Il Becco - Anno 2, numero 5

 

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Stiamo costruendo per voi

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Allegato del sito, www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 ­ Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487. Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari. Sede legale associazione e della redazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) ­ info@ilbecco.it ­ Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – 70% FIRENZE Disegno di Cristiano Articoli di Alessandro Zabban e un estratto di Betty Gilmore. Intervista di Lorenzo Palandri a Alberto Ziparo. STIAMO COSTRUENDO PER VOI Anno II - n° 5 Felloni

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Editoriale Il Becco - Maggio 2015 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Le contraddizioni socio­politiche si concretizzano nello spazio. Le contraddizioni spaziali dunque rendono le contraddizioni conflitti “espressi” fra interessi e forze socio­politiche; è solo nello spazio che tali conflitti entrano in gioco, e così fa­ cendo, diventano contraddizioni di spazio. (HENRI LEFEBVRE) Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 25 maggio 2015 L’urbanizzazione è uno dei tratti spasmodico per il nuovo. “La più salienti delle società mo‐ città cambia più velocemente del derne. cuore di un uomo”, sentenziava un Baudelaire che guardava con Ad oggi, il 54% della popolazio‐ spavento e meraviglia il tra‐ ne mondiale vive in città. sformarsi rapidissimo dello Percentuale che dovrebbe salire spazio intorno a sé. al 66% entro il 2050 secondo le stime fornite lo scorso anno Trasformarsi però ineguale, dall’ONU. scomposto, a due velocità e che rende la città prima di tutto La gestione delle aree urbane contraddizione: da una parte il diventa così una delle sfide più motore dello sviluppo, il cuore impegnative del XXI secolo: della modernità meccanica, il servizi, trasporti, sanità, istru‐ nocciolo duro del potere econo‐ zione, sostenibilità ambientale mico, dall’altra l’impianto di sono tutti problemi che passano amplificazione dei problemi so‐ per la crescita esponenziale di ciali della marginalità, persone che abiteranno le già dell’alienazione, della devianza, il brulicanti megalopoli mondiali. E regno distopico delle disugua‐ d’altra parte, lo sviluppo econo‐ glianze e della miseria. mico, l’applicazione tecnologica, le novità culturali, passano tutte Ovunque, sia nelle metropoli del attraverso il tessuto urbano. nord che del sud del mondo, le disuguaglianze aumentano, i di‐ Non è possibile immaginare la ritti si restringono. società contemporanea senza la Eppure i centri urbani sono città. ancora oggi il terreno di scontro decisivo, il luogo privilegiato del La modernità stessa è legata a conflitto e delle rivendicazioni. doppio filo con la vita urbana, con la sua spinta propulsiva La città è la moderna arena della verso il futuro e il suo desiderio lotta per il riconoscimento. C p o m p t N C n c i s e C c i d l s n n s i m t Indice La nuova città globale e le sue diseguaglianze di Alessandro Zabban La gestione del territorio e delle città intervista di L. Palandri a Alberto Ziparo Il ritorno dei non luoghi di Alessandro Zabban Los Angeles 1965 estratto di Betty Gilmore pag. 03 pag. 06 pag. 09 pag. 12 E c c m q f n s v c t s r t n i s

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www.ilbecco.it - Maggio 2015 LA NUOVA CITTÀ GLOBALE E LE SUE DISUGUAGLIANZE DI ALESSANDRO ZABBAN - REDAZIONE DEL BECCO Sono venuto a New York perché è il più miserabile, il più abietto di tutti i luoghi. Lo sfacelo è dovunque, la disarmonia è universale. Le basta aprire gli occhi per accorgersene. Persone infrante, cose infrante, pensieri infranti. La città intera è un ammasso di rifiuti. […] Trovo che le strade siano una fonte infinita di materiale, un inesauribile emporio di cose frantumate. (P. AUSTER) Cosa resta del luogo metropolitano quando lo spazio è ormai compresso nel millesimo di secondo che occorre per portare a termine una transazione finanziaria da New York a Hong Kong? Cosa resta del tessuto urbano quando le relazioni concrete, i contesti locali di interazione vengono ristrutturati su infinite estensioni spazio-temporali? Cosa resta della prossimità cittadina quando un viaggio internazionale è più veloce di uno spostamento regionale? La neutralizzazione dello spazio, figlia di trasformazioni epocali nei trasporti e nelle telecomunicazioni, sembra aver reso il territorio insignificante e la densità demografica una variabile trascurabile. Eppure il suolo continua a contare. Conta nelle rivendicazioni politiche di minoranze etniche, conta quando assistiamo a intensi fenomeni migratori, conta nell’accesso alla cultura e ai servizi. Dove si nasce e si vive continua a influenzare ciò che siamo, le nostre possibilità e sopratutto la nostra situazione economica. La ricchezza è prodotta sul territorio e là tende a restare: nonostante le tecnologie informatiche e digitali, il sistema economico produce e riproduce le dinamiche della sua organizzazione nella concretezza dei luoghi. Persino le imprese attive nell’ambito informatico, per quanto legate all’economia virtuale, sono insediate in specifiche zone geografiche. Non dovrebbe stupire allora il fatto che al giorno d’oggi il capitalismo per continuare a creare profitto ha un crescente bisogno di luoghi capaci di produrre grandi quantità di ricchezza, come lo sono le città. Necessita, anzi, di grandi città, di grandi centri fisici di creazione, diffusione e riproduzione delle dinamiche di mercato. Il tessuto urbano permette alla grande metropoli di funzionare come centro di apprendimento, creatività, innovazione proprio perché essa è costituita da relazioni dense e da rapporti intensi tali da renderla il luogo dove nuovi incontri ed esperienze avvengono su base giornaliera e dove circola quotidianamente una massa enorme di dati. “Il mix di saperi, talenti e competenze da una vasta gamma di settori specializzati” – afferma Saskia Sassen – “permette a un certo tipo di ambiente urbano di funzionare come centro informazioni. Essere in una città diventa sinonimo di essere all’interno di un circuito estremamente denso di informazioni”. Per la new economy, sempre più basata sulla comunicazione, la condivisione, la conoscenza e la creatività, quello urbano è ancora oggi il background ideale per la proliferazione delle idee e delle innovazioni, per la creazione di valore aggiunto e per l’accesso a capitale umano altamente qualificato, per il successo imprenditoriale e per la competitività nei mercati internazionali. Come è vero che la globalizzazione non ha eliminato l’importanza della dimensione locale, allo stesso modo si può dire che la crescente digitalizzazione delle attività economiche non ha eliminato il bisogno di grandi centri della finanza e degli affari ma anzi l’ha moltiplicato. Come nota Castells, sono sempre più le grandi città mondiali il luogo dove le elite economiche, a stretto contatto con tutte le infrastrutture e le facilities necessarie, costituiscono i nuovi snodi fondamentali del sistema a rete dei nuovi flussi economici. Con la crescente difficoltà degli Stati nazionali di tenere sotto controllo la nuova economia globalizzata, la città emerge come nuovo protagonista assoluto di questa fase neoliberista, come luogo ove le esigenze di creazione di ricchezza e profitto vengono realizzate. La città postfordista è il luogo nel quale saperi e conoscenze sono concentrarti, dove la prossimità genera sapere diffuso. Secondo il geografo Allen J. Scott, a dominare il panorama economico globale è un sistema di “città creative”, caratterizzate cioè dal sfruttare al massimo le potenzialità della nuova economia della conoscenza e dunque nel focalizzarsi sempre di più su prodotti non standardizzati in settori quali l’alta tecnologia, i servizi alla persona e finanziari, il mondo degli affari oltre che a un vasto assortimento di industrie culturali che vanno dai media alla produzione artigianale nel capo della moda e del settore del lusso. Le città che riescono a costruire un sistema integrato basato sui settori più profittevoli della new economy sono anche quelle che riescono ad attrarre o a formare in loco una nuova classe lavoratrice che è sempre più chiamata a disporre di abilità cognitive e culturali di alto profilo, come capacità di ragionamento deduttivo, di leadership, di comunicazione o di immaginazione visiva da applicare all’interno del posto di lavoro. 3

