catalogo maccaferri

 

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piero maccaferri - tra verità e realtà

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1938 1991 dal opere

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1938 1991 dal opere

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ACCAFERR PIER

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Non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’arte, ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte stessa. (GOETHE)

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tra verità e realt a MACCAFERR I 4 La Lomellina è quella parte della pianura lombarda ritagliata dai fiumi Ticino, Sesia e Po. In questa terra, fortemente antropizzata, sono le risaie, i pioppeti e i campi coltivati intersecati dagli innumerevoli canali a caratterizzare l’incanto del paesaggio. Qui ha trascorso la sua vita Piero Maccaferri. Ancora molto giovane, a Cilavegna, suo paese natale, Piero rivelò una precoce e spiccata propensione alla pittura e al disegno. I suoi genitori incoraggiarono questa vocazione, consentendogli di frequentare la prestigiosa Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Gli studi si svolsero sotto la guida di Aldo Carpi e Achille Funi per la pittura e di Benvenuto Disertori per l’incisione. Il ricco e stimolante ambiente artistico milanese degli anni ‘30 permise a Maccaferri di conoscere e frequentare pittori che divennero presto protagonisti del panorama artistico italiano, in particolare Morlotti e Cassinari. A Brera il giovane artista ebbe modo di distinguersi e di farsi apprezzare per talento e cultura. Conseguito il diploma, Piero Maccaferri, che era già piuttosto impegnato, ottenne ben presto riconoscimenti e attestazioni importanti. Dopo il periodo dell’Accademia i legami di Maccaferri con Milano si allentarono. Cilavegna dista da Milano una cinquantina di chilometri, distanza che oggi appare irrisoria, a quei tempi invece percorrere quelle poche decine di chilometri non era semplice. Bisognava andare a Mortara in bicicletta e poi prendere il treno. Insomma per l’artista era complicato tenersi in contatto con l’ambiente milanese. Gli spazi di scambio progettuale e di confronto artistico erano i caffè e gli studi degli artisti. A dispetto di ambiti più consacrati e ufficiali, erano questi i luoghi o meglio le fucine dove si sviluppavano progetti e dove gli artisti discutevano anche accanitamente del loro lavoro; luoghi anche di vera opposizione intellettuale. Questi incontri avvenivano nelle ore serali e continuavano fino a notte fonda; per Maccaferri quindi potevano considerarsi solo occasionali. A fine decennio, non inaspettatamente, scoppia il secondo conflitto mondiale. Nel 1941 con l’Italia in guerra già da un anno, Piero Maccaferri, che solo l’anno prima aveva vinto il prestigioso premio Hayez, riceve la laconica quanto perentoria chiamata alle armi, destinazione: Africa Settentrionale. La sua vicenda esistenziale, del tutto stravolta, si rispecchiava ora in quella di migliaia di giovani italiani inermi. Certamente quella comunicazione piombò nella vita del giovane artista come un macigno: significava lasciare gli affetti e interrompere la promettente professione da poco iniziata, senza contare poi le incognite che avrebbe dovuto affrontare. Così, carico di timori e perplessità, Piero Maccaferri partì. Poco tempo dopo venne catturato dagli Inglesi e avviato in un campo di prigionia nel deserto egiziano. Secondo le testimonianze delle figlie, questa drammatica vicenda si tradusse inaspettatamente in una serie di opportunità. Piero Maccaferri tornato a casa dopo la guerra

