese dell’area; l’equivicinanza rispetto alle parti, che si è tradotta nell’apertura di una presenza stabile dell’organizzazione anche in Israele; l’organizzazione di eventi, attività educative e laboratori sulla nonviolenza e sulla riconciliazione nella zona di At- Tuwani. La presenza internazionale ha contribuito a ridurre le violazioni dei diritti umani vissute dalla popolazione palestinese dell’area. Per questo molte famiglie si sono sentite più sicure e sono rientrate ai loro villaggi. Un altro traguardo importante è consistito nella conquista di due importanti servizi: l’allacciamento elettrico e il rifornimento dell’acqua corrente. Il raggiungimento di questi risultati è interamente dovuto alla mobilitazione nonviolenta attuata dalla popolazione della zona e al sostegno delle organizzazioni pacifiste israeliane e internazionali. Sostieni il Movimento Nonviolento con l’opzione 5x1000 codice fiscale 93100500235 15

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