N° 7 - Filmese Aprile 2015

 

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Notiziario mensile "FILMESE - SCHERMI D'AUTORE"

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo APRILE 2015 SOMMARIO • • • • • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI APRILE RITRATTI I GIOVANI COL CIRCOLO ARCHIVIO ESPERIENZE FESTIVAL VITA ASSOCIATIVA NEWS DEL CIRCOLO FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona 7 IL PUNTO FILM DA FESTIVAL Ci sono film che si usano definire “film da festival”, quasi in contrapposizione a quelli “per tutti”. I primi vengono infatti presentati nell’ambito delle kermesse cinematografiche, dove sono in concorso e quindi possono vincere dei premi ma dove soprattutto vengono visti da un pubblico particolare, “festivaliero”, composto da giurati, critici, giornalisti, addetti ai lavori, ma anche da spettatori comuni che si procurano i biglietti e che, perciò stesso, diventano spettatori da festival, ben consapevoli dell’opera che si trovano sullo schermo. Tutto l’altro pubblico, la maggioranza, che affolla le sale, può vedere o meno i film dei festival, perché non sempre questi trovano una distribuzione, non essendo in alcuni casi giudicati appunto film “per tutti”, cioè in possesso dei numeri per farsi apprezzare da chi non ha particolari conoscenze cinematografiche, non è un cinefilo, ma vuole solo passare un paio d’ore divertendosi e, perché no, riflettendo. In realtà “film da festival” non è per forza sinonimo di film noiosi, difficili, incomprensibili, pur rivolgendosi a spettatori che cercano sorpresa, originalità e anche stranezza. Sono pellicole che vanno viste, magari al di fuori dei circuiti commerciali e del mercato. E che rientrano a volte nella programmazione del nostro Circolo. È il caso, ad esempio, di Timbuktu del regista mauritano Sissako, in calendario questo mese. Presentato al Festival di Cannes dell’anno scorso, ha ottenuto un vivo successo aggiudicandosi il premio Chalais e quello della Giuria Ecumenica, e poi al Chicago International Film Festival ha vinto il premio per la miglior regia. Ed ulteriori riconoscimenti ha collezionato in altre rassegne internazionali (tra cui ben sette César, gli Oscar francesi). Fino ad entrare nella cinquina in corsa per l’Oscar come miglior film straniero. Un classico “film da festival”? Sì e no: semplicemente un film da vedere. Ma a voler prendere solo il palmarès di Cannes e di Venezia degli ultimi anni, è una teoria di film d’autore che in pochi possono dire d’aver visto. Basta questo a sostenere che le giurie dei grandi festival sbagliano premi? Ha sbagliato Venezia a non premiare Birdman di Iñárritu, che poi all’Oscar ha trionfato con 4 statuette “pesanti”? Ha sbagliato Cannes a dare la Palma d’oro a Winter Sleep, tre ore e un quarto di dialoghi ossessivi immersi nel silenzio e nella neve dell’Anatolia? Il giudizio al pubblico normale che ha potuto vederli entrambi. Al di là dei festival, comunque, «meglio del cinema non c’è che la vita», come pensava Roger Ebert, grande critico del “Chicago Sun Times” scomparso nel 2013, oggi rievocato nel film Life Itself. E Stefano Reggiani, indimenticato critico de “La Stampa” mancato nel 1989, scriveva che «il cinema e la vita si somigliano in questo: che tutto il meglio è subito finito e l’unica dolcezza è il ricordo». Lorenzo Reggiani ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA.

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PROGRAMMA DI APRILE 2015 ➁➃ GIOVEDÌ 2 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 LA SAPIENZA di Eugène Green Italia/Francia, 2014 - durata: 1h 45’ Vincitore del Seville European Film Festival 2014 ➁➄ GIOVEDÌ 9 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 TIMBUKTU di Abderrahmane Sissako Francia/Mauritania, 2014 - durata: 1h 37’ Candidato all’Oscar e vincitore di vari premi (pag. 5) ➁➅ GIOVEDÌ 16 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 MATEO di María Gamboa Colombia/Francia, 2014 - durata: 1h 26’ Premiato al Festival di Cartagena 2014 ed altrove (pag. 6) ➁➆ GIOVEDÌ 23 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 CLORO di Lamberto Sanfelice Italia, 2015 - durata: 1h 34’ Selezionato al Sundance Film Festival e alla Berlinale TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO LA SALA DEL CINEMA K2 VIETATO LʼINGRESSO IN SALA DOPO LʼINIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA LO SPEGNIMENTO DEI TELEFONI CELLULARI 2

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24 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 2 APRILE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA SAPIENZA REGIA: EUGÈNE GREEN (FRANCIA/ITALIA, 2014) DURATA: 105ʼ SCENEGGIATURA: Eugen ̀ e Green / FOTOGRAFIA: Raphael ̈ O’Byrne / MONT.: Valer ́ ie Loiseleux / SUONO: Mirko Guerra e Sonia Portoghese / SCENOGR.: Giorgio Barullo / ATTORI: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio, Arianna Nastro / PROD.: Mact Productions (F) e La Sarraz Pictures (I) International Cinephile Society Awards 2015: premio ICS / Seville European Film Festival 2014: premio Asecan per il miglior film Dopo aver ottenuto lusinghiere recensioni nei vari festival in cui è stato presentato, l’ultimo film di Eugène Green è riuscito nell’impresa di arrivare anche al pubblico, sebbene con una uscita quasi clandestina. Green è un cineasta prezioso, con un’idea di cinema forte e originale che non si preoccupa di catturare spettatori per caso. Egli persegue la sua strada con difficoltà ma anche tanta tenacia. Con La sapienza ha costruito un particolare itinerario nell’architettura barocca e anche un suo originale viaggio in Italia. Per questo personalissimo racconto si è affidato a una coppia di attori perfetti per le sue corde narrative: Christelle Prot, una presenza fissa nei suoi film, e Fabrizio Rongione, attore feticcio dei fratelli Dardenne ma anche grande fan del suo cinema. I due impersonano una coppia borghese: lui è Alexandre Schmidt, architetto di origine svizzera dalla buona fama e lei è la moglie Aliénor, una psicologa che si occupa del comportamento nei contesti sociali svantaggiati. Entrambi vivono una duplice crisi, lavorativa e sentimentale. Per motivi diversi, i due non trovano più stimoli e motivazioni nelle loro professioni, ma soprattutto la loro vita affettiva si è spenta dopo un doloroso evento familiare che piano piano li ha reciprocamente allontanati. (...) Attraverso le figure di Borromini, Bernini e Alexandre, le inquadrature dalla perfezione ejzenstejniana di Green ci consegnano una straordinaria interpretazione cinematografica di grandi edifici barocchi – e soprattutto della Roma barocca – puntando a recuperare il ruolo fondamentale della luce come strumento per la loro rilettura. Luce che origina e unisce architettura e cinema in una mescolanza felice che forse solo un altro straniero, Peter Greenaway, era riuscito a ottenere con Il ventre dell’architetto e anche in quel caso il protagonista era un architetto. Con le sue immagini Green tenta di ricostruire un’idea dell’epoca barocca in cui si può ritrovare l’ultimo istante in cui l’uomo ha potuto vivere nella razionalità e nella spiritualità, senza disarmonia. E in questi straordinari set, vibrano esistenze sofferenti che trasmettono direttamente allo spettatore, con quel loro ostinato guardare in macchina e una recitazione catatonica fedele alla tradizione del regista, tutte le loro inquietudini, dolori e speranze. Un film che inserisce sempre di più Green in un cinema d’autore che lo rende immediatamente riconoscibile, al pari dei più celebrati Straub-Huillet e de Oliveira. (Fabrizio Liberti, da “Cineforum”, gennaio/febbraio 2015) Sfida geniale e non semplice quella di Eugène Green, che fa della sperimentazione un’arma da taglio intellettuale, che vuol dimostrare che esiste una correlazione tra le nevrosi e i sentimenti e le opere del Borromini. Racconta in modo terso il viaggio in Italia, rosselliniano, di un architetto con la moglie che a Stresa conoscono due fratelli. E qui le strade si dividono: il marito col ragazzo partono alla visita guidata dalla coscienza del massimo architetto, mentre le due signore restano a giocare freudianamente in casa. Esisterà la correlazione? Guardando in macchina, gli attori, tutti bravissimi (si riconosce Fabrizio Rongione, dei Dardenne), ci invitano a pensare a come quanto e perché si somigliano cinema e architettura e come entrambi siano parte di una più vasta storia umana ancora da raccontare. (Maurizio Porro, da “Corriere della Sera”, 27/11/2014) Coprodotto dal coraggioso Alessandro Borrelli, La sapienza ha partecipato in concorso al festival di Locarno con notevole partecipazione della critica. E questo era prevedibile, essendo il franco-americano Eugène Green tra le voci più seguite della cinefilia profonda. La sapienza (titolo che evoca la borrominiana chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza) raccoglie e racchiude l’estetica e la poetica della sua arte teatrale e cinematografica, incline a personalizzare un dispositivo assai riconoscibile al suo pubblico. Il quartetto di corpi protagonisti è abilmente manovrato in funzione del discorso narrativo di Green, che inquadrandoli costantemente frontali e immobili ne illumina l’essenza fantasmatica. La notazione è incentivata da una scelta di recitazione monotonica, che si parli in francese o in italiano. In un film di “statici ma umani fantasmi” non sfugge all’occhio attento la chiara volontà di dare, invece, mobilità a ciò che da secoli è immobile, gli antichi monumenti architettonici, mirabilmente mostrati nel suo essere eterni, vivi e attivi nella memoria di chi li ama. Nel messaggio racchiuso nel film si vuole andare oltre l’Arte, laddove il vero motore di salvezza umana e di riconciliazione è l’Amore, sia coniugale che fraterno. Un film importante, complesso, non per tutti. (Anna Maria Pasetti, da “Vivilcinema”, nov./dic. 2014) Regista e drammaturgo francese, Eugen ̀ e Green ha diretto nel 2001 Toutes les nuits vincitore del Premio opera prima Louis Delluc e nel 2002 Le nom du feu, presentato a Locarno nel 2002. Dopo Le monde vivant, selezionato a Cannes nel 2003, Green ha diretto Le Pont des Arts presentato a Locarno (2005), Les signes (2006) e A Religiosa Portuguesa (2009). Attratto dalla tradizione musicale e teatrale barocca, sul finire degli anni ‘70 ha fondato la compagnia Thea ́t ̂ re de la Sapience, per poi imporsi come uno dei maggiori esperti del teatro barocco alternando l’attività di regista a quella di saggista (Poet ́ ique du cinem ́ atographe, 2009) e romanziere (La communauté universelle, 2011; Les atticistes, 2012). Nel 2011 il cinema di Green è stato protagonista della sezione “Onde” del Torino Film Festival. 3 EUGÈNE GREEN

