Fuecu Nesciu 29

 

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ESSERE CHIESA È SENTIRSI NELLE MANI DI DIO Carissimi, con la festa del nostro santo Bernardino Realino portiamo a conclusione l’impegno pastorale per godere del dovuto riposo estivo. Nella chiusura non possiamo dimenticarci principalmente di ringraziare il Signore per ciò che abbiamo ricevuto nel crescere in una fede ecclesiale e parrocchiale ma anche annotarne le mancanze. Rimasto molto provocato positivamente dalla riflessione di Papa Francesco fatta in questi giorni sulla Chiesa e sull’essere Chiesa, è mio desiderio condividere con voi queste riflessioni. Papa Francesco ha dichiarato che: “parlare della Chiesa è parlare della nostra madre, della nostra famiglia”, per questo occorre stare attenti nel non cadere in giudizi facili portatori di lacerazioni e sofferenza, “né tanto meno si deve restringere lo sguardo al clero o al Vaticano”. Naturalmente in questa famiglia che è la Chiesa «fin dall’inizio ci sono le resistenze, il ripiegamento su sé stessi e sui propri interessi», ha ricordato il Santo Padre. «I tradimenti e i peccati segnano il cammino del popolo lungo tutta la storia della salvezza, che è la storia della fedeltà di Dio e dell’infedeltà del popolo». Ma Dio «non si stanca, Dio ha pazienza e nel tempo continua ad educare e a formare il suo popolo, come un padre con il proprio figlio». È così per gli ebrei ma anche per noi cristiani. Infatti, ha osservato il Papa, «facciamo esperienza ogni giorno dell’egoismo e della durezza del nostro cuore. Quando però ci riconosciamo peccatori, Dio ci riempie della sua misericordia e del suo amore. E ci perdona, ci perdona sempre». Secondo il Papa, la Chiesa «è una realtà ampia, che si apre a tutta l’umanità» e che «non è nata in laboratorio, non è nata improvvisamente. Non dobbiamo dimenticarci che «la Chiesa siamo tutti, tutti famiglia della madre», per questo la Chiesa non è un’istituzione finalizzata a se stessa o un’associazione privata, una Ong, ma la Chiesa siamo tutti. È fondata da Gesù ma è un popolo con una storia lunga alle spalle e una preparazione che ha inizio molto prima di Cristo stesso». A partire da Abramo, ha precisato, «Dio forma un popolo perché porti la sua benedizione a tutte le famiglie della terra. E all’interno di questo popolo nasce Gesù». Papa Francesco ha poi voluto sottolineare che «non è Abramo a costituire attorno a sé un popolo, ma è Dio a dare vita a questo popolo». Se nella storia dei popoli e civiltà del passato «era l’uomo a rivolgersi alla divinità», con Abramo e il suo popolo «si assiste a qualcosa di inaudito: è Dio stesso a prendere l’iniziativa». Abramo, ha precisato il Papa, «non aveva un libro di teologia per studiare cosa fosse questo Dio. Si fida, si fida dell’amore. Dio gli fa sentire l’amore e lui si fida». Anche noi se vogliamo essere la Chiesa di Cristo dobbiamo fidarci dell’amore da vivere nella nostre relazioni che devono divenire vere, autentiche. Anche perché, ribadisce il Pontefice, «non è la nostra bravura» dunque a far crescere la Chiesa, «non sono i nostri meriti», ma «è l’esperienza quotidiana di quanto il Signore ci vuole bene e si prende cura di noi. È questo che ci fa sentire davvero suoi, nelle sue mani e ci fa crescere nella comunione con Lui e tra di noi. Essere Chiesa è sentirsi nelle mani di Dio, che è padre e ci ama, ci carezza, ci aspetta, ci fa sentire la sua tenerezza. Questo, carissimi, è il mio augurio di buone vacanze estive: “essere Chiesa è sentirsi nelle mani di Dio”. Don Michele Periodico della parrocchia San Bernardino Realino in Lecce N° Luglio 2014 In questo numero: 2 29 Prima Comunione Cresima Varie

