Azione nonviolenta - novembre 2013 Anno 50 n. 599

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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novembre 2013 Anno 50 n. 599 11 Rivista mensile fondata da Aldo Capitini nel 1964 13 contributo € 3,00 Redazione via Spagna 8 - 37123 Verona

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Direzione, Redazione, Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (++39) 045 8009803 E-mail: www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Rivista mensile del Movimento Nonviolento di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. Numero 11 • Novembre 2013 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Indice 3 Il nostro impegno per il futuro Mao Valpiana 4 Un quattro novembre diverso e costituzionale Movimento Nonviolento 6 Massimo Paolicelli, un amico della nonviolenza Marco Damilano 7 La Settimana del disarmo e la sua rimozione Pasquale Pugliese 8 Arena di pace e disarmo a Verona il 25 aprile 2014 10 Siria: la fatica di stare con la rivoluzione Gianluca Solera 12 Baghdad, città della pace dove si legge Gandhi Martina Pignatti Morano 14 Un tu più affettuoso. La questione animale 16 Una nuova alleanza con i fratelli animali Franco Libero Manco 17 Ascoltare e praticare la nonviolenza. Un invito attivissimo Daniele Taurino 18 Immigrazione e nuova socialità Vincenzo Taurino 21 Gli obiettori europei difendono i diritti di tutti Sam Biesemans 22 OSSERVATORIO INTERNAZIONALE In Colombia gli ex combattenti lasciano le armi per il lavoro 23 RELIGIONI Dalla paura di morire alla paura di uccidere 24 CINEMA Storie maledette di bulli e pupe 26 LIBRI La difesa nonviolenta sulle sponde mediterranee 28 MUSICA Le “nostre” canzoni nella super classifica 29 LETTERE Lanciamo una sottoscrizione per la nostra rivista 30 IL CALICE Grazie Paul Klee Hanno collaborato alla redazione di questo numero: Elena Buccoliero, Enrico Pompeo, Sergio Albesano, Paolo Predieri, Ilaria Nannetti, Caterina Bianciardi, Enrico Peyretti, Christoph Baker, Gabriella Falcicchio, Francesco Spagnolo, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Mauro Biani (disegni). Impaginazione e stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net - www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento - oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione Nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 ISSN: 1125-7229 Associato all’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione mensile, novembre 2013, anno 50 n. 599, fascicolo 435 Un numero arretrato contributo € 4,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 5 novembre 2013 Tiratura in 1500 copie. In copertina: disegno di Mauro Biani

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editoriale Il nostro impegno per il futuro di Mao Valpiana* Azione nonviolenta si sta avvicinando al cinquantesimo compleanno. È un’età di tutto rispetto per una rivista che ha vissuto sempre e solo grazie al sostegno dei propri lettori ed abbonati. La continuità è uno dei suoi punti di forza. Mai saltato un mese da quel gennaio del 1964 quando Aldo Capitini, fondatore e primo direttore, scrisse il primo editoriale “Il nostro programma”. Abbiamo cercato di essere fedeli a quel programma per fare di Azione nonviolenta uno strumento utile alla crescita della nonviolenza organizzata. Dopo tante stagioni per la prima volta la rivista sta conoscendo un momento di difficoltà. Da alcuni anni le entrate provenienti dagli abbonamenti non sono più sufficenti a coprire le spese, pur tenendo conto che tutti coloro che lavorano alla realizzazione della rivista (chi scrive, chi impagina, chi amministra) lo fanno a titolo gratuito, e i costi sono solo quelli tipografici e di spedizione. La crisi economica e il calo degli abbonati mettono a repentaglio il futuro di Azione nonviolenta. Il Movimento Nonviolento, che della rivista è l’editore, desidera che ai primi cinquant’anni ne possano seguire tanti altri. Non solo per mantenere “la tradizione”, ma perchè ritiene che l’nformazione e la comunicazione siano aspetti fondamentali del pensiero e dell’azione della nonviolenza. Ciò che offre Azione nonviolenta, pur con tutti i suoi limiti, non lo si trova da nessun’altra parte. Come dice il sottotitolo, è uno strumento “di informazione, formazione e dibattito sulle tamtiche della nonviolenza in Italia e nel mondo”. Non possiamo dunque rinunciarvi senza mancare alla missione del Movimento stesso. Ma per raggiungere l’obiettivo oggi c’è bisogno di un cambio di passo, e di un adeguamento ai tempi mutati. È così che abbiamo immaginato uno “sdoppiamento” di Azione nonviolenta. Il mantenimento della rivista cartacea (pur con cambio di periodicità) e l’affiancamento sul web di un magazine on-line, come si dice oggi, cioè di un’informazione aggiornata e veloce in internet, accessibile a tutti con costi bassissimi. Quindi, citando la storica trasmissione, anziché lasciare, raddoppiamo. L’impresa è stimolante, ma ardua. Il Movimento Nonviolento da solo non ce la può fare, ed ha necessità del supporto e dell’aiuto concreto di molti. Ci sarà bisogno di due redazioni, di nuove idee e capacità, di passione e di lavoro. Ma soprattutto ci sarà bisogno di maggiore diffusione e aumento degli abbonamenti. Qui conta solo l’impegno personale di ciascuno. Ci vorranno tanti atti di fiducia amichevole, cioè di piccoli investimenti in abbonamenti per il 2014. Senza almeno un migliaio di questi non possiamo iniziare a realizzare il nuovo progetto. Ognuno pensi a fare la propria parte per contribuire al futuro di Azione nonviolenta. Sfogliando le annate della rivsta dal 1964 al 2013, ci si rende conto di quanto lavoro è stato fatto, e della ricchezza di idee e di iniziartive promosse. Azione nonviolenta è la memoria storica del Movimento, ma è stata anche il motorino d’avviamento di campagne ed azioni. Queste due funzioni sono insostituibili e quindi vanno comunque mantenute. Il prossimo Congresso del Movimento Nonviolento (Torino, 31 gennaio e 1-2 febbraio 2014 ) dovrà prendere la decisione e trovare le risorse, umane ed economiche, per la nuova Azione nonviolenta. Sarà quindi un impegno collettivo, e la responsabilità di portare avanti il progetto sarà condivisa. Da qui al Congresso dobbiamo raccogliere idee, suggerimenti, proposte. Nessuno meglio dei lettori, degli abbonati, che sono i destinatari del lavoro redazionale, può immaginare il processo di trasformazione, indicare la forma e i contenuti di ciò che ci si aspetta dalla rivista. Terremo conto del parere di tutti, e poi presenteremo un progetto editoriale per i prossimi anni. Vogliamo arrivare alla Festa per i 50 anni di Azione nonviolenta (che si terrà a Modena dal 19 al 22 giugno 2014) con la nuova rivista già collaudata, sia nella versione cartacea che in quella a video. È una scommessa che non possiamo perdere. Chi ha a cuore Azione nonviolenta ha l’occasione per dimostrarlo. Il miglior regalo per il mezzo secolo di vita è la conferma dell’abbonamento, come atto di fiducia e di impegno. L’utopia di oggi può essere la realtà di domani. * direttore 3

