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La Pergamena luglio 2015

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LA PERGAMENA IL GIORNALE DELL’I.S.A.C.C. DI BASSANO DEL GRAPPA Sedi Pazzaglia-Basso-Sturm e Villa Serena Edizione n° 10 Luglio 2015 “La merlettaia” Olio su tela, 60 x 80 , anno 2005 Umberto Farronato e d e d e d 0

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INDICE LA PAROLA AL PRESIDENTE IL PERIODO DELL’ANNO LE NOSTRE MEMORIE STORIA DI UNA FILANDIERA I RACCONTI DI GIOVANNI IL MIO MATRIMONIO LO ZIO MATTEO LE NOSTRE ATTIVITA’ IL GIOCO DELLA TOMBOLA IL CORO DI VILLA SERENA 4 CIACOE A VILLA SERENA LIA E IL CAGNOLINO TOBY QUELLI CHE… FACEVANO IL BATTI MARZO FESTA DELLA BEFANA A VILLA SERENA L’ANGOLO DELLA POESIA L’ANGOLO DELLA MODA I MODELLI DI EMILIA HILL IL PROFUMO DELLE VIOLE QUALCUNO CI FA VISITA L’ANGOLO DELLA NATURA L’ANGOLO DELLA CUCINA L’ANGOLO UMORISTICO RINGRAZIAMENTI INDICE pag. 2 pag. 3 PAG. 5 PAG. 7 PAG. 9 PAG. 12 PAG. 23 PAG. 25 PAG. 28 PAG. 30 PAG. 31 PAG. 33 PAG. 35 PAG. 37 PAG. 38 PAG. 40 PAG. 42 PAG. 45 PAG. 48 PAG. 50 1

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LA PAROLA AL PRESIDENTE L'uscita di un documento, di un foglio informativo, di un giornale, di una rivista è sempre una specie di nascita perché porta alla luce un pensiero, un'idea, un'esperienza, e chissà anche qualche emozione. Vengono presentati a tante persone che, ciascuno a modo loro, possono leggere, interpretare, cercare di capire. Con interesse? Con partecipazione? Non lo sapremo mai, potremmo solo saperlo chiedendo a ciascuno e quindi intrecciando con loro una relazione. Allora il giornale, la rivista...diventano un pre-testo per nuove comunicazioni. Sono certo che per i nostri anziani, per quelli che hanno ancora conservata la capacità di leggere o per quelli che potranno ascoltare nella lettura, il nostro giornale rappresenta un'occasione di partecipazione alla vita della casa. Per loro, e per i parenti, sarà come andare all'edicola per comperare un giornale e sarà importante dire "anch'io l'ho letto, tu cosa ne pensi?". L'augurio e l'auspicio è che anche i parenti gradiscano l'iniziativa e condividano con i loro cari la lettura e i commenti in modo tale da favorire la partecipazione. Fabio Comunello Presidente I.S.A.C.C. 2

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IL PERIODO DELL’ANNO I BIANCHI ASPARAGI DI BASSANO Che fra Sant’ Antonio da Padova e gli asparagi di Bassano ci fosse un certo rapporto si sapeva: la raccolta del gustoso turione, infatti in campo aperto, va dal primo aprile al 13 giugno, festa di Sant’Antonio da Padova. Che l’asparago fosse niente meno che un regalo del Santo ai bassanesi non si sapeva. Si dice che un giorno Antonio da Padova si fosse recato a Bassano per implorare ad Ezzelino la liberazione di alcuni prigionieri politici. Non fu facile convincere il tiranno: l’arte diplomatica del Santo, condita secondo il racconto popolare, da qualche evento miracoloso, convinse Ezzelino a liberare i prigionieri politici. Tornando contento verso Padova, Antonio volle dare un segno di riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dagli abitanti di Bassano e del suo territorio. Impose a Frate Luca che l’aveva accompagnato nella difficile missione, di estrarre dalla saccoccia quei semi che aveva portato con se dall’Africa, quando vi si era recato missionario e di spargerli 3

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abbondantemente lungo la carrareccia che conduceva a Padova. Dopo un po’ di tempo, dalla terra spuntarono esili piantine, erano gli asparagi. In realtà Sant’Antonio, storicamente, non è mai venuto a Bassano per affrontare Ezzelino. Si tratta di una leggenda che, come tutte le leggende, ha in se qualche spunto di verità: l’asparago è arrivato in Italia dall’Africa, di dov’è originario. Antonio avrebbe sparso il seme dell’asparago in terre a sud di Bassano, terre che effettivamente si prestano a produrre il gustoso turione del quale tutti, a quanto pare, vanno matti. Un prodotto che caratterizza Bassano e il suo territorio. Tratto da “I Santi a tavola” A. Celotto, G. Maculan. Edizioni Tassotti 4

