L'articolo1 N°1-2

 

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Numero doppio 1-2 della Rivista della Fondazione Nenni

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Anno I, numero 1-2, 2015 Promesse tradite, spot elettorali richieste insoddisfatte di equità Il naufragio del fisco Contributi di: GIUGNI · LOMBARDI · NENNI · BENVENUTO · CRISAFULLI · COCO · CUCHEL DI MAJO · EMILIANI · FERRAJOLO · GENTILE · GHEZZI · LISO · LOY · MAGLIE · MANUALI · MATTINA MILANO · MINIATI · MUSI · PICA · PROIETTI · ROAZZI · RUSSO · SALVI · TAMBURRANO · TEDESCO Documenti: BANCA D’ITALIA · CORTE DEI CONTI · SVIMEZ

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3 Il SOMMARIO 4 Ciao Mauro 6 Ricordando Ingrao 21 L’editoriale di Giorgio Benvenuto 26 La nota di Giuseppe Tamburrano 28 Qualcosa di sinistra di Cesare Salvi 32 Degrado capitale di Vittorio Emiliani 36 Sport & costume di Luigi Ferrajolo Dossier Sud 164 Disinvestire è un po’ morire di Federico Pica 168 L’eclissi del meridionalismo di Enzo Mattina 178 Rapporto Svimez 214 Le aspettative tradite di Angelo Gentile 220 La cultura pre-moderna di Antonio Tedesco 226 Vento del sud di Pietro Nenni 230 Il riformismo di Giugni di Franco Liso 239 Appendice Giugni Il fisco e i cittadini 40 Il tema di Antonio Maglie 46 Lo scenario di Enzo Russo 54 L’analisi della Corte dei Conti 62 Le proposte di Guglielmo Loy 68 Il sindacato di Carlo Ghezzi 74 Le imprese di Antonio Di Majo 80 I partiti e le tasse di Adriano Musi 84 I pensionati di Silvano Miniati 90 Gli “autonomi” di Sandro Roazzi 96 L’Europa di Domenico Proietti 102 I commercialisti di Marco Cuchel 108 I numeri 114 La riflessione di Enzo Manuali 120 La riscossione di Angelo Coco 124 La cronaca di Mauro Milano 128 La bocciatura di Angelo Gentile 132 Il precedente di Antonio Maglie 140 La provocazione di Edoardo Crisafulli 146 La storia di Vittorio Emiliani 150 La lezione di Riccardo Lombardi Dall’archivio della Fondazione 244 Il mistero materno di De Rosa di Antonio Maglie Incontri in Fondazione 254 Con Abel Ferrara parlando di storia 258 Biennio rosso sangue di Antonio Tedesco Presidente Giorgio Benvenuto Segretario Generale Antonio Tedesco Direttore Antonio Maglie Consulente Scientifico Enzo Russo Art Director Marco Zeppieri

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4 La scomparsa di Ferri: socialista, parlamentare segretario del Psu, ministro e presidente della Corte Costituzionale. Era nato a Roma nel 1920 CIAO È morto Mauro Ferri , nato a Roma il 15 marzo del 1920. La sua presenza sulla scena politica italiana è stata lunghissima, ed ha ricoperto un gran numero di cariche pubbliche: da Sindaco di Castel San Niccolò, a componente del Comitato Politico Centrale del Psi (sempre confermato), Partito nel quale è eletto deputato per cinque legislature consecutive, fino a diventare Segretario del PSU dopo la scissione ( ma rientrò presto nel PSI ). Nel 1972 è nominato Ministro dell’industria nel secondo governo Andreotti e nel 1979 è eletto al parlamento europeo, dove ricopre la carica di Presidente della commissione giuridica prima e della Commissione

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5 Nel 1996 è entrato nella Fondazione Nenni in qualità di socio fondatore partecipando alle riunioni del cda sino ai suoi ultimi giorni MAURO Istituzionale poi. Nel 1986 è eletto al Consiglio Superiore della Magistratura e l’anno successivo è nominato giudice costituzionale dal Presidente Cossiga. Nel 1995 è nominato Presidente della Corte Costituzionale. Concluso il periodo nella Corte entra nel 1996 come Socio Fondatore nella Fondazione Nenni e vi rimane fino alla morte, partecipando anche negli ultimi tempi, in cui si muoveva con estrema difficoltà, a tutte le riunioni del Consiglio di Amministrazione dando ogni volta il suo determinante contributo ai lavori del consiglio stesso.