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INTERVISTA AL REGISTA EUGÈNE GREEN Il cinema di Eugène Green è ancora capace di dividere il pubblico e la critica, tra aperti sostenitori e accaniti detrattori. Da una parte ci sono le sue scelte estetiche forti, capaci di reinventare l’ormai codificato linguaggio cinematografico quanto le pratiche di recitazione, dall’altro la sua voce fuori dal coro, che prova a riflettere e mettere in scena nuovi percorsi umani, alla ricerca di un “Bene” individuale che possa aprirsi a una dimensione collettiva. La Sapienza, film girato in Italia (produzione La Sarraz) e presentato in concorso nell’ultimo Festival del Film Locarno è un Viaggio in Italia aggiornato ai nostri tempi, in cui il Barocco e la fascinazione per Borromini offrono la strada verso la comprensione più profonda di se stessi e della possibilità di rigenerarsi come coppia. È raro che un autore francese riesca a realizzare film in Italia, soprattutto nel caso di un’opera come la sua, non facilmente riducibile a un’operazione commerciale. Sì, molto. I produttori di La Sapienza sono stati davvero coraggiosi, perché trovare i finanziamenti non è stato facile. E non perché il mio film sia particolarmente complesso, piuttosto perché è mutata la mentalità del pubblico. Per me l’epoca d’oro del cinema europeo è stata quella compresa tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1980 circa. In questo arco di tempo i film più belli non erano più difficili dei miei, ma il pubblico era interessato a vederli perché era più aperto, cercava di scoprire delle cose, voleva intraprendere nuovi cammini e nuove esperienze. Attualmente viviamo in un’epoca in cui la televisione e quello che io non definisco cinema ma “prodotto audiovisivo barbaro” hanno dato una certa forma fissa alla mente. Il pubblico si è abituato a vedere storie dove dopo dieci minuti si assiste a una decapitazione, dopo venti a una scena di sesso… Sembra quasi che rimanga sorpreso se non trova questi elementi. È molto importante, di fronte a questo imbarbarimento, fare un lavoro pedagogico, dare di nuovo al pubblico il gusto di altri modi di sentire e di esprimersi. Mi è già capitato di vedere spettatori all’apparenza meno colti reagire e interessarsi attivamente ai miei film, al contrario di persone che si credono parte di un’élite intellettuale. Questo per dire che La Sapienza non è un film”difficile” se ci si lascia andare alle immagini e alla narrazione. Ne La Sapienza interpreta il ruolo dello straniero, una figura grazie alla quale si riapre il dialogo tra i personaggi. Il dramma dell’Europa è che i suoi abitanti hanno perso la loro cultura. Credo che chi arriva da lontano rappresenti un’energia nuova che permette agli europei di riappropriarsi della loro identità culturale, riscoprendone il senso. È per questo che mi interesso anche al passato. Non è un pensiero museale, il mio, ma un’indagine su come gli stranieri e quello che c’è stato prima ci permettono di ritrovare quello che siamo. Il cinema, in tutto questo, è un mezzo di rigenerazione per la nostra epoca, perché permette di dare una nuova vita alla cultura europea e di non farla morire. Il passato ne La Sapienza è evocato dalle geometrie imperfette del barocco. Da dove derivano la fascinazione e il profondo interesse per quest’epoca? Ho fatto molte ricerche sul barocco, ma non tanto per il piacere della ricostruzione storica; volevo trovare nel passato una risposta a domande essenziali della vita presente, perché mi sembrava che nel Seicento l’uomo europeo potesse ancora vivere quello che chiamo “ossimoro barocco”. L’ossimoro è una figura retorica che consiste nel riunire due concetti che la ragione ritiene contraddittori, per esprimere un’idea che va al di là della ragione stessa. Se una persona dice qualcosa e subito dopo afferma il contrario, si dice che sia totalmente irrazionale. Ma questo è vero solo se asseriamo che la verità sia una sola. Io penso invece che nel nostro mondo sia necessario poter vivere due verità che sembrano contraddirsi, come avveniva in epoca barocca. Allora, infatti, l’uomo aveva già sviluppato il pensiero moderno razionalista e quindi aveva costruito un modello nel cosmo secondo il quale l’universo funzionava come una macchina, seguendo delle regole precise. Questo avrebbe potuto far credere inutile o impossibile l’esistenza del divino. Ma l’uomo barocco credeva ancora in Dio, in quel dio nascosto di cui parlava anche Pascal. Un’entità che non si poteva vedere nella Creazione, ma che manifestava la propria presenza solo in momenti particolari come i miracoli, quando il funzionamento naturale delle cose si arrestava e avveniva qualcosa che non si poteva spiegare attraverso la ragione o la scienza. L’uomo barocco, dunque, poteva vivere allo stesso tempo nel razionalismo e nella ricerca spirituale. Ed è lo stesso per me. Per questo mi sono interessato alla cultura barocca. Perché ha scelto proprio l’architettura come luogo d’incontro tra presente e passato? Trovo che esista un legame molto solido tra cinema e architettura: in entrambi i casi l’artista crea uno spazio e lo spettatore è invitato ad abitarlo. Inoltre, entrambe queste arti sono un’apertura sulla luce. L’architettura come il cinema si basa sulla luce: quella che arriva dall’esterno e quella interiore, che viene liberata. Nel Settecento la luce diventa semplicemente un’immagine della Ragione, che viene concepita come un’entità a sé stante, quasi indipendente dall’uomo e dal mondo. Ancora oggi viviamo in questo tipo di concezione. C’è una vera e propria frontiera culturale tra il Seicento e il Settecento. Borromini è il filo rosso della narrazione, e questo l’ha condotta a effettuare le riprese nei territori del Ticino e di Stresa. In che modo questi paesaggi e queste luci hanno influito sulla concezione del film? Conoscevo la zona del Lago Maggiore soprattutto grazie al Festival del film Locarno, dove sono stato spesso invitato. Devo dire che mi sembrava quasi naturale e automatico che chi vive in questi paesaggi di specchi d’acqua e montagne abbia una forte propensione al misticismo, perché è forte la presenza della natura e dello spirito. Non è un caso che i più grandi artisti barocchi – Borromini e Caravaggio – siano nati nel Nord gotico e abbiano lavorato prevalentemente a Roma e al Sud. C’è infatti una tensione molto interessante tra l’intuizione mistica del Nord – delle montagne, della nebbia, dei laghi – e la luce dorata di Roma e del Sud Italia. Anche questo è un ossimoro, e credo che sia stata proprio questa tensione a stimolare l’energia creativa dell’epoca barocca. Nella sceneggiatura originale tutto quello che si svolge a Stresa doveva essere girato a Locarno. Ma i produttori hanno provato due anni a trovare un finanziatore svizzero, senza successo. È lo stesso lago, sono le stesse montagne e sono contento di aver girato a Stresa, ma devo dire che non era questa l’idea originale. Quest’ultimo film rappresenta una sorta di “viaggio in Italia” rosselliniano, in cui si assiste a un miracolo e in cui la coppia torna a essere protagonista, anche a livello drammaturgico. È qualcosa che oggi non si vede spesso sul grande schermo. Mi è venuto spontaneo, perché la coppia è un modello dell’armonia universale e nel nostro mondo è molto difficile per due persone trovare tale armonia. Il cammino della coppia protagonista del film si dispiega come un percorso di ricerca che, da uno stato di crisi e di assenza di affetto e comunicazione, conduce, anche grazie alla presenza del Borromini, alla riscoperta del senso dell’esistenza e dell’armonia. La storia si basa dunque sull’incontro, e viene detto che quest’ultimo non è mai frutto del caso. Noi spesso pensiamo sia così, mentre in realtà ogni incontro è inscritto in un destino. Non è un pensiero molto di moda, questo, ma credo che il mondo abbia un senso: non esistono casi, ma forze che fanno sì che gli incontri avvengano e che i destini si compiano. In quasi tutti i miei film i personaggi seguono un cammino che pare casuale ma non lo è, e arrivano a un punto dove trovano una luce, un’apertura su qualcosa di più alto. “Il fascino imperfetto del barocco” articolo di Francesca Monti, da “filmidee.it” 4