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non mancò mai di raccontare quanto quel drammatico frangente fosse stato foriero di occasioni e contrassegnato da eventi positivi. Forse il buon carattere e l’essersi ben presto rivelato un talentuoso artista gli valsero l’attenzione e le simpatie del comando inglese che lo agevolò, al punto di trasferirlo ad Alessandria d’Egitto, dove Maccaferri venne a disporre di una notevole libertà personale e cominciò a frequentare la folta comunità italiana. In questo periodo l’artista riorganizza la sua vita e si rimette a lavorare, eseguendo numerose opere: disegni, quadri, affreschi, ritratti di compagni di prigionia e di ufficiali inglesi. Purtroppo questa gran mole di materiale si è quasi del tutto dispersa. Nel 1945 collaborò addirittura alla realizzazione dei bozzetti per i costumi del film Cesare e Cleopatra: un supercolossal a colori diretto da Gabriel Pascal ed interpretato da Stewart Granger e Vivien Leigh. Questi disegni sono ancora custoditi e visionabili presso la biblioteca di Alessandria d’Egitto. Al suo rimpatrio, nel 1946, l’Italia liberata è un paese povero e distrutto. Un paese colpito a morte che gli si presenta molto diverso da come lo aveva lasciato. Piero Maccaferri trova i suoi compatrioti ridotti allo stremo e divisi dai rancori. Maccaferri riprende a lavorare e a fare mostre. Già nel 1947 a Milano espone i quadri del periodo rosso. Sarà lo stesso artista a darne questa definizione. Queste opere caratterizzate da calde dominanti rosso-arancio ci introducono in ambienti pervasi da un’intensa e silenziosa intimità; figure indolenti raccolte in se stesse, pensose, assopite; personaggi simbolicamente immersi in una solenne dimensione di attesa che esprimono un anelito di pace e tranquillità, non solo interiore. Atmosfere che testimoniano un sereno repertorio familiare. Il colore è da Maccaferri utilizzato in modo fortemente espressivo ed emblematico. In larvato contrasto con la pace apparente dei suoi personaggi, l’artista in questi quadri usa tonalità accese, calde e accostamenti cromatici che inducono sensazioni di vitalità, reazione, cambiamento. In queste opere, come osserva Raffaele De Grada nel 1994 nell’introduzione alla pubblicazione dedicata dalla moglie Teresa all’artista, Maccaferri torna agli anni precedenti la guerra; un periodo in cui aveva costeggiato il gruppo Corrente. Torna dunque ad un modo di vedere in aperto contrasto con l’estetica Novecentista contrassegnata dal primato del disegno, dai valori plastici e dai temi epico – popolari dalla fredda oggettività. L’artista intraprende un percorso che non lascerà più: la ricerca dell’ espressività emotiva rivelata attraverso il colore; l’ipotesi che l’arte possa fornire una nuova chiave esistenziale. Nel 1947 sposa Teresa e l’anno seguente consegue la cattedra di disegno presso un Istituto di Mortara. A suggellare il momento di grande felicità e serenità giungono ben presto anche le due figlie, Carla e Antonella. La famiglia così costituita continuerà a vivere a Cilavegna. Per il pittore lomellino, con gli anni ’50, ha inizio un percorso professionale piuttosto travagliato e caratterizzato da cambiamenti. I suoi scritti rivelano un periodo agitato nel quale l’artista sembra insoddisfatto di tutto e in conflitto con se stesso. La difficoltà di trovare un punto di equilibrio derivava da una visione critica e pessimista della società di quel tempo e come si evince dalle lettere e dalle sue riflessioni, anche da una mancata identificazione coi valori espressi da quel momento storico. Inoltre l’artista è amareggiato perché si sente escluso “dal giro che conta”, l’emarginazione che tanto lo affligge potrebbe derivare da quelle vaghe e troppo sporadiche frequentazioni con l’ambiente di Brera di prima della guerra, da quelle assenze certo non volute, causate dai macchinosi collegamenti tra il suo paese e la città. 5