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Un quattro novembre diverso e costituzionale Il Sindaco di Messina, Renato Accorinti, storico amico della nonviolenza, ha celebrato la ricorrenza della fine della prima guerra mondiale nel segno dell’articolo 11 della Costituzione “L ’Italia ripudia la guerra”. Un gesto che ha fatto clamore, e i militari se ne sono andati. la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su “la spesa militare in Italia” documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale. Nel 2013 l’lSTAT ha pubblicato il suo più drammatico Rapporto sulla povertà nel nostro Paese. Gli italiani, che vivono al di sotto della linea di povertà sono ormai 9 milioni 563 mila, pari al 15,8 % della popolazione. Di essi 4 milioni 814 mila (ossia 1’8%) sopravvivono in condizioni di povertà assoluta, cioè impossibilitati ad acquisire i beni di prima necessità. In questo drammatico quadro nazionale la Sicilia diventa emblema di questa progressiva campagna di militarizzazione italiana. La nostra isola – ha proseguito Accorinti - rischia di diventare una portaerei del Mediterraneo: una base dalla quale fare partire strumenti di morte e controllare con tecnologie satellitari (MUOS) i paesi stranieri. Anche l’arrivo dei flussi migratori è vissuto come un problema di ordine pubblico da affrontare con le forze armate, da circoscrivere in ghetti, lontani dagli sguardi della popolazione italiana, dove non sempre sono garantiti diritti e giustizia. Non si può rimuovere dalla memoria collettiva, quasi esorcizzando, un secolo di lotte del movimento operaio per la pace e il lavoro, il disarmo e la giustizia sociale. Questa Amministrazione appoggia quelle lotte e quegli ideali. Questa Amministrazione dice Sì al disarmo. Questa Amministrazione, fedele alla Costituzione Italiana, dichiara il proprio No a tutte le guerre e difende il diritto di emigrare, ribadendo il massimo impegno nella ricerca di soluzioni di accoglienza idonee per i fratelli migranti giunti di recente a Messina. Messi- 4 Lunedì 4 novembre a Messina, in piazza Unione Europea, durante la cerimonia della Festa dell’Unità Nazionale - Giornata delle Forze Armate, presenti il sindaco di Messina, Renato Accorinti, autorità civili e militari, il Gonfalone della città di Messina, decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare, il Medagliere del Nastro Azzurro, i Vessilli ed i Labari delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma ed il Gonfalone della Provincia regionale di Messina, è stata deposta una corona d’alloro al Monumento ai Caduti. “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato il sindaco Accorinti nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ripudia la guerra, continua a finanziare

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4 novembre Avevamo proposto che il 4 novembre diventasse la Festa del Disarmo, con il gesto nonviolento e costituzionale del Sindaco di Messina ha iniziato ad esserlo davvero. Non abbiamo per niente apprezzato, invece, il messaggio del Presidente della Repubblica: “non bisogna indulgere a semplicismi e propagandismi che circolano in materia di spesa militare e di dotazioni indispensabili per le nostre Forze Armate”, ha detto Giorgio Napolitano, giustificando così le enormi spese militari perché ritiene “indispensabile la presenza e l’efficienza di un adeguato strumento militare italiano accanto a quelli dei nostri alleati europei ed atlantici”. Una specie di benedizione laica per l’acquisto dei cacciabombardieri F35. In realtà gli unici semplicismi e propagandismi che circolano in materia di spesa militare sono quelli che derivano proprio dal ministero della Difesa. Quanta distanza dal monito che fu di Sandro Pertini “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte e si colmino i granai, fonte di vita” che Accorinti ha voluto riattualizzare, rivolgendolo come appello ai sindaci di tutti i comuni italiani. In questo 4 novembre del 2013, che non è festa ma lutto in ricordo dell’inutile strage che ha sacrificato 26 milioni di morti, il Sindaco di Messina ha difeso la Costituzione, il Presidente della Repubblica l’ha ripudiata. Movimento Nonviolento na e la Sicilia – ha concluso il sindaco - da sempre hanno avuto una grande opportunità in quanto crocevia di diverse culture e religioni; le diversità arricchiscono tutti e oggi vogliamo rilanciare un processo di pace dalla nostra terra e dal nostro mare per l’umanità”. La solideriatà del Movimento Nonviolento Esprimiamo piena condivisione con i contenuti espressi da Renato Accorinti, Sindaco di Messina e storico amico della nonviolenza, nel corso delle celebrazioni per il 4 novembre. Esprimiamo a lui anche la nostra totale solidarietà per gli attacchi che ha ricevuto; “gesto demenziale” ha detto addirittura un membro del governo nazionale. Renato Accorinti ha semplicemente ripetuto quello che da anni vanno dicendo i movimenti nonviolenti e che pensa grande parte dell’opinione pubblica: “l’Italia, paese che per la Costituzione ripudia la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza”. Il Sindaco di Messina ha fatto solo il proprio dovere, mettendosi dalla parte della Costituzione e difendendo gli interessi reali dei cittadini che rappresenta. 5

