Il Becco - Anno 2, numero 7

 

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Di eserciti di riserva e sfruttamento

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Allegato del sito, www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 ­ Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487. Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari. Sede legale associazione e della redazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) ­ info@ilbecco.it ­ Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – 70% FIRENZE Articoli di Elena De Zan, Alex Marsaglia, Giorgia Mirto e intervista di Chiara Del Corona a Pape Diaw DI ESERCITI DI RISERVA E SFRUTTAMENTO Anno II - n° 7 Disegno di Cristiano Felloni

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Editoriale Il Becco - Luglio 2015 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 25 luglio 2015 Il migrante, si legge nella rivista di geopolitica, Limes, “ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della nostra quotidianità (…) ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati e ce ne illumini gli angoli oscuri. […] E ci espone alla più radicale delle domande: chi siamo?”1. riconoscerlo, a rimanere o totalmente indifferenti alle sue sorti, alla sua esistenza, al suo destino umano, o nel peggiore dei casi, a invocarne l’immediato respingimento. La distorsione mentale con cui ci approcciamo al tema dei migranti si è intercettata con il disagio e le difficoltà create dalla crisi, provocando una rabbia e uno scontro sociale che hanno mostrato la faccia più dura e intollerante dell’Europa. Chiusura delle frontiere, innalzamento di muraglie, attecchimento di partiti di estrema destra, fenomeni dilaganti di violento razzismo. L’Europa sembra aver dimenticato la sua storia, che è una storia di migrazioni. L’immigrazione diviene una questione che va ad abbracciare ogni ambito della nostra esistenza, da quello politico e sociale a quello filosofico, fino a scandagliare i confini della nostra stessa identità e della nostra umanità. Perché il tema politico affonda necessariamente le sue radici nella percezione più o meno collettiva che del migrante si ha, o per lo Sicuramente non è semplice meno si contamina con essa. affrontare la questione senza voSpesso lo straniero è visto come ler cadere in analisi superficiali un oggetto, un’entità numerica, o banalizzanti. È una faccenda una razza e recepirlo in questo complessa e non si può risolvemodo annulla la persona che vi re senza una politica comune, sta dietro rendendocela invisibile. con sforzi provenienti da tutte le Persino la sua morte diventa o parti. Certo, i vigenti trattati, in una mera statistica o cade particolare quello di Dublino hanno reso la situazione ancor nell’oscurità più assoluta. più ingestibile, creando un paradegno del teatro Questo meccanismo di “rimozio- dosso ne” dello straniero, che prima di dell’assurdo: l’obbligo di tratteessere tale è un individuo, divie- nimento del migrante nel paese ne la molla che ci porta a non di approdo, essendo quest’ulti- Indice Il volto mostruoso dell'Europa intervista a Pape Diaw di Chiara Del Corona Essere stranieri, essere cittadini di Elena De Zan Il costo umano del controllo delle frontiere di Giorgia Mirto Le radici del razzismo di Alex Marsaglia pag. 04 pag. 08 pag. 10 pag. 13

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www.ilbecco.it - Luglio 2015 mo tenuto a trattare la sua domanda di asilo, procedura che ovviamente va avanti per tempistiche oceaniche. Un simile regolamento fa sostare di fatto il migrante in un limbo infinito in cui semplicemente può attendere, senza sapere né per quanto durerà la sua attesa né in cosa si risolverà. Attesa che ricorda quella di Giovanni Drogo, il protagonista del “deserto dei tartari” di Dino Buzzati, che consuma la sua esistenza nell’aspettare qualcosa che non arriva mai. È forse utopistico sperare in una netta apertura delle frontiere, in cui ciascuno possa circolare liberamente, al di là della sua provenienza, ed è logico che i controlli debbano esserci, soprattutto in un momento come il nostro, in cui le minacce e le violenze efferate provenienti dai gruppi fondamentalisti, Isis in primis, stanno sconvolgendo, non solo tutta la zona del Medio Oriente e della Nigeria (con Boko Aram), ma la sicurezza di tutto l’occidente. viamo l’86 % dei rifugiati – il caos e l’instabilità in cui imperversano Siria (da cui provengono 3, 88 milioni di migranti) Afghanistan, Libia, Iraq sono frutto della nostra aggressività, della nostra ipocrisia, dei nostri interessi economici, delle nostre guerre, del nostro imperialismo, della nostra presunta esportazione di democrazia e civiltà. Rispondere perciò con altrettanta ipocrisia e presunzione di “superiorità” non fa che condurci masochisticamente verso la nostra stessa distruzione, come Europa e come occidente. Alle forze di sinistra spetta un ruolo importante: fornire una soluzione politica e umana che sia un’alternativa valida all’intolleranza populista e xenofoba che erge barriere e muri e che fomenta il razzismo più bieco. Ad una migliore e più approfondita informazione, compete il dovere di fornire dati reali sul fenomeno dell’immigrazione, sfatando miti e luoghi comuni che non hanno niente o quasi di fondato. E ad ognuno di noi spetta lo sforzo e il coraggio di rispondere a quella domanda con Però ecco, partiamo proprio da cui abbiamo esordito, per capire questo ultimo termine, occi- cosa siamo e cosa vogliamo essedente: l’occidente non può re. pensare di trincerarsi in una gabbia mentale e fisica di pau- Ed è anche e soprattutto lo ra e rigettare coloro che sguardo dell’altro ad insegnarcefuggono da guerre o situazioni lo. insostenibili che esso stesso ha contribuito a produrre. Le [1 Limes, “Chi bussa alla nostra condizioni di miseria dei paesi porta”, mensile del 6/2015] in via di sviluppo – da cui rice3

