N°91

 

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Rivista di Psicologia Analitica

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Riccardo Bernardini Robert Bosnak Penny Busetto Franco Castellana Giulio Gasca Maurizio Gasseau Annemarie Kroke Nicola Malorni Barbara Massimilla Lella Ravasi Paola Russo Vibeke Skov Ellen Wolfe Vie regie per l’inconscio a cura di Angelo Malinconico rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 39 Volume 91/2015

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura di Angelo Malinconico Riccardo Bernardini Robert Bosnak Penny Busetto Franco Castellana Giulio Gasca Maurizio Gasseau Annemarie Kroke Nicola Malorni Barbara Massimilla Lella Ravasi Paola Russo Vibeke Skov Ellen Wolfe Vie regie per l’inconscio

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Empirici sperimentatori per statuto. Ovvero creativi psiconauti. Angelo Malinconico 1) C.G. Jung (1967), L’uomo e i suoi simboli, Cortina, Milano, 2009. Con questo numero la Rivista di Psicologia Analitica festeggia i 45 anni di ininterrotta pubblicazione. Nel 1970 i primi due numeri furono dedicati al Transfert e alla Tecnica, come a voler contemporaneamente sondare e marcare il territorio con i fondamenti, affermando subito trattarsi di cosa ben diversa dai fondamentalismi. Oggi, con questo numero, in un’ideale continuità e contemporanea attenzione alle trasformazioni, si torna ad una riflessione corale sulle cosiddette tecniche junghiane. Per quanto attiene ad aspetti personali, questo volume nasce trent’anni fa; cioè quando, a fronte di esclusive frequentazioni freudiane, decisi di iniziare il mio primo percorso analitico, junghiano, naturalmente. Era il periodo in cui un amico, colto psichiatra in formazione, mi fece dono de L’uomo e i suoi simboli (1). Arrestando di colpo le letture e le esperienze “eclettiche” che andavo sperimentando, quel corposo volume, edito in veste chic per i tipi di Cortina, fece di me il Saulo/Paolo di Tarso folgorato sulla via per Damasco, proprio per le letture riferite al transpersonale e per la centralità e la caleidoscopìa attribuite al ruolo dell’immagine e dell’immaginazione. 9

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Dicevo, un numero monotematico su quelle che potremmo definire tecniche speciali (anche se non esclusive) junghiane. Ma perché dare un titolo diverso al volume? Volutamente banalizzando, dico che il titolo è stato proposto da un redattore (non ricordo chi, ma l’oblio mi sembra coerente con un avvenimento da matrice culturale di un correligionario che partorisce per tutto il gruppo) ed è subito passato come un piccolo colpo di genio. Vie regie per l’inconscio, quindi. Non vie “contro” altre modalità di avvicinamento all’inconscio, né vie esclusive, né vie obbligate. Solo vie, indicazioni, possibili rotte di navigazione per psiconauti curiosi. Ed ecco allora il gioco della sabbia, con Franco Castellana; l’immaginazione attiva, con Annemarie Kroke; lo psicodramma analitico individuativo, con Giulio Gasca; l’infant-research, le istituzioni e il gioco della sabbia, con Nicola Malorni; l’andar per gruppi, con Paola Russo; l’etnopsicologia analitica, con Barbara Massimilla; il lavoro sui sogni, in gruppo, in carcere, con Lella Ravasi Bellocchio; lo psychodramatic social dreaming, con Maurizio Gasseau; l’arteterapia di matrice junghiana, con Vibeke Skov; l’immaginazione incarnata e la scrittura creativa, con Robert Bosnak, Penny Busetto ed Ellen Wolfe; lo spaccato storico-esperienziale di Jung e di personaggi a lui vicini nella magia di Eranos/Ascona, con Riccardo Bernardini. Questi i metodi (metà-hodòs, oltre la via) esplorativi che proponiamo. In realtà non si può dire che le attenzioni di Jung alla metodologia e all’epistemologia siano state significative. O, almeno, che abbiano avuto uno spazio di sistematizzazione nelle Opere. «Non ho costruito né un sistema, né una teoria generale, ma formulato soltanto concetti ausiliari che mi servono da strumenti, come avviene per qualunque scienza» (2). Nella sua ricerca l’interesse, l’illustrazione teorica e i resoconti delle situazioni cliniche sono stati rivolti ai contenuti di teorie innovative e ad una attenzione alla psico-terapia, aspetti che in questo volume cerchiamo di illustrare proprio in relazione a interventi tecnici più o meno peculiari, alcuni da lui sperimentati o solo sfiorati, altri inventati più di recente. Così come sappiamo che, pur senza concentrarsi sulla metodologia 10 2) C.G. Jung (1952), «Risposta a Martin Buber», in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino, 1979, p. 464.