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La nuova città globale e le sue diseguaglianze www.ilbecco.it - Maggio 2015 Ovviamente non tutte le città riescono a imporsi come poli creativi per la creazione e riproduzione del capitale globale: sono molti i territori, come ad esempio i centri urbani tradizionalmente adibiti alle attività produttive e manifatturiere, che non riuscendo a integrarsi nel sistema globale, restano indietro e isolate. In un sistema sempre più caratterizzato dalla concorrenza spietata, non deve stupire che siano pochi gli agglomerati urbani che riescono a inserirsi con successo all’intero delle dinamiche capitaliste. Si tratta di quelle grandi megalopoli, città-regione o, continuando a usare il lessico di Saskia Sassen e Manuel Castells, le città globali, che avendo vinto la sfida della globalizzazione, si sono inserite in una posizione dominante all’interno del nuovo sistema economico. Al modello ormai antiquato Centro/Periferia di Wallerstain, che spiegava le relazioni inique fra gli stati occidentali consumatori dei prodotti lavorati nei paesi in via di sviluppo, vi è, con le parole di Castells un sistema a rete in cui i flussi di merci, capitali, informazioni e saperi più significativi passano trasversalmente per una serie di città in posizione di dominio e in cui la ricchezza e le transazioni economiche si muovono rapidamente fra città del nord e del sud del mondo come Shangai, Los Angeles, Tokio, Francoforte, Dubai, Hong Kong, San Paolo o Londra. Sono queste le città globali, ovvero quello che cooperano alla gestione dell’economia globale, luoghi strategici per la produzione dei servizi avanzati e lo svolgimento delle operazioni finanziarie, oltre che per l’insediamento delle strutture che provvedono ai servizi avanzati e alle telecomunicazioni. Il nuovo sistema di interdipendenze dunque, lungi dal convergere verso una qualche sorta di uniformità monocromatica, rende le grandi città globali i cuori pulsanti di un capitalismo sfaccettato. policentrico e no urbano relativamente recente e che attiene a un processo ampiamente studiato da urbanisti, geografi, ingegneri e sociologi chiamato di “gentrificazione” che avviene quando un quartiere popolare o operaio, spesso centrale, tramite un processo di acquisto di immobili e riqualificazione, viene occupato da un ceto benestante che vi si insedia causandone contestualmente l’abbandono da parte degli abitanti precedenti. Dagli anni ottanta dunque entra in profonda crisi il modello ecologico dei sociologi Park e Burgess della scuola di Chicago che ha aiutato a spiegare le principali dinamiche urbane fino a pochi decenni fa, compresa quella dello Sprawl o città diffusa. Se nel modello urbano dei due sociologi americani si metteva in risalto una dinamica tramite la quale al sopraggiungere in città di nuovi immigrati, le classi borghesi, spaventate dall’emergere dei nuovi quartieri ghetto, con la loro delinquenza e l’alienazione, sempre più cercavano rifugio nelle zone residenziali fuori dall’insediamento urbano, al riparo dai crescenti problemi urbani, la gentrificazione testimonia un meccanismo ben diverso di recupero del centro urbano da parte delle nuove classi dominanti del nuova capitalismo globale, la loro necessità di sistemarsi in prossimità delle infrastrutture amministrative e finanziarie o ai principali centri di cultura, come teatri, musei, gallerie d’arte, boutique di moda, caffè letterari e a contatto con le nuove amenità e i passatempi del capitalismo dell’intrattenimento. Se non va scartata del tutto l’ipotesi “culturale” della gentrificazione, ovvero quella che rimarca la scelta autonoma da parte della nuova borghesia di riappropriarsi del centro L’emergere di questo nuovo sistemamondo tuttavia, sebbene privilegi l’integrazione con zone geografiche precedentemente in posizione di subalternità rispetto all’occidente, segue dinamiche tutt’altro che orizzontali e paritarie. Non solo perché, come già accennato, sono poche le città “creative” che riescono efficacemente a creare o ad attrarre agenti della nuova economia finanziaria e globale, ma anche perché all’intero delle stesse città globali emerge una nuova geografica della marginalità che rispecchia le più ampie disuguaglianze che il nuovo sistema economico sta producendo. A fronte infatti di un processo di ampliamento e modernizzazione della zona centrale degli affari e della finanza, con le sue nuove forme architettoniche estetizzanti e coi suoi nuovi edifici postmoderni dal design accattivante e aggressivo, per attirare gli agenti globali del capitale finanziario e i dipartimenti più profittevoli delle grandi imprese multinazionali, si costituiscono in maniera sempre maggiore zone periferiche sempre più degradate e alienanti, abitate non più dalle classi operaie ma dal nuovo ceto medio in declino o dalla manodopera immigrata. Si crea dunque un sempre più marcato contrasto fra le zone residenziali adiacenti al centro finanziario abitate dalla nuova classe creativa, che va a formare il capitale umano impiegato nelle forme tipiche della new economy della conoscenza, con i quartieri periferici in cui una classe legata ai servizi alla persone si barcamena per pagarsi l’affitto o il mutuo e che vive in una situazione di perenne precarietà e incertezza. La “riconquista del centro” da parte della borghesia, è in realtà un fenome- 4

