Fuecu Nesciu 30

 

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C HE HE B BE EL L LO È VI VERE VE RE NELL NE L L A N NO OS ST TR R A MA D RE R E CH C H I ESA E SA Carissimi parrocchiani, dopo le vacanze estive ed il meritato riposo, riprendiamo la nostra consueta attività pastorale, con l’impegno di vivere la nostre fede cristiana nell’interno della Chiesa, definita da Papa Francesco: “nostra madre, nostra famiglia”. Le catechesi del mercoledì che il Santo Padre ci offre, stanno scandendo la bellezza di questa idea intima e familiare che egli vuole offrire a tutti i battezzati. Dobbiamo ricordarci che quando recitiamo il “Credo”, noi affermiamo che la Chiesa è «una» e «santa», una per la sua origine in Dio Trinità, mistero di unità e di comunione piena e perfetta; «santa» perché fondata su Gesù Cristo, animata dal suo Santo Spirito, ricolmata del suo amore e della sua salvezza. Per questo, ci ricorda Papa Francesco, che bisogna identificarsi in tale unità, «una» e «santa», superando le mancanze molto comuni nelle nostre comunità parrocchiali, definite “peccati nelle parrocchie”. “Le nostre parrocchie, chiamate ad essere luoghi di condivisione e di comunione, sono tristemente segnate da invidie, gelosie, antipatie… E le chiacchiere sono alla portata di tutti”. Naturalmente il Papa ci esorta a prendere coscienza che: “questa non è la Chiesa, quando puntiamo ai primi posti; quando mettiamo al centro noi stessi, con le nostre ambizioni personali e i nostri modi di vedere le cose, e giudichiamo gli altri; quando guardiamo ai difetti dei fratelli, invece che alle loro doti; quando diamo più peso a quello che ci divide, invece che a quello che ci accomuna”. Ma la chiesa rimane sempre “nostra madre, nostra famiglia” perché “si viene generati e fatti crescere nella fede all’interno di quel grande corpo che è la Chiesa”, per questo occorre ricordarsi che “non si diventa cristiani da sé, cioè con le proprie forze, in modo autonomo, neppure si diventa cristiani in laboratorio” in quanto siamo “partoriti nel Battesimo” che ci dà vita in Cristo e che ci fa vivere con tutti gli altri fratelli nella comunione dello Spirito Santo”. Carissimi, non possiamo dimenticare anche l’azione educativa della nostra madre Chiesa che “si sforza di mostrare ai credenti la strada da percorrere per vivere un’esistenza feconda di gioia e di pace. Illuminati dalla luce del Vangelo e sostenuti dalla grazia dei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia, noi possiamo orientare le nostre scelte al bene e attraversare con coraggio e speranza i momenti di oscurità e i sentieri più tortuosi”. Non solo. Papa Francesco ci insegna anche le opere di misericordia dove “il cristiano necessariamente deve essere misericordioso, perché questo è il centro del Vangelo” e ci ricorda che “la Chiesa si comporta come Gesù” non costruisce teorie o filosofie ma “come Gesù, insegna con l’esempio, e le parole servono ad illuminare il significato dei suoi gesti”. A dare da mangiare e da bere a chi ha fame e sete, a vestire chi è nudo, a stare vicino a chi è malato, a stare vicino a chi è in carcere, a stare vicino a chi è abbandonato e muore solo. Queste opere di misericordia ci danno chiaramente l’idea che la Chiesa è madre che insegna ai suoi figli ciò che ha imparato da Gesù: “non basta amare chi ci ama questo lo fanno i pagani. Non basta fare il bene a chi ci fa del bene”. “Per cambiare il mondo in meglio bisogna fare del bene a chi non è in grado di ricambiarci, come ha fatto il Padre con noi, donandoci Gesù.” Carissimi, l’augurio ma anche il suggerimento che calorosamente rivolgo a tutti voi, operatori pastorali e parrocchiani, è quello di imparare a vivere nella Chiesa che è madre nello stile della misericordia. Per questo faccio mie le parole di Papa Francesco e fraternamente vi dico: “che bello è vivere nella Chiesa, nella nostra madre Chiesa che ci insegna le cose che ci ha insegnato Gesù.” Buon Anno Pastorale! Don Michele Periodico della parrocchia San Bernardino Realino in Lecce N° Ottobre 2014 In questo numero: 12 30 Nuovi martiri Lettera pastorale Varie

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LA SFIDA DELLA COMUNIONE Iniziamo a vivere un nuovo anno pastorale alla luce della lettera che il nostro Arcivescovo Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio ha voluto consegnare alla comunità diocesana dopo la Visita Pastorale. L’immagine copertina della lettera, e cioè delle mani che impastano e quindi sporche di farina, già ci introduce a ciò che ne è il contenuto. “La sfida della comunione”, questo il titolo della lettera pastorale, dopo un’ introduzione, nella quale il nostro Arcivescovo ci comunica quali sono state le emozioni provate, i momenti salienti vissuti e anche le riflessioni scaturite da questi due anni abbondanti di visita pastorale per le parrocchie della diocesi, si articola in cinque capitoli. Nel primo capitolo, “Un rinnovato e concreto cammino di fede”, Mons. D’Ambrosio sottolinea l’importanza della catechesi, e quindi dell’annuncio. Egli constata come la gran parte dell’impegno, delle proposte e dei programmi delle nostre comunità, siano rivolti alla catechesi per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, per la quale è opportuno il coinvolgimento sempre maggiore dei