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www.ilbecco.it - Luglio 2015 LA CRISI E IL VOLTO MOSTRUOSO DELL'EUROPA INTERVISTA 1) Partiamo dai fatti drammaticamente attuali: la chiusura delle frontiere da parte della Francia e dei migranti bloccati a Ventimiglia. Secondo te quali sono le misure rapide ed efficaci da prendere per poter risolvere questa inaccettabile, umanamente e politicamente, situazione? La chiusura delle frontiere è la sospensione di Schengen da parte di alcuni stati membri. Questo ci ha fatto molto riflettere e arrabbiare, perché Schengen non è un accordo che si mette e si toglie a seconda delle proprie convenienze; Schengen è un accordo d’unione che tutti hanno firmato, perciò non è ammissibile che siccome ci sono arrivi eccezionali ciascuno possa decidere autonomamente di mettere delle barricate. In fondo, io penso però, che il problema non sia Shengen, bensì Dublino, perché non si può pensare, sapendo bene che l’Italia è una zona di passaggio, che tutte le persone che passano da qui e che vengono identificate in Italia, debbano essere trattenute forzatamente nel nostro paese. Anche umanamente l’Italia non ce la fa, anche volendo. Poi non dimentichiamo che siamo in un tempo di crisi e che quindi la situazione è ancor più delicata ed esasperata. Secondo me il trattato di Dublino deve essere rivisto, in modo che, se delle persone sbarcano in Italia, il restare o meno nel nostro paese dipenda da una scelta personale di quelle persone e non da un regolamento che di fatto li obbliga a rimanere nel paese di approdo in quanto è questo ad essere incaricato di trattare la domanda di asilo. Chi vuole rimanere resta. Ma noi A PAPE DIAW - A CURA DI CHIARA DEL CORONA Social Forum a Dakar, cinque anni fa, molte associazioni che lavoravano con noi ci mettevano già in guardia affermando che se la Libia fosse “scoppiata”, sarebbero arrivati tutti in Italia. E poi di cosa parliamo quando diciamo emergenza? Emergenza rispetto ai numeri che abbiamo noi? Ma se guardiamo a questi dati sull’Italia, e se anche tutti coloro che sono arrivati qui rimanessero nel nostro paese, se anche li contassimo tutti, sarebbero comunque un numero di gran lunga inferiore rispetto ad altri paesi. Che siano aumentati, nessuno lo può negare, perché ormai i barconi arrivano quasi tutti i giorni, mentre gli altri anni, al massimo poteva accadere che durante i mesi estivi arrivassero quattro o cinque barconi in più, quest’anno invece è un arrivo continuo. Però questa psicosi collettiva, questa percezione di emergenza nazionale, è soprattutto fomentata da un certo tipo di politica che mira a prendere i voti cavalcando l’onda dell’odio e della paura. Certo, la crisi ha reso tutto più difficile, perché forse se ci fosse lavoro e benessere per tutti, umanamente ed emotivamente la reazione delle persone sarebbe diversa. 3) Episodi sempre più dilaganti di razzismo, l’attecchimento di partiti di estrema destra e xenofobi che propagandisticamente ne cavalcano l’onda, secondo te derivano da una frustrazione e un disagio sociale, determinati dalle precarie condizioni esistenziali e lavorative delle persone, dal degrado di quartieri periferici abbandonati a sé stessi, da un’ignoranza diffusa, o ritie- sappiamo benissimo che il 90% dei migranti non vorrebbe rimanere in Italia: chi vuole andare in Germania, in Europa del nord. Il problema dunque è proprio Dublino. Tra l’altro, oggi Salvini grida tanto che l’Italia non può “prendersi in casa tutti questi migranti”, ma se avesse un po’ di memoria si ricorderebbe che Dublino fu firmato proprio dalla Lega, al tempo con Maroni! E anche la gente non ha memoria. 2) Politici e media parlano di “emergenza” immigrazione; tu hai parlato di “arrivi eccezionali”. Quindi anche secondo te è corretto parlare di emergenza o la situazione risulta emergenziale perché non sappiamo come gestirla e perché con la fine di Mare Nostrum il numero di morti nel Mediterraneo è aumentato notevolmente? È vero che secondo i dati il numero di migranti che attraversa il Mediterraneo è aumentato dell’83% negli ultimi mesi, rispetto allo scorso anno, ma si tratta davvero di una cifra insostenibile? Sono più o meno 27 anni ormai che mi occupo di immigrazione e secondo me gli ultimi due anni sono eccezionali. È vero che i numeri sugli sbarchi sono cresciuti esponenzialmente, soprattutto dopo lo scoppio della situazione in Libia, in Siria, et cetera, ma da qui al gridare all’emergenza significa lanciare un messaggio fuorviante. La gravità della situazione non è causata tanto dal fatto che le cifre sugli arrivi siano aumentate, quanto piuttosto dal fatto che essa ci ha colti impreparati. Durante il 4

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La crisi e il volto mostruoso dell'Europa www.ilbecco.it - Luglio 2015 ne che il fenomeno del razzismo sia qualcosa di più intrinseco e radicato nella nostra cultura e nella nostra tradizione e che risulta “solo” più feroce ed esplicito nei momenti di crisi e di difficoltà (insomma, la cosiddetta “guerra tra poveri”)? È vero, noi in Italia, abbiamo sempre avuto un certo tipo di razzismo. È chiaro che poi la crisi iperbolizza lo scontro sociale. Perché se la gente stesse bene, su molte cose anche le persone più razziste tenderebbero a passarci più sopra. Ma nel momento in cui molti individui fanno fatica a soddisfare i loro bisogni, è nell’altro che subito intravedono il nemico e il colpevole del loro disagio, il “ladro di benessere”, colui che porta via casa, lavoro e risucchia soldi allo Stato. Poco fa avevo scritto un post in cui dicevo che è vero che c’è la crisi, ma gli immigrati non hanno mai governato questo paese, perciò bisogna smettere di pensare che essi siano la causa di mali che non sono stati certo loro a creare. Anzi, andrebbero ringraziati perché hanno versato nelle nostre casse dieci miliardi di euro, senza i quali avremmo fatto ancor più la fame! Certo, poi è vero, che al di là di questo momento delicato c’è sempre stato un razzismo latente, strisciante che spesso ci fa voltare da un’altra parte, ci rende omertosi nel nostro fingere di non vedere, nel nostro silenzio di fronte alle ingiustizie più intollerabili. Nel nostro non agire e non reagire. La crisi è andata a risvegliare anche questo tipo di tacito razzismo rendendolo del tutto esplicito. Ecco perché noi ora stiamo vivendo una fase molto pericolosa. Quello che si legge o si vede sulla rete, o sui giornali è spaventoso. La crisi ha mostrato il volto mostruoso dell’Europa: i francesi hanno la memoria corta, perché dimenticano che la Francia è stata “costruita” anche con il sangue degli africani e ora li respingono; oppure, anche paesi meno sospetti, come alcuni dell’Europa del nord, ciascuno di questi ha il suo Assange, o il suo Salvini; l’Ungheria che annuncia la costruzione di un muro di 4 metri al confine con la Serbia, partiti di estrema destra, xenofobi prendono sempre più voti... Insomma, è un po’ così dappertutto. Però non si può usare la crisi per urlare “tutti a casa loro". 4) Secondo te è possibile una politica comune a livello intereuropeo e anche di accordi con i paesi di partenza o quelli ad essi limitrofi che di fatto accolgono molti più migranti di noi – come la Turchia (1, 59 milioni!), il Pakistan, il Libano, l’Iran e la Giordania? E quali possono essere misure comuni da prendere per far fronte al “problema”? Vent’anni fa un presidente del Senegal andò a Parigi e disse: “qui due sono le alternative, o aiutate l’Africa seriemente, o vi cuccate l’immigrazione.” Ormai l’immigrazione tocca tutta l’Europa, perciò urge fare una legislazione europea che riguardi tutti gli stati membri, se no rischiamo mille leggi diverse per ciascun paese e si avrebbero gli stessi problemi. Invece ci vuole una legge organica vincolante per tutti i ventotto paesi. Seconda cosa: guardando bene al fenomeno dell’immigrazione, prima, in linea generale, gli immigrati erano molto poveri e poco istruiti; oggi molti di coloro che arrivano in Europa sono giovani e istruiti. Parecchi hanno vent’anni e hanno la maturità. Questi ragazzi hanno bisogno di esser formati. Bisogna puntare su una formazione scientifica. Dobbiamo iniziare ad aiutarli prima di tutto a casa loro, ma deve essere un aiuto vero, un aiuto che crei condizioni e opportunità concrete per cui i giovani abbiano qualcosa che li faccia rimanere sul territorio. Molti paesi dell’Africa, ad esempio, non sono in crisi. Anzi, c’è il boom economico. Perciò l’Africa deve puntare molto sulla formazione, ha bisogno di ingegneri, architetti, professionisti di qualsiasi tipo... Questa è una chance. Gli accordi tra stati invece a mio parere non hanno mai funzionato, ci credo poco. E molto spesso dipendono dal dittatore di turno, che finisce per tenerci sotto ricatto, come ad esempio è successo con Gheddafi, che ha tenuto sotto scacco l’Italia per quasi vent’anni, ai tempi di Berlusconi. L’Unione Europea dovrebbe sedersi con più organizzazioni di paesi e dire: “noi cercheremo di fare il maggior sforzo possibile per formare i giovani in modo che ciascuno abbia una specializzazione”. Ci deve essere una vera cooperazione, che se fatta in modo serio, nell’arco di circa cinque anni, più della metà di quelli che oggi partono, non partirebbero più. Certo, l’altro problema alla radice è quello dell’industria bellica: finché l’Europa continuerà a vendere armi si faranno le guerre e la gente continuerà a scappare e a cercare scampo e rifugio in altri paesi, pur consapevoli che forse troveranno la morte durante il viaggio; ma quel forse è comunque più forte della certezza di morir sotto i bombardamenti. L’Italia è uno dei paesi che ha venduto più armi all’ Africa ultimamente, da qui tutti i conflitti. Occorre una moratoria sulla vendita di armi. Un blocco totale. - 5

