L'Articolo 1

 

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Rivista della Fondazione Pietro Nenni

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2 Il SOMMARIO 3 L’editoriale di Giorgio Benvenuto Uno strumento per stimolare il confronto politico 6 Il commento di Giuseppe Tamburrano Quella poltrona mancante tra Angela e Francois Presidente Giorgio Benvenuto Segretario Generale Antonio Tedesco La Fondazione Pietro Nenni è un Istituto di studi e di ricerca politica, storica e sociale che nasce nel 1985 riconosciuto con decreto del Presidente della Repubblica del 20 novembre1986, n. 1001. Dal 2012 è iniziata una importante collaborazione con la UIL con l' obiettivo di coniugare il patrimonio e le conoscenze storiche della Fondazione Nenni, importante realtà culturale italiana, con l'esperienza concreta di un'Organizzazione dei lavoratori. Il lavoro è il tema di comune interesse rispetto al quale saranno strutturati alcuni progetti. Il Patrimonio bibliografico della Fondazione Nenni consiste in circa 23.000 volumi, specializzati nella storia dei movimenti operai e socialisti. L'archivio storico è composto dai Fondi: Nenni, Parravicini, Giugni, Pagliani, Solari, Ferri, Manfrin, Mercuri, Pellicani, Tamburrano. La sezione Periodici è composta da circa 350 tra periodici, riviste. Ricca la collezione di Opuscoli socialisti, circa 2.000. Dove siamo: via Caroncini, 19 Roma Contatti e informazioni: Tel. 06/8077486 email: info@fondazionenenni.it fondazionenenni@tiscali.it Orari di aperture al pubblico Biblioteca e Archivi Lun.-Giov. 9.30-13.30/14.30-18.00 Ven. 9.30-13.30 Sito: www.fondazionenenni.it Blog: fondazionenenni.worpress.com 10 Il tema con uno scritto di Pietro Nenni 14 I fatti di Daniele Maglie La Grecia, l'Europa e noi, quel che resta di un sogno Merkel e Schaeuble uccisero Aristotele 20 La politica di Cesare Salvi E’ difficile tornare all'idea di Spinelli 24 Le istituzioni colloquio con Agosta Il modello europeo? Lo stato confusionale 32 L’economia di Enzo Russo 38 L’analisi del CER Aumentano i divari non solo per il debito Ma l’euro in crisi fa bene a Berlino 46 Il sindacato di Angelo Gentile 54 La sinistra di Antonio Maglie L'eurosocialismo affonda nel Pireo E se fosse necessario il contratto europeo? 62 La proposta di Strauss-Kahn Oltre le meschinità, pensiamo in grande 68 Welfare e democrazia di Antonio Maglie Ora la posta in gioco è la coesione sociale Il sogno del capitano, una lingua comune Art Director Marco Zeppieri Segreteria Graziella Pomella 76 La memoria di Antonio Tedesco 80 La storia di Benvenuto e Maglie Quando il sindacato fu a un passo dall’unità 106 Dall’archivio della Fondazione Nenni, i socialisti e i fatti d’Ungheria Per inviare articoli proposte, segnalazioni e contributi scrivere a info@fondazionenenni.it

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L ’ E D I T O R I A L E Uno strumento per stimolare il confronto politico di Giorgio Benvenuto* trent'anni dalla nascita della Fondazione Nenni, ci regaliamo una rivista: L’articolo 1. La scelta del nome ha per noi un valore identitario per via di un doppio riferimento: alla Costituzione e alla sua espressione “ideologica” più impegnativa dal punto di vista del contenuto sociale A

