LIBER@MENTE 3/2015

 

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Il numero 3/2015 di Liber@mente, la rivista aperta di informazione e diffusione di conoscenza, edita dalla Fondazione Vincenzo Scoppa

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di LORENZO INFANTINO EDITORIALE PRINCIPI LIBERALI E GLOBALIZZAZIONE, UN CONNUBIO INSCINDIBILE P er renderci conto di quanto dobbiamo al lavoro degli altri, è sufficiente riflettere un solo momento. Se però approfondiamo un po’ di più le cose, soffermandoci sui tanti beni presenti nelle nostre case, vediamo che al soddisfacimento dei nostri bisogni provvedono spesso persone lontane e sconosciute. Già Pericle richiamava l’attenzione dei suoi contemporanei sulla varietà di prodotti di cui gli ateniesi potevano disporre e che, attraverso il commercio marittimo, giungevano da altri paesi. Quei beni, alimentari per lo più, erano per l’appunto il risultato del lavoro di uomini lontani e sconosciuti. Ecco perché, pur tenendo conto dei limiti del mondo di allora, quello di Pericle si può interpretare come un elogio della globalizzazione. Due cose appaiono chiare. Anzitutto, non possiamo soddisfare i nostri bisogni senza la cooperazione altrui. In secondo luogo, il miglioramento del nostro benessere è strettamente legato all’allargamento del nostro orizzonte. Adam Smith, colui che in maniera più profonda e diffusa ha penetrato il meccanismo della cooperazione sociale, ha affermato: «L’uomo ha continuamente bisogno della cooperazione e dell’assistenza di un gran numero di persone, mentre la durata di tutta la sua vita gli basta appena a guadagnarsi l’amicizia di pochi». Pertanto, più si allarga l’orizzonte e meglio possiamo essere serviti. Il che ci è stato esplicitamente insegnato dal liberalismo, la teoria che ha gettando una potentissima luce sul meccanismo dello scambio e che ha posto dinanzi agli occhi di tutti i vantaggi che derivano dalla più vasta estensione della cooperazione sociale volontaria. Il liberalismo è la teoria della globalizzazione. Tutti cogliamo a piene mani i benefici della società liberale. Ma molti rifiutano in maniera preconcetta gli insegnamenti del liberalismo. Disprezzano la società aperta. Vivono così una grave forma di “dissociazione” che li porta ad agire in un modo e a dichiarare l’esatto opposto. Se tuttavia l’obiettivo di ciascuno è quello di miglio- rare il proprio benessere, non c’è nulla che possa sostituire il meccanismo di mercato. Estendere sempre più la cooperazione sociale volontaria significa allargare enormemente il numero di coloro alla cui esistenza possiamo contribuire e che, per tale ragione, devono in contropartita fornirci ciò di cui abbiamo bisogno. Gli scambi si intensificano, la produttività e il prodotto aumentano, crescono le nostre possibilità di scelta, l’orizzonte della vita diviene più ricco e stimolante. Come ancora Smith scriveva, l’attore non è più «neIl liberalismo è la teoria che ha gettato una potentissima luce sul meccanismo dello scambio e ha posto dinanzi agli occhi di tutti i vantaggi che derivano dalla cooperazione sociale volontaria cessariamente cittadino di alcun particolare paese. Il luogo in cui svolgere la sua attività gli è abbastanza indifferente; e, con poca contrarietà, sposterà il suo capitale e, con questo, tutta l’attività che esso sostiene da un paese all’altro». Certo, la globalizzazione è un serrato processo concorrenziale. Ma possiamo sottrarci a ciò? Ci sono barriere che possano farci vivere in una “nicchia ecologica protetta”? Le risposte non possono che essere negative. Nel corso del Novecento, il totalitarismo ha tentato di sradicare la cooperazione sociale volontaria e di rinchiudere gli uomini nella sua “gabbia d’acciaio”. Si è pensato di sostituire i “mercanti” con gli “eroi”. Si è addirittura giunti a promettere la cancellazione della condizione di scarsità, l’edificazione di un paradiso in terra. Ma non c’è parola che possa descrivere la barbarie prodotta. La violenza e la coercizione reprimono i tratti più umani di ciascuno di noi. Diritto, civiltà e benessere vanno di pari passo. Dobbiamo allora riconoscere che il processo di globalizzazione è un duro dato della realtà. E dobbiamo conseguentemente essere consapevoli che alla realtà non si può sfuggire. Quel che resta è trarre vantaggio da essa. Non c’è alternativa. In anni non molto lontani, ho tenuto una conferenza sulla globalizzazione in una bella città del Mezzogiorno. Dando fondo a tutte le mie risorse, intendevo rendere comprensibile il fenomeno, mostrare al pubblico presente l’inevitabilità dell’ampliamento del mondo e i possibili benefici. Alla fine della mia introduzione, dopo avere riscosso i soliti insinceri complimenti di rito, mi sono trovato davanti a una chiusura totale. I più “resistenti” fra i miei interlocutori mi hanno obiettato che le regole della globalizzazione non avrebbero avuto nessuna validità nelle regioni meridionali. Non si sarebbero applicate, perché il Sud ha un’altra storia. Tutte obiezioni furbe, ma non intelligenti. È l’atteggiamento tribale che nega il futuro alle più giovani generazioni. Non sa, e non vuole nemmeno sapere, che la cooperazione volontaria è un gioco a somma positiva, che cioè reca vantaggio a tutti i partecipanti. E non è un’ignoranza da poco: perché dall’acquisizione di queste semplici idee dipende il capovolgimento di certi regressivi modelli di vita e la capacità di operare con successo nel mondo aperto. Luiss “Guido Carli” - Roma infantino@fondazionehayek.it 3 - 2015 3

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di CARLO LOTTIERI IL PUNTO «Migliaia d'anni fa un uomo riuscì a scoprire il segreto del fuoco. Forse lo bruciarono con quel legno che egli aveva insegnato ad accendere, ma lasciò all'umanità un dono insperato, e con esso liberò dal buio la terra» (Howard Roark in La fonte meravigliosa di Ayn Rand). APRIRSI AL MONDO, UNA SCELTA INDIVIDUALE Liberalismo e globalizzazione, strettamente correlati sul piano giuridico ed economico, impongono di operare al di fuori da logiche collettivistiche e paternalistiche L iberalismo e globalizzazione sono strettamente correlati per Da molti secoli la scienza economica insegna che gli scambi due motivi: uno giuridico e l’altro economico. Sul piano del facilitano divisione del lavoro e specializzazione, ma perché diritto, è chiaro che ogni processo di globalizzazione non è tutto questo si realizzi al meglio è opportuno che questa intepensabile senza una riscoperta e rivalutazione della proprietà. grazione tra individui (e di conseguenza anche tra imprese) Ogni chiusura autarchica si basa sull’idea che il ceto politico-bu- abbia luogo nella forma più estesa possibile. L’apertura dei merrocratico può impedirmi di usare titoli in mio possesso per com- cati europei è quindi una buona cosa, perché ci consente di prare beni e servizi prodotti fuori dai confini nazionali. Quando comprare in Lituania e vendere in Irlanda, ma aprirci al mondo invece questo impedimento viene meno, il dato cruciale – in una intero moltiplica tali vantaggi. E questo è tanto più vero in una prospettiva liberale – è una rinascita della proprietà privata. fase storica che vede il peso dell’Europa nell’economia globale In fondo, dogane e altri marchingegni protezionistici sono calare costantemente, a seguito dell’avanzata delle nuove ecosolo una conseguenza della mancanza di rispetto per la proprietà: nomie e in particolare dell’Asia. del fatto che è venuta meno la sacralità dell’altro e anche di quella Da tutto ciò discende pure che una serie di visioni ottocentesfera attorno a lui che possiamo valicare solo ledendo il nostro sche sono ormai indifendibili. Quanti ancora oggi parlano di un prossimo nei suoi diritti. Quando la proprietà declina è facile che “liberalismo nazionale” coniugano due universi non realmente le economie si chiudano e “localizzino”, compatibili, poiché la filosofia della libertà non mentre nel momento in cui è forte il rispetto L’universalismo della globalizzazione, il è accostabile allo Stato moderno e confinario, per la proprietà ne discende con grande na- cui contrario è il nazionalismo interventista, fatalmente destinato a separare tra gli loro gli turalezza il libero svilupparsi di rapporti che deriva direttamente dalla libertà connessa uomini e a chiudere n un modo o nell’altro i valicano gli oceani e ignorano le differenze mercati. Non soltanto lo Stato moderno è ova quell’autonomo disporre di titoli che di etnia, lingua, cultura. L’universalismo viamente il nemico storico numero uno delle si radica della proprietà privata della globalizzazione deriva direttamente libertà dei singoli, ma la nazionalizzazione dalla libertà connessa a quell’autonomo disporre di titoli che si delle istituzioni pubbliche è stata uno dei passaggi cruciali della radica della proprietà privata. In questo senso, il contrario della crisi del liberalismo durante il XIX secolo. Quello statalismo che globalizzazione è un nazionalismo interventista, un socialismo conoscerà il proprio macabro trionfo negli stermini dei regimi tonazionale, uno sciovinismo economico che per forza di cose ha talitari sarà lungamente forgiato dalla retorica nazionalista e da poimplicazioni anche culturali, ideologiche, spirituali. Entro le gab- litiche economiche di taglio mercantilista. bie di ogni politica economica la capacità dei autodeterminarsi L’apertura al mondo, che è coessenziale al liberalismo non dei singoli declina, mentre gli individui tornano proprietari (e significa, ovviamente, l’assoluta perdita di ogni radice, identità, quindi liberi) quando sono veramente in grado di progettare la tradizione. Ognuno di noi è anche la propria storia e in una loro esistenza avendo come scenario il mondo intero. certa misura è legato a tutto ciò. Ma quando noi vogliamo Sul piano economico, per giunta, è evidente che se per un li- aprirci al mondo (oppure no) deve essere deciso solo da noi berale ogni ordine di scambi è premessa a un miglioramento delle stessi: fuori da logiche collettivistiche e paternalistiche. Perché condizioni di tutti quanti partecipano alle interazioni di mercato, nessuna vera comunità può basarsi sulla soppressione o sulla tanto più un mercato è esteso e quanto più i benefici saranno mag- mutilazione della libertà dei singoli. giori. Una volta compresi i benefici degli scambi, è chiaro che essi Università degli Studi di Siena sono maggiori all’interno di un mercato di vaste dimensioni. lottieri@tiscalinet.it 2 - 2015 5