genitori, attraverso un vero e proprio cammino di fede parallelo a quello dei figli. Sottolinea il Vescovo, come sia necessario investire molto sui giovani, grandi assenti nelle nostre comunità, fondamentale è l’attenzione nei loro confronti, ne dà testimonianza anche il Sinodo diocesano dei giovani che ci apprestiamo a vivere. Il primo capitolo si conclude con una nota di gratitudine del nostro Arcivescovo per il servizio svolto dai catechisti, per la loro disponibilità e il loro impegno, ma ne esorta la formazione, considerata “priorità” dalla Commissione Episcopale per la Dottrina della fede. Nel secondo capitolo, “Celebriamo il mistero”, invita, soprattutto presbiteri e diaconi, ad una premurosa attenzione al mistero eucaristico. Sottolinea come l’Eucarestia sia messa nelle mani dei sacerdoti, pertanto chiede di evitare la facile delega a ministri vari, e sebbene ne riconosca l’importante servizio, soprattutto per gli ammalati che non possono recarsi in chiesa, ricorda come il loro sia, appunto, un ministero stra-ordinario. Ricorda, inoltre, alcune norme riguardanti gli spazi per la celebrazione dell’Eucarestia, in particolare: l’altare, che deve essere fisso e preferibilmente in pietra naturale; l’ambone, che non può non essere correlato all’altare e accanto al quale è conveniente situare il cero pasquale; la sede del Presidente, ben visibile; la custodia eucaristica, che deve avere un’adeguata e rispettosa collocazione; il battistero, che la tradizione ha sempre collocato all’ingresso della chiesa, come “porta fidei”. Nel terzo capitolo, “Parrocchia: in trasformazione?”, Sua Eccellenza sottolinea l’importanza delle parrocchie, il cui compito precipuo è «dar forma al Vangelo nel cuore dell’esistenza umana». Molti ritengono che oggi la parrocchia non sia più significativa e rilevante, essa invece traduce nella capillarità della diffusione locale, la realizzazione concreta della Chiesa universale. I rischi da evitare sono che la parrocchia diventi “comunità autoreferenziale” e “centro di servizi”, anche se religiosi. Le dinamiche da privilegiare sono: l’assemblea domenicale, che deve essere preparata con speciale cura; la lettura orante della Parola di Dio (lectio divina); la forza insostituibile della testimonianza. La sfida che ci attende, scrive Mons. D’Ambrosio, è la comunione. È Fuecu nesciu 30 pg 2 auspicabile che le parrocchie vicine si mettano in rete, in uno slancio pastorale d’insieme. Premessa indispensabile affinché avvenga ciò è che vi sia comunione tra sacerdoti, diaconi, religiosi e laici e la disponibilità a lavorare insieme. Ma non c’è solo il rapporto tra le parrocchie, ancor prima di questo c’è quello delle parrocchie con la Chiesa particolare. Se non c’è comunione non può esserci una pastorale efficace. La scelta di un comune itinerario pastorale, che è una “pastorale integrata”, non potrà fare a meno di perseguire e realizzare un tessuto di relazioni stabili. Nel quarto capitolo, “Dal solo presbitero ai laici tutti”, in un equilibrio dei ruoli, a mio parere, pienamente condivisibile, Mons. D’Ambrosio tratta del rapporto presbiteri-laici. Invita i primi a non essere detentori e depositari dell’azione pastorale, anche il laico ha un ruolo responsabile e attivo nella Chiesa, che deriva dai Sacramenti del Battesimo e della Confermazione. Ciò nonostante il laico è pur sempre servo inutile che non deve ambire a riconoscimenti e gratifiche. I presbiteri sono chiamati ad una conversione: da una parrocchia clericocentrica, ad una parrocchia comunitaria con l’esercizio di servizi in una vera dimensione di corresponsabilità. Viceversa è necessario non imbattersi in una clericalizzazione laicale, il proprium del laico è il saeculum: egli è chiamato ad incidere con tutta evidenza, e con la propria responsabilità e presenza, nelle diverse realtà temporali. A volte i laici sono più presenti nelle sagrestie, nei centri pastorali, nei presbitèri, che non nel mondo. Da quanto appena detto, scaturiscono le conclusioni del quinto e ultimo capitolo, “La partecipazione corresponsabile”, nel quale il nostro Arcivescovo ci indica come una chiara, responsabile e specifica corresponsabilità, sia quella che si vive nei cosiddetti organismi di partecipazione, in particolare il Consiglio Pastorale parrocchiale. La vera ricchezza, continua Mons. D’Ambrosio, non è quella di discutere e ratificare quanto è stato proposto dalla guida della comunità, ma di far nascere e offrire per la crescita della comunità, contribuiti, idee e progetti che i membri dei consigli possono portare, vista anche la loro maggiore vicinanza alla storia e alle sue attese. Fondamentale è ritenuta anche, in ogni parrocchia, l’istituzione di un Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici. La lettera pastorale si conclude con i ringraziamenti che l’Arcivescovo rivolge alle comunità parrocchiali, ai gruppi e movimenti, ai bambini e giovani, agli anziani e ammalati, ai religiosi e consacrati, ai diaconi e presbiteri. Gabriella Licheri