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e sull’epistemologia, Jung e la sua Psicologia Complessa hanno avuto una ricaduta significativa sulla cultura del suo tempo, su quella attuale e altra ne avranno in futuro. Mi riferisco, tra i tanti, allo sviluppo delle neuroscienze, alla fisica e in particolare alla meccanica quantistica, all’ecologia, allo studio delle religioni e alla spiritualità in generale, all’arte, al cinema, alla letteratura. Naturalmente non sto affermando che Jung non abbia avuto fondamentali intuizioni metodologiche e epistemologiche, quanto piuttosto che occorre cercarle in tutta la sua opera e derivarle da indicazioni che egli sperimentava nella clinica e di cui ci ha lasciato ampia traccia. Jung, evidentemente, percepiva una distinzione netta tra due modi possibili di interpretare la sua opera: secondo il primo, la sua opera era “empirica” e basata su osservazioni cliniche concrete; per il secondo, la sua opera era invece una raccolta di speculazioni e astrazioni filosofiche senza alcun collegamento con le realtà cliniche. Jung, per tutta la vita, si batté nei suoi scritti per ottenere la legittimazione della propria opera, tentò di condannare con fermezza la seconda posizione e fece tutto il possibile per convincere gli altri ad adottare la prima (3). 3) R.K. Papadopoulos, Manuale di psicologia junghiana, Moretti&Vitali, Bergamo, 2009, p. 42. 4) R.R. Greenson (1976), Tecnica e pratica psicoanalitica, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 5. In questo volume proponiamo numerosi esperimenti, che in certe forme sembrerebbero condurre alla conclusione che parlare di una “ortodossa” teoria del setting è una pura invenzione. In realtà dobbiamo rilevare che non esiste alcuna esplicita codificazione nei testi classici di come dovrebbe essere un setting “ortodosso”. Del resto non raccogliamo né da Freud, né dai suoi primissimi allievi scritti specifici sulla tecnica. Solo dopo gli anni ’40 del secolo scorso Glover tentò una sistematizzazione delle regole, a partire dal suo famoso questionario, inviato nel 1938 agli analisti per censire le modalità secondo le quali essi applicavano la psicoanalisi (4). Così come lo spaccato storico proposto da Bernardini in questo volume è una dimostrazione del fatto che Jung non teorizzava e non applicava alcun setting rigido. Ovviamente ciò potrà offrire argomento per i detrattori e i fondamentalisti, potrà essere interpretato come difesa psichica, oppure può attestare con chiarezza inequivocabile che 11