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di ALESSANDRO VITALE LA GLOBALIZZAZIONE È SINONIMO DI LIBERTÀ da venticinque anni che la “globalizzazione” si è affermata come parola onnipresente. Centinaia di migliaia di libri sono stati scritti per definirla, e le definizioni prodotte a getto continuo si sono sprecate. In periodi recenti, nel corso di una sola settimana, sono apparsi nel mondo migliaia di titoli sul tema. C’è chi l’ha trattata come fenomeno economico e chi come aspetto politico. Per sintetizzare all’estremo, si può dire che la fine della guerra fredda, fenomeno politico di colossale rilevanza, ha incominciato a liberare il mondo intero da pesanti vincoli, imposti da un eccesso di politicità Dimensione politica e dimensione economica del processo di globalizzazione in atto si intrecciano sempre più e creano forme di sviluppo e nuove opportunità È (quello dei due blocchi politico-militari contrapposti e delle dipendenze), ma così facendo ha dato anche libero sfogo alle forze naturali del mercato, dello scambio, del contratto e alla cooperazione fra gli uomini, al di là di confini e Stati. Si è trattato di un timido ritorno a quello che la globalizzazione storica era stata: sviluppo degli scambi, interazioni senza barriere nazionaliste, viaggi continui di uomini in terre lontane, scarse istituzionalizzazione e interferenza politica, produzione (in Europa) di montagne di ricchezza. Ancor più timido quel ritorno ci appare oggi, con il regionalizzarsi di grandi aree del mondo che sembrano non comunicare nemmeno più fra loro, il loro chiudersi al resto del pianeta, il loro marginalizzarsi, diventando irrilevanti per un’intera porzione di umanità, il ritirarsi della civiltà occidentale da tanti spazi di espansione storica e il tentativo di aggressori organizzati e armati di imporre il loro monopolio della violenza su aree geografiche e su produttori di risorse che sembravano già essersi liberati da pesanti catene. La globalizzazione contemporanea inoltre è soffocata dal “globalismo giuridico”, che ne è l’esatto opposto: il tentativo di paralizzarne le forze profonde (cooperazione L’ECONOMIA DI MERCATO, MOTORE DELLA CRESCITA di Ubiratan Jorge iorio L’economia di mercato e la globalizzazione consentono di godere di più beni e servizi a prezzi più bassi e di svolgere il lavoro più consono al proprio talento L a trattazione del tema della globalizzazione ci conduce chezza delle nazioni, pubblicato la prima volta nel 1776, ha svisubito all’importanza degli scambi tra le Nazioni, cioè luppato la teoria dei vantaggi assoluti come la base del comle persone che costituiscono le Nazioni, come un ele- mercio internazionale. Il beneficio assoluto ottenuto da un mento fondamentale dello stesso processo di sviluppo. Prima determinato paese è conseguenza di una maggiore produttidi Adam Smith, alcuni economisti, per vità o, in altre parole, dell’utilizzo di una micombattere la dottrina mercantilista, avenore quantità di materie prime per produrre Tra i precursori della globalizzazione vano già compreso i vantaggi del com- possiamo citare, tra gli altri, la maggior un bene a costi inferiori. Per Smith non è nemercio internazionale come elemento cessario per un paese ottenere surplus dal parte dei post-scolastici, i cosiddetti commercio estero per garantirsi condizioni costitutivo della libertà economica e moprotoaustriaci e, naturalmente, tore di creazione di ricchezza. Tra i precurfavorevoli; degli scambi volontari tra paesi tutti i liberali classici possono beneficiare tutti i soggetti coinvolti sori della moderna globalizzazione potremo citare, tra gli altri, la maggior parte dei post-scolastici, nell’operazione. Quest’ultima idea è un importante punto di Turgot, Galiani, Cantillon, i cosiddetti protoaustriaci e, natu- rottura rispetto alla tradizione mercantilista. Ogni paese dovrebbe concentrarsi sulla produzione di ralmente, tutti i liberali classici. Smith, per esempio, nella sua opera più importante, La ric- beni che offrono vantaggi assoluti. L’eccedenza rispetto al con- 6 Liber@mente