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4 L ’ E D I T O R I A L E della nostra democrazia (come diceva Calamandrei, la libertà non può consistere nel morire di fame); e a Pietro Nenni che di questa Repubblica è stato padre-fondatore. Perché Nenni e l'idea sociale di democrazia sono concetti indissolubili e per rendersene conto basta ricordare la conclusione del discorso che pronunciò al teatro Adriano di Roma il 4 luglio del 1944 per ricordare la figura di Bruno Buozzi, un mese primo trucidato dai nazisti a La Storta. Davanti a un'Italia piegata dai bombardamenti e alla ricerca di segnali di ottimismo, diceva:: “Credo di essermi imbattuto anch'io in questo motivo di fiducia venendo ieri da Napoli...Mentre l'automobile correva sulla Casilina verso altre rovine vidi un vecchio contadino curvo sotto il peso della solforatrice e che nel sole infocato andava alla ricerca di qualche tralcio di vite scampata per miracolo all'uragano. In quel contadino Bruno Buozzi avrebbe celebrato il lavoro che fa rinascere la civiltà”. Questa rivista vuole essere uno strumento in più per stimolare il confronto politico. Ospiteremo recensioni di libri e proveremo a raccontare idee nuove su Europa, Sud del Mondo, economia. La necessità che avvertiamo è quella di produrre pensiero nonostante e proprio di fronte alla crisi generalizzata dell’economia e della politica. Direi che mai come in questo momento di forte crisi economica e politica nel nostro Paese, appare necessario approfondire, confrontarsi, discutere, tanto sul piano teorico quanto su quello pratico. Analisi ed elaborazioni politiche, proposte culturali e non solo. La rivista nasce anche come vetrina per le attività e le ricerche della Fondazione Nenni, Istituto di studi politici e sociali che vive una fase di potenziamento. La rivista è una delle novità della Fondazione Nenni per i prossimi anni. C' è un'altra ragione che ci ha spinto a fare una rivista. Ci è sembrato giusto realizzare una rivista a complemento naturale del blog (fondazionenenni.worpress.com ) che ormai è un cuore pensante seguito da centinaia di lettori e realizzato grazie ai pregevoli contributi di scrittori, sociologi, storici, politici amici della Fondazione Nenni sparsi per il mondo (Beirut, Bruxelles, Cracovia, Roma, Salerno, Milano). Una rivista moderna che vuole sfruttare al meglio le opportunità che la formula online ci offre. La rivista sarà distribuita via mail tramite la nostra newsletter, pubblicizzata sui social network (FB e Twitter) e sarà ospitata sul Blog e sul sito internet della Fondazione (fondazionenenni.it). La rivista avrà carattere totalmente aperiodico, non potendo, soprattutto all’inizio, stabilirne l’uscita in maniera programmatica, ma comunque sia ci sforzeremo, grazie anche ai vostri contributi, a trasformarlo con il tempo in una rivista trimestrale. Sarà orga-

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5 L ’ E D I T O R I A L E nizzata in due parti: la prima monografica incentrata su un argomento di grande interesse generale; la seconda più schiettamente culturale, una sorta di supplemento a cui abbiamo voluto dare un nome che richiama appunto il pensiero: la stanza di Voltaire. Partiamo dunque con la determinazione e l’entusiasmo della prima ora, fiduciosi di saper essere per tanti quasi dei compagni di viaggio. Di questo viaggio intellettuale che riteniamo sia destinato ad in- tercettare sempre più persone, idee, contributi per aiutarci a capire la complessità del mondo in cui viviamo. Nel ringraziare coloro i quali hanno creduto alla nascita di questo progetto editoriale, invitiamo anche i lettori a indicare i limiti di questo numero, a suggerire i temi futuri e ad inviarci graditi contributi a info@fondazionenenni.it. *Presidente Fondazione Nenni Una immagine suggestiva del Partenone: questo primo numero de “L’Articolo1” è dedicato alla crisi europea