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lutto Massimo Paolicelli un amico della nonviolenza di Marco Damilano* Massimo Paolicelli, fotografato da Azione nonviolenta il 17/2/2007 alla manifestazione di Vicenza contro la base militare Dal Molin fanatico: di una dolcezza disarmante. Non aveva bandiere, se non quella arcobaleno che lo ha accompagnato ieri nell’ultimo viaggio, era senza eserciti, bande, tribù e senza partiti, anche se nel movimento dei Verdi aveva militato e si era più volte candidato a livello amministrativo. Ma tutto questo non basta a esaurire la domanda di partenza, a spiegare il caso Paolicelli, la vicenda di un italiano normale e straordinario. Ha vissuto anni felici per le battaglie pacifiste, in un contesto ricco di maestri e testimoni, da don Tonino Bello a don Luigi Di Liegro cui aveva voluto bene come a un padre. Un ambiente forse minoritario, ma ancora popolare, che riusciva a trovare con la politica ufficiale e con la comunicazione la strada di un’interlocuzione difficile, conflittuale ma feconda. Con un momento di svolta: nel 1992 l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga rinviò alle Camere la legge di riforma dell’obiezione di coscienza che era stata votata dal Parlamento, venendo incontro alle pressioni della lobby militare. Da allora in poi il legame si è spezzato. La politica si è allontanata, le parole e le battaglie che Massimo provava a far circolare hanno trovato minore eco sui media. Massimo, in tutti questi anni, è rimasto lo stesso. Un condottiero mite, discreto e gentile. Uno che credeva in quello che fa, che non aveva paura di prendersi le sue responsabilità, che viveva mescolato con la sua gente. Uno che non mollava mai: l’ultima campagna del movimento pacifista, quella contro gli F35, porta la sua firma. Era competentissimo: ho visto alti gradi militari tremare di fronte alla mole di cifre, numeri, dati che era in grado di produrre per metterli all’angolo. E senza questa militanza, appassionata, generosa, gratuita, senza questa riserva etica, senza i Massimo Paolicelli la democrazia si inaridisce, si spegne. Massimo non ha mai perso un minuto da dedicare alla sua famiglia, a Dora, Damiano e Margherita, ai suoi tanti amici. Era un cristiano che, come il re della profezia di Isaia, non ha mai spezzato una canna incrinata e mai ha spento una fiamma smorta. Portava sempre al bavero la spilletta con le due mani che spezzano un fucile, il suo sogno di un mondo senza guerre, senza gerarchie, senza poteri. La sua unica divisa. * Giornalista 6 In questa bella foto sono riassunte tutte le passioni di Massimo Paolicelli: la macchina fotografica, la bandiera della pace, la militanza. Massimo è morto il primo novembre, a soli 48 anni, portato via da un male vigliacco. Era un mio amico e non ho fatto in tempo ad abbracciarlo per l’ultima volta, l’ho sentito al telefono una settimana fa, era sereno e perfino allegro, come sempre. Se ne parlo non è per motivi personali ma perché mi sembra ora urgente ragionare su una domanda: chi è, chi è stato Massimo Paolicelli? È stato un personaggio importante per l’associazionismo italiano, d’accordo, nella Lega obiettori di coscienza, la mitica Loc, e poi nell’Associazione obiettori nonviolenti, e in mille altre iniziative di base: dal gruppo di amicizia con i disabili in parrocchia alla cura dell’agenda dei comportamenti di pace su cui si sono formate diverse generazioni di pacifisti. Un attivista, dunque, con la borsa sempre piena di volantini, sempre pronto a coinvolgerti in qualche iniziativa, sempre disponibile a partire per rendere testimonianza delle sue idee, fosse pure per parlare a una platea di quattro o cinque persone. Eppure era il contrario del

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economia di guerra La Settimana del disarmo e la sua rimozione di Pasquale Pugliese* A partire dal 1978, tutti gli anni le Nazioni Unite promuovono, dal 24 al 30 ottobre, la “Settimana internazionale per il Disarmo”, istituita dall’Assemblea Generale per ricordare la data di fondazione dell’ONU, avvenuta il 24 ottobre 1945 allo scopo di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” (com’è scritto nel Preambolo dello Statuto). Oggi la corsa agli armamenti è di gran lunga più grave e accelerata degli anni ’70 – le spese militari globali sono aumentate del 50% nel decennio 2002-2012 – ossia i governi nel loro insieme non hanno mai speso tanto per la guerra quanto in questa fase di gravissima crisi economica e sociale globale, che ha portato alla drastica riduzione delle condizioni di vita anche nei paesi che avevano sperimentato nel corso del ’900 forme avanzate di stato sociale. Tuttavia, il tema del disarmo è completamente rimosso dalle agende politiche nazionali e internazionali, sottratto dai media all’attenzione dell’opinione pubblica, non più evocato dagli intellettuali, ne perseguito da sindacati e partiti di massa. riduzione del 50 % dei costi della violenza – più o meno corrispondente alla cancellazione delle sole spese militari globali – si libererebbero talmente tante risorse economiche da ripagare il debito estero dei Paesi impoveriti (4.076 $ miliardi), fornire abbastanza risorse per il meccanismo di stabilità europeo (900 miliardi dollari) e finanziare la somma aggiuntiva necessaria per il costo annuale degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio promosso dalle Nazioni Unite: eradicare la povertà e la fame, dare a tutti l’educazione primaria, promuovere l’uguaglianza di genere, ridurre la mortalità infantile ecc. (60 miliardi). Insomma oggi disarmo significa porre fine della crisi globale ed alle sofferenza nel sud e nel nord del mondo. Per un nuovo dividendo di pace La consapevolezza dei benefici derivanti dal disarmo, piuttosto diffusa – almeno a sinistra – durante la “guerra fredda”, un tempo si chiamava “dividendo di pace”. Oggi questo concetto è desueto, archiviato insieme alla guerra fredda. Solo gli armamenti – nucleari e convenzionali – non sono stati archiviati, ma riammodernati (come le testate nucleari sul territorio italiano), rifinanziati (come tutti i programmi militari italiani, a partire dagli F-35 ma non solo) e, spesso, usati nei molti teatri internazionali di guerra. Però rimossi dalla coscienza collettiva. Nel pieno di una nuova corsa agli armamenti, imposta dalla lobby internazionale delle armi, la politica e la cultura sono diventati incapaci anche solo di immaginare una prospettiva realistica di disarmo. Insomma c’è bisogno di un profondo disarmo culturale, che imponga quello politico, economico e militare, ci consenta di poter vedere i vantaggi della liberazione dagli armamenti e realizzi un vero dividendo di pace. Non a caso nel Preambolo della Costituzione dell’UNESCO, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, le scienze e la cultura (costituita poche settimane dopo l’ONU) è scritto “poiché le guerre hanno inizio nella mente degli uomini, è nella mente che bisogna costruire le difese della pace“. Molti decenni dopo è ancora da qui che bisogna partire, dal disarmare le nostre menti. Non solo per una settimana. L’impatto economico globale Eppure, le analisi comparative sulla desiderabilità sociale del disarmo non mancano. Per esempio il Global Peace Index (GPI) – rapporto sullo stato della pace nel mondo a cura dell’indipendente Istituto per l’Economia e la Pace – che analizza i dati delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale, degli istituti strategici internazionali, giunto nel 2013 alla sua settima edizione, oltre a proporre gli indicatori di pace nei singoli paesi, prova a capire quanto ci costa in termini economici globali la violenza, a cominciare dalla guerra e dalla sua preparazione, ma anche il costo degli omicidi, dei crimini violenti e delle loro conseguenze. Il GPI stima l’impatto economico globale delle attività connesse alla violenza nel 2012 in 9.500 miliardi di dollari, ossia nell’11% del PIL Mondiale. Le spese militari sono uno degli indicatori utilizzati per calcolare l’impatto economico della violenza, ma costituiscono da sole il 51 % dei costi globali. Il rapporto del GPI calcola che se ci fosse una * Segretario nazionale Movimento Nonviolento 7