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sociale volontaria, apertura dei mercati, degli scambi e della concorrenza, abbattimento del controllo statale e politico sui produttori di risorse, innovazione, libero sviluppo di nuove tecnologie insofferenti delle gerarchie, ecc.), ingabbiandole entro istituzioni sovranazionali, cartelli di Stati, unità protezionistiche continentali, con immani tentativi omogeneizzanti e autoritari di calare dall’alto il volere di classi politiche che degli Stati non riescono più a servirsi per perseguire i loro fini. Nonostante il fatto che la globalizzazione contemporanea (post anni ’89/’91) rimanga estremamente timida e sia soffocata da imponenti forze contrarie, che cercano di sottometterla (la pretesa “governance” di un “fenomeno anarchico”), “globalizzazione” non solo è potenziale accrescimento di ricchezza, ma è sinonimo di libertà, anche politica. La dimensione economica e quella politica (nei termini di un “basso tasso di politicità”) della globalizzazione, infatti, si intrecciano. È fuoriuscita dalla povertà per miliardi di persone, integrazione di economie e di scambi, di investimenti, circolazione di beni, capitali, lavoratori e tecnologia. È sviluppo di opportunità immediate, messa a coltura di terre fertili sprecate per ragioni di controllo politico, creazione e attuazione di progetti, impulso alla formazione di capitali in aree dove non sono mai nati o sono stati distrutti, accesso ai mercati mondiali di milioni di persone un tempo escluse. È liberalizzazione degli scambi, emergere di economie orientate verso l’esterno, che facilitano – con evidenza empirica - la crescita economica, aiutano a trarre maggiori vantaggi dai commerci (che espandono i mercati) e tendono a ridurre la povertà. È depotenziamento degli effetti drammatici dell’autarchia. È libertà perché significa abbattimento di ostacoli politici, attacco alle pretese regolamentatrici, welfariste, paternaliste e allocative di risorse di classi politiche e Stati. È riduzione della politica, con la sua logica (“comando-obbedienza”, La globalizzazione, che è scambio di visioni differenti del mondo, può essere anche definita come abbattimento di ostacoli alla ricerca della felicità “protezione-obbedienza”, estorsione di risorse e allocazione arbitraria di queste) e delle burocrazie parassitarie - rimpiazzate sempre più dal mercato - ai margini delle convivenze. È distruzione di privilegi e formazione spontanea di opportunità economiche e civili per un numero sterminato di persone. Non è certo un caso se nei Paesi in via di sviluppo la globalizzazione, fatta passare dagli ideologi dei Paesi ricchi (avvolti dai fumi caotici, vaghi e autocontraddittori di anticapitalismo, antiamericanismo, comunitarismo socialista e welfarismo nazio- nalista) per “emarginazione dei più deboli” o “imposizione del libero scambio”, gode di crescenti favori e interesse. Le persone di quei Paesi, che temono chiusure e protezionismi, sanno infatti che la globalizzazione porta con sé cambiamenti immani, maggiore facilità a trovare lavoro e ad avere un’esistenza dignitosa, attenuando immani sofferenze, quali epidemie, malnutrizione, povertà estrema. L’apertura dei mercati è stata il cuore del “miracolo” dell’Europa Centrale, dell’Asia orientale e di alcune aree del Sudamerica. Se ci si limita a un’analisi scientifica degli effetti del commercio, della concorrenza che erode i monopoli nazionali, degli investimenti diretti esteri, dell’annullamento di barriere politiche, della divisione internazionale del lavoro sulla povertà, le uniche conclusioni possibili sono sotto gli occhi di tutti. Ma soprattutto la globalizzazione è scambio di visioni differenti del mondo, conoscenza reciproca, estensione globale dell’informazione, circolazione di menti e individui, un tempo relegati entro rigidi confini nelle “nazioni” coatte d’origine. La globalizzazione può anche essere definita come abbattimento di ostacoli alla ricerca della felicità. Ma è costantemente sotto attacco da parte di governi, ideologi di Stato, pseudo-economisti ultra-osannati, politicanti e prepotenti. Università degli Studi di Milano alessandro.vitale@libero.it sumo interno dovrebbe essere esportato, e il reddito equivalente utilizzato per importare le merci prodotte in territori stranieri. Questa pratica aumenterebbe la capacità di consumo di quelli coinvolti nel commercio internazionale, aumentando così l’efficacia degli scambi. Da questo ragionamento, Smith ha concluso, nella migliore tradizione liberale classica, che il commercio estero aumenta il benessere della società. David Ricardo, nel secondo decennio del XIX secolo, ha migliorato questa teoria, estendendo la possibilità di guadagni commerciali agli stati che non dispongono di vantaggi assoluti rispetto ad altri. Per lui, che non era il principio di vantaggio assoluto determinante della capacità di trarre profitto dal commercio, ma il vantaggio comparativo o relativo. Un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato, vale a dire la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, inferiore rispetto a territori differenti. I vantaggi comparativi, secondo Ricardo, derivano dalle differenze di produttività del fattore lavoro per diversi prodotti, e ciò è influenzato anche da fattori come il clima e l’ambiente specifici di ogni Nazione. Così, i Paesi dovrebbero specializzarsi nella produzione di beni per i quali possiedono un vantaggio comparativo, aumentando internamente la sua produzione esportando il surplus. Altri beni e servizi dovrebbero essere acquistati sul mercato internazionale a un prezzo inferiore al costo di produzione interno, rendendo il commercio internazionale un ambiente vantaggioso per tutti. Più tardi, John Stuart Mill ha sostenuto la teoria di Ricardo sul vantaggio comparativo, affermando che anche per un paese con costi di produzione elevati sia sempre conveniente aprirsi al commercio internazionale ed esportare verso luoghi con costi produttivi minori. Infatti, questi paesi, ammesso che abbiano vantaggi su tutti i prodotti, avrebbero maggiore vantaggio su alcuni prodotti più che su altri altri, e sarebbe preferibile per loro importare quei prodotti per i quali il vantaggio è minimo, per poter utilizzare una 3 - 2015 7

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maggiore quantità del proprio lavoro nella produzione di quindi, il potere creativo del commercio riesce a capire questo; quei beni da cui trarre il massimo beneficio. L’esperienza in- ed è per questo motivo che sosteniamo in ogni occasione l’ecoternazionale fino ad oggi ha confermato la previsione di base nomia di mercato; è anche per questo motivo che cerchiamo del modello di Ricardo, secondo cui le nazioni potrebbero sce- di rimuovere le barriere che i governi e gli “interventisti” imgliere di esportare merci la cui produttività è relativamente pongono contro la libertà degli imprenditori, sia nazionali che alta e importare altri in qui la produttività è relativamente esteri. Li vediamo come difensori della civiltà, e quindi cerbassa. D’altra parte, gli economisti della Scuola Austriaca, chiamo di difendere i loro interessi in ogni modo possibile. come abbiamo scritto all’inizio, sono sempre stati fautori conDal momento che le innovazioni tecnologiche hanno guivinti dei benefici del libero scambio e di conseguenza della dato la globalizzazione alla fine del ventesimo secolo, gli inglobalizzazione che il mondo ha visto fin dagli ultimi venti terventisti hanno inveito contro di esse, al contrario dei liberali anni del secolo scorso. che hanno sempre saputo che se i confini del territorio in cui Le restrizioni commerciali che regolano gli scambi inter- si vive sono completamente aperti a tutti i beni e servizi pronazionali colpiscono direttamente gli individui e non i loro go- dotti in tutto il mondo e alla libera competizione tra individui, verni. Molti milioni di persone che dipendono da prodotti ci troveremo nella posizione privilegiata di avere le persone importati a basso prezzo per vivere sono privati dei bisogni di maggior talento al mondo lavorare e di produrre per sodfondamentali. Questo genera impoverimento perché costringe disfare le nostre esigenze. queste persone a pagare prezzi interni molto più alti per beni Ciò che è male e disastroso per un individuo è altrettanto di qualità inferiore e ottenendo in cambio un minor numero disastroso per l’insieme di individui che formano una Nadi beni. Così, le sanzioni commerciali poszione. L’economia di un paese non è una Tutti i nemici dell’economia di sono anche causare la fame di massa come bolla isolata dal mondo che vive di vita mercato si comportano come se la hanno fatto, senza eccezioni, in tutti i paesi propria, ma semplicemente un insieme di che hanno adottato restrizioni al libero sua eliminazione non comporterebbe individui. Questi individui che costituialcuna conseguenza negativa scambio. Ci sono anche milioni di persone scono l’economia di un paese ricevono un per la nostra vita che sono indirettamente colpiti dalle restrisalario in cambio del loro lavoro. Se i conzioni coercitive imposte sugli scambi recifini del paese sono aperti per i beni e serproci. Coloro i cui posti di lavoro sono collegati alle industrie vizi prodotti in ogni parte del mondo - cioè, se i governi non che dipendono dalle importazioni, per esempio, presto sa- vietano, limitano o tassano le importazioni - il potere d’acquiranno senza una fonte di reddito. Le sanzioni commerciali sto del reddito di ogni individuo raggiunge la sua massima creano povertà e sono ostacoli allo sviluppo economico. capacità. Inoltre, il libero scambio massimizza la possibilità di Tutti i nemici dell’economia di mercato si comportano svolgere il lavoro che meglio si adatta al nostro talento indicome se la sua eliminazione non comporterebbe alcuna con- viduale. E un’economia non è altro che un insieme di indiviseguenza negativa per la nostra vita. Nelle università, in tele- dui, e il libero scambio massimizza la capacità di ogni visione, nei film, viene continuamente rappresentato come individuo di svolgere proprio quel tipo di lavoro che accentua sarebbe perfetto e pacifico il mondo se potessimo sbarazzarsi le proprie abilità. Infine, il libero scambio, e quindi la globadi coloro che si guadagnano da vivere con la creazione e l’ac- lizzazione, ci consente di godere di beni e servizi abbondanti cumulo di ricchezza, cioè del liberismo economico. Infatti, per a prezzi bassi; ci consente quindi un maggiore risparmio. centinaia di anni, le classi intellettuali chiesero l’espropriazione Come la Teoria Austriaca dei Cicli Economici sempre ha soe anche lo sterminio degli “espropriatori capitalisti”. Sin dai stenuto - e l’evidenza empirica sempre ha confermato - il ritempi antichi, il commerciante e le sue attività sono stati con- sparmio è una condizione necessaria per il progresso degli siderati trascurabili. E il nazionalismo (che Albert Einstein ha individui e quindi delle nazioni. definito come "una malattia infantile, il morbillo dell’umanità") Salutiamo quindi con gioia e letizia la globalizzazione! ha sempre incarnato, dai tempi del mercantilismo, questa viUniversità dello Stato di Rio de Janeiro (Brasile) sione distorta della realtà. Ma chi comprende l’economia e, ubiratan@mises.org.br 8 Liber@mente