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25 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 9 APRILE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 TIMBUKTU REGIA: ABDERRAHMANE SISSAKO (FRANCIA/MAURITANIA, 2014) - DURATA: 97ʼ SCENEGG.: Abderrahmane Sissako, Kessen Tall / FOTOGR.: Sofiane El Fani / MONT.: Nadia Ben Rachid / MUSICA: Amine Bouhafa / SONORO: P. Welsh, R. Dymny, T. Delors / ATTORI: Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi / PRODUZIONE: Les Films du Worso, Dune Vision African-American Film Critics Association 2014: premio AAFCA / Cannes Film Festival 2014: premio François Chalais; premio della Giuria Ecumenica / Chicago International Film Festival 2014: premio per la miglior regia / César Awards 2015: miglior sceneggiatura; miglior musica; miglior suono; miglior fotografia; miglior montaggio; miglior regia; miglior film / French Syndicate of Cinema Critics 2014: miglior film / Grand Prix de l'UCC 2015: Grand Prix de l'UCC / Jerusalem Film Festival 2014: miglior film a soggetto / Lumiere Awards 2015: miglior film e miglior regia rica rimane, nel film, uno sfondo lontano. Quel che seguiamo, nella Timbuktu invasa dai jihadisti, è la popolazione che cerca di sopravvivere con piccoli, quotidiani gesti di dignità e di ribellione, vediamo i matrimoni forzati e le condanne per chi ascolta musica o gioca al calcio, la pescivendola che rifiuta di indossare i guanti, le lapidazioni e le vessazioni quotidiane. E soprattutto la vicenda centrale: un pastore berbero, che vive con la moglie e la figlia, uccide accidentalmente un pescatore durante una lite, e viene condannato a morte. Il film di Sissako (54 anni, nato in Mauritania, uno dei pochi nomi del cinema africano noti nei festival internazionali) riesce ad evitare il didascalismo e i toni da pamphlet mostrando una serie di personaggi non artefatti, con un lavoro di sceneggiatura molto sobrio, dialoghi costruiti sapientemente ma mai troppo espliciti. I caratteri sono pieni di sfumature e contraddizioni, ma nel giusto rifiuto di ogni psicologismo. Personaggi tutti gesti, sguardi e azioni, tutti a loro modo “esemplari” di un teatro morale e sociale; i jihadisti ne vengono fuori nelle loro arroganti insicurezze e contraddizioni (c’è chi fuma di nascosto, chi è un rapper pentito). A loro si oppone la dignità della popolazione locale, a cominciare dal vecchio imam che oppone alla “guerra santa” degli occupanti il concetto di jihad come lotta interiore. E la piccola famiglia berbera (padre, madre e bambina) che vive nella tenda allevando sette magre mucche ha un’intensità resa attraverso pochi gesti. Ma è soprattutto notevole la costruzione spaziale del film: i pochi luoghi in cui tutto si svolge sono contemplati senza insistenza ma con intensità, quasi assaporandoli amaramente. Sissako ci situa nella tenda, nella moschea, al mercato, presso un bacino d’acqua, facendo sentire gli spazi sconfinati del deserto che premono intorno agli insediamenti umani, e il peso del passato tra le vestigia della città. Il realismo classico ma non accademico della regia si accende a tratti in momenti più visionari o simbolici; le apparizioni della colorata piazza del villaggio, la palla che rotola per le viuzze, la scena (un po’ a effetto, ma assai suggestiva) dei ragazzini che giocano a calcio senza pallone per eludere la repressione. Il ritmo del film è quieto, il rapporto con gli occupanti è mostrato nella quotidianità, e le rare esplosioni di violenza (le lapidazioni, l’omicidio accidentale, l’esecuzione) si vedono quasi di sfuggita, in maniera anti-spettacolare. Eppure l’insieme ha un suo fascino coinvolgente, tutt’altro che freddo, che potrebbe anche conquistare, questa sera, i giurati dell’Academy Award. Timbuku infatti, dopo un buon successo al festival di Cannes, è candidato all’Oscar per il miglior film straniero. La sua uscita in sala da noi è una lieta notizia, anche se la versione italiana è un po’ surreale; uno dei punti di forza che il film ci mette davanti è il miscuglio di lingue e culture, e i distributori hanno scelto di doppiare i dialoghi in bambara e in berbero, e sottotitolare le parti in inglese, francese e arabo. Un peccato, perché l’italiano standard dei doppiatori suona inevitabilmente fasullo accanto alle voci originali. (Emiliano Morreale, da “Il Sole 24 Ore”, 22/2/2015) Poco lontano da Timbuktu, presa in ostaggio dagli estremisti religiosi, il tuareg Kidane vive pacificamente con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastorello Issan. Finché un giorno la sua mucca favorita sfugge al controllo e rompe le reti del pescatore Amadou, che la trafigge con una lancia. Non finisce bene… È nella cinquina dei candidati all’Oscar 2015 per il miglior film straniero questo dramma poetico e struggente con cui Sissako mostra come la jihad porti dolore e lutto in terre che vorrebbero solo vivere in pace. Il regista mauritano rappresenta una comunità di islamici moderati forse un po’ idealizzata e facile da amare. Pur nella tragicità delle situazioni, riesce a coniugare realismo e lirismo, non negandosi neppure un’inaspettata vena di humour che ricorda il cinema del regista palestinese Elia Suleiman. Si apprezza soprattutto l’appassionata difesa delle donne, prime vittime dell’integralismo. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 12/2/2015) Bello e tempista, il film di Sissako fotografa – in una Timbuktu ricreata in Mauritania – l’avanzata del fondamentalismo islamista nell’Africa sahariana. Il nuovo corso è fatto di così tanti divieti che persino i jihadisti – oppressori e pagliacci, invasori e colonizzatori contemporanei – perdono il conto. Una rappresentazione dell’assurdo, un teatro dove si agitano figure ossessionate da minuscoli sacrilegi. Ridere dei nemici, nel cuore della tragedia. Pura resistenza. (Paola Piacenza, da “Io Donna”, 14/2/2015) Tra le possibilità del cinema c’è quella di farci vedere, incarnate in corpi e in luoghi, storie che l’informazione ci porta solo come echi lontani. Così, dopo aver visto Timbuktu di Abderrahmane Sissako, sarà difficile dimenticare la guerra civile nel Mali, e l’invasione di quelle zone da parte dei fondamentalisti islamici. E avremo davanti un modello, una narrazione efficace che ci mostra cosa significhi l’arrivo di parole come jihad e sharia in Paesi dalla cultura assai diversa. La vicenda di Timbuktu è ambientata nel 2012, all’epoca della guerra civile, quando il nord del Mali (da sempre soggetto a tentazioni autonomiste e separatiste) a seguito di un colpo di stato che aveva rovesciato il governo centrale dichiara la propria indipendenza. Ma i gruppi nazionalisti vengono ben presto sostituiti con quelli islamisti, che impongono la loro legge nelle zone occupate. Alla situazione ha messo fine, l’anno dopo, un intervento delle truppe internazionali, in particolare francesi. Ma questa premessa sto- ABDERRAHMANE SISSAKO Il regista e produttore americano, nato a Kiffa, in Mauritania, il 13 ottobre 1961, è artisticamente diviso fra il Mali e la Francia, imponendosi assieme a Ousmane Sembene, Souleymane Cissé, Idrissa Ouedraogo e Djibril Diop Mambéty, come uno dei filmmakers africani più internazionalmente influenti. Il suo film Aspettando la felicità è stato presentato all'edizione 2002 del Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, vincendo il premio FIPRESCI. Mentre Timbuktu è stato candidato dall'Academy Awards per competere nella sezione miglior film straniero. 5

