N° 8 - Filmese Maggio 2015

 

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Notiziario mensile "FILMESE - SCHERMI D'AUTORE"

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo MAGGIO 2015 SOMMARIO • • • • • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI MAGGIO OMAGGI I GIOVANI COL CIRCOLO ATTUALITÀ FESTIVAL L’INCONTRO NEWS & CONSUNTIVO INDICI DELL’ANNATA FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona 8 IL PUNTO BILANCIO DI UN ANNO Cari Soci, con le proiezioni di maggio, un altro anno di vita della nostra Associazione, il 68°, si avvia alla conclusione. È stato un anno difficile, segnato dalla scomparsa del nostro Presidente fondatore, prof. Pietro Barzisa. Ma, come già da me scritto su questo notiziario, il Circolo del Cinema prosegue e proseguirà con più volontà che mai nelle proprie attività. In particolare è sotto gli occhi di tutti quanto l’Associazione si sia impegnata per la ricerca di un prodotto cinematografico non omologato e alternativo. Spiace che si siano verificati dei disagi per i Soci, come la necessità di sostituire all’ultimo minuto il film Il Superstite, purtroppo non più disponibile per la proiezione, oppure il tardivo arrivo a domicilio degli ultimi due notiziari, situazioni tuttavia non imputabili alla nostra organizzazione interna. Ringrazio con intensità tutti i nostri Soci per l’appoggio e la vicinanza dimostrati nel contribuire con la loro adesione ad aiutare la cultura a svilupparsi, nella fattispecie la cultura cinematografica. Ringrazio anche i componenti del Consiglio Direttivo del Circolo del Cinema, che impegnano molto del loro tempo libero, in totale forma di volontariato, per consentire al Circolo di continuare le proprie iniziative senza perdita di qualità, un obiettivo al quale concorre con entusiasmo l’efficientissima nostra struttura di segreteria. Cari Soci, chiudo con due inviti: il primo, rivolto a tutti, è di divulgare il più possibile le nostre attività e valori, in modo da aumentare gli iscritti alla nostra Associazione, fattore essenziale per poter continuare ad operare; il secondo invito, rivolto ai Soci Ordinari, è di partecipare numerosi alla nostra prossima Assemblea dei Soci che si terrà il 6 luglio. Con l’augurio sincero di un’estate serena, arrivederci ad ottobre 2015 per un 69° anno di buoni film, sempre nella nostra giornata riservata al Cinema K2. Il Presidente del Circolo del Cinema ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. Roberto Bechis

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PROGRAMMA DI MAGGIO 2015 ➁➇ GIOVEDÌ 7 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 SYNECDOCHE, NEW YORK di Charlie Kaufman USA, 2008 durata: 2h 4’ - votato dai Soci - opera prima Premiato agli Independent Spirit Awards 2009 ed altrove (pag.3) ➁➈ GIOVEDÌ 14 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 PERFIDIA di Bonifacio Angius Italia, 2014 - durata: 1h 43’ Premiato al Festival di Locarno 2014 (pag. 4) ➂ GIOVEDÌ 21 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund Svezia, 2014 - durata: 2h Premiato al Festival di Cannes ed altrove (pag. 5) FILM DI CHIUSURA DELLA 68a STAGIONE AL PROSSIMO OTTOBRE Si conclude così la rassegna cinematografica della 68a stagione, iniziata giovedì 9 ottobre 2014 e articolata in trenta giornate con la programmazione di 30 film presso il cinema K2. Il Circolo ringrazia i Soci vecchi e nuovi che, iscrivendosi e mantenendo l’adesione al sodalizio, hanno scelto di aiutare questa Associazione a proseguire nelle sue iniziative, e li invita a farsi promotori di nuove iscrizioni, delle quali il Circolo ha sempre grande bisogno, a partire dal prossimo settembre, dopo la pausa estiva, presso la sede di via della Valverde 32. Si ricorda che la segreteria sarà aperta fino al 30 giugno con il solito orario: feriali: 9-13 - i pomeriggi di martedì, mercoledì e giovedì: 15.30-19.00. 2

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28 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 7 MAGGIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 SYNECDOCHE, NEW YORK REGIA: CHARLIE KAUFMAN (USA, 2008) DURATA: 124ʼ - VOTATO DAI SOCI - OPERA PRIMA SCENEGGIATURA: Charlie Kaufman / FOTOGRAFIA: Frederick Elmes / MONT.: Robert Frazen / MUSICA: John Brion / SCENOGR.: Mark Friedberg / ATTORI: Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson / PROD.: A. Bregman, C. Kaufman, S. Jonze Austin Film Critics Association 2008: premio miglior sceneggiatura / Gotham Awards 2008: premio miglior cast / Independent Spirit Awards 2009: premio miglior lungometraggio e premio Robert Altman / International Cinephile Society Awards 2009: premio miglior produzione / Los Angeles Film Critics Association Awards 2008: premio miglior produzione / Oklahoma Film Critics Circle Awards 2008: premio miglior opera prima siero e parole, tra un radicato e reale sentimento e la sua fittizia proiezione attraverso l’arte. Caden si rende conto della dicotomia dell’uomo tra essere e apparire, tentando di esprimere disperatamente la sua vera natura, quella coscienza della propria tristezza che ha tenuto nascosta nel timore di non essere compreso, accettato, amato. “Ogni cosa è molto più complicata di quanto pensiate. Vedete solo un decimo di ciò che è vero. Ci sono milioni di piccole stringhe attaccate a ogni scelta che fate, (…) e dicono che non c’è destino, ma c’è invece, ed è quello che create”. Il discorso che Caden fa pronunciare al prete durante le prove della scena del funerale è una simbolica ed esemplare manifestazione del suo stato d’animo. In qualche modo ciò che ci accomuna, tragicamente, nelle nostre diversità, è l’inspiegabile e ineffabile sentimento che teniamo nascosto per tutta la vita. Il fatto è che Caden riesca ad esprimere il suo “io” proprio attraverso la rappresentazione teatrale, lascia credere e sperare che esista una via per manifestare la essenza di sé, e cioè l’arte. Ma chi ci dice che la scena teatrale non sia frutto della sua immaginazione? Che sia un’irreale manifestazione interiore del suo desiderio e bisogno di esprimersi nella maniera più sincera? D’altronde, nel finale, si vede come il suo mondo, la sua New York, sia atrocemente destinato a distruggersi. Mentre lui s’aggroviglia sui suoi tormenti, il suo mondo crolla pezzo dopo pezzo, in un climax di follia e caos scandito dalla morte di tutte le persone a cui è vicino, tutte quelle persone che, in qualche modo, sono dentro di lui. (...) La sua New York non esiste più e, forse, non è mai esistita. Allora cos’è che ci trattiene dal poter pensare che anche Caden sia già morto? Che la sua malattia l’abbia annientato uccidendo le sue cellule cerebrali? Che la sua New York sia solo un’apparente proiezione del suo disperato desiderio di lasciar qualcosa al mondo, del suo disperato dare un senso alla vita? Che ciò che abbiamo visto attraverso i suoi occhi non sia infine mai accaduto? Nulla; tutto ciò che Caden vive non è reale. Non esistono tempo, spazio. Niente esiste, eccetto Caden. Al termine del film la sensazione che percepiamo è forte, eppure diversa in ogni spettatore. Il cinema è libertà d’espressione artistica, e perciò anche libertà d’interpretazione. Se il cinema è arte, e l’arte è libertà, allora il cinema stesso diventa stimolo alla riflessione; in questo senso Kaufman ha sempre dimostrato, anche nelle precedenti sceneggiature (ne è un esempio Se mi lasci ti cancello), che il cinema ha una potenzialità artistica altissima. Synecdoche, New York è un progetto in cui l’autore dà sfogo ad ambizioni estreme: una ricerca del significato della vita e della morte nella loro totalità. (Edoardo Puma, da “Segnocinema”, luglio/agosto 2014) Un uomo li vale tutti e tutti lo valgono, dice inseguendo le parole di Sartre e gli Everyman di Roth il regista Cotard, che dal Commesso viaggiatore passa a inscenare in un hangar un giorno della propria vita, completa di illusioni e delusioni, con un sosia, personaggio in cerca di autore. Portando alle estreme conseguenze la poetica felliniana della bella confusione di 8 ½ , Charlie Kaufman, scrittore per Jonze e Gondry, firma un film magnifico in cui confonde i piani temporali e morali raggiungendo un fascino che si rispecchia nell’espressione tumefatta del grande Philip Seymour Hoffman, che morirà davvero dopo aver recitato il testo di Miller. Il film è anche eccessivo ma di esplosiva fantasia intellettuale nel chiedersi chi e come vince nella sfida all’Ok Corral tra vita e finzione. Ma si può organizzare lo spettacolo della propria vita? Il quesito stesso è la forza del film capolavoro che strizza cuore e meningi. (Maurio Porro, da “Corriere della Sera”, 19 giugno 2014) Fin dalle prime scene Synecdoche, New York dà, e vuol dare, l’impressione di un film con intenti profondamente ambiziosi. L’ambizione di Charlie Kaufman corre di pari passo con l’evoluzione del suo personaggio, della sua caotica e dolorosa presa di coscienza sulla morte di ogni individuo, ma soprattutto di se stesso. Kaufman ci proietta in un universo interiore di sentimenti, dove regnano paure, tormenti, speranze, debolezze, amore, rimpianti, sogni, ricordi, attese, delusioni, e dove il tempo si distorce e si perde nei pensieri. A far da sfondo al suo strazio interiore, c’è la consapevolezza che ogni individuo, con la sua banale e piccola esistenza (“non siamo altro che una frazione di una frazione di secondo”), ancor prima di nascere è lanciato verso la morte. Gli orologi che ovunque “lo seguono”, a ricordargli che il tempo scivola via, lo spingono disperatamente a inseguire qualcosa in cui possa mettere tutto se stesso, un’imponente opera teatrale sincera e onesta, senza compromessi, che rappresenti il caos del dolore umano, e riesca a mostrare la vita nella sua realtà “brutale, brutale, brutale!”. È possibile? Fino a che punto può arrivare l’arte? Può essa davvero rappresentare un sentimento così potente, profondo, radicato nell’animo umano? Si può creare una proiezione del nostro mondo, senza che tale mondo sia inevitabilmente destinato a sgretolarsi? L’incomunicabilità tra Caden e il mondo esterno è evidente nei suoi fallimentari rapporti con la psichiatra, distributrice di banalità impacchettate come il suo libro “Stare meglio”, o ancora la giovane attrice protagonista dei suoi spettacoli (Claire), con cui ha una relazione e anche una bambina, a cui comunque non sembra particolarmente affezionato.(...) Da ciò deriva una netta divisione dell’uomo fra “dentro e fuori”; la sua inevitabile condizione di solitudine. L’incomunicabilità fra Caden e ciò che lo circonda rivela la solitudine dell’essere umano e l’insuperabile confine che esiste fra pen- CHARLIE KAUFMAN Nel 1999 scrive il film di successo Essere John Malkovich (Being John Malkovich) diretto da Spike Jonze, il quale riceve tre candidature all’Oscar e vince un BAFTA. Due anni dopo prepara la sceneggiatura di Human Nature, con la regia di Michel Gondry, e nel 2002 torna a lavorare con Spike Jonze per il soggetto di Il ladro di orchidee (Adaptation), conquistando una nuova nomination all’Oscar e vincendo il suo secondo BAFTA. Nello stesso anno sceneggia Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a Dangerous Mind) con George Clooney alla regia. Ritrova il regista Michel Gondry con lo script di Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), che finalmente gli vale l’Oscar 2005 per la “miglior sceneggiatura originale". Kaufman nel 2008 passa dietro la macchina da presa con Synecdoche, New York, di cui è anche sceneggiatore. 3