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LA NUOVA STATUA DI SAN PIO DA PIETRELCINA Da qualche giorno nella nostra chiesa è esposta alla venerazione dei fedeli una bellissima statua di San Pio da Pietrelcina realizzata da uno degli artigiani cartapestai presenti nel nostro territorio. La benedizione della statua, generosamente donata da un fedele, è avvenuta tra la commozione dei presenti il giorno 20.09.2014 nel corso della messa serale nella quale si è provveduto a togliere il telo che celava il volto del santo. San Pio nacque a Pietralcina il 25.05.1887 e fu battezzato il giorno successivo nella chiesa di Sant’Anna dove gli venne dato il nome Francesco per desiderio della madre, devota a san Francesco d’Assisi. Nel 1910 fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Benevento ed il 23.07.1916 salì a San Giovanni Rotondo dove rimase fino alla morte avvenuta il 23.09.1968. La mattina del venerdì 20 settembre 1918, pregando davanti al Crocifisso del Coro della Vecchia Chiesina di San Giovanni Rotondo, ricevette il dono delle stigmate, che rimasero aperte, fresche e sanguinanti per mezzo secolo. In verità già nel settembre del 1911 il frate scriveva al suo direttore spirituale: «In mezzo al palmo delle mani è apparso un po’ di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore.» Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un “inspiegabile” profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: «Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, di gelsomino, di incenso, di giglio, di lavanda ecc. La voce della comparsa delle stigmate fece il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazia. I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune conversioni e guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessione presso Dio. La popolarità di San Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora grazie al passa-parola e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore. Per venire incontro alle necessità dei fedeli, che sempre più numerosi accorrono al santuario della Madonna delle Grazie, i confratelli di San Pio hanno avvertito la necessità di costruire una nuova chiesa progettata dall’architetto di fama mondiale Renzo Piano che ha realizzato un edificio capace di ospitare oltre diecimila persone. Durante la sua vita esercitò con impegno e scrupolo il ministero sacerdotale e negli anni ‘40, per combattere con l’arma della preghiera la tremenda realtà della seconda guerra mondiale, San Pio diede avvio ai Gruppi di Preghiera, una delle realtà ecclesiali più diffuse attualmente nel mondo che restano la testimonianza più bella e tangibile della sua opera. I frati Cappuccini riferendosi a San Pio dicevano che Gesù ha voluto lasciare l’impronta della sua immagine in un uomo che aveva le “mani bucate” attraverso le quali profluiscono agli uomini le grazie di Cristo. San Pio ha dedicato tutta la sua vita alla adorazione della Madonna. La sua celletta presso il convento di San Giovanni Rotondo portava appeso alla porta un cartello con una celebre frase di S. Bernardo: “Maria è tutta la ragione della mia speranza”. Maria è il segreto della grandezza di San Pio, il segreto della sua santità ed a Lei, nel maggio 1956, dedica la “Casa Sollievo della Sofferenza”, una delle strutture sanitarie oggi più qualificate a livello nazionale e internazionale, attrezzature modernissime e collegamenti con i principali istituti di ricerca nel mondo. La “Casa Sollievo della Sofferenza” ed i Gruppi di Preghiera costituiscono i suoi più grandi miracoli ed il segno di una vita tutta dedicata alla preghiera. Il suo testamento spirituale, alla fine della sua vita, fu: “Amate la Madonna e fatela amare. Recitate sempre il Rosario”. Massimo Di Chiara In comunione di preghiera con San Pio da Pietrelcina Il 23 settembre, giorno della nascita al cielo di San Pio da Pietrelcina, si fa memoria liturgica del Santo del Gargano. E anche quest’anno, il nostro Arcivescovo Mons. Domenico D’Ambrosio ha rivolto l’invito a ritrovarsi in Cattedrale, a tutti i gruppi di preghiera e anche a tutti i fedeli laici che hanno inteso pregare e fare comunione con i gruppi voluti dal Santo fondatore. La Chiesa Cattedrale era gremita di fedeli e tutti i gruppi della diocesi, insieme ai loro direttori spirituali, sono convenuti per ritrovarsi insieme a vivere momenti di preghiera, di comunione e di fraternità. San Pio esortava sempre i suoi figli spirituali a pregare incessantemente, sostenendo che è la preghiera a muovere il mondo, a rinnovare le coscienze, a confortare i sofferenti, a guarire gli ammalati, a santificare il lavoro. La recita del Santo Rosario meditato, con riflessioni tratte dagli scritti del Santo, ci ha raccolti in un clima di preghiera e ci ha predisposti alla celebrazione della Santa Messa. Mons. D’Ambrosio, durante l’omelia, ha sottolineato come questo grande Santo trascorresse la maggior parte della sua giornata nel confessionale, insegnando a vivere da cristiani e portando le anime alla salvezza, ecco perché i pilastri portanti del suo ministero sacerdotale sono stati l’altare e il confessionale. La celebrazione della Santa Messa si è conclusa con il bacio della reliquia. Anche il gruppo di preghiera della parrocchia di San Bernardino Realino, ha reso grazie e lode al Signore, affinché, per intercessione del Santo delle stimmate, diventi sempre più forte di luce e di amore per la nostra comunità e per le nostre famiglie. In concomitanza con la memoria liturgica di San Pio, nella nostra comunità parrocchiale, è stata benedetta la statua in cartapesta raffigurante il Santo, offerta da una devota. Tutto questo deve essere motivo di ringraziamento al Signore e di incoraggiamento per pregare incessantemente come lo stesso San Pio da Pietrelcina invitava a fare. Concetta Baglivo Fuecu nesciu 30 pg 3

