Azione nonviolenta - ottobre 2013 Anno 50 n. 598

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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ottobre 2013 Anno 50 n. 598 10 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 la rivoluzione del maiale contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. (++39) 045 8009803 Fax (++39) 045 8009212 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 10 • Ottobre 2013 Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 2 ottobre per il disarmo Se vuoi la pace prepara la pace a cura del Movimento Nonviolento 4 Elenco delle iniziative nonviolente del 2 ottobre 2013 a cura del Movimento Nonviolento 6 Andare incontro al Lupo, anche se è di Forza Nuova? Roberto Rossi 10 Difendiamo la Costituzione - La via maestra a cura del Movimento Nonviolento 11 Conflitti ambientali tra inquinatori e inquinati Giorgio Nebbia 12 Strategia dell’azione nonviolenta: la marcia, le campagne, l’assemblea Raffaela Mendolia 14 Federalismo e riforma della finanza per una vera economia alternativa Paolo Candelari 18 Il maiale non fa la rivoluzione Antispecismoe nonviolenza Daniele Taurino 22 Le gemme terminali di don Giovanni Nervo Alberto Trevisan 24 EDUCAZIONE La malattia come apertura al tu del corpo in guarigione 25 CINEMA Il piacere della tavola anche sul grande schermo 26 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE Education First per cambiare il mondo 27 RELIGIONI E NONVIOLENZA La buona religione è buone relazioni 28 MUSICA Voci marginali, maestre di vita 30 LIBRI Le diverse vie della pace dal carcere alla sociologia Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, ottobre 2013, anno 50 n. 598, fascicolo 434 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 7 ottobre Tiratura in 1500 copie. In copertina: la rivoluzione del maiale

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giornata internazionale della nonviolenza 2 ottobre per il disarmo Se vuoi la pace prepara la pace 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza. Le Nazioni Unite, che l’hanno istituita nel 2007, intendono celebrare in questo modo l’anniversario della nascita di M.K. Gandhi. Vogliamo rilanciare questa Giornata in Italia, come appuntamento comune di iniziative e mobilitazione diffuse sul territorio per promuovere la cultura e la pratica della nonviolenza, con particolare attenzione al decisivo tema del disarmo. Per noi la Giornata del 2 ottobre assume il valore di affermazione di un nuovo orientamento politico, di rifiuto della guerra come condizione preliminare per una nuova società, ispirata all’insegnamento di Gandhi: “O l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Quest’anno il 2 ottobre cade in un momento particolarmente delicato: • l’ossessiva ricerca di maggiori finanziamenti per gli armamenti da parte del governo; • la difficoltà dello stesso parlamento ad abolire il programma dei caccia F-35, come chiede con forza gran parte dell’opinione pubblica italiana; • il veto del consiglio supremo di difesa al parlamento rispetto alla sua sovranità decisionale sulle spese militari; • lo stato di sofferenza del Servizio Civile Nazionale, vero strumento di difesa civile, non armata e nonviolenta della patria ma che riceve fondi irrisori rispetto alla difesa militare; • la preparazione del Consiglio europeo di dicembre sulla difesa comune; • la riproposizione e il rifinanziamento da parte del governo della cosiddetta mininaja. Il motto bellicista dell’attuale ministro della difesa italiano è “per amare la pace, bisogna armare la pace”. È così che il ministero della difesa diventa il ministero della preparazione della guerra. Infatti l’esperienza storica ci insegna che “se armi la pace, ami la guerra”. È necessario ribaltare questa concezione arcaica, ancorché contraria allo spirito ed alla lettera della Costituzione italiana, nel suo Anche quest’anno il Movimento Nonviolento ha voluto celebrare il compleanno di Gandhi promuovendo e coordinando in tutta Italia iniziative culturali di diffusione della proposta nonviolenta. Pubblichiamo il resoconto della Giornata. contrario: se vuoi la pace prepara la pace, attraverso il disarmo e la costruzione di una vera difesa civile, non armata e nonviolenta. Con le risorse liberate da un vero processo di disarmo può essere costruito un nuovo modello di difesa italiano ed europeo, a partire dal riconoscimento, economico ed organizzativo, della piena dignità del Servizio Civile Nazionale come forma di difesa non armata della Patria alternativa a quella militare. Una modello che abbia al centro la costruzione della pace con mezzi pacifici sul piano internazionale e la difesa delle istituzioni democratiche costituzionali sul piano nazionale. La sicurezza di tutti si costruisce attraverso il riconoscimento dei diritti civili e sociali delle popoli, non attraverso minacciosi programmi di riarmo militare degli Stati. “Non esiste una via alla pace, la pace è la via” diceva Gandhi. Movimento Nonviolento, Rete Italiana Disarmo, CNESC (Conferenza nazionale Enti di Servizio Civile), Tavolo Interventi Civili di Pace, Movimento Internazionale Riconciliazione, Pax Christi, Arci Servizio Civile, Amesci (Associazione mediterranea per la promozione e lo sviluppo del servizio civile ), Un ponte per..., Emmaus Italia, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, AssopacePalestina, Gavci, Arci, AISEC (Associazione Italiana Servizio Civile), AceA onlus Consumietici, Circolo Vegetariano, Centro Studi Immigrazione, Pressenza (International press agency), Associazione Editoriale Multimage, Centro Studi Umanisti “Ti con Zero”. 3