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LA CRESIMA: confermazione o addio? Il sacramento della Cresima è noto anche con il nome di Confermazione. Infatti con questo sacramento i giovani si impegnano ad accogliere lo Spirito Santo dentro di sé e, grazie proprio all’azione dello Spirito, a mettere a frutto i propri talenti mettendoli a disposizione della comunità. Ma spesso ciò non accade. Le chiese sono sempre più vuote, i seminaristi diminuiscono e si diffonde un sentimento comune di anticristianità. Non mancano poi le persone che sostengono di credere in Dio ma non frequentano la parrocchia perché “si può pregare anche da casa” o per altri motivi noti solo a loro. I giovani che dopo aver fatto la Cresima continuano a frequentare la parrocchia come durante gli anni del catechismo sono sempre meno. Questo anche a causa della diffusa convinzione secondo la quale l’uomo è autosufficiente e non ha bisogno di Dio e dell’altro. Con questa situazione le parrocchie sono sempre meno frequentate soprattutto dai neo-cresimati che perdono la fede e vedono la Cresima come un “addio”, una liberazione, la fine di un percorso, non come l’inizio di una nuova vita di cristiano, non più spettatore ma partecipe della vita della comunità. Questo soprattutto a causa dell’isolamento che in questo periodo si sta diffondendo in maniera dilagante. Si tende a isolarsi da tutto e da tutti, perciò anche dalla Chiesa. Le cause di ciò possono essere molteplici: prima di tutto Internet e i social network, che se usati con parsimonia sono strumenti eccezionali, ma se se ne abusa diventano strumenti di isolamento, di rottura dei rapporti umani. Perché è facile, troppo facile, mascherarsi dietro uno schermo o un monitor per non lasciar trapelare le proprie insicurezze e i propri limiti. Un altro fattore importante sono i mass media, che diffondono, oltre a notiziari, partite e talk show, soprattutto nelle pubblicità modelli di perfezione, bellezza assoluta, e gli adolescenti si sentono inadeguati, si vergognano di come sono e perciò abbandonano se stessi e Dio, cercando di raggiungere una perfezione impossibile. Un altro problema potrebbe Fuecu nesciu 29 pg 2 essere quello dell’ambiente familiare: è difficile credere alle “regole” del cristianesimo se in famiglia avviene tutt’altro. Separazioni, divorzi, figli con altri uomini o donne, tutto ciò aumenta la confusione e la solitudine di chi vive in famiglia e subisce tutto ciò che accade. Io, da neo-cresimato, penso che se continuo a venire a messa e a frequentare la parrocchia, il merito sia soprattutto dei miei genitori, che educandomi mi hanno fatto capire il valore della fede in Gesù. I miei genitori mi hanno iniziato, ma le catechiste e i sacerdoti che ho avuto come guide sono stati indispensabili. So bene che per molti miei coetanei il cristianesimo è solo una serie di norme rigide assolutamente da rispettare (a messa tutte le domeniche, non si salta il catechismo solo perché non ti va, non si bestemmia, non si dicono le parolacce…), ma io so che non è così. Io so che alla base della mia scelta c’è stata la mia libertà, che non significa solo “fai quello che ti pare”, ma “noi ti diciamo quello che pensiamo, valuta e poi decidi tu quello che vuoi fare, ma sappi che qualunque cosa sceglierai, noi saremo con te”. Perché Dio ci ha creati liberi, liberi anche di fare il male, anche se poi ne dovremo rendere conto. Il ruolo dei genitori (e, in generale, di ogni guida) dovrebbe essere quello di consigliare, non di imporre. L’imposizione è nemica della libertà e spesso condiziona le scelte al contrario di come ci aspettiamo. Ma dare tutta la colpa ai genitori è troppo facile. Io credo che chiunque, con molta forza di volontà, possa cambiare in meglio, cambiare vita, e finalmente accettare e accogliere lo Spirito che in precedenza si era respinto per orgoglio, o per indifferenza. Bastano un po’ di buona volontà e di umiltà, ammettere quando si sbaglia, non far finta di niente. E poi chiedere scusa. Sembra banale, ma è probabilmente l’atto più umile che si possa compiere. Quindi scusaci, Signore, se siamo tutti peccatori. Ma sappiamo che con il tuo aiuto possiamo farcela. SSP