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29 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 14 MAGGIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 PERFIDIA REGIA: BONIFACIO ANGIUS (ITALIA, 2014) DURATA: 103ʼ SCENEGGIATURA: Bonifacio Angius, Fabio Bonfanti, Maria Accardi / FOTOGRAFIA: Pau Castejón Úbeda / MONTAGGIO: Tommaso Gallone / SCENOGRAFIA: Luca Noce / MUSICA: Carlo Doneddu / ATTORI: S. Deffenu, M. Olivieri, N. Medas, A. Gazale, A. Carboni, D. Montixi / PRODUZIONE: F. P. Montini per Movie Factory e G. Porqueddu, B. Angius per Il Monello Film Locarno International Film Festival 2014: Junior Jury Award di bronzo siasi direzione a parte il bar, dove egli alterna silenzi di dissenso e di autistica protesta ad attimi di attiva condivisione del degrado umano di cui è parte. La sua fragilità si trasforma in inconsapevole violenza, il confine tra bene e male su cui cammina può prendere all’improvviso la peggiore direzione. I suoi primari bisogni di adulto, l’amore su tutti, sbattono sulla sua struttura interna di bambino; la tenerezza che possiede, di cui avverte un disperato bisogno, rimane pericolosamente inespressa e insoddisfatta. La sua salvifica speranza d’amore muore in un’accelerazione ansiosa, selvaggia e infantile: quando incontra una donna forza i tempi, al primo appuntamento chiede alla ragazza di sposarlo, e il sogno naufraga nel silenzio impaurito della giovane. Nelle tasche di Angelo non ci sono pugni, né la vitalità necessaria a ogni ribellione. Regna il vuoto di esperienze costruttive, la sfiducia è diventata nebbia, paralisi, alienazione da reduce di una guerra, invisibile, subìta con effetti devastanti. Il legame col Travis Bickle tassista scorsesiano è dichiarato dal regista, che però propone immagini sue, di un cinema personale che colpisce legando i primi piani ai totali di uno spazio desolato che conosce bene. Il personaggio entra nello spettatore e lo obbliga al pedinamento, alle domande, alla visione di una più generale e triste povertà che ci riguarda e minaccia tutti. Le sporadiche spruzzate di ironia, come le pregevoli evasioni oniriche di Angelo, non stemperano l’angosciosità del film, allacciano semmai alla vita il dolore di un singolo costretto all’implosione, a una confusione che può farsi distruzione e mostruosità. (Edoardo Zaccagnini, da “Cineforum”, gennaio/febbraio 2015) Non fa niente tutto il giorno, Angelo; parafrasando i CCCP, nella sua Sardegna provinciale e paranoica lui non studia, non lavora, non guarda la tv, non va al cinema e non fa sport. Al massimo, infila monetine nella slot machine del bar di periferia dove condivide la noia con una manciata di coetanei. Rasenta la non esistenza, impresa impossibile per il padre Peppino accorgersi di lui, più arduo ancora provare a conoscerlo, a trovargli un lavoro o un interesse. Peppino, vedovo e pensionato, scava nel solco generazionale aggiungendo attivismo a uno spirito attivo, e decide di buttarsi in politica. Il divario insanabile fra un Peter Pan apatico e il genitore è scavalcato da un evento tragico che li costringe a una vicinanza mai esperita prima, vissuta con disagio prima che con dolore, e che sprofonda Angelo in un nuovo tipo di solitudine. Lo sguardo del sassarese Angius è tagliente ed empatico allo stesso tempo; nel vuoto ottuso che attanaglia il suo protagonista c’è il languore di una generazione intera, un calore sorprendente nella descrizione del microcosmo incolore e gelido della provincia. Con un occhio alla messa in scena asettica della nuova onda greca, il regista si aggancia al suo territorio (la Sardegna, ma anche l’Italia tutta) dissezionando una famiglia pervasa di quotidiana, normale follia. E mantenendo il suo registro in un equilibrio straniante fra realismo e grottesco, abbozza il ritratto nero e vitale di un paese. (Ilaria Feole, da “Film Tv”, 26 ottobre 2014) Perfidia è il titolo della canzone che, nella versione di Nat King Cole, Bonifacio Angius era solito ascoltare durante la stesura della sceneggiatura e che poi si è “attaccato” anche al film, unico italiano in concorso a Locarno. Il sentimento della perfidia, però, non riguarda tanto i personaggi, che non ne hanno la forza né la volontà, quanto un ambiente che li spinge ai margini, svuotandoli di senso. In particolare Angelo, trentenne catatonico che non sa e non vuole fare niente nella sua vita, si aggira come un fantasma nella casa del quartiere popolare dove vive da solo con il padre, dopo la morte della madre. Un bar di periferia e i suoi squallidi avventori sono le sue uniche frequentazioni, mentre il padre, che sembra essersi tardivamente accorto di lui, cerca inutilmente di trovargli un lavoro. La vendetta è in agguato ma è un gesto vano, come tentare di liberarsi di un peso che in realtà è dentro di lui. Angius, alla seconda prova dopo il mediometraggio saGràscia, ci offre la visione di uno spento paesaggio naturale e umano, attanagliato dalla crisi economica, irrisolto nella sua identità come Angelo; un’anonima Sardegna fuori dal circuito turistico che assomiglia a tante altre periferie d’Italia. L’affresco è coerente fino a essere quasi maniacale nell’insistenza monotematica con cui il regista ne sottolinea l’assunto, allo stesso modo in cui il protagonista ripete ossessivamente le stesse frasi. (Barbara Corsi, da “Vivilcinema”, novembre/dicembre 2014) Quando, davanti alla bara di Anna, il prete smette di parlare, un padre e un figlio si ritrovano uno di fronte all’altro, orfani della stessa donna, costretti all’improvviso a incontrarsi. Nuotano in quattro mura anonime di periferia, in un acquario claustrofobico di scatoloni di cemento; nell’asfalto piatto di una Sardegna fuori stagione, urbana, senza turisti e senza vele all’orizzonte; sfibrata e agonizzante nella disoccupazione e nei videopoker di un bar, nei bicchieri pieni di vino e di birra delle solitudini che lo riempiono senza poesia, prive del candore di certe povertà. Soffia un cupo dolore sulle loro parole, sui loro volti chiusi al sorriso; invidiano, rivolgono all’altro pensieri e azioni irrispettose, frustrate come i loro sguardi, come i loro modi gelati e violenti di stare in relazione. Un viaggio a Roma è il derby, le prostitute, la discoteca, mentre il mare intorno a quel desertico mondo è gonfio d’inverno, sbatte sulla costa che sembra la Scozia, consentendo al film dell’esordiente nel lungo Bonifacio Angius, fatto di silenzi parlanti e di secche ed efficaci parole, di prendere il largo verso ogni presente ai margini, verso le sofferenze mute di un universo più grande, seriamente nei guai. Angelo è il figlio, Peppino è il padre. Il vecchio ha avuto regole che ha rispettato, si è lasciato campare obbedendo. A modo suo ce l’ha fatta, corazzandosi e cantandosela che la vita è un imbroglio, e per cavarsela bisogna accettarlo. A suo figlio ha dato il minimo, convinto che bastasse: da mangiare, un tetto, forse solo questo. Il risultato lo punisce: Angelo sta male fino all’impotenza e all’immobilità. È forse un concorso di colpa, un insieme di responsabilità; il paesaggio umano intorno a lui non ha sostituito la paterna assenza di fatto, tutt’altro, forse gli è stato ancora più letale. Certo è che la normalità è inaccessibile al ragazzo, la fuga anche, sbarrata è qual4 BONIFACIO ANGIUS Nato a Sassari nel 1982, il regista, sceneggiatore e direttore della fotografia ha frequentato corsi specialistici in Italia e all’estero, tra cui la New York Film Academy e il corso di regia cinematografica presso il “Centro di Studi Cinematografici della Catalogna”. I suoi cortometraggi sono stati presentati e hanno vinto premi in numerosi Festival Internazionali. Nel 2011 realizza saGràscia, film di studio completamente autoprodotto che riceve giudizi lusinghieri da parte di critica e pubblico. Nel 2014 dà alla luce Perfidia, lungometraggio presentato in Concorso Internazionale al 67° Festival del Film di Locarno.