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Elenco delle iniziative nonviolente del 2 ottobre 2013 Sicilia • Palermo - La “Pedalata per la Nonviolenza”. A seguire un incontro ecumenico di Preghiera per la Pace. Marche • Pesaro - Ritrovo alla lapide dei Caduti per la Libertà per ripudiare definitivamente la guerra. • Treia (Mc) - Ritrovo davanti alla lapide/ monumento dei caduti di guerra, nel centro storico, in mesto raccoglimento e meditazione. Puglia • Ruvo di Puglia (BA) - “Nonviolenza: ne vale la pena?” Conversazioni con gli studenti del liceo scientifico Orazio. • Bari - Seminario su “Il pensiero e l’azione nonviolenta tra impegno politico e tensione educativa”. • Castellaneta (TA) - Veglia di preghiera per la pace. Umbria • Perugia - Tavola della Pace, Rete italiana disarmo, Sbilanciamoci, in collaborazione con il Movimento Nonviolento hanno organizzato l’incontro “Tracciamo le strade di un futuro di Pace possibile” - Sala dei Notari. • Narni - Presenza nel liceo Gandhi sul tema “La nonviolenza delle donne”. Campania • Napoli - Liceo Classico “Garibaldi” Incontro-dibattito sul tema “Che cos’è la nonviolenza?”. Sardegna • Nuoro - Presidio con banchetto: esposizione di libri, opuscoli e volantinaggio. • Tempio Pausania - Divulgazione a mezzo stampa e tv locali dei volantini e della locandina con l’effige di Gandhi. • Settimo San Pietro (CA) - Allestimento di un banchetto per il contatto, l’informazione, la distribuzione del materiale. Toscana • Firenze - Proiezione film “Sfida alla Corona” seguito dal dibattito con momento conviviale presso lo Spazio Melauri. • Pistoia - Il 6 ottobre una giornata di festa, con ART-11 nel segno della nonviolenza in Piazza San Lorenzo. • Livorno - È stata proposta una prima rassegna cinematografica di registi italiani che hanno provato a rappresentare storie di emigrazioni e relazioni fra italiani e migranti. Lazio • Roma - a. Arci SC Nazionale ha presentato il IX Rapporto Annuale a Roma la mattina del 2 ottobre. b. Seconda edizione del “premio della nonviolenza”: assegnati i riconoscimenti a Scuole, Associazioni e Fotografi distintesi nel far crescere una coscienza nonviolenta. c. Giornata di mobilitazione contro la violenza sulla natura, promossa da Radicali Ecologisti. • Fiumicino - Incontro di riflessione “O l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”, con Fabrizio Truini, Daniele Taurino, Riccardo Troisi. • Viterbo - Centro Ricerca per la Pace: rilancio campagna “Non un giorno di più” per la cessazione immediata della partecipazione italiana alle guerre. Emilia Romagna • Reggio-Emilia: a. Dibattito “La Siria, le guerre dimenticate e noi” con Jean Bassmaji, medico italo-siriano e John Mpaliza Balagizi, attivista di origine congolese. b. Presentazione del libro “La conta dei salvati” con l’autrice Anna Bravo intervistata da Francesca Campani. Modena - Proiezione del film-documento “In marcia: elementi di un’esperienza nonviolenta” e un dibattito sul tema “Disarmo e difesa nonviolenta” con la storica Anna Bravo e Mao Valpiana. Bologna - La Carovana del Servizio Civile, con il motto RianimiAMO il Servizio Civile, è stata presente in piazza del Nettuno all’interno del punto informativo realizzato dall’Ong Cefa- Il seme della solidarietà- Onlus. Grazie al Gruppo Giovani del Movimento Nonviolento per la realizzazione della Mappa e dell’Elenco 4

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giornata internazionale della nonviolenza Liguria • Genova - Ora in silenzio per la pace sui gradini del palazzo ducale di Genova. Veneto • Verona - Incontro sul tema del Disarmo, con Efrem Tresoldi (Nigrizia), Sergio Paronetto (Pax Christi), Mao Valpiana (Azione nonviolenta) e poi una veglia a San Nicolò. • Padova - Donne in Nero e Associazione per la Pace sono state in piazzetta della Garzeria per ribadire il ripudio della guerra • Mestre - Al centro Candiani è andato in scena lo spettacolo multimediale di Michele Boato “Eppure soffia. Spifferi e tempeste ecologiche in Veneto”. • Vicenza - a. L’associazione Papa Giovanni XXIII ha organizzato “OBIETTIVO PACE: testimonianze dei volontari di Operazione Colomba rientrati da zone di conflitto!” b. Casa per la Pace ha promosso le seguenti iniziative: - presenza c/o la sede provvisoria della Casa per la Pace degli aderenti al digiuno sull’Ambiente; - diffusione dei volantini ufficiali della Giornata nelle scuole superiori; pomeriggio; - sit-in e distribuzione del volantino sulla Giornata Mondiale della nonviolenza presso il busto di Gandhi. Lombardia • Brescia - a. Capillare distribuzione di segnalibri a tema e locandina nelle librerie della città con esposizione banchetti. b. Il 3 ottobre si è tenuta l’iniziativa per il ricordo di Gabriele Moreno Locatelli, il pacifista di Brescia ucciso da un cecchino il 3 ottobre 1993 sul ponte di Sarajevo mentre portava dei fiori sul luogo della prima vittima della città assediata. • Ospitaletto (Bs) - MN Brescia, Pax Christi, Tavolo della Pace bresciano e G.A.S. di Ospitaletto hanno organizzato dal 5 al 13 ottobre la mostra “Abbasso la guerra”. • Milano - a. La comunità per lo sviluppo umano ha presentato il libro “Silo, il maestro del nostro tempo” seguito da un rinfresco. b. Mondo senza guerre - Le scuole hanno avuto modo di sperimentare un “assaggio” dei laboratori che si attiveranno già a partire da novembre in alcune scuole della zona, nell’ambito del progetto “TUeIO”. • Lodi - 3 ottobre - Guerra o missione di pace in Afghanistan? Un dibatitto con gli studenti nell’Aula magna ITIS. lenzio per la pace e il disarmo” b. Al Centro Studi Sereno Regis, Seminario su “Memoria e Utopia. L’opera sociale di Danilo Dolci” c. Centro Incontri Regione Piemonte: Convegno “Riconoscere i segni di Pace nelle crisi del nostro tempo”. Friuli Venezia Giulia • Trieste - Incontro pubblico sul tema “Pace in movimento”. Svizzera Italiana • Bellinzona - Bancarella presso il MercaLibro in Piazza Buffi e proiezione del film “L’economia della felicità” Piemonte • Torino - a. In Piazza Castello “ora di si- 5