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La nuova città globale e le sue diseguaglianze www.ilbecco.it - Maggio 2015 e della sua vitalità come scelta di consumo o strategia simbolica di distinzione dalla normalità e dalla monotonia del restante tessuto urbano, la tesi più influente e esaustiva è quella fornita da Neil Smith che rimarca come la gentrificazione sia il prodotto delle dinamiche del capitale finanziario che a seguito di un processo di disinvestimento e abbandono economico di certe aree centrali, la cui decadenza abbassa il tenore di vita e i costi dell’affitto attirando i ceti meno abbienti, torna a investire su quel quartiere quando le opportunità di profitto che ne conseguono da una riqualificazione dello stesso cominciano a materializzarsi. Così vecchi quartieri tradizionali, luoghi del vissuto di intere generazioni di inquilini vengono completamente stravolti da un nuovo flusso di investimenti che porta nuovi moderni negozi, eleganti e costosi loft, alberghi di lusso, atti ad ospitare la nuova borghesia e ad arricchire gli investitori e le imprese del settore edilizio. Gli abitanti tradizionali, a causa dell’aumento del costo della vita sono così costretti ben presto a traslocare e ad abbandonare le loro vite precedenti. Si tratta di dinamiche cicliche del capitale che, spinto dal profitto, con la scusa di riqualificare quartieri “degradati”, spinge in realtà intere famiglie fuori dal loro mondo di vita tradizionale spazzando via ogni sottocultura urbana e tutto il tessuto relazionale e sociale presente. Con le parole di Smith “la gentrificazione è un movimento di ritorno alla città, ma un ritorno alla città da parte del capitale piuttosto che da parte delle persone”. I nuovi quartieri così “depurati” dall’ingombrante presenza del povero e del subalterno, si presentano finalmente sotto la luce rassicurante del pulito e dell’ordinato, dell’elegante e del rispettabile, mentre oltre la “frontiera” urbana del nuovo ordine spaziale e morale si ammassano i quartieri popolari ed etnici, escluse dalle logiche della globalizzazione e dalla nuove forme di profitto e creazione della ricchezza. Questo fenomeno può essere riassunto con le parole del geografo Allen Scott: “l’aspetto economico e sociale delle parti più centrali della città sta cambiando in maniera drastica. L’emergere di una nuova economia è stata accompagnata da una espansione enorme di lavori nel cuore della metropoli, nelle aree più avvantaggiate economicamente, per lavoratori altamente qualificati dell’industria cognitiva e culturale. La rinascita delle aree centrali ha creato un incentivo per questi lavoratori ben pagati per spostarsi nei quartieri residenziali adiacenti, che ha portato alla ristrutturazione delle proprietà edili e dunque al fenomeno della gentrificazione […] Allo stesso tempo, i gradini più bassi della forza lavoro si trovano sempre più spinti nei quartieri suburbani a basso reddito”. Occorre aggiungere che all’interno delle grandi città mondiali, il cui agglomerato urbano tende ormai a formare un sistema interconnesso spesso abbastanza grande da occupare regioni intere, si può ravvisare la presenza di più centri e dunque anche di più periferie. Una nuova e sfaccettata configurazione della città sta emergendo nella forma di una sempre più marcata alternanza fra tratti urbani con abitazioni e lavori a basso reddito e altre zone che, in concomitanza con snodi economici e culturali di rilevanza, sono caratterizzate da un tenore di vita decisamente più alto. I forti contrasti economici e sociali di questa nuova geografia della centralità e della marginalità riproducono le più ampie disuguaglianze che il neoliberismo ha creato negli ultimi decenni. Se la città è il luogo in cui questa iniquità si palesa anche visivamente in tutta la sua concretezza, è proprio dalla città che può sorgere la speranza di un’alternativa e di un cambiamento. Le nuove configurazioni urbane infatti, oltre ad attrarre le classi più agiate del nuova capitalismo cognitivo, richiamano anche un gran numero di gruppi subalterni come immigrati, donne, operai che cercano nella città le possibilità per un futuro migliore. Come nei quartieri dell’alta finanza e dell’impresa tecnologica circolano saperi e conoscenze, così anche nei sobborghi periferici la prossimità e l’accessibilità all’alterità tipica del mondo urbano costituisce reti relazionali dense tali da rendere possibile la creazione di nuove idee e concezioni, di pensieri alternativi, di modalità organizzative e di forme di resistenza originali. La città ha contribuito in maniera decisiva al sorgere della società industriale e, come abbiamo visto, è tutt’oggi protagonista indiscussa delle modalità di creazione e riproduzione dell’economia capitalista. Che le città non siano ancora le possibili protagoniste di un nuovo cambiamento epocale? - Foto di Luca Onesti 5

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www.ilbecco.it - Maggio 2015 LA GESTIONE DEL TERRITORIO E DELLE CITTÀ Intervista a ALBERTO ZIPARO, professore associato UniFi A CURA DI LORENZO PALANDRI - REDAZIONE DEL BECCO zioni sociali e ambientali. 3) Lei è stato spesso invitato a parlare al comitato No Tunnel Tav di Firenze. Quali sono i problemi urbanistici legati alla TAV fiorentina? Ho coordinato la ricerca UNIFI sugli impatti del sottoattraversamento e della stazione Foster, poi pubblicata nel volume TAV sotto Firenze: impatti, problemi, disastri, affari; e l’alternativa possibile, da me curato insieme ad altri per l’editore Alinea nel 2011. La ricerca evidenziava i moltissimi problemi e criticità del progetto; poi in parte colti dall’inchiesta della magistratura che ha bloccato i lavori, sostanzialmente ancora fermi. I problemi di impatto urbanistico e ambientale, prefigurati dal progetto, sono davvero impressionanti; anche se il grosso non si è visto (e auspichiamo che mai si veda), grazie all’azione della Procura che ha bloccato i lavori. Gli impatti più grossi in fase di cantiere riguardano traffico e scavi: il primo produce congestione, inquinamento, polveri e rumore che renderebbero invivibili grosse parti della città per un periodo non breve. I secondi, dovuti agli scavi, comporterebbero effetti devastanti sulle acque sotterranee (rischi di alluvione da una banda e di mancanza d’acqua dall’altra rispetto all’asse del percorso di cantiere). D’altra parte visto il patrimonio abitativo, artistico, urbanistico e ambientale che verrebbe direttamente interessato e investito dall’ingente movimento di terra da attività del ”talpone”, sono prevedibili disastri e dissesti pressocchè continui (lesioni,cedimenti, 1) La regione Toscana ha approvato il PIT, quali sono i cambiamenti principali in gioco? E come cambia il ruolo dei progettisti e urbanisti dopo questa approvazione? Gran parte del territorio toscano è tutelato, adesso: gli interventi devono seguire regole precise; inoltre si limiterà il consumo di suolo e si eviteranno peggiori disastri ambientali, anche con l’avvio del programma di risanamento idrogeologico. Ancora si supera la contrapposizione tra sviluppo e ambiente: oggi lo sviluppo può essere solo ecologico o sostenibile. Gli urbanisti devono saper assumere le dominanti paesaggistiche quali elementi distintivi e strutturanti del progetto. Per chi esce dalla scuola di Empoli questo non è certo un problema. Ma molti tecnici, anche già formati, devono rivedere e aggiornare il proprio background alla luce di tali innovativi caveat. 2) Mentre il piano sembra muoversi in un quadro di rispetto del territorio nella città di Firenze si continua a lavorare per espandere la pista aeroportuale e si inizia la costruzione dell’inceneritore. Il paesaggio ma non solo risulterà cambiato quando i lavori saranno completati, quali sono i problemi principali della costruzione di tali opere? L’aeroporto, come molti Grandi Opere, spesso inutili e dannose, si muove fuori dalla razionalità del piano. Questo è motivo di maggiori problemi sociali, urbanistici e ambientali; anche per la concomitante presenza del termovalorizzatore/inceneritore. In particolare con la nuova pista per Peretola si è accantonata la corretta logica programmatica contenuta nel piano della mobilità regionale del 2004: esso puntava su Pisa come grande hub aeroportuale; rispetto a questo bisognava ottimizzare le relazioni, abbattendo i tempi di collegamento delle maggiori realtà regionali- in primis Firenze - con il Galileo Galilei. Perciò si consolidavano anche spostamenti e infrastrutture di interazione con Pisa. Peretola restava – anche per evidenti motivi di spazio un “City Airport” che doveva semplicemente ristrutturare l’aerostazione, ottimizzandone servizi e capacità, e realizzare link “ottimali” con tutto il sistema regionale. La trasformazione della società di gestione, con l’avvento della clientela renziana, ha mutato tutto: si è deciso di costruire una nuova pista, anche lunga, che- considerando anche l’inceneritore- colpisce irrimediabilmente il Parco della Piana e crea un sistema ampio e complesso di impatti molto rilevanti sulle strutture esistenti, compresi i nuovi laboratori universitari. Ma va considerato che l’aeroporto crea anche e soprattutto fortissime diseconomie, creando un concorrenza di fatto molto grossa con Pisa, con cui invece ufficialmente ci si dovrebbe continuare ad integrare. Grandi sprechi e devasta- "G GLI URBANISTI DEVONO SAPER ASSUMERE LE DOMINANTI PAESAGGISTICHE QUALI ELEMENTI DISTINTIVI E STRUTTURANTI DEL PROGETTO. MOLTI TECNICI, ANCHE GIÀ FORMATI, DEVONO RIVEDERE E AGGIORNARE IL PROPRIO BACKGROUND." 6

