N° 01 - Ottobre 2015/16

 

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Filmese 2015/16 - 01 Ottobre

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo OTTOBRE 2015 SOMMARIO • • • • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI OTTOBRE FILM DEL REFERENDUM I GIOVANI CON IL CIRCOLO LA STORIA FESTIVAL PREMIO DEL PUBBLICO PIETRO BARZISA NEWS DEL CIRCOLO FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona 1 IL PUNTO BENVENUTI E BEN RITROVATI Porgo il benvenuto ai nuovi Soci e il ben ritrovati ai Soci che hanno mantenuto l’iscrizione alla nostra storica Associazione. Il nuovo anno sociale sarà importante per vari motivi: nuove iniziative, nuove proiezioni di film di qualità, incremento degli incontri con i protagonisti del cinema, nella continuità della nostra tradizione di impegno per contribuire alla crescita culturale della nostra città. Le difficoltà, soprattutto economiche, che stanno attraversando anche il mondo del cinema non ci hanno ignorato e solo con l’aumento del numero dei Soci potremo affrontare serenamente il futuro della nostra Associazione. Pertanto Vi chiedo un aiuto concreto: parlate del nostro Circolo del Cinema e contribuite a creare nuovi associati. Il passa parola è sempre la pubblicità migliore. Vi confermo il massimo impegno sul nostro progetto-cinema, lontano dalle mode e dalle omologazioni indotte: seguendo una tradizione quasi settantennale, continueremo a proporre semplicemente un intelligente intrattenimento, cercando di soddisfare gli interessi e i gusti diversificati, per cultura ed età, dei nostri Soci. Cercheremo di proporre del “Buon Cinema”: film di qualità, alternativi al facile consumo, talvolta provocatori o sperimentali, spesso emarginati dai circuiti ufficiali, ma sempre interessanti ed emozionanti. Opere di registi affermati, ma anche di giovani e promettenti autori. Con una costante attenzione alle nuove cinematografie. In tutti questi anni abbiamo fatto conoscere – e continueremo a farlo – la produzione d’autore taiwanese, iraniana, sudamericana, est-europea, australiana, dei paesi africani, ovviamente Italiana, e di quanti altri sappiano darci del buon, libero Cinema. Tutto questo nel segno di una globalità che può preoccupare i cultori di supposte integrità nazionali, ma che rassicura e conforta chi crede nelle universali diversità e convergenze dell’intelligenza, del gusto, della cultura, dell’arte. Del resto è sempre stato questo l’obbiettivo perseguito dal fondatore del Circolo Pietro Barzisa, al quale, come leggerete nelle cronache della Mostra di Venezia, è stato dedicato quest’anno il prestigioso Premio del Pubblico della Settimana Internazionale della Critica, con il Circolo del Cinema ben presente in tutte le comunicazioni. Parallelamente alle notizie mensili pubblicate su questa rivista, chi vorrà è invitato a seguirci anche sul rinnovato sito Internet e sulla nostra pagina Facebook. Tutto lo staff del Circolo del Cinema augura un anno di buone visioni e ringrazia fin d’ora i Soci che saranno disponibili a collaborare nelle varie iniziative. ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. Roberto Bechis

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PROGRAMMA DI OTTOBRE 2015 ➀ GIOVEDÌ 8 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 WHITE GOD SINFONIA PER HAGEN di Kornél Mundruczó Ungheria, 2014 - durata: 1h 59’ ➁ GIOVEDÌ 15 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 ‘71 di Yann Demange Gran Bretagna, 2014 - durata: 1h 39’ ➂ GIOVEDÌ 22 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 DIAMANTE NERO di Céline Sciamma Francia, 2014 - durata: 1h 52’ ➃ GIOVEDÌ 29 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 SHORT SKIN I DOLORI DEL GIOVANE EDO di Duccio Chiarini Italia/Iran/Gran Bretagna, 2014 - durata: 1h 26’ TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO IL CINEMA K2 VIETATO LʼINGRESSO IN SALA DOPO LʼINIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA DI SPEGNERE I TELEFONI CELLULARI 2

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1 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 8 OTTOBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 WHITE GOD SINFONIA PER HAGEN REGIA: KORNÉL MUNDRUCZÓ (UNGHERIA, 2014) DURATA: 119ʼ SCENEGGIATURA: Kornél Mundruczó, Viktória Petrányi, Kata Weber / FOTOGRAFIA: Marcell Rév / MONT.: Dávid Jancsó / MUSICHE: Asher Goldschmidt / ATTORI: Zsófia Psotta, Sándor Zsótér, Lili Horváth, Szabolcs Thuroczy, Lili Monori, i cani Luke e Body / PROD.: Proton Cinema, Pola Pandora Filmproduktions, Filmpartners Festival di Cannes 2014: Premio Un Certain Regard per la regia, Palm Dog per i cani Luke e Body / Sarasota Film Festival 2015: Premio della Giuria per la Miglior Regia di un film a soggetto persecuzioni di un’umanità che pare votata alla cinofobia. Diventando molto meno dolce. E qui la storia saluta i vecchi Rin-tin-tin e Lassie, prendendo una piega splatter sorprendentemente suggestiva. Ottimo protagonista canino (in realtà sono due: Luke e Body) per un film da scoprire. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 9 aprile 2015) Una corsa sfrenata, folle, liberatoria che sembra un finale perfetto e invece è soltanto un inizio visionario per un film sorprendente... uno dei titoli rivelazione di Cannes 2014, premiato nella sezione Un Certain Regard e con il Palm dog, il riconoscimento che ormai da anni premia gli attori a quattro zampe. (…) Per il regista, il quarantenne Kornél Mundruczó, il film ha una prospettiva simbolica, dove i cani raffigurano l'immagine degli eterni reietti, per rappresentare senza tabù le difficili relazioni sociali odierne tra le fasce più privilegiate e quelle meno fortunate. «Non volevo fare un documentario o un film che ne utilizzasse il linguaggio, non è il mio stile, non è il mio modo di fare cinema. La mia idea era mostrare la complessità del problema e per farlo non potevo far riferimento ad un ambiente reale. D'altronde, si sa, più una storia è di fantasia, più è vera... Volevo far riferimento all'Ungheria il più possibile. Ho cercato di girare questo film rendendolo il più ungherese possibile e paradossalmente è finito per essere il più internazionale di quelli che ho realizzato...». (Chiara Ugolini, da “La Repubblica”, 9 aprile 2015) L’opera vive di un doppio binario per quasi tutta la durata, su cui si muove il rapporto conflittuale tra Lili, carattere ribelle, e il padre, inaridito dopo la separazione con la moglie, e le vicissitudini di Hagen, fino allo scontro finale. Se la prima parte sembra essere quasi una fragile, se pur sensibile, vicenda di soprusi, nella seconda parte il regista cambia marcia, creando vere e proprie atmosfere apocalittiche, con effetti splatter, ma senza perdere però completamente un taglio di verisimiglianza con la realtà. Infatti, se in alcuni passaggi sa essere anche deliberatamente grottesco, il lavoro più interessante è quello eseguito dagli addestratori. I cani recitano alla perfezione, creando vere e proprie coreografie di scena. Opera riuscita che sa essere capace di intrattenere e di mostrare anche una certa stravaganza creativa, mai fine a se stessa. (Leonardo Lardieri, da “sentieriselvaggi.it”, 8 aprile 2015) Tre ragioni per non perdere questo film. Una: l’inizio. Due: la fine. Si tratta di scene di misteriosa e minacciosa bellezza, piena di angoscia l’apertura, di estasi la chiusura. Possiedono l’irrealtà ipnotica del sogno, invece appartengono al mondo della realtà filmata. Di entrambi sono protagonisti 274 cani (tutti provenienti da canili) e una ragazzina di 13 anni che è un’attrice sorprendente, una minuta divinità cinofila, intensa ed eroica, che ha contro tutto: la famiglia disintegrata, una umanità crudele e remota, i coetanei che la ignorano. Unico alleato, Hagen: un bastardo labrador, forse il miglior cane attore di sempre. A questo punto la vera recensione dovrebbe finire qui; cos’altro si può dire? Che il regista (anche attore: qui fa una particina) è ungherese, avrà 40 anni nel 2015, che il film ha vinto, a Cannes 2014, il Certain Regard. Ma nulla spiegherebbe questa spietata parabola ove un cane, abbandonato, vive una tremenda avventura di violenza e degrado diventando, come Spartacus, capo di una ribellione che prende d’assedio l’intera città. Se Polanski facesse un remake di Lilli e il Vagabondo, ecco, verrebbe fuori una cosa del genere. Se non vi colpisce questo film – dedicato a uno dei più dimenticati e originali registi di tutti i tempi, l’ungherese Miklós Jancsó: ed è la terza ragione – lasciate perdere il cinema e dedicatevi tranquillamente a X Factor o a Candy Crush Saga. (Mario Sesti, da “Film Tv”, 12 aprile 2015) Ecco un film dove un inseguimento tra cani e accalappiacani è più emozionante di tutte le bagarre di Fast & Furious. Vincitore del Certain Regard a Cannes, White God del magiaro Mundruczó sembra le versione incattivita delle pellicole hollywoodiane con cani e bambini. Una legge per la protezione della razza (e i riferimenti all’avanzata elettorale del partito Jobbik non saranno casuali) impone una tassa sui cani bastardi, provocandone spesso l’abbandono. È la sorte che tocca ad Hagen, incrocio tra un Labrador e uno Shar Pei, quando il padre della tredicenne Lili lo lascia per strada. La ragazza tenta di tutto per ritrovarlo, mentre il dolce cagnone traversa una via crucis di sanguinari combattimenti tra animali, canili e altre KORNÉL MUNDRUCZÓ Il primo film del regista, nato in Ungheria nel 1975, Pleasant Days, ha vinto il Pardo d’Argento al Festival di Locarno nel 2002. Il suo secondo film Johanna, trasposizione cinematografica di un’opera musicale sulla vita di Giovanna d’Arco, è stato presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes nel 2005. Nel 2008 Delta è stato in concorso a Cannes e ha vinto il premio Fipresci. Nel 2010 anche Tender Son - The Frankenstein Project è stato selezionato per il concorso di Cannes. 3