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30 FILM ° GIOVEDÌ, 21 MAGGIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 FORZA MAGGIORE (FORCE MAJEURE) REGIA: RUBEN ÖSTLUND (SVEZIA, 2014) - DURATA: 120ʼ SCENEGG.: Ruben Östlund / FOTOGR.: Fredrik Wenzel / MONT.: Ruben Östlund, Jacob Secher Schulsinger / MUSICA: Ola Fløttum / SONORO: K. Mørk, R. Van Deurs, J. Miller / ATTORI: J. Kuhnke, L. Loven Kongsli, C. Wettergren / PRODUZIONE: Plattform Produktion AB, Parisienne, Coproduction Office ApS, Motlys VINCITORE DI 29 PREMI TRA CUI: Cannes Film Festival 2014: premio della Giuria / Seville European Film Festival 2014: premio per la miglior sceneggiatura e il miglior film / Broadcast Film Critics Association Awards 2015; Chicago Film Critics Association Awards 2014; Dallas-Fort Worth Film Critics Association Awards; Houston Film Critics Society Awards 2014; Oklahoma Film Critics Circle Awards 2014; San Diego Film Critics Society Awards 2014; Southeastern Film Critics Association Awards 2014; St. Louis Film Critics Association, US 2014; Toronto Film Critics Association Awards 2015; Vancouver Film Critics Circle 2015; Washington DC Area Film Critics Association Awards 2014; Austin Film Critics Association 2014: premio per il miglior film di lingua straniera vimento mentre i bambini gli si fanno intorno per un supporto che non è di alcuna utilità. L’evento naturale che sta alla base del film è importante, oltre che per l’effetto cinematografico, anche soprattutto per quello che comporta nelle vite di coloro che vivono questa esperienza. Al posto di un’idilliaca bellezza con le cime e le piste da sci innevati e cieli blu, Östlund fin dall’inizio oppone un’atmosfera di sinistra angoscia con i lontani colpi di canone che spruzzano la neve sulle piste e la squadra di gatti delle nevi che sale sui pendii e così facendo ci mostra la natura artificiale e finta di questo ambiente di “perfetta naturalità”; si aggiungano anche i rumori delle cabinovie accompagnati dalla musica de L’estate di Vivaldi suonata alla fisarmonica con effetto ancora più straniante e minaccioso. (Jonathan Romney, da “Filmcomment.com”, 17/10/2014 - tradotto da R.P.) Tra i film premiati a Cannes nel 2014, Force Majeure è anche uno dei film europei più interessanti degli ultimi tempi. Procede con sicurezza ed è ben calibrato in tutte le sue componenti con sicure e sfaccettate performance nei ruoli principali. Lo stile scelto dal regista Östlund, freddo e distaccato con la camera da presa che segue spesso gli interpreti da dietro con movimenti fluidi e con sguardi dall’alto verso il basso sulle cime delle montagne o negli interni dell’hotel, può richiamare le opere di Michael Haneke, ma possiamo anche definirlo kubrickiano: perché, pur se meno orrorifico e “finale” che non Shining, la cronaca del giudizio a cui è sottoposto il comportamento del coniuge è altrettanto straordinariamente calzante. Il regista ha affermato che il soggetto è nato dal racconto di un disgraziato episodio vissuto da una coppia di suoi amici durante una vacanza in America Latina. Uomini armati, entrati nel ristorante dove stavano consumando il pasto, hanno cominciato a sparare; il marito, anziché difendere la moglie, si è dileguato per nascondersi. La moglie, al rientro in Svezia, non la finiva più di raccontare l’episodio. Colpito dalla vicenda, Östlund ha fatto delle ricerche sulle coppie sopravvissute ad incidenti e disastri ed ha scoperto che molto alta è la percentuale delle separazioni dopo questi avvenimenti. Dal punto di vista drammatico e simbolico è importante rimarcare, comunque, che nel film non si vogliono vagliare due “verità” a confronto, ma si vuole piuttosto constatare cosa accade quando uno dei due coniugi viene meno ai doveri verso la famiglia e non vuole o non può ammettere questa mancanza. Oltre ad essere esempio di un uomo ed una donna che raccontano in maniera diversa lo stesso incidente, quest’opera ci ricorda che Force Majeure è un film che appartiene al tempo successivo a Bergman, il regista che affermava nelle sue opere il “Silenzio di Dio”. Se non c’è un Dio che provoca la valanga (che in qualche maniera sembra “un atto di Dio”), allora gli uomini devono difendersi da sé. (Godfrey Cheshire, da “rogerebert.com”, 24/19/2014 - tradotto da R.P.) (…) ma non si pensi ad un film drammatico, perché con Force Majeure si ride moltissimo. Come in una commedia degli equivoci, infatti, il virus che ha colpito Tomas e Ebba si diffonde rapidamente ad intaccare le certezze dei loro ospiti più giovani, modificandosi per adattarsi alle diverse condizioni della loro coppia ed esacerbare i loro specifici non detti. (…) Una graditissima conferma del talento di Östlund e del suo cinema dell'assurdo sociale, intelligente e rivelatore. (Marianna Cappi, da “Mymovies.it”, novembre 2014) Il regista Östlund, come già nei precedenti film Involuntary del 2008 e Play del 2011, costringe gli spettatori a porsi la domanda di come si sarebbero loro stessi comportati nelle situazioni proposte nei suoi film. (...) Le opere di riferimento restano nel cinema Caché di Michael Haneke e in campo letterario il romanzo La cena di Hermann Koch. Ma ci sono anche momenti di comicità amara in questo film... In altri momenti è l’angoscia a far la padrona, in un registro di tono bergmaniano, come quando il protagonista grida sul paCommedia nera, sarcastica e grottesca suddivisa in sei giornate e sei sciate: Forza maggiore, candidato all’Oscar come miglior film straniero e vincitore del Premio della Giuria al Certain Regard di Cannes 2014, è uno studio antropologico sulla fragilità dell’essere umano in situazioni di pericolo e stress emotivo; un ritratto psicologico sull’intima distanza tra gli individui, sui conflitti implosi che maturano nel tempo sospeso delle ferie, mettendo a nudo finti equilibri e dinamiche coniugali. Narratore spietato di variazioni di segno e di comportamenti come nell’affascinante e geometrico Play, l’autore guida lo spettatore tra rivelatori piani frequenza e dettagli emotivi, tra liti e recriminazioni dentro armonie perdute, con un cinema inquietante che con originalità incontra il disturbante minimalismo dei racconti di Carver, il ritmo del thriller, filmando con stile controllatissimo e rigoroso. (...) Con la pazienza e la scrupolosità di un entomologo che seziona ogni piccolo dettaglio, Östlund indaga sulle ragioni istintive dell’egoismo e dell’abbandono, ricorda la crudeltà spietata di Chabrol e l’osservatorio umano di Bergman con un cinema ambizioso e complesso, capace di scomporre vizi e inganni nelle azioni e nei dialoghi, frantumando ogni dogma alla ricerca della verità, con dialoghi raffinati in una convincente combinazione tra tragedia e dramma costruita con i tempi e i linguaggi del teatro dell’assurdo. Forza maggiore è una riflessione paradossale sui sensi di colpa, sull’abitudine alla fuga, sul terrore dell’inadeguatezza, in cui la percezione alterata del pericolo stravolge e distrugge equilibri e serenità. (...) È un film-rivelazione che rende omaggio alle ossessioni numeriche e al crudo linguaggio provocatorio di von Trier, evidenziando ogni incrinatura e imperfezione nella plasticità dei sorrisi e delle bugie e ragionando sull’impotenza, sulla scomparsa dell’autorità maschile. Forza maggiore è una dolorosa e umoristica parabola esistenziale, costruita con una struttura circolare nella rappresentazione delle certezze perdute, materializzando paure e malesseri. (Domenico Barone, da “Vivilcinema”, marzo/aprile 2015) RUBEN ÖSTLUND Nato a Styrsö nel 1974, il regista svedese ha iniziato la sua attività negli anni ’90 come regista di video sciistici, per poi laurearsi nel 2001 alla scuola di cinema di Göteborg. Assieme al produttore Erik Hemmendorff ha fondato la casa di produzione Plattform Produktion. Nel 2004 ha diretto il suo primo lungometraggio non documentaristico, Gitarrmongot (The Guitar Mongoloid). Il cortometraggio Händelse vid bank (Incident by a Bank) ha vinto l’Orso d’Oro come miglior cortometraggio alla 60ª edizione della Berlinale. Dopo aver diretto altri due lungometraggi De ofrivilliga (Involuntary, 2008) e Play (2011) ha presentato nel 2014 Forza Maggiore, vincitore di numerosi premi. 5