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La crisi e il volto mostruoso dell'Europa www.ilbecco.it - Luglio 2015 E poi mentre noi gridiamo all’emergenza, quei paesi che hai citato, Pakistan, Libano... hanno più immigrati di tutto il mondo. Per evitare quello che sta accadendo, insomma, dobbiamo veramente sederci a un tavolo e affrontare una volta per tutte la questione dell’immigrazione. Questa non è mai stata affrontata seriamente, ma sempre in un modo troppo folkloristico. Vent’anni di “cous cous e tamburi” ci hanno fatti tornare indietro, perché qualcuno ha interpretato l’interculturalismo con gli aspetti folkloristici, stereotipati… mentre non è questo. E poi ormai siamo nella seconda generazione. I figli degli immigrati sono nati e cresciuti qui, e loro sono una ricchezza, una risorsa preziosissima; viviamo in un era “globale”, di multilinguismo, di transiti continui da paese a paese, non si può rimanere arroccati solo su usanze e costumi, dipinti tra l’altro, nell’immaginario comune, in modo un po’anacronistico e superficiale, se non demenziale. Non a caso c’è stato infatti proprio un appello da parte di intellettuali per favorire il multilinguismo tra i giovani. 5) Nel periodo 2007-2013 l'Italia ha ricevuto dall'UE  478 milioni di euro da destinare alle politiche su immigrazione e asilo e i fondi europei stanziati per il periodo  20142020  includono oltre  310 milioni di euro  dal Fondo asilo, migrazione e integrazione e più di  212 milioni  di euro dal Fondo per la sicurezza interna. Come e dove principalmente andrebbero investiti questi stanziamenti? E come impedire speculazioni e fenomeni di corruzione sulla pelle delle persone, come recentemente abbiamo visto nel caso emblematico di Roma Capitale? Domandare alla iena cosa te ne farai della carne è molto difficile! Scherzi a parte, con questi soldi puoi fare tantissime cose. Io forse ho una fissazione, ma secondo me prima di tutto gran parte dei fondi li investirei nella scuola, nell’istruzione. Perché la mentalità degli adulti ormai è abbastanza formata ed è difficile cambiarla, ma quella dei giovani è ancora quasi vergine e la si può modificare, plasmare (in senso positivo), renderla più consapevole. La scuola è il luogo di formazione dei giovani di domani. Perciò investirei in programmi interculturali, scambi.. Poi un’altra grande fetta di quei fondi andrebbero destinati alla questione dei rom, su cui siamo molto molto in ritardo.. 6) Infatti, interrompendola un momento, secondo te come si può affrontare, senza cadere in risoluzioni superficiali e inutili dal punto di vista umano, sociale e politico, la realtà dei campi Rom e Sinti? Qui il governo deve fare una scelta. Perché i campi esistono solo da noi e vanno superati. Ma non è che basta dire che vanno superati, per risolvere veramente la situazione. Ci vogliono soldi. Quindi, si potrebbe pensare di prendere una parte dei soldi e darli ai comuni in modo che questi possano costruire un po’ più di case popolari e trasferirvi le famiglie rom, che poi pagherebbero l’affitto come tutti. In ogni caso è una situazione che va risolta. Io penso che le comunità Rom e Sinti, o in generale qualsiasi gruppo di persone non possa venire segregato e ghettizzato in un campo dove non ha nulla o venir abbandonato sotto un ponte, se il campo glielo distruggi. E poi è vero che c’è una disinformazione e un’approssimazione dilaganti su questa tematica. Ad esempio, in questo campo dell’Isolotto, i genitori sono Rom ma i loro figli sono fiorentini, vanno a scuola come tutti, parlano bene l’italiano... Quindi non in tutti i campi la © ANDREA RUFFI FOTO&VIDEO - WWW.FACEBOOK.COM/ANDREARUFFIFOTOVIDEO 6

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La crisi e il volto mostruoso dell'Europa www.ilbecco.it - Luglio 2015 situazione è la stessa. A questi ragazzi qui bisogna dare la possibilità di uscire da quei ghetti, perché tagliare alcuni individui fuori dalla società significa andare a creare un potenziale fuoco di rancore e rabbia sociale, proveniente da entrambe la parti, in chi isola e ghettizza e in chi è isolato, ghettizzato e lasciato a se stesso. Ci dovrebbero insegnare qualcosa gli episodi delle banlieues parigine. Tornando agli investimenti sull’immigrazione, c’è molto da fare: investire nella scuola, creare un programma per i Rom, favorire molto anche la letteratura, compresa quella straniera, e la conoscenza della storia di un popolo, di un paese; creare biblioteche, centri di aggregazione interculturali per ragazzi. Io ho lavorato per tre anni al Dipartimento Cultura della Regione Toscana negli anni ’90. Avevamo 123 centri interculturali sparsi per tutta la Toscana. Non ce n’è più uno. Da lì è nata la Biblioteca Lazzerini di Prato, che è l’unico centro interculturale rimasto. C’era anche qui all’Isolotto la Biblioteca di Pace che svolgeva un ruolo determinante, ma che ora non c’è più. Bisogna ricreare simili centri e luoghi di incontro e aggregazione. Tutto parte da lì, dal reciproco scambio. È la mentalità che deve essere cambiata e questo lo può fare solo la scuola e l’istruzione, innanzitutto. 6) Cosa ne pensa della chiusura di Mare Nostrum e del programma Frontex Triton che dal primo novembre del 2014, è andata a sostituirla? La questione qui è che è proprio l’Unione Europea che sta cambiando. Tutto è diventato solo economico e non esiste più un’Europa sociale. Frontex noi l’abbiamo sempre contestato, perché non è servito a nulla. Ha avuto solo un fine politico e strumentale per far vedere che le frontiere dell’U.E sono controllate. Però almeno Mare Nostrum era un’operazione che ha salvato moltissime vite umane. Io ricordo che quando gli assessori proponevano i corridoi umanitari erano quattro anni fa! Noi ci muoviamo sempre troppo in ritardo e ci troviamo a dover gestire 50 persone tutte insieme piuttosto che tre. Oggi è molto più complicato affrontare il problema: il quadro è andato peggiorando a causa soprattutto della situazione in Libia, che è molto più complessa e problematica, in particolare a causa della presenza dell’ISIS, che è andata a gravare un equilibrio già di per sé fragile. In questo paese non c’è un governo stabile con cui si possa pensare di fare un accordo o discutere su una comune soluzione... Con chi vai a parlare, con l’Isis?! Noi non sappiamo quando si risolverà la situazione laggiù, perché la guerra sta continuando. Ma io sono convinto che molto dipenda dalla situazione libica. Se non ci fosse la guerra in Libia in questo momento, le cose sarebbero molto più facili. Molti ragazzi che sono qui chiederebbero di tornare. Io sono molto preoccupato. Perché finché c’è quella situazione, e con la minaccia dell’Isis si rischia che in tutto il Maghreb si perda una stabilità... Bisogna trovare velocemente una soluzione, perché finché la situazione sarà questa è ovvio che la gente scappi, e tutti i paesi sono vincolati dalle convenzioni internazionali – perché tutti le hanno firmate – a prestar soccorso e a dare protezione. Io ero uno di quelli che proponeva di portare l’Unione Europea davanti al tribunale internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità, dopo la chiusura di Mare Nostrum, che era il minimo... È comunque l’Europa e non solo l’Italia che deve trovare una risposta comune e possibilmente un po’ più umana questa volta. 7