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L’idea è stata lanciata da padre Alex Zanotelli e il Movimento Nonviolento, condividendola, si è messo a disposizione affinchè dall’enunciazione si passasse alla sua realizzazione, mettendo in gioco il riconoscimento e il credito che si è costruito negli anni. Abbiamo già ottenuto la concessione gratuita dell’anfiteatro da parte del Comune di Verona; ora si tratta di costruire tutti insieme il percorso che ci porterà alla giornata di mobilitazione collettiva per la comune campagna per il disarmo. A partire ognuno dal proprio territorio. Singoli, associazioni, movimenti, ci troveremo insieme per una grande iniziativa nonviolenta, un’assemblea corale, con la volontà di disarmare chi sta preparando la prossima guerra. Da lì lanceremo un programma per tutto il movimento pacifista, nonviolento, disarmista. Saremo in migliaia, nel segno della nonviolenza. L’Arena di Pace e Disarmo è convocata da tutti i firmatari dell’Appello (altri se ne aggiungeranno). Primi firmatari (elenco provvisorio) Alex Zanotelli, missionario don Luigi Ciotti, Libera Susanna Camusso, sindacalista Carlin Petrini, gastronomo, Slow Food Paolo Beni, Presidente Arci Gianni Bottalico, Presidente Acli Francesco Vignarca, Rete Italiana Disarmo Mao Valpiana, Pres. Movimento Nonviolento 8 Pasquale Pugliese, Segr. Movimento Nonviolento Cecilia Strada, Emergency Maurizio Landini, sindacalista Giuseppe Onufrio, Direttore Greenpeace Italia Alessandro Giannì, Dir. campagne Greenpeace Lorenzo Fazzini, Direttore EMI Renzo Fior, presidente Emmaus Italia Efrem Tresoldi, direttore Nigrizia Elisa Kidanè, direttrice Combonifem don Renato Sacco, Coord. naz. di Pax Christi Sergio Paronetto, vice pres. naz. Pax Christi don Albino Bizzotto, Beati costruttori di pace Lisa Pelletti Clark, Beati costruttori di pace Licio Palazzini, pres. naz. Arci Servizio Civile Primo Di Blasio, presidente CNESC Sergio Bergami, presidente MIR Eugenio Melandri, coord. “Chiama l’Africa” Ugo Biggeri, Presidente Banca Popolare Etica Goffredo Fofi, critico letterario Enrico de Angelis, critico musicale Moni Ovadia, artista Lella Costa, attrice Marco Paolini, attore Gianni Minà, giornalista Ascanio Celestini, attore Anna Bravo, storica Natalino Balasso, attore Agnese Moro, sociopsicologa Gad Lerner, giornalista Giulio Scarpati, attore Caterina Casini, attrice Gherado Colombo, magistrato Gianni Tamino, biologo Marianella Sclavi, sociologa Mauro Biani, vignettista Antonino Drago, fisico

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pace e disarmo Enrico Peyretti, saggista Sandro Canestrini, avvocato Nicola Canestrini, avvocato Michele Boato, Ecoistituto Veneto “Alex Langer” Alberto L’Abate, presidente onorario IPRI-CCP Nanni Salio, Centro Studi Sereno Regis Fabio Salviato, Società Europea di Finanza Etica ed Alternativa Heinrich Grandi, Commercio Equo e Solidale Luigina Di Liegro, Presidente Fondazione internazionale Don Luigi Di Liegro Mario Lonardi, MLAL Edi Rabini, Fond. Alexander Langer Stiftung Wolfgang Sachs, Wuppertal Institut Leonardo Magnani, Ass. Cultura della Pace Christoph Baker, consulente ONG Grazia Honegger Fresco, Il Quaderno Montessori Sergio D’Elia, Nessuno tocchi Caino Haidi Giuliani, comitato piazza Carlo Giuliani Giuseppe e Raffaella Trabucchi, premio Passione Civile Gianna Benucci, portavoce Assopace Rocco Pompeo, presidente Fondazione Nesi Gianluca Solera, coordinatore delle Reti della Fondazione Anna Lindh, Alessandria d’Egitto Appello di convocazione 25 aprile 2014, all’Arena di Verona, una giornata di resistenza e liberazione La guerra è il suicidio dell’umanità (Papa Francesco) Solo la nonviolenza ci salverà (Mahatma Gandhi) La resistenza oggi si chiama nonviolenza La liberazione oggi si chiama disarmo Premessa L’Italia ripudia la guerra, ma noi continuiamo ad armarci. Crescono le spese militari, si costruiscono nuovi strumenti bellici. Il nostro Paese, in piena crisi economica e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta, nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia. Ne sono un esempio i nuovi 90 cacciabombardieri F35, il cui costo di acquisto si attesta sui 14 miliardi di euro, mentre l’intero progetto Joint Strike Fighter supererà i 50 miliardi di euro; il nostro paese, inoltre, “ospita” 70 bombe atomiche statunitensi B-61 (20 nella base di Ghedi a Brescia e 50 nella base di Aviano a Pordenone) che si stanno ammodernando, al costo di 10 miliardi di dollari, in testate nucleari adatte al trasporto sugli F-35. Gli armamenti sono distruttivi quando vengono utilizzati e anche quando sono prodotti, venduti, comprati e accumulati, perché sottraggono enormi risorse al futuro dell’umanità, alla realizzazione dei diritti sociali e civili, garanzia di vera sicurezza per tutti. Gli armamenti non sono una difesa da ciò che mette a rischio le basi della nostra sopravvivenza e non saranno mai una garanzia per i diritti essenziali della nostra vita – il diritto al lavoro, alla casa e all’istruzione, le protezioni sociali e sanitarie, l’ambiente, l’aria, l’acqua, la legalità e la partecipazione, la convivenza civile e la pace; e inoltre generano fame, impoverimento, miseria, insicurezza perché sempre alla ricerca di nuovi teatri e pretesti di guerra; impediscono la realizzazione di forme civili e nonviolente di prevenzione e gestione dei conflitti che salverebbero vite umane e risorse economiche. Per immaginare e costruire già oggi un futuro migliore è indispensabile, urgente, una politica di disarmo, partendo da uno stile di vita disarmante. Proposta Per questo proponiamo la convocazione di una iniziativa nonviolenta nazionale: un grande raduno, di tutte le persone, le associazioni, i movimenti della pace, della solidarietà, del volontariato, dell’impegno civile, che faccia appello non solo ai politici ma innanzitutto a noi stessi, chiedendo a chi vi parteciperà di assumersi la responsabilità di essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. Obiettivo Scrollarsi dalle spalle illusioni e paure, rimettersi in piedi con il coraggio della responsabilità e della partecipazione per disarmarci e disarmare l’economia, la politica, l’esercito. 9