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INVITO ALLA MEDITAZIONE Da qualche anno seguo le meditazioni di P. Francesco Piras sul suo sito “scuola di meditazione.it” dopo il suggerimento di un amico ben pensante. Nel 2013 la solita cadenza quindicinale è andata via via diradandosi ed ho capito che il maestro era malato: ancorché avanti negli anni, aveva già compiuto 97 genetliaci, la mente sempre vivace, lucidissima, brillante. Il 15 gennaio di quest’anno poi è comparsa sul sito la notizia della sua morte e mi è venuto spontaneo aggiungere alla moltitudine di commenti e messaggi dei suoi più diretti allievi una personale, sia pur lontana, riflessione: Penso alla parabola del seminatore; Padre Francesco Piras è stato un buon seminatore: ora è anche lui seme, in piena stagione di semina, nel pieno della maturità; arriva poi la stagione dei germogli, la stagione della pianta che cresce e fiorisce, poi la stagione dei frutti e del raccolto. E il raccolto sarà abbondante e il granaio sarà colmo e le provviste non mancheranno durante il viaggio di chi rimane in questa vita. Era certamente una persona che preferiva il nascondimento: tutt’al più alla sfacciata esibizione pubblica preferiva l’incontro di faccia, di persona. Da una sua intervista precedente al giornale locale traggo alcuni passaggi: (Giorgio Pisano - L’Unione Sarda 27 febbr 2011). Si può raggiungere la perfezione qui, in terra? «Certo che si può. Attraverso lo zen si può raggiungere la perfezione umana».…. «Ho molti allievi semplicemente perché ho intuito di cosa c’è bisogno. Il fatto è, ma questo non lo scriva, che i preti dicono cose inutili, cose che non interessano. Per questo le chiese si svuotano». … “So bene che il Signore si serve anche d’una mascella d’asino per raggiungere i suoi fini. Io sono una mascella d’asino». A che serve la meditazione in un mondo che va di fretta? «Serve per imparare ad andare adagio. Ci stiamo rovinando con la fretta. Meno male che adesso, sia pure in ritardo, stiamo cominciando a interrogarci sul valore del silenzio. Le mie lezioni sono precedute da un quarto d’ora di musica. L’ideale per rilassarsi. I corsi sono aperti a tutti al di là di religione, razza e orientamento sessuale. «Che senso avrebbero se non fosse così? Non è una scuola d’élite. Vengono a sentirmi uomini e donne di ogni ceto sociale, che hanno letto molto o che non hanno mai sfogliato un libro. Non c’è bisogno di un titolo di studio o di un reddito alto per ascoltare quello che ho da dire». In molte lezioni non viene mai citato Dio. «In moltissime, a voler essere precisi. Nei primi tempi questo aspetto ha reso diffidenti nei miei confronti perfino i gesuiti. Ne ho sofferto. Non avevano capito quali erano le reali necessità degli allievi». Ma scusi, lei non punta a fabbricare buoni cristiani? «No. No perché il buon cristiano deve essere prima di tutto un buon uomo. Altrimenti è una maschera di cristiano. Il soprannaturale deve poggiare sul naturale. Spesso i preti sbagliano proprio per questa ragione: cercano prima il cristiano e poi l’uomo». Ci sono domande che l’hanno messa in imbarazzo? «.. Ci sono, semmai, episodi che mi hanno messo in imbarazzo». Per esempio? «Ricordo la vicenda di un ragazzo che, bocciato al catechismo, si era visto negare la Comunione. Da allora non ha messo più piede in chiesa. Che dirgli? L’unica verità possibile, anche se imbarazzante: avevano sbagliato a cacciarlo, ad allontanarlo con una bocciatura». L’eutanasia è omicidio o atto di carità? «Omicidio, per un semplice motivo: noi non siamo padroni della vita degli altri. La vita è un dono di Dio ed essendo un dono abbiamo il dovere di non sciuparlo». Crede davvero che dopo la morte ci sia un giudizio e tutto il resto? «Tutti gli uomini possono avere un dubbio: porsi domande non è mai peccato. Credere a un’altra vita dopo la morte è tuttavia un atto di fede. La fede è abbandono, la razionalità non c’entra». Domanda gesuitica: tornasse indietro? «Mi piacerebbe molto riacchiappare la gioventù: riuscirei a fare meglio tutto quello che ho fatto finora. Da gesuita, ovviamente». Mi hanno sempre molto colpito la profondità del suo pensiero, la chiarezza delle sue espressioni, l’energia intrinseca che traspare nella sua immagine. Ora, per concludere la riflessione, e tornando alla realtà locale, a conclusione dei clamori, degli entusiasmi suscitati dalla Santa Visita Pastorale del nostro Vescovo Domenico, penso che questa deve essere posta come punto di ri-partenza, non come traguardo, come trofeo da esibire, come certificazione di qualità; occorre farsi seme, morire nella terra, rinascere-risorgere a nuova vita in Cristo, vera luce del mondo. Infine una considerazione sulla coincidenza tra il nostro San Bernardino Realino, gli altri 36 santi gesuiti e queste figure contemporanee di gesuiti come p. Piras e Papa Francesco. Tutti insieme sono già una buona compagnia che conduce a Gesù, appunto. Nei prossimi anni ci saranno le seguenti coincidenze riguardanti la figura di San Bernardino Realino: nel 2015 saranno 120 anni dalla beatificazione avvenuta il 27 settembre 1895 ad opera di Papa Leone XIII; nel 2016 cadranno 400 anni dalla sua nascita al cielo il 2 luglio 1616; nel 2017 cadranno i 70 anni dalla canonizzazione avvenuta il 22 giugno 1947 ad opera di Papa Pio XII. Fuecu nesciu 30 pg 4 Salvatore Perfetto