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26 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 16 APRILE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 MATEO REGIA: MARÍA GAMBOA (COLOMBIA/FRANCIA, 2014) DURATA: 86ʼ - OPERA PRIMA - SOTTOTITOLATO SCENEGG.: María Gamboa, Adriana Arjona / FOTOGR.: Diego Jimen ́ ez / MONT.: Gustavo Vasco, Jacques Comets / SCENOGRAF.: Camilo Barreto / MUSICA: Marc Huri / SONORO: Ces ́ ar Salazar / ATTORI: C. Hernan ́ dez, F. Botero, M. Gutier ́ rez, S. Lazcano, L. Nino ̃ / PRODUZIONE: D. Garcia ́ , M. F. Barrientos Festival di Cartagena 2014: Premio speciale della giuria e Premio del pubblico / Giffoni Film Festival 2014: Premio speciale Grifone di Cristallo / Miami Film Festival 2014: Premio Opera Prima Ispano-Americana; Premio Jordan Alexander Kressler alla sceneggiatura In un villaggio colombiano della zona del fiume Magdalena vive il sedicenne Mateo. Sua madre si arrabatta per guadagnare qualche soldo confezionando tamal; il ragazzo intasca più di lei facendo servizi di riscossione per lo zio materno Walter, uno strozzino violento che lui ammira. Costretto a frequentare un corso di teatro per non essere espulso da scuola, Mateo incontra una realtà diversa dall’unica che conosceva: padre David, prete senza tonaca impegnato nel recupero sociale dei ragazzi del luogo, la gentile Ana e altri coetanei, che prima snobba poi – gradualmente – scopre affini a sé, condividendone i valori. Però zio Walter, che lo considera un suo infiltrato nel gruppo per spiare i bravi giovani, ha concepito per lui progetti molto diversi. E il tipaccio non scherza. Un film colombiano che narrativizza problemi reali; necessariamente piccolo, e tuttavia dotato di una solida drammaturgia, messo in scena con un linguaggio fluido e recitato molto bene da un cast di attori appartenenti a due diverse generazioni (Robero Nepoti, da “La Repubblica”, 22/1/2015) Diretta da María Gamboa nel 2014 Mateo è il primo lungometraggio che la regista presenta. Coprodotta da Colombia e Francia la pellicola è stata scelta dal paese sudamericano come rappresentante per la candidatura agli Oscar in lingua straniera e questo la dice lunga sulle aspettative che la pellicola ha sollevato e sul successo che ha ottenuto nei differenti festival in cui è stata presentata. E di fatto è stata applaudita da tutto il pubblico nella sua prima proiezione al festival del Cine Europeo a Sevilla, sezione Europa Junior. La storia di Mateo si situa in uno dei quartieri periferici di Barrancabermeja ed è tutto un compito a favore della resistenza comunitaria concepita come risposta alla violenza che esercitano gli abituali gruppi di estorsionisti di profilo violento che truffano il paese. Di fatto la regista dichiara la sua intenzione di creare coscienza e denunciare e include nei suoi crediti finali l’omaggio alle differenti comunità che lottano contro la violenza nella difficile realtà di questo paese tribolato. Mateo è un dramma sociale ben intenzionato necessario anche se per sfortuna non tutto gira per il meglio e presenta anche alcuni difetti. Ma Mateo è un film che ci presenta quello che può passare quando ci si oppone con coraggio alla la violenza anteponendo la sensibilità comunitaria e il peso senza misura della cultura e dei valori civici. Se c’è qualcosa che viene alla luce vedendo il film della Gamboa è che l’arte e l’educazione sono una combinazione che insieme all’amore e alla speranza possono combattere l’odio e opporsi ai problemi che questo crea in qualsiasi società o gruppo sociale. Come abbiamo detto Mateo presenta buone intenzioni e di questo lo ringraziamo. Questa è una grande virtù, il suo spirito combattivo è fresco e resistente la sua voglia di spingerci a riflettere perché le cose cambino. (Germán Escribano da “Mundocritica”, 8/11/2014 - traduzione di R.P.) La prima proiezione pubblica in Colombia del film Mateo è avvenuta durante il Festival di Cartagena tra patatine, Hot Dog. Al termine della proiezione un uomo di mezza età ha preso il microfono e trattenendo appena le lacrime ringraziò la regista del suo lavoro. Girata sulle rive del fiume Magdalena Medio nella comunità di Barrancabermeja la troupe di Mateo non si avvale di attori professionali ma di gente dei villaggi di questa zona di estrazione del petrolio bastione della sinistra politica colombiana culla del movimento rivoluzionario M19 e dei sindacati che ha subito un massacro a mano dei paramilitari alla fine degli anni 90. Non c’è dubbio che il conflitto si incontra nel cuore di questo film nonostante le parole guerriglia FARC (fronte armato rivoluzionario colombiano) paramilitari o cocaina non sono mai pronunciate. Il tabu non si rompe neppure nella finzione cinematografica benché possa avere una virtù terapeutica. Alla fine Mateo è un riflesso sullo schermo del processo collettivo con cui si confronta il paese in questo preciso momento e la regista si prepara a portare la sua pellicola in tutti i più piccoli villaggi colombiani. “Mi piacerebbe fare una pellicola sopra la dignità e mostrare come l’arte può far sì che i giovani non entrino nel conflitto armato” ci diceva la Signora Gamboa il giorno seguente la proiezione. “Mi interessa che la gente stia nel mezzo non è necessario menzionare il conflitto o i partiti perche stanno qui e alla fine si tratta di povertà e mancanza di opportunità”. (Passi dell’articolo di Andrea Aguilar da “El País”,18/3/2014 - traduzione di R.P.) Storia (vera); Mateo ha 16 anni, un viso pulito, un’umile casa (in un quartiere povero e violento, lungo la valle del fiume Magdalena) che divide con una madre apprensiva. Lavora per lo zio fuorilegge, per il quale raccoglie denaro frutto di estorsioni. Per salvare il suo anno scolastico viene obbligato a seguire un corso di teatro diretto da padre David, sacerdote tutto fatti e poca retorica, attivo nel recupero sociale degli adolescenti. Il suo programma mette a rischio le attività criminali dello zio di Mateo, che lo infiltra per carpire informazioni, ottenendo però il risultato contrario. Credenziali; è il film che la Colombia ha scelto per rappresentare il paese agli Oscar 2015 (ma non è finito in cinquina); ha vinto il Grifone di cristallo al Giffoni Film Festival 2014; emozionerà e colpirà il pubblico più sensibile ai temi sociali. Sostanza pochina. Mateo è un’opera di superficie che contrappone schematicamente gli usuali due modelli: quello della criminalità e dell’opulenza materiale a quello della solidarietà e dei valori usando l’espressione artistica come strumento di disciplina e condivisione. Nel mezzo, la religione come collante sociale e un messaggio di speranza. Il tono è ovviamente pedagogico, fortunatamente mai stucchevole. La regia è silente e partecipe, priva di qualsiasi peculiarità, ma anche abile a raccontare per volti e stati d’animo, limitando i dialoghi pedanti e posticci. (Adriano Aiello, da “Film Tv”, 25/1/2015) Nata nel 1973 a Bogota, ́ in Colombia, ha studiato produzione e regia cinematografiche alla Tisch School of the Arts dell Università di New York, storia e teoria del cinema all Università Paris I Pantheo ́ n-Sorbonne, e sceneggiatura alla scuola di cinema La Fem ́ is di Parigi. Durante la sua permanenza negli Stati Uniti ed in Francia, ha lavorato a molti corti e mediometraggi, come montatrice, produttrice e assistente alla regia. Nel 2005 è tornata in Colombia e ha diretto il cortometraggio 20 MIL, che ha vinto numerosi premi. Ha anche diretto Revelados, una serie tv per ragazzi. Nel 2007 si è temporaneamente trasferita nella valle di Magdalena Medio, per effettuare ricerche e iniziare a lavorare a Mateo, che è il suo primo lungometraggio. MARÍA GAMBOA 6