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Siria: la fatica di stare con la rivoluzione di Gianluca Solera* Tutto era nato un anno fa, nel settembre del 2012, durante IndignaCtion!, un incontro tra attivisti della Primavera araba e dei movimenti europei contro l’austerità e per la democrazia. Una sessantina di militanti tra cui Esra ˉ ’ CAbdelfatta ˉ h e Lı ˉ na ˉ el-Mhennı ˉ, candidate al premio Nobel per la pace 2011, Aris Tchazistefanou, regista di “Catastroika”, o Doris Palacín, del movimento spagnolo del 15-M, si erano dati appuntamento a Lussemburgo, ospiti del Centre culturel des rencontres de Neumünster, per discutere tra loro delle lotte e delle aspirazioni rispettive. Avevano dialogato con loro personaggi come il compianto Stéphane Hessel, Lilian Thuram, padre Paolo dall’Oglio, il direttore di Greenpeace Kumi Naidoo, il ministro lussemburghese del lavoro Nicolas Schmitt, o perfino esperti della Banca europea degli investimenti. L’idea che sorse in quelle ore era molto semplice: sostenere la rivoluzione siriana mettendo in rete gli attivisti tuttora presenti in quel Paese e quelli che attorno al Mediterraneo condividevano la loro battaglia per la libertà e la democrazia. Così come esisteva un Group of Friends tra i governi amici dell’opposizione, a Lussemburgo si pensò alla costituzione di un “Gruppo di amici” tra associazioni, gruppi e iniziative della società civile sparsi tra Europa e Mediterraneo, nella convinzione che una tale piattaforma avrebbe rafforzato la voce della società civile che era scesa nelle strade siriane nel 2011 contro la dittatura, e quelle iniziative sorte in loro sostegno in molti paesi europei ed arabi, non rispondenti a ottusi paradigmi ideologici e fiduciose nel ruolo rifondatore di una società civile indipendente, multiculturale, democratica e nonviolenta. L’ambizione era di tentare di consolidare i legami di soiidarietà internazionale con la rivoluzione e di rallentare la deriva verso una guerra civile a tutto campo, alimentata da un potere sanguinario cosciente che dalla lotta armata avrebbe tratto tutti i benefici. Illuminante fu in quell’occasione la riflessione di padre Paolo, quando definì la “linea rossa” che in quei giorni aveva tracciato il presidente americano Obama rispetto all’uso di armi chimiche una scandalosa ammissione di impotenza: ammazzate pure, purché non utilizziate armi chimiche, e noi non interferiremo. Ed infatti, così è stato, e in questi mesi, per due siriani soffocati da letali gas chimici, novantotto ne sono caduti sotto i colpi delle armi convenzionali. Era di fronte all’isolamento in cui si trovavano i rivoluzionari non fondamentalisti che emergeva l’idea di questa piattaforma, battezzata Citizens for Syria. Con il patrocinio e i suggerimenti del prof. Sala ˉm Kawa ˉ kibı ˉ , del filosofo Sade ˉ q Jala ˉ l al- CAzhm, ˉ h e padre Dall’Oglio, indi Esra ˉ ’ CAbdelfatta sieme all’attivista Ho ˉ za ˉ n Ibra ˉ hı ˉ m e ad altri, avevamo elaborato un progetto che si prefiggeva i seguenti obiettivi: costituire un ampio fronte di attori sociali, accrescere la consapevolezza pubblica a difesa delle aspirazioni popolari alla libertà e contro l’uso della violenza nei loro confronti; offrire servizi logistici a associazioni e iniziative sul terreno che necessitano di fondi e soci per i loro progetti, ma che sono schiacciate dalla concorrenza dei gruppi rivoluzionari che hanno imbracciato le armi; creare sinergie tra gruppi nonviolenti e azioni locali o regionali che sostengono la rivoluzione siriana in Europa e nel Mediterraneo; diffondere informazioni di terreno sulle iniziative in corso e sulle sfide della resistenza e dell’opposizione democratica siriane; moltiplicare gli spazi di impegno a fianco della società civile democratica siriana per gli attivisti sociali e politici europei ed arabi interessati. All’inizio, ci affidammo alla fondazione Anna Lindh (FAL), ma nonostante i ripetuti appelli e la disponibilità alla cooperazione manifestata dai portavoce di numerose reti nazionali FAL, la direzione della fondazione si è manifestata reticente, presa dalle logiche intergovernative che rendono vane tutte le sue velleità di organismo che pretende intervenire in situazioni di crisi e conflitto con le armi dell’impegno civile e interculturale. A malincuore, dovemmo dunque, abbandonare quella strada perché resa impraticabile dalla chiusura dei suoi dirigenti. Ci rivolgemmo quindi a una fondazione svedese, ma i loro tempi di programmazione non coincidevano con i nostri. Poi, grazie alla mediazione del- * Scrittore, coordinatore delle Reti della Fondazione Anna Lindh, vive ad Alessandria d’Egitto 10

