olio d'artista

 

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catalogo della mostra "olio d'artista" - milano 19/27 settembre 2015

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internazionali Oltre100 lattine reinterpretate da artisti

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Francesco Sannicandro / Curatore della mostra “Olio d’Artista”

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internazionali Oltre100 lattine reinterpretate da artisti

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L’Amministrazione Comunale di Bitonto è onorata di sostenere la mostra “Olio d’Artista” a cura di Francesco Sannicandro, nell’allestimento organizzato dall’Associazione Brera Milazzo, presso una sede prestigiosa come la Stecca 3.0 a Milano, una mostra che è sintesi perfetta della valenza culturale dell’olio d’oliva nella nostra terra. La mostra ci offre lo spunto di guardare a questo magnifico prodotto, protagonista indiscusso della nostra identità gastronomica, da un punto di vista inusuale, quello dell’artista che, attraverso la manipolazione di un semplice contenitore, valorizza ulteriormente il contenuto collocandolo in un contesto diverso da quello abituale della tavola. L’olio d’oliva è da considerarsi patrimonio della nostra Regione, della nostra Provincia e in particolare della Città di Bitonto: secolare rappresentante della nostra tradizione alimentare, ha guadagnato negli ultimi anni un meritato primato di eccellenza in tutto il mondo, arrivando a essere considerato un prodotto prezioso in molti Paesi. Un valore, questo, che lo rende unico e reale interprete di una terra semplice ma al contempo generosa e accogliente. Credo di farmi portavoce della nostra comunità tutta ringraziando pubblicamente tanto gli ideatori quanto i realizzatori della mostra perché, con la loro preziosa opera, hanno dato la possibilità di allargare ulteriormente l’orizzonte della promozione territoriale e della nostra produzione di qualità. Il mio augurio è che questo possa essere un incentivo all’affermazione di un rinnovato consumo consapevole che, se da un lato, è sinonimo di salute, dall’altro è segno emblematico di una riscoperta delle nostre radici culturali fondamentale per il consolidamento della nostra identità. E non poteva esserci città e occasione migliore della Milano di Expo 2015, dedicata al cibo e al consumo consapevole e responsabile: non saranno le pur complesse problematiche, legate ad un drammatico fenomeno come la diffusione in Puglia della xylella fastidiosa, ad inficiare gli sforzi che tutte le comunità legate alla coltura e alla cultura dell’olio e dell’olivo stanno mettendo in campo per preservare il nostro oro verde e farne sempre più un prodotto d’eccellenza. Michele Abbaticchio Sindaco di Bitonto