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FEDE E ARTE L’opera d’arte ricorda ad ogni generazione che siamo fatti per la Bellezza, in essa si assapora il gusto dell’eternità. Confrontati con la sorgente prima ed ultima della Bellezza, dialoga con la fede, sentiti pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita! (Benedetto XVI, incontro con gli artisti 21-11-2009). Queste parole di papa Benedetto sarebbero sicuramente risultate incomprensibili alla mia sensibilità di ragazzina di tanto tempo fa che non riusciva a capire quello che era rappresentato nei grandi quadri posti sui diversi altari che adornano le pareti di una chiesa dove ero condotta da una zia. Qualcuno di questi mi suscitava addirittura paura. Non mi spiegavo perché, per esempio, da uno di essi, dal fondo buio della tela, venisse alla luce un uomo steso a terra, con gli occhi sbarrati, visibilmente spaventato e in difficoltà, che stava per essere calpestato da un cavallo imbizzarrito. Non chiedevo a nessuno perché dei quadri del genere stessero in una chiesa in quanto ero certa che qualsiasi spiegazione mi fosse stata data sarebbe stata insoddisfacente. Dentro di me c’era il desiderio di trovare in chiesa un “Altro” che fosse solo bellezza e amore perché io volevo vivere e volevo essere felice. Questo quadro, in particolare, mi parlava invece di morte e di morte violenta. Avevo la pretesa che questo “Altro”, proprio perché “Bellezza infinita”, come ci ha detto il Papa Emerito Benedetto, fosse rappresentato con dipinti che esprimessero, nei colori e nelle forme, la gioia. Allora io mi dicevo che volevo amare Dio ma non potevo seguirlo perché volevo vivere e non morire. Non sapevo ancora che quel dipinto rappresenta la conversione di San Paolo. Successivamente un quadro ha cambiato la mia fede e quindi la mia vita. È “il seminatore” di Vincent Van Gogh utilizzato in un ritiro spirituale basato sul brano di Matteo 13,1-9. Vincent Van Gogh, pittore olandese (1853- 1890), pur essendo autodidatta, ha dipinto numerosissimi quadri in cui i colori sono magnificamente armonizzati da suscitare, in chi li osserva, sensazioni sublimi. Vincent soffriva di turbe psichiche in quanto fin da bambino ha dovuto confrontarsi con la tragedia più grande dell’umanità che è quella della malattia e della morte. Da bambino giocava nel giardino della sua casa dove c’era una tomba che portava inciso il suo nome. Si trattava della tomba di un fratellino morto quando lui stava venendo al mondo. La tragica coincidenza del nome fece sì che il futuro pittore crescesse oppresso da un fatale senso di colpa, quasi che la sua vita si fondasse sul sacrificio di una più preziosa esistenza. Per tutta la vita cercherà di espiare quel che lui riteneva un peccato commesso col suo nascere. Il quadro di Van Gogh, di cui voglio parlare, è di 64x80,5 cm. ed è conservato nel Museo KröllerMüller di Otterlo. Il dipinto presenta un uomo intento alla semina. Il campo in primo piano include un terreno pieno di sassi e di spine, separato in parte da una stradina. Su di esso svolazzano i corvi pronti a nutrirsi del seme gettato. Il seminatore compie un gesto largo, generoso e sembra che avanzi deciso, come per andare oltre, in un altro campo. All’orizzonte si staglia un campo di grano le cui spighe sono già mature, pronte per la mietitura. Più in là, sulla sinistra, una casetta. Il tutto è illuminato da una luce dorata che proviene da un sole che domina su tutto il dipinto. Allora ci si chiede se il pittore si fosse sbagliato nel mettere in ordine i diversi tipi di terreno così come Gesù li ha esposti nella parabola oppure se egli avesse voluto comunicarci qualche altra cosa. Vincent ci dice col suo quadro che l’amore di Dio, rappresentato dal sole dorato che illumina tutta la scena, è per tutti gli uomini; che il Seminatore (il Figlio dell’Uomo) semina la sua Parola nel cuore di ogni uomo dove esistono tutti i tipi di quel terreno di cui Egli ci parla; il campo di grano rappresenta quella parte del nostro cuore in cui dimora tutto il bene e tutto l’amore che ci è stato dato da quel Dio che ci ha creati a Sua immagine e che ha fatto tutto per amore, perché Egli stesso è “l’Amore”. Noi siamo fatti per amare ed essere amati: questa è la nostra vera natura. Il resto ci viene dal mondo dominato dal principe del male che ci contamina nostro malgrado. Ma il bene è già lì, dentro di noi e aspetta solo di essere raccolto, che ne attingiamo a piene mani per poter essere felici noi e tutti coloro che sono intorno a noi. La casetta è il granaio: per noi oggi la Chiesa, custode della Parola di Dio. Molte altre cose ci disse il relatore in merito alla parabola che non posso riportare per motivi di spazio e della mia memoria che ha rimosso molto di quanto fu detto. Non ho dimenticato però le poche parole che il relatore disse nel congedo: “Se la sera, prima di andare a dormire, volete fare il vostro esame di coscienza, non soffermatevi su quello che avete fatto di male ma sul bene che siete stati capaci di compiere, anche se poco… Venerate quella parte di voi capace di compiere il bene perché quella è la dimora di Dio in voi”. Mirella Spedito Furastieru Se dice ca l’ospite è comu lu pesce e ieu pe crianza nu rrumagnu tre giurni cunussia me vene dulore de panza ca ttocca cu fusciu fuscennu fuscennu; e sempre pe crianza mai pe ‘mpunenza dingraziu li vivi, difriscu li morti de tutta la casa ca m’à suppurtatu cu tanta pacienza ddo’ giurni, nu cchiui, ca su forasieru puru a casa de Diu. by saper Fuecu nesciu 306 pg 5