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27 FILM ° GIOVEDÌ, 23 APRILE 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CLORO REGIA: LAMBERTO SANFELICE (ITALIA, 2015) DURATA: 94ʼ - OPERA PRIMA SCENEGGIAT.: Lamberto Sanfelice, Elisa Amoruso / FOTOGR.: Michele Paradisi / MONT.: Andrea Maguolo / SCENOGR.: Daniele Frabetti / SUONO: Stefano Grosso / ATTORI: Sara Serraiocco, Piera Degli Esposti, Giorgio Colangeli / PRODUZIONE: Damiano Ticconi, Ginevra Elkann per ANG Film e Asmara Films SEGNALAZIONI: Selezionato tra le opere in concorso al Sundance Film Festival 2015 e alla Berlinale 2015 (per il premio Orso di cristallo al miglior film della generazione 14più) Cosa hanno in comune la vita e il nuoto sincronizzato? La fatica nascosta. Per comprendere l’essenza del nuoto sincronizzato occorre inquadrare ciò che avviene sotto il livello dell’acqua, la privata fatica di gambe e muscoli, per restare fermi in superficie. E sorridere, nonostante tutto. Nella vita non è diverso, solo che la gravità degli eventi e delle giornate non è sempre verticale, come in piscina, e talvolta “tira” le vite in orizzontale. Magari costringendoti a mollare tutto e trasferirti dal litorale di Ostia alle austere montagne dell’Abruzzo, come è successo a Jenny (Sara Serraiocco), la protagonista di Cloro, film d’esordio di Lamberto Sanfelice. Jenny abita ad Ostia e, come spesso accade nell’adolescenza, il suo sogno e la sua fatica coincidono: nuoto sincronizzato. Poi, tutto precipita. (...) L’adolescenza è un diritto che il fato decide se concederti, e Jenny è costretta a diventare improvvisamente grande; in altre parole ad abbandonare ciò che, più di ogni altra cosa, si è stati. E lei era il suo stesso nuotare. (...) Per sbarcare il lunario la ragazza trova lavoro come cameriera all’Hotel Splendor, e una sera scopre che in quell’hotel c’è una piscina. Lì incontra Ivan (Ivan Franck), il custode dell’albergo, col quale ha in comune la silenziosa grammatica delle persone sole. Fra i due inizia qualcosa, una specie di amore. In questo fuoco da trincea, la giovane prosegue imperterrita, colpo dopo colpo, come un samurai stanco che non ha tempo per piangere. Non davanti agli altri. Il miraggio residuo è tornare a Ostia. Potrebbe essere il primo passo, anche se non si sa bene verso cosa. L’unica certezza resta la lezione dell’acqua, perché chi ha fatto sport in piscina ha imparato tre cose: che mentre sei lì ti senti vivo e felice come in nessun altro posto, che in acqua – come al mare da piccoli – non ci puoi stare per sempre, e che qualunque cosa ti accada nella vita, l’odore del cloro verrà con te. (Cristiano Governa, da “Il Venerdì”, 6 marzo 2015) (...) Cloro procede come detto per dualismi: mare e montagna, sogno e realtà, senso di responsabilità e bramosia di libertà, la protezione primordiale dell’acqua che ovatta tutto quello che ci circonda rispetto alla forza di sopravvivere all’esterno, senza protezione, conservando il cloro come retaggio ancestrale. Sono contrapposizioni imposte un po’ schematicamente allo spettatore da Sanfelice, che tesse una trama di superfici riflettenti, di proiezioni geometriche, con uno stile visivo sicuramente interessante, ma con un senso complessivo di meccanicità nello sviluppo della storia e di alcuni dialoghi. Un elogio lo meritano le riprese subacquee, seducenti tanto da contribuire alla conquista del titolo di miglior film italiano con nuoto sincronizzato visto al Festival di Berlino. È già qualcosa. (Mauro Donzelli, da “comingsoon.it/news”, 11/3/2015) La casa di Jenny è il mare e con la neve no, non la può cambiare. Sradicata da Ostia per colpa di uno sfratto e di un padre vedovo relitto di se stesso, deve ambientarsi nella provincia di Sulmona, giostrarsi fra la scuola, un lavoro da donna delle pulizie, il fratellino e il babbo da accudire. Ma, soprattutto, tenersi allenata, intrufolandosi nottetempo in piscina per non rinunciare ai campionati di nuoto sincronizzato di cui è giovane promessa. Sara Serraiocco, già splendida interprete di Salvo, si carica sulle spalle un film dallo script esile quanto lei; rivestendo Jenny di una corteccia ruvida, la trasforma in un virgulto coriaceo, trapiantato in una terra ostile e gelida, ma deciso a tenere nascoste le sue radici – e i suoi tumulti – sotto il pelo dell’acqua. Le riprese subacquee rivelano il moto furioso di uno sport che, visto da fuori, è solo eleganza e precisione, metafora non audace di una libertà femminile negata, ingabbiata in ruoli indesiderati; Jenny adempie di malavoglia i suoi doveri di figlia, tenta di sbarazzarsi dell’incarico di madre surrogata per il fratello e si offre come amante solo per ottenere in cambio l’accesso clandestino alla piscina. Nel frattempo, si tiene a galla; più ritratto in movimento che romanzo di formazione, l’esordio di Sanfelice lascia intravvedere in filigrana un tentativo di cinema della crisi, un’attenzione per gli ambienti e per angoli di provincia disertati dagli autori nostrani, ma il suo sguardo acerbo si ferma spesso in superficie. (Ilaria Feole, da “Film Tv”, 15/3/2015) Sara Serraiocco è passata in poche settimane dal Sundance Film Festival, dov'era protagonista del film italiano in concorso Cloro di Lamberto Sanfelice, alla Berlinale. Lineamenti gentili, occhi profondi, in una manciata d'anni l'ex ballerina si sta conquistando un posto sulla scena del cinema non solo italiano. Il salto c'è stato con Salvo, thriller della coppia Salvo-Grassadonia, presentato con grande successo al Festival di Cannes. Tanti premi, poi la Santa Chiara per il Francesco televisivo di Liliana Cavani. E ora Cloro, storia di una nuotatrice sincronizzata che da Ostia si deve trasferire in montagna e occuparsi del fratellino e del padre depresso. (Arianna Finos, da “La Repubblica”, 7/2/2015) LAMBERTO SANFELICE Completati i suoi due primi corti Getting Fired e Holy Sunday nell’estate del 2009 alla New York University, Lamberto Sanfelice torna in Italia per collaborare con la Ang Film alla realizzazione dei contenuti per la web tv Mugma. Nel 2012 dirige Il fischietto, cortometraggio finanziato dal MiBac. Cloro, la cui sceneggiatura è stata selezionata al MFI Script Film Workshop 2013 (programma MEDIA) è il suo primo lungometraggio. 7

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RITRATTI CINEMA AL FEMMINILE: MARGARETHE VON TROTTA N ei film realizzati come regista Margarethe von Trotta ha creato personaggi femminili indimenticabili, come Christa Klages, che fa un colpo in banca per finanziare lʼasilo di sua figlia, la terrorista Marianne e sua sorella Juliane che in Anni di Piombo (Leone dʼOro a Venezia, 1981) mostrano da vicino il peso del potere su coloro che gli si ribellano, oppure donne della vita di tutti i giorni che trovano una risposta ai loro problemi nellʼamicizia di altre donne (Lucida follia, 1982), e poi personaggi storici come Rosa Luxemburg o del tutto anonimi, come la tenace moglie di un magistrato antimafia in un film girato in Italia, Il lungo silenzio (1993), che allude ai destini di Falcone e Borsellino. Questa ricca produzione, che non ha mai perso di vista il contesto socio/politico e particolari storie femminili in esso ambientate, ha creato nella semplificazione dei mass media unʼimmagine stereotipata della regista, incapsulata nella definizione di “femminista di sinistra”, il cui cinema in Italia è stato in qualche modo ʻarchiviatoʼ assieme a tutto lʼarmamentario datato degli anni ʼ80 del ʼ900. Ma, con la determinazione e lʼintelligenza che lʼhanno sempre caratterizzata, con lʼattenzione alla storia vista nella sua particolare, cristallina prospettiva, Margarethe von Trotta in questi anni ha continuato a lavorare, prevalentemente in Germania, sia per la Tv che per il cinema, realizzando ad esempio nel 2000 le quattro puntate della riduzione del romanzo Avvenimenti di Uwe Johnson, sulla prima metà del ʼ900 tedesco, che Carlo Lizzani definì “non uno sceneggiato, ma quattro film in uno” allʼunica proiezione romana al Goethe Institut. Venne poi Rosenstrasse (2003) su un episodio di resistenza femminile al nazismo, sconosciuto ai più e per giunta vittorioso, in cui le donne ariane berlinesi riuscirono a far liberare i mariti ebrei salvandoli dai campi . Lʼafflato e la solidarietà che man mano nascono e si propagano in questo gruppo di donne di ogni età ed estrazione sociale nasce da uno sguardo analitico ed impervio, che prende in esame una pagina sconosciuta della storia tedesca perché il pubblico possa capire, senza alcun pregiudizio ideologico, a che punto può arrivare la forza della ribellione col8 lettiva e della lotta contro lʼingiustizia. È del 2009 il suo film Vision su Ildegarda von Bingen, una badessa che illumina il medioevo tedesco con i suoi studi sulla natura e la medicina, la sua musica e le sue doti di consigliera politica e spirituale, con la sua vitalità che trasforma il convento in un luogo dʼarte, di cultura e di teatro, lontano dalle beghe del mondo, dal potere e da qualsiasi imposizione religiosa. Il film si apre con la grande rivelazione dellʼanno 1000, in cui, contrariamente alle dicerie sulla fine del mondo, sorge il sole di un nuovo giorno che decreta il procedere imperturbabile della vita e del mondo. E a questa luce fanno eco le folgorazioni di Ildegarda, che la conducono in modo autonomo verso unʼapertura alla vita inconcepibile per una monaca del suo tempo. È con sgomento infatti che lei scopre i danni delle auto fustigazioni e dei cilici e la sua reazione immediata è quella di porre rimedio, tramite le erbe della prima medicina naturale e la potenza corroborante della musica, ai danni che una religione concepita come mortificazione, autodistruzione e sacrificio impone al fisico e si traduce in avvilimento morale. La fermezza di Ildegarda è sempre accompagnata però dal riconoscimento della sua debolezza femminile, ed anche lei come gli altri personaggi di von Trotta oscilla tra due poli: la sottomissione richiesta dalla regola e il desiderio di una vita appagante in cui ogni dono fisico ed intellettuale offerto dalla condizione umana possa essere espresso e trovare la sua compiutezza. In questi tre film particolarmente legati alla storia della Germania Margarethe von Trotta racconta tre momenti cruciali: il Medioevo con la sua diffusa religiosità, gli inizi del ʼ900 con lʼutopia socialista e la fine della guerra con il mito dellʼAmerica. Lʼunicità del suo cinema, lo spessore che non si lascia dimenticare risiede nella profondità espressa con il carattere spesso simbolico delle sue immagini e con lʼuso ed il significato dei colori. Il significato simbolico di questi colori va oltre la semplice ricostruzione storica e comunica direttamente con lʼinconscio dello spettatore, lasciando un segno indelebile perché non filtrato dalla percezione razionale. Il simbolo è stato del resto la chiave di volta del cinema espressionista tedesco e la ragione dellʼimpronta potente che esso ha lasciato nellʼimmaginario cinematografico di tutti i tempi. E il contrasto di luci ed ombre ha sempre caratterizzato le storie e i personaggi del cinema di Margarethe von Trotta, le sue eroine dallʼidentità divisa i cui ritratti apparentemente realistici celano sempre un fondo in contraddizione con la superficie, che si traduce sul piano morale in quel dialogo interiore che presiede al giudizio e genera lʼetica e la coscienza di sé. (Ampi stralci di un articolo di Ester De Miro, pubblicato su “Il Manifesto” del 7 marzo 2015 in occasione della Festa della donna)