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Ora il linguaggio pittorico è contrassegnato da eleganti scale cromatiche sviluppate su tonalità fredde di grande brillantezza. Maccaferri applica il Contrasto Simultaneo, fenomeno basato sulla complementarità dei colori. Secondo questa teoria ogni colore, sviluppando la percezione del proprio contrario, provocherebbe simultaneamente all’occhio dello spettatore una sensazione di maggiore luminosità, conferendo alla composizione dinamismo e profondità. Inoltre la struttura dell’opera diventa più complessa, l’artista cerca di rapportarsi con lo stato d’animo dell’osservatore creando una suggestiva schematizzazione dello spazio dal sapore post-futurista. Maccaferri affronta con attenzione gli equilibri compositivi, seguendo un criterio costruttivo ritmato quasi architettonico. In alcune opere la sua ricerca lo porta a spingersi, con risultati apprezzabili, in accentuate geometrizzazioni. L’impianto formale, unitamente al marcato cromatismo, richiamano il simbolismo Nabis. L’insieme compositivo geometrico e cromatico raggiunge sulla tela esiti di rara armonia. Queste ricerche furono forse all’epoca poco comprese, ma è proprio in queste opere che Piero Maccaferri rivela la sua grande statura di artista, fatta di capacità tecniche e cultura. E la cultura è il presupposto imprescindibile sul quale si dovrebbe fondare qualsiasi tipo di sperimentazione o percorso artistico. Renato Birolli in tal senso ci illumina parlando di: “Verità artistica regolata dalla sapienza in opposizione al sentimento”. La conoscenza è infatti, un dato oggettivo e concreto, il sentimento no. Tutt’al più quest’ultimo si potrebbe considerare l’esperienza di un dato oggettivo. Spesso si confondono le due cose, ed erroneamente al sentimento viene assegnato un ruolo preponderante nella creatività artistica. Con quell’affermazione Birolli individua nelle conoscenze la condizione di sviluppo del processo creativo. Sarà il metodo che scaturisce dalle conoscenze a dare un senso compiuto alle esperienze e al sentimento, è con la conoscenza che si rende riconoscibile un processo di verità. E qui entra in gioco l’essenza stessa dell’arte. Se la sapienza è l’accesso alla verità, l’arte ne è certamente una parte essenziale e tende a dare coscienza dell’assoluto. Nell’opera d’arte il concetto non esprimibile dell’infinito può essere intuito nel finito, in una determinata “forma”, raffigurazione o nella loro assenza. Nelle sue riflessioni Piero Maccaferri conferma questo principio, egli ha scritto: “Pittura che sente, che grida dal fondo del quadro, non realtà ma verità. Questo è quello che vale”. E in questo senso la dialettica si esprime nell’idea e sulla sua rappresentazione. Ma anche l’idea, senza un supporto culturale, non si manifesta nella propria potenziale assolutezza. L’instancabile ricerca condotta da Piero Maccaferri ha origine nella conoscenza e nell’attento studio dell’arte che lo ha preceduto. Per comprendere meglio i contenuti che stanno alla base della creatività dell’artista è bene rifarsi ad alcune teorie del Neo-Impressionismo e del Simbolismo di fine Ottocento, teorie sulla funzione espressiva delle forme e delle linee. Riprese da precedenti concetti del Romanticismo tedesco, queste ipotesi generano un filone culturale detto dell’Einfühlung. Letteralmente, immedesimazione o empatia. Secondo l’Einfühlung esiste una stretta corrispondenza tra forme, andamenti lineari e relativi stati psicologici: la linea orizzontale “espande” ed è simbolo di quiete, immanenza, razionalità; la linea verticale “eleva” esprimendo gioia, dinamismo, tensione spirituale e impulso mistico. Il fenomeno empatico sviluppato dall’osservatore non si origina dalla sua esperienza, muove invece dalla percezione dell’oggetto artistico. Le caratteristiche scatenanti sono contenute nell’opera, vengono poi intercettate ed 6