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ANCORA MARTIRI È ormai un destino ineluttabile per la comunità cristiana mondiale il dover piangere in ogni epoca storica un gran numero di martiri per la fede. Anche nel nostro tempo, dobbiamo continuamente assistere impotenti ad un tragico stillicidio di uccisioni di cristiani, con una frequenza che ha ormai assunto le proporzioni di un bollettino di guerra. Soprattutto in alcune turbolente e sventurate aree dell'Africa e dell'Asia l'essere credenti in Cristo costituisce un vero e proprio elemento di rischio per la propria vita, a causa della persistente e disumana operatività di forze oscure e violente che vedono nella Croce un simbolo da combattere e sopraffare con tutti i mezzi, ivi compresi l'assassinio e il genocidio. Ed è francamente triste ed inaccettabile che prestigiosi organismi politici internazionali, sempre giustamente attenti e zelanti nel rilevare e stigmatizzare taluni aspetti discutibili della Chiesa contemporanea, non dimostrino altrettanta prontezza e fervore nell'intervenire a sostegno del diritto di tutti i cristiani di vivere serenamente e liberamente la loro fede e nel condannare senza mezzi termini la crudele violenza sistematica a cui molti nostri fratelli inermi sono continuamente sottoposti. Né è mai stata oggetto di alcuna condanna o riprovazione da parte dell'ONU o di altre agenzie internazionali la dichiarata volontà di taluni stati o organizzazioni armate di cancellare la presenza dei cristiani in determinate aree geografiche, anche con il ricorso a vere e proprie forme di pulizia etnica. È, purtroppo, innegabile che in Africa e in Asia alcune frange soprattutto islamiche e indù combattano da tempo una guerra unilaterale contro i Cristiani, rendendosi responsabili di numerose uccisioni di religiosi, missionari e semplici fedeli, nonché di distruzioni di chiese e strutture canoniche. Di fronte a questo violento progetto aggressivo, ostacolato molto flebilmente, se non tollerato, dai governi locali, i nostri sventurati fratelli sono spesso costretti alla fuga dalla loro terra, al punto che numerose aree sono rimaste prive della popolazione cristiana, a volte insediata da molti secoli. La Chiesa e la comunità dei credenti possono opporre a questi spietati nemici solo le armi della preghiera, dell'amore e del dialogo, continuando a svolgere e sostenere una meritoria, coraggiosa e disinteressata opera missionaria e di promozione socio-eticospirituale che tanti benefici produce per le popolazioni locali e mantiene alta la luce della fede in Cristo in tragici contesti di povertà, sofferenza ed emarginazione. Per i credenti che hanno la buona ventura di vivere in paesi non segnati da tali tragedie è doveroso ricordare continuamente il dramma vissuto da questi nostri fratelli che ancora oggi sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede a rischio della stessa vita, perpetuando il coraggio e la forza spirituale che furono alla base del sacrificio dei primi martiri e di tutti coloro che, nel successivo corso della storia umana, pagarono con la morte fisica la loro incrollabile scelta di fedeltà a Cristo. Il luminoso esempio di questi semplici martiri contemporanei deve ispirare e rimotivare l'impegno missionario di tutti i credenti che, come noi, devono affrontare le non cruente ma sempre insidiose sfide del materialismo, della secolarizzazione e della scristianizzazione dei costumi e della società, nemici della nostra fede non meno pericolosi delle bande armate dei moderni persecutori. Giorgio Serafino Attenzione all’ambiente: perdita di tempo o strategia di sopravvivenza? I dati sono sconcertanti: di questo passo la temperatura media della Terra aumenterà di 0,2 gradi ogni decennio e, in totale, di 2 gradi (o più) entro il 2100. Molti pensano: “Così poco? Sai che differenza…”, invece ciò porterebbe all’estinzione di migliaia di specie viventi e allo stravolgimento degli ecosistemi, oltre a un incredibile innalzamento del livello del mare a causa dello scioglimento dei ghiacci perenni. Per evitare tutto ciò, tutti dobbiamo dare una mano limitando il consumo di combustibili fossili e derivati (ad esempio utilizzando la bicicletta per i brevi spostamenti) e sfruttando risorse ed energia provenienti da fonti rinnovabili. Un altro grave problema è l’enorme danno che noi uomini stiamo apportando all’ecosistema a causa delle nostre attività. Per fare un esempio, la superficie della foresta dell’Amazzonia, sebbene il dato si sia sensibilmente ridotto, a causa del disboscamento si riduce ogni anno nel solo Brasile di 6451 kmq, una superficie superiore a quella della Liguria. Inoltre, per fare un altro esempio, le api, responsabili dell’impollinazione, e quindi della riproduzione, di tre quarti delle specie vegetali esistenti, stanno drasticamente riducendosi di numero. La causa principale sembra essere l’utilizzo di insetticidi che si trasmettono dal polline dei fiori alle api, che del polline fanno il loro cibo. Cosa avverrebbe se scomparissero le api? La risposta di Albert Einstein: “Senza le api l’umanità si estinguerebbe in quattro anni”. Dunque, cosa fare per evitare il peggio? Semplice: basta cercare di scoraggiare l’utilizzo di insetticidi e pesticidi preferendo i prodotti biologici a quelli “industriali”, ridurre al minimo l’uso di materiali non riciclati e, perché no, mettere una piantina sul davanzale della finestra. Mattone per mattone si fa una grande casa… c.sim. Fuecu nesciu 30 pg 6