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6 Ricordando Pietro Padre della Repubblica, spirito critico, eretico e inquieto della sinistra, si è spento a cento anni (li aveva festeggiati il 30 marzo) dopo aver attraversato con la sua vita fasi storiche tragiche ed entusiasmanti animato da una genuina passione per la politica

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R I C O R D A N D O P I E T R O Il mondo di Ingrao Passione e poesia Nella storia di questo Paese ha occupato un posto privilegiato. Parlamentare per dieci legislature, è stato presidente della Camera dei Deputati nei giorni drammatici del sequestro e dell’ uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Amava Bach ma riusciva a ritrovarne le sonorità anche in un idolo rock come Sting. Ha sempre avuto un rapporto particolare con i giovani, anche con quelli estremamente ribelli degli anni della contestazione che in lui riconoscevano un uomo capace di superare le divisioni dogmatiche che a quei tempi segnavano profondamente la lotta politica ra un po' come il paese in cui è nato: arroccato ma con lo sguardo rivolto verso il mare, verso l'orizzonte, verso quell'inafferrabile linea che separa l'acqua dal cielo. Pietro Ingrao ha fatto appena in tempo a compiere cento anni. Era un anziano ragazzo che continuava a coltivare l'utopia. Bastava aprire il suo sito per rendersene conto e anche chi è figlio di questi ultimi venti anni può capire perché mai quest'uomo, che come ha scritto Gaetano Arfè a proposito degli azio- E nisti, non ha mai trionfato ma, allo stesso tempo, non è stato mai vinto, sia riuscito ad alimentare sogni ed entusiasmi per una buona parte del secondo Novecento. Aveva scritto nella sua homepage: “Cara lettrice, caro lettore, internet non è un mezzo consueto, per chi è nato nel 1915; ma è il mezzo di comunicazione del presente, e ho pensato di usarlo. Sono un figlio dell'ultimo secolo dello scorso millennio: quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello stermi-

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8 R I C O R D A N D O P I E T R O nio di massa, ma anche le speranze e le lotte di milioni di esseri umani. Scriveva Bertolt Brecht: “Nelle città venni al tempo del disordine/ quando la fame regnava./ Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte/ e mi ribellai insieme a loro”. Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quando lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto vorrai portare con te nel futuro. Buona esplorazione. Pietro Ingrao”. Cento anni, la sua lunga vita, rappresentano in realtà un tratto breve della storia umana. Ma nei cento anni di Ingrao si sono concentrate vicende, avvenimenti drammatici e straordinari, grandi illusioni e cocenti delusioni. Ha vissuto quella che storici come Claudio Pavone hanno definito la “guerra dei trent'anni”, cominciata, appunto nel 1915, anno della sua nascita, e terminata nel 1945; nel mezzo una “lunga tregua” scandita dalla crisi dello stato liberale, dalla nascita dei partiti di massa, dall'affermazione elettorale socialista, dal “biennio rosso” e dall'occupazione delle fabbriche, dalla “frattura” del fascismo, dall'8 settembre giorno in cui morì la Patria ma in molti rinacque “l'amor di Patria”, dalla Liberazione e dalla conquista della democrazia. E poi questo ondeggiare italiano, di transizione in transizione, di crisi in crisi, dal centrismo al centro-sinistra, dal centrosinistra alla solidarietà nazionale, dalla solidarietà a Tangentopoli, da Tangentopoli a una seconda repubblica che dal punto di vista dei vizi non è stata diversa dalla prima, per finire a una terza ora evocata in maniera retorica e freddezza contabile. Nella sua autobiografia, Ingrao aveva scritto: “Noi siamo stati sconfitti ma abbiamo vissuto un'esperienza straordinaria. Oggi a volte, l'orizzonte della politica mi sembra diventato più piccolo e angusto”. Il titolo del libro era significativo: “Volevo la luna”. Ma quell'ambizione così pubblicamente manifestata non aveva nulla a che fare con le sue battaglie politiche, al contrario era l'espressione di una vena autoironica non sempre evidente in un uomo come lui così austero perché la luna richiesta era il corrispettivo che il piccolo Pietro aveva chiesto ai genitori per fare la pipì nel vasino. Cento anni di battaglie, di passioni, di eresie senza scismi, come spesso ha detto. Anche di amore per una politica che negli ultimi decenni lo aveva deluso. “Finché resta rigida in schemi che non colgono quel che definirei l'ambigua creatività del “reale”, non mi interessa più come prima”, aveva detto in una intervista all'Espresso già nel 1986. E sette anni dopo all'Unità confer-