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La gestione del territorio e delle città www.ilbecco.it - Maggio 2015 smottamenti, crolli) , con conseguenti arresti dei lavori; fino alla assai probabile cancellazione definitiva del progetto –come già avvenuto nei casi di Amsterdam, Budapest e altri. Magari dopo aver prodotto ingenti danni ambientali, oltre che economici. Inoltre consideriamo che le terre di scavo, prodotte dalla fresa, sono tossiche e inconsistenti e quindi vanno trattate appositamente e portate in discarica, ancora non prevista dal progetto. Impressionanti anche gli impatti della stazione sotterranea progettata da Foster: essi ancora non sono descrivibili in dettaglio, perché il proponente – coperto dal governo e dalla Regione – si è sempre rifiutato di redigere la VIA (per il più grande scavo della storia ingegneristica del centro di Firenze!!). Il che tra l’altro, data anche la mancanza di NO paesaggistico, rende tale progetto “abusivo”. Meglio abbandonare ora questo progetto e tornare all’alternativa di superficie. 4) Passando ad altro, si sente parlare spesso di gentrification, che cosa si intende con questo termine? E in che modo si innesca un meccanismo del genere? Si parla di “gentrification” quando in un determinato quartiere o parte di città, già marcato da presenza di attori sociali economicamente poco dotati, lavoratori a basso salario o immigrati, tendono a localizzarsi soggetti appartenenti alle classi di reddito alte. Questo comporta una lievitazione verso l’alto della domanda di abitazioni e servizi in quella zona, con espulsione delle classi di reddito basse e avvento di quelle alte, che innescano meccani- smi di ristrutturazione edilizia e urbanistica delle aree interessate; che tendono a perdere i caratteri di contesto a forte connotazione sociale per assumere quelli – a molto più elevata qualità abitativa – tipici delle aree residenziali da “upper class”o “Gentry”. Da qui il termine in questione. Tali processi si sono registrati in molti quartieri delle grandi città occidentali – specie a Londra e New York – ma anche a Singapore e Hong Kong; oggi tendono a riproporsi anche nelle metropoli orientali investite da processi di rilevante allocazione di capitale finanziario. 5) A Firenze il costo delle case è molto alto, e molti quartieri si stanno spopolando, in particolare la zona intorno a Santa Croce e a Santo Spirito per l’alto prezzo delle case e degli affitti. Si può considerare un meccanismo di gentrification? Cosa potrebbe fare il Comune per fermare questo processo od invertire la tendenza? La gentrification c’entra, ma in parte minore. Il processo che denunci è dovuto di più alla finanziarizzazione del settore immobiliare e urbano, che ha investito pesantemente le città italiane, europee e occidentali nell’ultimo quindicennio, causando un’esplosione dei valori immobiliari dovuta allo spostamento di quei beni dal mercato economico (domanda reale di affitto o acquisto) a quello finanziario (beni destinati alla continua compravendita –anche virtuale- con natura e ritmi dettati dalla speculazione finanziaria). Questo ha portato al paradosso per cui a Firenze oggi ci sono più di 60000 stanze vuote, ma esiste anche disagio abitativo; in Italia abbiamo ca 8 milioni di alloggi vuoti su un totale di poco più di 32 milioni (1/4), ma ci sono circa 800000 senza casa (di cui circa il 10% di occupanti extranorma). Il problema è che circa l’ottantacinque per cento di tale patrimonio è privato. Bisogna trovare le politiche per accedere a tale enorme patrimonio vuoto; altrimenti si assiste inermi ad un enorme spreco economico, sociale e ambientale. 7

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La gestione del territorio e delle città www.ilbecco.it - Maggio 2015 6) Renzi come sindaco aveva promosso un piano urbanistico a volumi zero, anche se spesso viene criticato per il fatto che non fosse realmente a volume zero. Ci potrebbe spiegare il motivo? Infatti non è a volumi zero. Il nuovo piano strutturale non prevede DI SUO nuovi volumi edificatori; ma EREDITA dal precedente ps alcune decine di milioni di mc di volumi di diritti edificatori già consolidati. “Volumi zero” avrebbe significato trovare gli strumenti, normativi e programmatici, per cancellare tali nuove edificazioni, in una città – tra l’altro – già fortemente “esuberante” per capacità insediativa re risolto sia in (oltre 60000 stanze vuote). termini di urbanistica sia in termini Renzi si è rifiutato di legislativi? farlo; forse comprensibilmente per lui perché Il vero Piano Casa naziogli stakeholders (con que- nale consiste nel trovare sto termine  si individua gli strumenti, ribadisco un soggetto influente  nei normativi e programmaticonfronti di un'iniziativa ci, per accedere all’enorme economica, sia essa patrimonio vuoto (circa ¼ un'azienda  o un  progetto dell’esistente, 8 milioni di - ndr) di tali interessi sono alloggi su 32 milioni): diventati suoi sostenitori. obiettivo non semplice, anche per l’enorme quota La buona gestione è altra di privato inutilizzato. cosa. Tuttavia ancora nessun 7) In tutta Italia il governo ha intrapreso problema casa sta questa strada che sembra portando migliaia più che necessaria, ormai. di persone in piazza Nel frattempo le occupama non sembra che zioni andrebbero tollerate, si stia pensando a come “indicatori di disasviluppare leggi gio”. adeguate a risolvere la situazione. In che 8) Il primo di modo potrebbe esse- Maggio ha aperto l’expo. Cosa pensa dell’esposizione? Cosa sarebbe possibile fare con le strutture fisse costruite per questa manifestazione? [Stiamo parlando di un] enorme baraccone anacronistico: possiamo vedere tutto sul nostro pc. Intanto 1100 ettari di terreni ex agricoli sono andati persi per il primario. Ma sono stati guadagnati alla speculazione: Astaldi e altre grandi imprese e immobiliari hanno comprato a prezzo agricolo e poi rivenduto a Regione Lombardia, Comune di Milano e ASSEXPO a prezzi da rendita edilizia di lusso. Sono stati spesi per questo quasi 7 mld di Euro pubblici (di stato,cioè nostri). Nell’ipotesi di incassi favolosi si rientrerà di 2: gli altri cinque si dovrebbero ricavare dalla rivendita di strutture e terreni. Ma di questi il 50% devono tornare parco agricolo e ambientale (ciclo del capitale diabolico su di essi), quindi restare pubblici. Le prime due gare per il resto sono andate deserte: adesso si pensa ad acquirenti pubblici con credito agevolato (per esempio l'Università), ma con formazione certa di debito pubblico! F a p s d c o a p f q r g c g m s n l 1 n n e s c o m v d FOTO RIPRESA LIBERAMENTE DA WWW.INFOAUT.ORG Q d s t c m t s p s i B s m 8