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2 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 15 OTTOBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 ʼ71 REGIA: YANN DEMANGE (GB, 2014) DURATA: 99ʼ - OPERA PRIMA - SOTTOTITOLATO SCENEGG.: Gregory Burke / FOTOGR.: Tat Radcliffe / MONT.: Chris Wyatt / MUSICHE: David Holmes / ATTORI: Jack O'Connell, Paul Anderson, Sean Harris, Carolyn Murphy, Sam Reid, Sam Hazeldine, Valene Kane, David Wilmot, Killian Scott, Barry Keoghan / PRODUZIONE: Crab Apple Films, Protagonist Pictures, Warp Films Athens International Film Festival 2014: Miglior film / Berlinale 2014: Menzione speciale della Giuria Ecumenica per la regia / British Independent Film Awards 2014: Miglior regia, Miglior film, Miglior sceneggiatura, Miglior attore (Jack O’Connell) / Dublin Film Critics Circle Awards 2014: Premio per la regia / London Critics Circle Film Awards 2015: Miglior regista britannico emergente, Miglior attore dell’anno (Jack O’Connell) / Munich Film Festival 2014: Miglior debutto nella regia arrivi il pericolo per la sua vita. Si potrebbe pensare che, dato il soggetto, la cosa sia fin troppo facile; e lo proverebbe la mobilità della macchina da presa incollata al soldato, per restituirne il tumulto fisico e psicologico, lo smarrimento, la paura. Certo, tecniche come la cinepresa a spalla, la steadycam o altre simili, se usate con sapienza, hanno buon gioco nell’indurci a condividere la sorte e i sentimenti di un personaggio in pericolo. Il film, però, non si accontenta di questo. Via via che l’azione si sviluppa, lo spettatore è introdotto - assieme a Hook - a una molteplicità di comportamenti e punti di vista che rendono palpabile la complessità e i lati oscuri del conflitto irlandese; più ancora, forse, di quanto apparisse nei film sullo stesso tema di Ken Loach, Jim Sheridan o Paul Greengrass (e stiamo parlando, comunque, di ottimi titoli). Perfette l’aderenza al ruolo e l’interpretazione di Jack O’Connell. Del suo Hook la sceneggiatura non svela, volutamente, granché (sappiamo che si occupa amorevolmente di un bambino solo quanto lui, probabilmente suo fratello); e tuttavia riesce a farcelo sentire familiare e affine più di tanti altri di cui il cinema ci illustra minuziosamente sentimenti e psicologie. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 9 luglio 2015) (…) Il cinema britannico non è certo nuovo a narrazioni che consentano di ripensare il lungo conflitto che insanguinò l'Irlanda del Nord tenendo l'Europa e il mondo intero in ansia. Da Jim Sheridan a Ken Loach è lunga la lista dei registi importanti che hanno affrontato la spinosa questione. In questo caso siamo invece dinanzi a un esordio nel lungometraggio di un regista acclamato per la serie Top Boy, il quale non è tanto interessato ad indagare su torti e ragioni degli uni e degli altri o alla ricostruzione storica. Ciò che lo coinvolge e lo spinge a realizzare un film in cui la macchina da presa è in costante movimento non è neppure l'azione finalizzata a se stessa. Gli interessa invece proporre una riflessione (non dimenticando lo spettacolo) sul ruolo assegnato a giovani, ragazzi e bambini in qualsiasi conflitto e ancor più in quelli che lacerano al proprio interno una nazione. A partire dalla recluta Hook (non dimentichiamo che in inglese il termine significa gancio/uncino), ’71 è un susseguirsi di speranze, fragilità, possibilità di futuro che vengono infrante da una logica demolitrice di qualsiasi ideale che non sia portatore di morte per il “nemico” del momento. Chi sembra voler combattere per un futuro migliore da consegnare alle nuove generazioni in realtà ne sta bruciando, giorno dopo giorno, idealmente e materialmente le esistenze. (Giancarlo Zappoli, da “Mymovies.it”) Film d’esordio molto interessante sia per qualità formale che per ottica di approccio, ’71 ci introduce nel cuore dell’Irlanda del Nord del 1971, già da qualche anno lacerata dalla guerra civile (i cosiddetti Troubles), sullo sguardo di Gary: un soldatino inglese (incarnato con trepidante sensibilità da Jack O’Connell) che, alla sua prima missione a Belfast, finisce intrappolato per un’interminabile notte nella terra di nessuno al confine fra la roccaforte degli estremisti protestanti e i quartieri cattolici dei militanti dell’Ira. Nella fotografia virata sull’ocra di Tat Radcliffe, la scena urbana assume il rilievo di una scenografia teatrale dall’atmosfera onirica e allucinata; mentre lo sceneggiatore Gregory Burke intreccia su passo drammaturgico da tragedia elisabettiana lo scontro fra le frazioni in lotta, senza prender posizione ma badando a far emergere in seno a ogni frangia il complesso nodo di contraddizioni, violenze e doppi giochi. Noto finora per i suoi lavori tv, il francese Yann Demange dirige il tutto con tensione, rigore ed encomiabile essenzialità. (Alessandra Levantesi Kezich, da “La Stampa”, 9 luglio 2015) Esordio su grande schermo di un regista di Channel 4 di origine francese, Yann Demange, ’71 ripropone uno schema noto puntando tutto su azione e protagonisti. Adrenalinica e senza tregua la prima, ben costruiti i secondi. Applicando modalità espressive da cinema-verità a uno schema thriller, sulla falsariga del lavoro di Paul Greengrass per Bloody Sunday (2002), ma con meno frenesie e virtuosismi formali, Demange valorizza il contesto e i personaggi. Da una parte il conflitto con le sue assurdità fratricide (le fazioni, l’IRA spaccata, l’odio per la controparte fomentato fin dall’infanzia, la prepotenza lealista), dall’altra figure tragiche caratterizzate da doppiezze shakespeariane. Ottimo cast, con alcuni dei migliori attori irlandesi della nuova generazione (Charlie Murphy, Killian Scott, Barry Keoghan…) (Mauro Gervasini, da “Film Tv”, 12 luglio 2015) (...) Ecco un film che vale la pena di scoprire. In concorso a Berlino, poi transitato per altri importanti Festival, è a suo modo un esempio di cinema politico: perché rimanda a tanti altri conflitti in atto nel mondo col relativo indotto di menzogne, equivoci e sofferenze per la popolazione civile (più volte, nel film, a fare le spese della guerriglia sono ragazzini). Lo sguardo che focalizza gli eventi lascia poco spazio all’ottimismo: se i character secondari variano dal corrotto al caritatevole, l’enfasi è posta sulla prevaricazione e sulla dissimmetria dei rapporti tra chi comanda e chi esegue, subendoli, gli ordini. Però quel che rende peculiare ’71 è la scelta dell’esordiente Yann Demange, premiato come miglior regista dal British Independent Film Award, di trattare la materia narrativa nei modi di un film di genere: un survival pieno di suspense che catapulta lo spettatore al centro dell’azione, facendogli provare un’irresistibile identificazione col protagonista, braccato e in difficoltà a capire da dove 4 YANN DEMANGE Nato a Parigi e cresciuto a Londra, ha iniziato a lavorare girando concerti live e poi come assistente in alcuni commercial e video musicali. Il suo primo cortometraggio, intitolato Joe, è stato incluso dal British Council nel programma del suo festival ed è stato proiettato anche all’estero. A questo hanno fatto seguito altri corti, tra di essi Incomplete, Alan and Samir e Headspace. Subito dopo essersi diplomato alla Scuola di Cinema e televisione Nazionale, ha diretto Man in a Box per Channel 4 e in seguito la serie in quattro parti dal titolo Dead Set (candidato ai BAFTA nella categoria Best Drama Serial). Inoltre ha diretto la serie della BBC Criminal Justice (candidata ai Craft Award per la Migliore Regia, ai BAFTA del 2010). Più recentemente, ha diretto la serie Top Boy sempre per Channel 4, la quale ha ottenuto la candidatura per la migliore Regia e per la Migliore Serie ai BAFTA ed ha vinto nella categoria Migliore Serie Drammatica della Royal Television Society,oltre che il Broadcast Award del 2013. ’71 segna il suo debutto nella regia cinematografica.