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siria la Fondazione europea dei verdi, negoziammo con i governi olandese e tedesco; dopo un primo segnale di disponibilità, l’accordo non è tuttavia stato raggiunto perché quei governi avevano altre priorità. “Il disinteresse europeo nei confronti della questione siriana è palese e frustrante” mi confidava un ufficiale del Servizio esterno europeo dell’UE, durante una mia recente visita a Bruxelles. “Non vi è visione tra gli alti funzionari, e i politici pensano alle scadenze elettorali prima di pronunciarsi sulla Siria”. Ora, stiamo tentando una terza strada. Quanta fatica esporsi per la Siria, però, quanta fatica rompere il silenzio e affrontare gli ostacoli frapposti dall’intreccio di interessi geopolitici o dal disinteresse nei riguardi una questione ingarbugliata. Sembra che solamente gli sbarchi di profughi siriani sollecitino la preoccupazione di alcuni paesi europei, mentre la questione delle armi chimiche ha de facto spostato l’attenzione verso lo svuotamento degli arsenali chimici piuttosto che trattare di fermare la guerra civile e bloccare la repressione armata da parte dell’esercito regolare o le azioni sanguinose di alcuni gruppi armati (“C’è ancora qualcuno che crede che gente come i combattenti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante lottino contro il regime di al-Asad? C’è ancora qualcuno che non ha capito che sono assoldati dal regime?” si chiedeva discutendo con me, due settimane fa, un attivista siriano che aveva appena attraversato le regioni settentrionali del suo Paese). Eppure, basta consultare la carta elaborata dal Movimento nonviolento siriano per rendersi conto della profonda e varia ramificazione delle esprressioni di resistenza nonviolenta e di opposizione al regime ancora vive in Siria, attraverso i comitati di coordinamento locale, i consigli comunali delle aree liberate, i mezzi di informazione alternativi o le arti1. Se la resistenza armata chiede sostegno, perché non si possono contrastare degli aerei da caccia con dei fucili, anche quella non armata lo necessita, probabilmente ancor più, perché per investire nella lotta contro una dittatura che utilizzi principi, tecniche e mezzi nonviolenti, e che può essere alternativa o in alcuni contesti complementare alla resistenza armata, sono richieste risorse sostanziali, capacità organizzative solide adatte al contesto specifico in cui si opera, e coerenza politica. Quello che manca è invece una chiara volontà di sostegno della resistenza, che richiede appunto continuità. Lo scoramento è presente in molte aree. Un altro attivista di Busta ˉ n al-Qasr, un quartiere di Aleppo, mi diceva nel febbraio di quest’anno, durante il mio passaggio in quelle zone: “Temiamo che l’Occidente voglia una guerra lunga, voglia la fine della capacità militare della Siria per la sicurezza di Israele. E una guerra civile lunga indebolirà la Siria”. Se pensano questo, è perché si sentono soli. “Ma sono ottimista perché siamo disposti a tutto pur di contribuire alla vittoria della rivoluzione. Io ho una ferita alla gamba da sei mesi, mi fa ancora male e zoppico; dopo sola una settimana dal ferimento, ero già in piazza a manifestare!” aveva aggiunto quel ragazzo. Citizens for Syria è il tentativo di mettere in rete militanti per i diritti umani e le libertà civili che non rispondono a categorie ideologiche precostituite, ma rispettano le aspirazioni all’autodeterminazione del popolo siriano, e che se operano insieme possono fare sentire i ragazzi della rivoluzione siriana meno soli. Non è sufficiente mobilitarsi contro la “guerra occidentale” in Siria, fare veglie contro un intervento armato. La nonviolenza esige la militanza attiva a fianco di chi sul terreno resiste alla dittatura e alla violenza del regime e di fazioni estremiste. I siriani che dal 2011 sfidano l’apparato in nome di un Paese aperto, democratico e liberale, in questo momento hanno bisogno delle nostre capacità organizzative e di influenza, e di appoggio logistico e politico. Oltre che delle nostre preghiere. Chi crede che tutto è ormai sulla via di una risoluzione perché l’Occidente non è intervenuto militarmente e gli arsenali chimici vengono ispezionati non vede lontano. 1 Movimento nonviolento siriano, Nonviolence Map in Syrian Uprising, luglio 2013. 11

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Baghdad, città della pace dove si legge Gandhi di Martina Pignatti Morano* A dieci anni dalla guerra e dall’occupazione che hanno devastato l’Iraq, creando i presupposti della guerra settaria che ancora oggi causa centinaia di vittime ogni mese, il paese è pieno di contraddizioni. È il settimo produttore di petrolio al mondo ma il 23% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. È uno dei paesi più insicuri ma anche uno dei più militarizzati, con oltre un milione di persone impiegate nell’esercito e nelle forze di polizia. Non è più sotto occupazione ma il governo eletto vive e governa asserragliato nelle Zona Verde (ancora chiamata Zona Internazionale) e pratica verso gli oppositori politici un mix di repressione, minacce e tentativi di corruzione. Sono ancora in voga molte leggi emanate da Saddam Hussein, come quella che nega la possibilità per i lavoratori di organizzarsi in sindacati, eppure ha una vibrante società civile nata del 2003, quando sembrava che – perlomeno – gli americani avrebbero concesso libertà di associazione. Dopo dieci anni di lotte coraggiose e nonviolente per affermare diritti umani e giustizia sociale, attivisti e sindacalisti iracheni hanno deciso che era giunta l’ora di sfidare la paura e l’omertà con un grande evento pubblico a Baghdad, anticamente chiamata “città della pace”. Così, dal 26 al 28 settembre 2013, oltre 3000 persone hanno partecipato al primo Forum Sociale Iracheno (FSI), collegandosi a quel processo altermondialista iniziato in Brasile nel 2001 per contrastare il neoliberismo e l’oppressione dei popoli tramite contaminazione e alleanze tra movimenti sociali. Nessuno avrebbe mai immaginato che questo sarebbe stato il forum sociale più partecipato di tutto il mondo arabo, eccezion fatta per il Forum Sociale Mondiale tenutosi a Tunisi a marzo di quest’anno. Il governo di Maliki, che acquista i droni da Obama per tenere sotto scacco la sua capitale, nulla ha potuto per fermare i venti di libertà che spiravano a fine settembre a Baghdad. Già nel 2006 il Movimento Nonviolento Iracheno Laonf aveva organizzato iniziative e piccole manifestazioni pubbliche a Baghdad per chiedere la fine della violenza, usando l’arte e il teatro di strada, lo sport e la poesia per parlare a tutti di pace, di un altro mondo possibile. Questo e altri movimenti sociali sono stati i protagonisti della breve primavera irachena che nel 2011 ha visto migliaia di giovani scendere in piazza in molte città del paese chiedendo pace, servizi sociali e fine della corruzione. La repressione è stata feroce ma alcuni politici hanno dovuto dimettersi, e una nuova generazione di attivisti ha iniziato a guidare le rivolte. A dicembre 2012 sono scoppiate le manifestazioni nel triangolo sunnita, stavolta mosse da leader religiosi, senza donne in piazza. Il governo ha scelto di dipingerli come movimenti che incitavano all’odio e al settarismo, anche se avanzavano richieste come una moratoria sulla pena di morte, e il 23 aprile 2013 ad Hawija l’esercito iracheno ha fatto irruzione in un accampamento di manifestanti uccidendo 42 persone. Da quel momento si è riattivata la strategia degli attentati terroristici in tutto il paese, con mandanti non chiaramente identificabili, che quest’anno hanno fatto oltre 6500 vittime. Sorprende che, invece di bloccare il processo di coordinamento dei movimenti sociali iracheni, la paura della guerra civile l’abbia potenziato. A dispetto di questa spirale di violenza, il Forum Sociale Iracheno è stato annunciato per settembre 2013. Organizzare un evento laico e progressista in questa situazione è un atto di resistenza all’oppressione, al terrorismo, alla mala-politica, alle divisioni settarie. Per questo Un ponte per... ha voluto essere presente, su richiesta pressante dei promotori iracheni, facilitando la partecipazione di 18 internazionali con l’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative. Accompagnati dai giovani volontari disarmati del Forum, noi internazionali non ci siamo mai sentiti in pericolo, ma abbiamo condiviso per quattro giorni la tensione che gli iracheni respirano ogni giorno uscendo di casa, da dieci anni a questa parte. Tra gli organizzatori, referenti di associazioni e sindacati che hanno composto il comitato promotore del FSI, c’erano madri di famiglia e ragazzi giovanissimi, sindacalisti sotto processo per incitazione allo sciopero, e vecchi militanti che hanno vissuto il carcere sia sotto Saddam che sotto il nuovo gover- * Presidente, Un ponte per... 12