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www.ilbecco.it - Maggio 2015 IL RITORNO DEI NON LUOGHI: LA REINVENZIONE DELLE CATTEDRALI DEL CONSUMO DI ALESSANDRO ZABBAN - REDAZIONE Forme architettoniche postmoderne aggressive ed esuberanti, spaziosi pavimenti dai colori sgargianti, altissimi soffitti con maestose volte d’acciaio e vetro, in un incontro continuo fra terra e acqua, oriente e occidente, è quello che si presenta agli occhi dello spettatore che non può non rimanere incantato di fronte alla abbagliante magniloquenza e ai continui richiami retro-futuristi del Dubai Mall, inaugurato sei anni fa nel cuore della città degli Emirati. Si tratta del più grande centro commerciale al mondo per superficie totale, uno sconfinato spazio contenente 635 negozi, un hotel con 250 camere di lusso, 22 schermi cinematografici e 120 fra negozi e ristoranti che, pur nella loro smisuratezza, impallidiscono al cospetto dell’enorme acquario e zoo sottomarino del mall, con i suoi 10 milioni di litri d’acqua e le centinaia di specie marine contenute o di fronte al grandioso parco tematico SEGA Republic, dedicato ai videogiochi della celebre casa produttrice giapponese. Quello del Dubai Mall è solo uno degli esempi più sgargianti e appariscenti di un più ampio processo di trasformazione del modo in cui i centri commerciali in ogni parte del mondo vengono progettati e costruiti. L’Ishafan City Center in Iran, col suo spettacolare gioco di colori e preziosismi architettonici, il suo museo e il suo centro finanziario internazionale o l’Americana at Brand a Glandale, California con i suoi parchi e le sue fontane “multimediali” sono altri esempi di un DEL BECCO cambiamento avvenuto recentemente e che attiene a nuove modalità tramite cui i centri commerciali vengono ripensati puntando con sempre maggiore insistenza su innovative forme di attrazione e di divertimento. Fin dalle origini, il successo dei contri commerciali è dovuto in primo luogo al loro ruolo di palcoscenico dove viene messo in scena “lo spettacolo del consumo delle merci”. Il sociologo urbano Vanni Codeluppi argomenta che se la commedia si esprime al meglio in un teatro, la partita di calcio in uno stadio, la merce, che rispetto alla sua necessità funzionale, ha assunto storicamente su di sé significati sociali e culturali, legati alla distinzione di classe e all’appartenenza a subculture, si manifesta modernamente in tutto il suo splendore ostensivo nel centro commerciale. A questo luogo è richiesto dunque il possedere un aurea seducente e intrigante quanto le merci ivi esposte: architetture monumentali e moderne, organizzazione spaziale razionale e abbastanza prevedibile da risultare familiare, interni eleganti e patinati, ampie vetrate che restituiscono il senso di apertura e di spaziosità, luci al neon e pulizia per un senso di sicurezza e di accoglienza massimi. È questa finzione, questo ambiente sterilizzato, ovattato, simulato che ha spinto l’antropologo urbano Marc Augè a parlare anche per i centri commerciali di “non luoghi”: quegli spazi della surmodernità che non sono preposti a “generare né identità individuali né relazioni, solo solitudine e similitudine […] non c’è posto là per la storia a meno che non sia stata trasformata in un elemento di spettacolo, di solito nelle forme di un testo allusivo. Ciò che regna là è l’attuale, l’urgenza del momento presente”. Contrariamente al luogo antropologico, che è un territorio occupato da un popolazione che lo abita e che in esso iscrive i propri significati storici, culturali, sociali e che si caratterizza per la costruzione simbolica dello spazio, il non luogo è caratterizzato dal semplice transitare di persone, è uno spazio senza storia ed identità, designato per certi fini specifici come l’acquisto, il relax o il viaggiare e in cui non vi accedono persone in tutta la loro complessità e multidimensionalità ma solo in quanto clienti, consumatori o passeggeri. A regnare nel non luogo non sono leggi sociali e istituzioni culturali locali, mediate da persone fisiche ma messaggi testuali come la piantina dell’edificio, pubblicità, divieti di transito, cartelli di informazioni. Si tratta di un sistema di immagini che tende a creare un sistema, un sistema all’interno del quale identità e storia sono abolite, decontestualizzate e rese merci per diventare parte dello spettacolo stesso (riproduzioni di statue greche, manichini vestiti secondo gli abiti tipici della Scozia rurale dell’ottocento, finti mosaici bizantini, caffè che riproducono le atmosfere fumose di una Dublino proto-industriale, prodotti “tradizionali” provenienti dall’Arabia e così via). 9