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CONFERMATI Il 25 Maggio 2014 noi ragazzi del nono corso di catechismo della parrocchia San Bernardino Realino ci siamo apprestati a ricevere il sacramento della Confermazione. È stata una giornata molto importante e piena di significato che ha sicuramente cambiato la nostra vita poiché, al termine di un percorso lungo nove anni, nel quale abbiamo esplorato, insieme alle catechiste ed al nostro parroco Don Michele la Bibbia e spiegato il significato dei suoi testi, abbiamo pregato, abbiamo riflettuto e ci siamo impegnati a mettere in pratica quanto appreso, siamo andati incontro al Signore, il dono più grande che potessimo ricevere. Per noi è stata una grande gioia vedere il frutto del nostro duro lavoro, ma la gioia ancor più grande è quella di poter usufruire di questo dono per il bene della nostra comunità. Abbiamo imparato quanto sia importante usare i talenti che ci sono stati donati dallo Spirito Santo per contribuire a migliorare il nostro mondo. Ancora non sappiamo che ci riserva il futuro ma ci impegneremo ad affrontare tutti gli ostacoli che incontreremo con l’aiuto dello Spirito Santo che ci accompagna in ogni momento. Ringraziamo ancora una volta il nostro parroco Don Michele e le catechiste che ci hanno accompagnato in questa parte fondamentale ed indimenticabile della nostra esistenza. Enrico e Ludovica Antonelli e tutti i cresimati 2014 IL DONO DELLO SPIRITO Il popolo di Dio, quando partecipa alla celebrazione della S. Messa, concentra molto di più la sua attenzione, e non a torto, al momento della preghiera eucaristica, quando il sacerdote narra il racconto dell’ultima cena. In questo momento ripete le parole di Gesù sul pane, cioè “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” e subito dopo sul vino “questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. Il sacerdote, però, prima di pronunciare queste parole, invoca l’opera dello Spirito Santo perché santifichi i doni doni del pane e del vino e li trasformi in corpo e sangue di nostro Signore. L’assemblea adora riverente il Sacrosanto mistero e rinnova la sua fede. È il momento culminante del Sacrificio. Gesù offre se stesso al Padre come nel sacrificio della Croce. Ma non è questo l’unico momento importante della S. Messa e non è l’unico momento in cui il sacerdote invoca l’azione dello Spirito Santo. Infatti continuando nella preghiera eucaristica, lo Spirito Santo viene invocato affinché operi una ulteriore trasformazione, “la comunione in Cristo di tutti i fedeli”, con le parole:”Ti preghiamo umilmente per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un sol corpo”. Analogamente in un’altra preghiera eucaristica si dice:”A noi che ci nutriamo del Corpo e Sangue del tuo figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un sol corpo e un solo spirito”. Questo momento è molto importante per la vita del cristiano perché in forza di questa comunione diventa corpo di Cristo. Spesso questa parte della preghiera viene sottovalutata, così avviene che si fa attenzione ai doni presenti sull’altare e non si pensa alle discordie e alle divisioni presenti nell’ambito dei gruppi, dei movimenti e delle associazioni delle comunità parrocchiali. Gesù, quando pronuncia le parole sul vino, vuole costruire con il suo popolo una nuova alleanza, una nuova comunità in cui regnino la pace e la riconciliazione attraverso il perdono delle colpe e delle offese. Vivere la fede cristiana, dunque, significa “vivere nella gioia della comunione”. La comunione è dono dello Spirito Santo; a Lui dovremmo essere più riconoscenti, pregarlo e invocarlo di più nelle nostre preghiere personali e comunitarie, sentirlo molto vicino e più presente nella vita quotidiana. Rita Serafino Fuecu nesciu 29 pg 3

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IL CATECHISMO COME PERCORSO DI FEDE Nella vita di ogni cristiano la Cresima rappresenta un momento importantissimo: è il momento della conferma della propria scelta di fede con cui si diventa “perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo”. Chi si accosta alla Cresima deve dimostrare di aver compreso durante tutto il lungo periodo del catechismo ciò che il rito significa e soprattutto che bisogna avvicinarsi al Sacramento con profonda devozione. Quando all’età di sei anni si comincia il catechismo tutto viene vissuto come un gioco e la bravura delle