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Andare incontro al Lupo, anche se è di Forza Nuova? di Roberto Rossi* Questa è una storia piccola. La storia del sindaco di una comunità di 40 mila abitanti della provincia lombarda; benessere, boschi, case ordinate e un diffuso odore di concime non appena fuori dal centro: Cantù. È la storia di uno scandalo, al punto che per una settimana ne parlano perfino i Tg nazionali. Le urla di chi grida vergogna, i partigiani, donne e uomini di sinistra, antifascisti comprensibilmente offesi dalle scelte di un sindaco amico, uno a cui si è dato il voto, che si è contribuito a far eleggere, togliendo finalmente consenso a vent’anni di governo leghista della città. Ha concesso a Forza Nuova lo spazio per celebrare la sua festa con ospiti provenienti da tutta Europa. Non solo: è andato da loro a portare un messaggio. La protesta va ben oltre la piazza, corre sui fili del telefono, su internet, per posta, per e-mail, sui social: «messaggi ostili – ci dice il sindaco – anche con toni al limite del minaccioso». È un piccolissimo Vietnam, Cantù, per qualche giorno, a settembre. Si è sparso sale su vecchie ferite che la politica in Settant’anni di democrazia non è mai riuscita a sanare. Ferite provocate da una guerra mondiale che diventa una guerra civile: il sangue degli oppositori sommato a quello dei deportati, e a quello dei soldati, dei partigiani e dei fascisti. Odio. Mai del tutto sopito, tra le fazioni che oggi fanno memoria, e fanno politica attuando i valori dei morti, degli uccisi, delle vittime e dei carnefici. E quindi, pur essendo piccola, c’è molta Italia e vero dibattito democratico in questa storia di provincia. Il giuramento solenne della Costituzione – mai più il fascismo – e i valori fondamentali della democrazia, la libertà di associazione politica, la libertà di manifestazione del pensiero: quanto può godere di questi diritti chi si riunisce in nome di ideali molto vicini al fascismo? Si può lottare fino alla morte – parafrasando Voltaire – per il diritto di chi non la pensa come me. Ma quanto si può lottare per la libertà di parola di chi non crede giusta la libertà di parola? Domande rimaste inevase dalla politica, in Settant’anni. Per cui si fanno due leggi, la Scelba e la Mancino, per considerare reato le riunioni e i discorsi tesi alla riorganizzazione del partito fascista e per condannare l’istigazione all’odio xenofobo, ma poi si permette a gruppi palesemente fascisti di fare politica e di presentarsi alle elezioni (mentre la xenofobia, separata dal resto, diventa linguaggio, grimaldello di consenso, persino per partiti di governo locale, regionale e nazionale): l’Italia, gli italiani, nella loro accezione più vile e irresponsabile. Si arriva così oggi, per la sciatteria o l’impotenza di chi non ha risolto la questione della riconciliazione dal dopoguerra in avanti, alla pretesa – anche comprensibile – che, davanti alla richiesta legittima di organizzare la festa di un partito regolare, un sindaco debba inventarsi la scusa dei rischi per l’ordine pubblico, anche ove Questura e Prefettura dichiarino che non ve ne siano, per negare, in nome dell’antifascismo e della democrazia, la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero a un gruppo di persone accomunate da una cultura politica considerata odiosa dai più: il fine democratico che giustifica il mezzo antidemocratico. Incontriamo Claudio Bizzozero a casa sua. Il sindaco di Cantù è un amico della nonviolenza, il suo impegno politico si è declinato negli ultimi vent’anni all’insegna dello studio e della divulgazione dei Diritti Umani. Racconta così questa storia: «Negare l’autorizzazione avrebbe violato gli articoli 17 e 21 della Costituzione. In più eravamo animati da un motivo di coscienza: è giusto impedire a una forza politica di manifestare idee, anche se sono distanti anni luce da noi? Anche nel caso questi avessero fatto apologia del fascismo, che è reato, chi mi autorizza a fare giustizia preventiva? Il senso vero della libertà consiste nel fatto che il potere costituito garantisca la libertà di pensiero anche a chi la pensa in maniera diametralmente opposto. Ho portato queste argomentazioni prima in giunta e poi nell’assemblea del mio gruppo politico e ci siamo trovati tutti d’accordo». «Tuttavia, ci siamo chiesti – prosegue il sindaco –, dato anche il clamore mediatico che nel frattempo si era surriscaldato, come la gestiamo questa cosa? Solo in termini di pura * Giornalista, regista, insegnante. Amico della nonviolenza di Cernusco sul Naviglio 6

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intervista esposizione di muscoli? Mostrare una massiccia presenza di polizia, garantita dal nostro prefetto, per cui costoro non avrebbero potuto far cadere nemmeno uno spillo senza che i carabinieri se ne accorgessero? Oppure facciamo qualcosa d’altro, un’aggiunta a quanto fatto con la scelta di non vietare la manifestazione? Abbiamo scelto di andare lì, per portare un messaggio da parte della nostra città, con un obiettivo: indurre tutti, da una parte e dall’altra, a una riflessione». Ovvero? «La nonviolenza ci insegna che va sempre fatto un processo di riconciliazione all’indomani di un evento bellico. In Italia, una pseudo riconciliazione è stata realizzata autoritariamente da Togliatti nel ’46 con l’amnistia, mal digerita da tutti, tranne che dai dirigenti del suo partito. Ma non è così che ci si riconcilia, così si fomentano ulteriormente i contrasti. Niente di paragonabile a ciò che è stato fatto da Mandela in Sudafrica o a ciò che si è tentato in Argentina; anche se invano perché, come ci suggeriscono le tecniche della nonviolenza, la riconciliazione va fatta il prima possibile: più tardi viene avviato il processo, meno probabilità ci sono perché i contrasti si riassorbano. Da noi un tentativo serio non è mai nemmeno stato preso in considerazione. Per cui, dato che se ne presenta l’occasione, nel nostro piccolo, ci siamo detti: facciamo un gesto; sicuramente provocherà clamore, ma forse farà anche riflettere molti». John Locke, nel trattato “Sulla tolleranza”, scriveva: I papisti non devono godere del beneficio della tolleranza, perché, dove hanno il potere, si ritengono obbligati a negare la tolleranza agli altri… «Non sono d’accordo. Un fine è valido solo se c’è coerenza col mezzo che si usa per perseguirlo. La questione è impedire che gli intolleranti diventano maggioranza e dialogare con la minoranza per fargli capire che l’intolleranza è un disvalore non un valore. Se vietiamo ai fascisti di parlare, i fascisti siamo noi». Jean Paul Sartre, “L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica”: In nome delle istituzioni democratiche, in nome della libertà d’opinione, l’antisemita reclama il diritto di predicare ovunque la crociata antiebraica. Ammetterei a rigore che si abbia un’opinione sulla politica vinicola del governo, ma mi rifiuto di chiamare opinione una dottrina che prende di mira espressamente persone determinate, che tende a sopprimere i loro diritti e a sterminarle. Il sindaco riflette alcuni istanti. «Questa cosa mi fa vacillare» dice. Poi a fil di voce: «Ma se s 7