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Siamo ormai al quarto anno di vita di una raccolta che, di allestimento in allestimento, si è andata allargando a macchia d’olio. Nata da un’idea dell’amico Marco Tribuzio e curata dal sottoscritto, con l’associazione culturale Golem, è probabilmente giunto il tempo di un primo bilancio intorno a quella idea che, nell’ottobre del 2011, condusse il primo gruppo di ventitré artisti ad aderire a questo stimolante progetto:la proposta era quella di elaborare una personale rielaborazione dei tradizionali contenitori dell’olio: lattina metallica e bottiglia di vetro. Al primo allestimento, che vide la luce a Bitonto (ottobre 2011 ), hanno fatto seguito quelli di Modugno e Bitetto (novembre-dicembre 2011), dove gli artisti partecipanti erano già saliti a cinquanta, per poi lievitare nei successivi appuntamenti di Masseria Torre di Nebbia-Corato (gennaio 2012), Villa Romanazzi - Bari (maggio 2012), Pinacoteca “Michele de Napoli” -Terlizzi (dicembre 2012 - febbraio 2013), Palazzetto dell’Arte - Foggia (16 febbraio - 3 marzo 2013), nuovamente a Bitonto (21 dicembre 2013 - 6 gennaio 2014) nell’ambito di Girolio d’Italia, presso il Torrione Angioino, Pinacoteca Civica Miani Perotti - Cassano Murge (21 novembre – 14 dicembre 2014), Olio d’Artista in vetrina - Bari (6 dicembre - 6 gennaio 2015). Con questo nuovo allestimento a Milano con Brera Milazzo presso Stecca 3 (18 – 27 settembre 2015) il tetto dei cento partecipanti è stato ampiamente superato, registrando nuove e qualificate adesioni, come quelle di docenti delle Accademie di Belle Arti di Bari, Lecce, Milano, Roma, Catanzaro e Foggia e di giovani artisti emergenti. Sul piano critico resta fondamentale il profilo della mostra vergato da Linda Roggio all’interno del catalogo della prima edizione di Bitonto, tra celebrazioni di uno dei simboli fondamentali della mediterraneità, recuperi di immagini della tradizione, virtuosismi concettuali, allusioni religiose e profane, citazioni mitografiche e letterarie. Protagonista di questa mostra non è il contenuto, ma il contenitore, che tuttavia non contiene più il contenuto per il quale è stato progettato e realizzato, bensì assume una nuova natura, quasi sacrale, di teca simbolica. Il processo non è certo nuovo per il mondo dell’arte: siamo al cospetto di una trasformazione dell’oggetto comune in oggetto artistico o opera d’arte, e penso subito al caro e grande amico Mimmo Conenna, artista di Bari scomparso prematuramente, che è stato il primo già dal 1978 (un’intera sala gli fu dedicata alla Biennale di Venezia di quell’anno) a manipolare le lattine di olio . Di questa possibilità avevano già usufruito le avanguardie storiche, dadaismo e surrealismo, ma soprattutto Duchamp. Il Novecento ha assistito anche a processi di smaterializzazione, da Cage a Fluxus, attraverso i quali si è giunti all’arte concettuale e alla performance, in cui l’opera diventa l’azione stessa nello spazio pubblico e sociale. In questo processo l’oggetto rivive attraverso molteplici forme: assemblaggio, appropriazione, archivio, raccolta. Ma nel caso delle lattine e delle bottiglie per la conservazione dell’olio ripensate nella mostra “Olio d’artista” è l’oggetto stesso che si trasforma in opera d’arte e nel contempo vede realizzarsi la perdita del suo valore d’uso: perde la funzione originale per acquisire altre proprietà, estetiche, simboliche, allusive, analogiche, allegoriche, in taluni casi persino anagogiche. Il passaggio, la trasformazione, non sono insiti nell’oggetto, ma si “materializzano” nel momento in cui l’artista ripensa e trasforma l’oggetto stesso, facendone un’opera d’arte. Non ontologia, ma fenomenologia dell’oggetto, che nel momento in cui incontra l’artista cambia natura attraverso una processualità e una trasformazione registrati e fissati nella nuova opera d’arte.

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Modello storico emblematico di questo processo è Fountain, il ready-made presentato nel 1917 da Marcel Duchamp, niente più che un orinatoio rovesciato e firmato, del quale si è discusso se l’oggetto in sé possedesse già una autonoma qualità estetica e formale oppure se queste qualità fossero solamente e indissolubilmente legate al processo di individuazione e trasformazione operate dall’artista, impossibili da rilevare nella pura forma dell’oggetto. Ma invero il momento in cui l’oggetto funzionale diventa oggetto artistico è un “accidente”, un casuale incontro tra l’artista e l’oggetto stesso, una occasione. Nel caso dei contenitori per l’olio la prosaicità provocatoria dell’orinatoio duchampiano lascia il posto alla “nobiltà”, la “sacralità” del contenuto, l’olio con cui si condiscono gli alimenti, ma anche il fluido con cui si ungevano i monarchi o si somministrano i sacramenti. Gli artisti presenti in mostra propongono infiniti diversi modi di approcciare l’oggetto, che viene trattato in modi molteplici: la mostra stessa, in quanto unità di molteplicità, è quanto mai multiforme, anzi non ha una forma e un “numero” definito, si accresce di esposizione in esposizione, le opere già viste diventano “repertorio” per altri artisti, in una moltiplicazione apparentemente senza fine. Lo stesso oggetto, bottiglia o lattina che sia, muta la sua forma di opera in opera, rimanendo al tempo stesso immutata nella sua forma primigenia. Talvolta si fa fatica a riconoscerne la forma, talvolta viene smembrata, frantumata, fusa, nascosta, ri-creata, ma non possiamo non sapere che in fondo si parte sempre da una lattina o da una bottiglia. Gli artisti si sono così appropriati di oggetti di uso quotidiano, ponendo in relazione le storie e le funzioni dei diversi oggetti nel momento stesso in cui ne hanno fatto un oggetto artistico. Sono stati messi in relazione cioè, la storia dell’oggetto di uso comune e quella dell’oggetto artistico all’interno di un processo che modifica entrambi i termini: non più solo oggetto funzionale, non solo peraltro unicamente oggetto artistico totalmente indipendente dal suo alter ego funzionale. Come Mr. Hyde e il dottor Jeckyll di Robert Louis Stevenson sono due personalità dissonanti costrette a convivere nello stesso corpo, così funzione e arte non possono mai fare totalmente a meno l’una dell’altra nel momento in cui l’artista/alchimista le costringe a convivere in un unico oggetto, caratterizzato ormai da un’indissolubile “con-fusione”. Il tema particolare, l’olio e i suoi contenitori, nonché la particolare terminologia legata alla definizione tipologica dell’oro verde, ha sollecitato non poco i giochi di parole, i doppi sensi, le sovrapposizioni testuali e semantiche: il titolo, in questi casi, non è solo convenzione per il riconoscimento catalografico dell’opera, ma diventa parte integrante fondamentale dell’oggetto d’arte, costituito dalla trilogia: oggetto funzionale / oggetto artistico / testo. Nel caso della mostra “Olio d’artista” non siamo infine, nel campo della riciclart, non si tratta di oggetti che hanno già esaurito la loro funzione e attendono di essere abbandonati o riciclati: le lattine e le bottiglie utilizzate sono tutte nel pieno della loro potenziale azione, nuove e non ancora “unte” dall’olio. Potremmo dire che non hanno avuto modo neanche di espletare la funzione per la quale sono state realizzate: contenere l’olio. Francesco Sannicandro Curatore della Mostra “Olio d’Artista”