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www.ilbecco.it - Luglio 2015 ESSERE STRANIERI, ESSERE CITTADINI: UN PERCORSO TRA NAZIONALISMO E RIVENDICAZIONE DI ELENA DE ZAN - IL BECCO Quando si parla di migrazioni si parla di flussi, quasi a muoversi fossero correnti e non persone. Si parla di emergenza, come se si parlasse di un fenomeno nuovo, imprevedibile, mai successo nella storia dell'umanità. E si parla di immigrati, come se la loro vita abbia valore solo dal momento che sono sbarcati in Europa. Tramite questi discorsi (e non solo!) le persone migranti vengono disumanizzate, viste come un tutt'uno omogeneo, un nemico che minaccia l'ordine costituito; questa “massa” porta malattie, dall'ebola alla scabbia, porta terroristi pronti a far stragi nella nostra terra e la loro semplice presenza è una minaccia alla cultura e alla religione autoctona. Questi ragionamenti purtroppo non sono solo chicchere da bar, ma hanno una rilevante valenza simbolica che interessa non solo il discorso pubblico ma anche la sfera politica e giuridica della società; liquidarle come idee xenofobe, dettate dall'ignoranza e dal populismo potrebbe risultare controproducente, in quanto così facendo si rischia di sottovalutare i rischi che comportano. Innanzitutto bisogna considerare come la divisione tra “noi” e “stranieri” è concepita spesso in termini nazionalistici; questa suddivisione, tra persone “nazionali” e “non-nazionali” è data da ciò che il sociologo algerino Sayad ha definito come “pensiero di stato”, ossia quella forma di pensiero che utilizza le categorie dello StatoNazione per definire la nostra identità collettiva; lo Stato infatti pensa e definisce sé stesso in quanto crea confini, separa chi è dentro e chi è fuori la nazione, legittimando in questo modo la sua stessa esistenza. D'altra parte la comunità dei cittadini tende a percepire lo stato come un dato immediato, lo “naturalizza”, senza percepirne la dimensione storico-sociale: in questo modo si riproducono a livello comune le categorie dello Stato-Nazione. Seppur a causa dei mutamenti politici che caratterizzano l'era contemporanea, la concezione dello Stato e della sua sovranità territoriale è cambiata, in quanto esso non trova più la legittimazione in una nazione (basti pensare all'importanza degli organismi sovra-nazionali), la logica nazionalista del pensiero di stato non è mutata, tutt'altro. Infatti la difesa dei confini dello Stato-Nazione e del pensiero di stato si incrementano nel momento in cui lo stesso Stato-Nazione risulta in crisi e cede la sua sovranità a strutture politiche più globali; in questo modo a un indebolimento politico ed economico dello Stato così come era concepito a partire dalla fine dell'Ottocento, si contrappone un aumento dell'importanza dei confini simbolici: la crisi dello stato odierno viene quindi coperta con la xenofobia e il pensiero di stato. Da queste logiche nascono l'ossessione per la sicurezza dei confini, la necessità di difendere la ricchezza (che a seconda del contesto è quella Italiana, Europea o “Occidentale”) dalla minaccia dei migranti; paradossalmente tra questi migranti ci sono anche quei profughi e rifugiati che scappano da guerre e disordini causati proprio dall'interesse “occidentale” di mantenere ed accrescere il proprio benessere. Ma la disumanizzazione del migrante e l'azione del pensiero di stato non si limitano al rafforzamento delle frontiere: è nella stessa concezione della cittadinanza e nella difficoltà del singolo di vedersela riconosciuta che si evidenzia come “l'altro venuto da fuori” rappresenta in primo luogo un'alterità piuttosto che una persona. Infatti seppur nazionalità e cittadinanza sono termini distinti, che rinviano a concetti giuridicisociali differenti, nella società contemporanea spesso i due termini si confondono; da questa confusione nasce l’idea di una “cittadinanza nazionale” che lega indissolubilmente l’appartenenza nazionale all’acquisizione di diritti, rinvia ad uno Stato unitario, ad un’identità linguistica, ad una tradizione comune, che ritrova nel principio dello Ius sanguinis la propria essenza. In quest’ottica l’esistenza stessa di uno Stato nazionale, che identifica i propri cittadini (coloro che possono partecipare alla sovranità) in base alla nazionalità, porta all’esclusione dal proprio spazio dei “non assimilabili”, degli stranieri. Nel corso della storia i “non assimilabili” non sono solo i migranti: a seconda delle condizioni storiche e geografiche, questo status è stato applicato anche ai rifugiati, alle minoranze religiose ed etniche quali ebrei o le comunità romanì e in parte le stesse donne, che, anche in paesi “progressisti” quali la Francia o nei paesi scandinavi, sono a lungo state escluse dalla partecipazione politica, e dalla cittadinanza. Non si tratta però solo di questioni legislative: la cittadinanza non è solo uno strumento per l'estensione dei diritti, ma può essere considerato come un denotatore di identità. In questa prospettiva l'idea di cittadinanza si sovrappone a quella della nazionalità, in quanto viene attribuita ad una nozione puramente politico-giuridica delle qualità ontologiche. Basti pensare che gli immigrati che vogliono avere la cittadinanza devono essere “naturalizzati”, essere pronti a cambiare la propria nazionalità: questa operazione non è però solo una pratica puramente amministrativa, ma investe in toto l’identità del 8