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di ALBERTO OLIVA ELZEVIRO «L’esistenza della corruzione [...] è un fenomeno concomitante e inevitabile dell’interventismo statale». (Ludwig von Mises) LA CORRUZIONE ENDEMICA E LO STATO MASSIMO sottolineato in un Discorso alla Camera dei Comuni nel 1771 che «quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso». La concentrazione di potere nello Stato democratico interventistico è oggi la grande minaccia contro la libertà dei cittadini e la tasca dei contribuenti. Il problema è che a molti sembra legittimo lo statalismo nei casi in cui la maggioranza degli elettori sceglie partiti e politici che propongono i più variati tipi di interventismi. I voti della maggioranza servono oggi per la democrazia totalitaria o messianica, come la definisce Talmon (The Origins of Totalitarian Democracy), che instancabilmente promulga leggi che riducono lo spazio di decisioni individuali. Pochi percepiscono che l’ambito della politica si estende sempre Oggi si paga molto per mantenere uno Stato che cresce sempre di più e la maggior parte delle volte,non riesce a essere efficiente neanche in quelle attività in cui è indispensabile più abbracciando un numero crescente di sfere dell’esistenza umana. Non capendo il funzionamento dei meccanismi politici sistemici, che lavorano in favore della corruzione, i cittadini reagiscono in modo emotivo davanti agli scandali veicolati dai mass media. La rivolta che sfocia nella sfiducia nelle istituzioni è inutile se non esiste il clamore contro l’ipertrofia dello Stato. Per un’adeguata diagnosi è necessario esaminare la patologia della corruzione endemica e sistemica come una variabile dipendente della dimensione dello Stato: quanto più grande è la concentrazione di potere, maggiore tenderà a essere la corruzione. L’asfissiante ordinamento di ogni tipo di attività, con il conseguente aumento del potere decisionale del personale politico-burocratico, favorisce la corruzione. Invece di essere una barriera contro la dilatazione del potere interventistico, la democrazia contemporanea è diventata un anabolizzante dello statalismo. Nelle società socialiste in cui lo Stato era padrone di tutto, le autorità e i burocrati potevano fare ciò volevano. Lo Stato assoluto dei re non esiste più e lo Stato totale, poliziesco, del socialismo reale è crollato. Il problema è che la democrazia posteriore alla caduta del Muro di Berlino non frena l’aumento delle funzioni e poteri dello Stato. Se da un lato le società diventate democratiche nel dopo guerra si sono liberate dalle dittature , dal altro, si può mettere in forse se oggi i singoli godono di livello desiderabile di libertà. Nelle democrazie attuali lo Stato cresce ogni giorno, sfugge al controllo dei cittadini intervenendo nella sfera dei rapporti interpersonali e sottraendo molto della libertà individuale di scelta. I cittadini si infantilizzano nella misura in cui rinunciano alle loro responsabilità in attesa di soluzioni fornite dai poteri costituiti. Un ampio godimento della libertà individuale richiede che venga posto un limite alla politicizzazione degli affari privati. Ad esclusione delle società povere, il prelievo fiscale oramai si attesta a circa metà di ciò che è prodotto. In aggiunta allo spreco di denaro pubblico, l’aumento del gettito crea nuove spese che hanno il potenziale di favorire l’avanzamento della corruzione. Oggi si paga molto per mantenere uno Stato che non riesce, il più delle volte, a essere efficiente neanche in quelle attività in cui è indispensabile. Facendo finta di non conoscere questa verità, i politici non fanno altro che aumentare le spese pubbliche. La democrazia non è grado di L L’ipertrofia dello Stato, la dilatazione del debito pubblico e la corruzione dilagante sono problemi che la democrazia e la politica non riescono a risolvere a corruzione è un male sociale con radici profonde. È senza dubbio un problema originariamente morale, anche se le cause della corruzione sistemica ed endemica sono molteplici. L’importanza dei fattori culturali è evidenziata dal fatto che alcune società hanno nettamente più tolleranza verso tale fenomeno. È importante tenere presente che i meccanismi che producono i tipi più nocivi della stessa sono di natura politica. La complessità del fenomeno raggiunge il parossismo nella politica in virtù delle sue connessioni con l’esercizio del potere. Per questo è vano cercare di affrontare l’argomento salendo sul pulpito per impartire lezioni di etica. Stabiliti i vincoli tra corruzione, tipo di governo e dimensione dello Stato, la sfida consiste nel combattere le cause politiche che la fanno aumentare esponenzialmente nelle società che adottano una democrazia interventistica. Mises in “Omnipotent Government” correttamente rileva che «corruption is an evil inherent in every government not controlled by a watchful public opinion». È importante, però, aggiungere che l’opinione pubblica non sarà sufficientemente potente per combattere con efficacia la corruzione se il governo conserva i suoi lunghi tentacoli, se lo Stato si mantiene ipertrofico. Lord Acton, il più illustre esponente del cattolicesimo liberale inglese - ha sintetizzato in modo lapidario (Letter to Archbishop Mandell Creighton) il rapporto tra Stato e corruzione: «il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». Oltre a corrompere ed essere corrotto, il potere politico, aggiunge Lord Acton, priva gli uomini della libertà quando si arroga il diritto di comandare i loro atti. Prima di Acton, Burke già aveva 3 - 2015 9

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combattere la corruzione se la prassi poli- zione all’interno della società, è necessario una disputa di potere in cui la classe politica tica prevede di ingrandire lo Stato. Viviamo affrontare le cause politiche della corru- si dedica a formare e mantenere clientele. in una era di servitù volontaria in cui ven- zione per mezzo di un programma di di- L’aumento del debito pubblico è uno strugono votati candidati che direttamente o minuzione della dimensione dello Stato. mento usato nelle democrazie interventiindirettamente propongono l’aumento di Questa è l’unica maniera efficace di com- stiche per vincere le elezioni. A discapito spese e, ipso facto, della dimensione dello battere la tipologia più speciosa di corru- dell’equilibrio economico, la politica è praStato. La sfiducia nella politica non è di so- zione: quella in cui una classe politica si ticata come un’attività di prestidigitazione: lito causata dall’intermantiene al potere di- a detrimento dell’interesse generale si conLa storia ha dimostrato ventismo inetto e stribuendo benefici cedono benefici a gruppi specifici i cui voti in modo chiaro che la società controproducente che particolaristici. Il co- sono “comprati”. È corrotto un sistema poretrocede quando alla classe propizia la corruzione, siddetto “voto di litico in cui l’aumento del debito pubblico politica è attribuito il potere bensì dalla convinscambio”, attraverso è usato come strumento per vincere eledi dirigere il processo sociale zione che il potere docui si cerca di assicu- zioni e in cui si disprezzano la ricerca delvrebbe intromettersi rarsi la maggioranza l'interesse collettivo e l’esistenza di targets ancora di più nell’ordinamento dei rapporti elettorale, è un tipo di corruzione che sfor- diversi nell’allocazione di risorse limitate. sociali. Se la dimensione dello Stato non tunatamente non viene percepita in modo Ci dovrebbe essere un dibattito acceso verrà limitata, è irrealistico pensare che la corretto dagli elettori. Nella sua versione rispetto ai compiti della Politica. Quale sacorruzione sarà ridotta con leggi più dure degenerata, la democrazia diventa inter- rebbe il suo ruolo? Definire le regole basilari e punizioni più rigorose. ventistica e merita essere chiamata demo- del gioco sociale e adottare misure d’inteLa corruzione endemica e sistemica cratica soltanto perché i governanti sono resse collettivo o scegliere fini per la vita sodeve essere percepita come effetto di uno liberamente eletti; ma, in fondo, diviene ciale e avere potere di imporli? La storia Stato che pervade, senza necessità e con un costo altissimo, quasi tutte le sfere della vita sociale. Il gigantismo pantagruelico dello Stato nel dopoguerra serve per creare oppressione fiscale e dissipare i soldi sudati dei lavoratori e degli imprenditori. La dilatazione del processo politico apre spazio di Daniela rabia per l’inutile proliferazione di leggi che favorisce nebulose operazioni tra agenti pubblici e i privati. La presenza di personaggi Dall’opera della Rand è stato tratto un film diretto politici corrotti è parte di un sistema im- nel 1949 da King Vidor con protagonista Gary Cooper merso nella corruzione. Le modalità tramite le quali il potere è oggi conquistato e ome gli alberi che Howard Roark, il protagonista de “La fonte memantenuto sono di cruciale importanza al ravigliosa” di Ayn Rand, fissa, attendono di assumere la forma fine di comprendere il fenomeno della corche daranno loro le sue mani, così le pagine di questo romanzo ruzione politica. Essendo la corruzione inaspettano di entrare nella sfera del lettore e di prendere corpo nella sua sita nell’esercizio stesso del potere, ridurre vita. L’approccio testuale dovrebbe mutuare dal personaggio randiano le funzioni attribuite allo Stato consente di quel suo «strano modo di fissare con occhi che apparentemente non vedevano e non controllarla in modo più efficace. Con più notavano nulla e invece in realtà prendevano nota di ogni minimo dettaglio». Ma al mercato e meno di Stato si riesce ad abbas- contempo l’approccio stesso deve spronare a trovare nello scritto il proprio punto di sare il tasso di corruzione. La giustifica- vista e le proprie emozioni perché Howard Roark, giovane architetto pieno di talento, zione per “ingrassare” lo Stato cosiddetto insegna principalmente a essere se stessi, ad avere un proprio stile, a non conformarsi democratico si fa in nome di progetti con- agli altri e a non uniformarsi alle regole imposte. troversi di distribuzione della ricchezza o I pilastri portanti dell’opera sono verità, amore e bellezza, entità eterne, basilari a di ridistribuzione del reddito. quella grande arte che è l’architettura che fa da sfondo alla narrazione della scrittrice di La politica si è trasformata, soprattutto San Pietroburgo. Ma è proprio l’architettura senza innovazione, il fotografare, l’imitare e negli ultimi decenni, in una lotta tra gruppi il copiare, privi della creazione e dell’inventiva, che vengono messe sotto accusa nelle pieche cercano di ottenere benefici pubblici a ghe del libro perché l’arte tutto è fuorché sterile riproduzione. Quanto costa essere un’arscapito degli interessi della collettività. Bi- tista- vien da chiedersi facendo scorrere lo sguardo nelle pagine della Rand – in un mondo sogna ridurre la dimensione dello Stato in cui la logica del compromesso spinge a vendere il proprio ingegno, «la meraviglia che stesso e, in particolare, del Welfare State che, si ha nel cervello per non farne uno strumento di tortura contro se stesso», in una società in nome della ridistribuzione dei redditi, in cui la sopravvivenza e la creazione artistica non sono un binomio vincente? Il messaggio trasforma la politica in concessione di be- della scrittrice libertaria è attuale a settant’anni dalla sua pubblicazione perché l’animo nefici pubblici a gruppi specifici; in partico- umano non cambia nonostante cambino i tempi. Il modello Cameron – Roark, coppia di lare quelli più numerosi o più organizzati architetti ingegnosi e idealisti, ma non integrati nel contesto socio-ambientale in cui vivono, e che hanno peso maggiore nello scenario si contrappone a quello Francon – Keating, immerso nella produzione stereotipata e stanpolitico. Dato che l’evidenza storica rivela dardizzata. Camminano spesso i personaggi chiave dell’autrice “attraverso strade, piazze, che quanto più il potere è esteso e perme- sotto la pioggia scrosciante e senza meta, sapendo solo che è necessario fare del moto, eviante tanto più sarà disseminata la corru- tare di pensare”. Camminano i lettori tra le righe del romanzo, invece, per pensare. Per- LA FONTE MERAVIGLIOSA, SCRIGNO DI LIBERTÀ C 10 Liber@mente