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Un atto di libertà e implicita ribellione L’olio non è dato tal quale in natura. È il frutto dell’ingegno dell’uomo. Anche se si tratta di una operazione semplice, e perfino banale – consistente nello spremere le olive – l’aver avuto una simile intuizione ha reso di fatto l’olio un’invenzione tecnologica impareggiabile. In fondo, chi poteva immaginare che un minuscolo frutto – peraltro amarissimo e immangiabile, se non preventivamente lavorato con la necessaria accortezza e pazienza – potesse dar seguito a un succo gustoso e gradevole, capace di conferire sapidità e palatabilità ad altre materie prime bisognose di essere rese più appetibili? Le proprietà connettive e plastificanti, congiuntive, antiaderenti e lubrificanti degli oli da olive hanno permesso di far compiere un significativo passo in avanti nella elaborazione e presentazione dei cibi. Così, questa pur apparentemente ordinaria invenzione ha potuto, nel tempo, sempre più imporsi all’attenzione generale, proprio perché è stato l’uomo a cogliervi ogni volta importanti elementi di novità, tali e tanti da lasciare segni indelebili nei costumi alimentari dei vari popoli. Segni evidenti soprattutto ora che, a distanza di almeno sei millenni, è possibile scorgere nettamente l’imprinting delle varie comunità d’anime che si sono via via succedute, lasciando per certi versi una immaginaria quanto reale impronta genetica, che si è espressa e manifestata anche attraverso l’arte. Non l’arte olearia in senso stretto. Quella – per essere più espliciti, a scanso di equivoci – di chi riesce addirittura a interagire con le olive, fino a parlare la loro stessa lingua, e capirle e interpretarle di volta in volta, facendo in modo da trarne il miglior olio possibile in frantoio. E nemmeno si intende per arte la capacità di coloro che sanno miscelare sapientemente gli oli ottenuti, o, nondimeno, l’attitudine di quanti, trovandosi dinanzi a un’ampia scelta di oli disponibile sul mercato, sono in grado di farne una opportuna selezione (per qualità, origine e tipologia), riuscendo a utilizzarli al meglio, valorizzandoli alla perfezione, a crudo come in cottura. Non l’arte olearia in senso stretto, dunque, ma l’arte che trascende la materia prima e la eleva a simbolo ponendola su un altro piano. L’arte, per l’esattezza, che già solo a sfogliare le pagine del libro che accompagna una mostra originale quanto divertente nei suoi sviluppi, egregiamente ideata e curata da Francesco Sannicandro, a titolo “Olio di Artista”, ci fa comprendere quanto sia utile (per chi lo produce, chi lo vende, chi ne fruisce) che l’olio possa essere ogni volta reintepretato in modo differente, rimodulandone l’immagine, e decontestualizzandola. In tal modo, con una brillante operazione che ha coinvolto centinaia di artisti, l’olio da olive non è più una materia grassa tra tante altre disponibili in commercio, ma diventa simbolo di una civiltà che viene decodificata e consegnata libera dalle maglie imposte da un legislatore che penalizza le aziende confezionatrici nell’abbigliaggio dei contenitori dell’olio. “Olio d’Artista” diventa così un atto di libertà e di implicita ribellione al sistema, imponendo, almeno non nel consueto canale delle vendite, ma negli spazi dell’arte, un nuovo approccio con i contenitori d’olio, andando oltre la consuetudine, e invogliando, di qui in avanti, a creare felici e imprevedibili commistioni tra i contenitori destinati comunemente al commercio – che in genere appaiono inespressivi e castigati, inutilmente austeri e comunque imprigionati da troppe (e pletoriche) diciture imposte da un legislatore bulimico che sottrae spazio alla creatività – e quelli che non sono invece soggetti ad alcun vincolo.