catechiste deve essere proprio quella di far vivere quella esperienza di fede con allegria e semplicità. Crescendo per tutti i ragazzi arriva il periodo dei dubbi e dei conflitti che inevitabilmente riguardano anche la propria vita da cristiano. In questa fase la vicinanza della famiglia e della Chiesa è fondamentale per far capire a noi ragazzi i veri valori della vita da ricercare anche attraverso la fede. Nove anni di catechismo mi hanno lasciato un bellissimo ricordo, sia per il rapporto che si è instaurato con il nostro parroco e con le varie catechiste che si sono succedute negli anni, sia per l’amicizia nata con gli altri ragazzi del mio corso. Ricordo ancora il giorno della mia Prima Comunione e l’emozione di quel momento in cui per la prima volta ho ricevuto il Corpo di Cristo. Ho rivissuto quella stessa emozione il 25.05.2014 quando il Vescovo invocando lo Spirito Santo ha unto col sacro crisma la mia fronte. La speranza per il futuro è che la conclusione della obbligatoria frequentazione del catechismo non coincida con la fine della partecipazione alla vita associativa e formativa cristiana, ma costituisca un trampolino di lancio per nuove esperienze. Umberto Di Chiara UN GIORNO SPECIALE Quest’anno per la prima volta insieme alla mia aiutante Sara Totaro abbiamo accompagnato 17 bambini per il sacramento della prima Comunione. È stato molto bello ed emozionante per noi, vedere i nostri bambini che ricevono il corpo e sangue di Gesù ma soprattutto è stato un giorno speciale pieno di tanta tensione da parte dei bambini ma anche da parte nostra che abbiamo preparato tutto con attenzione affinché andasse tutto bene e così è stato, grazie anche all’aiuto del Signore… Ringraziamo soprattutto i bambini che ci hanno sopportato per quattro anni e che dovranno farlo x un altro anno, i genitori che ci hanno aiutato e sostenuto ma specialmente il nostro parroco don Michele che gli ha preparati ,sopratutto l’ultima settimana, con tanta dedizione e tanta pazienza. Abbiamo chiesto ai nostri bambini come hanno vissuto questo giorno; ANGELAMARIA: la comunione è una festa emozionante ma non solo per il divertimento ma anche perché ho ricevuto il corpo e sangue di Gesù. LORENZO: alla comunione ho provato felicità e stavo ansioso. Quando ho preso l’ostia mi sono sentito come se ero un bambino nuovo. GIORGIA: il 18 maggio ho fatto la prima comunione, è stato emozionante, appena sono entrata in chiesa mi sono sentita battere forte il cuore. Quando ho preso la comunione stavo tesa e quando è finita messa che sono uscita mi sono sentita libera. NICOLE: il 18 maggio è stata la mia prima comunione. Quando sono andata sull’altare mi è salita l’ansia dai piedi. Quando ho preso l’ostia mi sono sentita libera dai peccati. È stato bellissimo. MARIASOLE: nel giorno della mia prima comunione mi sono sentita molto emozionata. Quando ho ricevuto Gesù mi sono sentita libera e contenta. Fuecu nesciu 29 pg 4 Alessia e Sara

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I GIOVANI E LA FINE DEI VALORI MORALI Come tutti sappiamo, da molto tempo (se non da sempre) i genitori guardano con apprensione agli interessi dei figli. È noto ad esempio che i vari cantanti che si susseguono in cima alle classifiche, in particolare se giovani, finiscono per diventare modelli seguiti, per non dire idolatrati, dalle nuove generazioni, non solo per quel che riguarda la musica, anzi. Un esempio. È risaputo che, pochi mesi fa, è stata dichiarata incostituzionale la discussa legge conosciuta come “legge Fini-Giovanardi”, che in sostanza sanciva la parità di trattamento tra spacciatori di droghe leggere (quali i derivati della canapa indiana) e pesanti (come ad esempio l’eroina). Qualche settimana fa si è tornati a discutere sul problema nello studio di “Announo”, un programma in onda su La7. Tra gli ospiti spiccavano il senatore Carlo Amedeo Giovanardi e il rapper Federico Leonardo Lucia, meglio conosciuto come Fedez, che capeggiavano due fazioni di giovani, l’una proibizionista, l’altra liberale, che si sono confrontate tra loro e con i due VIP. Ecco una