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Essere stranieri, essere cittadini www.ilbecco.it - Luglio 2015 neo-cittadino, in quanto la nazionalità è costellata di significati e simbolismi sociali, culturali, religiosi, politici e razziali. Un esempio di ciò lo si può trovare nelle legislazioni di paesi tradizionalmente di emigrazione, quali l’Italia e la Germania: esse includono la possibilità della doppia cittadinanza, per lasciare all’emigrante la nazionalità d’origine; ciò rinvia all’idea che la cittadinanza sia strettamente legata al patriottismo, essa è un'entità che passa per l’appartenenza «di sangue», è un elemento che si eredita. Nel caso dell'Italia, la richiesta di cittadinanza e il processo di “naturalizzazione” di una persona sono fortemente favoriti per chi ha antenati italiani (anche se non ha mai di fatto vissuto in Italia), oppure per i cittadini dell'unione europea, mentre agli altri individui viene richiesto come prerequisito la residenza perpetua sul territori nazionale per almeno dieci anni. Questa concezione che lega la cittadinanza al “sangue” risulta ben visibile nel fatto che il diritto al voto è garantito per gli italiani all'estero, mentre ai migranti che risiedono sul nostro territorio, e al quale contribuiscono a costruirne la ricchezza, questa possibilità è reclusa. Alla proposta di utilizzare anche lo Ius soli come principio di acquisizione della cittadinanza parte dell'opinione pubblica e dei partiti politici hanno risposto in maniera estremamente negativa, quasi fosse un abominio considerare legittima la presenza di persone che non hanno ereditato “l'italianità” (qualunque cosa essa significhi) dalla propria famiglia. Questa difficoltà a separare la cittadinanza dalla nazionalità relega i migranti a una condizione di “sudditi”: ad essi viene richiesto di adeguarsi alle leggi dello stato, leggi però alle quali non possono contribuire a costruire, in quanto non godono dei diritti di elettorato. In questo modo i migranti vengono di fatto esclusi dal discorso politico ufficiale. Ma se a livello della politica ufficiale il ruolo dei migranti è di sudditanza, essi riescono comunque ad agire, sopratutto a livello locale, ad accedere a servizi e benefici sociali e a far sentire la propria voce: difatti affianco ad una cittadinanza “dall’alto”, legata alle leggi statali e alla giurisprudenza, esiste una cittadinanza “dal basso” che corrisponde alle effettive pratiche di accesso ai contenuti della cittadinanza, alla concreta possibilità di fruizione dei propri diritti. In questa seconda tipologia di cittadinanza vengono inclusi anche quei migranti che, pur non avendo uno status giuridico formalmente riconosciuto, sono attivi nella comunità locale, in quanto compiono degli “atti di cittadinanza” che vanno dalla partecipazione alla politica locale e al volontariato, alla partecipazione al mercato del lavoro, e dall’iscrizione all’anagrafe al confronto con le istituzioni formative nei casi di scolarizzazione dei figli. Tramite questi atti i migranti contribuiscono di fatto alla vita collettiva della comunità locale anche se non sono ancora riconosciuti come soggiornanti regolari. In questo modo riescono ad essere attivi nel contesto politico-sociale italiano, nonostante le problematiche legate al riconoscimento dei loro diritti, ottenendo in tal modo la possibilità di avere una rappresentanza. In particolare la “voglia” di cittadinanza dei migranti, di agire in spazi in genere a loro preclusi, di ottenere una rappresentanza politica-sociale li porta ad essere sempre più protagonisti di associazioni, movimenti sociali e collettivi; movimenti quali quelli del primo marzo e le diverse associazioni di migranti presenti nel territorio, sia “etniche” che interculturali, dimostrano come vi sia una richiesta di inclusione e partecipazione politica da parte di alcuni migranti, che sentono il bisogno di far sentire la propria voce e di rivendicare i propri diritti, la propria “umanità”. Si tratta però di percorsi politici fragili e difficili da realizzare, per svariati motivi. Innanzitutto bisogna considerare lo status di vulnerabilità sociale del migrante dettato proprio dalla sua condizione di non-cittadino: è più difficile per i migranti, ed in particolar modo per le migranti, trovare un lavoro che gli permetta di avere il tempo libero e le risorse necessarie al fine di poter partecipare attivamente a un percorso politico; inoltre in genere vi è una minor conoscenza del territorio, delle sue leggi e una conseguente maggior difficoltà a creare rete con le associazioni pre-esistenti. Un altro problema è dato dalle istituzioni locali che spesso favoriscono le associazioni italiane per migranti, a scapito di quelle formate solo da migranti, in quanto le considerano più affidabili. Negli ultimi decenni vi è stata infatti la tendenza da parte delle istituzioni a delegare ad associazioni italiane, in quanto spesso considerate più sicure e maggiormente strutturate, gli appalti e i bandi per i servizi relativi all’immigrazione. Questa diffidenza da parte delle istituzioni nei confronti delle associazioni migranti comporta però il rischio di alimentare un “circolo vizioso” in quanto, se queste non elargiscono fondi e non affidano responsabilità alle associazioni migranti proprio a causa della loro “debolezza”, quest’ultime non riescono ad ottenere le risorse necessarie per potersi strutturare maggiormente, e quindi poter diventare associazioni più affidabili. In questo modo però si ostacola l'autodeterminazione dei migranti, e si favoriscono fenomeni di situazioni di dipendenza dai servizi erogati dalle associazioni caritatevoli, di sovra-determinazione e nei casi più gravi di sfruttamento degli assistiti per scopi di lucro, come è emerso recentemente dall'inchiesta di “Mafia-capitale”. Fortunatamente, nonostante queste problematiche e nonostante lo scarso supporto da parte dell'opinione pubblica a questi movimenti, la voce dei migranti si sta facendo sempre più spazio all'interno della società civile, nella speranza di vedersi riconosciuti un'inclusione politica completa. - - - - - - - - - 9