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Il ritorno dei non luoghi www.ilbecco.it - Maggio 2015 Si tratta di luoghi dunque prevedibili, che si basano su semplici regole universali da rispettare, in cui ognuno si può sentire a casa anche se lontano migliaia di chilometri dal proprio Paese e che permette all’individuo di non doversi mai mettere in gioco in relazioni e in pratiche identitarie complesse: si entra e si esce da un centro commerciale in qualità di consumatori. Non vi è ricerca, non vi è esperienza, se non quella legata alla merce da consumare. La sua capacità di moltiplicare il potere attrattivo della merce, di generare la sensazione di avere tutto a portata di mano, di emanare un’atmosfera di sicurezza e prevedibilità, in un mondo esterno invece dominato dal rischio e dall’incertezza, sono tutti elementi che ha garantito a lungo la fortuna del centro commerciale. L’emergere dell’e-commerce, dell’acquisto online di pro- dotti tramite modalità ancora più autistiche e solitarie di consumo e un esercito di consumatori sempre più esigenti, soprattutto in occidente, di consumare (anche) prodotti immateriali, ha però sancito, dall’inizio del nuovo millennio, una fase di declino dei centri commerciali. A seguito della crisi economica del 2007, che ha tolto potere d’acquisto al ceto medio, il processo si è a tal punto intensificato che ci si chiedeva se i centri commerciali fossero giunti al capolinea. Il fenomeno dei così detti “dead malls” faceva presagire un generale abbandono di queste moderne “cattedrali del consumo”, usando la fortunata formula del sociologo Ritzer che vede nei contri commerciali i nuovi luoghi sacri dove masse di pellegrini vanno a passare le domeniche per venerare il dio del consumo. L’errore degli analisti è stato quello di non considerare il fatto che questa divinità postmoderna sa sempre come farsi adorare perché ha dietro di sé sacerdoti estremamente abili nel diffondere in modalità mediatiche e con linguaggi comunicativi diversi il messaggio di fede. Le grandi aziende legate all’immobiliare e alle costruzioni, gli investitori nel settore, hanno compreso che le forme tradizionali di centro commerciale cominciavano a essere superate per il cliente occidentale che si aspetta ormai modalità di consumo molto più accattivanti Il motto dei nuovi progettisti è quello di fare ed espressive. del consumo “un’espeSe giovani e anziani non rienza totale”, ovvero trovano più gusto a vagare non solo materiale (leall’acquisto di senza una meta per i gata corridoi labirintici del vestiti, gioielli, elettrodoo prodotti centro commerciale, ma mestici desiderano forme di di- gastronomici) ma anche vertimento più sofisticate e soprattutto spirituale e come cinema, mostre, legata all’appagamento parchi tematici o eventi del desiderio di essere sportivi, così anche la fa- intrattenuti: ecco allora miglia vuole che lo che i nuovi centri shopping domenicale commerciali propongovenga intervallato da mo- no al loro interno menti di relax all’aperto, sempre più cinema, teatrali, in cui far giocare i bambi- spettacoli ni a palla in un bel parco concerti, gallerie ‘arte, recintato, sicuro e pro- casinò, centri estetici, aree gioco per i bambitetto. ni, zone rivolte al relax. I vecchi centri commerciali, tutti incentrati sui I centri commerciali sonegozi e su qualche punto no ormai degli ibridi in ristoro, avevano la pecca cui forme di shopping di essere delle mere tradizionale si mescolano parentesi consumistiche in con attività culturali, del un pomeriggio feriale, tempo libero e di allettanti solo per appaga- intrattenimento. Intrattere i desideri più nimento che viene usato materialistici. Se questo modello ancora funziona nei paesi i via di sviluppo dove queste modalità di fruizione sono ancora percepite come nuove e moderne e tendono così ad attirare ancora moltissimi consumatori, sempre più nel mondo occidentale si avverte l’esigenza, non certo di porre un limite al consumismo, ma al contrario, di far sì che quest’ultimo assorba ogni istante dell’esistenza umana. 10

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Il ritorno dei non luoghi www.ilbecco.it - Maggio 2015 per attrarre le persone in modo che così possano spendere e acquistare prodotti. In questo modo però la cultura espressa da musei, cinema, teatri, gallerie d’arte, viene trasposta entro i confini di una zona commerciale, completamente assoggettata alle logiche consumistiche. Storia, arte, tradizione, invece di godere dell’autonomia necessaria per risultare esperienze di accrescimento individuale e collettivo, vengono tutte utilizzate al fine di spingere l’individuo a consumare. Neanche la politica rimane immune da questo processo contagioso. I mall sono ormai dei veri e propri “community centers” che tendono ad assumere sempre più il ruolo di spazi urbani in cui le principali attività di una comunità cittadina prendono luogo, togliendo alla sfera pubblica il ruolo di organizzare le attività e incentivare la ricchezza culturale delle città. Ogni aspetto della vita urbana è ormai inglobata entro un principio economico fondato sul profitto e sul consumo, l’autonomia della cultura dall’economia diventa così un anacronismo. Occorre sottolineare la forza ideologica tramite cui queste operazioni vengono compiute. Nelle parole e nelle intenzioni dei grandi costruttori, questi nuovi centri commerciali multifunzione, in grado di riportare l’individuo di nuovo all’interno del non luogo, costituirebbero il trionfo della socialità e dell’aggregazione contrapposta alla solitudine del commercio on-line. Interpretati come la risposta postmoderna alla richiesta di forme di condivisione e appartenenza collettiva, i malls dovrebbero diventare il luogo nel quale la comunità si incontra. Augè ci insegna a non cadere in questa retorica: la relazione sociale esito di uno scambio di mercato, o assoggettata alle logiche consumistiche, è fittizia poiché manca quella spontaneità e quel disinteresse che producono una vita comunitaria solida, incentrata sulla solidarietà e sul riconoscimento dell’altro. Riconoscimento dell’altro a cui una massa di consumatori alla ricerca di qualche superficiale appiglio identitario, non può e non vuole aspirare. La trasformazione dei centri commerciali in spazi ibridi segna l’ennesima vittoria delle logiche del capitale e l’assoggettamento sempre più persistente di ogni aspetto della vita ai dettami dell’economia di mercato. Gli spazi di manovra per invertire il processo sono stetti, ma occorre tornare a reclamare il luogo anche come spazio di vita, storia, cultura, relazione e non esclusivamente come spazio di movimento delle merci. FOTO DI PAGINA 10 E 11 ROYALTY-FREE 11