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iraq no pseudo-democratico. Tutti hanno lavorato con passione e rispetto reciproco, rompendo barriere politiche e generazionali che avevano finora causato una grande frammentazione della società civile irachena. I dettagli logistici relativi allo svolgimento del Forum e ai movimenti della delegazione internazionale sono stati discussi a lungo con le autorità, che per la prima volta hanno accettato di relazionarsi con un entità informale come il Comitato per il FSI. Il governatore di Baghdad ha concesso loro l’utilizzo di due storici edifici nel cuore culturale della città, e l’agibilità politica per poter discutere di libertà di stampa, libertà sindacali, diritti sociali, rispetto e tutela delle minoranze. Mancavano gli esiliati e coloro che si sono dovuti nascondere per mettere in salvo le loro famiglie. Anche il più coraggioso dei giornalisti deve smettere di scrivere quando le minacce vengono rivolte a sua figlia di 9 anni. La stessa bambina oggi non va più a scuola, per il timore che venga rintracciata tramite i registri scolastici, e paga con il suo violato diritto allo studio per l’audace lotta di suo padre che sogna la libertà d’espressione in Iraq. Quel giornalista è cresciuto nel Gruppo Nonviolento Iracheno, e dalla lettura di Gandhi ha tratto la forza morale per affrontare la lotta più difficile, quella che mette a repentaglio la tua vita e quella della tua famiglia. Oggi si nasconde ma la sua associazione non ha chiuso, e continua a pubblicare comunicati stampa che denunciano la violenza contro i media. Proprio questi giornalisti hanno organizzato una delle sessioni più frequentate al Forum Sociale Iracheno, sulla libertà d’espressione, il primo obiettivo da raggiungere per poter poi avanzare altre rivendicazioni. Molte sono state la campagne presentate al forum dagli iracheni, come quella per Salvare il Fiume Tigri dalle dighe in costruzione in Turchia. Ma gli internazionali arrivati da Europa e Stati Uniti non potevano dimenticare l’eredità della guerra e le responsabilità della comunità internazionale. L’occupazione militare continua oggi tramite la presenza in Iraq di compagnie militari private a cui il governo iracheno e le imprese straniere appaltano la sicurezza del loro personale, infrastrutture e interessi, staccando assegni di miliardi di dollari. Per fermare questo processo di privatizzazione della guerra, la Campagna per il Controllo delle Compagnie Militari e di Sicurezza Private – di cui fa parte anche la Rete Italiana Disarmo - ha chiesto alle associazioni irachene si unirsi al tentativo di regolamentare questo settore e porre fine all’impunità dei mercenari. Una convenzione internazionale delle Nazioni Unite è più che mai necessaria, e la legislazione nazionale anche in Iraq deve prevedere severe sanzioni per le violazioni dei diritti umani. Stragi come quella di Nisoor Square, nel 2007 a Baghdad, in cui 17 civili vennero uccisi dai contractor dell’americana Blackwaters, non devono ripetersi. Per lavorare su temi complessi come questi sappiamo ora di poter contare su una nuova generazione di operatori di pace iracheni. Sono stati soprattutto i ragazzi, giovanissimi, a costruire e animare il Forum Sociale Iracheno tramite decine di attività artistiche e culturali, riempiendo di tende e banchetti delle loro associazioni il cortile dell’antico palazzo ottomanno al-Qushla. La maggior parte svolgono attività umanitarie per aiutare poveri, vedove, orfani, che non dispongono di sostegno e servizi essenziali da parte delle istituzioni, ma vi sono anche movimenti giovanili che lottano per uno stato laico, per la coesistenza delle minoranze, per i media liberi. I loro gruppi spesso nascono su Facebook perché riunirsi fisicamente è complicato e può essere pericoloso, ma hanno grande capacità di mobilitazione. Il 21 settembre di quest’anno, per celebrare il Giorno Internazionale della Pace, hanno radunato oltre mille persone in un parco cittadino sul Tigri, senza scorta armata. Incredibile a dirsi, ma un altro Iraq è in costruzione. 13

