Azione nonviolenta - agosto, settembre 2013 Anno 50 n. 596 e 597

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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agosto-settembre 2013 Anno 50 n. 596-597 8-9 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 Le armi alimentano le guerre contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 8-9 • Agosto-Settembre 2013 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 Note sparse verso il 24° Congresso del Movimento Nonviolento Pasquale Pugliese 8 Oltre il disastro della crisi egiziana Gianluca Solera 12 Per la Siria, il nostro “che fare?” Movimento Nonviolento 14 Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia tra servitù militari e lotte pacifiste Gabriella Falcicchio 22 Il metodo Transcend arriva a Ghilarza Carlo Bellisai 24 Scrivere la storia con le mani legate Enrico Peyretti 25 MUSICA Addio a Georges Moustaki, l’ultimo Elleno contro la guerra 26 RELIGIONI Il pane quotidiano della nonviolenza 27 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE Gezi Park, verde e libertà: la protesta si fa nonviolenta 28 LETTERE Azione nonviolenta arriva nelle carceri. Salviamola. 29 IL CALICE Vedere alla parola commiato 30 LIBRI La compassione ambientale e la semplicità volontaria Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento 16 Il Sindaco nonviolento con l’utopia nel cuore Roberto Rossi 19 Se mi ami, non farmi male Sergio Albesano 20 Il ministro con l’elmetto batte cassa, noi preferiamo non pagare per le armi Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, agosto-settembre 2013, anno 50 n. 596-597, fascicolo 433 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 10 settembre 2013 Tiratura in 1500 copie. 5 per mille al MN Abbiamo ricevuto i fondi del 5 x mille 2011 (redditi 2010): il Movimento Nonviolento ha avuto 261 opzioni per un importo di euro 8699,94. La cifra è praticamente uguale a quello dell’anno precedente 2010 (redditi 2009) che era stato di 270 opzioni per un importo di 8730,98 euro. Queste cifre sono vitali per la nostra piccola economia. Senza di esse il nostro bilancio, già in difficoltà, avrebbe un passivo ancora maggiore. Vorremmo ringraziare uno ad una tutti gli amici e le amiche che scelgono di destinare al Movimento il loro 5 x 1000, ma l’Agenzia delle Entrate non ci comunica i singoli nominativi, per cui dobbiamo limitarci a questo ringraziamento pubblico e collettivo. Grazie! Ognuno può fare la differenza. Speriamo davvero che altri amici si aggiungano a che l’anno prossimo questa voce di bilancio aumenti. Diamoci da fare! In copertina: Le armi alimentano le guerre

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editoriale Note sparse verso il 24° Congresso del Movimento Nonviolento di Pasquale Pugliese* Da Brescia a Torino: consolidamento delle reti, chiarificazione dei temi Un rapido sguardo a ritroso, per costruire un promemoria delle più importanti inziative nazionali del Movimento Nonviolento, realizzate nei tre anni che ci separano dal Congresso di Brescia 2010 (verso il Congresso di Torino nei giorni 1-2 febbraio 2014), ci riconsegna la fotografia di una fase di grande impegno del nostro Movimento, centrato sul tema del disarmo: − co-promozione della Marcia della pace per la fratellanza dei popoli - Perugia-Assisi, 2011 − Festa per i 50 anni del Movimento Nonviolento - Verona, 2012 − manifestazione e visita all’ex carcere militare di Peschiera del Garda - 2012 − co-promozione del Convegno per i 40 anni della legge sull’OdC - Firenze, 2012 − co-costruzione del 2 Giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra - Roma, 2013 − potenziamento dell’impegno nella Rete Disarmo e nella Campagna No-F35 - 20112013 − manifesto e coordinamento nazionale delle iniziative per il 2 ottobre - 2012/2013 − interlocuzione con l’intergruppo parlamentare per la pace - 2013 − Nascita di nuovi Centri territoriali attivi 2011-2013 − Costituzione del Gruppo Giovani - 2013 Questo primo, parziale elenco delle iniziative lascia intravedere il non facile lavorìo per il consolidamento delle connessioni esistenti e, in qualche caso, per la costruzione di nuove, centrate sulla chiarificazione dei temi, nel quale l’apporto del MN è stato determinante. L’esempio più interessante mi pare il nuovo dialogo – dopo gli anni dell’obiezione di coscienza – tra il Movimento e il mondo degli Enti di Servizio civile, a cominciare dalla Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile. Avviato con la costruzione congiunta del Convegno di Firenze, ha prodotto l’Alleanza per il Servizio Civile, che è poi diventato appello ai candidati impegnati in campagna elettorale, ha cominciato a costruire una riflessione comune intorno al tema del SCN come difesa civile, non armata e nonviolenta, alternativa a quella militare, ed al suo finanziamento attraverso il disarmo e la riduzione delle spese militari, che ha portato alla realizzazione della prima “Festa della Repubblica che ripudia la guerra”, promossa congiuntamente da Rete Disarmo e CNESC alla quale ha partecipato anche la presidente della Camera Laura Boldrini, in visita ad un Ente di Servizio Civile. La chiarificazione dei temi e la costruzione di connessioni aprono (e proseguono) percorsi di lavoro che impegneranno anche il nostro Congresso su diversi filoni, cioè sull’insieme delle questioni collegate, che potremmo definire i... ”fattori D”. I fattori D: disarmo, difesa, democrazia, diritti/doveri, decrescita Il disarmo non è solo questione militare, ma anche politica e culturale. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI di Stoccolma - nonostante una leggera flessione della spesa militare mondiale, indicata in ben 1.756 miliardi di dollari (di gran lunga più alta del picco della corsa agli armamenti della guerra fredda, ndr) - il nostro paese, con la sua spesa pubblica militare stimata in 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro, è ritornato tra le prime dieci potenze belliche mondiali. Mentre, secondo i dati Eurostat, siamo ultimi in Europa per le spese per la cultura, penultimi per le spese per l’istruzione, ultimi per il welfare (dati Bocconi), tra i “primi della classe” per la disoccupazione giovanile e via degradando. Solo questi pochi dati forniscono il senso dell’’urgenza del disarmo, non solo come valore in sè, ma anche come questione centrale delle politiche pubbliche. Insieme alla necessità di un ripensamento di fondo sul senso stesso della difesa e della sicurezza: da chi o da quali minacce la comunità italiana ha davvero bisogno di difesa? La sicurezza è quella fornita da imponenti sistemi d’arma a capacità nucleare e da enormi portaerei che li trasportano per gli oceani in missioni di * Segretario del Movimento Nonviolento 3