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www.ilbecco.it - Luglio 2015 IL COSTO UMANO DEL CONTROLLO DELLE FRONTIERE. UN DATABASE DEI MORTI DI FRONTIERA DI GIORGIA MIRTO “Dove se n'è andato Elmer, che di febbre si lasciò morire , Dov'è Herman bruciato in miniera… Dove sono Ella e Kate, morte entrambe per errore, una di aborto, l'altra d'amore… E Lizzie che inseguì la vita, lontano, e dall'Inghilterra, fu riportata in questo palmo di terra…”. Fabrizio De André mise in musica la poesia di Edgar Lee Master, nell’Antologia di Spoon River, in cui immagina che gli epitaffi incisi sulle lapidi potessero far riaffiorare la storia di chi lì era sepolto; che quei ceppi del cimitero potessero raccontare la complessità di una vita, gli odi e rancori, speranze e ambizioni, di coloro che ora “dormono, dormono sulla collina”. Così sappiamo di Un Giudice, del Malato di cuore o di Jones il suonatore. Così anche noi, camminando tra i cipressi nei cimiteri riconosciamo le fotografie dei nostri cari lì sepolti, o di tanti altri padri amorevoli o mariti compianti, la cui memoria è impressa nei cuori di chi li ha conosciuti. Eppure tra i nostri stessi cimiteri ci sono tanti e tanti ceppi senza un nome. Ci sono troppe fosse ricoperte di cemento con cui è stato appena inciso con un bastoncino “sconosciuto”. Tante vite che non hanno né un nome né una storia da essere cantata e raccontata. Si tratta delle lapidi dei migranti le cui vite si sono infrante contro le onde del Mediterraneo. Oltre il clamore dei grandi naufragi, degli sbarchi mediatici e degli scandali montati all’occorrenza dai vari Salvini, rimane il silenzio di queste lapidi mute che tra i cipressi dei nostri cimiteri non raccontano nessuna storia. Né una storia può essere mai raccontata. Se sappiamo di Helmer o Ella e Kate, nulla potremo sapere di “cadavere 156”, di “sconosciuto n 24” o di “morto clandestino”. La complessità di queste vite si è frantumata contro gli scogli delle frontiere sud dell’Unione Europea e quello che ne rimane non sono che numeri e codici che nulla raccontano delle ambizioni e speranze di coloro che li portano. Vite disumanizzate, tenute in così poco conto da essere un problema da vivi e un numero da morti. Corpi senza nome o storia che da quando sono recuperati esanimi in mare sino a quando sono sepolti passano per un processo di burocratizzazione che non lascia traccia di ciò che è stato e attesta solo ciò che ora è: mera carne decomposta. Il tentativo di restituire dignità di persone ha questi corpi ha animato il progetto The Human Cost of Border Control, finanziato dall’organizzazione olandese per la ricerca scientifica (NWO) e coordinato dal Prof. Thomas Spijkerboer, professore di Diritto dell’Immigrazione, e Tamara Last, dottoranda presso la Facoltà di Giurisprudenza della VU University Amsterdam. Chi scrive ha fatto parte del gruppo di ricerca della VU University di Amsterdam e condotto la ricerca in Italia, assieme ad Amélie Tapella, anche lei studentessa del corso di laurea di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa. Il frutto della ricerca è il Deaths at the Borders Database, consultabile sul sito www.borderdeaths.org, ovvero la prima raccolta di dati ufficiali di tutti coloro che sono morti cercando di raggiungere i paesi a sud dell’Unione Europea (oltre l’Italia anche Spagna, Grecia, Malta e Gibilterra) e i cui corpi sono stati ritrovati e registrati. L’arco temporale coinvolto comprende il 01/01/1990 e 01/01/2014. Tutte le informazioni che i ricercatori hanno potuto raccogliere negli atti ufficiali esaminati (le variabili più importanti sono: nome, età, genere e origine del defunto; luogo di morte, luogo di ritrovamento, luogo di registrazione, luogo di sepoltura; causa della morte e altri dettagli sull’incidente) permettono di tracciare non solo una geografia della morte alle frontiere, ma anche un ritratto collettivo (e innumerevoli ritratti individuali) dei caduti di questa guerra che continua a essere combattuta sottotraccia e sotto silenzio, salvo tornare a fare notizia e provocare commozione nei casi più eclatanti. II dati raccolti e i risultati della ricerca sono pubblicati sul sito www.borderdeaths.org, con infografiche interattive e chiavi di consultazione. In guerra e nelle orrende operazioni di sterminio che la storia recente ci insegna, l’autorità pubblica si è fatta vanto di testimoniare il massacro che stava compiendo. Così negli archivi dei lager abbiamo la traccia scritta di chi lì è passato e ha perduto la vita, così Franco faceva redigere gli Atti di Morte degli oppositori politici che condannava a morte. Così quindi i regimi autoritari tenevano a lasciar traccia del massacro, responsabili ed orgogliosi di ciò che stava avvenendo. 10

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Il costo umano del controllo delle frontiere www.ilbecco.it - Luglio 2015 Eppure ciò non risulta dall’esperienza della ricerca condotta negli uffici di Stato Civile del sud Italia (Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, ed importanti porti internazionali come Napoli, Ancona e Genova). Infatti questa guerra che si combatte lungo le frontiere del Mediterraneo, le cui vittime sono i corpi che si spiaggiano lungo le coste Siciliane o Pugliesi, è combattuta da un regime che si vergogna di tener traccia del massacro che sta compiendo. Per inedia, per superficialità o per colpa, è bassissimo il numero dei cadaveri che alla fine vengono registrati presso gli uffici di Stato Civile e spesso la testimonianza del passaggio di queste vite è riportata solo dallo “sconosciuto” inciso col bastone sul cemento di una fossa. Durante la ricerca è infatti emerso il dato allarmante del bassissimo numero di registrazione degli Atti di Morte riguardanti le vittime delle frontiere. L’Atto di Morte, redatto dallo Stato Civile e su ordine della Procura (nel caso dei migranti), è quel documento che testimonia non solo la morte ma l’esistenza del passaggio di quella vita nel suolo del comune. È ciò che rende ufficiale il decesso, ma soprattutto che ne lascia traccia a chi lo vuole ricercare. È il documento da richiedere per un passaggio di proprietà, per testimoniare di essere vedovi od orfani, per ricordare che quella persona è esistita. Eppure la media di registrazione in EU è molto bassa e raggiunge il suo picco negativo nella provincia di Agrigento (la più colpita in Europa dal fenomeno) la cui media di registrazione è del 16%. Il totale disinteresse dello Stato Italiano per l’identificazione di queste persone fa sì che in assenza di una legge nazionale che regoli il riconoscimento o anche solo la registrazione di questi decessi, questo compito viene lasciato alle autonomie locali le quali attuano una procedure non standardizzata e regolata dal caso. Non il DNA o fotografie di riconoscimento tranne che in pochi casi. Quello che rimane del passaggio di queste vite non sono che documenti burocratici che, se siamo fortunati, testimoniano il passaggio della salma e la sua sepoltura. La vita di queste persone è quindi ridotta ad un documento, ancora una volta un numero di protocollo, che ne regola burocraticamente l’esistenza ma che nulla lascia capire dell’identità persona che rappresenta. Non riusciremo quindi a capire che dietro quel codice c’è una vittima innocente di una guerra che si è combattuta sulla sua pelle, il cui il decesso è frutto di una scelta di militarizzare la frontiera. Non esiste (ad oggi) un database Europeo o nazionale che tenga conto ancora una volta del massacro che l’autorità sta compiendo. Non esistono che stime prese dai dati giornalistici, non attendibili ufficialmente ed incompleti, che permettono appena di ipotizzare il numero, ma non di identificare il deceduto. L’obiettivo dei ricercatori della Vu University di Amsterdam è che il database realizzato possa essere accolto con l’istituzione di un osservatorio europeo sui morti di frontiera, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, che si occupi di raccogliere i dati in tutti i paesi coinvolti. È fondamentale che l’UE si faccia carico di tener traccia di ciò che sta avvenendo lungo le sue frontiere come risultato politico delle sue scelte contro l’“immigrazione clandestina”. Chi ha costruito l’attuale regime migratorio internazionale rifiuta infatti ogni responsabilità per gli effetti nefasti che esso produce, rovesciandola sui trafficanti, colpevoli di mandare al massacro i propri clienti pur di gonfiare i propri portafogli. La lotta contro lo spietato traffico di vite umane diventa così la parola d’ordine per giustificare il regime di frontiera, mentre quest’ultimo viene riconfezionato come sistema per salvare vite umane. Producendo, come vedremo, risultati opposti. Il punto chiave, invece, è permettere alle persone di viaggiare senza dover ricorrere ai “servizi” dei trafficanti e senza dover salire in novecento su una barca di venti metri. Questi decessi sono infatti delle vite sacrificate all’altare dei visti d’ingresso e delle politiche coscientemente volute e determinate dai paesi membri dell’UE. È il caso degli Albanesi, per esempio, vittime delle frontiere nel mar Adriatico dagli anni ’90 fin tanto che è durata l’emergenza, quando è stato regolato il sistema dei visti d’ingresso agli inizi del 2000. La mortalità di questa rotta e la sua evidente implicazione politica è dimostrata in Deaths at the Borders Database: testimonia l’accrescere del numero di sbarchi e della pericolosità della rotta adriatica in seguito al conflitto dei balcani e alla chiusura delle frontiere italiane, fino a rendere Brindisi una delle città col più alto numero di decessi di migranti; quindi il crollo del numero delle vittime in seguito all’apertura delle frontiere e alla regolarizzazione dei visti, nel 2001. Comparando la mortalità delle rotte dei migranti, si nota che al calare del tasso di vittime di una rotta non corrisponde la diminuzione totale della mortalità, ma anzi l’aumento dei decessi da un’altra via; così la quasi assenza del numero dei decessi trascritti in Italia tra il 2010 e il 2011 è stato spesso associata al “successo” degli accordi Italia-Libia che, è bene ricordarlo, prevedevano anche la fornitura dei sacchi da morto. 11