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dimostra che la società retrocede quando alla classe politica è attribuito il potere di dirigere il processo sociale. Nelle democrazie interventistiche la creazione di controlli amministrativi e tecnici sul comportamento dei governanti è solamente un palliativo. Tra l’altro, sono i governanti stessi a emanare le norme, volte sempre in una direzione: l'ampliamento del loro potere. Non è giusto condannare solo chi ha tratto dei vantaggi personali dall’esercizio di un potere democraticamente attribuito. Sfortunatamente, l’opinione pubblica ha la tendenza ad assolvere coloro che usano il potere per attribuire vantaggi a un gruppo sociale, ad una categoria organizzata di lavoratori o ad una etnia. E poiché sono ritardati gli effetti fallimentari delle scelte economiche fatte all’interno della democrazia interventistica, l'elettore raramente percepisce che sono stati causati dall’esercizio populista del potere. L’aspetto dell’arricchimento personale è una parte infima del problema a dispetto di essere quello che più suscita l’indignazione del cittadino. La democrazia interventistica che “compra” voti tramite la distribuzione di risorse pubbliche scarse a gruppi specifici non è vista come la fonte principale della corruzione endemica e sistemica. Ottenere voti in cambio di benefici a favore di categorie lavorative o gruppi sociali crea una forma insidiosa di corruzione che si nasconde dietro uno specioso ideale di giustizia redistributiva. Alzare bandiere seduttrici come giustizia sociale, ridistribuzione della ricchezza, eguaglianza sostanziale ecc., consente alla democrazia interventistica di occultare i meccanismi di corruzione insiti nel suo seno. È fatto sconcertante che siano messi in rilevo i presunti vantaggi di ordine etico ed economico dell’interventismo statale che, in verità, è il principale fattore della corruzione ende- mica e sistemica. Come ci insegna Minogue (The Servile Mind), «i poteri che si attribuiscono gli Stati contemporanei vengono generalmente giustificati con la necessità di assicurare qualche beneficio agli elettori; ma l’idea stessa dello Stato come fonte di benefici, anziché di ordine, rappresenta un arretramento rispetto alla tipica mentalità di una società libera; il fatto che i governi ci facciano favori è un’arma retorica nell’arsenale dei politici e siamo arrivati a dare per scontato che sia lo Stato a fornirci servizi come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e gli ammortizzatori sociali; ma dobbiamo davvero essere ingenui per credere che siano semplici doni dello Stato, perché i governi non hanno nulla da regalare: possono soltanto ridistribuire, prendendo ad alcuni per arrecare benefici ad altri». Università Federale di Rio de Janeiro (B) aloliva@uol.com.br sonaggi e lettori hanno in comune uno scopo: la ricerca della libertà. Ed è qui che il testo assume una dimensione e una valenza generale; non è più narrazione di storie descritte e calate nel loro contesto ma diviene un classico senza tempo, immortale, capace di parlare al genere umano ora come allora lanciando messaggi diversi ma legati. La fonte meravigliosa è la libertà? Probabilmente sì. E cos’è la libertà? «L’unico bene che ciascuno possa veramente chiedere alla vita; la libertà di non chiedere niente, di non aspettare niente, di non fidarsi di nessuno» - fa dire la Rand a Dominique Francon, sua protagonista femminile e suo alter ego. E’ altresì l’amore quella fonte meravigliosa che la scrittrice russa imprime nel titolo del suo romanzo? Sì, anche. Ma amore e libertà non possono fondersi, anzi si escludono l’un l’atro nel capolavoro di questa «scrittrice potente, mente sottile e ingegnosa - come è stata definita- con una capacità di scrivere in un modo brillante, meraviglioso e amaro». Libertà e amore sono due linee parallele, come nella definizione di Euclide, destinate a non incontrarsi mai nelle pagine di Ayn Rand, o si pongono l’una come il passaggio propedeutico all’altra entità perché «per sviscerare il ti amo - spiega Roark a Dominique bisogna prima saper sviscerare l’io».Sembra metaforicamente scolpirsi da un blocco di marmo, come la statua del tempio architettato dal brillante protagonista, l’inno alla virtù dell’individuo: l’uomo forte, saggio, generoso, puro, eroico, senza timore. L’individualismo deve rappresentare la via da percorrere per uscire dal collettivismo in cui l’Occidente si è trincerato. Il monito socio-politico della scrittrice russa emerge sotto forma di chiosa al collettivo di stampo socialista e allo Stato che, lungi dal tutelare l’individuo, lo fagocita. Se in Anthem, opera del 1938, la presa di coscienza dell’egoismo da parte dei protagonisti consente di abbattere la società di eguali, ne “La fonte meravigliosa” l’esaltazione della forza dell’individuo in antitesi a una massa informe è più accentuata e prelude a “La rivolta di Atlante”, che, scritto e pubblicato la prima volta nel 1957 negli Stati Uniti , riassume l'etica oggettivista di Ayn Rand, fondata sulla difesa del capitalismo, della ragione e dell'individualismo. La Publishers Weekly ha definito “La fonte meravigliosa” «un romanzo che può essere tranquillamente annoverato tra i libri di culto e soprattutto la prova che gli ideali trionfano su tutto».Il lettore trae da quel trionfo degli ideali uno sprone e un faro capace di orientarlo e di illuminarlo lungo il sentiero. «Sono le idee che fanno la storia e non la storia che fa le idee» afferma Ludwig von Mises ne “L’Azione umana” e ribadisce in Socialismo «Tanto la forza che il denaro sono impotenti contro le idee». daniela.rabia@fondazionescoppa.it 3 - 2015 11