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www.ilbecco.it - Maggio 2015 LOS ANGELES 1965: UNA TESTIMONIANZA DI BETTY GILMORE - ESTRATTO DA "LE PERIFERIE DEL MONDO" Il presente articolo è un estratto dalla pubblicazione LE PERIFERIE DEL MONDO. ESPERIENZE METROPOLITANE A CONFRONTO, a cura di Marco Pitzen, edito da Punto Rosso, che ringraziamo per averci dato questa opportunità. Consigliamo caldamente di vi‐ sitare il sito WWW.PUNTOROSSOLIBRI.IT [...] Non sono un’esperta né una studiosa di rivolte, di periferie o di ghetti, ma dato che sono stata abitante dei ghetti per molti anni vorrei presentare il mio punto di vista. La sera dell’11 agosto del 1965 faceva molto caldo e parlavo al telefono con una mia amica che abitava in fondo alla strada. Il rumore della sirena che passava velocemente verso oriente non ci ha disturbato perché le sirene facevano parte della colonna sonora del quartiere. Ma dopo una decina di minuti, la mia amica mi disse che qualcosa stava succedendo lì vicino, di andare a vedere. Uscii di casa, e ancora prima di arrivare all’angolo della strada, vidi una piccola folla di gente e un enorme cordone della polizia che bloccava l’accesso alla strada successiva. Abitavo lì da 16 anni e non avevo mai visto tanta polizia tutta insieme, anche se ero abituata alle volanti che giravano sempre nel quartiere, quelle macchine bianche e nere con lo stemma della città stampato sui lati, come si vedono in tanti telefilm. Ma adesso mi trovavo davanti ad una specie di esercito straniero, nelle uniformi blu scuro con i manganelli e le pistole, tutti schierati come un muro lungo la strada. Nessuno di loro era afro-americano, né messicano... si vedeva che venivano da fuori. Nonostante la nostra insistenza, rifiutavano di farci passare, e ricordo di avere provato un forte senso di impotenza e di rabbia vedendo uno schieramento così imponente che mi impediva di fare il semplice gesto di attraversare la solita strada. Mi facevano paura. Per esperienza sapevo quanto era facile essere arrestata o peggio, e sono tornata alla casa dove abitavo con i miei genitori e fratelli. Il giorno dopo ho saputo per radio che dietro quel cordone, ad un isolato di distanza, avevano arrestato - insieme alla madre e al fratello - un giovane autista (Marquette Frye), sospettato di guida in stato di ubriachezza. L’interazione fra gli spettatori e la polizia era degenerata e si era scatenato quello che i giornali dell’epoca chiamavano the Watts riots o i disordini di Watts. Il giornale della città, The Los Angeles Times, riportava l’evento dal punto di vista della polizia, con le solite fotografie di mandrie di gente che correva con merce saccheggiata, di incendi e di agenti aggrediti. L’impostazione era neri arrabbiati contro i bianchi tra i quali la polizia e qualche passante innocente. Girando per il quartiere vedevo queste cose, ma come tanta altra gente non ero coinvolta e non ho avuto paura finché non sono arrivati i carri armati e la guardia nazionale che hanno circondato tutto il ghetto, non soltanto Watts, e ho dovuto restare a casa di un’amica a causa del coprifuoco. Tutto è finito dopo 6 giorni, ma da allora questa rivolta e le sue implicazioni sono considerate uno spartiacque perché hanno messo in rilievo il problema del ghetto negli Stati Uniti in generale. [...] Due anni dopo, ci fu una rivolta a De- troit con più morti e più danni, nel 1992 sempre a Los Angeles ne scoppiò una ancora peggiore. Ma la storia degli Stati Uniti é piena di rivolte nei ghetti, soltanto che spesso non hanno avuto spazio nei media. Anche quando vennero riportate lo si fece in modo talmente tendenzioso e falso che dovettero passare anni prima che tutta la verità potesse finalmente emergere. Comunque, Los Angeles era considerata una delle metropoli più attraenti degli Stati Uniti e la notizia della rivolta risultava in forte contrasto con l’immagine idealizzata promossa da tutti i mezzi di comunicazione. Anche per questo la notizia ha avuto un certo rilievo. Fino a quel momento nel mondo proiettato nei media e nel cinema di Hollywood, i cinesi, i giapponesi, i messicani e le altre comunità di stranieri residenti a Los Angeles praticamente non esistevano e nessuno sembrava essersi accorto della presenza di una grande comunità di afro-americani che ci abitava sin dagli anni ’40. E quasi nessuno mise in relazione quello che succedeva nel 12

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Los Angeles 1965 www.ilbecco.it - Maggio 2015 ghetto con quello che accadeva nel resto della città. Ma la storia era iniziata molto prima e forse le uniche persone che la conoscevano e che non si mostravano sorprese erano, da un lato, i grandi gruppi economici della città e dall’altro la gente che abitava nel ghetto. Per quanto riguarda i primi, la commissione urbanistica e l’associazione immobiliare erano impegnate da anni in una pianificazione che divideva la città per favorire determinati interessi economici al cui servizio operavano anche la stampa e la polizia. La divisione era fatta esplicitamente in base al concetto di razza col risultato che gran parte della città era proibita ad alcuni gruppi di persone. La polizia aveva il compito di fare rispettare la divisione del territorio, di contenere i gruppi esclusi dentro certi confini. Dal canto suo, la stampa doveva gestire l’informazione in modo di giustificare questo tipo di pianificazione. A furia di subire le conseguenze, la gente che abitava nel ghetto aveva finito per sapere chi controllava la città. La mancanza di informazione contribuiva a un’ignoranza anche del retroterra della rivolta. Persino uno dei grandi eventi dell’epoca, e cioè il movimento per i diritti civili e le leggi successivamente promulgate dal governo, aveva le sue radici in un passato poco conosciuto da tanti. [...] Sono arrivata dall’Oklahoma nel 1945 per raggiungere i miei genitori che avevano trovato lavoro nelle fabbriche belliche durante la seconda guerra mondiale. Da bambina, se qualcuno mi chiedeva: Dove vivi? rispondevo in the projects (case popolari) senza sapere cosa volesse dire. Si trattava di un complesso residenziale popolare (Pueblo del Rio) ma per me era un posto come un altro dove mi trovavo abbastanza bene. Vivevamo in una fila di palazzi a due piani fatti di mattoni e separati da viali pieni di alberi di lime. Andavo alla scuola elementare a piedi e per la prima volta frequentavo bambini che non erano né messicani né afro-americani e che non vedevo mai dopo la scuola. Allora non sapevo di abitare in un ghetto. Non sapevo di fare parte di una grande migrazione storica che aveva portato milioni di persone in California da altri stati, incluso il mezzo milione di afroamericani a Los Angeles, attratte delle grandi possibilità di lavoro negli anni fra il 1940 e il 1945. Il mio primo indirizzo, lo ricordo ancora, era 1519 E. 54th Street. Che vuol dire 15 isolati ad est e 54 isolati al sud dal centro della città, perché Los Angeles è relativamente quadrata, divisa da est ad ovest e da nord a sud, con lunghissime strade come in un reticolo. In centro, c’erano i grandi magazzini, i cinema, il centro civico, la grande biblioteca principale, ma noi eravamo più vicini alla ferrovia e alla zona industriale piene di fabbriche. Per raggiungere il centro usavamo i tram elettrici e per me andare in centro ogni tanto e vedere gente che non era afroamericana era una specie di avventura. Dove vivevo c’erano soltanto afro-americani e qualche messicano americano, e mi piaceva il quartiere perché era vivace. Per la mia famiglia il vero centro si trovava lì intorno, a Central Avenue (la Via Centrale) dove si vedevano i manifesti dei musicisti jazz che si esibivano nei locali notturni e nei teatri, dove c’erano le librerie che ospitavano scrittori afro-americani. Si sentivano i profumi del cibo del cosiddetto Soul food o cibo dell’anima: verdura cotta, trippa, pane di mais, barbecue di maiale, tipico della cucina povera del sud. C’era la scuola dove facevo lezioni di tip-tap, il cinema dove ci lasciavano da soli il sabato, pieno di tanti bambini rumorosi che guardavano film come Dracula e Frankenstein. C’erano i piccoli chioschi lungo la strada dove i miei compravano gelato e hamburger artigianali (il franchising ancora non esisteva) per la cena del sabato sera. Central Avenue era a una decina di isolati da casa mia ed era sempre movimentata. I projects erano pieni di bambini con cui giocare. Ho vissuto lì per 5 anni fino alla quarta elementare. Poi, nel 1950, i miei genitori hanno comprato una casa nella 117° strada (152 E. 117th St.), la zona dove é scoppiata la rivolta, cioè a 117 isolati al sud del centro. Mi dispiaceva un pò cambiare quartiere, ma in fondo ero contenta perché stavo crescendo e avevo cominciato a percepire i disagi nel quartiere e le difficoltà familiari di alcuni miei amici. Poi, attraverso la scuola venivo introdotta in un mondo esterno che imponeva altri modelli. Ero brava a scuola e seguivo attentamente le lezioni. Ascoltavo la radio e mi piacevano i fumetti. Cambiare casa voleva dire vivere in una di quelle case con giardino e garage che vedevo nei giornali o come i bambini nei libri, nel cinema e nei fumetti. La casa si trovava in una strada fatta soltanto di case singole con un giardino davanti e uno dietro. Non c’era gente per strada come nell’altro quartiere, soltanto qualcuno che innaffiava il proprio giardino ogni tanto o si sedeva sul balcone lontano dalla strada. Casa mia aveva tanti alberi di frutta e fiori e potevo tenere il cane. Non c’erano altre famiglie afro-americane. Il primo giorno feci un giro in bicicletta ed alcuni ragazzi mi tirarono dei sassi. 13