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Il costo umano del controllo delle frontiere www.ilbecco.it - Luglio 2015 Eppure dal grafico in figura [riportato qui sotto] realizzato dalla già citata Tamara Last, si evidenzia non solo che l’accordo non ha prevenuto i decessi (tra l’altro non è quantificabile il numero delle vittime causate dalle politiche anti immigrazione del regime Gheddafi in Libia, stato che non riconosce neanche il diritto d’Asilo), ma piuttosto che i migranti sono stati costretti a scegliere rotte ancora più pericolose ed è quindi aumentato il numero dei decessi. Lo stesso fenomeno è osservabile al confine Turco-Greco via terra e via mare: nel 2011 il numero dei ritrovamenti di cadaveri è diminuito drasticamente nel mar Egeo per aumentare in modo consistente lungo il confine via terra con la Turchia, dimostrando ancora una volta, che intensificando le politiche di controllo delle frontiere si spingono i migranti a prendere rotte più pericolose. È doveroso infine sottolineare che il significato più importante del database non risiede tanto nel dato statistico relativo al numero totale di morti di frontiera registrati nei diversi Paesi. Tale dato, infatti, è evidentemente parziale rispetto al numero totale dei morti nel Mediterraneo, poiché non comprende né i decessi avvenuti e/o registrati sull’altra sponda (nei paesi dai quali le persone si sono messe in viaggio per raggiungere l’Europa), né i dispersi (il cui numero – è il caso di ricordarlo – si stima essere di parecchio superiore a quello dei corpi rinvenuti). È auspicabile però che il lavoro fatto possa servire per facilitare le identificazioni di alcuni dei tanti morti ancora senza nome e per consentire ai familiari di alcune delle vittime di avere finalmente certezza sul destino dei propri cari. Ciò potrebbe avvenire anche attraverso una collaborazione con il programma Family Links Network della Croce Rossa. Per fare ciò è però necessario costruire una coscienza collettiva che porti i paesi testimoni di tali fenomeni a compiere tutti gli sforzi necessari per identificare i corpi o permettere il loro riconoscimento successivamente. " i s p n i z n s s s l p p L r r c s n d d H V s Grafico ripreso da Last, Tamara (2015, May 12) Preliminary Findings, Deaths at the Borders: Database for the Southern EU, retrieved from http://www.borderdeaths.org /wp­ content/uploads/Preliminary ­Findings.pdf D i F e r r s d d l c n d a i l s u m 12

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www.ilbecco.it - Luglio 2015 LE RADICI DEL RAZZISMO DI ALEX MARSAGLIA - REDAZIONE "Se non ci occupiamo del modo in cui le identità di genere si formano e si trasformano e del modo in cui si dispiegano politicamente vuol dire semplicemente che non abbiamo a disposizione un linguaggio in grado di comprendere l'istituzionalizzazione del potere nella nostra società e nemmeno le radici segrete delle nostre resistenze al cambiamento" (S. Hall, Il significato dei "nuovi tempi", in "Il soggetto e la differenza. Per un'archeologia degli studi culturali e postcoloniali", a cura di M. Mellino, p.141) Lo stesso Stuart Hall ricordava come la razza fosse un elemento profondamente radicato nei paesi coloniali, affermando che "La razza è nello zucchero che mescolate quotidianamente. È impregnata nel più profondo del famoso "palato dolce" britannico. È nel fondo-tazza della tradizionale british cup of tea." (S. Hall, "Racism and Reaction", in Five Views of Multi-Racial Britain, Commission on Racial Equality). D'altra parte se andiamo a scandagliare il pensiero di un autore come Frantz Fanon che fece della decolonizzazione e della lotta antimperialista la sua stessa ragione di vita, scopriamo alcune delle riflessioni più acute sul fenomeno razzista: "Il razzismo non è che un elemento di un contesto più ampio: quello dell'oppressione sistematica di un popolo. (...) Nel cuore delle <>, i lavoratori hanno finalmente scoperto che lo sfruttamento dell'uomo, fondamento di un sistema, assume aspetti diversi. A questo punto il razzismo non osa più mostrarsi senza la propria maschera. (...) Il razzismo salta agli occhi proprio perché rientra in un unico contesto: quello dello sfruttamento spudorato di un gruppo di DE IL BECCO europeo, quello di Dublino, posto al centro dell'attenzione per l'iniquità nella gestione dei flussi migratori, non si può omettere il riferimento all'utilità per il capitalismo di un sistema a paratie stagne di contingentamento dei flussi migratori verso le aree più ricche. Ma se si analizzassero i Trattati europei sulla libera circolazione, sulla regolamentazione del lavoro, sulle tutele per i lavoratori si scoprirebbero le medesime barriere. Insomma, a dispetto delle grandi narrazioni liberali e delle Dichiarazioni universali dei diritti delll'uomo, leggendo le norme giuridiche che regolamentano la vita di tutti i giorni scopriamo che gli uomini non sono affatto tutti uguali. Per completare il percorso di riconduzione del razzismo a quelle che sono le sue radici insite nel sistema di "sfruttamento spudorato di un gruppo di uomini da parte di un altro gruppo" potrebbe dirci molto un altro intellettuale che visse nel sistema dell'Apartheid in Sud Africa. Hosea Jaffe sosteneva l'impossibilità di realizzare una democrazia compiuta secondo quelli che dovrebbero essere i canoni dell'eguaglianza liberale in Occidente proprio perché quest'ultimo non aveva mai fatto i conti con il colonialismo e con l'imperialismo e non poteva farli senza affrontare la questione capitalistica. Come ha ampiamente spiegato in "Abbandonare l'Imperialismo": "il parassitismo prodotto dall'imperialismo" è il "suo fattore caratteristico" (H. Jaffe, Abbandonare l'Imperialismo, Jaca Book, p. 47) e l'imperialismo non è altro se non il risultato della "strutturazione globale delle classi" che Jaffe non mancò di approfondire nel suo schema a piramide. uomini da parte di un altro gruppo che ha raggiunto uno stadio di sviluppo tecnico più avanzato. Ecco perché l'oppressione militare ed economica quasi sempre precede, prepara e legittima il razzismo. Bisogna smetterla di considerare il razzismo come un atteggiamento mentale, come una tara psicologica" (F. Fanon, Scritti Politici, Derive Approdi, 2006, pp. 46-50). Solo riprendendo il contesto che "precede, prepara e legittima il razzismo" possiamo quindi capire che tipo di integrazione aspettarci nei paesi che mantengono a tutti gli effetti una struttura colonialistica. Una breve panoramica sulla finta integrazione nei vari Stati europei, ci dice che la distinzione tra il modello tedesco di Gastarbeiter del "lavoratore ospite" strettamente subordinato alle convenienze economiche del paese ricevente, quello francese "assimilativo" fortemente incentrato sull'omologazione culturale e quello inglese pluralista e multiculturale fondato sulla logica del laissez faire, in realtà, non coglie che gli aspetti superficiali di un medesimo processo. Il processo è quello che porta ad una cittadinanza governata dalla logica capitalistica che concede i diritti solamente come premio all'integrazione, la quale può avvenire solo per coloro che si inseriscono nel sistema di produzione dello stato coloniale. Concludendo la panoramica sul vecchio continente non si potrebbe prescindere dalla doppia faccia di accordi come quelli di Schengen, impregnati di razzismo al punto da lasciare fuori quei Paesi che vengono concepiti come problematici, ovvero i cosiddetti Paesi decolonizzati. E inevitabilmente se si prende in considerazione l'altro accordo 13