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3 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 22 OTTOBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 DIAMANTE NERO (Bande de filles) REGIA: CÉLINE SCIAMMA (FRANCIA, 2014) DURATA: 112ʼ SCENEGG.: Céline Sciamma / FOTOGR.: Crystel Fournier / MONT.: Julien Lacheray / MUSICA: Jean-Baptiste de Laubier / ATTORI: Karidja Touré, Assa Sylla, Lindsay Karamoh, Marietou Touré, Idrissa Diabate, Simina Soumare / PRODUZIONE: Hold Up Films, Lilies Films, Arte France Cinéma Philadelphia Film Festival 2014: Premio Speciale della Giuria per la Miglior regia / San Sebastián International Film Festival 2014: Miglior regia / Stockholm Film Festival 2014: Miglior film, Miglior fotografia / Women Film Critics Circle Awards 2014: Miglior film sulle donne rali, extragender, nel senso che riesce a cogliere, decifrare e rappresentare con un’equidistante adesione “neutra” mondi maschili e femminili, ma anche la confusione di essi, come capitava con Tomboy, giocando più sulle percezioni che sui fatti, sulle personalità che sulle azioni. Sciamma non fa dell’intellettualismo, come potrebbe capitare a un regista italiano. Se deve far percepire una svolta nella vita di Marieme, usa, “modernamente” come una clip, Diamonds di Rihanna (da qui il titolo probabilmente italiano, nero perché si tratta di una ragazza di colore), con un senso di karaoke liberatorio, ma senza essere cool e ruffiana, come capitava al pur talentuoso Xavier Dolan di Mommy: entra in un mondo e non impone la sua sensibilità, ma cattura il desiderio, le contraddizioni, i fraintendimenti di questa “banda” di quattro ragazze, che vogliono sfidare il mondo ma senza capire, come farà invece Marieme nel finale, che prima di tutto devono sfidare se stesse: solo così la ragazza timida e sensibile, solitaria e un po’ silenziosa, terrorizzata dal potere dei maschi della famiglia, riesce a trovare la forza e la consapevolezza di lottare per ottenere il risultato agognato. (…) (Adriano De Grandis, da “Segnocinema”, luglio-agosto 2015) Nonostante gli indiscutibili traguardi messi a segno dall’emancipazione, il cinema dominante resta maschio, bianco, adulto e di estrazione borghese. Un’affermazione solo apparentemente contraddetta da un mercato saturo di prodotti per teenager, in verità pilotato da vecchi e scaltri produttori. Per trovare una differenza, nel senso più apocalittico del termine, bisogna guardare agli indipendenti, specie se di sponda francese. Sarà un caso, ma nel giro di un paio di mesi sono arrivati da Oltralpe due coming of age di straordinaria energia, sensibilità e vividezza: a maggio The Fighters, adesso questo Diamante nero, che a dispetto del titolo è un’autentica perla. (...) C’è il tumulto delle personalità in divenire tipico degli adolescenti. C’è la guerra, fisica e allegorica contro i padri e le madri e i fratelli maggiori; ci sono i corpi e il lavoro sui corpi; c’è una labile e quasi impercettibile definizione di gender. Col fatto poi che il film è tutto ambientato in una banlieu “nera” di Parigi, in un’appendice africana, patriarcale e tribale dell’Occidente, il discorso sul sesso acquista una spiccata valenza politica. Femminista. Mai sottolineata, semmai affidata all’evidenza delle immagini, sempre pulite, rigorose, concettualmente geometriche. (Gianluca Arnone, da “Rivista del Cinematografo”, giugno 2015) Vitale, energico e sfrontato ritratto della selfie generation, Diamante nero mette a nudo desideri e inquietudini adolescenziali, paure e complicità. La ritmata, realistica e convincente commedia ha inaugurato lo scorso anno la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, fotografando la forza espressiva ed estetica dei corpi in movimento, l’isolamento e l’unicità dell’età di passaggio con un linguaggio moderno e di strada nel difficile percorso della costruzione dell’identità, con la famiglia a fare da sfondo indifferente. È un cinema istintivo e primordiale visivamente raffinatissimo, costruito sui contrasti e i contatti fisici, che riesce ad aggiornare inquietudini, incertezze e ribellioni dei personaggi di Truffaut, mettendo da parte malinconia e rimorsi nel tentativo di riprodurre idiomi e stili d’una gioventù errante e indecifrabile, dinamica e impaziente. (...) (Domenico Barone, da “Vivilcinema”, maggio-giugno 2015) I film di Sciamma sono racconti dedicati a identità in farsi, a un femminile che può rivestire uno stereotipo, assecondare un’etichetta sociale, lasciarsi definire dall’ambiente, restando comunque irriducibile, singolare, in movimento. Fluido - e c’è acqua, sempre. Tentacolare, come le protagoniste di Naissance des pieuvres. Transgenere, come Tomboy. Sfuggente, e rincorsa dalla mdp in tutti i battiti del cuore, alla ricerca di tutti i colori del buio, dei bagliori delle luci. Come fa Diamante nero (titolo italiano ingenuamente coloniale): la storia di Marieme, dalla banlieue con broncio e furore, con un amore allo stato nascente, un padre che manca e una madre assente, un fratello violento, una scuola che non le interessa. E il rapporto con la sorella, una bande de filles che la coinvolge, che la educa a lasciarsi esprimere dalla retorica della strada, un cambio di nome. E, soprattutto, il corpo, che è il teatro di guerra, il luogo d’elaborazione del mondo. Un film che è il racconto dello scambio tra il sociale e l’individuo, di eventi e reazioni, di cambiamenti interiori che si scorgono sulla superficie. Frammenti d’esistenza, nessuna didascalia, zero moralismo: le banlieusard cantano Rihanna, e la scena è inno di grazia e beltà, non visione apocalittica, post-pasoliniana, di gioventù corrotta e mercificata. Non è solo la nemesi del coming of age e dei suoi canoni fissi, un film contro il mélo sociale lava-coscienza: Diamante nero è anche l’altro lato di Bling Ring. (Giulio Sangiorgio, da “FilmTv”, 21 giugno 2015) Bande de filles sembra un film di Abdellatif Kechike diretto da Sofia Coppola, tra La schivata e Bling Ring senza le asprezze del primo e il cazzeggio della seconda. E conferma Céline Sciamma come una delle più autentiche esploratrici del mondo giovanile, dalle parti di Van Sant e Lifshitz, certo non di Larry Clark, fin dai tempi di Naissance des pieuvres, con uno sguardo sincero, trasparente, mai contaminato da considerazioni mo- CÉLINE SCIAMMA Nata nel 1978 e cresciuta nella periferia di Parigi in una famiglia di origine italiana, si laurea in letteratura francese per poi seguire i corsi di sceneggiatura alla prestigiosa scuola di cinema La Femis. Utilizza lo script di fine corso per esordire come regista con Naissance des pieuvres (2007). Il film viene presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes 2007, ottiene il Prix Delluc come migliore opera prima e una candidatura ai César nella stessa categoria. Dopo il cortometraggio Pauline (2009), gira Tomboy, il suo secondo lungometraggio, che vince il Teddy Award al Festival di Berlino con un enorme successo di critica e pubblico internazionale. Collabora nel 2012 alla serie tv Les Revenants e torna alla regia nel 2014 con Diamante nero, che apre la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e ottiene quattro candidature ai César, arrivando finalista al Premio Lux del Parlamento Europeo. Tra gli ultimi lavori da sceneggiatrice ricordiamo il film d’animazione Ma vie de courgette e il prossimo film di André Techiné, Quand on a 17 ans, in uscita nel 2016. 5