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l’antisemitismo c’è, e non è detto che in Forza Nuova ci sia, è meglio impedire che venga epresso? Che cosa produce questa scelta? Qual è il metodo migliore da utilizzare, il divieto o il confronto? Facciamolo emergere, facciamolo dire, e poi lo confutiamo. Rendere pubblica la cosa finisce per disinnescarla». Non credi che dare pubblicità alla cosa possa dar loro occasione per riconoscersi, darsi un’identità, galvanizzarsi? «Credo che sia il divieto a galvanizzarli. Tra i neofascisti c’è molto il culto di essere minoranza, underground, portatori carbonari di questa “grande idea”… Io credo che rendere pubblico, trasparente, parlarne, è sempre benefico, sopratutto se c’è un’aggiunta, che nel caso nostro è stato andare lì e dire la nostra. Ma se io non ti permetto di parlare, non sono legittimato a dirti il mio. E infatti me ne hanno dato la possibilità, non erano obbligati. Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire, dice il filosofo. Ma se quelli per cui dai la vita in nome della loro libertà di espressione sono proprio quelli con cui si deve lottare fino alla morte? «E infatti io con loro ho lottato. Facendoti esprimere e esprimendomi a mia volta, io sto lottando con te, in maniera nonviolenta. Emergerà la bontà della convinzione che mi motiva rispetto alla malvagità della tua. Un’azione di quel tipo, l’aggiunta nonviolenta alla questione del diritto, toglie i motivi del risentimento, disarma l’avversario, umanizza il mostro, rende il nemico un avversario disposto ad ascoltarti. Gandhi scrive a Hitler “Se vi chiamo amico, non è per formalismo. Io non ho nemici. Il lavoro della mia vita da più di trentacinque anni è stato quello di assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo”. E già gli mostra tutta la forza della sua prospettiva nonviolenta, della quale continuerà a scrivere in tutta la lettera. Con tutti i distinguo del caso, anche noi, con quel messaggio, abbiamo fatto una pura azione nonviolenta, con tutte le caratteristiche in termini di apertura e senza rinunciare a dire esattamente le cose che volevamo dire: i contenuti della demo- 8

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intervista crazia, e cioè dell’antifascismo e quindi della più nobile resistenza». Avete detto: voi siete qui grazie a quella Costituzione sorta dalla resistenza al fascismo; senza mai usare né la parola resistenza, né la parola antifascismo. Perché? «Se le avessimo usate avrebbero immediatamente smesso di ascoltarci, si sarebbero sentiti provocati e si sarebbero chiusi a riccio, avrebbero distolto l’attenzione e il messaggio non sarebbe arrivato. E invece siamo stati applauditi per tre volte, da un pubblico di 150 ragazzi di estrema destra proveniente da tutta Europa, ai quali abbiamo fatto una lezione di educazione civica, democrazia e nonviolenza». E gli amici? Cioè, avete aperto al “nemico”, ma quanto avete fatto perché “gli amici” non vi fraintendessero? «Nella fase precedente all’incontro, non siamo riusciti a far altro che metterci d’accordo con la nostra coscienza. Quella settimana è stata per me lunga come un’intera vita. In pochi giorni ho dovuto mettere in discussione, costretto dagli eventi, convinzioni che davo per assodate e consolidate. Cose sulle quali non c’era bisogno di discutere. È chiaro che il nazismo è un male assoluto ed era ovvio per me che coi nazisti non si discute. Gli eventi mi hanno però costretto a comprendere il significato vero della nonviolenza: aprirsi al proprio avversario. Questa cosa è sconvolgente. Ha sconvolto me. E ha sconvolto i miei amici, e molti sono stati talmente sconvolti che non mi considerano più un loro amico. Me ne farò carico. Tuttavia, andare lì a leggere quel messaggio – l’aggiunta nonviolenta – è stato come lanciare un ponte non solo a chi stava là, ma anche a chi stava fuori e ha ascoltato quello che dicevamo, i contenuti. Questo gesto ha fatto ricredere molti di quelli che in un primo momento ci avevano duramente attaccato». Pensi che ci saranno altri effetti? «Penso che nella nostra città questa cosa continuerà a produrre, come è tipico della nonviolenza. Ma avesse anche prodotto solo effetti negativi, un effetto positivo, garantito, l’ha prodotto subito: ha trasformato me. Io insegno Diritti Umani da vent’anni, sopratutto nelle scuole, e in tutti i corsi che ho tenuto la nonviolenza c’è sempre stata, ma quando arrivavo a toccare le corde più sensibili del discorso, mi accorgevo di dire cose in cui in fondo non credevo: la forza incredibile di trasformazione della nonviolenza io l’ho sempre più che altro millantata per dovere pedagogico. Questa volta, guardando negli occhi quei ragazzi mentre leggevo il mio discorso, ho capito quanto la nonviolenza sia scandalosa. Noi abbiamo fatto scandalo. Nei primi giorni in cui ho dovuto farmi carico di questa cosa, ho cercato delle spiegazioni ragionevoli. Poi ho capito che la questione stava su un altro piano a me, fino ad oggi, sconosciuto: il piano della fede. E te lo dico da laico agnostico». Il piano della fede? «Ho compreso, per fede, non per ragione, che la cosa giusta da fare era andare come pecora in mezzo ai lupi. E sai cosa ho scoperto? Che i lupi sono molto meno spaventosi di quanto uno possa pensare. Saranno anche lupi, ma a me sono parsi degli agnelli come lo sono io. Mi sono parsi volti di persone buone. Il messaggio rivoluzionario della nonviolenza sta tutto qua: abbi la forza di spostare la montagna che ti impedisce di amare il tuo peggior nemico. In queste settimane io ho davvero compreso il significato di questo messaggio. L’ho sempre conosciuto ma non l’ho mai compreso, perché cercavo di darne un’interpretazione logica, razionale. In realtà non c’è alcuna possibilità di spiegazione logica. C’è solo la fede. Per la prima volta in vita mia ho fatto una cosa non per logica ma perché credevo che fosse la cosa giusta da fare. Perché me lo diceva la mia coscienza. Per fede nella nonviolenza. Oggi a 47 anni suonati sono, davvero, un persuaso della nonviolenza. E non sono solo sereno: sono innanzitutto felice». L’incontro volge al termine, dico che per me va bene, grazie. Ma Bizzozero mi ferma e mi dice che vuole rispondere a una domanda che non gli ho fatto. Gli dico prego: si faccia una domanda e si dia una risposta. Lei che si è laureato su temi costituzionali, come pensa avrebbero preso questa sua scelta i padri costituenti? «Non lo so, però so, sappiamo, che l’assemblea costituente era monca, perché delle molte anime che formavano la società italiana all’epoca e che componevano l’assemblea ne mancava più d’una ma sicuramente una, quella che piace di più a noi. Nessun partito si sognò, infatti, di proporre la candidatura per l’assemblea di Aldo Capitini. E questa è una grave mancanza per la nostra Costituzione. Non sono sicuro di ciò che avrebbero pensato i padri costituenti delle mie scelte, ma sono sicuro che Aldo Capitini avrebbe condiviso, non ho dubbi su questo, e mi rincuora». 9