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L’olio, prodotto antico e millenario, ha bisogno di una ventata d’aria nuova e di entrare, il prima possibile, in una dimensione altra, alternativa ai canoni ufficiali, in modo da svecchiare la propria immagine, andando incontro a nuove epifanìe. Le creazioni degli artisti non trovano oggi impedimenti di alcun genere, ma possono in compenso trovare un pubblico più aperto e incline ai cambiamenti, potendo così procedere con rappresentazioni perfino dissacratorie, e di forte rottura con il passato, fino a trascendere il contenuto presente nei molteplici contenitori, ed evocando le mille e mille forme differenti e immaginabili. La materia prima “olio da olive”, vista da sola, pur pregiatissima e nobile, sapida, profumata e funzionale nei molteplici impieghi cui è affidata, non è in grado di consegnare alla storia la parte di sé non visibile, quel tesoro nascosto che pur le appartiene ma pochi conoscono. L’alta valenza simbolica assegnata nel corso dei secoli e poi dei millenni all’olio da olive è in realtà il frutto di una mediazione culturale, senza la quale l’olio sarebbe un banalissimo grasso alimentare tra i tanti disponibili, sicuramente il più sano e gradevole, ma solo una sostanza grassa e nulla più. Senza il contributo dell’arte, ma anche della letteratura, l’olio non avrebbe avuto quell’impulso che lo ha reso oggi così popolare, e ieri, invece, così tanto celebrato da miti e religioni. L’olio da olive oggi è vissuto come una sorta di prolungamento e quasi una estensione della propria esistenza. Non è più un normale condimento tra i tanti, ma è esso stesso alimento e ingrediente di primo piano. Non più alimento generico, ma “cibo funzionale”, functional food dall’alta valenza salutistica e nutrizionale, tanto che per molti è ormai considerato a pieno titolo un nutraceutico, per metà nutrimento e per l’altra metà farmaco. Cosi – a parte le grandi opere, tra dipinti e sculture, che riprendono i segni fondanti, e fondativi, quali sono appunto l’olivo, le olive o l’olio – è sufficiente volgere la propria attenzione a quanto è avvenuto nell’epoca a noi più vicina, già a partire dal finire dell’Ottocento, con le brillanti intuizioni di quanti hanno saputo vestire, reinterpretare e far dialogare la materia prima olio, presentandola in forme e abbigliaggi nuovi, con lattine in banda stagnata che in alcuni musei si possono ancora oggi contemplare in tutta la loro originalità, anche laddove si sconfinava nel puro e selvaggio kitsch. Il grande momento, con la massima e più elevata rappresentazione che si potesse avere per i contenitori dell’olio, ma anche per le molteplici altre forme espressive di comunicazione, è dovuto ad artisti come Plinio Nomellini e Giorgio Kiernek – a suo tempo mobilitati da imprenditori illuminati come i Novaro – per proseguire, fino ad oggi, con altri artisti, e in molti casi designer, che hanno avuto la capacità di vedere nell’olio ciò che non si vede o che altri non vedono, quel quid di impercettibile capace di rendere l’olio da olive diverso e sempre attuale, contemporaneo. “Olio d’Artista”, una mostra che reputo singolare e quanto mai efficace negli esiti, si colloca per me proprio in questa lunghezza d’onda, e mi auguro vivamente che alcuni tra gli imprenditori più illuminati possano scommettere e investire su queste rappresentazioni artistiche facendole uscire dal guscio protettivo delle sale espositive. Luigi Caricato Direttore di Olio Officina Festival

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FRANCO CORTESE Sostanza della forma

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GAETANO CARIELLO Giù le mani MICHELE MARTUCCI Vergine dell’ulivo

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ELENA AGNESE SORRENTINO Rebus ad intarsio statico ENZO ANGIUONI Fantasmoil FLAVIA D’ALESSANDRO Olio extra vergine FRANCO MARROCCO Olio italiano

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GAETANO GRILLO Olio Grillo GIAN MARIA GIANNETTI Io sono qui GUILLERMINA DE GENNARO Extravergine DOMENICO CARELLA Olio

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IGNIAZIO GADALETA Molfetta VITO CAPONE Olive nere CLAUDIA VENUTO Crisma SILVIA FERRANTE Iconema pugliese

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MAURO CASTELLANI Senza titolo ANTONIO DI MICHELE Ferrarolio

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