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L’OMAGGIO AD UN MAESTRO DEL CINEMA ADDIO A MANOEL DE OLIVEIRA Cristina Bragaglia M anoel de Oliveira, uno dei pezzi forti della programmazione del Circolo del Cinema, che negli anni ha sempre creduto alla maestria di questo autore raffinato, se nʼè andato a 106 anni, dopo aver attraversato - e interpretato nelle sue opere - non solo il Novecento ma anche i primi tre lustri degli anni 2000. Nato nel 1908 a Oporto (dove è morto il 2 aprile), si era avvicinato al cinema come attore, passando poi dietro la macchina da presa nel 1929 con il corto Douro faina fluvial, primo tassello di una filmografia che lo porterà a diventare uno dei protagonisti della scena cinematografica mondiale. Lo ricordo allʼinizio degli anni Ottanta a Bologna, per una delle prime retrospettive che gli erano dedicate: elegante, discreto, cosmopolita gentiluomo di altri tempi, si muoveva a suo agio nellʼambiente del cinema; si era colpiti dalla sua acuta intelligenza, oltre che dal sincero interesse che portava nei confronti degli altri e dei luoghi in cui si trovava. Catherine Deneuve, una delle sue attrici preferite, lo ha ricordato con questi aggettivi: “era davvero speciale, seducente e autoritario, spesso affascinante”. Difficile rendere conto in poche righe di unʼopera vasta e complessa: si possono però individuare alcune parole chiave e attraverso di esse cercare di cogliere i caratteri essenziali del lavoro del cineasta. tavia troveranno espressione compiuta solo qualche anno dopo. Il gusto della sperimentazione guiderà de Oliveira fino alle sue ultime opere, sia che abbiano al centro dei loro interessi la realtà e la cultura portoghese, sia che rivolgano la loro attenzione allʼEuropa e alla cultura occidentale (vedi la straordinaria parabola di Um filme falado - Un film parlato del 2003). AMORI FRUSTRATI & ADATTAMENTI LETTERARI... ...sono al centro di una tetralogia che inizia con O passado e o presente (Il passato e il presente, 1972) e si chiude con Francisca del 1981. Attraverso questi film (tutti tratti da testi letterari) il regista affronta epoche diverse e studia lʼevoluzione della società portoghese, soffermandosi sullʼepoca romantica (che il regista considera come lʼaltra faccia del realismo). Il primo adatta unʼopera teatrale poco conosciuta pubblicata nel 1964 da Vicente Sanches e dedicata allʼalta borghesia portoghese, di cui Oliveira offre un allegorico e al contempo ironico ritratto, attraverso la storia irreale e grottesca di una donna incapace di apprezzare i suoi compagni finché sono in vita. Anche Benilde ou a Virgem-Mãe del 1975 è tratto da una pièce di José Régio e ne rispetta la struttura drammaturgica confinando lʼazione (mistica ed erotica) in poche camere claustrofobiche di una casa isolata, metafora del Portogallo sotto la dittatura di Salazar. Lʼamore frustrato è quello della protagonista, che, violentata dal cugino durante una crisi di sonnambulismo, sostiene che la gravidanza sia opera divina, trovando così rifugio nellʼopprimente cattolicesimo della famiglia. Amor de perdiçao (1978), versione filmica dellʼomonimo romanzo ottocentesco di Camilo Castelo Branco, narra di un folle amore osteggiato dalle famiglie dei due giovani protagonisti. La tetralogia si chiude nel 1981 con REALISMO & AVANGUARDIA Uomo del suo tempo, de Oliveira negli anni ʼ20 viene a contatto con le avanguardie cinematografiche e il suo esordio come regista lascia trasparire lʼinfluenza delle opere di Walter Ruttman, dove lʼapproccio realistico trasfigura nello sperimentalismo linguistico e nellʼastrazione, rimarcati da un forte senso del ritmo. È una lezione che accompagnerà il regista portoghese per tutta la sua vita, perché il desiderio di sperimentare prenderà sempre il sopravvento, cambiando forma secondo i tempi e facendo proprie le innovazioni di movimenti diversi. Così in Acto da primavera (1964), dedicato alla rappresentazione della passione di Cristo, che si svolge ogni anno nella cittadina di Curalha e che ha origini medievali, Oliveira inserisce la recita degli attori non professionisti nella loro quotidianità, come quando alle immagini di uno degli attori che ara il suo campo si sovrappongono le battute della recita, tratte dal Vangelo. Anche la realtà delle riprese sʼinfila a tratti nel racconto filmico e la macchina da presa si rivolge a sorpresa verso la troupe al lavoro, mentre nel finale a sorpresa il montaggio include inserti con drammatiche immagini da fronti di guerra del passato (la bomba atomica) e del presente (il Vietnam) che illustrano con rara efficacia le parole dellʼacto. Si è parlato di cinema-verità, ma lʼintreccio complesso tra diversi piani di finzioni e di realtà rimanda piuttosto a certe sperimentazioni godardiane che tut6