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Le radici del razzismo www.ilbecco.it - Luglio 2015 Ma tirando in ballo la democrazia non si può fare a meno di andare ad analizzare la situazione della "più antica democrazia del mondo", la quale conserva una Costituzione che, seppur graziosamente emendata degli articoli che istituivano la differenza tra uomini liberi, schiavi e "indiani", continua a restituirci tutta la democraticità dell'immagine riflessa del razzismo attraverso il "nativismo", ovvero l'attribuzione di ogni priorità ai nativi per il semplice fatti di essere tali, alimentando così una politica dell'identità che contiene il germe del nazionalismo. La costituzione materiale non riporta certo una realtà più rosea se constatiamo che dall'inizio del 2015 sono 527 le persone di colore uccise e solo nell'ultimo anno (2014), secondo i dati del Malcolm X Grassroots Movement sugli omicidi a sfondo razziale, ogni 28 ore un nero è stato ucciso dalla polizia e ogni 36 ore da vigilantes e forze di parapolizia. Secondo i dati forniti dalla stessa FBI nel 2013 le persone uccise dalla polizia sono state 3563, il 63% erano neri mentre il 21% bianchi non americani. L'evento fortemente simbolico della strage di Charleston, South Carolina (Stato che espone ancora la bandiera confederata), in cui sono state uccise nove persone in quella che fu la Chiesa di M. L. King ci restituisce la drammaticità di un problema, quello razzista, che finora era stato solamente celato, ma che continua ad essere vivo nella natura dell'America del XXI secolo. Anzi, potremmo dire che è vivo più che mai se pensiamo che nei giorni successivi al massacro si è assistito ad assalti incendiari alle chiese delle comunità afroamericane, alcune delle quali negli anni '50 erano già state incendiate dallo stesso Ku Klux Klan, nel silenzio mediatico più assoluto e nell'omertà di un sistema sociale, giuridico e politico che continua a perpetuarsi su simili azioni. Eppure il ritorno al razzismo che sta avvenendo negli States è altamente evocativo e riporterebbe alla memoria di tutti una stagione che invece va rimossa dal pensiero mainstream, una stagione in cui il terrorismo era quello dei "bianchi". Ma se il razzismo negli Stati Uniti è strutturato nella stessa Costituzione (emendata giuridicamente, ma non epurata dal suo impianto filosofico di fondo), il razzismo in Europa continua ad agire sul piano magmatico della politica, emergendo a destra e a sinistra come forma mentis dalla quale è difficile liberarsi e anzi sulla quale è sempre facile giocare di strumentalizzazione guadagnando consensi. Ecco che allora, come spiegava Fanon, il razzismo diventa un concetto malleabile: può essere quello becero, può diventare russofobia, può rivolgersi verso gli europei stessi, come i mediterranei, può addirittura contestare se stesso, ma non cessa di proliferare sullo sfruttamento dell'uomo. A più di mezzo secolo di distanza non si può quindi non riconoscere la validità dell'avvertimento di Fanon verso l'Occidente: "Il Terzo Mondo non intende organizzare una immensa crociata della fame contro tutta l’Europa. Ciò che esso si attende da quelli che l’han mantenuto in schiavitù per secoli, è che lo aiutino a riabilitare l’uomo, a far trionfar l’uomo dovunque, una volta per tutte. […] Questo lavoro colossale che è quello di reintrodurre l’uomo nel mondo, l’uomo totale, si farà con l’aiuto decisivo delle masse europee che, devono riconoscerlo, si sono spesso allineate circa i problemi coloniali sulle posizioni dei nostri comuni padroni. Per questo, bisognerebbe anzitutto che le masse europee decidessero di svegliarsi, si scuotessero il cervello e cessassero di giocare al gioco irresponsabile della bella addormentata nel bosco". (F. Fanon, I dannati della terra, 1961). www.razzismobruttastoria.net 14

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"Ai monarchi il perdere la testa al popolo l'usarla" CAMPAGNA S0TT0SCRIZI0NI 2015 - Siamo un'associazione di promozione sociale senza scopo di lucro. - Tutto ciò che produciamo lo rendiamo disponibile gratuitamente attraverso il nostro sito web (www.ilbecco.it). - Da realtà autofinanziata chiediamo un contributo sotto forma di sottoscrizione, per recuperare le pratiche di partecipazione ed autofinanziamento: non compri niente, compi un (piccolo) gesto politico. - L'erogazione liberale è detraibile in sede di dichiarazione dei redditi se non effettuata in contanti. In cambio ti invieremo i supplementi cartacei che cerchiamo di stampare con cadenza mensile. Con 10 euro permetterai la produzione di 4 riviste, con 30 euro ci darai fiducia per 12 riviste. Per ogni cifra superiore sapremo ringraziare! - Puoi pagare con PayPal che trovi sul nostro sito (www.ilbecco.it - carte di credito, prepagate, conto PayPal) oppure con un bonifico bancario, intestato a Il Becco - Associazione di promozione sociale, presso Banca Etica, Iban IT18E0501802800000000161497 (ricordati di specificare "erogazione liberale" nella causale). www.ilbecco.it info@ilbecco.it @IlBecco Il Becco 377 4277171 I l SMS, WhatsApp o Telegram 15

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