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RITRATTI COME DIVENTARE TURNER: TIMOTHY SPALL J ulianne Moore, attrice premio Oscar 2015, in una precedente intervista citava Flaubert, riferendolo a se stessa: «Sii ordinario nella vita, così potrai essere violento e originale nel tuo lavoro», ma sottolineava anche come ogni attore finisca per sentirsi imprigionato nel proprio aspetto fisico che, anche dopo essersi impegnato nel trasformarsi in un'altra persona, gli consegna alla fine, sullo schermo, la solita fisionomia. Si riferiva, forse, anche al fatto di essere lentigginosa e rossa di capelli (in quanto di madre scozzese), caratteristica che sappiamo essere stata, nei secoli, fonte di pregiudizi, leggende e superstizioni, la qual cosa deve averle reso la vita difficile, almeno fino a che non si è trasformata nella donna attraente e nella eccellente attrice che tutti conosciamo. Timothy Spall, eccentrica persona ed attore di lungo corso, invece, ha dovuto sempre fare i conti con la propria fisonomia. Perciò, lo scorso maggio, mentre rientrava in patria su una nave olandese, e si ingegnava a ripararne un tubo per ingannare il tempo, fu con incredulità e sorpresa che accettò la sollecitazione a rientrare precipitosamente a Cannes, dove con Mike Leigh aveva presentato il film Mr.Turner, scoprendo che si trattava questa volta di ritirarvi il premio come miglior attore, insieme alla Moore per Maps to the Stars. Sarà questo uno dei molti altri che riceverà per la stessa interpretazione, di qua e di là dell'Atlantico nei mesi seguenti, benché si sia recentemente percepito un diffuso malumore, in molte recensioni e articoli, per non aver trovato alcuna menzione di lui nei premi maggiori, come il Golden Globe e l'Oscar negli USA, ma nemmeno per il BAFTA nel suo paese, benché Spall vi goda grande popolarità, grazie ai più di cento tra film, lavori televisivi e teatrali di grande successo da lui interpretati nell'arco della sua vita professionale. Figlio di un postino e di una parrucchiera, nato in un popolare quartiere londinese, arso fin da giovanissimo dal sacro fuoco dell'Arte, si forma presso la Reale Accademia d'Arte Drammatica, e come la maggior parte degli attori britannici, passa subito al palcoscenico con la Royal Shakespeare Company in opere del bardo e di Čechov, accettando solo più avanti piccole parti in film sperimentali, questi poi seguiti, negli anni '80, da Quadrophenia di Frank Roddam, Il Missionario di Richard Loncraine, e Plays for Today di Mike Leigh, una delle quali, 'Dolce è la Vita', sarà la prima di cinque collaborazioni col regista. Timothy Spall, proveniente da quella stessa classe lavoratrice le cui storie Leigh ama metter in scena, rivelerà al suo mentore il suo talento nel rappresentare personaggi, se non di primo piano, cruciali nella narrazione, definendoli in corso di lavorazione, nel modo realistico e improvvisato ti- pico del regista. A questo seguiranno, negli anni '90, Segreti e Bugie, Topsy-Turvy e Tutto o Niente. Negli stessi anni Spall collabora anche con Ken Russell in Gothic, in cui interpreta il medico e scrittore realmente esistito John Polidori, l'inventore del genere vampiresco, amico di Lord Byron, P. B. Shelley e Mary Shelley la cui opera, Frankenstein, si immagina venire abbozzata durante gli incontri salottieri dei quattro artisti. Poi sarà l'eccentrico Eric Lyle, che vive a Tangeri con sua madre un bizzarro rapporto freudiano, nel Tè nel Deserto di B. Bertolucci, per tornare a Shakespeare grazie a Kenneth Branagh, con cui girerà Amleto nella parte di Rosencranz e il moderno musical Pene d'Amore Perdute nella comica parte del sempliciotto Don Armado, innamorato di Giacometta, la nostra Stefania Rocca, quest'ultimo film preceduto da Cacciatore bianco, cuore nero di C. Eastwood. Mentre raggiunge la notorietà in patria grazie a numerose serie televisive di successo come Frank Stubbs e Outside Edge, combatte Jer 9

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RITRATTI la più dura battaglia della sua vita contro un'aggressiva leucemia, che affronterà e riuscirà a superare, a suo dire, con l'aiuto della sua attuale compagna di oltre trent'anni, e madre dei suoi tre figli, Shane. Parteciperà nel 1998 a Still Crazy di B.Gibson, irriconoscibile con capelli lunghi, baffoni e barba, nella parte del batterista rock Beano Baggott, e nel 2001, nel film di Patrice Chereau Orso d'argento a Berlino, riesce a rubare la scena ai due protagonisti con il personaggio di Andy, nella discussa storia erotica, adattata da H. Kureishi, Nell'Intimità. Presta, poi, la propria voce ad un topo animato in Galline in fuga, dei creatori di Wallace&Gromit, e sono gli anni in cui viene anche insignito di un'onorificenza per i suoi meriti artistici (O.B.E.). Seguiranno due blockbuster al fianco di Tom Cruise, Vanilla Sky di C. Crowe e L'Ultimo Samurai di E. Zwick, e la prima delle sue partecipazioni ai film di Harry Potter nei panni di un altro topo, ʻCodalisciaʼ, qui diretto da A. Cuaron, seguito da un altro film per famiglie, Lemony Snicket di B. Silberling, mentre è contemporaneamente impegnato in televisione nei copioni scritti da S. Poliakoff, Perfect Strangers e Shooting the Past. Ottiene finalmente la parte del protagonista in un'interessante produzione sull'ultimo addetto alle esecuzioni britanniche, Albert Pierrepoint, The Last Hangman diretto da A.Shergold, nei cui panni riceve unanime approvazione di critica e pubblico. Continuerà a partecipare ai film della serie Harry Potter e a sceneggiati televisivi di successo, come Oliver Twist nella parte di Fagin, mentre inizierà la collaborazione con Tim Burton e i suoi attori feticcio, Johnny Depp e Helena Bonham Carter in Sweeney Todd, che ritroverà anche in Alice nel Paese delle Meraviglie, sia il primo film che il secondo, diretto da J. Bobin, che uscirà nel 2016. La fine del primo decennio del 10 2000 lo vedrà diretto da Ed Harris in Appaloosa e poi da Tom Hooper, sia ne Il maledetto United, che nel pluripremiato Il Discorso del Re, dove reciterà di nuovo con Helena Bonham Carter e anche con Colin Firth, che conosce fin dall'inizio della sua carriera (dai tempi di Dutch Girls, un film TV dell'85 su copione di William Boyd). Ne Il Discorso del Re interpreta di nuovo Winston Churchill (dopo Jackboots on White Hall), la cui voce ripropone anche nella cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2012. In quell'anno l'attore, che da più di dieci anni non collabora professionalmente con l'amico Mike Leigh, di cui conosce l'ammirazione, ereditata dal nonno pittore, per l'artista britannico W.Turner, si trova, un giorno, in un pub del West End, dove scopre una targa che indica essere quello il luogo di nascita del pittore. Chiamato l'amico Mike per segnalargli il fatto, viene finalmente informato che Leigh, da dieci anni, sta lavorando a un film su Turner e che, nientemeno, vuole affidargli la parte principale. Seguiranno ulteriori due anni di intensa preparazione al progetto finché l'attore, diventato Turner dopo approfondite ricerche, studio e lezioni di pittura, produrrà anche quadri con il suo stile che, assieme ai costumi del film, faranno parte di una mostra presso la Petworth House nel West Sussex, la casa del patrono di Turner, dove questi trascorse lunghi periodi della sua vita e dipinse numerose sue opere, casa e quadri che si possono vedere in molte scene del film. Negli ultimi anni Timothy Spall ha continuato a lavorare intensamente in nuove produzioni cinematografiche e televisive, benché dica di prendersela più comoda, preferendo film d'autore e progetti di impegno civile. Come quello cui ha aderito recentemente con Judi Dench, al fine di sostenere l'arte e la cultura, trascurate anche oltremanica dai bilanci nazionali, con progetti come Get Creative della BBC, che coinvolge centinaia di associazioni artistiche e culturali nel promuovere presso un vasto pubblico la creazione artistica in vari campi, nella convinzione che, senza creatività, nemmeno il progresso scientifico, e quindi nemmeno il nostro pianeta, possa avere un futuro. N. G. INFOBOX Timothy Spall by Tim Wright, 2014 Olio su tela. Oggi questo ritratto di Timothy Spall, dipinto daTim Wright, suo insegnante di pittura per due anni, si trova alla National Portrait Gallery, dietro Trafalgar Square. LINK shineartists.com