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di PETER G. KLEIN PRIMO PIANO «In ogni luogo i detentori del potere hanno un solo pensiero, i propri interessi personali, e usano il governo per soddisfarli» (Vilfredo Pareto) INNOVAZIONI E INVESTIMENTI: CIÒ CHE SI VEDE, CIÒ CHE NON SI VEDE Contrariamente a quanto appare, l’innovazione tecnologica ha costi notevoli per i governi, che si riverberano però sulla collettività e non sono da essa percepibili L a professoressa Mariana Mazzucato della University of Sussex ha fatto notizia col suo libro del 2013, The Entrepreneurial State, nel quale dibatte che, in ultima analisi, sia il governo, non il settore privato, a guidare l’innovazione tecnologica. In una serie di dettagliati casi studio(dalla information technology, alla farmaceutica, alle biotecnologie ed altri settori) sostiene che i laboratori governativi e gli enti pubblici siano i principali responsabili delle fondamentali scoperte ad alto rischio e dello sviluppo che rendono possibili queste tecnologie e che gli imprenditori in cerca di profitto vi si inseriscano solo dopo che il lavoro difficile è stato compiuto. Si tratta di una argomentazione molto vecchia, abilmente portata in vita negli scritti della Mazzucato (ed in un popolare TED talk). Ricordate l’appunto agli imprenditori: «non lo avete costruito voi» fatto dal presidente Obama durante la sua campagna presidenziale del 2012? «Qualcuno ha investito in strade e ponti. Se avete un business non lo avete costruito voi. Qualcun altro lo ha reso possibile. Internet non si è inventato da sé. La ricerca del governo ha creato Internet in modo che tutte le aziende possano fare soldi da esso». Il punto di vista per cui i soggetti privati siano miopi e solo il governo possa permettersi (o sia disposto ad assumersi) investimenti durevoli a lungo termine e alto rischio in ricerca e sviluppo necessari per il progresso tecnologico è in tutti i manuali di economia di base. Perfino gli economisti che sono generalmente favorevoli al libero mercato e a un governo limitato diranno sicuramente che il mercato è buono a produrre scarpe o camion o computer portatili ma che esso non è in grado di fornire la ricerca di base. Si tratta di un “bene pubblico” che solo il governo può fornire. Il New York Times ha recentemente osservato: «Le innovazioni fondamentali come l’energia nucleare, il computer e l’aeroplano contemporaneo sono state tutte sospinte da un governo americano desideroso di sconfiggere le potenze dell’Asse o, successivamente, per vincere la Guerra Fredda. Internet è stato inizialmente progettato per aiutare questo Paese a reggere un momento di confronto nucleare, e la Silicon Valley ha avuto origine con gli appalti militari e non con attuali start up imprenditoriali dei social media. Il lancio sovietico del satellite Sputnik ha stimolato l’interesse americano nel campo della scienza e della tecnologia, a vantaggio della successiva crescita economica». Ci sono diversi problemi con questo Come in passato per i monumenti alla potenza del faraone e alla religione di Stato, oggi i governi costruiscono continuamente monumenti a se stessi, che siano enormi statue o bombe atomiche o altre cose tipo di argomentazione. In primo luogo, si confonde l’innovazione tecnologica (ragguardevole per gli ingegneri) e l’innovazione economica (preziosa per i consumatori). In secondo luogo, si confondono beneficio lordo e netto:ovviamente quando il governo fa X si ottiene più X ma questo è più prezioso dell’Y che avremmo potuto altrimenti avere? (Frédéric Bastiat, Call Your Office). In terzo luogo, si confondono il trattamento e gli effetti delle scelte della spesa pubblica: il governo finanzia solitamente progetti scientifici che sarebbero stati intrapresi comunque, in modo tale che uno dei principali vantaggi della spesa pubblica in materia di scienza e tecnologia sia quello di aumentare il salario a quanti lavorano in scienza e tecnologia. In quarto luogo, come sottolineato da scrittori tipo Terence Kealey, se si guarda con attenzione ai dettagli dei tipi di programmi lodati dal Times, si trova quanto fossero gravemente inefficienti, inefficaci e potenzialmente dannosi (Kealey offre una potente critica a questo specifico punto di vista della Mazzucato). La guerra guida l’innovazione? Per illustrare questi punti è utile considerare il ragionamento specifico per cui la guerra sia una fonte importante, persino necessaria, per il progresso scientifico in quanto le tecnologie sviluppate dallo Stato per combattere guerre hanno spesso importanti usi civili. L’innovazione è un vantaggio collaterale della guerra, così dicono i suoi difensori. I libri di scienze sociali danno anch’essi per scontato che essa stimoli l’innovazione e notano che, ad esempio, la produzione su larga scala di penicillina e lo sviluppo del nylon e degli spray per aerosol si sono verificati durante la Prima Guerra Mondiale. Ma questo, ci viene detto, è niente rispetto ai molti benefici della Seconda Guerra Mondiale che vanno dall’energia atomica ai motori a reazione, ai primi dispositivi informatici elettronici al mondo sviluppati allora per decodificare i codici della nazista “Enigma”. Inoltre, ci viene ricordato che innovazioni chiave nella pratica gestionale son venuti fuori dalla Seconda Guerra Mondiale, ivi comprese le tecniche di gestione utilizzate per migliorare la logistica, l’approvvigionamento e la ricerca operativa. La Seconda Guerra Mondiale ha cambiato la natura della ricerca scientifica. Dopo la guerra, grandi laboratori gestiti con fondi federali dedicati alle applicazioni pratiche per nuove ricerche hanno sostituito i piccoli laboratori accademici di prima della guerra. Ovviamente i nuovi la- 12 Liber@mente