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9 R I C O R D A N D O P I E T R O mava: “La politica come mestiere non suscita in me alcuna passione. Mi interessa la politica per cambiare alcune cose di questo mondo che non mi piacciono”. Nel messaggio di quel ragazzo di cento anni c'era tanto di giovanile, c’era tanto che avrebbe potuto suscitare interesse nei giovani di oggi cresciuti, al contrario, in una politica fatta per mestiere e coltivata da mestieranti, troppo rapida nei messaggi da apparire orrendamente superficale, ineffabilmente incompiuta, incommensurabilmente inadatta ad affrontare i problemi dell’oggi. Gente, quella attuale, così lontana dalla sua storia personale, la storia di un ragazzo folgorato dalla politica in un modo inconsueto, una modalità raccontata in maniera anche divertita in una intervista al Corriere della Sera, nel 2011: “Partecipai con una poesia francamente brutta sulla bonifica delle paludi pontine, scritta con sincerità apologetica, e Dio me lo perdoni. Sembrerà curiosa questa combinazione, ma ai Littoriali di Firenze incontrai l'antifascismo”. E se la Resistenza è stata in qualche maniera la continuazione del Risorgimento, con lui si chiuse un cerchio familiare: dal nonno garibaldino, Francesco, salito da Girgenti a Lenola, paese all'epoca al confine tra il Regno Borbonico e lo Stato Pontificio, al nipote Pietro. L'uomo delle complicate analisi politiche, l'affabulatore raffinato e il poeta che pubblicava sessantadue poesie (“Il dubbio dei vincitori”, il titolo della raccolta) e poi spiegava all'Espresso perché aveva deciso di cimentarsi con un linguaggio certo sottile ma di una sottigliezza più leggiadra, più sentimentale di quella della politica: “Nelle more di immaginarie fissità nelle quali ci troviamo, illuminare il molteplice. Cogliere il distante da noi. Forse per capire che è vicino. Insomma, il senso vero della vita: che è insieme movimento e stasi. La poesia è l'unico linguaggio che consente di fare ciò”. Sicuramente non “la comunicazione politica... ormai poverissima. Io stesso quando salgo su una tribuna sento una costrizione. Sento che userò delle parole per necessità, ma entro le quali sto stretto”. Era parte di un gruppo di uomini che amavano pensare e far pensare. Un club di eretici che con le certezze si sentivano a disagio, in un mondo che ha sostituito il centralismo democratico con il centralismo monocratico. Personaggi che anche nei momenti in cui la contestazione giovanile infuriava, pur essendo già carichi di anni, riuscivano a dialogare con quei ragazzi capelloni e barbuti, armati di “cioè” e di speranze impossibili da realizzare esattamente come le sue, arsi dal sacro fuoco dell’impegno infilato nelle tasche del-

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10 R I C O R D A N D O P I E T R O l’eskimo insieme ai libri di Marcuse. Personaggi che riuscivano a sintonizzarsi con quel che si agitava al di fuori dei Palazzi perché la politica poteva stare dentro la società ma la società non poteva stare tutta dentro la politica. Gente come Foa. O Lombardi che Ingrao ha evocato abbastanza recentemente, nel 2010, in un intervista a “La Stampa” parlando di Craxi: “Era distante anni luce da un socialista come Riccardo Lombardi, lui sì di sinistra insieme ad altri nel Psi”. Quel suo stare al confine tra politica e società gli ha consentito di cogliere meglio di altri l'essenza del “movimento” che per lui significava “mantenersi aperti nel continuo ridefinirsi”. Una elasticità che lo spingeva verso l'eresia. Lo ha raccontato proprio nell'autobiografia, parlando degli scontri interni al Pci sull'Autunno Caldo: “Le resistenze a quell'assemblearismo furono violente e grandi. Si aprì una discussione anche nel partito comunista... E subito emerse il dissenso. Giorgio Amendola fu fieramente contro. Egli aveva in mente una politica duramente guidata dall'alto; e gli sembrava inammissibile che “non iscritti” potessero assumere decisioni che spettavano ai soggetti politici riconosciuti “legalmente” nell'arena. Ma non fu solo Amendola. Quasi tutto il gruppo dirigente comunista fu contro l'assemblearismo: anche Berlinguer”. Lui, invece, nei movimenti si è sem- pre sentito a suo agio. E quell'Autunno Caldo fu una rivelazione con gli operai che imponevano il loro protagonismo, la loro visibilità. Prima la manifestazione dei metalmeccanici a Piazza San Giovanni, poi l'apparizione in televisione: “Eppure l'emozione più forte forse non fu in quella pulsante manifestazione di strada: avvenne quando vedemmo gli operai dell'autunno caldo in televisione. Davvero ci parve che fosse spezzata la barriera di una lunga esclusione: quegli operai ora entravano nella realtà quotidiana secondo quel codice universale televisivo che fissa ogni giorno gli eventi... E ciò avveniva perché parlavano in prima persona senza l'intermediazione delle dirigenze... L'operaio non appariva più a fianco e con i partiti politici. La sua politicità generale riceveva una sanzione grande. Avveniva, o più esattamente emergeva un mutamento nelle forme della politica”. Da anziano ragazzo a settantatré anni andava a Modena a un concerto di Sting e ritrovava nelle sue sonorità un Bach arricchito con l'impegno civile; ed era ancora il bambino che nei campetti sterrati di Lenola segnava la porta (lui che ricopriva il ruolo del portiere) con il violino che veniva puntualmente preso a pallonate senza particolari rimorsi perché il suo giovane utilizzatore avrebbe preferito suonare il piano. Cento anni di passioni, ben vissuti, ben spesi. Mancherà a tutti.