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I GIOVANI COL CIRCOLO PRONTI, PARTENZA....E CIAK! Anna Vallicella, 20 anni Q uest'anno per me è stato caratterizzato da un esordio particolare; ho avuto l'incredibile opportunità di partecipare ad alcune riprese del film d'azione Nightfire, avendo maniera di toccare con mano il faticoso ma arricchente processo di formazione filmica. Trattandosi di una collaborazione tra Italia e America, il cast per la maggior parte era americano e con mia sorpresa di età molto giovane come lo era anche il regista, italiano: Brando Benetton. Mi piacerebbe raccontarvi brevemente come vissi quella giornata intensa tralasciandone i preliminari sicuramente meno rilevanti ed interessanti, limitandomi tuttavia ad accennare che fu per via telematica che venni a conoscenza del progetto e potei così iscrivermi ottenendo il pass con il relativo codice distintivo. Innanzitutto mi imposi, o perlomeno tentai, di vivere il più serenamente possibile il tutto, dalle settimane precedenti sino al fatidico giorno, sforzandomi di non agitarmi troppo (come mio solito) e godere appieno di quell'esperienza singolare. Servivano delle comparse, non retribuite, per delle scene di folla che sarebbero state girate in Piazza Bra a Verona, ma il resto ci sarebbe stato spiegato solamente una volta là. Non erano richieste capacità o caratteristiche particolari, nemmeno per quanto riguardasse il vestiario, solo non dovevano essere visibili marchi. Per avvalorare l'immatricolazione avremmo dovuto presentarci dalle 15 alle 16 il giorno stesso provvisti del pass identificativo. Quel giorno, il 2 gennaio, faceva molto freddo ma in un primo momento non ebbi né la ragione né tanto meno la voglia di sentirlo, viste l'emozione e la gioia che avvampavano dentro di me: era come un sogno che stava prendendo forma. Continuava ad accorrere gente tutt'attorno al perimetro delimitato dalle transenne, chi curioso di assistere a cosa accadesse e chi voglioso di partecipare. Le riprese iniziarono solo verso sera perché preparare tutto il set prevedeva del tempo, nel mentre però, con l'intento di distrarci e mantenerci energici, vennero messi a nostra disposizione caffè, pandoro, panettone e cioccolata. Dire che ero impaziente di cominciare è un eufemismo vero e proprio, poiché ero letteralmente tesa come le corde di un violino; non stavo più nella pelle e i brividi, anche dovuti al freddo, mi correvano lungo tutta la colonna vertebrale facendomi un solletico quasi piacevole. "Su, un respiro profondo che si comincia l'avventura" pensai. Una volta messo piede sul set, con il dorso della mano timbrato per distinguermi in quanto comparsa, mi resi finalmente conto che era tutto reale, che ero lì, presente, e che volevo portarmi a casa un bel ricordo. Quindi, fatte alcune foto con il mio smartphone e soprattutto, una volta messo in modalità silenziosa, prestai attenzione a tutto ciò che mi circondava, aguzzai occhi e orecchie infreddolite per cogliere il maggior numero di dati possibili... e pure le figure imbarazzanti dovute a sbadata trasognanza non mancarono, ma su queste preferirei sorvolare. Seguivo con occhio vigile i movimenti degli operatori di macchina, per non parlare del regista e Piazza Bra, set di Nightfire da vvox.it degli attori che già mi avevano rapita prima ancora di iniziare. Carica come mai, immagazzinai tutto nella mia mente, decisa che quel giorno sarebbe stato inevitabilmente felice. Cominciarono a darci le prime e vere indicazioni su cosa avremmo dovuto fare verso le 18, eravamo moltissimi e per lo più, la maggior parte di noi senza alcuna esperienza. Tra le prime cose che ci dissero vi furono ovviamente: "Cercate di non guardare mai in macchina. In ogni momento ci sarà una cinepresa che a vostra insaputa vi riprenderà, da sopra di voi, da sotto, dietro o di fronte..." e "Ricordatevi che è importante e apprezzato che manteniate lo stesso entusiasmo ogni volta, per tutte le scene che vi chiederemo di girare." Ora, non conoscevo nessuno, ma nulla mi impedì di divertirmi...comunque visti il freddo e l'affiatamento che ci accomunavano, alla fine non fu difficile parlare con altre persone. Non ho nessuna intenzione di spoilerarvi alcunché del film, quindi vi dirò soltanto che ci chiesero di inscenare urla e applausi fiduciosi e in un secondo momento di scappare terrorizzati e scossi creando il caos. Le prime volte, nelle quali avevamo messo più energia, ci sentivamo decisamente inesperti, girando e rigirando le stesse scene anche se andavano bene ad un certo punto eravamo indubbiamente più stanchi e sensibili al gelo. "Adesso capite perché gli attori sono pagati così tanto!" ci venne detto, ma io ad essere sincera alle 24 di notte quando mi accorsi che non avevamo ancora finito e che avrei dovuto essere a casa già da quattro ore, ero ancora elettrizzata. Cioè chiariamoci: per una appassionata di cinema come me, come facevo ad essere stanca, passatemi l'ossimoro, di quel tram tram sempre nuovo?! Anche perché magari non si sarebbe più presentata un'occasione simile! Così, tra un "ciak si gira" e un "motore e... action!" quella giornata se ne andò, lasciando una massa di rimembranze che spero non dimenticherò mai, ma che al contrario potrò raccontare con orgoglio a chicchessia, e lasciandomi speranzosa di proseguire lungo un cammino in quel meraviglioso mondo che va sotto il nome di "Cinema". 11

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ARCHIVIO LA BIBLIOTECA INFINITA La biblioteca di Babele nel libro di Borges illustrato da Érik Desmazières “La Biblioteca-Archivio del Circolo del Cinema si deve illuminare, riflettori puntati, illuminare in ogni angolo” Chiara Contri «Forse mi inganneranno la vecchiaia e la paura, ma sospetto che la specie umana – l'unica – stia per estinguersi e che la Biblioteca sia destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta».* Non sono ingannata né dalla vecchiaia – ancora, per un discorso temporale, non mi ci trovo – e nemmeno dalla paura – adoro le masse di libri sugli scaffali, ma credo fermamente nel permanere della Biblioteca, anzi non solo ci credo ma lavoro perché diventi infinita davanti al nostro essere finiti. Queste poche parole che scrivo oggi sul nuovo numero di Filmese vi suoneranno un po' strane e vi chiederete perché le scrivo. Le scrivo perché il lavoro, che prima era di catalogazione e messa a scaffale e ordinamento, oggi assume la sua connotazione più profonda. La Biblioteca-Archivio del Circolo del Cinema si deve illuminare, riflettori puntati, illuminare in ogni angolo, anche il più remoto; le lasceremo la solitudine la sera quando Silvia chiuderà la porta e spegnerà tutte le luci. Armata dei suoi preziosi volumi diverrà infinita nel tempo, incorruttibile. Vorrei che la continuazione del nostro lavoro instaurasse un legame con chi ha voluto e costruito una Biblioteca-Archivio come fondamento, come nucleo dellʼAssociazione. Vorrei che si creasse un continuum, un senza limite, una possibilità di riconoscere e intravedere tra le righe chi da poco ci ha lasciati, creando lʼimpressione che la vita finisca e che una volta finita non ci sia più traccia di chi la ha percorsa. 12 «Dico invece che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. […] Io mi arrischio a insinuare una soluzione: La biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore l'attraversasse in qualunque direzione, verificherebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). La mia solitudine si rallegra di questa elegante speranza».* Con questa elegante speranza – alla Borges – auspico che il nostro progetto sostenuto da Fondazione Cariverona possa continuare e che, nelle nostre pratiche mani riesca finalmente a prendere il volo, a creare scambio, a diventare uno strumento utile e duttile. Il prossimo futuro quando sarà archiviato parlerà di noi. La biblioteca del Circolo di Cinema *Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele.