delle frasi che mi faranno ricordare a lungo di quella puntata, firmata Fedez, che in risposta a una ragazza della fazione “proibizionista” che aveva obiettato che non è giusto che la collettività paghi l’assistenza sanitaria necessaria ai tossicodipendenti ha dedotto: “Se non vuoi pagare per i tossicodipendenti, allora non vuoi neanche pagare per chi ha l’amianto in casa...”, forse dimentico del fatto che una persona non sceglie di avere una casa con l’amianto nel tetto. Non so se tutti i lettori sanno chi sia Fedez, ma basti sapere che è seguito da più di un milione di persone su Facebook e 369mila su Twitter: è, insomma, un modello per molti giovani che probabilmente, seguendo l’esempio (suo ma non solo), potrebbero arrivare a considerare la droga come un divertimento pari, ad esempio, a un bicchiere di vino o di birra e altrettanto innocuo. Il problema è che nella società di oggi i modelli negativi e trasgressivi si affermano, quelli positivi sono ignorati o scimmiottati. Con il trionfo dei furbetti e dei mercanti di morte e la sconfitta delle persone per bene si apre sotto i piedi di noi adulti di domani un baratro senza fine: il baratro dell’inciviltà, dello “sballo-ad-ogni-costo”, del dover guardare i coetanei che si distruggono la vita senza poter fare quasi niente per aiutarli. Quindi lancio un appello: se qualcuno di voi lettori conosce un consumatore di droga (o anche un fumatore o un alcolista, perché la droga è solo parte del problema) o che, se potesse, ne farebbe uso, lo prego di cercare di convincere questa persona a farsi aiutare e di non lasciar correre. c.sim. IL SEGRETO DELLA VERA FELICITÀ Quale è il segreto della vera felicità? La risposta a questa domanda posta da una bambina al padre, si trova in un “Canto di preghiera e liberazione”: essere discepoli di Gesù, quindi: - Vivere come Lui - Amare come Lui - Sognare come Lui - Pensare come Lui - Scherzare come Lui - Sentire come Lui - Gioire come Lui Fuecu nesciu 296 pg 5

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CORRUZIONE, CORRUZIONE E ANCORA CORRUZIONE Recenti clamorosi casi di cronaca hanno confermato una triste realtà, ormai accettata con rassegnazione da gran parte dell’opinione pubblica: la corruzione è tutt’ora viva e presente nel mondo politico-affaristico e inquina praticamente tutte le grandi opere pubbliche del nostro paese, rischiando di screditarne irreparabilmente l’immagine internazionale e pregiudicarne le intrinseche potenzialità di sviluppo economico. Il fenomeno non è certo nuovo né limitato all’esperienza storica del nostro martoriato paese, ma in Italia ha assunto proporzioni senz’altro maggiori rispetto alle nazioni confinanti, determinando una vera e propria costante emergenza istituzionale ed etica, che mette profondamente in discussione gli stessi capisaldi della nostra morale comune. Oltre vent’anni orsono la stagione di Tangentopoli sembrava avere aperto la strada per una concreta lotta giudiziaria a tale aberrazione sociale, ma si è trattato di una breve illusione, in quanto corrotti e corruttori hanno continuato a spadroneggiare, spesso indisturbati, nel già oscuro mondo al confine tra la politica e gli affari, dove la rilevanza degli interessi economici legati allo sfruttamento delle ingenti risorse di denaro pubblico è destinata a prevalere su ogni scrupolo etico di trasparente e onesta amministrazione del patrimonio collettivo. Di fronte a tale pertinace tendenza a delinquere continuamente dimostrata da innumerevoli esponenti di quasi tutti gli schieramenti politici e da titolari e dirigenti di grandi imprese sorge spontaneo il dubbio se il fenomeno corruttivo non rappresenti altro che la più eclatante manifestazione di una predisposizione all’illegalità ampiamente diffusa nella nostra stessa mentalità comune. In questa ottica pessimistica e deprimente, si inquadra anche la persistente vitalità di altri fenomeni incompatibili con il corretto vivere civile, come l’evasione fiscale e la illegittima ricerca della raccomandazione del potente di turno, che caratterizzano praticamente da sempre molti