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[…] quanto più si approfondisce la comprensione della psiche, tanto più ci si convince che la multiformità e la multidimensionalità della natura umana richiedono la massima varietà di metodi e punti di vista per rispondere alla varietà delle disposizioni psichiche. È quindi assurdo sottoporre un paziente a cui manchi soltanto una sana dose di buon senso a una complessa analisi del suo sistema pulsionale o esporlo alle sconcertanti sottigliezze della dialettica psicologica. Ma è altrettanto chiaro che, nel caso di nature complesse, spiritualmente superiori, non si approda a nulla usando consigli benevoli, suggerimenti, tentativi di conversione a questo o quel sistema. In simili casi, la miglior cosa che il terapeuta possa fare è deporre il suo apparato di metodi e teorie, confidando unicamente nella propria personalità quale punto di riferimento per il paziente. Egli deve inoltre prendere in seria considerazione la possibilità che la personalità del paziente superi la sua in fatto di intelligenza, sensibilità, ampiezza e profondità (5). Di questo occorre avere consapevolezza, questo è l’aspetto centrale del setting. Esso è il confine, la soglia, uno spazio intermedio tra la mente-sistema del terapeuta e il sistema-paziente. Questa consapevolezza è l’unica cosa che occorre davvero sapere: qual è il Themenos in cui si inserisce il paziente. Se non si ha questa consapevolezza, si cade nello sperimentalismo cieco. Il setting è, fuor di metafora, un perimetro nella mente interna di ogni terapeuta e di ogni paziente, e può cambiare con ogni paziente, non solo con ogni metodo. L’analista è lì, mediatore tra antinomie, traghettatore, Psicopompo, per garantire che il paziente si assuma la responsabilità del suo metodo, della persona che lui è, dei limiti che lui sta ponendo. Questo è difficilissimo, in certi casi addirittura contra naturam. Propongo quindi qui di seguito, in sequenza, tre affermazioni di Jung in tema, tratte dal quel volume XVI dei suoi scritti, il suo scritto di tecnica, che indica la via maestra per l’empiria del processo analitico. Jung lo fa come in un meccanismo di diapèdesi (6), incardinando la filosofia nella religione, l’epistemologia nella mitologia, l’esoterismo nella storia della medicina. È il suo stile, inconfondibile, a tratti oscuro, sempre capace di evocare immagini: 12 5) C.G. Jung (1929), «I problemi della psicoterapia moderna», in Opere, vol. 16, Boringhieri, Torino, 1981, p. 13. 6) Passaggio di elementi cellulari del sangue attraverso le pareti intatte dei vasi capillari e delle venule: si tratta per lo più di elementi a funzione fagocitaria, che si insinuano mediante movimenti ameboidi nello spessore delle pareti vasali, le superano e si portano nell’intimo dei tessuti.

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7) C.G. Jung (1935), «Principi di psicoterapia pratica», in Opere, vol. 16, Boringhieri, Torino, 1981, p. 7. Una persona è un sistema psichico che, quando agisce su un’altra persona, entra in iterazione con un altro sistema psichico (7). […] a ciascun metodo e a ciascuna teoria va riconosciuto un certo credito, in quanto essi hanno tutti al proprio attivo non soltanto determinati successi, ma anche dati di fatto psicologici che provano ampiamente i rispettivi presupposti. Noi ci poniamo perciò nei riguardi della psicoterapia in una situazione paragonabile a quella della fisica moderna che per esempio, a proposito della luce, possiede due teorie contraddittorie. E come la fisica non trova insormontabile questa contraddizione, così anche in psicologia la possibilità che si diano molti punti di vita non dovrebbe far ritenere le contraddizioni insuperabili né le diverse concezioni del tutto soggettive e quindi incomparabili (8). […] se voglio curare la psiche di un individuo devo, volente o nolente, rinunciare a ogni saccenteria, ad ogni autorità, a ogni desiderio di esercitare la mia influenza; devo necessariamente seguire un procedimento dialettico consistente in una comparazione dei nostri reciproci dati. Ma questo confronto sarà possibile soltanto se darò all’altro la possibilità di presentare il più perfettamente possibile il suo materiale senza limitarlo con i miei presupposti. Il suo sistema entrerà così in relazione con il mio e agirà su di esso. Quest’azione è l’unica cosa che io, in quanto individuo, posso legittimamente contrapporre al paziente (9). 8) Ibidem, p. 8. 9) Ibidem, p. 9. 10) A. Samuels (1985), Jung e i Neo Junghiani, Borla, Roma, 1989, pp. 304-310. 11) Ibidem, p. 306. Jung ha appena proposto, con queste parole, la metafora del guaritore ferito (10). Lascio ad una immagine grafica la più emblematica ed evocativa sintesi del nucleo più profondo e irriducibile della psico-terapia, così come la intendeva Jung, con la moltitudine di personaggi (con i relativi transfert e co-transfert multipli) che la giocano (11). 13