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Difendiamo la Costituzione La via maestra Documento di adesione e partecipazione del Movimento Nonviolento alla manifestazione di Roma del 12 ottobre, promossa da Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky. I Costituenti non scelsero a caso le parole della Costituzione. A fondamento della Carta posero dodici articoli, definiti appunto “Principi fondamentali”, cioè fondanti il nostro legame democratico. Essi non scelsero parole auliche, ricercate o ambigue, ma quelle più comuni comprensibili da tutti, in un Paese nel quale solo il 40% degli italiani sapeva leggere e scrivere. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” è affermato nel primo principio e poi ribadito compiutamente nel quarto: “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Ebbene, l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per il lavoro, ossia a più di 3.000.000 di italiani – cioè il 12 % della popolazione italiana in età lavorativa, che diventano oltre il 40% tra i giovani (e qui siamo proprio ultimi) – questo diritto non è riconosciuto, né esistono condizioni che possano renderlo effettivo. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni”, è scritto nel principio numero tre. I costituenti non si limitarono ad affermarlo, ma consapevoli che un diritto di qualcuno è tale solo se corrisponde al dovere di qualcun altro di renderlo reale, aggiunsero che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. Poiché, insieme alla mancanza di lavoro, l’ignoranza è il principale impedimento “al pieno sviluppo della persona” ed alla consapevole partecipazione “all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”, il diritto di tutti alla cultura e all’istruzione è il principale strumento di rimozione degli ostacoli. Eppure l’Italia è all’ultimo posto in Europa per le spesa pubblica destinata alla cultura ed al penultimo, dopo la Grecia, per quella dedicata all’istruzione. Questi numeri ci consegnano un Paese sempre più drammaticamente in preda alla disuguaglianza e senza speranza di futuro e riscatto per questa e le prossime generazioni. Poi, attraverso altri fondanti principi, giungiamo all’undicesimo, quello che “ripudia la guerra” non solo “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma anche “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ripudiare, secondo il vocabolario Treccani della lingua italiana, vuol dire “non riconoscere più come proprio qualcosa che pur è nostro (o lo è stato fino a qual momento)”. La guerra è qualcosa che è stata nostra e, con il fascismo, ha portato il Paese al disastro. La liberazione dal fascismo è anche liberazione dalla guerra, per questo la nuova Italia disegnata nella Costituzione vieta il fascismo e ripudia la guerra. Infatti gli stessi Costituenti, proprio attraverso il ripudio del mezzo e dello strumento della guerra, sembrano dirci, “cercate ancora”. Cercate altri mezzi ed altri strumenti per affrontare i conflitti e difendere la Patria (“sacro dovere” di tutti i cittadini, art.52 Cost) che non sia quello della guerra e dei mezzi la rendono possibile. Eppure, in spregio della Costituzione, da vent’anni truppe combattenti italiane sono impegnate in azioni di guerra in giro per il mondo. Eppure le spese militari, quelle che preparano le guerre e le rendono possibili, sono diventate l’unico capitolo intangibile nel bilancio dello Stato, anzi sistemi d’arma sempre più distruttivi e costosi vengono acquistati sprecando così proprio quelle risorse necessarie a realizzare i precedenti principi fondamentali. Non a caso, ultimi in Europa per i diritti, siamo invece scandalosamente tra i primi 10 Paesi al mondo per le spese militari. È in atto dunque un completo ribaltamento tra valori e disvalori costituzionali. I primi sono di fatto negati, i secondi invece continuamente affermati. Il Movimento Nonviolento ritiene da tempo che non si possa assistere passivamente a questo stravolgimento della Costituzione e, tra gli altri impegni, promuove in tutta Italia – insieme alle Reti per la pace, il disarmo e la difesa civile – il 2 giugno, la Festa della Repubblica che ripudia la guerra. 10