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IN BIANCO E NERO Solitamente, quando si fa zapping in tv in cerca di un qualche programma interessante, nell’attesa magari che finisca la pubblicità del canale che si stava guardando prima, se per caso ci si imbatte in un film in bianco e nero l’istinto è di andare oltre, subito. Almeno questa è la reazione che accomuna molti telespettatori. D’altra parte “bianco e nero” è sinonimo di vecchio, antiquato (dunque noioso): è questo che siamo portati spontaneamente a pensare. Eppure tre semplici esempi, in campo cinematografico, dimostrano esattamente il contrario e cioè che i film in bianco e nero non appartengono necessariamente al neolitico e soprattutto sono tutt’altro che privi di azione o di emozione. Le pellicole in questione sono diverse fra loro sotto ogni aspetto, ma una cosa le accomuna: sono state realizzate tutte negli anni 2000. La prima, in ordine cronologico, è SIN CITY (il cui sequel è uscito da poco nelle sale italiane con il titolo SIN CITY - UNA DONNA PER CUI UCCIDERE) di Frank Miller, autore della graphic novel da cui il film è tratto, Robert Rodriguez e Quentin Tarantino, il grande regista di Pulp Fiction, Kill Bill e Django Unchained. Un film del 2005 davvero particolare, perché completamente girato in digitale e con un’ambientazione quasi completamente virtuale: infatti gli attori hanno interpretato le scene in studi cinematografici quasi spogli utilizzando la tecnica del Chroma Key, con la quale è possibile aggiungere successivamente la scenografia, anch’essa realizzata in digitale. Inoltre, come la graphic novel di Miller, le scene sono rese tutte in bianco e nero, ma con alcuni sprazzi di colore per accentuare dei particolari importanti: il rosso del sangue o del rossetto sulle labbra di una femme fatale, il verde degli occhi di un serial killer psicopatico. Sì, perché ci troviamo pur sempre nella città del peccato dove l’unica regola che sembra vigere è quella della violenza più folle e spietata, ma allo stesso tempo stemperata dalla veste fumettistica, fedelissima al fumetto originario, delle immagini. Il secondo film si caratterizza non solo perché è in bianco e nero, ma anche perché è muto. Parliamo di THE ARTIST, diretto da Michel Hazanavicius e interpretato da Jean Dujardin. Uscito nel 2011, si è aggiudicato una pioggia di premi, tra cui ben cinque Oscar. Protagonista è il personaggio di George Valentin, grande divo del cinema muto degli anni Trenta, che con l’avvento del sonoro nel 1929, rifiutandosi di recitare nelle pellicole parlate decide di abbandonare il suo produttore e realizzare un film muto tutto suo. Coincidenza delle coincidenze, il film di Valentin esce lo stesso giorno del primo film sonoro di cui è protagonista Peppy Miller, giovane attrice che poi si scoprirà essere perdutamente innamorata del suo “rivale”. Purtroppo il film muto si rivela un insuccesso e il suo protagonista cade nell’oblio, finché un giorno in preda all’alcool e alla disperazione dà fuoco alle pellicole dei suoi film, provocando un incendio che gli farà rischiare la vita. Non svelerò il finale in questa sede per non rovinare la sorpresa a coloro che vorrebbero vederlo, perché questo è un film che vale davvero la pena vedere e spero di avere stimolato un po’ la vostra curiosità parlandone. Il terzo e ultimo film in realtà film non è. Si tratta infatti di un cartone animato, o per meglio dire, di un film d’animazione del 2012: FRANKENWEENIE di Tim Burton, realizzato con la tecnica dello stop motion e in 3D. La trama può essere così sintetizzata: il piccolo Victor Frankenstein presenta ai propri genitori un piccolo film amatoriale di cui è protagonista il suo cane Sparky, l’unico vero amico del ragazzino, che ha la passione per la scienza ed è tendenzialmente un solitario. Un giorno Sparky muore investito da un’auto. Il dolore per Victor è così forte che, in seguito a un esperimento su una rana a cui ha assistito nel corso di una lezione, decide di disseppellire il cane e di tentare di riportarlo in vita. Ora, dire che il film è diretto da Tim Burton significa dire tutto, perché il suo stile è inconfondibile, fatto di atmosfere tetre (oramai si utilizza l’espressione “burtoniane” per rendere l’idea), luoghi immersi nell’ombra, personaggi vicini alla fisionomia di uno scheletro ma con una personalità mai nella media, sempre vivace, a volte grottesca, velata però di una malinconia, di un senso di solitudine, che probabilmente riflette la personalità del genio di Burton. D’altronde dal regista di “Big fish”, “La sposa cadavere”, “Il mistero di Sleepy Hollow”, “Alice