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Se è vero che il paziente, nel momento in cui si affida a noi, reca con sé la parte malata e ne incarna l’archetipo, contestualmente si avvicina alla terapia anche con quella autoguaritrice (appunto l’archetipo del guaritore). Ed è proprio questa parte, incarnata nel paziente, a diventare il potente organizzatore del processo di trasformazione, di quello specifico (e solo di quello) non riproducibile incontro. D’altronde, se il terapeuta tralascia la parte archetipica interiore della propria ferita e non la mette in relazione con la parte guaritrice del paziente (quindi non si predispone seriamente a lasciarsi guarire da quella parte), si struttura il paradosso di una terapia tra individui che rimangono, inevitabilmente, formati da sostanze separate e immutabili. Qui cercheremo di descrivere alcune tra le possibili posizioni metodologiche ed epistemologiche assunte nelle nostre stanze analitiche e porremo l’accento principalmente sull’accadere terapeutico che, anziché apporre etichette di finitezza agli spazi fisici e alle cosiddette tecniche, si ripropone di rendere quei luoghi quali autentici spazi alchemici, contenitori della nostra componente umana, affettiva, psicologica, molto spesso (troppo spesso) inconscia; che poi è quella che ci ha indotti a scegliere, appunto guaritori feriti, un mestiere non proprio facile, tanto da far affermare a Jung: Da ogni trattamento psichico efficace ci si deve aspettare che il terapeuta eserciti la sua influenza sul paziente, ma quest’influenza può verificarsi soltanto se il paziente lo influenza a sua volta. Influenzare significa essere influenzati. Non giova affatto a chi cura difendersi dall’influsso del paziente, avvolgendosi in una nube di autorità paternalistico-professionale: così facendo, egli rinuncia a servirsi di un organo essenziale di conoscenza (12). Se vengono misconosciuti o, peggio, espulsi e proiettati all’esterno tali rischi di infezione, imperano confusione, distruttività inconscia o, ben che vada, cristallizzazione dell’individuo e della coppia analitica. Tornando ai metodi, una cosa è certa: Jung evidenziò in più occasioni e modi il limite della parola per avvicinare i contenuti inconsci. 14 12) C.G. Jung (1929), «I problemi della psicoterapia moderna», in Opere, vol. 16, Boringhieri, Torino, 1981, p. 80.

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13) C.G. Jung (1957/58), «La funzione trascendente», in Opere, vol. 8, Boringhieri, Torino, 1976, pp. 101-102. I contenuti inconsci vogliono prima emergere chiaramente, il che è possibile unicamente attraverso la raffigurazione, e solo in seguito essere giudicati, quando tutto ciò che esprimono è pronto per essere afferrato [...]. Non sempre è sufficiente chiarire solo il contesto intellettuale di un contenuto onirico. Spesso s’impone la necessità di chiarire contenuti indistinti mediante una raffigurazione visibile. È un risultato che si può raggiungere disegnando, dipingendo o modellando. Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente. Con la raffigurazione infatti il sogno continua ad essere sognato – e in maniera più esauriente – in stato di veglia, e l’elemento casuale inizialmente inafferrabile, isolato, viene integrato nella sfera della personalità totale, anche se inizialmente il soggetto non ne è cosciente (13). Certo, il sostantivo raffigurazione si espone a differenti interpretazioni di significato: si raffigura anche comunicando verbalmente un contenuto emotivo; si raffigura un’emozione con l’espressione del viso; si può ancora raffigurare teatralizzando, giocando quanto si vuole comunicare all’interlocutore attraverso la pittura, la scultura, la danza, il gioco, gli oggetti e i personaggi del Gioco della Sabbia, la mimesis (nel senso letterale di rappresentazione attraverso un’arte). Assume pertanto un ruolo fondamentale il poter consentire all’analizzando di sperimentare la propria funzione sensazione attraverso varie forme espressive, come il contatto sensoriale con la materia, il movimento corporeo, la palcoscenizzazione delle emozioni e della loro plasticità dinamica, che è poi metafora di quella dell’intero mondo psichico. La sensazione è infatti quella funzione che più di ogni altra è in stretta relazione con l’elemento materiale e comunica la concretezza delle cose appercepite attraverso il mondo esterno. Jung così definisce l’appercezione e la sensazione: L’appercezione è il processo psicologico mediante il quale un nuovo contenuto viene aggregato a contenuti affini già esistenti, in modo tale che lo si può definire capito, inteso o chiaro. Si può distinguere un’appercezione attiva e un’appercezione passiva: la prima è un processo mercé il quale il soggetto da sé, per motivi propri, coscientemente, coglie con attenzione un nuovo conte- 15