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R I C O R D A N D O P I E T R O Salvi: ci lascia una eredità etica di Mauro Milano Chi oggi facesse politica come la feceva lui non avrebbe spazio. La sua azione è stata migliore di quella che viene messa in campo oggi per questo appartiene a un mondo passato. Ci ha insegnato il rapporto fra riflessione pensiero, convincimento, determinazione ed etica Il centro del suo pensiero dopo la morte di Togliatti fu da una parte la sensazione dell’inadeguatezza della linea prevalente nel Pci rispetto ad un mondo che cambiava; dall’altra la necessità di una innovazione nella cultura del partito. Vedeva nelle istituzioni un terreno per la modernizzazione della società Ho pensato al suo mondo, che è scomparso, la morte di Ingrao si accompagna con una storia che era finita già da tempo. Che rapporti ha avuto con lui? Quando mi iscrissi al Partito Comunista, nel 1971, era già un personaggio di grande rilievo. Ebbi un rapporto diretto con lui C osa ha pensato quando ha saputo della morte di Pietro Ingrao? nel Centro per la Riforma dello stato, Ingrao seguiva molto da vicino il mondo dei giuristi. Nel 1979, quando finì la sua esperienza da Presidente della Camera, andò a dirigere il Crs, che raccoglieva il meglio della cultura giuridica di Sinistra, c'era anche la rivista “democrazia e diritto”. Io ero molto giovane, ero uno spettatore più che un protagonista. Lo Stato e le Istituzioni, quindi, furono

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12 R I C O R D A N D O P I E T R O importanti per Ingrao? Il centro del suo pensiero e della sua azione politica, dopo la morte di Togliatti, fu da una parte una sensazione dell’inadeguatezza della linea prevalente nel Pci, rispetto a un mondo che cambiava. E dall’altra la necessità di un’innovazione nella cultura del Partito, in diversi campi, soprattutto in quello delle istituzioni. Ingrao vedeva di fronte alla modernizzazione - allora si diceva “neocapitalista” - dell’Italia un passaggio chiave, quindi la necessità di studiare, ma anche di riformare lo Stato e le Istituzioni. È stato anche al vertice delle Istituzioni. Fu il primo comunista indicato come Presidente della Camera, per il suo prestigio, nonostante le sue posizioni autonome. Ma rifiutò fermamente, ne ho un ricordo anche personale, di continuare, dopo il ’79. Sentiva la carica come una gabbia, anche perché era poco convinto della politica del compromesso storico, allora prevalente. Questo è un aspetto importante della sua personalità, non è facile per un uomo politico lasciare la terza carica dello Stato, per occuparsi di un centro di ricerca. Che visione aveva del Comunismo Ingrao, uomo delle Istituzioni, ma anche comunista? Il Comunismo era un elemento fondamentale del suo modo di ragionare, e di agire. Ingrao riteneva che Comunismo fosse il quadro, lo schema di fondo, per chiunque volesse innovare, cambiare profondamente la società e le istituzioni. Questo spiega anche perché accettò la radiazione del gruppo del “Manifesto”, o contestò la decisione di dare vita al Pds. Si oppose al cambio del nome? R: Sì, ma a differenza di altri, che fecero la stessa scelta, non per conservatorismo, ma per l’idea che solo un campo ideale, segnato da quel nome potesse essere la base per qualunque progetto di cambiamento. E’ significativo notare che, dopo la vittoria di Occhetto, aderì al Partito Democratico della Sinistra. Una sua frase di allora è rimasta famosa: «Bisogna stare nel gorgo», cioè nel luogo dove, comunque, c’è la prospettiva di un cambiamento, anche senza il vecchio nome. Alla fine, con la svolta moderata espressa dal nuovo gruppo dirigente del Pds, però, aderì a Rifondazione comunista. E che rapporti aveva con i socialisti? Lui amava e riteneva giusto dialogare con tutti, nel Psi, le forze principali con cui ha dialogato erano quelle alla Sinistra del partito. Ma ebbe un dialogo intenso anche con De Mita, per esempio, con la sinistra democristiana, non si limitò al campo della Sinistra tradizionale. Anche perché era un uomo molto curioso, molto attento