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LE NOSTRE MEMORIE STORIA DI UNA FILANDIERA Vogliamo proporvi questo breve racconto di vita vissuta, attraverso la testimonianza della signora Carolina Castagna, figlia di Zaira Zanotto, ospite a Villa Serena nel reparto monte Ortigara. La signora Zaira, nata a Rosà il 28 novembre del 1919, ha lavorato per molti anni come filandiera, in tre diverse filande: alla filanda Montini di Cassola, alla filanda Martinello di Rosà e, sempre a Rosà, dai Marchiorello. L’industria della tessitura della seta, che nella nostra zona ha origini molto antiche e conobbe ampia diffusione, verso gli inizi dell’ottocento fu soppiantata dall’industria della treccia e della paglia; storia diversa ebbe invece l’allevamento domestico dei bachi da seta, che mantenne una grande diffusione praticamente fino alla seconda guerra mondiale. Per la famiglia contadina l’allevamento dei bachi da seta, Bozzoli detti cavalieri, costituiva una delle poche fonti regolari di denaro, assieme al latte e a qualche altro prodotto. 5

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Certo il lavoro nelle filande, come racconta la signora Carolina, non era per niente facile, anzi, era estremamente faticoso, si pativa il freddo e l’umidità; le Vari tipi di bacinelle mani delle filandiere, poi, erano costantemente immerse in bacinelle d’acqua bollente, dove si raccoglievano le bave dei bozzoli, detti gaete. La signora Zaira, ricorda sua figlia, arrivava a casa la sera sempre molto stanca e le sue mani, proprio a causa delle scottature dovute all’acqua bollente, erano piene di grosse bolle. Zaira fu sempre molto stimata per il suo lavoro, che svolgeva con grande abilità e competenza, producendo una seta tra le più pregiate. Nella foto che pubblichiamo qui di seguito, scattata attorno all’anno 1945, Zaira si trova alla filanda Marchiorello, assieme alle altre filandiere e ai proprietari della stessa. Cristina Bertoncello Educatore 6

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I racconti di Giovanni Sono Giovanni Marchetti e vengo dalla contrada Campagnola a Rosà. Voglio raccontare a voi i ricordi dei miei nonni e dei miei genitori riguardo la prima guerra mondiale, visto che quest’anno si celebra il suo centenario. Mia nonna paterna viveva in centro a Rosà; durante la guerra lei e i suoi familiari si erano spostati in luoghi più sicuri, rifugiandosi in una casetta vicino al Brenta a Vaccarino nel padovano. Stettero lì per vari anni, tanto che mia nonna vi morì e fu sepolta; una sua sorella invece trovò marito da quelle parti e si sposò nella chiesa di Santa Maria di Non, vicino al Santuario della Madonna della Tessara a Curtarolo. Mio nonno mi raccontava che in quell’epoca di militari ce n’erano ovunque, trovavano rifugio anche nelle case private. Nella loro casa, i militari avevano chiesto di poter legare i cavalli attorno al tino di vino, assicurandogli che non sarebbe successo niente al vino. Mio nonno, se non fossero stati militari, avrebbe sicuramente negato il favore, ma non potendo, dovette accettare... tutto andò liscio per fortuna!!! Mia nonna invece mi raccontava che a casa sua c’erano i francesi, anche loro con i cavalli; addirittura lei, che all’epoca era una bambina, aveva imparato come si comandavano nella lingua francese. 7

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Quando i militari si spogliavano per lavarsi, le donne dicevano che i loro vestiti, chiamati montura, riuscissero a spostarsi da soli da quanti pidocchi avevano!!! Le nostre donne quindi li facevano bollire per disinfestarli e poi passavano al consueto lavaggio. Il racconto di Giovanni proseguirà nella prossima edizione de “La Pergamena”. Soldato francese in divisa Intanto vi proponiamo una sua poesia dedicata alla mamma… Mamma mia mamma mia, ci hai messi al mondo e poi sei andata via, e ora pur anziani ti cerchiamo in tutti i vani con altri compagni di sventura finchè la vita dura, immersi nei pensieri oggi più di ieri. Giovanni Marchetti Ospite della residenza Villa Serena 8

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IL MIO MATRIMONIO Mi sposai il 18 settembre del 1939, a 22 anni, a Cusinati, il mio paese natale. Nella foto, scattata davanti all’ingresso della casa di mia madre, oltre a me e a mio marito si vedono due suoi fratelli, un testimone, le due damigelle e la mamma. Due giorni dopo seguii mio marito a Roma, dove lui lavorava. Fu emozionante: il viaggio in treno, l’arrivo nella grande città e nel mio nuovo e grazioso appartamento, pronto ad accogliermi. 9

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Certamente non ero molto esperta come padrona di casa perché ero giovane e non avevo mai avuto particolari responsabilità o doveri prima di allora; forse ero anche un po’ spaventata ma più ancora ero felice, avevo un marito bellissimo e ci volevamo molto bene. Dopo circa una settimana, mio marito ed io visitammo in viaggio di nozze la costiera Amalfitana e l’isola di Capri, compresa la Grotta azzurra. Nella fotografia sono io sorridente, in battello verso l’isola. Furono dieci giorni indimenticabili, anzi, fu un anno indimenticabile. Poi l’Italia entrò in guerra, ma di questo parlerò forse un’altra volta. Matilde Gerolimetto Ospite della residenza Pazzaglia-Basso-Sturm 10