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te il dovere personale di informarsi, vigilare, approfondire, mettersi in azione per il cambiamento, assumersi la responsabilità diretta delle scelte. Eppure, nonostante tutto ciò, continua ad essere presente in Italia un significativo movimento dal basso che si impegna per la decrescita e la conversione ecologica dell’economia, il disarmo e la tutela dei territori dagli scempi delle grandi opere e delle servitù militari, i beni comuni e la democrazia partecipativa, i diritti dei più deboli e la solifarietà internazionale. Insomma, c’è ancora e, in qualche modo resiste, quella che Aldo Capitini avrebbe definito l’”Italia nonviolenta”. guerra, contrarie allo spirito ed alla lettera della Costituzione, oppure è quella fondata su una ricostruita coesione sociale, sulla difesa dei diritti costituzionali costantemente minacciati e taglieggiati da politiche antisociali, sulla capacità di promuovere politiche di pace nel Mediterraneo? Tutte azioni possibili solo attraverso una politica di disarmo che liberi le risorse necessarie. Si tratta inoltre di questioni che riguardano l’essenza stessa della democrazia. Il complesso miliare-industriale internazionale orienta le scelte dei governi, difendendo se stesso da quella che il generale Fabio Mini ha chiamato “la minaccia della pace”, indirizzando pesantemente la spesa pubblica per la guerra e a vantaggio delle commesse militari. In Italia i suoi veti condizionano la prassi democratica e controllano i voti parlamentari, fino a portare i partiti a contraddire le affermazioni fatte in campagna elettorale, rendendo intangibile la spesa per gli armamenti, come accaduto questa estate per la vicenda dei caccia-F35. Il popolo ed i suoi rappresentanti sono sempre più espropriati da decisioni già prese, spesso in sedi internazionali, come per la base Dal Molin di Vicenza, o il Muos di Niscemi o l’ammodernamento delle testate nucleari presenti sul territorio italiano, in violazione del Trattato di non proliferazione. In questo scenario, i diritti di partecipazione democratica sono sottoposti ad un costante depotenziamento, volto a renderli incapaci di incidere sulle questioni di fondo, attraverso la loro trasformazione in un permanente sondaggio via social-network per indagare gli umori e solleticare gli istinti del pubblico spettatore, sia nella versione populista-criminale-berlusconiana che, di fatto, in quella populista-anticasta-grillina. È un meccanismo volto a sopire progressivamen- Questioni in Movimento/1: organizzazione Tuttavia questa “Italia nonviolenta”, che articola la sua azione su specifici temi (fatta salva l’esperienza dei referendum sull’acqua e sul nucleare) fatica a trovare punti di coagulo, a fare massa critica, a condizionare le decisioni politiche importanti, a rappresentarsi come una possibilità di cambiamento generale, politico e culturale. A darsi una organizzazione. Anche il Movimento Nonviolento, pur rimanendo punto di riferimento riconosciuto per un’area culturale e politica che si impegna per la pace e il disarmo, non ha una significativa capacità attrattiva dal punto di vista dell’”attivismo” politico diretto. Sono diverse migliaia le persone che, nei suoi primi cinquanta anni, hanno fatto parte del MN, poche centinaia sono le adesioni che si rinnovano tutti gli anni. È come se si desse per scontato che il MN, come organizzazione nazionale e punto di riferimento propositivo, ci sia comunque, indipendentemente dalle scelte personali di ciascuno: rinnovare regolarmente l’iscrizione, abbonarsi ad “Azione nonviolenta”, destinare il 5x1000, farsi Centro di iniziative sul proprio territorio. Invece sono proprio queste scelte individuali che ne possono garantire la capacità di azione politica collettiva, la sua efficacia e continuità del tempo. Laddove avviene l’assunzione di responsabilità personale, se ne vedono presto i risultati: le esperienze di Bari, del Litorale romano, di Modena – tutte emerse, pur con percorsi e cratteristiche diversi, dal Congresso di Brescia ad oggi – in questo senso sono incoraggianti. Andrebbero moltiplicate sui diversi territori. Il Congresso ha il compito di rilanciare questa spinta. 4

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editoriale Questioni in Movimento/2: comunicazione Anche a questo scopo, è naturalmente fondamentale la capacità di comunicazione del Movimento Nonviolento, che passa attraverso un aggiornamento dei suoi strumenti di comunicazione, sia web che cartacei. Mi soffermo sul principale, “Azione nonviolenta”. Ci prepariamo a festeggiare i 50 anni della “rivista fondata da Aldo Capitini”, in una fase di preoccupante e costante declino del numero di abbonati: è questo il momento per un importante ripensamento e rilancio della nostra testata che tenga conto delle rapide evoluzioni del complesso sistema dell’informazione. A questo scopo mi vado sempre più convincendo della opportunità di articolare “Azione nonviolenta” in due edizioni: una “on line” ed una cartacea che svolgano funzioni diverse, anche per pubblici diversi. Nel flusso di informazioni che quotidianamente passano sul web – ormai principale strumento di informazione al di sotto dei 40 anni - manca un punto di riferimento comunicativo capace di diffondere il punto di vista nonviolento sulla realtà. Nonostante molti amici della nonviolenza scrivano autorevoli opinioni, commenti, proposte legate all’attualità, queste sono per lo più disperse in molte mailing list, siti internet, profili facebook, blog personali, comunicati stampa spesso semi-clandestini, o anche nelle rubriche di Azione nonviolenta che viene però pubblicata con molte settimane di ritardo rispetto agli eventi stessi. Per fare massa critica, almeno sul piano comunicativo, vedrei bene la nascita della testata “Azione nonviolenza-on line” ossia di un web-magazine che ne riunisca le voci e rilanci quotidianamente il punto di vista della nonviolenza sugli eventi nazionali e internazionali. Uno strumento agile, ma autorevole e plurale, di confronto, informazione e comunicazione per tutta l’area dell’”Italia nonviolenta”. È la vecchia idea del quotidiano della nonviolenza, periodicamente rilanciata, impraticabile in forma cartacea, oggi in parte possibile, e forse anche sostenibile, su internet. Questo consentirebbe e agevolerebbe anche un ripensamento di Azione nonviolenta cartacea, che potrebbe diventare uno strumento di approfondimento tematico con 4/6 numeri monografici all’anno, da ricevere in abbonamento, sul quale coinvolgere i molti amici della nonviolenza impeganti nella ricerca, l’approfondimento culturale, la sperimentazione sul campo, i linguaggi narrativi e fotografici, le interviste, le inchieste, la documentazione... I numeri di Azione nonviolenta diventerebbero così, sempre di più, strumenti di riflessione senza il rischio della ridondanza o dell’asincronia rispetto al flusso di notizie on-line. Per il momento sono solo suggestioni, ma penso che si tratti di questioni sulle quali il Congresso dovrà riflettere e decidere, in modo da presentare la nuova (anzi, le nuove) “Azione nonviolenta” alla Festa dei suoi 50 anni, nel giugno del 2014. L’azione politica/1: dalla lotta contro gli F-35... Naturalmente, le dimensioni organizzative e comunicative sono indispensabili strumenti sui quali viaggia la capacità di azione politica e culturale del Movimento Nonviolento. Ed anche questa necessita di un rilancio, per esempio a partire dai “fattori” disarmo/difesa. La nostra convinta partecipazione alla Campagna “Taglia le ali alle armi” contro i caccia F-35 è stata importante perché da molto tempo le spese militari non entravano nel dibattito pubblico, come avvenuto in questa fase grazie all’impegno della Campagna. All’interno di una crisi economica che sta facendo precipitare consistenti fasce di popolazione nella povertà, molti cittadini fanno fatica a capire perché si debba spendere per la guerra piuttosto che contro la precarietà. L’efficace azione comunicativa di Rete Disarmo sta progresivamente aiutando a spostare una generica invettiva anti-casta in una specifica opposizione alla maggiore e più ingiustificabile di tutte le spese, quella per gli armamenti, di cui i cacciabombardieri sono il simbolo più evidente, osceno e caro alla casta militare. Naturalmente, per noi questo è solo un elemento 5