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4 FILM ° PREMI: GIOVEDÌ, 29 OTTOBRE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 SHORT SKIN I DOLORI DEL GIOVANE EDO REGIA: DUCCIO CHIARINI (ITA/IRAN/GB, 2014) DURATA: 86ʼ - OPERA PRIMA SCENEGGIAT.: Duccio Chiarini, Ottavia Maddeddu, Marco Pettenello, Miroslav Mandic / FOTOGR.: Baris Ozbicer / MONT.: Roberto Di Tanna / MUSICHE: Woodpigeon / ATTORI: Matteo Creatini , Francesca Agostini, Nicola Nocchi, Miriana Raschillà, Bianca Ceravolo / PRODUZIONE: La Règle du Jeu AKAI International Film Fest Award: Menzione speciale per la regia pale di un lungometraggio che racconta con forza l’universo adolescenziale, e quelle paure che, in modi diversi, sono toccate, toccano o toccheranno ciascuno di noi. Se non è difficile rimanere coinvolti dalla storia di Edoardo, il merito va anche a una discreta estetica visiva, acerba solo a tratti, e in grado di dare un ulteriore valore alla pellicola. Curioso che, durante la visione, più volte si perdano le coordinate di trovarsi di fronte a un prodotto italiano; Short Skin sembra infatti un film indie statunitense, di quelli che si vedono al Sundance e che poi hanno successo in diverse altre kermesse internazionali. (Andrea Chimento, da “Rivista del Cinematografo”, aprile 2015) 17 anni e un’estate davanti. Edo ha gli stessi problemi della maggior parte dei suoi coetanei, tra cui un amico smargiasso che si crede playboy; una vicina di casa troppo carina che forse ci sta, forse no; la verginità. Ma l’illibatezza di Edo non è questione di timidezza per dirla con Elio e le Storie Tese, “soffre le pene per colpa del pene”, un prepuzio troppo stretto che gli causa dolori atroci a ogni sollecitazione. I tentativi di darsi piacere gli provocano solo frustrazione e indolenzimento; di fare all’amore con la ragazza che gli piace non se ne parla nemmeno; d’altronde il piccolo intervento chirurgico necessario a risolvere il problema dovrebbe essere autorizzato dai genitori e la vergogna è troppa. L’esordio nel lungo di fiction del fiorentino Chiarini ha il realismo schietto di un racconto di formazione di provincia, ancorato al territorio (siamo a Marina di Pisa) senza fare macchietta della sua regionalità; i suoi giovani protagonisti, prede di voglie e di timori, sono scritti con grazia e inquadrati con onestà, perfino quando la lotta di Edo col suo membro inutilizzabile sfiora il grottesco... Non c’è umorismo triviale, né la rincorsa di modelli d’oltreoceano, ma un’economia narrativa mirabile; il romanzo agrodolce su un ragazzo in cerca della prima volta trascolora in malinconica parabola sulla tristezza che accompagna la scoperta del desiderio e, con essa, la perdita dell’innocenza. (Ilaria Feole, da “Film Tv”, 26 aprile 2015) Ciò che colpisce di Short Skin non è però la storia in sé (...) quanto il modo in cui viene raccontata. Sarebbe stato facile adottare un umorismo triviale e farcirlo di stereotipi. Il film si caratterizza invece per una comicità genuina, mai invadente, che lascia spazio a momenti seri e riflessivi. (...) (Marco Bolsi, da “sentieriselvaggi.it”, 22 aprile 2015) La "pelle corta" del titolo è quella del teenager Edoardo afflitto da un problemino nelle parti intime. Siamo sul litorale toscano e tanto il clima quanto la goffaggine (irresistibile) del protagonista ci fanno pensare agli studenti di Roan Johnson come ai primi film di Virzì, a quelli di Lucio Pellegrini e all'attore e regista livornese Edoardo Gabbriellini. Alla toscanità (livornesepisana), rappresentata in un originale mix di sanguigna materialità e maldestra ingenuità. L'educazione sentimentale di Edoardo procede stretta tra una sovrabbondanza di richiami sessuali, tra i giovani genitori che ne fanno oggetto di continui e invadenti riferimenti e il medico che lo esorta a esercitarsi in proprio, tra la sorellina in fissa con l'accoppiamento del cane di casa e l'amico del cuore che sbava dietro ogni occasione puntualmente persa. Un ingresso nella vita salingeriano, brutale e delicato al tempo stesso. E un promettente debutto per il regista Duccio Chiarini come per l'interprete Matteo Creatini. (Paolo D'Agostini, da “La Repubblica”, 23 aprile 2015) Non capita spesso, almeno negli ultimi anni, di imbattersi in un film italiano capace di trattare con delicatezza tematiche coraggiose senza scadere nella retorica più bieca. Se, per di più, pensiamo al novero delle opere prime, ottenere un tale risultato sembra ormai impossibile. In questo (piccolo) miracolo è riuscito Duccio Chiarini, già documentarista radiofonico e cinematografico, con la sua opera prima Short Skin. E i rischi di certo non mancavano, visti i tormenti che vive il protagonista Edoardo, diciassettenne pisano sofferente di una fimosi al pene che gli impedisce la masturbazione e lo rende insicuro e impacciato con le ragazze. Mentre tutti intorno a lui sembrano parlare solo di sesso, Edoardo si rinchiude sempre più nel suo microcosmo solitario e infelice. Una nuova amica conosciuta per caso e un risvegliato interesse da parte della ragazza dei suoi sogni lo porteranno, però, a uscire dal guscio che si è creato e ad affrontare le proprie paure. Figlio del progetto Biennale Cinema College, Short Skin riesce nel difficile compito di far ridere con garbo e di trattare un argomento drammatico con un buon equilibrio di ironia e seriosità. Al centro della pellicola c’è indubbiamente il percorso (simbolico) di crescita del protagonista, ma a colpire è anche la cura con cui sono scritti i tanti personaggi di contorno, familiari di Edoardo e non. Nessun elemento risulta fuori luogo ed è proprio l’incisivo disegno d’insieme il pregio princi6 DUCCIO CHIARINI Nato e cresciuto a Firenze, studia cinema alla London Film School, dove assieme a Babak Jalali fonda La Règle du Jeu. La casa di produzione realizza in pochi anni numerosi cortometraggi che ottengono importanti riconoscimenti internazionali e tra i quali si segnalano Fine stagione, scritto con Hanif Kureishi, Alone Together selezionato a Clermont Ferrand e Lo zio interpretato da Marco Messeri. Nel 2011 realizza il documentario Hit the road, nonna. Presentato in anteprima alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema, il documentario ottiene numerosi riconoscimenti, tra i quali si segnalano il Premio del pubblico al 52mo Festival dei Popoli e la menzione speciale ai Nastri d'argento. Short Skin è il suo primo lungometraggio a soggetto.

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I FILM DA VOTARE PER IL 69° ANNO SOCIALE 2015/16 Termine del referendum: 15 ottobre 2015 ☛ Le schede per la votazione sono, come di consueto, disponibili presso la segreteria Il Socio può scegliere fino ad un massimo di quattro titoli, barrando con una crocetta le caselle corrispondenti. I tre film più votati saranno inseriti nella programmazione. ❐ È ARRIVATA MIA FIGLIA di Anna Muylaert - Brasile, 2015 Film godibile e ben recitato, piacevole sorpresa di questa fine stagione. (Il Giornale) * Un felice susseguirsi di quotidiane scenette che hanno il sapore dolce-amaro della vita. (La Stampa) * La regista Anna Muylaert segue l’evoluzione dei rapporti fra i suoi protagonisti con un’esattezza geometrica e implacabile. ll gioco delle inquadrature è una vera lezione di messa in scena, fra Buñuel e Chabrol. Con l’amore in più, perché di questo in fondo si tratta nel film. (Il Messaggero) * Premiato al Sundance e a Berlino. ❐ IN UN POSTO BELLISSIMO di Giorgia Cecere - Italia, 2015 Ha lavorato con Gianni Amelio e Edoardo Winspeare: esperienze indicative del tipo di sensibilità del cinema di Giorgia Cecere, che traccia a pastello un ritratto di donna in crisi... (La Stampa) Avvolgendo il film, come un bozzolo, attorno alla sua protagonista, Cecere anima una figura femminile opposta*e speculare alla Nena del bellissimo Il primo incarico: là una donna fiera scopriva la libertà dentro un matrimonio indesiderato, qui è un matrimonio felice a farsi incubatrice di un desiderio di diversa, più autentica, realizzazione. (Film Tv) ❐ LEVIATHAN di Andrey Zvyagintsev - Russia, 2014 Nulla sorprenderà i fan di Zvyagintsev quanto scoprire quanto sia divertente il film... (Variety) * Il regista Andrey Zvyagintsev mette la Russia contemporanea sotto un aggiornatissimo microscopio con casi come Putin e Pussy Riot. Leviathan è un pezzo stupendo di lavoro che trascende il linguaggio e le frontiere. (Rolling Stone) * Con attori di questa portata, e immagini così potenti, lasciarsi sedurre è davvero il minimo. (Il Messaggero) ❐ UNA NUOVA AMICA di François Ozon - Francia, 2014 Anais Demoustier e Romain Duris splendidamente regalano controllate e divertenti performance nel nuovo delizioso film di Ozon. (Variety) * Ispirandosi a un racconto breve di Ruth Rendell, François Ozon ha concepito un film personalissimo, condotto sulla nota di una suspense che approda a un finale paradossalmente lieto (…) Il gioco en-travesti è congeniale a Ozon: se ne compiace un po’, ma nel muoversi in bilico fra commedia, melò e mystery, mantiene uno stile impeccabile. (La Stampa) ❐ IL SEGRETO DEL SUO VOLTO di Christian Petzold - Germania, 2014 Un’odissea drammatica, che scorre tutta nel nuovo volto di Nelly, la donna che visse due volte e che non sa se riuscirà a superare il trauma di essere salva. (La Stampa) * Unica scampata della sua famiglia ad Auschwitz, ma sfigurata, Nelly si fa ricostruire il viso. Nel settore americano di Berlino la donna incontra Johnny, colpito dalla rassomiglianza con la moglie, che crede defunta, e le domanda di prenderne il posto per ottenere un’eredità. Nelly, dunque, deve imparare a vestirsi, pettinarsi, muoversi come “un’altra”. Ispirato a un romanzo poliziesco di Hubert Montheilet, di cui conserva solo l’idea centrale, il film è suggestivo e coinvolgente. (La Repubblica) ❐ TAXI TEHERAN di Jafar Panahi - Iran, 2015 Il governo gli ha proibito di fare film sino al 2030? Il regista iraniano ha coraggiosamente aggirato l’ostacolo montando una telecamera sul cruscotto di un taxi di cui si è improvvisato conducente, muovendosi veloce nel traffico per non essere notato. Ne è venuta fuori un’opera non autorizzata, che lo scorso febbraio ha vinto l’Orso d’oro a Berlino. Premio di indubbia valenza politica che tuttavia segnala un film notevolissimo: affrontando con levità temi gravi, ottiene un risultato artistico autoriale di assoluta freschezza e autenticità... Panahi orchestra le cose in modo che il film si strutturi come una commedia, anche divertente a dispetto dei risvolti amari. (La Stampa) * E il desiderio di vita, cioè di libertà, è ciò che vibra da quest’opera potente, originale, sofisticata. (Il fatto quotidiano) ❐ THE TRIBE di Miroslav Slaboshpitsky - Ucraina, 2014 All'uso della lingua dei segni, alla sordità e al silenzio si aggiungono diversi nuovi ingredienti: è la creazione di qualcosa di ricco, strano e molto originale. (Hollywood Reporter) * L’aspetto interessante di The Tribe non è tanto che i teppisti in questione sono un gruppetto di sordomuti rappresentati fuori da ogni stereotipo sui disabili, quanto il linguaggio dei segni che si traduce in puro linguaggio di cinema, trasmettendo senso ed emozioni senza bisogno di parole e didascalie. (La Stampa) * Un audace colpo di cinema che segna uno splendido debutto. (Variety) * C’è anche un humour nerissimo. Vincitore della Semaine de la Critique a Cannes 2014. (Il Messaggero) 7