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elaborate emotivamente dall’osservatore. Queste ed altre ipotesi fondate sulla percezione vengono a trovarsi alla base della poetica di una delle più influenti correnti artistiche dell’espressionismo europeo del ‘900, il Blaue Reiter. Dagli anni sessanta in poi, le opere di Maccaferri evidenziano assonanze con questo movimento che ambiva a cogliere l’essenza spirituale insita nella realtà e nei colori, che aspirava alla piena libertà espressiva e all’armonia cromatica. Pur restando in un ambito figurativo, l’artista inserisce questi concetti nella sua ricerca. Il particolare interesse verso gli aspetti reconditi della realtà percepita e degli effetti da essi provocati, emerge da una frase lasciata da Piero Maccaferri: “Che la realtà sparisca. Che la realtà nascosta si dischiuda alla luce del sole”. Un altro aspetto fondamentale dell’opera di Piero Maccaferri è quello rappresentato dall’ incisione. L’artista, che a Brera era stato allievo di Benvenuto Disertori, rivela in questo particolare ambito una notevole padronanza. Con la tecnica xilografica, con l’esecuzione di acqueforti e incisioni a bulino e a punta secca o con l’incisione su linoleum, Maccaferri produce opere vibranti e originali: i cicli dei lottatori e delle battaglie o il lirico incanto delle predilette figure femminili. Il punto più alto di questa sua attività incisoria è costituito dalla serie delle Fatiche di Ercole. Dodici tavole realizzate alla fine degli anni ‘70 a bulino e puntasecca. Il dramma del mitico eroe che si cimenta in spaventose imprese con animali terribili ed esseri mostruosi, è reso con particolare intensità da un segno grafico particolarmente aspro e tormentato. Le imprese di Ercole simboleggiano allegoricamente il destino dell’uomo impegnato nel difficile confronto con le prove offerte dall’esperienza del vivere. La figlia Carla in proposito ha affermato: “…riscoprendo l’opera di mio padre, penso si possa affermare che quelle incisioni siano la metafora del suo percorso. Della vita di un uomo che ha sempre fatto tutto con le proprie risorse e i propri mezzi.” La vicenda umana ed esistenziale di Piero Maccaferri termina nel 1992 nella sua amata Cilavegna. Piero Maccaferri è stato un artista libero e indipendente, non si è mai sentito “arruolato” in alcun contesto. Da vero artista per esprimere se stesso si è affidato come uno sciamano al proprio intuito, correndo perciò anche il rischio di sbagliare. L’artista esprime un punto di vista della realtà, quindi non può necessariamente essere imparziale. Ma non per questo deve essere criticato. Le oscillazioni stilistiche, le esitazioni o i ripensamenti rientrano nella prassi professionale. Tutto deve essere inserito in un percorso più ampio, logico ed evolutivo. Il mestiere dell’artista non ha quotidianità. Non è lavoro di routine, sequenza invariata di azioni e di procedure. E’ un mestiere difficile perché fatto di creatività. Creatività necessaria e complessa. Un cammino lungo e accidentato che non finisce certo nella breve esperienza che ci è data. E’ così quindi, anche attraverso il vaglio degli errori, che l’artista ritrova il filo logico di un apprezzabile itinerario creativo. Molto criticabile è invece la scelta più opportunistica, peraltro molto praticata: l’accontentarsi del facile consenso, il crogiolarsi in una dorata ripetitività, nella confortevole illusione di essere giunti alla compiutezza della propria cifra stilistica. Piero Maccaferri, nelle sue opere mai banali e nella sua sperimentazione ha dimostrato di possedere le qualità del vero artista. Nel suo lavoro costante e nascosto ha continuato a ripetere il prodigio della creatività. E’ stato un uomo che nel proprio cammino professionale si è superato, esplorando nuovi territori e che in un continuo crescendo si è mantenuto sempre conforme alla propria etica, riscontrandosi al termine dei suoi percorsi sempre dalla stessa parte, quella giusta, quella dell’autenticità. Paolo Salvo 7

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...queste opere caratterizzate da calde dominanti rosso-arancio ci introducono in ambienti pervasi da un’intensa e silenziosa intimità; igure indolenti raccolte in se stesse, pensose, assopite; personaggi simbolicamente immersi in una solenne dimensione di attesa che esprimono un anelito di pace e tranquillità, non solo interiore... anni 8

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piccola bionda 1938, olio su tavola, cm. 35 x 40 9

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il bevitore 1946, oliosu tela, cm. 40 x 60 10

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nudo Seduto 1946, olio su tela, cm. 35 x 50 11

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compoSizione con tre figure 1946, olio su tela, cm. 45 x 55 12

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bevitore Seduto 1946, olio su tela, cm. 40 x 50 13

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