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Francisca, adattato da Fanny Owen, romanzo storico di Agustina Bessa-Luís, scrittrice che offrirà a Oliveira altre occasioni di trascrizione e sarà al suo fianco come sceneggiatrice. Nel romanzo e nel film rivive la figura di Castelo Branco, al centro di un passionale e impossibile amore assieme al rivale José Augusto. La scrittrice lusitana si ispira allo scrittore ottocentesco, di cui, dalla fine degli anni Settanta, riprende tematiche e tecniche narrative. In questi ultimi due film Oliveira pone lʼaccento sulla dipendenza dal testo letterario, esibendola nei dialoghi e nella lentezza della narrazione. In generale, tuttavia, le opere rifiutano i tradizionali metodi narrativi e muovono, per così dire, dal grado zero di un punto di vista che rifiuta identificazioni psicologiche e che al contrario si serve di lunghe inquadrature e piani fissi per creare una nuova, rarefatta temporalità. Il ciclo degli amori frustrati non si chiude con Francisca: possiamo includervi anche La lettre (La lettera, 1999), anticonvenzionale adattamento del seicentesco La princesse de Clèves di Madame de La Fayette. Vedova e dunque ormai libera, la protagonista rifiuta il matrimonio con lʼuomo che ama e preferisce partire per lʼAfrica, dove lavorerà in una missione. La trasposizione ai giorni nostri di unʼazione ideata quattro secoli prima si rivela coerente e credibile grazie alla rarefazione delle azioni e allʼuso del silenzio, stilemi che ancora una volta tendono allʼastrazione. FONDAZIONE GULBENKIAN & PAULO BRANCO Senza di loro Oliveira non solo non avrebbe conosciuto la notorietà internazionale, ma forse avrebbe dovuto interrompere la sua attività di cineasta. Dopo Aniki-Bobò (1941), Oliveira si vede bloccare progetti e rifiutare finanziamenti dal Fundo do Cinema Nacional, tanto che negli anni Cinquanta e Sessanta riesce a portare a termine solo corti e mediometraggi, con lʼeccezione di Acto da primavera. Nel 1972 trova un nuovo interlocutore nella Fondazione Calouste Gulbenkian, che il petroliere di origine armena aveva istituito negli anni Cinquanta, poco prima della sua morte, lasciando così una colossale fortuna alla sua patria di elezione. La Fondazione iniziò la sua attività nellʼambito cinematografico solo nel 1970, finanziando cineasti innovativi e irriverenti come João Cesar Monteiro, il grande documentarista Antonio Campos e Manoel de Oliveira, ovvero il Novo Cinema portoghese. Da O passado e o presente in poi la Fondazione Gulbenkian sarà al fianco del regista, che le renderà omaggio nel film La lettre, attribuendo a uno dei personaggi la carica di presidente dellʼistituzione e mostrando una delle serate da essa organizzate. Ma la carriera internazionale di Oliveira non sarebbe decollata se nel 1978 non avesse incontrato Paulo Branco che si improvvisò produttore per Amor de perdiçao e sfruttò tutte le relazioni che possedeva in Francia, dove era un affermato distributore di film. Da quella collaborazione, proseguita fino al 2004, iniziò unʼattività essenziale per la realizzazione di film europei innovativi e inconsueti. Il nome di Paulo Branco è diventato sinonimo di artisticità e creatività: lo si è definito “lʼultimo pirata del cinema”, un avventuriero geniale che è riuscito a dare un nuovo volto al cinema dʼautore e a creare una composita comunità, in cui i nomi noti si affiancano a quelli degli esordienti e che immette nuova linfa al cinema europeo, quel cinema che con la morte di Oliveira ha perso una delle sue voci più preziose. FILM PRESENTATI AL CIRCOLO Il passato e il presente 29° anno Francisca I Cannibali 37° anno 43° anno 45° anno La valle del peccato 48° anno 51° anno Party Inquietudine 51° anno 53° anno 56° anno Il quinto impero Specchio magico 59° anno 61° anno 65° anno Viaggio allʼinizio del mondo La folle gloria del comando Il principio dellʼincertezza Singolarità di una ragazza bionda 7

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L’OMAGGIO AD UN MAESTRO DEL TEATRO LUCA RONCONI Magè Avanzini L a sera del 21 febbraio di questo 2015, una complicanza polmonare ci ha portato via Luca Ronconi, uno dei padri innovatori del teatro italiano, amato in tutto il mondo. Nato per caso a Susa in Tunisia lʼ8 marzo 1933, ben presto tornò a Roma con la sola madre, donna forte e maestra di scuola, che gli fece amare la letteratura e il teatro, e il teatro fu la sua passione fin da bambino. Diplomatosi in recitazione, come attore fece il suo esordio sulle scene in Tre quarti di luna, testo giovanile di Luigi Squarzina che ne curò la regia, ma si accorse - raccontava - “di voler fare molto di più”. Gli mancavano tutte quelle cose che avrebbe fatto come regista, iniziando nel 1963 con la compagnia di Corrado Pani e Gianmaria Volonté. Fu però lʼOrlando Furioso di Ariosto, nella versione di Edoardo Sanguineti, presentato al festival di Spoleto nel 1969, in una versione sconvolgente, dinamica, inaspettata, a dargli in un attimo la fama nazionale e internazionale. Era lʼavvio di una carriera immensa che lo avrebbe portato da Roma ai grandi teatri italiani ed europei, per approdare infine a Milano dove nel 1999 fu chiamato a dirigere il “Piccolo”. Il Piccolo Teatro di Milano, fondato nellʼormai lontano 1947 - lo stesso anno della nascita del nostro Circolo del Cinema - da Paolo Grassi, Giorgio Strehler e Ave Ninchi, da subito divenne il polo culturale cittadino ed europeo tanto che dal 1991, quando ancora alla guida aveva Giorgio Strehler, è anche “Teatro dʼEuropa”. Magiche e indimenticabili furono le regie di Strehler, ma immaginifiche e rivoluzionarie furono e sono quelle di Ronconi che ha sperimentato ogni possibile articolazione del dramma moderno: con lui gli attori iniziano a recitare in contemporanea in spazi diversi spostandosi su carrelli scenici ed enormi oggetti in movimento, scardinando i linguaggi della scena. Se il cinema è erede del teatro come incarnazione di una “arte totale” nellʼutilizzo di linguaggi diversi, si capisce perché cinema e teatro si guardano, si studiano, si amano e perché tanti registi teatrali si sono cimentati con il cinema. Lo stesso Ronconi nel 1974 curò la trasposizione cinematografica dellʼOrlando con interpreti del calibro di Mariangela Melato e Massimo Foschi. (Con piacere ricordiamo che anche unʼaltra personalità di grande spicco nel panorama del teatro italiano, il nostro illustre concittadino e caro amico Gianfranco De Bosio ha diretto nel 1963 il bellissimo film Il Terrorista.) Così possiamo capire come il nostro Circolo abbia amato il teatro e sia sempre stato in collegamento con il coevo Piccolo di Milano. Accompagnati dal Circolo, noi soci abbiamo assistito a straordinari spettacoli di entrambi questi maestri. Ma soffermandomi su Ronconi, tutti noi abbiamo visivamente toccato la sua vocazione sperimentale, la sua voglia di lavorare su terreni inesplorati. Ricordiamo Quel che sapeva Maisie di Henry James con una Melato ringiovanita a sei anni; Lolita per cui il testo letterario di Nabokov è stato arditamente adattato al teatro; Infinities tratto da un testo scientifico del cosmologo John David Barrow. Una cosa incredibile: in una fabbrica in disuso, ci si muoveva come in un labirinto per vedere cinque spettacoli in contemporanea organizzati secondo una logica matematica. Ronconi è stato anche un grande regista lirico. Riccardo Muti lo ricorda come il regista che ha rivoluzionato il modo dʼintendere il teatro dʼopera. Noi veronesi abbiamo avuto il privilegio di assistere al suo debutto nella lirica quando, nel 1970, giovane esordiente, ha curato la regia di Carmen di Bizet allʼArena di Verona, quando era sovrintendente Gianfranco De Bosio e lʼEnte lirico tentava di rinnovare le tradizionali rappresentazioni. Certamente sentiremo la mancanza di Ronconi, il giovane ottantaduenne che già pensava a un nuovo spettacolo dopo lʼultimo successo, Lhemanʼs Trilogy di Stefano Massini. Uomo schivo, brusco da giovane, ieratico da vecchio, poco disposto a farsi conoscere, ha detto di sé : “Forse non mi conosco nemmeno io. Forse sto cercando un luogo o una persona che sappiano dirmi la verità su di me”. Ma le sue opere parlano per lui, della sua genialità e ricchezza umana. 8