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Los Angeles 1965 www.ilbecco.it - Maggio 2015 Tornai subito a casa per prendere dei sassi da tirare a loro ma mia madre mi bloccò. In fondo mi sembrava una cosa normale fra ragazzini. Una specie di scambio, ma poco alla volta mi accorsi che i ragazzini erano veramente ostili e nessuno lungo quella strada mi salutava. Si giravano dall’altra parte o guardavano senza mai sorridere. A scuola invece avevo delle amiche che ogni tanto mi invitavano a una festa di compleanno, ma normalmente non ci frequentavamo dopo le lezioni. Ad un certo punto, lungo la mia via, nei giardini davanti alle case, cominciarono a spuntare dei cartelli che dicevano in vendita. E nello spazio forse di un paio di anni tutte le vecchie famiglie erano andate via e le nuove famiglie erano tutte afro-americane, tranne due, una famiglia messicana e quella i cui ragazzi mi avevano tirato i sassi. Come dicevo prima, da bambina non avevo la sensazione di vivere separata dal resto del mondo. Chiaramente perché non dovevo cercare lavoro o prendere decisioni e le poche differenze che vedevo fra me e la gente che abitava fuori del quartiere non avevano molto importanza. Fu soltanto dopo molto tempo che ho saputo che non era un caso che vivevo dove vivevo. Ma era una storia lunga. [...] Nel 1954, quando iniziai la scuola superiore, la Corte Suprema dichiarò illegale la segregazione nelle scuole, ma ironicamente, al termine del corso di studi, l’80% degli studenti era composto dai figli di afro-americani che si erano trasferiti in zona andando a sostituire chi se ne era andato altrove. Quando sono entrata all’università ero insieme a tre compagni delle superiori: una ragazza messicana, una giapponese e un ragazzo ebreo che poi é diventato deputato nel congresso. All’università, che si trovava a 2 ore da casa mia nella zona più ad ovest della città, il 90% degli studenti non era afroamericano. Si trattava di un ambiente totalmente diverso e nell’autobus che mi portava all’università saltava all’occhio il contrasto lampante tra est ed ovest. La rivolta di Watts è scoppiata 8 anni dopo la mia uscita dalla scuola superiore. Nel frattempo, la zona era cambiata in quanto le famiglie afroamericani si erano estese sempre di più, e, sebbene dove vivevo non fosse affatto Watts, tutta la zona finì per esserci identificata. Invece, quando eravamo arrivati lì, Watts era una zona delimitata da confini precisi stabiliti dal vecchio piano urbanistico, in cui erano state costruite numerosissime case popolari. Alla rivolta del 1992 partecipò un numero elevatissimo di latinos che si erano trasferiti nella zona, sebbene i mezzi di comunicazione li ignorassero del tutto. Anche al giorno d’oggi Watts è abitato in gran parte da latinos ed è comunque sempre considerato un ghetto. Ma non è un ghetto perché è abitato da afro-americani o messicani. È un ghetto perché è gestito come un ghetto, come un posto per gente che deve lottare ogni giorno per essere ’inclusa’. Gli afro-americani e i messicani sono storicamente esclusi da una piena partecipazione a tutti i livelli della società e da sempre ne rivendicano il diritto. Ovviamente, la storia dei latinos è significativo per Los Angeles. Per conoscere la storia completa bisogna indagare su aspetti che vengono tipicamente trascurati. La rivolta a Los Angeles fu inaspettata perché la città ha sempre proiettato un’immagine di ricchezza: grandi spazi, un clima ideale, il glamour del cinema e i divi, un’architettura urbana piacevole e così via. E molta violenza, ma per celebrare sempre un corpo di polizia eroica. Ma la stampa, il cinema, gli immobiliari e altri grandi poteri forti usarono ’ogni mezzo necessario’ per cautelare i propri interessi. [...] Un’analisi attenta della rivolta avrebbe consentito di rivelare e quindi mettere in discussione lo sviluppo di tutta la città e gli interessi connessi. Ma si è preferito fare altrimenti e lasciare che i problemi legati alla tossicodipendenza, alla violenza giovanile, alla disoccupazione e alla povertà, ben rappresentati e concentrati nel ghetto, continuassero a crescere in tutta la città.[...] B BIBLIOGRAFIA DI QUESTO NUMERO Aa. Vv., a cura di Ziparo Alberto, Tav sotto Firenze, Alinea 2011 Aa. Vv., a cura di Pitzen Marco, Le periferie del mondo. Esperienze metropolitane a confronto, Punto Rosso 2009 Allen John Scott, Beyond the Creative City: Cognitive–Cultural Capitalism and the New Urbanism, in “Regional Studies” 2014 Augè Marc, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, (Elèuthera 2005) Auster Paul, Trilogia di New York, Einaudi 2005 Castells Manuel, La città delle reti, Marsilio 2004 Codeluppi Vanni, Metropoli e luoghi del consumo (Mimesis, 2014) Lefebvre Henri, La production de l'espace (Anthropos, 1974) Ritzer, George, La religione dei consumi: cattedrali, pellegrinaggi e riti dell’iperconsumismo, (Il Mulino 2000) Sassen Saskia, Le città nell’economia globale, Il mulino 2003 Smith Neil, The New Urban Frontier: gentrification and the revanchist city, Routledge 1996 14

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"Ai monarchi il perdere la testa al popolo l'usarla" CAMPAGNA S0TT0SCRIZI0NI 2015 - Siamo un'associazione di promozione sociale senza scopo di lucro. - Tutto ciò che produciamo lo rendiamo disponibile gratuitamente attraverso il nostro sito web (www.ilbecco.it). - Da realtà autofinanziata chiediamo un contributo sotto forma di sottoscrizione, per recuperare le pratiche di partecipazione ed autofinanziamento: non compri niente, compi un (piccolo) gesto politico. - L'erogazione liberale è detraibile in sede di dichiarazione dei redditi se non effettuata in contanti. In cambio ti invieremo i supplementi cartacei che cerchiamo di stampare con cadenza mensile. Con 10 euro permetterai la produzione di 4 riviste, con 30 euro ci darai fiducia per 12 riviste. Per ogni cifra superiore sapremo ringraziare! - Puoi pagare con PayPal che trovi sul nostro sito (www.ilbecco.it - carte di credito, prepagate, conto PayPal) oppure con un bonifico bancario, intestato a Il Becco - Associazione di promozione sociale, presso Banca Etica, Iban IT18E0501802800000000161497 (ricordati di specificare "erogazione liberale" nella causale). www.ilbecco.it info@ilbecco.it @IlBecco Il Becco 377 4277171 I l SMS, WhatsApp o Telegram 15

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