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boratori sono stati orientati alla produzione di nuove tecnologie volute dal governo federale e gli scienziati sono confluiti verso questo tipo di occupazione e in nuove strutture ben finanziate. È vero che molte (se non tutte) queste tecnologie sono state sviluppate (in genere non inventate, ma raffinate) da scienziati del governo all’opera su progetti militari. La questione,tuttavia, rimane se questo modello di innovazione giovi o meno alla società in generale. Si tratta di un "lato buono" della guerra? “Spiazzamento” e gruppi di interesse in politica La risposta è no, per molteplici ragioni. In primo luogo, se guardiamo con attenzione a ciascuno di questi casi, troviamo che il governo è stato di solito inefficiente ed ha scelto tecnologie scadenti che ne hanno spiazzate altre finanziate da fondi privati ed ha portato all’inerzia nella ricerca, in direzioni che probabilmente il settore privato non avrebbe mai supportato. L’affermazione che la ricerca militare ci fornisca delle grandi nuove tecnologie che altrimenti non avremmo pone un problema teorico più di fondo. È certamente vero che i governi spendono soldi per costruire o fare cose che altrimenti non sarebbero state edificate o fatte,ma ciò non è necessariamente cosa buona. Si prenda come esempio le piramidi d’Egitto. Se non vi fosse stato alcun faraone al comando di un budget enorme, con la capacità di mobilitare vaste quantità di risorse (tra cui la manodopera), non ci sarebbero le piramidi. Ma le piramidi furono indiscutibilmente un bene per il popolo d’Egitto? Ovviamente non lo furono. Esse furono semplicemente dei monumenti alla potenza del faraone e alla religione di Stato. Ad oggi, i governi costruiscono continuamente monumenti a se stessi, che siano enormi statue o bombe atomiche. Certamente senza il governo federale potremmo non avere il Lincoln Memorial. È forse questo un argomento in favore del governo? Piramidi e statue sono casi in cui lo Stato produce un bene che probabilmente non sarebbe stato prodotto in forma alcuna dal settore privato, ma anche nei casi in cui il governo modelli lo sviluppo di prodotti e tecnologie privati, gli effetti distorsivi sul risultato finale della ricerca e dello sviluppo possono essere significativi. Possiamo vedere queste distorsioni negli effetti del lavoro di Vannevar Bush,promotore del Progetto Manhattan. Bush fu presidente della Commissione Nazionale di Ricerca per la Difesa (NDRC) e più tardi, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu direttore dell’ OSRD (Bureau di Ricerca e Sviluppo Scientifico). Bush voleva che in tempo di pace vi fosse un successore dell’ OSRD e spinse per la creazione della NSF(National Science Foundation), che venne istituita nel 1950. La NSF fu contrastata (una proposta venne bloccata dal veto di Truman nel 1947) per l’assenza di obbligo a rispondere. Una figura chiave fu il senatore Harley Kilgore della West Virginia, che inizialmente si oppose al piano di Bush di distribuire il denaro attraverso le università (preferiva che il governo possedesse i laboratori), ma che in seguito accettò quel modello. Come descrive Kealey, l’obiettivo di Kilgore non era di generare nuove conoscenze, piuttosto: «Kilgore voleva creare una riserva di personale scientifico specializzato che poLe spese militari distorcono gli sforzi di scienziati e ingegneri e li reindirizzano a progetti specifici, i quali però non è affatto detto che finiscano per generare vantaggi per i consumatori tesse essere mobilitata per scopi strategici. (...) La National Science Foundation, di conseguenza, venne creata nel 1950, nello stesso anno (e per le stesse ragioni) del National Security Council» (Economic Laws of Scientific Research, pag. 154.). Alcuni studiosi hanno riconosciuto gli effetti potenzialmente nocivi di questo approccio. Molto conosciuta è la “tesi della distorsione” dello storico Paul Forman, il quale sostiene che le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda hanno deformato il percorso delle scienze fisiche. Applicata alla tecnologia, c’è la tesi dello “spiazzamento”, più strettamente associata a Seymour Melman secondo cui,durante la Guerra Fredda, la ricerca e lo sviluppo commerciale furono disincentivati da ricerca e sviluppo finanziati dal governo. Come riassunto dall’insigne storico della tecnologia David Hounshell: «la ricerca, lo sviluppo e la produzione per un singolo cliente (sia che fosse lo Stato di sicurezza nazionale o le forze armate) ha portato le aziende e intere industrie in una sorta di attrazione fatale, che alla fine ha minato la loro capacità di competere nell’economia globale nella quale i consumatori avevano bisogni molto diversi da quelli dei militari. In parole povere gli ‘spin off’ (derivati)da progetti militari nell’economia civile non compensavano gli inconvenienti di essere dipendenti da appalti militari». Ancora: “la fallacia della finestra rotta” Vediamo ancora una volta l’importanza de “la fallacia della finestra rotta” di Frédéric Bastiat. Le istituzioni di ricerca e sviluppo realizzate e sostenute dal governo sono come la lastra di vetro della finestra rotta. Vediamo la sua riparazione ma non possiamo vedere ciò che avrebbe potuto essere prodotto con quelle stesse risorse laddove il vetro non fosse stato rotto. Allo stesso modo, vediamo ciò che viene prodotto dagli scienziati del governo che producono ricerca e sviluppo per lo Stato, ma non vediamo le cose che avremmo avuto se il mercato fosse stato in grado di funzionare in assenza di un gigantesco governo militarista. Non vi è dubbio che la spesa militare abbia avuto un effetto sostanziale sull’innovazione tecnologica. Ma è stata una buona spesa? Le spese militari distorcono gli sforzi di scienziati ed ingegneri, e li reindirizzano a progetti specifici, quelli che non necessariamente generano vantaggi per i consumatori. La ricerca e sviluppo finanziata dalle Forze Armate, come tutti i progetti finanziati dal governo, non deve passare alcun tipo di test di mercato, quindi non c’è modo di sapere se è effettivamente utile per i consumatori. Non possiamo fare affidamento sul giudizio degli scienziati del governo e sugli studiosi per dire quali siano le tecnologie “migliori”. Ricordate il Betamax? Gli esperti ci dissero che, da un punto di vista ingegneristico, la tecnologia Betamax era superiore alle cassette VHS. Eppure, alla fine il VHS ha dimostrato di essere economicamente superiore dal momento che in sostanza i consumatori lo hanno scelto a scapito del Betamax. Il Betamax ha fallito il test di mercato nonostante la sua tecnologia senza dubbio superiore. Oggi, quando guardiamo alcune aziende private come Google, Apple e Facebook e ammiriamo le loro innovazioni, dovremmo ricordare che queste aziende sono costantemente soggette a test di mercato, e che i beni e i servizi che innovano devono essere accettati dai consumatori per essere redditizi. Quando ci riescono, sappiamo che stanno 3 - 2015 13

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creando valore per la società, poiché i consumatori hanno scelto i loro prodotti e servizi rispetto ad altri. Il successo per ricercatori ed ingegneri finanziati dal governo, d’altra parte, significa guadagnare sovvenzioni e contratti, e prendere più soldi dal contribuente, il quale ha poca voce in capitolo su quanto viene fatto. La realtà è molto più complicata dei miti ripetuti da quanti sostengono che molte delle tecnologie e delle innovazioni a cui ora diamo valore sono state prodotte dal governo da solo. Eppure, la realtà storica non riduce la facilità con cui Obama e altri appassionati di spesa pubblica possono menzionare innovazioni come internet e le autostrade interstatali e dire: "non le avete costruite voi". Possiamo solo speculare su ciò che si sarebbe potuto produrre se il mercato fosse stato autorizzato a funzionare. Allo stesso modo, oggi si possono ancora vedere le piramidi e ammirare l’innovazione che portò alla loro edificazione ma, purtroppo, la ricchezza e il lavoro rubati agli egizi semplici per la loro costruzione sono da lungo dimenticati. University of Missouri (USA) pklein@missouri.edu Traduzione di Luca Fusari LA CASA, IL BANCOMAT DELLO STATO di sanDro scoPPa Le tasse sulla casa, tra le più alte anche nel confronto europeo, hanno prodotto numerosi effetti negativi S econdo l’Agenzia del territorio e del Ministero dell’economia e delle finanze, le unità immobiliari sono circa 60 milioni, di cui il 92% circa è costituito da abitazioni (33 milioni circa di unità) e loro pertinenze (cantine, depositi, garage e posti macchina, per 21,4 milioni di unità). Solo 6 milioni di unità, l’8%, sono destinate ad usi non residenziali. Sempre secondo i rilevatori, gli immobili residenziali rappresentano la maggiore ricchezza del nostro Paese. Una ricchezza che vale ben 6.579 miliardi di euro, ovverosia tre volte l’intero prodotto interno lordo italiano, la quale appartiene all’80% circa dell’intera popolazione. 8 italiani su 10, infatti, sono proprietari della casa in cui vivono, con percentali più elevate al Sud (85%) e inferiori al Centro (79%) e al Nord (75,6%). Rispetto alla media UE, che registra il 64% delle famiglie proprietarie, l’Italia si colloca al quarto posto, superata solo da Spagna, Irlanda e Norvegia. Al primo posto della classifica europea si colloca invece come tassazione sugli immobili, che grava pesantemente sulle tasche degli italiani, tanto da corrispondere all’1,7% del PIL (1,1 punti percentuali in più rispetto al 2011). In passato, il picco massimo, pari al 1,42% del PIL, era stato raggiunto nel 1893; lo stesso è poi calato al di sotto di tale soglia nel periodo fascista ed è sceso a meno di mezzo punto percentuale nel secondo dopoguerra. Dal 2011 a oggi, la casa è stata tassata in forma patrimoniale con un aumento delle imposte del 230%. Come risulta dai dati relativi alla tassazione sugli immobili diffusi da Confedilizia nel 2014, il gettito di IMU e TASI è stato di circa 25 miliardi di euro, contro i 9 miliardi del peso dell’ICI sino al 2011, e raggiungerà i 26 miliardi nel 2015. Inoltre, dal 2012, i proprietari versano ai Comuni 15/16 miliardi di IL SALARIO MINIMO È SOLO UNA PROPOSTA DEMAGOGICA di M arco Parisi L’aumento dell’occupazione passa attraverso l’abbandono delle fallimentari politiche sino a ora perseguite e per la reale apertura del mercato del lavoro O gni strumento utile a protrarre la crisi economica e ritardare il naturale processo di ripresa è stato utilizzato dai governi in questi anni. Si sono avvicendate all’interno del dibattito politico le proposte più disparate; fortunatamente non tutte hanno avuto buon esito parlamentare. È ora la volta dell’introduzione di un reddito o di un salario minino (a seconda della fazione politica che propone il provvedimento) a sostegno dei cittadini meno abbienti. Argomenti fatti su misura per la classe politica: demagogici, portatori di consenso, con un costo da far pagare alla parte produttiva della società. Anche in questo caso si sta procedendo per slogan, facendo meschinamente leva ancora una volta sull’emotività e tralasciando, non solo per ignoranza, la parte fondamentale del problema. Si lascia poi agli “ingegneri sociali” il compito di elaborare qualche dato a sostegno. Da un punto di vista economico non ha senso compiuto affermare che è necessario introdurre, ad esempio, un reddito minimo garantito di cinquecento o ottocento euro. Anche al più superficiale degli osservatori, verrebbe da chiedersi: perché non garantire a tutti duemila euro anziché accontentarsi di soli cinquecento? Quale mente sovrumana può stabilire una soglia comune di sussistenza o di povertà valida per tutti gli individui? Garantire un reddito minimo per coloro che un reddito non ce l’hanno, ma che potrebbero procurarselo, significa incidere sul trade-off lavorotempo libero dell’individuo, spostando la preferenza nettamente verso il tempo libero che diverrebbe dominante rispetto al lavoro. In sintesi, sarà molto più oneroso far accettare un salario. Nella valutazione del tasso di salario proposto, il lavoratore tiene conto delle alternative e dei guadagni, ma anche della disutilità derivante dal lavoro. Il costo opportunità considerato dall’individuo nell’eventuale ricerca di un impiego terrà conto oltre che del valore tempo libero, anche dell’importo del reddito minimo. Per convincerlo ad impiegarsi, a partecipare al mercato del lavoro, il datore di lavoro dovrà offrire un salario molto elevato, superiore al reddito minimo. Che si tratti della Speenhamland law del diciottesimo secolo, della Negative income tax elaborata da Milton Friedman nel 1962 in Capitalismo e Libertà, della proposta di James Tobin o di tanti altri economisti contemporanei, ogni tentativo di introduzione di un reddito minimo garantito ha una base teorica comune e iniqua, cioè il trasfe- 14 Liber@mente