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dell’opposizione complessiva al sistema di difesa/offesa militare, fondato sulla preparazione della guerra, e della costruzione di un sistema civile fondato sulla nonviolenza. In aggiunta e oltre questa campagna, c’è bisogno sia di una allargamento degli obiettivi, verso una prospettiva più ampia di disarmo, sia di uno sbocco in un ulteriore livello di azione, che superi la sola campagna di opinione. C’è bisogno, probabilmente, di una nuova Campagna di azione, promossa dal Movimento Nonviolento, ma non solo. L’azione politica/2: ...allo spostamento di risorse dalla difesa miliare a quella civile Come ribadito, in ultimo, anche dalle nuove “Linee guida per la formazione generale dei volontari civili”, emanate lo scorso luglio dal Dipartimento per la gioventù e il servizio civile, il tema posto, a suo tempo, dal movimento degli obiettori di coscienza per una difesa non militare della patria, oggi, ha portato alla configurazione di due distinte modalità di difesa nel nostro Paese, ormai riconosciute pienamente dall’ordinamento legislativo, trovando conferma tanto nella legge istitutiva del SCN (64/01) – la quale assegna come prima finalità del Servizio Civile Nazionale il “concorrere alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari” – quanto nel decreto legislativo che lo disciplina (77/02) – che indica quale unica finalità del SCN la “modalità operativa concorrente e alternativa di difesa dello Stato con mezzi ed attività non militari.” Tuttavia, ciò che ancora manca è la pari dignità tra le due forme di difesa della Patria. L’una, quella armata, ha la disponibilità di enormi risorse pubbliche, è impermeabile ai tagli, anzi soggetta a continui ampliamenti e riqualificazioni degli arsenali da usare contro ipotetiche e pretestuose minacce esterne oppure – più spesso – in missioni internazionali di guerra. L’altra, quella civile, priva di risorse certe, sempre taglieggiata e costretta ad elemosinare le briciole, incapace di garantire l’esercizio del diritto/dovere di difesa della Patria a tutti i giovani che vogliono spendersi nell’impegno per la difesa dei diritti e per la sperimentazione di mezzi e strumenti costituzionali – nel ripudio della guerra – di risoluzione nonviolenta dei conflitti, anche sul piano internazionale. Questa consapevolezza, dicevamo, sta crescendo anche nel mondo del servizio civile, e credo stiano diventando maturi i tempi per la costruzione di una nuova campagna volta specificamente a spostare risorse dal settore militare a quello civile, incentrata sulla conquista del diritto dei cittadini alla scelta fiscale tra le due forme di difesa. Così come i giovani possono scegliere se difendere la Patria in armi o disarmati, anche i cittadini contribuenti devono poter decidere se finanaziare la difesa militare o quella civile. A mio avviso, il tema della costruzione di una campagna in questo senso – che mentre si impegna per l’obiettivo principale, avrebbe l’effetto di allargare la consapevolezza culturale sulla difesa nonviolenta - deve diventare tema centrale del Congresso di Torino, per deciderne le modalità possibili (proposta di legge di iniziativa popolare? campagna di disobbedienza civile? altro?), i tempi di lancio (25 aprile/Arena di pace? 2 giugno/festa della Repubblica che ripudia la guerra?) e le alleanze che – per essere efficace tanto sul piano politico che culturale - dovrebbero vedere la collaborazione sia dell’area disarmista quanto dell’area del servizio civile, tra le quali il Movimento Nonviolento potrebbe svolgere una essenziale funzione di cerniera. Dalla partecipazione alla reti alle proposte di legge Inoltre, pur nella situazione politica generale di stallo della democrazia, con un pessimo e instabile governo delle “larghe intese”, ci sono iniziative parlamentari che devono essere seguite con attenzione. Una di queste è la costituzione dell’”intergruppo parlamentare 6