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A PROPOSITO DI MATRIMONIO… Nella foto di Matilde, spiccano al centro lei e il suo meraviglioso abito bianco con uno strascico di tulle lungo e vaporoso, il tutto accompagnato da coroncina e bouquet abbinati; il vestito fu fatto fare appositamente da una sarta di Bassano che era specializzata nel confezionare abiti da sposa. Matilde ci racconta che, avendo una “bella figuretta”, non ebbe difficoltà a trovare il modello più adatto a lei. A tale proposito, se si confrontano altre foto di matrimoni della prima metà del novecento, si può notare come in merito non ci fosse una moda uniformata, bensì a seconda del periodo e anche della classe sociale, cambiava la foggia dell’abito nuziale ed i materiali con cui veniva realizzato. Corti o lunghi, più essenziali e lineari o spumeggianti con corte gonne gonfie, sostenute da rigide sottogonne, sono tutti dei piccoli capolavori di autentica abilità e di “artigianato sartoriale”. Risultano ai nostri occhi di oggi decisamente insoliti i tailleur delle spose del periodo bellico e post bellico, che sono abiti corti, di colore scuro o pastello (tabacco, nero, azzurro, grigio perla,...), decorati da ricami, alamari o fibbie e fermagli-gioiello, quasi sempre completati da un soprabito o una giacca. Proprio “il sopra” si sfruttava successivamente in altre occasioni. Ilaria Schirato Educatore 11

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Lo zio Matteo ( (c co om me eu un ns so ol lo op pu ug gn no op pu uò òc ca am mb bi ia ar re e i id de es st ti in ni id di iu un na av vi it ta a) ) Per raccontare la storia dello zio Matteo non si può non partire dalla foto riprodotta qui di seguito, che lo ritrae con i suoi fratelli nel 1963 a Valstagna, paese di origine della famiglia ( per inciso mia nonna, sorella dello zio Matteo, è la prima a destra ). La didascalia della foto, pubblicata sulle pagine di Bassano del Gazzettino del 29 giugno del 1968, dice: “ Questi sei sono i più giovani di vent i fratelli e contano insieme poco meno di 500 anni. Sono nativi di Valstagna. Matteo ( seduto ) ha trascorso cinquant’anni in America ed è tornato nel paese natale nell’ottobre del 1960. 12

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Ed ecco cosa ho scritto a suo tempo per ricordarlo. Se la vita dell’uomo è un mistero, quella dello zio Matteo lo è ancora di più perché segnata da un evento che l’ha condizionata in maniera univoca, deviandola dal suo prevedibile percorso. Inoltre non è stato facile ricostruire la sua biografia perché per cinquanta anni si è svolta in America e quando è tornato in Italia era già vecchio, smemorato e confuso. Per fare un esempio, Luciano Travan ( un mio zio ) racconta che Mattio si è sposato due volte, ma che dai due matrimoni non ha avuto figli; Nereo ( un mio cugino ) al contrario sostiene che ne ha avuti. Probabilmente entrambe le versioni sono vere, nel senso che zio Matteo le ha raccontate entrambe. Per lunghissimi anni egli fu l'anello mancante di famiglia: di lui si parlava e si raccontava, ma fisicamente non c'era. Mia nonna e le sue sorelle lo descrivevano come una persona reale: lo ricordavano nell’aspetto e parlavano di lui come se udissero ancora la sua voce; ma era una specie di fantasma. La sua lontananza, come una tragedia classica che ha un antefatto legato al fato, fu causata dall’aver picchiato ed avere steso a terra con un pugno una Guardia di Finanza. Non si conosce la gravità e i motivi del contrasto, ma quello fu l’evento che condizionò tutta la sua esistenza. D’altronde in un paese di contrabbandieri com’era Valstagna a quei tempi quello era, forse, il peccato sommo: il peccato originale dal quale non era possibile alcuna redenzione. Fu suo padre, cioè mio bisnonno ( uomo benestante e 13

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noto contrabbandiere al centro di molti traffici ), nonostante fosse il figlio maschio più grande ( quindi suo probabile erede ) a consigliargli la fuga. Per sfuggire alla morsa dei gendarmi e, forse, anche per non vedere compromessi i propri traffici che godevano di una facciata di apparente legalità ( gestiva l’albergo nel quale i contrabbandieri – gente della montagna, di Conco specialmente – venivano a dormire di giorno prima di involarsi di notte con le cariche di tabacco lungo il percorso delle mulattiere, saltando i posti di blocco della Finanza ). Così Matteo nel 1910, all'età di 17 anni, partì per l'America. Qui di seguito viene riprodotta la registrazione del suo arrivo al porto di New York il 19-12– 1910, ritrovata con grande sorpresa nel web in un sito USA finanziato dai Mormoni: la Ellis Island Foundation . Registrazione dell’ arrivo dello zio Matteo al porto di New-York. Schermata del Web nel sito della Ellis Island Foundation – agenzia che pubblica i registri di tutti gli immigrati negli U.S.A. dal 1880 fino al 1950 circa - alla voce Matteo Ferrazzi. 14

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