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palestra delle idee Conflitti ambientali tra inquinatori e inquinati di Giorgio Nebbia* A 103 anni di età è morto, nei giorni scorsi, Ronald Coase, nato nel 1910 in Inghilterra, ma trasferito nel 1951 negli Stati Uniti dove ha insegnato all’Università di Chicago ottenendo il premio Nobel per l’economia nel 1991. Fra i suoi numerosi libri, quello sul “Problema dei costi sociali”, del 1960, tratta la ripartizione dei costi dei danni che l’attività economica di una persona o di una impresa provoca su altri soggetti economici. È il problema centrale dell’economia ambientale, una disciplina fiorita negli anni sessanta del Novecento in seguito alla contestazione ecologica. Un inquinatore, per esempio una fabbrica, ha maggiori profitti perché scarica, senza spese, i suoi rifiuti dannosi nell’aria o nelle acque; gli abitanti delle zone circostanti, respirando aria inquinata o bevendo acqua contaminata, si ammalano e devono spendere dei soldi per curarsi. Chi paga per questa ingiustizia? I movimenti di contestazione ecologica sostenevano che “l’economia”, in quanto disciplina dedicata all’aumento della produzione e della ricchezza, era incapace di proporre strumenti in grado di imporre agli inquinatori dei vincoli per evitare i danni che arrecavano alle persone e alla natura all’esterno delle loro fabbriche. In realtà negli anni trenta del Novecento l’economista inglese Arthur Pigou (1877-1959) aveva affrontato il problema dei conflitti economici fra inquinatori e inquinati in un libro intitolato: “L’economia del benessere”. Proverò a schematizzare al massimo il pensiero di Pigou con una parabola: una fabbrica produce, in maniera del tutto legittima, acciaio e nel suo processo inevitabilmente immette nell’aria dei fumi. Accanto alla fabbrica c’è un vignaiolo che produce uva guadagnando, diciamo, 100 euro. Da quando esiste la fabbrica la vigna produce meno uva e il vignaiolo guadagna soltanto 50 euro. Il vignaiolo va dal padrone della fabbrica e gli chiede di essere risarcito della perdita di soldi. Gli economisti chiamo “esternalità” i danni economici che il produrre merci e servizi comporta all’esterno dell’impresa. A questo punto il fabbricante può dare al vignaiolo 50 euro, col che il vignaiolo è contento perché il suo guadagno è assicurato come prima. Il fabbricante deve però recuperare i 50 euro aumentando il prezzo dell’acciaio; di conseguenza i consumatori comprano meno acciaio e il fabbricante deve licenziare alcuni operai. Oppure il fabbricante può continuare a vendere acciaio allo stesso prezzo diminuendo il salario agli operai. A questo punto gli operai vanno da una superiore autorità, chiamiamolo “lo stato”, e chiedono di essere reintegrati nel posto o nel salario. “Lo stato” va allora dal fabbricante il quale spiega che potrebbe anche vendere acciaio allo stesso prezzo e conservare il salario agli operai se potesse filtrare i fumi, in modo che non cadano più sulla vigna e che il vignaiolo possa vendere la sua uva, tornando a guadagnare 100 euro. Per consentire al fabbricante di recuperare le spese per il filtro “lo stato” si dichiara disposto a rimborsare tali spese con soldi che dovranno essere presi dalle tasse pagate dai cittadini (anche da quelli non inquinati o che non lavorano nella fabbrica o che non comprano acciaio). Per farla breve, i danni ambientali sono pagati in soldi da qualcuno, “esterno” all’inquinatore, oltre che dalla natura e dall’ambiente i cui danni non sono traducibili in soldi e che non sono difesi da nessuno, se non da qualche volonteroso ecologista. A questo punto intervenne Coase in polemica con Pigou: le regole del libero mercato sono sufficienti a risolvere i conflitti ambientali attraverso accordi privati fra inquinatore e inquinato. L’analisi non teneva conto dei danni che, nei conflitti ambientali, vengono arrecati all’ambiente “esterno”, cioè ad un danneggiato che non ha padrone e che non può essere risarcito con soldi, ma i cui danni ricadono anche come costi sulla comunità, talvolta sugli abitanti dell’intero pianeta. Con buona pace del liberista Coase, la soluzione dei conflitti richiede l’intervento di un “governo”, dotato di buona cultura economica ed ecologica, il cui fine non è quello, impossibile, di far sparire i danni ambientali ma quello di attenuare le differenze fra chi, dal produrre merci e servizi inquinando, guadagna molto, e chi ci rimette molto, in salute, benessere e soldi. Peccato che di questo si parli così poco. * Docente emerito di merceologia all’Università di Bari 11

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Strategia dell’azione nonviolenta: la marcia, le campagne, l’assemblea di Raffaela Mendolia* Resoconto del Seminario Mir-Movimento Nonviolento di formazione per formatori; Montevaso (Chianni – Pisa) 6-8 settembre 2013 Il programma di lavoro è stato pienamente rispettato attraverso la narrazione e l’analisi, condivisa in gruppi di lavoro, delle esperienze dirette riguardo tre tipologie di marce: le marce Perugia Assisi, le marce antimilitariste e le marce internazionali. L’intervento introduttivo affidato a Rocco Pompeo ha fatto emergere da subito un elemento cruciale: per assicurare coerenza tra mezzi e fini, efficacia ed efficienza in termini di raggiungimento degli obiettivi ad una azione diretta nonviolenta è necessario che essa sia inserita in una campagna di lungo respiro dove preparazione, coscienza e apertura siano sempre curate e presenti. Diventa dunque determinante riuscire a dotare il percorso di alcuni elementi imprescindibili per condurlo in senso nonviolento: una leadership multipla, un programma costruttivo e progressivo, la ricerca di alleanze con tutti (non solo con soggetti affini), la conoscenza del contesto specifico e dei ruoli chiave (nel tessuto sociale ma anche nelle istituzioni), un addestramento adeguato anche per gestire gli imprevisti, trasparenza nelle finanze e condivisione delle strategie, comunicazione coerente e controllo dei confini della legalità. Nella narrazione di Sergio Bergami sull’evoluzione delle marce Perugia Assisi dal ‘61 ad oggi, si è potuto riconoscere dalla prima marcia ideata da Capitini uno spostamento progressivo degli obiettivi, verso una generalizzazione ed una istituzionalizzazione dell’iniziativa, che l’ha trasformata in mera dichiarazione di intenti a discapito del programma costruttivo. Di fronte alla trasformazione dello scenario politico interno e internazionale, la nascita della Tavola per la Pace e l’appropriazione da parte degli Enti Locali della Marcia Perugia Assisi nelle edizioni degli anni Ottanta e Novanta mette in relazione sempre più stretta le forze e istituzioni politiche con il comitato organizzativo. Ciò blocca la possibilità dell’area pacifista di creare attraverso le marce Perugia Assisi una azione dialettica con i governi sul tema degli interventi militari. Ma solo una parte del movimento pacifista decide nel ‘99 di prendere le distanze dalla Marcia, ormai privata di significato concreto e trasformata in evento mediatico, per sperimentare altre forme di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Dovrà arrivare il 2011 anno del 50° anniversario della prima Marcia Perugia Assisi per tentare di recuperare il significato originario di questo strumento di azione da parte dei gruppi nonviolenti di base, attraverso una possibile collaborazione del Movimento Nonviolento alla convocazione della Marcia. Tentativo che, se limitato nell’efficacia, ha dato finalmente evidenza dei limiti di democraticità e dei condizionamenti politici e personalistici insiti nella Tavola per la Pace. Il contributo sulle marce antimilitariste è stato invece portato da Mao Valpiana. Sono 12 le marce realizzate in Italia tra il ‘67 e il ‘79 che assumono il tema antimilitarista e come obiettivo le zone di produzione di armi e basi militari. Di esse le ultime 4 assumono connotazione internazionale, riguardando obiettivi territoriali oltre confine e la partecipazione di organizzazioni non italiane (WRI, Ifor ecc). Partite con la conduzione congiunta di Pietro Pinna e Marco Pannella, le primissime edizioni contano appena una trentina di partecipanti, ma il riscontro aumenta nel tempo coniungandosi con la battaglia per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Dopo le prime 5 edizioni Milano-Vicenza il percorso viene spostato in Friuli (TriesteAviano), qui conoscere il contesto locale è quantomai decisivo: un territorio caratterizzato da una forte presenza militare, in termini storici ed economici mal accoglie una iniziativa antimilitarista. La cura nella relazione con l’opinione pubblica locale (dialogo con i passanti, riunioni serali aperte a tutti..) e una sapiente lettura della realtà, la capacità di trovare soluzioni anche creative per superare agli ostacoli contingenti, se non rendono immune l’organizzazione dagli attacchi (anche fisici) da parte di fascisti, forze di destra e organi di infor- * Movimento nonviolento di Mestre - Venezia, del comitato di coordinamento nazionale 12