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editoriale per la pace” – la cui nascita abbiamo salutato con interesse – di cui è coordinatore il deputato indipendente di SEL Giulio Marcon. Questo può essere un importante punto di riferimento per la presentazione di progetti di legge su temi sui quali abbiamo lavorato in questi anni, all’interno delle diverse Reti. In particolare, la Rete IPRI-Corpi Civili di Pace e il Coordinamento italiano per una cultura di pace e nonviolenza. In entrambi i casi, credo che bisognerebbe concentrate gli forzi per costruire due proposte di leggi specifiche, una volta a istituire i Corpi Civili di Pace, anche in collegamento con il Servizio Civile Nazionale e la sua funzione di difesa della Patria; l’altra un percorso formativo obbligatorio per gli insegnanti sul tema della formazione alla nonviolenza, per introdurre percorsi educativi all’interno delle scuole di ogni ordine e grado, capaci di orientarne sia la didattica che i contesti relazionali. Come avvenuto recentemente in Francia, con la riforma del sistema scolastico, proprio grazie all’impegno del Coordinamento francese. Nell’impazzimento del sistema politico italiano, non è escluso che si manifesti, prima o poi, un varco per “portare a casa” questi risultati. Meglio essere pronti. Infine/intanto Infine, le cose da dire e sulle quali impegnare i lavori del Congresso sarebbero naturalmente ancora molte altre, a partire dalla drammatica situazione internazionale che – dopo aver troppo presto visto spegnersi gli entusiasmi per le “primavere arabe” – oggi ci riconsegna un Mediterraneo in fiamme, dalla Libia, alla Siria, all’Egitto, al Libanio (oltre naturalmente alla Palestina). E contemporaneamente vede i paesi occidentali, compresa l’Italia, impotenti sul piano politico, ma molto attivi sul piano del commercio delle armi, che vanno ad alimentare i massacri. Salvo ricorrere al mezzo della guerra, anche preventiva, per posizionarsi negli scacchieri internazionali, come accade ancora con l’occupazione militare dell’Afghanistan anche da parte delle truppe italiane. Personalmente non ho le parole giuste per entrare nel merito di ciascuno di questi conflitti nè penso sia nostro compito scegliere le parti per le quali parteggiare - tra dittatori di lungo corso, militari golpisti e fondamentalisti religiosi - laddove la verità è sempre la prima vittima delle guerre e le responsabilità tra oppressori e oppressi non sono separabili con l’accetta. Se non dalla parte di tutte le vittime, di ogni parte. Intanto, oltre ad aprire “Azione nonviolenta” alle opinioni ed alle proposte di amici della nonviolenza che più direttamente ed attentramente seguono le vicende in corso nei diversi Paesi del Mediterraneo, credo che l’unico contributo politico che, come Movimento Nonviolento, possiamo continuare a dare è quello di operare, bene e con convinzione, per il disarmo e la riduzione delle spese militari globali e nazionali, per il sostegno alle campagne contro il commercio italiano delle armi usate in tutte le guerre vicine e lontane, per la promuozione dei Corpi civili di pace come forze di intervento preventivo nei conflitti invece dell’uso dei bombardieri, per la difesa civile non armata e nonviolenta attraverso la formazione di giovani volontari civili, per sviluppare politiche culturali ed educative fondate sulla nonviolenza, per incalzare i nostri governi ad operarsi per la riforma e il rilancio delle Nazioni Unite e del suo ruolo internazionale, anziché partecipare a criminali campagne militari... Naturalmente non è tutto ciò che può essere fatto, altri faranno di più e di meglio, ma di sicuro è ciò che va nella direzione giusta. 7

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Oltre il disastro della crisi egiziana di Gianluca Solera* Avevo partecipato ad Alessandria d’Egitto alla grandissima mobilitazione del 30 giugno scorso, forse la più grande manifestazione di protesta della storia moderna, all’apice di Tamarrud, una campagna che aveva raccolto più di 22 milioni di firme per chiedere il trasferimento dell’autorità presidenziale al Presidente della Corte costituzionale, la creazione di un governo competente che gestisse le emergenze dell’economia e della sicurezza, la revisione della Costituzione attraverso un comitato di esperti e la sua approvazione tramite referendum popolare, e la convocazione entro sei mesi di nuove elezioni parlamentari e presidenziali. progetto di parte, invece di portare a compimento il processo rivoluzionario apertosi il 25 gennaio 2011, e per imporre una carta costituzionale che non era stata il frutto di un lavoro consensuale tra le diverse espressioni della società egiziana. Murs¯ ı, è bene ricordarlo, aveva concesso l’immunità all’Assemblea costituente, da cui si erano ritirate le forze non islamiche, e organizzato un referendum per approvare il testo costituzionale a cui partecipò solamente il 33% degli egiziani aventi diritto di voto (dicembre 2012). Avevo dunque partecipato alla mobilitazione del 30 giugno cosciente della grande perdita di credibilità che aveva colpito la presidenza Murs¯ ı. Furono ore festose. Il 2 luglio venne deposto il presidente. “Le forze armate non hanno potuto tapparsi le orecchie di fronte alle richieste del popolo”: con questa formula, il comandante dell’esercito egiziano ‘Abdel Fatta ¯ h as-S¯ ıs¯ ı giustificava la decisione di intervenire 48 ore dopo quella mobilitazione, sostituendo Murs¯ ı ad interim con ‘Adl¯ ı al-Mansour, dopo un ciclo di consultazioni che inclusero l’opposizione secolare, i movimenti islamici, il grande Le colpe di Murs¯ ı Eravamo in una situazione di vuoto istituzionale, nel quale i cittadini non disponevano di strumenti per rimettere in discussione la guida del Paese, che credevano confiscata dai Fratelli musulmani per portare avanti un * scrittore, coordinatore delle Reti della Fondazione Anna Lindh, vive ad Alessandria d’Egitto. 8