in Wonderland” e altri, non ci si può mai aspettare niente di abituale o troppo realistico. Guardare le sue pellicole equivale a compiere un viaggio in un mondo fantastico, favoloso, nel significato letterale del termine, tornare bambini ma con la consapevolezza della propria età adulta, un’età a cui tornare al termine di quel viaggio emozionante. In effetti, è bene preparare il fazzoletto prima di assistere a un film di Burton: le lacrime arrivano senza dare preavviso e sono inarrestabili, garantito, senza Agnese Centonze nessuna eccezione di genere. INIZIO ANNO CATECHISTICO Continuiamo il nostro cammino. Passo dopo passo, continuiamo il nostro cammino di fiducia e di affidamento a Gesù, imparando a mettere i nostri passi nei suoi passi, seguendolo sulla via dell’amore e dell’ascolto della sua parola che suscita la fede, la nutre, la rigenera. È la parola di Dio che tocca i cuori, li converte alla sua logica che è così diversa dalla nostra. Tutti noi, migliorando su questo aspetto, possiamo diventare più ascoltatori della parola di Dio per essere meno ricchi delle nostre parole e più ricchi delle sue. La fede ci apre il cammino e accompagna i nostri passi, verso Gesù per continuare la sua missione e aiutare con amore i nostri amici ad incontrarsi con Lui. Cominciamo il nostro cammino di studio e di riflessione, di confronto e dialogo nella gioia. Preghiamo il signore perché ci insegni a seguirlo, Lui che é la via, illumini la nostra mente, Lui che è la verità e rafforzi la nostra speranza, Lui che è la vita. Fuecu nesciu 30 pg 7 Marinella Seranfini

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TUTTI IN BICI Bici in aumento: bene, ma… La bicicletta sta diventando uno dei mezzi di trasporto più usati nelle città, e questo è sicuramente un dato molto positivo, perché andare in bici fa bene alla salute, cancella le emissioni di gas inquinanti e riduce al minimo i problemi di parcheggio, ma questo boom implica la necessità di sicurezza per i ciclisti, che troppo spesso sono vittime (ma anche artefici) di incidenti per piccole leggerezze facilmente evitabili. Molte volte la colpa è degli altri utenti della strada, che si distraggono e non vedono i ciclisti, oppure non rispettano le precedenze. Ovviamente a fare le spese di queste distrazioni sono proprio i ciclisti, che, non avendo nessuna protezione, incorrono facilmente in lesioni anche gravi. Ad aggravare ciò c’è anche il fatto che i ciclisti non sono tenuti per legge ad indossare il casco: ciò è vivamente consigliato, ma non è ancora obbligatorio. Succede anche, però, che siano i ciclisti a causare problemi, ad esempio non segnalando le svolte adeguatamente, oppure prendendosi diritti non loro, ad esempio percorrendo contromano le strade a senso unico, già troppo strette per consentire il passaggio di un’auto e di una bici affiancate, figurarsi poi se le bici diventano due su ambo i lati della strada. Altre volte i ciclisti, anziché procedere in colonna come previsto dal Codice della strada, procedono affiancati, mandando su tutte le furie gli automobilisti e di fatto bloccando il traffico. Peggio ancora: alcuni di loro procedono addirittura nella corsia delle macchine anziché a bordo strada, quasi cavalcassero uno scooter o una moto, causando disagi (e arrabbiature) persino maggiori che procedendo affiancati sul ciglio della strada. Un altro errore in cui incorrono facilmente gli utenti delle due ruote è quello di usare i marciapiedi come fossero piste ciclabili, procedendo a grande velocità e spesso causando disagio ai pedoni. In teoria i marciapiedi secondo il Codice della strada sono riservati ai pedoni, ma capita anche che i ciclisti siano costretti a utilizzarli, per esempio se il ciglio della strada si trova in condizioni tanto pietose da non lasciare alternative. In tal caso è buona norma scendere dalla bici oppure procedere sul mezzo a passo d’uomo, senza scampanellare ai passanti e ringraziando quando viene lasciata strada. Sul problema delle strade malridotte dovrebbe intervenire la Pubblica Amministrazione, ma in questo periodo di crisi reperire fondi è molto difficile. Un altro problema che riguarda i ciclisti, soprattutto nei mesi invernali, è la pioggia, anche perché le strade, già non molto sicure quando ben asciutte, bagnate diventano pericolosissime. In quei casi, per quanto possibile, è consigliabile usare i mezzi pubblici, anche perché così come le bici diminuiscono l’inquinamento e eliminano il problema di trovare parcheggio. Quindi, tirando le somme: la bicicletta è davvero uno di quegli strumenti che possono cambiare il mondo, ma quando la si usa è necessario prestare attenzione e rispettare scrupolosamente le regole, per non rovinare se stessi e gli altri. SSP C O L L A b O R I A M O Numeri utili Parrocchia San Bernardino Realino Via degli Oropellai,10 73100 Lecce tel 0832/359014 cellulare 3389769293 Sito internet parrocchiale www.sanbernardinorealino.com Orario delle Sante Messe Domenica giorni feriali ore 8,30 - 10,30 - 18,30 ore 18,30 Adorazione Eucaristica Ogni Giovedì ore 19,00 email donmichele@sanbernardinorealino.com sanbernardinorealino@gmail.com Fuecu nesciu 30 pg 8 Si cercano persone per il coro PROVE mARTEDÌ ORE 19,00 Composizione Giovanni Contino

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