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I l c o m m e n t o Quella poltrona mancante tra Angela e Francois di Giuseppe tamburrano All'epoca della sua presidenza del Consiglio, Bettino Craxi impedì che l'Italia venisse esclusa dai vertici internazionali; nei giorni caldi del negoziato con Tsipras, invece, Renzi si è fatto notare per la sua “rumorosa” assenza: fuori dal tavolo in cui la Merkel e Hollande decidevano in riunioni ristrette cosa fare di undici milioni di cittadini travolti da una burrasca finanziaria senza fine. In compenso in troppi, variamente assortiti erano presenti in piazza Syntagma il giorno del referendum icordate Bettino Craxi? Non accettò che l’Italia fosse esclusa dai vertici e dagli organismi internazionali quando era a Palazzo Chigi. Il “rottamatore” ha subito invece senza fiatare la sua esclusione dal vertice Merkel-Hollande sulla Grecia. Che dire dell’armata Brancaleone della destra, della lega, dei cinque stelle e della sinistra cosiddetta “nuova” e delle ombre della sinistra del passato, insieme sulla piazza Syntagma a sostegno del rifiuto greco di pagare i debiti in Europa? Tentiamo un primo bilancio del Governo Renzi. R Matteo Renzi, dopo la vittoria alle primarie con il 67 per cento dei voti diventò, l'otto dicembre 2013, segretario del PD. Con l'appoggio della direzione del PD intimò a Letta di “cedergli” la poltrona di Palazzo Chigi. Letta, invece di chiedere al Capo dello Stato di inviarlo al Parlamento per la decisione formale, cedette la poltrona. Napolitano formalizzò e “regolarizzò” l'investitura e il Parlamento dette la fiducia al “rottamatore” il 22 febbraio 2014. E' passato più di un anno e si può tentare un bilancio del nuovo corso. Il Partito fu “rottamato”. Molti dirigenti del partito si autorottamarono come D'Alema,

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7 i l c o m m e n t o Veltroni, ed altri. Alla base, il partito si trasformò diventando quell'organismo in buona parte disgregato e inquinato che è emerso dall'indagine svolta da Barca. Renzi ha formato il governo e la segreteria del PD con suoi uomini e donne ed è stato sostenuto da una maggioranza ampia ma inquieta o irrequieta sia alle Camera che al partito: riuscendo sempre a superare i contrasti. Alle elezioni europee del maggio 2014 ha ottenuto il 40,8 per cento dei suffragi: il “rottamatore” ha vinto la sua battaglia? Per niente affatto sia perché molto magro è il bilancio delle riforme sia perché le elezioni successive alle europee hanno visto il suo 40,8 per cento crollare al di sotto del 25 per cento alle regionali. Qual è il bilancio di un anno e mezzo di governo Renzi? E' un bilancio poverissimo. L'unica cosa positiva è indiscutibilmente la concessione di 80 euro alle fasce più bisognose degli italiani: ma occorre aggiungere che quegli 80 euro, che hanno fatto sicuramente comodo ai desti- Matteo Renzi è rimasto ai margini del dibattito sulle politiche economiche alternative all’austerità

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8 I l c o m m e n t o natari, hanno inciso pochissimo sulla crescita economica. L'altro provvedimento, il Jobs Act, ha avvantaggiato i datori di lavoro, liberandoli dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che era un freno al loro potere di licenziare ad nutum ed era considerato una grande conquista nella lotta dei lavoratori per il potere in fabbrica. I segnali di ripresa economica sono incerti, e comunque esili, mentre l'occupazione, specie giovanile, non cresce nonostante il Jobs Act del quale vorremmo avere un bilancio. I migranti continuano ad arrivare sulle coste italiane con il Come scriveva il Time nel 2013, Draghi resta l’unico europeista convinto