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO IL CINEMA È PASSIONE IL CINEMA È OSSIGENO IL CINEMA È VITA Anna Vallicella, 20 anni I l cinema è passione, il cinema è ossigeno, il cinema è vita. Sono molte le cause che possono far nascere in una persona la passione per il cinema: un libro dal quale è stato tratto un film, per esempio, o una musica avvolgente e strappalacrime, la performance spettacolare di un attore che ci piace particolarmente, un'inquadratura imperfetta ma che rende perfettamente il senso, oppure ancora, semplicemente, un'abitudine. Da piccolissima volevo fare l'archeologa, poi la scrittrice e qui mi hanno tagliato le gambe. La psicologa, cambiai di poco, l'antropologa così avrei potuto far combaciare varie passioni. Tenendo quest'ultima come ottima possibilità, sbarcai infine a: critico cinematografico... magari regista e attrice allo stesso tempo; si vedrà. Dacché ho ricordi, mi rivedo seduta comodamente o spaparanzata sul divano a fiori del mio salotto a guardare un VHS, alcune volte in compagnia di mio fratello Alberto, altre invece sola, o meglio, in compagnia di quei personaggi capaci di farmi estraniare da quel mondo reale che non mi apparteneva e del quale mi prendevo beffa con l'innocenza tipica di bambina. Quando non sapevamo cosa fare, su consiglio della mamma io e il mio fratellone sceglievamo una videocassetta dalla nostra tutt'ora invidiabile "libreria". Lo facevamo a turno evitando di litigare. Mentre uno riavvolgeva il nastro, l'altra ad occhi chiusi doveva prima di tutto e prima di godersi quel momento di trance, indovinare nel minor tempo possibile di cosa si trattasse riconoscendone la sigla. Inconfondibili erano le colonne sonore di Star Wars, Ritorno al futuro, Il Signore degli anelli e Harry Potter, ma il bello stava nell'azzeccare quale numero della saga fosse il fortunato oggetto delle nostre competizioni. Allora ero piccola e, al contrario di mio fratello, non le avevo ancora viste tutte più volte, partiva in netto vantaggio con tre anni di età in più! Figurarsi poi se sapevo come lui i dialoghi a memoria di Le avventure di Huck Finn o Tre uomini e una gamba, giusto per fare un esempio, ma la sorpresa che mi coglieva ogni volta eccitandomi, era superiore alla rabbia, così sorvolavo (convinta di aver ottenuto la mia rivincita con il tempo). Io invece ero più propensa a studiare meticolosamente le espressioni e i movimenti, le cadenze e le pause degli attori e mi divertivo a riproporle tra le persone care. Dal momento che ero molto timida, non ho mai chiesto ai miei di frequentare corsi di recitazione, ma ora mi piacerebbe e coglierei l'occasione anche per aprirmi e lasciarmi andare un poʼ, rompendo con l'improvvisazione quella barriera alla mia eccessiva riservatezza che spesso appare come freddezza venendo scambiata per insensibile, ed esternando finalmente ciò che provo e che non riesco ad esprimere tramite effimere parole inutili… cosa che faccio solamente in presenza di me stessa o davanti ad un buon film. Sono dell'idea quindi che il mio amore per le pellicole risalga a molto tempo fa e che sia stato causato da una, forse eccessiva ma non direi, visione di film d'animazione Disney, Pixar o della Dreamworks, solo per citarne qualcuno, e film dei più svariati generi. Difatti, disobbedendo alla mamma fuori per lavoro, non erano poche le volte che il pallino rosso indicante i film vietati ai minorenni non mi impedisse di "nascondermi"/rifu- Piccole donne (qui nella celebre versione del 1949, regia di Mervyn LeRoy, con Janet Leigh e Liz Taylor) Un film per «ridere e piangere nello stesso tempo». A destra: La Sapienza (regia di Eugène Green, 2014, presentato dal Circolo lo scorso aprile) Un film d’autore per «riflettere... rendendoci più critici, maestri di vita». 8

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO giarmi per una/due ore in una storia parallela alla mia. Con questo non voglio assolutamente che pensiate che non sia stata seguita o che abbia avuto una pessima infanzia, perché le mie ore all'aperto a giocare ci sono state, eccome, e non appena mi rendevo conto che un film mi spaventava, avevo il buon senso di filare sotto le coperte. Cominciai ben presto a pretendere che mi venisse insegnato a registrare i film mandati in tv, non mancando le risse con mio fratello che più di una volta ci registrò sopra dell'altro… dovetti aspettare anni prima di rivedere la mia amata storia: Piccole donne. Poi con l'introduzione dei primi cellulari dotati di videocamera, cominciai a girare i miei primi cortometraggi; anche se allora si trattava per lo più di documentari naturalistici, dal momento che vivo circondata dalle montagne ed immersa nei boschi. Con grande nostalgia più che amarezza, rimpiango di non aver conservato uno di quei filmini, ne rimane tuttavia saldo il ricordo. Crescendo e studiando, ho alimentato quello che probabilmente era un amore innato: durante le lezioni di linguaggi non verbali e di visione complementare di film ero l'unica che con interesse e fame di nozioni prendeva appunti confusi, per non dire illeggibili, senza fatica, su argomenti inerenti, e quando visitai il museo vicino alla scuola (del quale non sospettavo l'esistenza), fu una piacevolissima scoperta. Ciò che con il tempo ha fatto sì che comprendessi e realizzassi il mio amore per il cinema, sono state però la lettura e la fotografia, altre due mie profonde passioni. La prima con il confronto e la critica tra le versioni cartacea e cinematografica e la seconda in quanto parte integrante del processo filmico, in grado di catturare un attimo con la luce e le emozioni che esprime e scatena. Ecco perché ho deciso di seguire quella voce interna ed iscrivermi quest' anno a due corsi di scrittura e comprensione del prodotto cinematografico tenuti alla Biblioteca Civica di Verona e di seguirli metodicamente con costanza. Questi ultimi mi hanno dato modo di rafforzare il mio interesse in merito, spingendomi in una vorticosa ricerca ulteriore e, tra le tante cose, mi hanno insegnato che: nulla in un film è casuale, il che mi affascina ed attrae visti il mio lato razionale e la mia pignoleria e allo stesso tempo intimorisce e fa venir mal di testa considerate la mia pigrizia e sensibilità. Come chiunque ho i miei pallini; per dirne uno, sono dell'idea che in sala o davanti a qualsiasi proiezione: "Silenzio! Le domande alla fine." Tutto, dai titoli di testa ai titoli di coda deve essere colto e osservato con occhio scrutatore, orecchio attento e "tatto"/spirito scrupoloso. Per di più, non me ne faccio nulla di un lieto fine inverosimile, che mi lascia solamente delusa e dimentica di quel buono che potrebbe senza dubbio esserci stato. Sono per tutta misura per i finali giusti; esempio banale: se il protagonista deve morire alla fine, anche se triste e crudele, nulla mi importa ma deve fare una (non sempre considerata brutta) fine. Mi definisco fermamente manzoniana, quello che per Manzoni era la letteratura per me è il cinema, ovvero accessibile a tutti, per tutti. Per questa ragione sono un poʼ, passatemi il termine, contraria ai film di nicchia. Non è giusto, nemmeno per il film stesso e tutti coloro che ci hanno lavorato, che non venga apprezzato perché troppo difficile da capire o tortuoso da seguire. Capitemi, vado matta per le metafore e fosse solo per me non mi lamenterei, ma non posso fare a meno di pensare anche alle altre persone intenzionate a godersi un film che sfortunatamente non apprezzeranno. Vero è che a volte è proprio questa l'intenzione. In questo caso: tanto di cappello. I miei film preferiti non ve li svelo perché ritengo siano una cosa troppo intima e personale, per di più mi risulta impossibile stilare un breve elenco dei miei attori o registi preferiti, forse neppure in merito al genere. Ma tutti vanno di pari passo alla mia unità di misura di gradimento, ovvero: il pianto, la commozione. Mi spiego meglio, non che tutti i miei film preferiti siano indiscutibilmente drammatici o romantici, ma è buona probabilità che, se ci sta un piantino da parte mia, potrei considerarlo un lavoro ben fatto. Piango per un niente, ma quel niente deve essere veritiero, credibile (la morte della mamma di Bambi mi ha segnato e tutt'ora mi scuote, per esempio), fatto bene, ben montato, girato, interpretato e recitato; non servono frasi melense o già sentite. La cosa che più mi piace del cinema è che fonde tutte le arti: dalla scrittura alla fotografia, alla musica e, cosa più importante, unisce l'utile al dilettevole, compito che tempi or sono spettava al teatro. Il cinema insegna. Ovviamente non mi riferisco ai cinepanettoni, alla serie di film intitolati Natale a… che comunque hanno anch'essi il loro scopo, ma parlo di quei film che hanno qualche cosa da raccontare, qualche cosa di vero, genuino, che sia un sentimento o qualche cosa di giusto non importa. Mostrano come la realtà è, dovrebbe e/o potrebbe essere, dipingono con maestria e infiniti modi il bene e il male, ci fanno ridere e piangere, a volte allo stesso tempo, sognare o stare con i piedi ben saldi a terra distruggendo a volte in modo meschino ed ambiguo le nostre fantasie fittizie. Sono capaci di farci emettere un gemito e tremare dalla paura, ma soprattutto, sanno farci volare e così riflettere, catturando la nostra attenzione e rendendoci più critici, maestri di vita, senza richiedere sforzi eccessivi né tanto meno impossibili. Io stessa non posso fare a meno di cogliere, come sottolineo nei libri o per quanto riguarda immagini tramite la fotografia, frasi che mi colpiscono, trarre spunto ed imparare da un film, e ora, con quella poca e misera competenza che mi ritrovo, apportare sia dei giudizi oggettivi e tecnici, sia dare valutazioni soggettive su cosa mi sia piaciuto e cosa no. Ma troppe parole appaiono vane e sono pienamente convinta che sarebbe bastato solo che citassi un aforisma e così vorrei lasciarvi, con una frase che lessi mesi fa, titolo di un articolo su di un giornale, la quale mi piacque talmente tanto che ho deciso di farla mia e di riproporvela: «Aprite gli occhi: il cinema è la medicina del mondo» e mi permetto di aggiungere «soprattutto in unʼera come questa, dove il senso che predomina è quello della vista». Grazie. 9