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I GIOVANI COL CIRCOLO DISCESA UNDERGROUN D TRA FILM E AUTORI CHE STANNO CAMBIANDO IL VOLTO NASCOSTO DI UNA CINEMATO GRAFIA Eleonora Gasparotto, 21 anni INTRODUZIONE In un mondo dove il cinema italiano ci appare come qualcosa di nuovo, tra premi e riscontri al botteghino, si nasconde in realtà, in un fiorente sottobosco di film e autori, un cinema made in Italy che sembra aver più successo all'estero che in terra natia. Parliamo dunque del cinema underground italiano ricco di film di genere che si fiondano in progetti di diverse sfumature, a volte indipendenti a volte con piccole case di produzione coraggiose alle spalle, dal sapore genuino, prodotti caratterizzati da storie e stili sempre più personali diretti a una vasta fetta di pubblico. LA DISTRIBUZIONE: LO SCOGLIO PIU' DIFFICILE Film di respiro internazionale che però soffocano in Italia a causa del monopolio della distribuzione. Se oggi grazie alla tecnologia è più facile produrre un film con un basso budget, il vero scoglio diventa la sala cinematografica, nella quale si riesce a trovare forse uno spazio breve e ristretto. Vero è che i nuovi canali d'informazione scansano questo ostacolo: i social network così come le piattaforme internet danno la possibilità di conoscere questa ondata di film, ma non è abbastanza. La questione che si solleva è: come mai questo mondo sconosciuto ma valido non riesce mai a subentrare in quello più conosciuto non sempre valido? Possibile che la critica così come le società e le maestranze non sappiano di questi prodotti? Eppure molti di questi film vengono premiati nei festival di tutto il mondo, escono nelle sale estere e alcune volte hanno nel cast persino famosi attori stranieri. IL “TRIENNIO DELLA FENICE” Questi ultimi anni si potrebbero definire il “triennio della fenice”, in quanto il cinema italiano sembra aver dato cenni di rinascita. Da una parte il “cinema ufficiale” più aperto a confrontarsi con l'estero, dall'altra il “cinema dei poveri” che sta cercando di affermarsi anche nei meandri del grande mercato nazionale con alcune pellicole di genere. Tipologia di film che in questi ultimi decenni ha fatto fatica a concretizzarsi, a parte sporadici episodi come Nirvana di Gabriele Salvatores. In effetti è da quando si è concluso il periodo del boom cinematografico italiano, iniziato negli anni ʼ60, che sempre di meno si sono voluti affrontare i diversi generi cinematografici, tornando continuamente sul film drammatico o sulla commedia. Negli ultimi anni però è avvenuta una scossa positiva con piccoli grandi film. Il caso che più incarna forse questa speranza è quello di John Real, vincitore all'età di soli 22 anni di tre Globi d'oro nel 2011 con Native; è stato definito il regista più giovane d'Europa riconosciuto con tre premi internazionali. Nel 2013 ha distribuito con un ottimo riscontro da parte della critica il thriller Midway, presente tra i sette film candidabili alla sezione italiana per il miglior film in lingua straniera agli Oscar 2014. NON SOLO AUTORI, IL CINEMA È FATTO DI MAESTRANZE Da non dimenticare naturalmente l'importanza che hanno le varie maestranze all'interno di questi film. I registi sono punti di riferimento, ma occorrono molte più mani per realizzare unʼopera cinematografica. In particolare andrebbero ricordati Andrea Cavalletto, costumista che più volte ha lavorato con i registi horror italiani, il make-up artist ed effettista Carlo Diamantini, lo scenografo ed effettista Roberto Papi, Alexander Cimini autore di colonne sonore, Paco Ferrari e Daniele Trani come direttori della fotografia, lʼeffettista Luigi D'Andrea che ha lavorato anche per i film di Garrone e molti altri ancora. Un grande plauso va a Distribuzione Indipendente, società che spesso prende con sé film appartenenti a questo cinema italiano underground. Un cinema, il nostro, che può tornare a splendere come un tempo, ma bisogna diversificare il prodotto. Come? Lasciando più spazi a questo tipo di cinema, dimostrando così al pubblico che non serve guardare solo ai prodotti statunitensi per vedersi un buon film di genere e che in Italia, per davvero, non si fa solo commedia. 9 IL CINEMA ITALIANO CHE NON CONOSCEVI Il regista Giovanni Marzagalli, in arte John Real

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ATTUALITÀ MOSTRA “CIRCO E CINEMA SI RACCONTANO” Arianna Pianesi L ’idea di allestire una mostra sul rapporto tra circo e cinema è nata per dimostrare come queste due forme spettacolari, se pur molto differenti tra loro, abbiano invece molte affinità storiche e culturali. Quando si pensa a circo e cinema viene naturale pensare alle pellicole degli anni ’50 e ‘70 che trassero diretta ispirazione dal mondo della pista. In realtà la relazione tra circo e cinema è molto più longeva se si considera che i primi film-cortometraggi risalgono al 1908. È solo però a partire dal 1920 che film di reale valore vengono consacrati al circo; anche se la maggior parte sono adattamenti di drammi o romanzi di successo. Il circo e le sue atmosfere in realtà non avevano mai profondamente segnato il cinema ita- liano; ad eccezione di Federico Fellini, raramente si trovano infatti opere significative così come lo furono nel cinema straniero il Circo di Chaplin o il kolossal Il più grande spettacolo del mondo di Cecil. B. de Mille. Proprio da quest’ultimo, Mario Mattoli nel 1953 prese ispirazione per il film-parodia Il più comico spettacolo del mondo con Totò. Il rapporto tra cinema e circo si può ricondurre alla prima metà del XIX secolo nell’ambito dei primi esperimenti ottici: Diorami, Poliorami, Panorami, Mondo Niovo e Lanterne Magiche avevano, proprio come le attrazioni di natura circense con cui condividevano piazze, teatri e baracconi, l’obiettivo di meravigliare il pubblico. Pertanto il circo e il cinema, nelle sue prime sperimentazioni, condivisero per tutto l’Ottocento un percorso comune, intesi come spettacoli popolari itineranti. Nell’Ottocento non era insolito trovare compagnie acrobatiche o equestri, che alternavano all’interno di programmi visioni ottiche ad esibizioni ginnastiche ed illusionistiche, o casotti ambulanti, che, come ricorda una cronaca del 21 luglio 1874 apparsa sull’Adige, esponevano in Piazza Pallone un grande panorama ed una donna gigante. La nascita della cinematografia, infatti, non è altro che l’evoluzione degli esperimenti fotografici e ottici della seconda metà del XIX secolo. Émile Reynaud si servì per il suo Prassinoscopio di pellicole che si ispiravano al Cirque Molier o alle riprese dei due famosi clown Footit e Chocolat. Il circo, dunque, rappresenta una costante nell’immaginario cinematografico sin dal suo apparire. La prima citazione del cinema a Verona risale alla fine del XIX secolo, un articolo apparso sull’Arena del 30 settembre 1896 ricorda che per la prima volta al Teatro Ristori, di fronte ad un pubblico straripante affascinato e stupito venne presentato il cinematografo Lumière. Agli inizi era stato il mondo delle giostre e delle compagnie girovaghe a portare nelle piazze e nei teatri questo tipo di spettacolo, successivamente fu la volta del circo. Nacquero così i casotti del cinema nelle fiere; i cosiddetti cinema ambulanti, con facciate multicolore, decorazioni chiassose e imbonimento con organetti all’esterno per richiamare pubblico. L’imbonitore poi declamava le proiezioni: piccoli spezzoni della durata di alcuni minuti all’inizio, per arrivare poi alle comiche e ai drammoni strappalacrime. Una delle famiglie che più aveva creduto nel cinema, fu quella degli Zamperla, la quale geograficamente si può collocare come area di attività, fin dalle origini circensi della famiglia, in Veneto. Attualmente è operante nel mondo delle giostre. 10

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Da allora il cinema ha impregnato la nostra vita facendo passi da gigante soprattutto sotto il profilo tecnico, ma è opportuno evidenziare come l’Arte circense, seppure molto differente da quella cinematografica, abbia invece con essa molte affinità storiche e culturali nella duplice direzione “utilizzo” (inteso come repertorio artistico) e “ambientazione” (inteso come sfondo o ambientazione di vicende). È fondamentale però ricordare che anche celebri circensi si prestarono come attori, a partire dall’italiano Ferdinand Guillaume in arte Polydor (attivo in quasi trecento pellicole tra il 1910 al 1961 lavorando anche con Federico Fellini), a Larry Semon, conosciuto in Italia come Ridolini che nel periodo del cinema muto rivaleg- giava alla pari con Charlie Chaplin, Stanlio & Ollio, Harold Loyd e Buster Keaton; così come Max Linder, il clown svizzero Grock (Charles Adrien Wettach), in merito al quale un articolo apparso sull’Arena del 5 aprile 1931 scrive: “è stato visionato da un gruppo di personalità del cinematografo e di critici il film che il famoso clown Grock ha creato, si può dire interamente dal soggetto alla interpretazione. Il successo è stato vivissimo e qualcuno afferma che questo esperimento del famoso clown italo-tedesco metterà tra le file dei divi dello schermo un nuovo astro del quale molto avrà a temere Charlot”. Ancora il clown russo Popov, i Fratellini, il clown Fumagalli e molti altri con Federico Fellini nel film I Clowns e poi tanti ar- tisti di famiglie celebri come quelle dei Togni, Yarz e Orfei. La mostra si articola tra la vetrina, la Galleria Rossa e la Protomoteca, proponendo un viaggio attraverso manifesti, fotografie, costumi e oggettistica, partendo dalle testimonianze pre-cinematografiche, per arrivare alle principali produzioni cinematografiche degli anni ’70. L’evento è stato pensato in occasione dell’annuale celebrazione del World Circus Day, fissando per sabato 18 aprile 2015 il sesto anniversario. La manifestazione, inaugurata nel 2010, per iniziativa della Fédération Mondiale du Cirque e con il patrocinio della Principessa Stephanie di Monaco, nasce con l’obiettivo di sensibilizzare sul ruolo culturale e sociale del circo. Per la realizzazione dell’evento, il CEDAC ha voluto coinvolgere enti del territorio, come il locale Museo del Cinema–Collezione Gian Maria Buffatti di S. Pietro in Cariano (Verona), il Museo del Precinema – Collezione Minici Zotti di Padova, il Circolo del Cinema e il Verona Film Festival, e privati, come la famiglia di Enis Togni, che ha prestato materiale fotografico e di scena, come i costumi della prestigiosa atelier francese Vicaire e la ditta Zamperla Spa di Altavilla Vicentina, attualmente operante nel mondo delle giostre ma con un importante passato nel mondo dello spettacolo viaggiante del circo e del cinematografo. Nella Mostra è esposto il proiettore Fumeo 16mm, che il Circolo del Cinema ha recentemente donato al Museo “CineMagia dell’Immagine” di San Pietro in Cariano. 11