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9 I l c o m m e n t o loro carico di morti, nonostante lo spiegamento navale che nessuno ha capito che ci sta a fare. Altre “riforme” non ci sono, o sono ancora in via di approvazione come la riforma del Senato. E sono quella elettorale e quella del Senato provvedimenti assai discutibili sul piano del funzionamento della democrazia. La riforma elettorale che fa diventare maggioranza assoluta alla Camera la lista che ottiene il 40 per cento del suffragio popolare – e prevede il ballottaggio se nessun lista ottiene quel quorum . In conclusione, nel suo anno e mezzo di governo, Renzi ha realizzato due provvedimenti, quello dello Statuto dei lavoratori e quello della cosiddetta “Buona scuola”. Per la riforma elettorale è onesto ricordare che dopo la fascista legge Acerbo e la cosiddetta legge-truffa del 1952-53, il cosiddetto “Porcellum” ha introdotto il premio di maggioranza: e si tenga presente che la “legge-truffa” prevedeva il premio a favore del partito o della coalizione di partiti che avesse conseguito la maggioranza del 50,01 per cento. Il calcolo di De Gasperi era che la DC avrebbe comunque ottenuto nella coalizione la maggioranza assoluta grazie al premio: tuttavia la legge era formalmente corretta. Non lo era quella Acerbo del 1924 che concedeva i due terzi dei seggi alla lista che avesse conseguito più voti. E non lo era il “Porcellum” annullato dalla Corte costituzionale. Renzi ha portato a compimento il processo di deideologizzazione del partito. Fino alla sua ascesa vi erano alla testa del PD uomini che avevano vissuto l' “ideologia comunista”, poi sconfessati. Renzi non l'ha vissuta e non ha alcuna propensione al socialismo, alla socialdemocrazia. L'idea di un mondo più giusto e più libero gli è estranea. L'Italia, una volta con la “quota” di marxismo, di “socialismo” più elevata in Occidente, è oggi totalmente priva di una sinistra. Perciò Renzi si trova a suo agio più con Berlusconi che con D'Alema.Con Renzi termina la storia della sinistra durata circa centocinquanta anni. Ma che cosa riempirà il vuoto della sinistra? Renzi avrà il suo ciclo: che cosa viene dopo? Un sistema certo non unito perché è spenta la dialettica delle classi e delle ideologie: Cinque Stelle, la Lega sono movimenti “anti” che non hanno un progetto di società. Insomma chi incarnerà il rinnovamento? E' possibile che una storia plurisecolare di conflitti ideologici e sociali si esaurisca, si dissolva? Dove sono gli ideali, l'idea di giustizia, di libertà per tutti? E' disperante! Non si vede una luce, un segnale, anche esile di inversione di tendenza nell'andamento delle cose nel mondo e in particolare in Italia.

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i l t e m a La Grecia, l'Europa e noi Quel che resta di un sogno uesta rivista è dedicata all'analisi della crisi dell'integrazione europea. Nelle fasi più calde della trattativa tra Bruxelles e Tsipras, è stata ventilata la prospettiva di una “espulsione temporanea” di Atene dalla zona-euro. In pratica si pensava di combattere il morbo semplicemente aggredendo la febbre. La questione è invece più complessa riguardando la solidarietà tra gli Stati e tra i cittadini, la realizzabilità di un progetto messo a dura prova dalla mancanza di proposte e dalla mediocrità delle leadership, dal populismo, dagli egoismi, dalle diffidenze che contrappongono i popoli del nord (i presunti virtuosi) a quelli del sud (gli altrettanto presunti viziosi), da una immigrazione che scatena la pancia ma non attiva le menti, dalla riemersione di una destra fascista e nazista sdoganata anche da sedicenti partiti democratici attraverso strumentali accordi elettorali, da un deficit di fiducia nei confronti di una costruzione monetaria che salva le banche e condanna le persone, da una burocrazia che per ottusità finisce quasi per ricordare quella dell'impero austro-ungarico. Insomma, sembrano riemergere da un archivio buio e polveroso i difetti della vecchia Europa, crocevia di nazioni rissose, egoiste, schiacciate sul proprio particolare dimentiche del bene e della casa comune, arroccate nei propri confini. Ecco perché abbiamo voluto introdurre il tema con uno scritto di Pietro Nenni sulle politiche di pace europee di Willy Brandt, il cancelliere tedesco della Ostpolitik, strategia che aiutò a superare i risentimenti residui della seconda guerra mondiale. In pratica una sorta di dialogo a distanza tra due “giganti” del secolo scorso. Il testo risale a una quarantina di anni fa. La grandezza delle aspettative passate sottolinea il nanismo delle realizzazioni attuali Q