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euro in più ogni anno e può stimarsi in 94 miliardi di euro il carico terreni, agricoli o edificabili; il tributo ha progressivamente sopdi imposte patrimoniali (IMU e TASI), nel quadriennio 2012-2015. piantato l’Ilor, per tutti redditi da immobili, e l’Irpef, per i redditi A parte le imposte di natura patrimoniale, che sono una peculiarità delle abitazioni principali. Ribattezzata Imu (Dlgs 23/2011), l’imdel settore (e tra le quali bisogna considerare anche le imposte di posta è tornata a colpire nel 2012 anche l’abitazione principale, che scopo), la proprietà immobiliare paga pure ogni anno altri 20 mi- era rimasta dal 2008 (L 126) priva di qualunque prelievo periodico, liardi circa di tributi: - di tipo reddituale (IRPEF, addizionale regio- e ha assorbito anche l’Irpef sul reddito delle abitazioni secondarie. nale IRPEF, addizionale comunale IRPEF, IRES, IRAP); - sui È una situazione a dir poco allarmante e non più sostenibile, la trasferimenti (imposta di registro, IVA, imposte ipotecarie e cata- quale ha generato la crisi del settore più pesante mai registrata negli stali, imposta di bollo, imposta successioni e donazioni); - legati ai ultimi 70 anni:. Una crisi che, tra le altre cose e unitamente a quella servizi (tassa rifiuti, tributo provinciale per l’ambiente, contributi già in atto, ha determinato una rilevante contrazione del mercato ai Consorzi di bonifica, tassa occupazione spazi pubblici ecc.). immobiliare: a partire dal 2012, anno di introduzione dell’IMU, il Discorso a parte merita la confusione e numero di compravendite è crollato, e una l’incertezza che regnano in materia, nella C’è bisogno di una grande “operazione svalutazione di circa il 2.000 miliardi, del paquale, solo a partire dagli anni Ottanta, si è fiducia”, che serva anche a convincere trimonio immobiliare, essendo quantificabile riaccesso l’interesse verso il settore immobi- che la casa non è affato un bancomat, nel 30% la riduzione verificatasi per effetto soliare, che è stato investito da numerosi provprattutto della forte imposizione fiscale. L’efperaltro sempre in funzione, dal quale vedimenti, spesso privi di coordinamento e fetto deprimente si è pure riversato, si possa attingere continuamente sovrapponibili, oltre che irrazionali. In un determinandone la riduzione, sulle spese per primo momento tale interesse è stato orientato a colpire gli occu- la casa e sugli investimenti nella costruzione di nuovi edifici, con panti, anziché i proprietari: fallito il tentativo di introdurre la tassa conseguenti chiusure di imprese e perdite di posti di lavoro. sui servizi comunali (Tasco, 1986), sono stati tassati i fabbricati struNon è più procrastinabile un intervento governativo deciso e mentali, assoggettati dal 1989 a un’imposta, l’Iciap (Dl 66), com- profondo, che sia risolutivo per liberare il patrimonio immobiliare misurata non solo al reddito del contribuente, ma anche alla dagli attuali gravosi vincoli impositivi, peraltro legati a redditi presuperficie dei locali utilizzati. Dopo non molto tempo, siffatto in- sunti e a valori attribuiti burocraticamente. C’è bisogno di una dirizzo ha lasciato il campo a una soluzione classica per la scienza grande “operazione fiducia”, da realizzare attraverso una precisa delle finanze, ma nuova per il sistema italiano: una patrimoniale inversione di tendenza, che serva anche a convincere che la casa ordinaria specifica. Tramontata l’esperienza una tantum dell’Isi (Dl non è affatto un bancomat, peraltro sempre in funzione, dal quale 333/1992), l’imposta straordinaria sugli immobili, dal 1993 (Dlgs si possa attingere continuamente. 504/1992) è stata applicata l’Ici ad abitazioni, beni strumentali e sandro.scoppa@fondazionescoppa.it rimento di ricchezza attraverso l’aumento delle imposte da chi la ricchezza la produce a chi non intende produrla, e una nefasta conseguenza, cioè l’elevato calo di produttività che condurrebbe il sistema alla miseria, in quanto nessuno vorrebbe più produrre senza essere pagato molto di più del reddito garantito che percepiva da disoccupato. Va da sé, quindi, che garantire un reddito minimo equivale a stabilire nello stesso tempo, di fatto, un salario minimo. Se il governo invece decidesse solo di imporre alle imprese di dover pagare un salario minimo a qualunque dei propri dipendenti, cosa accadrebbe? Lo stesso osservatore superficiale si chiederebbe chi è così onnisciente da poter stabilire quale sia il livello adeguato dell’ingaggio di ogni singolo lavoratore, tenuto conto delle qualità del lavoratore stesso, dei costi, della situazione contingente e del settore di riferimento in cui opera l’impresa che lo assume. Anche in questo caso, non ha senso compiuto affermare, ad esempio, che il salario non può essere inferiore a ottocento o a mille euro. Al contrario di quanto affermano molti, per meschinità e convenienza in quanto il lavoro ce l’hanno o per mestiere perché difendono chi già è occupato, il lavoro non è un diritto, ma un bene e come tutti i beni è scarso, ha un prezzo e segue le regole del mercato. In un mercato libero, il livello del salario deriva dall’incontro fra le preferenze del datore di lavoro e quelle del lavoratore. Grazie alla concorrenza fra imprenditori, il salario di ogni lavoratore tende ad attestarsi al livello della sua produttività marginale. Il datore di lavoro assumerà lavoratori finché il guadagno che ogni lavoratore in più gli assicura, cioè la produttività marginale, supera il salario che egli deve pagare. Se il salario si riducesse, riducendo conseguentemente il costo del lavoro, aumenterebbe la domanda di lavoro da parte dell’impresa. Introducendo un salario minimo (ma è quello che già succede a causa dei contratti collettivi) si impedisce l’assunzione di tutti coloro che hanno una produttività inferiore a quel salario, perché l’imprenditore, assumendoli, subirebbe una perdita (il costo che sosterrebbe sarebbe maggiore del guadagno che quel lavoratore gli assicurerebbe). Il classico paradosso dell’intervento statale è servito: la determinazione ex lege di un salario minimo che, stando ai proclami, doveva servire a tutelare i lavoratori sottopagati, quelli marginali (si pensi ai giovani o a quelli meno qualificati), di fatto li estromette definitivamente dal mercato. Imporre un salario minimo significa da un punto di vista sostanziale, ma anche formale, aumentare la disoccupazione. Come sosteneva Murray N. Rothbard «c’è solo un modo per descrivere una legge sul salario minimo: disoccupazione forzata». Almeno per ciò che riguarda il mercato del lavoro legale. Non è difficile aspettarsi, in una situazione simile, un aumento esponenziale del lavoro nero, che assorbirà i contratti ora definiti atipici. Bisogna comunque specificare che questa tipologia di contratti non sono espressione di un mercato libero, ma nascono in un contesto dominato da barriere all’ingresso e “salari minimi”. Gli stipendi fissati in base alla contrattazione collettiva, gli ordini professionali e le tariffe minime, i limiti all’accesso in molti settori, cosa altro rappresentano se non il salario minimo? La strada per creare i presupposti per l’aumento dell’occupazione va in direzione opposta e consiste nella reale apertura del mercato del lavoro. Ma questo non è demagogico, non porta consensi e non implica costi. marco.parisi@fondazionescoppa.it 3 - 2015 15

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