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LA STORIA NASCITA DEL CINEMA Mario Guidorizzi I l cinema diventò spettacolo per un pubblico pagante il 28 dicembre 1895. Era sabato sera e nel Salon Indien du Grand Café, sul Boulevard des Capucines a Parigi, l'impresario Clément Maurice organizzò un evento in cui venne ufficialmente presentato il "Cinématographe Lumière". Il nome era quello usato nel 1892 da Léon Bouly per un apparecchio, poi brevettato dai fratelli Louis e Auguste Lumière, capace di riprendere immagini in movimento e già presentato nel giugno dello stesso anno all'Accademia francese delle Scienze. La data del 28 dicembre non è pertanto quella della nascita del cinema, già sperimentata in forma primordiale oltre oceano da Thomas Edison, bensì quella relativa alla prima proiezione pubblica. Il programma comprendeva una decina di raccontini, ciascuno della durata di circa due o tre minuti, e fu ripetuto, accompagnato dal suono in diretta di un pianoforte, ogni mezz'ora. Si trattava, a ben vedere, di un cerimoniale che il cinema non smetterà più: una sala con installazioni fisse, un programma esibito a riprese regolari, il fondo sonoro che dà appoggio uditivo alle immagini, allora grazie alla collaborazione dei cosiddetti "tapeurs" i quali, seduti davanti al pianoforte collocato sotto lo schermo, avevano il compito, necessario, di commentare musicalmente l'azione. Perché necessario? Il problema era soprattutto di ordine percettivo, risultando ancor oggi come spettrale l'immagine priva di suono. Commentando ad esempio il cortometraggio dei Lumière Partie d'écarté, Massimo Gorkij ebbe severamente a dichiarare: «I personaggi ridono a crepapelle ... ma non si ode alcun suono. Sembra che quegli uomini siano morti, e che le loro ombre siano condannate a giocare eternamente a carte, in silenzio». Ma perché la nascita del cinema era così tanto attesa? Bisognerà risalire a secoli e secoli fa, nella Spagna del Nord, precisamente ad Altamira, quando un nostro antenato dipinse sulla roccia di una caverna dei bisonti e dei cinghiali, ma di quegli animali volle riprodurre il movimento segnando pertanto più gambe l'una accanto all'altra. In “De rerum natura” (65 a.C.) Tito Lucrezio Caro descrisse nella visione dei sogni il principio della persistenza delle immagini nella retina dell'occhio e molto più tardi, su suggerimento di Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, da sempre attirato dai sogni e dalla magia, descrisse i principi della camera oscura. Molte le scoperte successive, da lì in poi, fino allo strepitoso successo di quella mitica serata che avrebbe visto il pubblico affollare sempre più il Grand Café. Esauriti tuttavia i primi, brevissimi soggetti (una sola inquadratura ciascuno), bisognava trovarne altri un po' più sofisticati. Nacquero i primi documentari ed il Cinematografo dei Lumière e il Vitascope di Edison si fecero la prima concorrenza. I rispettivi teatri di posa cominciarono ad essere frequentati da attori di varietà, ballerini, acrobati. Un po' più tardi si pensò pure di mandare in giro per il mondo gli operatori, mentre continuavano le richieste di apparecchi e di film da proiettare. 10 Il 3 aprile del 1896 ebbe luogo una proiezione pubblica del Vitascope di Edison basata su un film a soggetto, Annabel the Dancer. E ancora di quell'anno ecco The Kiss, realizzato da un collaboratore di Edison, Frank Gammon, interpretato dalla prima coppia di innamorati dello schermo, gli attori Mary Irving e John Rice. Insieme a Il bacio era nato così un nuovo genere di cortometraggi sentimentali, obbligatorio quello che sarebbe diventato il tradizionale "Happy End" di tante pellicole a seguire. Così come da subito si pensò di rallegrare gli spettatori con operette comiche, il prototipo delle quali è senz'altro L'arroseur arrosé dei Lumière, dove un giardiniere che sta inaffiando il suo giardino viene inaffiato a sua volta da un ragazzino discolo che preme il piede sul tubo dell'acqua liberandolo nel momento stesso in cui l'eroe ne guarda l'imboccatura. Due avvenimenti parvero però minacciare sin dal 1897 il progresso del cinema, uno di ordine tecnico (l'incendio dei Magazzini del Bazar de la Charité causato, si disse, dall'infiammabilità della celluloide), l'altro di ordine commerciale (una spietata lotta per i brevetti, provocata da Edison, così accanita da implicare tutti coloro che negli Usa si erano dedicati all'industria degli apparecchi cinematografici). Pur considerandosi gli inventori, i fratelli Lumière si ritirarono verso la fine del secolo, ma il cinema era già in grado di superare le prime crisi. In tutta Europa, e in tutto il mondo, ricominciò un'attività frenetica e pure la luce artificiale entrò a far parte delle riprese, ad esempio per un documentario su un incontro di pugilato vennero utilizzate centinaia di lampade. All'esposizione parigina del 1900, tra un baraccone e l'altro, vi erano locali per la proiezione di film. La gente entrava, guardava, ammirava. Poteva tra l'altro assistere a qualche opera parlata. Per la prima volta, infatti, qualcuno aveva tentato di sincronizzare l'immagine del cinema con il suono di un fonografo: si trattava di Georges Méliès, il genio della fantasia e degli effetti speciali, allora un sorprendente ed apprezzatissimo valore aggiunto. Stava per nascere il racconto cinematografico anche negli Stati Uniti dove nello stabilimento Raff e Gammon si presentò un giorno un marinaio che aveva voglia di esprimersi attraverso il cinema. Il suo nome era Edwin S. Porter, probabilmente il primo "Cinématographe "poeta" del cinema americano. Lumière" In pochissimi anni, dunque, l'invenzione ebbe la miracolosa opportunità di trasformarsi da opportunità tecnologicamente attrattiva a qualcosa di più inaspettato, quel cinema d'autore che tanto ancor oggi inseguiamo ed amiamo e di cui non potremmo fare a meno.

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FESTIVAL DI PESARO TRA VECCHIO E NUOVO Malin Petzer L a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema Pesaro festeggia i suoi primi 50 anni con un lancio verso il futuro che non si fa notare soltanto nel titolo “50+1”. Il dogma del “nuovo” nella ricerca cinematografica del festival viene interpretato quest'anno come una porta aperta sia per i giovani registi e il loro innovativo linguaggio cinematografico contemporaneo, sia per i giovani critici. In questo spirito la giuria del concorso è stata affidata a studenti di università e scuole di cinema. Allo stesso tempo però non è stato dimenticato il tributo al passato: il grande Pier Paolo Pasolini è stato onorato con una selezione dei suoi film, diversi incontri e la dedica della Sala Pasolini alla sua memoria. Qui, all'interno del Teatro Sperimentale, quest'anno vengono presentati film in Super8 che dimostrano la vitalità di un formato nato esattamente 50 anni fa. Il passato più prossimo trova invece la sua rappresentazione nell'Evento Speciale, dedicato agli esordi italiani dell'ultimo quinquennio. Fra 250 opere prime, datate tra il 2010 e il 2015 sono stati scelti 17 titoli: commedie innovative, film diretti da attori passati dietro alla macchina da presa, film ibridi o di derivazione documentaristica, ed altri “fuori norma”, cioè sperimentali. Il filo rosso dell’originale ricerca linguistica caratterizza e unisce tutta la rassegna, la quale include tra gli altri Piccola Patria, presentato anche nell'ultima stagione al Circolo del Cinema. Infatti, alcune delle opere prime e seconde proposte durante il Festival sembrano parlarsi tra loro, nonostante derivino da tutto il mondo. E non solo: La sezione “Because the night” si inserisce perfettamente nell'ambiente reale delle presentazioni all'aperto nella Piazza del Popolo e sembra interagire così con il battito cardiaco della vita notturna di Pesaro. Nonostante ciò “Nuits blanches sur la jeteé”, racconto lento delle quattro notti in cui un uomo a passeggio conosce una ragazza in attesa del suo amato, e delle loro conversazioni sulla vita, spesso interrotte da lunghi silenzi, non è riuscito ad avvincermi. Forse proprio perché non coincideva con quel battito allegro della città, con le risate e le voci trasportate dai bar e dai ristoranti vicini, così contrastanti con la sceneggiatura buia e silenziosa del film. Un altro film proiettato all’aperto è stato invece un'esperienza particolarmente positiva. Nella pellicola in concorso Petting Zoo, la vita della 17enne Layla viene stravolta da una gravidanza inaspettata. La sua ricerca di se stessa tra lavoro, sogni di studio, amore e pressioni familiari mette in scena una realtà non più così rara nel Texas, luogo di nascita della regista. Lavorando solamente con attori non professionisti e riprendendo i luoghi e le tematiche della sua propria infanzia, la regista Micah Magee regala allo spettatore una visione dello spettro emotivo e del contesto sociale di Layla in modo sin- cero, immediato e parzialmente autobiografico, come conferma la regista americana durante l'incontro con il pubblico. Il tema dell'identità domina anche la selezione dei film del regista turco Tayfun Pirselimoglu. Come gli altri quattro film scelti per questa sezione, anche il suo Ben o deglim (I'm not him), vincitore del premio per la miglior sceneggiatura a Roma, è centrato sulla fascinazione per l'identità dell'altro e la perdita della propria. Con uno stile minimalista, privo di enfasi, lento ma nonostante ciò emozionante, il regista e poliedrico artista mette in scena la vita di Nihat. L'uomo, annoiato e solo, si lancia in una relazione con la collega Ayse; scoprendo di essere d’aspetto quasi identico al marito di questa, rinchiuso Scena del film Petting Zoo di Micah Magee presentato anche nel “Panorama” della Berlinale 2015 in prigione, incomincia una discesa lenta e consapevole verso il suo ineluttabile destino. Tra i sei film in concorso ritroviamo anche Terra, un collage di riprese di rovine, città contemporanee, voli spaziali e paesaggi marocchini. Qui si mescolano immagini tratte da documentari, materiali d'archivio e foto d'epoca, che raccontano la missione di un viaggiatore proveniente da altri mondi che, con l’aiuto di una giovane terrestre, deve decidere il futuro dell'umanità. Il susseguirsi di diverse lingue, seppur sottotitolate, in combinazione con il ritmo velocissimo delle scene, rende faticosa la visione del film sperimentale. Tra mare e montagna, vecchio e nuovo, incontri e proiezioni, corti e lungometraggi il Pesaro Film Festival 2015 è stato un'esperienza multisensoriale e stimolante, coerente con l'orientamento del Circolo del Cinema di Verona: verso il futuro, verso i giovani. 11