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11 i l t e m a di Pietro Nenni* ella politica internazionale l’anno 1970 è stato quello della Ostpolitik (della politica verso l’Est) della Germania Federale e quindi è stato l’anno di Willy Brandt che di quella politica è il promotore e, per la parte di sua responsabilità (una parte importante), l’esecutore. Il cancelliere tedesco ha avuto bisogno di molto coraggio in un’epoca e in circostanze in cui il coraggio non abbonda. L’immagine che ce lo ha fatto vedere come crollato di schianto in ginocchio, a Varsavia ai piedi del monumento alle vittime naziste del ghetto, e appunto il simbolo del coraggio dell’uomo. Perché il gesto assumesse il carattere morale e non istrionico bisognava avere le carte in regola e Brandt le ha per essere stato un’antinazista coerente N Pietro Nenni e Willy Brandt

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12 i l t e m a dall’avvento di Hitler al crollo del Terzo Reich. La sua politica estera trae luce dai lunghi anni del suo esilio che gli consentono di affermare che alla socialdemocrazia tedesca non possono addebitarsi né rinunce ne abbandoni; essa paga il conto lasciato aperto dal nazismo, così come noi abbiamo pagato(col trattato di pace e con quanto ha comportato di ingiusto) quello aperto dal fascismo Che cosa si proponeva Brandt all’indomani delle elezioni del 28 settembre 1969 che resero possibile con il passaggio dalla grande alla piccola coalizione(alla coalizione con i liberali) il suo avvento alla cancelleria? Si proponeva di firmare il trattato della non proliferazione delle armi atomiche e lo ha fatto. Si proponeva di raggiungere con l’Unione Sovietica un accordo di reciproca rinuncia all’uso della forza. E lo ha fatto col trattato di Mosca dell’agosto 1970 che ad un tempo poco e molto; poco per il carattere alquanto teorico di accordi del genere; molto per il fatto che conferisce maggiore forza al discorso di pace aperto tra Bonn e Mosca. Si proponeva l’avvio di colloqui con la Repubblica Popolare Polacca ed è andato nel novembre 1970 a Varsavia per un trattato che comporta il riconoscimento del- l’inviolabilità della frontiera occidentale polacca per ora e per il futuro. Accordo per certo duro ma del quale il cancelliere ha potuto dire che non sacrifica niente che non fosse stato perduto dal regime criminale di Hitler. Si proponeva una presa di contatto con al Germania comunista (la Repubblica democratica tedesca) per discutere dei molti problemi rimasti insoluti da venticinque anni in qua. E non ha esitato a recarsi il 19 marzo 1970 a Erfurt per incontrare il Presidente del Consiglio della RDT, Willy Stoph. Senza molto successo in quell’incontro come in quello successivo del 21 maggio a Kassel in territorio federale, ma con una manifestazione e iniezione di volontà che ha messo in movimento cose, idee, sentimenti che faranno il loro cammino. Si proponeva di sollecitare l’appoggio all’Ostpolitik dell’Alleanza Atlantica, degli Stati Uniti, dell’Unione dell’Europa occidentale, della Gran Bretagna, e lo ha fatto. Anzi per non lasciare alcun dubbio sulle sue intenzioni di muovere verso est partendo dalla partecipazione al Patto Atlantico nella sola interpretazione oggi possibile, non di pietrificazione ma di movimento e di evoluzione del mondo e dell’Europa quali sono usciti dalla seconda guerra mondiale, ha chiesto, nelle capitali occidentali e al vertice europeo dell’Aja, un impegno per risolvere i problemi di inte-