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13 R I C O R D A N D O P I E T R O a tutto quello che si muoveva. La sua radicalità lo differenziava dai socialisti di Sinistra, l’idea di una trasformazione profonda dello Stato, per dare più spazio alla partecipazione dei cittadini. Lo dimostra il libro Masse e potere, sull’idea di come i ceti popolari potessero partecipare alla direzione della vita democratica. Fu importante anche il suo impegno per la pace. Sì, fu un aspetto importante dell’impegno politico di Ingrao, legato a un rapporto più stretto con il Movimento. Ma non fu mai un “movimentista”, riteneva molto importante il ruolo del Partito politico. Un partito, però, che si rinnovasse. Al congresso del 1966, Ingrao ruppe il centralismo democratico, dicendo che non lo avevano convinto. Non nel senso di non adeguarsi alle decisioni della maggioranza, ma piuttosto di difendere anche una posizione minoritaria. Introdusse una grande novità, rivendicando il diritto a mantenere le proprie passioni. Che relazione aveva con il mondo sindacale? Era legato più che altro a chi difendeva, nel mondo sindacale, la sua a idea di partecipazione, per esempio Bruno Trentin. Non aveva una sua corrente, ma aveva compagni e compagne che lo seguivano, e Trentin fu uno di questi, con la sua idea di sinda- cato basato sulla partecipazione diretta dei lavoratori. Non a caso Trentin si dimise dopo aver firmato l’accordo sulla “scala mobile”. Accanto a tutto questo, Ingrao coltivò anche un grande interesse per la cultura. Era un uomo di grande cultura e grandi interessi, eterogenei rispetto anche al gruppo dirigente del Pci intorno a lui, più legato allo storicismo, a Croce, a Gramsci. Ingrao amava il cinema, non tanto il neorealismo, quanto altri aspetti della cinematografia di quegli anni. E fu anche un grande poeta, esprimeva la sua grande vitalità, non solo nella politica, ma anche in altri campi, come la poesia. Qual è l’insegnamento maggiore che Ingrao lascia all’Italia di oggi? L’insegnamento maggiore è nella connessione fra riflessione, pensiero, convincimento, determinazione dell’azione politica, ma anche etica della politica, senso del limite. Però, perché la sua lezione abbia senso, ci vuole una classe politica pronta a riceverla. Chi facesse politica, oggi, come la faceva Ingrao non avrebbe spazio, non avrebbe campo, non avrebbe terreno, nella politica di oggi. Secondo me, che vengo da quel mondo, la sua azione politica è migliore di quella di oggi. In questo senso appartiene a un mondo passato, il suo lascito è soprattutto etico.

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R I C O R D A N D O P I E T R O E a Nenni scriveva “La Rai ci discrimina” Questo carteggio risale a marzo del 1964. Si era nel pieno del centro-sinistra, Ingrao denunciava, a nome dei gruppi parlamentari del suo partito, l’ostracismo della Tv di Stato (l’unica che arrivava nelle case degli italiani) e chiedeva al leader socialista, all’epoca vice-presidente del Consiglio, di sostenere le richieste del Pci Una immagine di Ingrao negli anni Sessanta In basso, il biglietto augurale per il nuovo anno inviato a Pietro Nenni

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