aspetti della nostra vita quotidiana. Questo consolidato contesto generale ha determinato ormai un vero e proprio circolo vizioso nel quale ognuno ritiene di poter giustificare le proprie personali violazioni Fuecu nesciu 29 pg 6 della legalità (grandi e piccole che siano) presentandole come inevitabili modalità comportamentali determinate dal degrado del tessuto sociale. I politici e gli affaristi ritengono la corruzione un opzione indispensabile per svolgere la loro attività e perseguire i loro fini, considerandolo un fenomeno sostanzialmente accettato dal sentire comune e diffuso nella vita pratica di tutti i giorni, mentre il comune cittadino ritiene che ogni forma di illecito sia giustificata proprio dal notorio malcostume della classe dirigente del paese, i cui esponenti si rendono spesso responsabili di gravi reati a danno della corretta gestione della cosa pubblica. È evidente come il perpetuarsi di questo fenomeno di reciproca autoassoluzione, soprattutto da parte della classe politica, frustri in partenza ogni prospettiva di concreta estirpazione della corruzione e dell’illegalità, che devono essere invece oggetto di diffusa severa riprovazione morale, oltre che di ferma perseguibilità penale in ambito giudiziario. È perciò necessario che l’opinione pubblica recuperi al più presto un profondo sentimento di condanna senza appello di tali mali, rifiutandoli prima di tutto anche nelle loro forme apparentemente più innocue e comuni nella vita di tutti i giorni, e reclamando rigorosa pulizia morale anche per le alte sfere della società, che devono sentire una costante e intransigente pressione etica della società civile, un deterrente non meno efficace della forza della legge. In tale sforzo di sensibilizzazione verso il rifiuto del malaffare sono chiamate a svolgere un ruolo determinante tutte le agenzie educative del paese, in primo luogo la famiglia e la scuola, che devono tornare a inculcare soprattutto nei più piccoli i valori positivi della giustizia e del rispetto verso gli altri, indispensabile presupposto per la formazione di cittadini onesti ed ostili verso ogni forma di abuso e sopruso. E nel profondo della nostra coscienza collettiva è sempre presente il ruolo fondamentale del magistero ecclesiastico, che continua da sempre a ribadire con incrollabile coerenza l’assoluta incompatibilità tra il messaggio evangelico e ogni forma di illegalità. Giorgio Serafino

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IMPARARE A PERDERE Ho pensato molto a quello che avrei potuto scrivere per questo numero del giornalino. Le idee erano varie, ma nessuna mi sembrava tanto interessante, da poter essere eventualmente sviluppata. Anche perché con i mondiali di calcio in corso ogni argomento (qualunque argomento!) sembra irrimediabilmente inu le, noioso e mediocre. Allora ho deciso di adeguarmi. Ma non ho alcuna intenzione di commentare la (dis)avventura azzurra o le condizioni in cui il mondiale 2014 è stato organizzato, a discapito della popolazione brasiliana, furiosa (giustamente) per gli sprechi e i sacrifici a cui è stata so oposta. No, di tu o ciò la tv è stracolma, così come l’opinione pubblica (qualcuno ha fa o notare, con ragione, come in Italia ci siano 60 mln di commissari tecnici). Ebbene. Alla luce della sconfi a mi verrebbe da dire “cercata” e sicuramente meritata (punto, fine!) della nostra nazionale, mi piacerebbe invece parlare di un uomo, un grande uomo,oltre che un grande allenatore, che ha davvero molto da insegnare non solo al mondo calcis co ma a tu gli spor vi e non. Ha vinto tu o quello che era a disposizione, allenando la nostra nazionale. Non parlo di quella calcis ca ovviamente, ma di una squadra che si è meritata la qualifica di “squadra del secolo”: è la cosidde a “generazione di fenomeni” della nostra pallavolo maschile. La personalità in ques one è l’immenso Julio Velasco, il quale ha vinto di tu o con quella squadra “mi ca”: 3 ori europei, 2 mondiali, 5 World League. Tu o tra il 1989 (quando ha condo o i suoi giocatori all’oro europeo di Svezia, il primo nella storia della