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egitto sceicco di al-Azhar e il Papa copto. I Fratelli musulmani non accettarono la mossa, neppure si aspettavano la manifestazione di un tale dissenso popolare dopo un solo anno di presidenza, e iniziarono a praticare la disobbedienza civile, incoraggiati dalle condanne internazionali nei confronti di un presunto colpo di Stato. In quei giorni, scrissi su un’altra rivista che parlare di colpo di Stato era una sbrigativa attitudine orientalista di raffigurare la realtà, che non teneva conto della volontà popolare di riaprire una fase democratica bloccata dalle scelte di parte dei Fratelli musulmani. Poi iniziarono i primi scontri tra forze dell’ordine e soldati, da una parte, e sostenitori di Murs¯ ı dall’altra. Il quotidiano al-Masr¯ ı al-Youm, a metà luglio, rivelava che la dirigenza dei Fratelli musulmani aveva messo a punto un piano di destabilizzazione politica, che prevedeva l’uso di armi da fuoco e armi bianche durante le azioni di protesta, aggressioni ai manifestanti della parte avversa, attacchi a commissariati di polizia e postazioni militari in Sinai, e blocco delle arterie principali. Iniziarono a girare armi e iniziarono le aggressioni contro caserme situate nel Sinai da parte di sconosciuti armati. Leggendo i giornali, una notizia su tutte mi aveva allarmato: a metà luglio, un giovane sostenitore di Tamarrud veniva torturato sotto il palco di piazza Ra ¯ bi‘a al-‘Adawiya mentre sopra di esso parlava Mohammed Bad¯ ı‘e, la guida suprema della Fratellanza, invitando a manifestare pacificamente, e più il ragazzo gridava di dolore, più Bad¯ ı‘e alzava la voce. vedendo la creazione di due commissioni per la revisione della Costituzione, una dei dieci giuristi e l’altra di cinquanta rappresentanti di tutti i settori della società egiziana, ma Tamarrud, il Fronte di salvezza nazionale (la coalizione che include el-Bara¯ de‘¯ı) e personalità come Kha¯ led ‘Al¯ı espressero il loro malcontento, a causa della mancanza di consultazione precedente alla sua pubblicazione e dell’ennesima centralizzazione di poteri legislativi ed esecutivi nelle mani del Presidente. 2. Il 25 luglio ‘Abdel Fatta ¯ h as-S¯ ıs¯ ı fece appello alla popolazione chiedendo di partecipare numerosa alle manifestazioni anti-Mors¯ ı del giorno seguente, affinché l’esercito fosse investito di legittimità popolare per intervenire energicamente contro il terrorismo e la destabilizzazione, e Kha ¯ led ‘Al¯ ı reagì pubblicamente dicendo: “Questo appello ha prodotto l’effetto contrario. [as-S¯ ıs¯ ı] avrebbe dovuto dire agli egiziani che scendessero in strada per rifiutare la violenza, perché non è possibile che un esercito chieda alla gente di investirlo dell’autorità di dettare legge mentre abbiamo una magistratura e un presidente ad interim!”. 3. Infine, dopo il massacro di fine luglio, all’annuncio del ministro degli Interni Mohammed Ibra ¯ h¯ ım di voler riprendere la sorveglianza dell’attività politica e religiosa, Tamarrud reagiva condannando questa intenzione come contraria ai principi della rivoluzione del 25 gennaio 2011. Lampi di lucidità Le prime avvisaglie di un sistematico pugno di ferro si ebbero già da subito: l’8 luglio, più di cinquanta persone morivano davanti al Club della Guardia repubblicana al Cairo, dove pare venisse tenuto in custodia Murs¯ ı, e la notte tra il 26 ed il 27 luglio ne perivano almeno settantadue, quando i militanti filoMurs¯ ı insediati in piazza Ra ¯ bi‘a al-‘Adawiya tentarono di espandere la zona occupata affrontando le forze di sicurezza. Sebbene la situazione si facesse molto pesante, l’opposizione non islamica, soprattutto i giovani rivoluzionari, seppe dimostrare maturità e indipendenza rispetto all’esercito e al governo transitorio. Tre esempi: 1. Una dichiarazione costituzionale di 33 articoli veniva proclamata nella notte dell’8 luglio da ‘Adl¯ı al-Mansour, assegnandogli l’autorità di promulgare delle leggi dopo consultazione con il nuovo governo e pre- Quando tutto si ruppe Erano segni buoni, di autonomia di giudizio e di volontà di controllo civile del processo. Tutto, però, si ruppe dopo le festività di Ramadha¯ n, con i circa mille morti in cinque giorni in un massacro senza fine iniziato con lo sgombero forzato di piazza Ra¯ bi‘a al-‘Adawiya, il mercoledì 14 agosto. Lo stesso giorno, el-Bara¯ de‘¯ı lasciava la vice-presidenza ad interim disgustato dalla repressione, ma se ne andò solo, schernito e accusato di tradimento da molti presunti democratici o rivoluzionari. Lo scontro si faceva sempre più odioso, irrazionale e settario. Circa cinquanta chiese venivano aggredite dopo lo sgombero sanguinario, anche se i Fratelli musulmani negano di aver orchestrato le aggressioni. Rabbia e odio non hanno padroni, ed è sicuro che molti sostenitori di Murs¯ı abbiano scaricato la loro incontenibile ma devastante furia sui simboli cristiani; tuttavia, non escluderei in alcuni casi la mano della Baltaghiya, 9

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10 sobillatori acquistabili per pochi soldi e già utilizzati nel passato dal regime di Muba¯ rak per discreditare gli oppositori. Dopo lo sgombero sanguinario, dal governo e da Tamarrud sono venute solo parole di provocazione e di approvazione del pugno di ferro. Il 20 agosto, qualche ora dopo l’arresto della guida suprema della Fratellanza Bad¯ı‘e, Tamarrud lo definiva pubblicamente “un grande passo verso il completamento della rivoluzione”. Qualche ora prima, Muba¯ rak era stato scagionato dall’accusa di corruzione nell’affare dei palazzi presidenziali, cosa che ha comporta la sua scarcerazione (perché la pena capitale per il massacro dei dimostranti nel 2011 è stata annullata all’inizio di quest’anno ed il processo s’ha da rifare). Scrissi personalmente nelle ore più concitate ai miei più cari amici egiziani, dicendo  : “Non vi può essere giustificazione al crimine del 14 agosto, né dal punto di vista politico, né da quello dell’ordine; lo spirito della rivoluzione è ormai moribondo, ed ho sentito dei giovani rappresentanti di Tamarrud parlare come dei vecchi servitori di Muba¯ rak, senza riuscire ad esprimere una sola parola di lutto, di dubbio o di umanità. [...] Le Forze armate del 2011 sono le stesse di quest’anno, e la rivoluzione egiziana è così caduta nella loro trappola non una volta, quando Muba¯ rak prima di abbandonare affidò il Paese alla Giunta militare, ma due volte; perché non vi è distinzione tra il terrorismo di un’organizzazione sociale e quello di Stato, entrambi polarizzano la società e rendono l’Esercito l’unica vera istituzione e forza indispensabile in questo frangente. Pretendere dunque di sradicare i Fratelli musulmani con la violenza è vano, perché la Fratellanza, che lo vogliamo o no, fa parte della società egiziana come ne fanno parte la Chiesa copta, i laici o i Beduini”. E un amico, il prof. Hussein Hamu ¯ da, docente di Italianistica all’Università di Helwa ¯ n, difendendo l’operato delle Forze armate, mi rispose: «Sai cosa significa “terrorismo”? Quando la gente ha paura? Non vi è relazione tra terrorismo e operato politico […] Come puoi sopravvivere se decidi di non sparare?”. I sentimenti, anche tra i più acculturati, in questi giorni sono turbolenti e difficili. Le ragioni non mancano. Il 14 agosto, tuttavia, Esercito e Polizia hanno inferto un colpo letale non solamente ai Fratelli musulmani, ma anche al campo liberale, costringendolo a uscire allo scoperto difendendo l’indifendibile e trovandosi in pessima compagnia con quegli Stati arabi che hanno immediatamente preso le difese delle Forze armate egiziane dopo il sanguinoso sgombero: Arabia saudita, Bahrein e Siria. Un’operazione politica Un’operazione politica perfetta, dunque, checché se ne dica, per rinsaldare il ruolo dei generali e garantire l’intoccabilità dei commissari. Come potrà ora la rivoluzione del 2011 rivendicare una riforma delle Forze armate e delle forze dell’ordine, riforma che né la Giunta militare durante la prima transizione, né la presidenza Murs¯ ı hanno voluto portare avanti? La rivoluzione del 2011 non ha ancora intaccato questi due colossi di regime, né lo farà nei prossimi mesi. Gli interessi economici fanno anche la loro parte. Le Forze armate hanno tre fonti di ingresso: una porzione consistente del bilancio statale (più del 6% del bilancio complessivo, ovvero 4,2 mld di dollari nel 2013, erano 3,8 nel 2012), il sostegno americano (1,3 mld di dollari nel 2013) e le attività economiche gestite dalle Forze armate stesse. Quest’ultime dovrebbero essere soggette alla revisione del parlamento e della Corte dei conti, ma questo non avviene, e le stime sono dunque imprecise. Secondo il dott. Mohammed Buraik, esperto in economia della difesa, le risorse finanziarie complessive delle Forze armate sarebbero inferiori al 40% del PNL egiziano. Una percentuale comunque esorbitante a cui l’Esercito non vuole rinunciare! Nel frattempo, ‘Abdel Fatta¯ h as-S¯ıs¯ı sta probabilmente preparando il terreno in vista delle elezioni presidenziali, rinnovando dunque la tradizione che vuole un generale alla testa della Repubblica, tradizione che venne interrotta per la prima volta solamente con Mohammed Murs¯ı. Nella prima quindicina di luglio, dopo la destituzione di Murs¯ı, nelle strade di Alessandria circolavano già le icone di asS¯ıs¯ı, una stonatura per i genuini paladini della campagna Tamarrud, una pericolosa stonatura. Cause remote Il Paese scivola verso l’intransigenza ideologica e la contrapposizione frontale, le armi più efficaci per neutralizzare la missione di riconciliazione nazionale di questo governo di transizione e staccare la spina alla moribonda rivoluzione del 2011, che non ha prodotto una sola riforma sostanziale delle istituzioni dello Stato e delle sue politiche pubbliche. Per cercare di identificarne le cause, dobbiamo fare un passo indietro. Ibra ¯ h¯ ım el-Hodhaib¯ ı, il cui bisnonno Hassan fu la se-