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MOSTRA DI VENEZIA PUBBLICO E CRITICA DIVISI IN UN FESTIVAL DI RICERCA Lorenzo Reggiani C on la 72a Mostra del Cinema di Venezia il distacco tra pubblico e critica, tra spettatori e cinefili, si è fatto ancora più profondo. I film più applauditi dal pubblico sono stati accolti con freddezza dalla stampa e addirittura ignorati dalla giuria. Raramente un verdetto ha smentito così clamorosamente le previsioni della vigilia e ha confermato così nitidamente il distacco come quello emesso dalla giuria presieduta dal regista messicano Alfonso Cuarón che ha attribuito il Leone d’oro al venezuelano esordiente Lorenzo Vigas per Desde allá. È una storia di solitudine e omosessualità ambientata in una Caracas plumbea in cui il protagonista rifiuta ogni contatto fisico con i ragazzi che adesca, finché la violenza di uno di loro lo coinvolge. Un’opera prima che, per il direttore della Mostra Alberto Barbera, «è destinata a dividere, è esigente, non concede nulla allo spettatore, un linguaggio che toglie anziché aggiungere». Ecco, appunto, un esempio illuminante di “film da festival” che in sala (in Italia sarà distribuito da Valerio De Paolis) non appare destinato a mietere successi. Per la verità a Venezia anche la critica si è mostrata freddina, come noi, non ritenendolo degno del massimo premio. Concordi tutti, invece, sul Leone d’argento all’argentino Pablo Trapero per El clan, uno dei pochi film a mettere d’accordo spettatori e critici, la storia vera di un ex agente dei servizi durante la dittatura, che organizza rapimenti con la complicità della famiglia. E ancora soddisfazione generale per la Coppa Volpi che ha giustamente premiato Valeria Golino, magnifica interprete di Per amor vostro di Giuseppe Gaudino, uno dei quattro italiani in concorso, con un’opera da cui si viene respinti o travolti. Già, e gli altri tre? Tutti a mani vuote. Piero Messina con L’attesa ha mostrato il suo talento schierando una intensa Juliette Binoche in dense atmosfere pirandelliane che dovrebbero essere ripulite da certi toni esasperati; Luca Guadagnino ha sbagliato tuffo in A Bigger Splash, risultato un grande gratuito spot per Pantelleria; Marco Bellocchio con Sangue del mio sangue ci ha dato un film spiazzante, che non riesce a fondere l’oscurantismo del passato (momenti bellissimi) con le ossessioni del presente, tragiche e comiche insieme. E ci dispiace, davvero, per quel Leone d’oro sempre sfiorato. Come ci dispiace - senza sciovinismi - per il magrissimo bottino del nostro cinema a questa Mostra. Era successo così anche a Cannes: tre in gara e nessun riconoscimento. La differenza è che al festival francese correvano tre autori come Moretti, Garrone e Sorrentino con opere tra le loro migliori. Sulla Croisette il cinema francese era stato trionfatore, al Lido si è dovuto accontentare della Coppa Volpi al sessantatreenne Fabrice Luchini, che ne L’hermine di Christian Vincent interpreta un giudice folgorato da una giurata. Premio meritato per una commedia alla vecchia maniera, assai tradizionale ma ancora ben fatta, che si vede con piacere. Da vedere anche La gioia all’annuncio del vincitore del Leone d’oro 12

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IL CONCORSO I PREMI UFFICIALI DEL CONCORSO LEONE D’ORO per il miglior film a: Desde allá (from afar) di Lorenzo Vigas (Venezuela /Messico) LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a: Pablo Trapero per il film El clan (Argentina / Spagna) Il regista Giuseppe Gaudino e l’attrice Valeria Golino, felice per la meritata Coppa Volpi assegnatale dalla Giuria. GRAN PREMIO DELLA GIURIA a: Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson (USA) COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Valeria Golino nel film Per amor vostro di Giuseppe Gaudino (Italia) COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: Fabrice Luchini nel film L’hermine di Christian Vincent (Francia) PREMIO MASTROIANNI a un giovane attore emergente a: Abraham Attah nel film Beasts of no Nation di Cary Joji Fukunaga (USA) Premio per la MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Christian Vincent per il film L’hermine di Christian Vincent (Francia) PREMIO SPECIALE della Giuria a: Abluka (Follia) di Emin Alper (Turchia, Francia, Qatar) il film Usa di animazione di Charlie Kaufman e Duke Johnson Anomalisa, che ha ottenuto il Gran Premio della Giuria: molto originale e non solo perché per la prima volta dei pupazzi fanno l’amore. Ma al di là dei vincitori (senza dimenticare Abluka di Emin Alper, ritratto crudo della Turchia di oggi, Premio Speciale della Giuria), questa edizione della Mostra, più ancora delle passate, ha fatto discutere per gli sconfitti, tra cui grandi maestri, dati per certi nel palmarès, come Sokurov (Francofonia) e Gitai (Rabin, The Last Day). Sono stati ignorati gli acclamati The Danish Girl del premio Oscar Tom Hooper e Remember di Atom Egoyan, così come il delizioso e ironico Marguerite di Giannoli con una attrice non famosa ma bravissima che interpreta il “peggior soprano della storia”. Si rifarà sicuramente nelle sale, alla pari di Danish Girl con la protagonista che accompagna il marito (straordinario Eddie Redmayne, fresco di Oscar) nel cambio di sesso. Sesso che, per il resto, è stato quasi assente nei film in concorso. Film che in gran parte sono tratti da storie vere. È come se il cinema davvero, a Venezia, dicesse che può e deve fare questo, oggi: mettere in scena la realtà senza finzione. Il concorso alla fine ha confermato le intenzioni di una Mostra che ha preferito puntare su un cinema di ricerca linguistica e di riflessione intorno ai grandi temi della vita (potere, arte, memoria, morte) piuttosto che su un cinema di impianto drammaturgico classico. Allora si capisce che il verdetto finale è in linea con la “mission” della Mostra che «oggi che i vecchi maestri stanno scomparendo o hanno meno linfa - dice Barbera - è di scoprire autori nuovi e indicare una strada». Per il direttore artistico, che si avvia verso la riconferma, ci sono due modelli di festival: «quelli che si accontentano di lavorare in sintonia col mercato, e quelli che fanno un lavoro di ricerca. Abbiamo scelto questa seconda strada». 13