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formazione nonviolenta mazione, contribuiscono a rendere il percorso delle marce antimilitariste un esempio di efficacia, non solo in termini specifici (preparazione, realizzazione, risultati) ma anche in un senso più ampio, contribuendo al riconoscimento di un movimento di dissenso al militare che ha capacità organizzativa e un programma politico specifico. Dopo l’apertura oltreconfine delle marce internazionali dal ‘77 al ‘79, il ciclo si chiude a causa del cambiamento di linea politica dei Radicali, delle difficoltà organizzative legate al numero elevato di partecipanti, della nascita del comitato internazionale dei movimenti antimilitaristi. Al nostro testimone e agli altri protagonisti di questa fase di storia rimane il segno di un’esperienza irripetibile, una scuola politica che fa della marcia un luogo di costruzione di relazioni politiche, e unisce partecipazione, confronto aperto, arte, dialogo dialettico con l’altro, e molto altro ancora. L’analisi di Alberto L’Abate sulle marce internazionali riguarda in particolare l’esperienza delle marce per la pace a Sarajevo, e Mir Sada, che risalgono agli anni Novanta. Il suo intervento ha preso in considerazione la marcia come l’azione diretta nel percorso di interposizione in luoghi di conflitto, per fare pressione sugli organismi internazionali. Si è voluta sottolineare la necessità di strutturare le campagne secondo obiettivi graduali e progressivi che tengano conto delle situazioni contingenti e che permettano la realizzazione di azioni interne ed esterne collegate. Di importanza strategica per la costruzione di azioni efficaci anche la relazione con i gruppi locali e tra le stesse organizzazioni, e la necessità che gli interventi si svolgano con un orizzonte temporale ampio, non solo verso la ricostruzione del dopo ma anche con la previsione e prevenzione dei conflitti prima. Altrettanto determinante risulta chiaramente essere l’addestramento preventivo dei volontari che si impegnano in azioni all’estero, e un coordinamento internazionale. Putroppo i limiti più evidenti stanno nell’assenza di finanziamenti adeguati per la prevenzione dei conflitti che portano le stesse ONG a occuparsi di attività di ricostruzione, perchè maggiormente finanziate. Terminati gli interventi sui casi storici, è stato proposto un intervento di Gabriella Falcicchio sulla preparazione ad una campagna nonviolenta nella zona dell’Alta Murgia, per liberare la zona del parco dalle esercitazioni militari. Sebbene ancora non realizzata, la contestualizzazione dell’azione nonviolenta in una situazione presente ha permesso di evidenziare quanto sia necessario il percorso preparatorio e una gestione accurata delle comunicazioni tra i soggetti, per creare le alleanze e favorire il riconoscimento della lotta da parte dell’opinione pubblica locale. Nel caso specifico giocano un ruolo cruciale anche gli interessi economici, privati da un lato e dell’esercito dall’altro, che rendono possibile e anzi difendono una pratica, quella delle esercitazioni con armi, altamente pericolosa per le persone e dannosa per l’ambiente. I lavori si sono conclusi con la raccolta di proposte per la realizzazione di azioni dirette sottoforma di marce nel nostro presente. Alla luce del percorso sviluppato, si è ritenuto utile dotare queste iniziative di un quadro di riferimento unico, che può consistere in un manifesto/regolamento in cui i territori proponenti dovrebbero riconoscersi, e che vede il metodo nonviolento come metodo condiviso di realizzazione delle iniziative. A conclusione del percorso è doveroso ringraziare in particolare la famiglia Pompeo, per l’accoglienza che ha reso il soggiorno in un luogo già meraligioso ancora più speciale. s I partecipanti al seminario di Montevaso 13