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egitto conda guida suprema dei Fratelli musulmani dopo il fondatore el-Banna ¯ e il nonno la sesta guida suprema dal 2002 al 2004, e che lasciò la Fratellanza nel 2008, mi diede una pista di riflessione interessante sulle radici della crisi questa primavera, durante un colloquio al Cairo: “Nel 19° secolo, il grande chedivè Mohammed ‘Al¯ ı [considerato il fondatore dell’Egitto moderno] costruì burocrazie statali forti che sostituirono le istituzioni sociali nel quadro di un potente stato-nazione. Gli endowments vennero nazionalizzati e il sistema del governo locale centralizzato; quelle istituzioni che tradizionalmente esercitavano un’importantissima funzione sociale non sono state più sostituite da istituzioni indigene moderne, che riflettano la complessità dei tempi”. La politica di centralizzazione e controllo delle istanze sociali iniziata con Mohammed ‘Al¯ ı venne proseguita dai suoi successori fino a Muba ¯ rak. Ora, esistono degli individui e lo Stato, non vi sono corpi intermedi. Non vi sono dunque spazi che facilitino un processo di socializzazione, non vi è una cultura della costruzione del consenso sociale: le fratture odierne sono l’espressione di questo. politiche organizzate, di esigere un’indagine indipendente sui fatti di Ra ¯ bi‘a al-‘Adawiya e sui massacri di luglio, di condannare l’incarceramento massiccio dei rappresentanti della Fratellanza, di sostenere il ruolo della società civile indipendente quale supervisore delle evoluzioni post-rivoluzionarie, e di facilitare il riavvicinamento tra le comunità politiche e culturali del Paese. Non è tutto. Per dare una prospettiva di soluzione regionale alla crisi egiziana e contenere la propaganda che attribuisce sempre i mali del Paese a un complotto internazionale (il discorso della stampa governativa e di molti politici egiziani anti-Fratelli musulmani oggi è identico a quello del regime di Muba¯ rak prima che cadesse: “il Paese è oggetto di un piano di destabilizzazione internazionale!”), dovremmo rafforzare i canali di scambio tra le forze rivoluzionarie e democratiche egiziane, anche di estrazione islamica, e quegli attivisti europei che vogliono costruire uno spazio mediterraneo di libertà, sostenibilità, equità e scambio culturale. Propongo di convocare gli Stati generali dei movimenti sociali del Mediterraneo, perché non vi sono soluzioni locali alla crisi. Ovvero, un forum militante per ragionare sugli scenari di rinnovamento istituzionale e giustizia sociale, e ispirare una stagione storica nuova. Porrebbe le basi per alimentare una cooperazione organica tra movimenti del nord e del sud del Mediterraneo, che evolva verso un progetto e campagne regionali, con l’obiettivo di restituire la Politica ai cittadini e mettere alle corde corrotti, oppressori e manipolatori. Il tutto non è facile, ma nessuna vera rivoluzione lo è. Dobbiamo essere mossi dall’ambizione di progettare un nuovo spazio di integrazione politica, sociale ed economica, nella diversità culturale che caratterizza i suoi popoli. La crisi egiziana non è solo egiziana. Mostra che il ciclo delle rivoluzioni del 2011 non si è ancora compiuto, e che la crisi di legittimità delle istituzioni governative e statali è presente dovunque noi andiamo, a Roma come al Cairo, a Madrid come a Tel Aviv. È la relazione stessa tra cittadino e Stato che deve essere reinventata, e con essa la dialettica identitaria che deve essere rimessa in discussione. Alla società civile indipendente spettano un ruolo ed una responsabilità straordinarie per preparare il futuro, recuperando lo spirito del 2011, mettendo insieme secolari e religiosi nell’intento di affrontare i problemi socio-economici, geo-politici o etno-culturali in un’ottica regionale, oltre le frontiere nazionali e le propagande di regime. Che fare? Come uscire dunque dalla crisi? ElHodhaib¯ı propone di occuparsi di due cose, municipalità e sindacati. Sviluppare queste due entità aiuterebbe la società egiziana a liberarsi dalla polarizzazione attuale. Quando gestisci una città o difendi dei lavoratori, non conta più che tu sia islamista o secolare. Devi assicurare servizi e difendere diritti. Inoltre, questo impegno per la “democrazia dal basso” permetterebbe di fare emergere leaders che non sono legati allo stato-padrone, e costerebbe meno vincere le elezioni a livello locale o in una fabbrica, per cui vi sarebbero più possibilità per i fuori-gioco di vincere. “Perché alla fine a rappresentare la maggioranza o la minoranza sono sempre i benestanti, che sono piuttosto conservatori” aveva puntualizzato, concludendo con: “Il nostro problema è che la divisione tra islamisti e secolari è una divisione tra estrema destra ed estrema destra, quindi nessuna divisione! Sono entrambi neoliberali e centralisti”. Il nostro impegno come cittadini del Mediterraneo e attivisti europei per evitare il peggio, invece, dovrebbe essere quello di manifestare fermezza nel rifiuto di qualsiasi tipo di violenza sanguinaria, che questa provenga dalle istituzioni statali o da forze 11