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nuto e lo assimila ad altri contenuti pronti a riceverlo; la seconda è un processo con il quale il nuovo contenuto s’impone alla coscienza dal di fuori (attraverso i sensi) o dal di dentro (dall’inconscio), costringendo per così dire l’attenzione e la considerazione del soggetto a occuparsene. Nel primo caso l’accento dell’attività è posto sull’Io, nel secondo sul nuovo contenuto che si impone all’attenzione (14). La sensazione constata l’esistenza della realtà di fatto. La funzione del pensare ci permette di comprenderne il significato, il sentimento ce ne rivela il valore, l’intuizione infine ci indica le possibilità di divenire insite in ciò che si verifica in un determinato momento. In tal modo l’orientamento di un individuo in una data situazione può essere perfetto come l’indicazione geografica di un luogo in base alla latitudine e alla longitudine (15). 14) C.G. Jung (1921), «Tipi psicologici», in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino, 1969, p. 422. 15) Ibidem, p. 544. Occorre comunque precisare che per Jung l’approccio alle espressioni artistiche è stato peculiare; egli non era interessato al valore artistico in senso convenzionale, quanto piuttosto alle forme interne archetipiche (ad esempio il mandala) che tali espressioni esprimevano, attento com’era all’immagine come rappresentazione che emerge dall’inconscio, anche nelle concrete attività di disegno, pittura, Gioco della Sabbia, ma anche danza e teatro. E l’arte-terapia deve molto all’orientamento junghiano; ne leggeremo esempi in questo volume. La coppia analitica sperimenta la ricchezza della sorpresa, se si dispone ad un lavoro multiforme con le fantasie, col sogno stesso, sospendendo momentaneamente l’interpretazione verbale e la rappresentazione intellettuale, che sono comunque mediate dalle funzioni del Complesso dell’Io: il ricorso ad uno stato di indefinitezza temporanea, “sognante”, tipica di un bambino che gioca, risulta in grado di attivare nell’analista e nell’analizzando un movimento interno creativo, capace di condurre ad una rappresentazione di senso, proprio perché fiduciosamente cercata non dal solo intelletto e comunicata non solo tramite la parola. Jung nel corso della sua opera afferma con notevole reiterazione che la dialettica analitica di contenitore/contenuto si riferisce innanzitutto ad una psiche che deve essere immaginata nei propri confini come uno spazio capace di transizionalizza16

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16) Daniela Palliccia, comunicazione personale. 17) C.G. Jung (1929), «Scopi della psicoterapia», in Opere, vol. 16, Boringhieri, Torino, 1981, p. 54. zione (16) del senso, intendendo quella funzione propria della psiche che utilizza ogni strumento possibile affinché si concretizzi l’operazione complessa del “guardare” il mondo interno, quello esterno e quello relazionale (diacronicamente ma principalmente lasciandosi andare agli eventi sincronistici), senza arroccamenti. Questa funzione, lungi dall’essere una operazione metafisica, rinvia alla continua ricerca di connessioni tra intelletto, istintualità, sentimento, corporeità e, non ultima, eticità. La disposizione percettiva e l’atteggiamento della coscienza risultano senz’altro alterati dall’irruzione inaspettata di moti inconsci e possono allora dischiudere la costruzione di un senso emergente dalle immagini, potenzialmente amplificabile poi in parola condivisa; insomma, è utile amplificare i luoghi d’esperienza condivisibili all’interno del setting analitico, perché possano restituire vitalità e visibilità all’evento psichico. Del resto il riferimento al gioco e all’immaginazione come “altra via” nell’approccio all’inconscio è esplicitata da Jung con estrema chiarezza: «l’attività creatrice dell’immaginazione strappa l’uomo ai vincoli che lo imprigionano nel “nient’altro che”, elevandolo allo stato di colui che gioca. E l’uomo, come dice Schiller, “è totalmente uomo solo là dove gioca”» (17). L’epifania dell’insight è qui prima di tutto quella di un insight preverbale, che dal punto di vista fenomenologico può esprimersi in un gesto inatteso, una percezione visiva concreta, un affetto che irrompe improvvisamente nel campo analitico e coinvolge profondamente, nel corpo e nella psiche, analista e paziente. Possiamo dire, non senza enfasi: con meraviglia! Un’altra questione fondamentale è quella del rapporto tra raffigurazione e comprensione. A questo proposito Jung sottolinea il fatto che entrambe sono legate da un rapporto di compensazione. […] La raffigurazione estetica ha bisogno del significato, e la comprensione ha bisogno della raffigurazione estetica. Così le due tendenze si integrano nella funzione trascendente (18). 18) C.G. Jung (1957/58), op. cit., pp.100-101. Proporrei di legare per contiguità, specialmente nel lavoro 17