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Federalismo e riforma della finanza per una vera economia alternativa di Paolo Candelari* Premetto che a me lo slogan Decrescita non piace granchè. Esso è stato una utile provocazione nei confronti di una scuola economica che fa della crescita illimitata un mito. Però non si può basare un programma economico alternativo sulla decrescita in sé: sarebbe fuorviante tanto quanto quello della crescita: ci sono settori dell’economia che dovrebbero crescere ed altri che sarebbe meglio decrescano, ed altri ancora che sparissero del tutto (come le fabbriche degli F35); ma non c’è dubbio che, psicologicamente, la decrescita viene rifiutata dalla gente, e richiama rinunce e depauperamento, aldilà dell’aggettivo che giustamente si aggiunge al termine, “felice”, da contrapporre alla “decrescita infelice” che è quella che stiamo vivendo nella crisi attuale. Preferisco parlare di sobrietà, da non confondere con la povertà, e definire queste mie note “appunti per un’economia alternativa”; si tratta solo di spunti, non un esauriente trattato, scritti per di più da un “dilettante”; essi hanno lo scopo di mettere qualche “pulce nell’orecchio” e stimolare nuove proposte: un avvio, dunque, non certo un punto di arrivo. Un modello economico basato sulla crescita continua del PIL e conseguentemente delle merci da produrre non può funzionare per sempre, anche se per lunghi decenni ha dato notevoli risultati pratici. L’attuale sistema economico è basato innanzitutto sull’energia a buon mercato: quest’epoca è finita per due motivi principali: le risorse fossili non sono più disponibili come alcuni decenni fa: la richiesta è molto più vasta di un tempo: l’industrializzazione e la “crescita” di Cina, India e altri paesi portano ad un grande aumento della domanda di energia. Ed è da sottolineare che proprio la crescita mette in crisi il sistema. Oltre ad un problema di “limite” allo sviluppo, esiste anche un problema di giustizia sociale: la distribuzione della ricchezza attualmente è molto diseguale: parlare di fine della crescita a masse di persone che soprattutto in Africa ed in Asia vivono con meno di 1 dollaro al giorno, sarebbe una bestemmia: ricordiamo la domanda che Gandhi con grande intuito fece più di 100 anni fa: “se 30 milioni di inglesi per il loro benessere devono sfruttare 300 milioni di indiani, come ridurranno il pianeta 300 milioni di indiani che volessero vivere come gli inglesi?”; oggi gli inglesi sono il doppio ma gli Indiani sono più di 1 miliardo! Oggi siamo in presenza di una triplice crisi: in ordine di importanza: energetica, ambientale, finanziaria. Tutti sembrano occuparsi solo dell’ultima; ma questa non è slegata dagli altri fattori. In realtà il mondo della finanza, tramite strumenti “creativi” è riuscito a creare nell’ultimo ventennio una enorme ricchezza virtuale che non ha corrispondenza alcuna con la realtà: uno studio della Mc Kinsey nel 2010 dava questi valori (in miliardi di dollari!): • valore finanziario totale (somma di tutti i valori quotati nelle borse mondiali): 764.000 • prodotto lordo mondiale: 63.000 • debito totale mondiale: 158.000 È chiaro che una situazione del genere non può reggere, e non esistono politiche fiscali, patti di stabilità che tengano: non si può quotare in borsa una ricchezza che non esiste e il debito essendo due volte e mezzo la ricchezza reale non potrà essere pagato! Quello che è successo a partire dalla crisi dei mutui edilizi americani è proprio questo: un ridimensionamento dei valori finanziari più vicino a quello reale: è come quando a poker qualcuno dice “vedo”: saltano fuori i “bluff”. Ma chi aveva in “portafoglio” quei valori (banche assicurazioni, ma anche privati, enti pubblici) contando di possedere una certa ricchezza, se le è vista dimezzata nel giro di qualche mese: ha dovuto tagliare drasticamente i propri investimenti, tra cui titoli di stato che sostenevano il debito pubblico, a cominciare da quelli considerati più a rischio: ecco che la crisi si è trasferita sui debiti sovrani, ossia degli stati, a cominciare da quelli più incerti; a questo punto la risposta degli stati è stata quella di tagliare i servizi sociali, ossia far pagare la crisi ai ceti più deboli: oggi i sacrifici che vengono imposti a * Segretario nazionale del MIR, Torino 14

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dibattito precongressuale Grecia, Spagna Italia hanno il significato di sottrarre ricchezza ai popoli per garantire le ricchezze, altrimenti solo virtuali, dei grandi operatori finanziari. Lo schema è certo molto semplificato, ma sostanzialmente rappresenta quello che sta succedendo. La prima cosa da fare sarebbe riformare la finanza, renderla quantomeno più trasparente, la seconda è favorire l’investimento produttivo nell’economia reale, rispetto a quello finanziario, in genere altamente speculativo, e questo lo si potrebbe fare con una diversa tassazione, oggi tutta spostata sull’economia reale. Rimane poi il grosso problema del debito sovrano: questo non è un problema solo italiano, né solo europeo, ma da noi è amplificato. Tradizionalmente gli stati fortemente indebitati cercavano di risolvere il problema stampando moneta: ciò provocava inflazione (non dimentichiamo che è una tassa sui poveri!), ma abbassava l’entità del debito; e rendeva concorrenziali i prodotti nazionali sui mercati esteri. Tale via in Italia non è più consentita, perché con l’euro non siamo più padroni della nostra moneta. In realtà questa soluzione funziona solo se l’economia si riprende in fretta (cioè crescita), altrimenti non fa che aggravare i problemi; per questo secondo me il problema non è uscire dall’euro, ma chi governa l’euro: di fatto la sovranità monetaria non è passata dagli stati nazionali ad un’entità superiore, un governo europeo, che come tutti i governi democratici dovrebbe rispondere ad un parlamento eletto a suffragio universale; l’euro è una moneta senza governo ed una politica miope dell’UE non fa che ingigantire problemi che altrimenti sarebbero molto meno gravi. Come uscirne? Per me occorrerebbe una maggiore spinta federalista europea, i popoli che oggi si ribellano in maniera scomposta ed isolata alle politiche europee dovrebbero unirsi ed essere in grado di proporre un programma alternativo. Se il fondo salvastati (meglio sarebbe chiamarlo salva-banche) anziché concedere prestiti all’1% alle banche perché possano comprare titoli di stato (al 5%!) avesse comprato direttamente titoli di stato allo stesso tasso, già l’Italia sarebbe con un passo avanti enorme nell’uscire dal suo debito. Come abbiamo visto sopra sarà comunque ben difficile che tutto il debito possa essere ripagato: andrebbe analizzato come è composto, ossia come si è formato e chi sono i creditori: una parte andrebbe ristrutturata. Tutto ciò non basta se non si prende atto del fallimento di un modello economico, quello capitalistico finanziario e si cerca di cambiarlo. Ma per cambiarlo occorre cambiare mentalità. Partiamo dal concetto stesso di economia: dovrebbe essere la “scienza” che studia come garantire a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa, tenendo conto dei limiti delle risorse e mantenendo un ambiente vivibile, consentendo a tutti di poter esprimere al meglio la propria creatività e potendo perseguire, nei limiti del possibile, le proprie aspirazioni. Più facile a dirlo che a farlo, sicuramente, ma oggi l’economia è concepita in maniera totalmente diversa, ritenendosi la scienza di come arricchire in fretta e senza troppi scrupoli. Bisogna passare dall’economia dei mercanti (lo scopo è vendere) a quella delle persone (lo scopo è star bene). Nel recente passato c’è stato un model- 15

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