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Per la Siria, il nostro “che fare?” Questo non è un appello. Non è una petizione. Non raccogliamo firme, né cerchiamo consensi. Vogliamo solo offrire qualche spunto di riflessione per il dibattito che si sta sviluppando al seguito dei “venti di guerra” che provengono dallo scenario internazionale che oggi ci consegna una sponda del Mediterraneo in fiamme, dalla Siria alla Libia, dall’Egitto al Libanio (oltre naturalmente alla Palestina). Sull’altra sponda del Mediterraneo si affacciano i paesi occidentali, compresa l’Italia, impotenti sul piano politico, ma molto attivi sul piano del commercio delle armi, che vanno ad alimentare i massacri. In fondo al Mediterraneo ci sono migliaia di profughi in fuga dalle guerre. Noi possiamo fare poco o niente sul piano immediatamente efficace per impedire il massacro. Nessuna sacrosanta richiesta ai potenti di fermare la guerra ha restituito la pace ai popoli. Non è accaduto a Belgrado, né a Bagdad, né a Kabul e nemmeno a Tripoli. Non accadrà a Damasco. Nè è nostro compito scegliere le parti per le quali parteggiare - tra dittatori di lungo corso, militari golpisti e fondamentalisti jihadisti - laddove la verità è sempre la prima vittima delle guerre e le responsabilità tra oppressori e oppressi non sono separabili con l’accetta. Quel che possiamo e dobbiamo fare nell’immediato è stare dalla parte delle vittime, accogliere e portare soccorso, alleviare le sofferenze, salvare singole vite. È già molto, ma non basta. Come non basta condannare l’intervento armato e i suoi mandanti. È necessario, ma non basta. La Siria è piombata in una guerra “civile” (si fa per dire) a causa di una ventennale dittatura (accettata, tollerata, sostenuta dalle grandi potenze) che non ha acconsentito ad alcuna riforma, ma ha fatto precipitare il paese in una escalation di violenza. A sua volta, l’opposizione pacifica al regime è stata presto messa ai margini da una preponderante contrapposta violenza armata, anche di matrice fondamentalista jihadista (accettata, tollerata, sostenuta da altre potenze). Gli Stati Uniti con l’Arabia da una parte, la Russia con l’Iran dall’altra, l’Europa, la cosiddetta “comunità internazionale”, sono stati a guardare la mattanza, con efferatezze da entrambe le parti, che ha prodotto finora quasi 100mila morti, soprattutto – come in tutte le guerre – tra i civili inermi: nessun tentativo di mediazione internazionale tra le parti, nessun intervento massiccio di intermediazione civile, nessuna presenza di osservatori internazionali, nessuna richiesta di cessate il fuoco da parte degli alleati di una parte e dell’altra, nessuna interruzione del flusso di armi ad entrambe le parti in guerra. A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo – come tutte le guerre – aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche – nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti – un grave di segno di impotenza della comunità internazionale. Del resto, tutti gli interventi militari internazionali in zone di conflitto (spesso avviate con pretesti risultati, a posteriori, costruiti a tavolino) non hanno portato ad alcuna stabilizzazione democratica e pacifica in nessuno scenario - dall’Iraq al Kosovo, dalla Somalia alla Libia, all’Afghanistan – ma hanno ulteriormente disastrato popolazioni e territori, aprendo ulteriori focolai di guerra, odio e terrorismo. Chi è responsabile di una guerra assassina in Afghanistan, con stragi di civili, non può farsi pladino dei diritti umani, nascondersi dietro il paravento di un intervento umanitario per punire l’uso di gas contro altri civili. L’opzione militare in Siria sarebbe destabilizante per l’intera area, anche se l’obiettivo dichiarato è di un intervento limitato e mirato. Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. L’unica vera stabilizzazione al rialzo è sempre quella per i profitti delle multinazionali delle armi, unici soggetti che da tutte le guerra ne escono comunque trionfanti e pronti a ricominciare. 12

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siria Non a caso, esattamente un anno fa, il 31 agosto 2012, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dichiarava che la spesa militare globale annua, mai così alta nella storia dell’umanità, divisa per i giorni dell’anno, è “di 4,6 miliardi di dollari al giorno, somma che, da sola, è quasi il doppio del bilancio delle Nazioni Unite per un anno intero”. Il meccanismo è, dunque, sempre lo stesso: si impedisce alle Nazioni Unite di agire per la pace con tutti i mezzi diplomatici e operativi possibili e necessari, privandole di quelle risorse che, invece, vanno a gonfiare le spese globali per gli armamenti. Per cui la guerra continua planetaria, che si sposta da uno scenario conflittuale all’altro, è sempre di più una profezia che si autoavvera. Registriamo positivamente che in quest’ultima occasione il governo italiano abbia voluto finalmente prendere una posizione autonoma, diversa dagli alleati della Nato, rivendicando il ruolo delle Nazioni Unite e riconoscendo al Parlamento la sovranità delle scelte di politica estera. Ci vuole anche altro, come l’immediata sospensione della produzione e commercio di armi con i paesi belligeranti (comprese le cosiddette armi leggere), ma sappiamo riconoscere i segnali in controtendenza. A questo punto torna la domanda: ma noi cosa possiamo fare? Oltre ad esprimere la nostra irremovibile contrarietà a questa nuova escalation internazionale della guerra siriana, foriera di imprevedibili effetti a catena su tutto lo scenario mediorientale, non ci dobbiamo stancare di operare e di chiamare tutti alla necessaria opera per la pace e la nonviolenza. Il nostro compito è operare bene e con convinzione, là dove siamo e possiamo, per il disarmo e la riduzione delle spese militari globali e nazionali, per il sostegno alle campagne contro il commercio italiano delle armi usate in tutte le guerre vicine e lontane, per la promuozione dei Corpi civili di pace come forze di intervento preventivo nei conflitti, per la difesa civile non armata e nonviolenta attraverso la formazione di giovani volontari civili, per sviluppare politiche culturali ed educative fondate sulla nonviolenza, per incalzare i nostri governi ad operarsi per la riforma e il rilancio delle Nazioni Unite che possano operare davvero con una legale e democratica polizia internazionale, come superamento degli eserciti, per il rispetto del diritto e la difesa degli aggrediti. Contro la guerra e per la pace c’è sempre qualcosa da fare. Con la nonviolenza, tutti i giorni. Movimento Nonviolento www.nonviolenti.org 29 agosto 2013 13