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MOSTRA DI VENEZIA 30 SETTIMANE A CACCIA DI FILM D’AUTORE Cines I l rapporto fra la Mostra di Venezia e il Circolo del Cinema risale al periodo in cui l'Associazione muoveva i primi passi sul sentiero dei film d'autore e il prof. Barzisa frequentava abitualmente il Lido (isola sfolgorante di luci e di star che facevano sognare il pubblico delle sale cinematografiche con i Cinegiornali dell'Istituto Luce prima della proiezione del film in programma) per scoprire quali pellicole innovative e di qualità il panorama internazionale poteva offrire. Quanto al “legame” di intenti con la Settimana Internazionale della Critica, esso data fin dagli inizi di questa sezione indipendente del Festival. Andando a memoria, ad esempio, piacquero molto ai soci due opere prime del 1986 entrate in distribuzione e subito “acchiappate” dal Circolo: Désordre di Olivier Assayas e Sembra morto ma è solo svenuto di Felice Farina, film rivelatori della maturità di scrittura e stilistica dei due registi appena trentenni. Quest'anno la SIC ha celebrato alla grande la sua 30a edizione. Trent'anni di costante impegno per «trovare in ambito internazionale registi in grado di operare un rinnovamento del cinema, scoprire talenti disposti con coraggio, e anche con una certa incoscienza tipica del momento dell’esordio, ad anticipare tendenze e non ad incamminarsi su strade rassicuranti». Così scriveva il Delegato Generale della SIC Francesco Di Pace in occasione della conferenza stampa di presentazione del programma avvenuta alla Casa del Cinema di Roma il 23 luglio scorso. Un traguardo che il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, organizzatore della prestigiosa rassegna, ha voluto festeggiare con tre eventi fuori concorso. In apertura il Premio Speciale Saturnia alla migliore Opera Prima di questi trent'anni, assegnato attraverso un referendum fra i critici italiani al regista e attore Peter Mullan, che con il suo debutto, Orphans, vinse il Premio della SIC del 1998, quattro anni prima di Magdalene, Leone d'oro. Gli altri due film hanno caratterizzato una inedita pre-apertura (Jia/The Family del regista-sceneggiatoredirettore della fotografia-montatore-scenografo cinese/australiano Liu Shumin, 4 ore e 40 minuti di pellicola 35mm, un vero “colpo di fulmine” per la commissione selezionatrice) e la chiusura (Bagnoli Jungle di Antonio Capuano, esordiente 24 anni fa con il film vincitore Vito e gli altri, autore sempre apprezzato per il suo lavoro personale, coraggioso, indipendente). Le sette opere in concorso, selezionate con lavoro certosino e con vera soddisfazione fra le centinaia di titoli in gara, moltissimi di pregio secondo il giudizio della commissione, girano attorno ad alcuni elementi comuni, seppur nella diversità degli ambienti e degli stili di regia: famiglie dissestate, disagi adolescenziali e conflitti familiari, confronto fra generazioni e spaesamenti provocati dalla crisi economica, ma anche uno sguardo nostalgico verso il passato, sia personale sia del tessuto del proprio paese, ed una esplorazione del territorio geografico attraverso i sentimenti, i moti dell'animo. 14 Banat (Il viaggio) dell'italiano Adriano Valerio è il percorso di emigrazione al contrario, dalla Puglia alla Romania, di un agronomo e di una restauratrice, figure fragili e smarrite come le dipingeva il bravo e rimpianto Corso Salani. Dal Portogallo viene Montañha di João Salaviza, già premiato a Cannes e alla Berlinale con due corti, che racconta una fase cruciale della vita di un 14enne costretto a crescere velocemente in mancanza di una stabile famiglia di riferimento. Due sono film di registe donne: Light Years dell'inglese Esther May Campbell affronta con sensibilità e senza facile patetismo la quotidianità di tre fratelli la cui madre è ricoverata per Alzheimer e che osservano la realtà, da cui sembrano lontani “anni luce”, per cercare di capirla; Ana Jurdu (Motherland) della turca Senem Tuzen, descrive, con uno sguardo personale ma anche politico, il mondo di tradizioni e pregiudizi che ostacolano le scelte della protagonista, una scrittrice emancipata tornata nel paese d’origine a confrontarsi con i fantasmi del suo passato. Anche in The Return, firmato con stile raffinato da Green Zeng, è il passato che ritorna in una famiglia di Singapore con l'arrivo del vecchio genitore: rimasto in prigione per decine di anni perché accusato di comunismo, si dovrà ora rapportare con l'accettazione dei figli e con le trasformazioni subite dal suo vecchio mondo. Una sorprendente scoperta sono gli ultimi due film del concorso (a buona ragione premiati): il primo lungometraggio nepalese presentato a Venezia, Kalo Pothi (La gallina nera), ed il primo film girato nell'isola di Tanna. In La gallina nera il regista Min Bahhadur Bham intreccia le vicende della comunità di un villaggio, dove, sul finire degli anni Novanta, divampa la guerra civile fra il governo del Nepal e i guerriglieri maoisti, con le appassionanti avventure di due ragazzini alla ricerca di una gallina che è stata rubata ad uno di loro e che avrebbe permesso alla sorella di pagarsi gli studi. Premio Fedeora (Federazione dei Critici Cinematografici dei Paesi Europei e del Mediterraneo) con questa motivazione: «Uno splendido, piccolo film. Un commosso e affettuoso tributo a un popolo che sopravvive grazie alla sua tenacia e fantasia». Due documentaristi australiani di successo, Martin Butler e Bentley Dean, hanno esordito nel primo lungometraggio a soggetto con Tanna, nome di un’isola dell'Arcipelago Vanuatu nel Pacifico, a nord est dell'Australia. Il film racconta la storia d'amore di due giovani, ribelli, fino alle estreme conseguenze, alle regole della tradizione tribale che impongono matrimoni combinati. La messa in scena, fiammeggiante come il vulcano dell’arcipelago al centro delle riprese, che utilizza come attori gli indigeni del luogo, ha conquistato sia il Premio del Pubblico Pietro Barzisa per il miglior film (e la cerimonia ce la racconta Carlo Vita nella pagina accanto), sia il Premio Fedeora a Bentley Dean per la miglior fotografia, perché «Lo sguardo che riprende Tanna cattura le sottigliezze e le complessità di una cultura minacciata ed offre al pubblico una nitida visione di quel mondo».

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MOSTRA DI VENEZIA UNA CERIMONIA CALDA E FESTOSA PER IL PREMIO DEL PUBBLICO PIETRO BARZISA Carlo Vita hissà come sarebbe stato contento Pietro di vedere il Circolo del Cinema di Verona inserito nel cast della 72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Meglio ancora: della Settimana Internazionale della Critica (SIC), sezione ormai trentennale della Mostra, dedicata alle Opere Prime. I cine-critici italiani sanno guardare lontano e i loro riconoscimenti si sono dimostrati giusti: ben otto autori scoperti dalla SIC (e in parte presentati negli anni scorsi anche ai soci del Circolo) hanno poi vinto Leoni veneziani. C’è da chiedersi, invece - conoscendo la ritrosia di Pietro all’autocompiacimento - se gli sarebbe piaciuto di vedere intitolato a sé, come è accaduto quest’anno, un prestigioso riconoscimento qual è il “Premio del Pubblico”. Complicato riassumere in poche righe il resoconto della premiazione, avvenuta venerdì 11 settembre, semplice e informale, come usano i critici che vanno subito al sodo, ma calda e festosa, con un filo di malinconia per i soci del Circolo presenti e di non pochi, tra quelli del sindacato, che erano legati a Pietro da amicizia e stima. Scena dell’evento, la sala Tropicana dell’Hotel Excelsior, uno degli epicentri del caravanserraglio festivaliero veneziano, a un centinaio di metri dal Palazzo del Cinema. Critici, fotografi, cine-teleoperatori, registi, autori, attori, personaggi più o meno noti e una folla variopinta di ogni lingua e Paese. Il presidente del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani, Franco Montini, ha rievocato la sua lunga amicizia e collaborazione con Pietro Barzisa e il vivo apprezzamento per il tenace e intelligente lavoro compiuto in tanti anni dal nostro scomparso presidente per lo sviluppo e la diffusione della cultura cinematografica in Italia. Egli ha ricordato in particolare, tra le molte e benemerite iniziative ideate da Barzisa, la Settimana Cinematografica Internazionale di Verona, dedicata ai Paesi stranieri, da lui curata per un quarto di secolo, rammaricandosi della sua interruzione. Ben volentieri il SNCCI aveva accolto dunque la proposta di intitolare un premio SIC al caro amico. Il nostro presidente, Roberto Bechis, ha espresso la commossa gratitudine al Sindacato per aver legato ad uno dei premi più significativi della Mostra del Cinema il nome di chi ha fondato e guidato il nostro sodalizio per quasi settant’anni, ricordando l’impegno verso il cinema d’autore di questo “cineclub” di piccole dimensioni ma di C grande volontà nel proseguire su questo percorso culturale. A questo punto, colpo di scena: Francesco Di Pace, Delegato Generale della SIC, annuncia che il Premio del Pubblico Pietro Barzisa - 30a Settimana Internazionale della Critica è stato vinto dal film Tanna, primo lungometraggio a soggetto dei documentaristi australiani Martin Butler e Bentley Dean. E ai due autori si affiancano allegramente cinque degli attori improvvisati della storia narrata dal film (una vicenda d’amore contrastato nella sperduta isoletta di Tanna, in Oceania): una graziosa Giulietta scalza con la gonna di paglia, un Romeo seminudo coperto malamente da una mantelletta e all’inguine (e solo lì) da una specie di scopa di rafia, una sorridente bambina e altri due comprimari, tutti ben abbronzati e abbigliati allo stesso modo, con sul capo una coloratissima penna d’uccello. Uno dei cinque prende il microfono e improvvisa un discorsetto di ringraziamento in perfetto inglese, confermando il trionfo della globalizzazione. Applausi e brindisi. Mentre si tornava a casa, ai più anziani dei soci presenti è venuto in mente il film inaugurale del Circolo nel 1947: Tabù di Friedrich W. Murnau, grande regista tedesco dell’espressionismo. Le traversie di Romeo and Juliet, come tutte le storie di respiro universale, si ripetono in mille varianti e, talvolta, con colpi d’ala degni di nota. Come si ripetono le coincidenze sincronicistiche junghiane. Pietro detestava le scopiazzature mélo ispirate ai tristi casi degli amanti veronesi (e aveva le sue buone ragioni), ma c’è da scommettere che Tanna gli sarebbe piaciuto.

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