pallavolo italiana) e il 1996. Scopritore di talen , da Zorzi a Bernardi, da Cantagalli alla leggenda di Lucche a, la sua fama e le sue do lo hanno fa o notare ad alcune società calcis che italiane: è stato infa dirigente spor vo della S.S. Lazio e dell’Inter di Mora . Da quest’anno è commissario tecnico della nazionale argen na di pallavolo maschile. Certo, vi chiederete cosa possa avere a che fare Velasco con l’Italia del calcio. Vi assicuro che non solo ha a che fare con il calcio italiano, ma con lo sport in genere, perché le grandi men sono in grado di dare contribu non inscatolabili in alcuna categoria, perché sono universali. Tra le tante affermazioni di Julio Velasco, una, con la quale mi piacerebbe concludere, è la più significa va di tu e, proprio in relazione alla disfa a italiana in Brasile. Velasco dice: << Noi facciamo un mes ere particolare, difficile, perché non ci basta fare le cose bene, dobbiamo farle meglio degli altri. Se noi facciamo una bella par ta e poi perdiamo per una palla, abbiamo perso. Pochi si ricorderanno se abbiamo perso per molto o per poco. Ed è giusto così, lo sport è così. Ma la vita no. Non è che se uno fa un punto in meno di un altro è un perdente. Quello che invece serve allo sport è imparare a perdere, oltre che a vincere. (…) Serve imparare a vincere, nel senso che bisogna fare le cose bene, sacrificarsi, essere efficien , dare importanza alle cose decisive e anche a quelle meno decisive, quando la posta in gioco è alta. Ma serve anche imparare a perdere. Chi fa sport sa che non si può vincere sempre. L’eccezione è vincere sempre. Io ho sempre de o che sono molto orgoglioso della nazionale che ha vinto due mondiali e due europei, ma sono altre anto orgoglioso della squadra che ha perso le Olimpiadi a Barcellona. Perché ha saputo perdere. Quando abbiamo perso non abbiamo de o: è colpa dell’arbitro, siamo sfortuna , la Federazione non ci ha appoggiato, è colpa di un giocatore, dell’allenatore, di quel dirigente. Abbiamo detto: l’avversario è stato più forte di noi, punto e basta. Noi abbiamo costruito la mentalità della squadra combattendo quella che chiamiamo la cultura degli alibi, in tu i sensi. Quindi quando ci è toccato perdere non abbiamo de o niente. E ci siamo prepara da quel giorno per vincere un’altra volta >>. Agnese Centonze Fuecu nesciu 29 pg 7

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ATTIVITÀ CAMPO ESTIVO 2014!!! Quest’anno nella nostra Parrocchia si è ripetuta un’iniziativa che si era già tenuta tre anni fa: noi ragazzi Sara, Gianmarco, Alessandro, Ilaria, Jurika e Cristian con il supporto di Don Michele abbiamo organizzato un campo estivo per i bambini della nostra Chiesa. Il nostro obiettivo era quello di spiegare ai bambini quanto lo studio, il lavoro, il risparmio e le buone amicizie siano importanti nella vita. Abbiamo cercato di trasmettere questi valori attraverso la favola di Carlo Collodi, “Pinocchio”. Infatti, la giornata si apriva con un momento di riflessione guidato da Don Michele durante il quale si leggeva un tratto della storia collegato ad un passo della Bibbia. Dopo una breve preghiera arrivava il momento tanto atteso dai bambini, i giochi all’aperto nei quali si affrontavano le tre squadre, capitanate da tre animatori, in cui erano divisi i diciannove bambini. Questa settimana è stata per noi animatori un’occasione per divertirci con i bambini e trasmettere lo spirito di squadra. Speriamo di poter organizzare nuovamente questo campo estivo l’anno prossimo cercando di coinvolgere ancora più ragazzi e bambini. Gli animatori Buone Vacanze! Numeri utili Parrocchia San Bernardino Realino Via degli Oropellai,10 73100 Lecce tel 0832/359014 cellulare 3389769293 Sito internet parrocchiale www.sanbernardinorealino.com Orario delle Sante Messe Domenica giorni feriali ore 8,30 - 19,30 ore 19,30 email donmichele@sanbernardinorealino.com sanbernardinorealino@gmail.com Fuecu nesciu 29 pg 8 Si cercano persone per il coro e per altre attività parrocchiali Composizione Giovanni Contino

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