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Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia tra servitù militari e lotte pacifiste di Gabriella Falcicchio* Non è storia recente quella del pacifismo murgiano, né quella della militarizzazione del territorio pugliese. Non meno interessata di altre regioni di questa terra di confine che è l’Italia intera, la Puglia è una frontiera ulteriore, protesa sull’Est e da sempre luogo di attracco e partenze per il Mediterraneo. È comprensibile allora la scelta all’inizio degli anni ‘60 di collocare qui, per accordo tra Fanfani e Kennedy, un nutrito numero di missili Jupiter puntati sulla Russia dello Sputnik. Nel luglio 1955 era stato promosso il manifesto pacifista Russel-Einstein, a settembre del 1961 si era svolta la prima marcia della pace Perugia-Assisi e nell’autunno successivo fu lanciata l’idea della prima marcia murgiana che si sarebbe svolta il 13 gennaio 1963. Aldo Capitini fu tra gli aderenti insieme a molte personalità dell’epoca, dallo stesso Russell a Carlo Levi, Vittorini, Moravia, Quasimodo, Marcuse, tra gli altri. Dopo circa vent’anni la Murgia si mobiliterà ancora, nel 1985, 1987, 2003 e 2005 grazie all’azione capillare svolta dai Comitati Alta Murgia (CAM) disseminati tra i comuni più toccati dalla militarizzazione, intenti a creare una cultura ambientalista ante litteram in un territorio che, se sul versante della nonviolenza cristiana vedeva il grande nome di don Tonino Bello, sul piano della tutela della terra era ancora molto acerbo. Un gruppo di persone appassionate che rappresentano la memoria storica di questa terra (Nicola Amenduni di Ruvo, Piero Castoro e Nino Perrone di Altamura per citare alcuni tra i più attivi) hanno lavorato dal basso per diffondere una coscienza nuova della Murgia, hanno raccolto documenti e avviato organizzazioni attive sia sul piano culturale che sociale. L’idea di fondo era quella di coltivare la sensibilità diffusa a favore della protezione dell’area, puntando all’istituzione del Parco nazionale e avviando un lavoro di ricerca e studio che dal 1988 vede operativo il Centro Studi Torre di Nebbia. La convergenza di forze mosse dal basso, capaci di unire dai primi istanti ambientalismo e pacifismo, ha portato finalmente alla costituzione del Parco nel 2004. Per certi versi questo ha segnato un periodo conflittuale e non privo di tensioni tra centri produttivi, CAM e istituzione Parco. Da un versante, non possiamo dimenticarci che i vincoli tipici di un’area protetta impediscono alcune attività economiche, ne limitano altre, sottopongono le imprese agricole a comportamenti virtuosi e questo non sempre è stato digerito dalla popolazione. Negli anni ‘80 – triste merito della CEE – la murgia ha subito lo stupro violentissimo dello spietramento, per far posto alla coltivazione del grano, che di fatto ha sancito in vastissime aree la fine dell’ecosistema murgiano della pseudosteppa, da millenni luogo di pastorizia. Dall’altro versante, i comitati non si sono riconosciuti nell’Ente, criticando ripetutamente la labilità della sua politica. Oggi che, dopo i primi anni di rodaggio, il Parco ha maturato linee progettuali di più ampio respiro e questa realtà sta crescendo, c’è più che mai bisogno di un tessuto territoriale forte per rafforzare la coscienza ambientale e di pace, sia sul piano socio-culturale sia su quello istituzionale. I due piani non possono essere disgiunti e devono camminare insieme, nonostante le frizioni che i processi di cambiamento comportano di solito. Nel 2013, il Presidente del Parco, Cesare Veronico, ha voluto lanciare una sfida impor- * Movimento Nonviolento Puglia 14

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in marcia tante: ottenere la sanzione dell’incompatibilità tra aree protette e presenze militari nel Parco. La primavera ha visto infatti un’enorme presenza di militari (si parla di 3mila unità in poche settimane) con un incremento di esercitazioni a fuoco, il tutto senza preavviso e senza concordare un calendario con l’Ente. L’impatto di queste attività è fortissimo: l’utilizzo di artiglieria pesante comporta inquinamento del suolo e delle acque (checché se ne dica), livelli di rumore inconciliabili con la presenza e la riproduzione di specie avicole rare, che nidificano a terra, che stanno allora giungendo dai paesi caldi, come anche di rettili e anfibi. La vegetazione viene azzerata. Aggiungiamo che il turismo, le attività ricreative ed educative nel parco subiscono un pesante danno. È capitato agli studenti Erasmus ospitati di essere bloccati per ore, ai bambini in gita scolastica di non poter proseguire il percorso, ai cicloturisti di avere i carri armati lungo il sentiero. Ci si trova quindi davanti al paradosso di dover limitare le presenze numeriche dei turisti per evitarne un’eccessiva impronta ecologica, di impedire escursioni notturne in grotta per non compromettere la riproduzione di uccelli rari, di razionare le gite scolastiche per poi veder 3mila soldati nello stesso sensibilissimo periodo usare l’artiglieria pesante nelle esercitazioni. In un’ottica non di opposizione dura ma di dialogo con le forze armate, il Presidente del Parco ha aperto la questione (il casus pacis!) con un documento che intende chiamare a raccolta la cittadinanza, le associazioni, tutto il tessuto sociale. Il Movimento Nonviolento non ha voluto sprecare l’occasione di rendersi presente in questa battaglia, nella convinzione che infittire la trama delle solidarietà per questa causa non possa che dare ancora più rilevanza a una questione che riguarda tutti i parchi italiani. Dalla fine di giugno a metà agosto, l’attenzione sulla Puglia si è moltiplicata e la proposta del MN di dare vita a una nuova marcia della pace, che raccolga sia la tradizione pluridecennale della Perugia-Assisi sia quella prettamente murgiana, è stata accolta con entusiasmo da molti soggetti sia locali che nazionali. A metà luglio, MN, WWF e Legambiente hanno prodotto un documento congiunto, contestualmente alla mozione approvata da Federparchi in cui tutti i parchi italiani dichiarano incompatibili le attività connesse ai parchi con la presenza militare e chiedono ai ministeri di pronunciarsi al riguardo. A fine agosto sono giunti i primi risultati: il calendario delle esercitazioni verrà finalmente concordato con il Parco e nel mese di settembre non si svolgeranno esercitazioni a fuoco. È solo l’inizio di un processo che, insieme a tutto il popolo murgiano, vogliamo continuare a condurre. 15

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