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clinico, la raffigurazione alla rappresentazione e la comprensione alla trasformazione. Nel nostro quotidiano tendiamo a tradurre le esperienze di una forma interiore con termini che si sovrappongono: rappresentazione, immaginazione, immagine, fantasia. Jung recupera, con la sua Psicologia Complessa, il ruolo dell’immagine e dell’immaginazione, determinando un’inversione di rotta rispetto a quanto sostenuto fino ad allora dalla tradizione, come quella di Crisippo, che definiva l’immaginazione come diàkenos helkysmós, vuota astrazione, come se senza res nulla potesse avere significatività. Per Jung l’immagine è una determinata rappresentazione psichica o uno specifico segno che rimanda alla res, sia essa presente che assente, in un incessante processo di contatto con essa; ribadisco, sia in presenza, quindi, sia in assenza. Secondo Jung, Questa costellazione avviene da un lato per l’attività specifica dell’inconscio e dall’altro in forza dello stato momentaneo della coscienza la quale stimola anche sempre l’attività di materiali subliminali ad essa attinenti, e inibisce nel contempo quelli che ad essa sono estranei. Di conseguenza l’immagine è espressione tanto della situazione inconscia quanto di quella momentanea cosciente. L’interpretazione del suo significato non può quindi partire né dalla sola coscienza né dal solo inconscio, ma unicamente dal loro mutuo rapporto (19). 19) C.G. Jung (1921), op. cit., pp. 452-453. Jung pone in tutti i sui scritti il tema della realtà immediata come intreccio che coinvolge strettamente l’esperienza quotidiana, lo psichico, il corporeo. Tutto ciò avviene in un rapporto di costante complementarietà, come intersezione capace di attivare la funzione simbolica: A me pare che la constatazione psicologica giunga qui al suo termine estremo, perché l’idea di un Sé è già essa stessa un postulato trascendente, che si può giustificare psicologicamente ma non dimostrare scientificamente. Il passo oltre la scienza è un’esigenza imprescindibile dell’evoluzione psicologica qui descritta, perché senza questo postulato io non saprei formulare adeguatamente i processi psichici rilevati empiricamente. Al Sé, dunque, bisogna dare almeno il valore di un’ipotesi, come quella della struttura del- 18