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13 i l t e m a resse comune che minacciavano spesso di essere sepolti nella vasellina o nel cloroformio delle grandi intenzioni. Niente, cioè, è stato trascurato dal cancelliere federale, anche se egli è costretto ad operare nelle condizioni di difficoltà che gli creano un’opposizione interna forte e talora accanita. A che punto è la situazione all’inizio del 1971? L’Unione Sovietica qui si rivela lenta e avara nelle sue concessioni, soprattutto per quanto riguarda lo Statuto di Berlino che in larga misura condiziona l’avvenire delle relazioni sovietiche-tedesche. Ulbricht non ha rinunciato anche di recente alle vessazioni di polizia lungo la frontiera il corridoio di accesso a Berlino Ovest. Si spara ancora lungo il muro di Berlino. Si continua a dare carattere pregiudiziale a problemi la cui soluzione può venire da una evoluzione generale e contestuale dei rapporti fra le due Germania, senza pregiudizio del diritto storico dei tedeschi all’autodecisione allorché di questi diritti si sia create le condizioni ed esse siano di pace e non di guerra. Naturale quindi che Brandt dica ai tedeschi che “gli insuccessi sono sempre possibili”, naturale che faccia appello alla pazienza dei suoi compatrioti. Ma noi, ma i governi occidentali, ma l’opinione pubblica europea, americana, mondiale? Noi siamo tutti interessati ad un rapido e positivo miglioramento delle relazioni della relazioni della Germani Federale con l’Est. Noi abbiamo una nostra responsabilità nella evoluzione dei rapporti tedesco-sovietici. Ora in questo campo tutto va a rilento. A rilento la missione della Gran Bretagna alla Comunità Economica Europea. A rilento, o per meglio dire gravato di ipoteche, il processo di sviluppo economica e monetaria della CEE. A rilento l’organizzazione politica dell’Europa. A rilento l’iniziativa all’interno dei due blocchi per la preparazione della conferenza Paneuropea. Ma, ciò nonostante, nei due termini che qualificano una concreta politica di pace: distensione all’Est e integrazione all’Ovest si notano progressi. Se questo libro di Willy Brandt aiuta gli europei ad una più concreta presa di coscienza delle responsabilità comuni avrà reso un servizio importante. Giacché il problema è questo: o l’Europa democratica e socialista si unisce politicamente, oppure tutto diventerà sempre più difficile nell’organizzazione della pace. Roma, febbraio 1971 *Prefazione al libro di Willy Brantd: Politica di pace in Europa, Sugar 1971

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Merkel e Schaeuble uccisero Aristotele di Daniele Maglie I F a t t i

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Il caso greco con le sue drammatiche e infinite convulsioni è solo il sintomo di una malattia che debilita l'Unione. Un sintomo che esplodendo (apparentemente) all'improvviso sembra quasi aver spiazzato le classi dirigenti ma in realtà tutti sapevano tutto, almeno dal 2004 solo che prima del fallimento Lehman Brothers le cose stavano bene alla politica e agli uomini della finanza. L'ultimo atto della tragedia ateniese probabilmente non è stato ancora scritto, ma a futura memoria ripercorriamo gli episodi che come in un serial televisivo sono andati in onda negli ultimi undici anni Lo statista veramente democratico deve badare che la massa del popolo non sia troppo indigente […] Bisogna perciò adoperare ogni mezzo perché l’agiatezza rimanga a lungo. E poiché ciò conviene anche alle classi agiate, bisogna raccogliere in un fondo comune i ricavati delle entrate e distribuirli ai poveri”. Nel IV secolo avanti Cristo, nel VI libro della Politica, Aristotele utilizzava queste parole per descrivere le fondamenta del regime democratico. In una parola: solidarietà. Circa 2.500 anni dopo, la lezione aristotelica è stata completamente abbandonata, uccisa proprio in quella che fu la sua culla, la Grecia, per mano di quella entità che, nei sogni dei suoi padri fondatori, avrebbe dovuto rappresentare la quintessenza di quella stessa solidarietà e che invece si è trasformata in una prigione inespugnabile di regole spesso sciocche, sorvegliata a vista da arcigni carcerieri senza alcuna legittimità democratica: l’Unione Europea. La crisi greca, al di là di quello che sarà il suo epilogo, è infatti la tragica rappresentazione del fallimento dell’Europa neoliberista, avvinta al dogma dell’austerità a tutti i costi che cancella il Welfare State e fa pagare il suo prezzo proprio ai più deboli, ricattatrice ai limiti della violenza nei confronti di chi quel dogma vorrebbe infrangerlo, anche se si tratta di governi legittimati da un voto popolare. Il dramma vissuto dalla Grecia dal 2009 in poi racchiude tutto questo. Intendiamoci, che si tratti di un paese dove storicamente le tasse si pa- L

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