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Un tu più affettuoso La questione animale Considerazioni preliminari al convegno del 27 novembre all’Università di Bari, tra analisi del presente e prospettive future di Gabriella Falcicchio* “Possiamo esplicitamente definire la nonviolenza come unità amore verso tutte le persone nella loro individualità singola e distinta, persona da persona, con vivo interesse anche alla loro esistenza, in un atto di rispetto ed affetto senza interruzione, con la persuasione che nessuna persona è chiusa nel suo passato, e che è possibile dire un tu più affettuoso e stabilire un’unità più concreta con tutti. […] di contro a questo modo chiuso di considerare [gli animali], c’è un modo aperto, che considera ogni essere come l’inizio di un’apertura e di ulteriori possibilità. Accanto a ogni essere, ci mettiamo un’azione progressiva, e crediamo che quell’essere possa liberarsi e svolgersi a meglio e di più. Non guardiamo il punto di partenza che può essere diverso tra noi e lui, e pieno di limiti; ma al punto di arrivo comune, una realtà liberata che comprenda tutti”1. È da questo brano che ho tratto il titolo del convegno che si svolgerà il 27 novembre presso l’Università di Bari. Aldo, in quel breve testo dal titolo apparentemente ingannevole, parla dei viventi collocandoli al centro dell’educazione alla nonviolenza. Il nucleo profondo di Capitini è presente tutto nella possibilità aperta di dire un tu più affettuoso, che si traduce in concretezza d’azione. Non un ragionamento, non una filosofia, ma un atto di apertura nella relazione, questo è il principio della nonviolenza e nel novero dei tu ci sono tutti, nessuno escluso, anche i viventi nonumani. Organizzare una giornata su questo tema è stato quasi fortuito, poiché l’iniziativa è sorta dalla LAV barese, che come in altre parti d’Italia, ha promosso la presentazione del corposo volume “La questione animale”, curato per Giuffrè da Silvana Castignone e Luigi Lombardi Vallauri, il nome più insigne della filosofia del diritto italiana. Intorno a 1 * Movimento Nonviolento Puglia 14 Aldo Capitini, Aspetti dell’educazione alla nonviolenza, Pacini Mariotti, Pisa 1959. questa proposta, giuntami da un collega, è emersa l’esigenza di spaziare, costruendo un incontro che potesse raccontare in molti modi la possibilità di dire un tu più affettuoso. Si tratterà di un racconto che congiunge molti fili, tessendo una trama possibile tra tante e lanciando i fili di questo tessuto agli studenti universitari, ai ragazzi dei licei – i più giovani e sensibili –, ai futuri veterinari e avvocati ed educatori. Proprio perché la dimensione affettiva di matrice capitiniana resti il filo conduttore principale, senza essere né confusa con un romanticismo zuccheroso né offuscata dall’atteggiamento rissoso e ideologico, si è voluto far precedere ogni intervento dalla lettura di un brano significativo sul tema, che tenesse viva la partecipazione di quella parte di noi capace di apertura. La ragione non è sufficiente, né può essere lo strumento utile a traghettare verso opzioni esistenziali (ancora) molto radicali come il vegetarismo. Ci vuole la persuasione, che attinge a dimensioni più profonde, intime, spirituali e unificanti del proprio essere intero e l’arte, la parola donata attraverso la voce di chi fa teatro nel senso più intenso del termine (in questo caso l’attrice Jelly Chiaradia) è uno dei canali che meglio giungono al centro. La riflessione filosofica e scientifica così diventa ricchezza. Nella cornice della tradizione nonviolenta dei padri (Tolstoj, Gandhi, Capitini), che ricostruirà Antonio Vigilante, sono ricompresi temi concreti, che toccano la quotidianità di chi opera con gli animali nonumani, anche in contesti di uccisione e utilizzo a scopo farmacologico. I contributi di Angelo Quaranta, docente di Bioetica Veterinaria, e dello psicologo sperimentale Gianni Tadolini sono un’interessante finestra su temi “scottanti”, sui quali il dibattito è accesissimo e su cui non si può porre una parola definitivamente chiarificatrice, per ora. Occorre infatti mantenere una consapevolezza di base: nonostante sia largamente diffusa ormai la coscienza della sofferenza animale, nonostante le ricerche empiriche mostrino che i livelli di empatia per esempio tra vege-

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vegetarianesimo tariani e non vegetariani nei confronti della sofferenza animale siano analoghi, tuttavia sarebbe semplicistico asserire sic et sempliciter l’affermazione che queste sofferenze vanno eliminate in tronco, spazzando in un colpo le criticità tuttora presenti in alcuni ambiti. Il caso della macellazione è interessante, poiché se è vero, come diceva Tolstoj, che “se le pareti dei macelli fossero di vetro, saremmo tutti vegetariani”, gridare che i macelli vanno chiusi, punto e basta, non è la strada che sembra più adeguata. Sì, sarebbe bello che tutti fossero vegetariani e venissero risparmiate milioni e milioni di vite. Sarebbe bello. Ma non è la realtà. La realtà è che i macelli esistono, che moltissimi non vogliono essere vegetariani e che la cultura dominante favorisce questa scelta. Essere soltanto “contro” non è necessariamente un bene, né serve sempre alla causa, secondo la mia visione. Spesso Aldo ha sottolineato che la coscienza appassionata della finitezza di questa realtà è alla base dell’apertura infinita dell’anima ai tu e senza quella coscienza i migliori ideali si svuotano di senso e corrono costantemente il rischio di diventare slogan gridati da pochi “eletti” illuminati sulla via di Damasco. Il confronto tragico, drammatico, senza redenzione, con la realtà limitata – proprio del persuaso, del profeta – diventa indispensabile per ribadire che non possiamo ottenere tutto e subito, e che faremo quel che potremo. Le parole sono di Aldo, in Rivoluzione aperta. Procedendo per aggiunte allora, riusciamo a comprendere il senso di una riflessione sulla responsabilità etica del medico veterinario e del ricercatore, che spesso si trovano in situazioni tutt’altro che nonviolente. Fare il punto sulla necessità di rendere la morte degli animali da macellazione il meno dolorosa possibile, ad esempio, o sulle pratiche che rendono la sperimentazione animale più rispettosa significa appunto prendere atto delle aggiunte realizzabili nella realtà presente, pur continuando ad additare l’orizzonte elevato di una realtà liberata da ogni uccisione e sfruttamento. Se la spinta etica e affettiva anima l’incontro, corroborata dal contributo di Mario Chiechi sugli aspetti emotivi legati alla scelta del vegetarismo, una delle opzioni più concrete e care ai grandi padri della tradizione nonviolenta – l’alimentazione vegetariana e vegana – trova spazio con Michela De Petris, medico del San Raffaele di Milano e studiosa del rapporto tra vegetarismo e salute. Anche qui una punta di pragmatismo serve a evitare derive idealistiche. Mi riferisco soprattutto al falso conflitto tra motivazioni etiche e motivazioni salutistiche e alle diatribe – tra le tante – tra i sostenitori delle prime come prioritarie e qualitativamente migliori delle seconde e gli altri, che potrebbero non nutrire grande sensibilità per la causa animale. È ora di riunificare anche queste spaccature, oggi che sappiamo grazie alla ricerca scientifica che il vegetarismo, condotto con accuratezza in un contesto già scarsamente nutritivo a causa dell’industrializzazione dei cibi, favorisce la salute. Superare la dicotomia e, peggio, il conflitto tra le nobili ragioni di chi rinuncia alla dieta carnea per altruismo e le ragioni “utilitaristiche” di chi lo fa come investimento salutistico significa a mio parere fare un passo avanti verso la riconciliazione di dimensioni (altruismo vs egoismo; tu vs io) erroneamente tenute in opposizione dalla nostra cultura occidentale. In altre parole, sta a chi predilige le motivazioni etiche come primum dell’azione accogliere chi invece predilige quelle salutistiche, tenendo presente che questo atto di accoglienza (di fatto molto raro negli ambienti vegani più intransigenti e del tutto assente verso gli onnivori) ha già in sé il potere della tramutazione e si colloca nella possibilità che l’atto meramente utilitaristico si apra a sua volta a persuasioni più intime. 15

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