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FESTIVAL GARRONE MORETTI SORRENTINO IN GARA A CANNES Lorenzo Reggiani I l Festival di Cannes questʼanno parla italiano: non accadeva da ventʼanni che tre film italiani corressero per la Palma dʼoro. Nella selezione ufficiale della 68° edizione, dedicata al cinema dei fratelli Lumière, in programma dal 13 al 24 maggio, figurano infatti Mia madre di Nanni Moretti, Youth-La giovinezza di Paolo Sorrentino, Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Tutti e tre i registi italiani in gara hanno già trionfato sulla Croisette: Moretti nel 2001 e Garrone nel 2008 conquistarono la Palma dʼoro, rispettivamente per La stanza del figlio e Gomorra. Sorrentino, sempre nel 2008, si aggiudicò il premio della giuria per Il Divo. Il Festival inoltre festeggia le donne. Per la prima volta nella sua storia una donna regista aprirà la kermesse. La Tête Haute della francese Emmanuelle Bercot sarà il film di apertura. Quanto agli altri, Il manifesto ufficiale del Festival di Cannes con l’immagine di Ingrid Bergman in sede di presentazione ufficiale ne sono stati annunciati 16,0 ma alla fine saranno 20. “Questʼanno abbiamo ricevuto 1.854 pellicole, sono sempre di più” esultano gli organizzatori assicurando che la partecipazione al Festival di Cannes è aperta a tutti e che tutti i film giunti in segreteria vengono visionati “almeno una volta”. Lʼedizione 68 cala un poker di film francesi in gara: Jacques Audiard con Dheephan, Stéphane Brizé con La loi du Marché, a cui si aggiungono due registe donne: Valérie Donzelli con Marguerite et Julien e Maïwenn con Mon Roi. Ottima la selezione orientale con Jia, Kore-eda e soprattutto lʼattesissimo The Assassin di Hou Hsiao Hsien. I due titoli americani in gara sono da leccarsi i baffi: Gus Van Sant che torna in concorso dopo 8 anni con The Sea of Trees e Carol con Cate Blanchett, atteso ritorno di Todd Haynes. Ritorna anche Woody Allen, che però si è rifiutato di partecipare alla gara ufficiale e sarà presente fuori concorso con il suo ultimo Irrational Man. Ma attenzione alle sorprese che possono venire dal Macbeth con Cotillard e Fassbender; dallʼopera prima ungherese Saul Fia di Nemes; da Joachim Trier e soprattutto da The Lobster di Yorgos Lanthimos, il “padre” della New Wave greca, uno degli autori più curiosi del panorama contemporaneo. Tra le “Sèances speciales” anche lʼattrice Nathalie Portman, al suo esordio cinematografico con Sipur Al Ahava Ve Choshech, una storia di amore e di tenebra dal romanzo di Amos Oz. Nella sezione “Un Certain Regard”, la cui giuria è presieduta da Isabella Rossellini, qualche nome da tenere dʼocchio: assolutamente Minervini, Kiyoshi Kurosawa, il croato Matanic e i due rumeni, rappresentanti di una delle cinematografie europee più belle e forti di oggi. 12

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L’INCONTRO LA TRILOGIA DI KIAROSTAMI SULLA COPPIA Roberto Pecci na fortunata serie di congiunzioni astrali erano del resto i giorni dell’eclisse di sole e dell’equinozio di primavera - ha convogliato alla Gran Guardia di Verona per una master-class di tre giorni il regista iraniano Abbas Kiarostami. Conosciuto ed apprezzato nel mondo come uno dei massimi autori cinematografici viventi, è legato anche al Circolo del Cinema che negli anni è riuscito a programmare molte delle sue opere fin dal tempo di Dov’è la casa del mio amico?, il film che lo ha reso famoso, anche se non il suo esordio. La conoscenza da lunga data con l’architetto iraniano, ma da molti anni presente a Verona, Abbas Gharib fondatore ed anima dell’Associazione Ten Star Community, che ha assegnato un premio al maestro per l’insieme della sua opera, è stato il legame che ha portato a Verona Kiarostami nonostante la perdita della madre (112 anni!) nei giorni immediatamente precedenti il suo arrivo. Interessato fin dalla giovinezza al mondo dell’immagine, opera come disegnatore grafico e come fotografo per poi affacciarsi sulla trentina al mondo del cinema con film che risentono del neorealismo italiano, spesso ispirati al mondo dei bambini. Fare un elenco dei film che ha concepito e girato in questi trent’anni di attività, spesso vincitori nei più grandi festival cinematografici nel mondo, appare pleonastico e ci concentreremo sui film che ha portato a Verona per studiarli con gli iscritti alla Master-class, che costituiscono quella che lui stesso riconosce come una trilogia che indaga i problemi di coppia. In Sotto gli ulivi del 1994 c’è anche uno studio di come la realtà della vita quotidiana influenzi e si leghi al mondo della finzione cinematografica, altro asse portante dell’opera di Kiarostami. Studio sempre condotto in maniera leggera e poetica senza interventi artificiosi. Gli altri due film proposti a Verona sono gli ultimi della sua filmografia. In Copia Conforme del 2010 l’incontro tra uno scrittore inglese ed una gallerista francese avviene tra Cortona e Lucignano, incantati borghi della provincia di Arezzo. Kiarostami esce dai confini del suo Iran dove è sempre rimasto anche con i cambiamenti politici che si sono succeduti nel tempo. A chi quasi gli rinfacciava questo abbandono dei temi più legati agli accadimenti della sua terra, l’Autore risponde che U i problemi di queste ultime opere hanno una portata universale ovunque siano declinati. Il confronto tra originale e la “copia” prosegue anche in questo film affidato alla interpretazione di Juliette Binoche e dell’attore inglese William Shimmel, già cantante baritono di fama nel mondo del melodramma e dell’opera musicale che Kiarostami aveva conosciuto durante una sua esperienza come regista d’opera. Shimmel ha accompagnato Kiarostami nella tre giorni veronese, rivelandosi persona di grande affabilità e disponibilità non disgiunte da una cortese e simpatica professionalità che lo ha portato ad intonare alcune canzoni popolari inglesi la sera della lectio magistralis nelle sale della Gran Guardia con godimento dei presenti. Il terzo film presentato in questi incontri è stato infine Qualcuno da amare del 2012, una incursione nella realtà del Giappone odierno, che il Circolo del Cinema ha presentato la scorsa stagione. Il corto Le strade, con immagini quasi fotografiche accompagnate da un commento narrativo-poetico del regista offerto agli spettatori presenti alla Gran Guardia, ci permette di concludere affacciandoci ad un altro aspetto di questa così ricca personalità d’artista: anche la poesia è stata infatti affrontata da Kiarostami con grande efficacia, come dimostra la silloge Un lupo in agguato pubblicata da Einaudi. 13