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20) C.G. Jung (1928), «Io e l’inconscio», in Opere, vol. 7, Boringhieri, Torino, 1983, pp. 235-236. l’atomo. E quand’anche dovessimo restare anche qui chiusi in un’immagine, sarebbe un’immagine potentemente viva, a interpretare la quale le forze non bastano. Io non dubito che sia un’immagine, ma è un’immagine in cui siamo ancora contenuti (20). 21) S. Tagliagambe, A. Malinconico, Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche, Cortina, Milano, 2011, pp. 137-138. Il processo di comprensione/trasformazione attraverso la terapia interessa strettamente, quindi, il rapporto tra Io e Sé, nel senso che l’uno è l’espressione effettuale dell’altro. L’Io è il centro della coscienza. Il Sé, invece, è il mondo intermedio tra coscienza e inconscio, è la totalità della determinazione possibile. La psiche, in quest’ottica, viene a configurarsi come un sistema che è centrato rispetto al Sé e acentrato rispetto all’Io. Ma come l’Io può approdare a questa intersezione/connessione? Lo può fare solo attraverso, preliminarmente, la presa di coscienza della assoluta parzialità della propria visione, la coscienza di rappresentare il centro della coscienza e non dell’intera psiche; successivamente, poi, con la consapevolezza della possibilità/necessità di attivare un processo di decentramento. Tutto ciò, descritto in maniera così apparentemente naturale e semplice, in realtà richiede la costituzione attraverso l’analisi di uno spazio virtuale che faccia affiorare e manifestarsi ciò che l’Io non è, cioè il centro del non-Io. Quello è lo spazio in cui avviene quel transito dalla routinaria erogazione di semplici trattamenti all’attivazione di processi in continua evoluzione, lo spazio della Therapeìa trasformativa, quello che la meccanica quantistica definisce lo spazio dell’intricazione (entanglement) (21). Tornando alle modalità di avvicinamento alle immagini dell’inconscio, come vedremo nella maggior parte degli scritti di questo volume, Jung si poneva in terapia in un attivo processo di partecipazione, invitando l’Io a entrare in interazione con le immagini prodotte dalla fantasia, più che utilizzando la classica interpretazione: Si può tentare di interpretare queste fantasie. In molti casi può essere importantissimo che il paziente abbia un’idea del significato delle fantasie da lui prodotte. Ma la cosa principale è che il paziente viva le fantasie fino in fondo, e le capisca anche, se questo sforzo intellettuale fa parte della totalità dell’esperienza (22). 22) C.G. Jung (1928), op. cit., pp. 210-2011. 19

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Non a caso in questo volume viene dato ampio spazio al Gioco della Sabbia e all’Immaginazione, cioè a metodi che per Jung rappresentano il colloquio tra l’Io e la fantasia, una risposta alla complementarietà, capace di rendere la narrazione fruibile e determinare la trasformazione delle immagini interne. Vedremo come si riesca a far entrare Io e fantasia in un’autentica reciprocità, bordeggiando in quello spazio intermedio che rappresenta il vero spazio terapeutico e che in questo volume descriviamo in varie forme. Insomma un costante lavorìo psichico di parcellizzazione, differenziazione, ricomposizione, in definitiva di assimilazione, che non può non essere messo in relazione con l’opus alchemico. Proponiamo che la realtà fattuale e la fantasia non vengano letti, interpretati e riproposti all’analizzando come appartenenti a mondi separati. La fantasia, pur essendo un prodotto controllabile solo parzialmente dalla coscienza, attinge all’esperienza intrapsichica individuale archetipica e si snoda attraverso un processo teleologico che interconnette i vari aspetti dello psichico, della realtà fattuale, della realtà potenziale. Poi naturalmente occorre rimarcare la significativa distinzione che Jung fa a proposito di fantasia attiva e passiva. Egli lega la prima all’intuizione, cioè un atteggiamento diretto alla percezione di contenuti inconsci, per cui la libido investe subito tutti gli elementi che emergono dall’inconscio, e li eleva ad un livello di chiarezza e trasparenza (direi di translucidità) attraverso l’attenzione e verso materiali psichici che procedono in una sorta di reticolo in cui gli elementi costitutivi procedono sia in parallelo che intersecandosi. La fantasia passiva, invece, appare subito in forma chiara, non è necessariamente legata ad una intuizione, è come se l’individuo che ne faccia esperienza si lasci penetrare in maniera passiva da essa (23). Certo, nell’avvicinarsi e nell’interpretare fantasie, sogni ed immagini in genere, in alcuni metodi si pone il grande tema della volontà/volontarietà nell’azione in terapia. Io preferisco riferirmi ad una gergalità extraverbale, radicata nel concreto e resa visibile nella relazione terapeutica nelle varie forme che qui proponiamo. Ogni terapia che sfiora il tema dell’azione (“azione nel setting”, cosa ben 20 23) C.G. Jung (1921), op. cit., p. 439.

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