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LE NEWS IL PRIMO APPUNTAMENTO DEL 69° ANNO SOCIALE LʼAssemblea Generale Ordinaria dei Soci che, a norma di Statuto, aprirà il 69° anno sociale 2014-2015, si svolgerà LUNEDÌ 6 LUGLIO 2015. La lettera di convocazione dellʼAssemblea, con lʼindicazione del luogo ove si terrà lʼincontro, sarà inviata a tutti i Soci Ordinari, secondo le disposizioni statutarie. IL CONSUNTIVO DEL 68° ANNO SOCIALE Ecco un breve riepilogo delle iniziative del 68° anno: ★ la presentazione, nel corso di 30 giornate, di 30 lungometraggi, dei quali 24 in prima visione per Verona; ★ dibattito in sala con il regista Gianni Di Capua in occasione del film Richard Wagner. Diario veneziano della ★ ★ ★ ★ sinfonia ritrovata e con il distributore Paolo Minuto di Cineclub Internazionale per il film Chocó; la redazione e lʼinvio a domicilio dei Soci di 8 numeri del periodico “Filmese - Schermi dʼautore”; la prosecuzione del lavoro di riordino e di catalogazione dei materiali della Biblioteca-Archivio del Circolo, con lʼacquisto di nuovi libri, riviste, ecc. lʼutilizzo gratuito della videoteca del Circolo, riservato ai Soci; le Convenzioni con la Fondazione Arena di Verona, il Grande Teatro e lʼAssociazione IDEM. I FILM PRESENTATI NELLA 68a STAGIONE 2014-2015 1) La nostra terra di Giulio Manfredonia, Italia 2014 - prima visione 16) Sils Maria di Olivier Assayas, Francia 2014 - prima visione 2) Quel che sapeva Maisie di Scott McGehee, David Siegel, USA 2014 - prima visione 3) La ricostruzione di Juan Taratuto, Argentina 2013 - prima visione 4) Gabrielle - Un amore fuori dal coro di Louise Archambault, Canada 2013 - prima visione 5) Mud di Jeff Nichols, USA 2012 - prima visione 6) Pelo Malo di Mariana Rondón, Venezuela 2013 - versione originale con sottotitoli - prima visione 17) Viviane di Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz, Francia/Isreaele/Germania 2014 - prima visione 18) Father and Son di Kore-Eda Hirokazu, Giappone 2013 - votato dai Soci 19) Frank di Lenny Abrahamson, Irlanda/UK 2014 - prima visione 20) La foresta di ghiaccio di Claudio Noce, Italia 2014 - prima visione 21) Melbourne di Nima Javidi, Iran 2014 - prima visione 7) Richard Wagner - Diario veneziano della sinfonia ritrovata di Gianni di Capua, Italia 2013 - prima visione - Incontro-dibattito con il Regista 8) Words and Pictures di Fred Schepisi, USA 2013 - prima visione 9) Take Five di Guido Lombardi, Italia 2013 - prima visione 10) Party Girl di M. Amachoukeli-Barsacq, C. Burger, Samuel Theis, Francia 2014 - prima visione 11) Piccola Patria di Alessandro Rossetto, Italia 2013 - votato dai Soci 22) La ragazza del dipinto di Amma Asante, UK 2013 - votato dai Soci 23) Lʼarte della felicità di Alessandro Rak, Italia 2013 - prima visione 24) La sapienza di Eugène Green, Francia/Italia 2014 - prima visione 25) Timbuktu di Abderrahmane Sissako, Francia/Mauritania 2014 - prima visione 26) Mateo di María Gamboa, Columbia/Francia 2014 - versione originale con sottotitoli - prima visione 12) Piccole crepe, grossi guai di Pierre Salvadori, Francia 2014 - prima visione 13) La moglie del cuoco di Anne Le Ny, Francia 2014 14) Class Enemy di Rok Bicek, Slovenia 2013 15) Chocó di Jhonny Hendrix, Columbia 2012 - versione originale con sottotitoli - prima visione - Incontro-dibattito con il Distributore 14 27) Cloro di Lamberto Sanfelice, Italia 2015 - prima visione 28) Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, USA 2008 - votato dai Soci 29) Perfidia di Bonifacio Angius, Italia 2014 - prima visione 30) Forza Maggiore di Ruben Östlund, Svezia 2014 - prima visione

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INDICE 2014-2015 DI FILMESE Il numero che precede la barra indica il numero di uscita; i seguenti indicano le pagine dove compaiono i singoli argomenti. I FILM (il simbolo ✰ indica premi o riconoscimenti segnalati) ARTE DELLA FELICITÀ, L’ ✰ 6/6 CLASS ENEMY ✰ 3-4/11 CLORO ✰ 7/7 FATHER AND SON ✰ 5/14 FORESTA DI GHIACCIO, LA 6/3 FORZA MAGGIORE ✰ 8/5 FRANK ✰ 5/15 GABRIELLE - UN AMORE FUORI DAL CORO 1/13 MATEO ✰ 7/6 MELBOURNE ✰ 6/4 MOGLIE DEL CUOCO, LA 3-4/10 MUD ✰ 2/6 NOSTRA TERRA, LA 1/10 PARTY GIRL ✰ 3-4/7 PELO MALO ✰ 2/7 PERFIDIA ✰ 8/4 PICCOLA PATRIA ✰ 5/11 PICCOLE CREPE, GROSSI GUAI 3-4/9 QUEL CHE SAPEVA MAISIE 1/4 RAGAZZA DEL DIPINTO, LA ✰ 6/5 RICHARD WAGNER, DIARIO VENEZIANO DELLA SINFONIA RITROVATA 2/8 RICOSTRUZIONE, LA 1/12 SAPIENZA, LA ✰ 7/3 SILS MARIA ✰ 5/12 SYNECDOCHE, NEW YORK ✰ 8/3 TAKE FIVE 3-4/6 TIMBUKTU ✰ 7/5 VIVIANE ✰ 5/13 WORDS AND PICTURES 2/9 “Il Superstite”, non proiettato, è recensito nel n. 3-4, pag. 8 Manfredonia, Giulio ■ 1/10; 3-4/14 McGehee, Scott ■ 1/11; 3-4/14 Nichols, Jeff ■ 2/6; 3/4-14 Noce, Claudio ■ 6/3 Östlund, Ruben ■ 8/5 Rak, Alessandro ■ 6/6 Rondón, Mariana ■ 2/7; 3-4/14 Rossetto, Alessandro ■ 5/11 Salvadori, Pierre ■ 3-4/9-14 Sanfelice, Lamberto ■ 7/7 Schepisi, Fred ■ 2/9-14 Siegel, David ■ 1/11; 3-4/14 Sissako, Abderrahmane ■ 7/5 Taratuto, Juan ■ 1/12; 3-4/14 Theis, Samuel ■ 3-4/7-14 Per le note sul regista de “Il Superstite”, Paul Wright, Filmese n. 3-4, pag. 14 ATTUALITÀ E INCONTRI IL DIALOGO NEL DOPPIAGGIO di Roberto Pancaldi 1/15 80 ANNI DI BRIGITTE BARDOT di Lorenzo Reggiani 2/14 DI CAPUA E LA SUA ULTIMA “CREATURA” di Anna Pasti 6/7 PAOLO MINUTO OSPITE D’ECCEZIONE PER CHOCÓ di Roberto Pecci 6/8 MOSTRA “CIRCO E CINEMA SI RACCONTANO” di Arianna Pianesi 8/9 LA TRILOGIA DI KIAROSTAMI SULLA COPPIA di Roberto Pecci 8/12 FESTIVAL CANNES 2014 e 2015 di Lorenzo Reggiani 1/6; 8/11 PESARO 2014 di Roberto Pecci 1/7 LOCARNO 2014 di Roberto Bechis 1/8 VENEZIA 2014 di Lorenzo Reggiani 2/10-11 ROMA 2014 di Lorenzo Reggiani 3-4/13 TORINO 2014 di Annalisa Tantini 6/9 IL SUNDANCE 2015 di Roberto Pecci 6/10 BERLINO 2015 di Lorenzo Reggiani 6/10 BERGAMO FILM MEETING 2015 di Roberto Pecci 7/14 I REGISTI (Il simbolo ★ segnala interviste o dichiarazioni dei cineasti; il simbolo ■ segnala le note bio-filmografiche) Abrahamson, Lenny ■ 5/15 Amachoukeli-Barsacq, Marie ■ 3-4/7-14 Angius, Bonifacio ■ 8/4 Archambault, Louise ■ 1/13; 3-4/14 Asante, Amma ■ 6/5 Assayas, Olivier ■ 5/12 Bicek, Rok ■ 3-4/11-14 Burger, Claire ■ 3-4/7-14 Di Capua, Gianni ■ 2/8; 3-4/14 Elikabetz, Ronit e Shlomi ■ 5/13 Gamboa, María ■ 7/6 Green, Eugène ★ ■ 7/3-4 Hendrix Jhonny ■ 3-4/12 Hirokazu, Kore-Eda ■ 5/14 Javidi, Nima ■ 6/4 Kaufman, Charlie ■ 8/3 Le Ny, Anne ■ 3-4/10-14 Lombardi, Guido ■ 3-4/6-14 I GIOVANI CON IL CIRCOLO PRESENTAZIONE di Elia Boninsegna 1/5; 2/4 MARGHERA, DALLA LAGUNA VENEZIANA AI FESTIVAL EUROPEI... di Eleonora Gasparotto 2/4-5 LA VIDEOTECA: INTERVISTA A LOREDANA TURRINI E VANNIO CALABRESE di Elia, Ivan e Chiara Boninsegna 3-4/4-5 L’UNDERGROUND ITALO-BERLINESE RIFÀ IL VERSO A LARS VON TRIER di Susanna Morgante 6/11-12 VIVERE ALL’ESTERO... NON È FACILE di Saretta Rosa 6/12 NYMPHOMANIAC 1-2 di Davide Gabella 6/13 PRONTI, PARTENZA ….. E CIAK! di Anna Vallicella 7/11 IL CINEMA ITALIANO CHE NON CONOSCEVI di Eleonora Gasparotto 8/7 15

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