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ESPERIENZE LE FATICHE DI UN DISTRIBUTORE Paolo Minuto Cineclub Internazionale Distribuzione urante il mio mandato di Presidente della Federazione Internazionale dei Cine Club (2006 - 2010) ho basato la mia azione puntando all'obiettivo di raggiungere una vera internazionalità della Federazione, prima quasi esclusivamente europea, e sulla pratica effettiva dei diritti del pubblico, già elencati nella Carta dei Diritti del Pubblico approvata nel 1987 sotto la Presidenza di Carlo Lizzani. Al termine del mio secondo e ultimo (per mia scelta) mandato, la Direzione della Federazione Internazionale era, finalmente, rappresentativa di tutti e cinque i continenti, e la Federazione consentiva a tutti i cineclub di tutti i Paesi di utilizzare il catalogo di film di Cinesur (listino libero di corti e lungometraggi conferiti direttamente dagli autori o dai produttori a vantaggio dei cineclub di tutto il mondo) per la loro programmazione. Ho sempre pensato che in Italia ci fosse bisogno e anche possibilità di allargare gli spazi di fruizione del cinema e, con questo, anche allargare gli spazi di creazione di posti di lavoro. Diffondere, ovvero distribuire, il cinema più originale in modo diverso dal tradizionale schema "distributore medio grande" "sala medio grande". Anche l'esercizio, pensavo e penso, debba essere inteso in modo diverso, aprendo alla programmazione sempre di più spazi nuovi, approfittando della digitalizzazione che rende più pratico proiettare un film in blu ray, senza perdere molto in termini di qualità. Pertanto ho deciso di provarci in prima persona, anche per evitare di sembrare un predicatore astratto. Ho inizialmente creato un'associazione che, nel nome, richiamasse il principio del pub- D blico organizzato, quindi "Cineclub", e anche l'internazionalità, intesa come fratellanza universale o comune cittadinanza terrestre, e quindi "Internazionale". Dopo una prima fase di investimenti e di inizio attività con il recupero di qualche film passato poco in sala (Ossidiana, Cimap) sono passato definitivamente ad una forma imprenditoriale vera e propria con la costituzione formale della Ditta indivi- duale "Cineclub Internazionale Distribuzione". A questo punto i primi investimenti della Ditta sono stati indirizzati alla costituzione di un patrimonio strumentale e alla creazione del primo listino da portare nelle sale a partire dalla seconda parte della stagione cinematografica 2012-2013. Da allora ad oggi l'obiettivo è stato quello di una crescita senza esposizione debitoria eccessiva, con lʼobiettivo di consolidare con il tempo le posizioni acquisite grazie all'apprezzamento dei primi film portati in sala in Italia, tra cui The parade - La sfilata e Las acacias. Così sono arrivato, crescendo, fino a Pelo Malo e Mateo di oggi e al prossimo Figlio di nessuno. I diritti del pubblico sono, per me, garantiti anche dalla scelta di mantenere tutti i film nella loro versione originale, quindi con i sottotitoli e non con il doppiaggio, con l'intento di far scoprire le emozioni non mediate da una copia astratta di una recitazione in studio, ma rappresentate dall'autentica interpretazione degli attori diretti dal regista sul set. Ma anche i cineclub (circoli del cinema o cineforum che dir si voglia), devono essere degli interlocutori privilegiati dell'impegno di Cineclub Internazionale, tenendoli in seria e debita considerazione, cercando di venire incontro alle esigenze di tutti, ma soprattutto di quelle associazioni che risiedono e resistono nei luoghi più isolati della nostra penisola. In questi primi tre anni di attività ho incontrato anche parecchi giovani e coraggiosi esercenti che, anche aprendo delle nuove sale e gestendo liberamente e autonomamente la loro programmazione, sono riusciti e riescono a dare spazio a film diversi dai soliti cliché. Sono loro e sono queste azioni che possono consentire lo sviluppo più serio della diffusione del cinema sul territorio nazionale, ma anche nuove opportunità di lavoro, cosa da non perdere mai di vista anche nellʼattività culturale. Aggiungo, infine, che maggiori programmazioni di un maggior numero di titoli significa anche un contributo sostanzioso alla crescita culturale e alla coesione sociale, e questo è ancora di più possibile se i film vengono presentati nella loro versione originale, dando cioè voce a tutte le diversità sociolinguistiche. 13

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FESTIVAL BERGAMO FILM MEETING Roberto Pecci U na modesta utopia, così si presenta il Bergamo Film Meeting che giunge alla 33° edizione nonostante le enunciate difficoltà economiche, comuni ormai a queste pur così importanti manifestazioni. L’accoglienza e l’organizzazione testimoniano comunque la volontà di resistere da una parte nella ricerca delle radici del cinema ed in particolare del cinema europeo e dall’altra parte di proporre e valorizzare il cinema attuale dove l’autore è soprattutto un indagatore delle varie realtà anche quando ci si confronta con il dolore e con la follia; realtà che ripropone alla nostra coscienza e alla nostra valutazione. Al cinema francese di genere tra gli anni 40 e 60 dello scorso secolo è dedicata la ricognizione sul cosiddetto “Polar” ricca di riproposizioni e riscoperte come “Rififi”, “Il buco”, “Asfalto che scotta”, “Lo spione”. A questa sezione è stata dedicata anche una monografia scritta. Al dialogo e confronto tra cinema e teatro è stata dedicata la sezione “Dopo la prova” con opere di maestri del cinema che ci hanno fatto riflettere sulle pratiche cineteatrali: Hawks, Ophüls, Bergman, Bogdanovich, Kekiche. La riapertura il prossimo 23 aprile del museo della città di Bergamo Accademia Carrara dopo gli anni di restauro è annunciata con la presentazione del recente documentario “National Gallery” di Wiseman. Nella sezione “Mostra Concorso” è risultato vin- citore l’ungarese “Utóélet” (Afterlife) di Virág Zomborácz, una commedia di formazione di un giovane che vive succube al padre predicatore protestante; il padre muore ma riappare come fantasma a definire i difficili rapporti avuti con il figlio in vita. Secondo è risultato Anderswo (Anywhere else) di Ester Amrami, esordiente con un film su linguaggio (la protagonista prepara una tesi sulle parole intraducibili) e sui legami con la terra di origine (Noa lascia Berlino per una nuova vita in Israele, ma finirà per sentirsi incompresa anche là). Da segnalare anche lo spagnolo Loreak (Flowers) di Jon Garao e José Mari Goenaga; un film su come i fiori interagiscono quotidianamente con i nostri sentimenti. Concludiamo con Modris del lettone Juris Kursietis, storia di un giovane dipendente dal gioco d’azzardo e per questo denunciato dalla madre. “Visti da vicino” è la sezione dei documentari di produzione indipendente internazionale: anche qui si scandaglia attraverso le più diverse esperienze la realtà odierna nelle sue manifestazioni. Colonna portante del festival è stata poi la sezione “Europa: femminile singolare”, che per il secondo anno ci ha aperto lo sguardo sulle registe che stanno lasciando un importante marchio autoriale sull’odierno cinema europeo. Ben conosciuta ai Soci è Andrea Arnold di cui il Circolo del Cinema ha proposto “Utóélet” (Afterlife) di Virág Zomborácz Red road e Fish tank, film che coniugano il realismo al rigore estetico. È stato anche proiettato il più recente Wuthering Hights. Della Bosniaca Aida Begić al Circolo è stato presentato Djeca del 2010 (Buon anno Sarajevo) già vincitore al festival di Pesaro; la testimonianza di questa regista sulle ferite che la guerra balcanica ha lasciato in particolare della vita delle donne si ritrova anche nel precedente film Snow del 2008. Una bella intervista di Cristina Battocletti alla Begić è stata pubblicata dal Sole24ore di domenica 8 marzo; ci si può confrontare con una forte personalità come dimostra la decisione della regista di indossare il velo musulmano in età adulta quasi a rivendicare la indipendenza della donna. Ungherese è Ágnes Kocsis che in Fresh Hair e Pál Adrienn del 2010 si concentra su personaggi che cercano un nuovo senso nelle loro vite di solitudine. Si tratta di film, anche qui, che meritano una scoperta magari per vie traverse. Teresa Villaverde ribadisce con il suo cinema la forte marca autoriale della tradizione portoghese: il rigore della ricerca ne è la principale direttrice. Le sofferenze degli svantaggiati ragazzi di Os Mutantes, ospiti di una casa di accoglienza da cui cercano continuamente di fuggire per vagare senza scopo in una Lisbona notturna che non li accoglie, ci conferma di trovarsi di fronte a un cinema severo ma con squarci di intensa politicità. Così troviamo queste caratteristiche anche nei successivi Água e Sal del 2001, Transe del 2006 con un giovane Filippo Timi e nel più recente Cisne. Il tradizionale legame del Bergamo Film Meeting con il cinema d’animazione ha portato quest’anno alla presentazione dell’opera dell’autore ceco Pavel Koutský. Infine come anteprime il festival ha presentato l’ultima opera di François Ozon Une nouvelle amie ed il documentario israeliano di Nadav Schirman The green prince, la storia di come il figlio di uno sceicco fondatore di Hamas sia stato in realtà per anni una spia a favore dello Shin Bet, l’agenzia di intelligence israeliana. 14

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VITA ASSOCIATIVA ESSERE AL CINEMA, ESPERIENZA EGOISTA O ALTRUISTA ? Roberto Bechis Presidente del Circolo del Cinema n realtà, al di là del titolo provocatorio, essere in una sala cinematografica per vivere un paio d’ore di emozioni e riflessione è sempre una esperienza sia individuale che collettiva. Tutti vorremmo non essere disturbati ma spesso ci si scorda di non disturbare gli altri: accade non solo al cinema, ma anche nella normale vita quotidiana. In particolare, noi del Circolo del Cinema, vogliamo prestare molta attenzione alle nostre regole per non disturbare i soci che ci siedono di fianco durante le proiezioni. Proiezioni, le nostre, che richiedono ancora di più concentrazione e attenzione perché spesso presentiamo opere intense e particolari, spesso premiate nei più importanti Festival cinematografici. Pertanto, mi fa piacere riportare le nostre piccole 4 regole di rispetto per i nostri “vicini di emozioni”: I 1) PUNTUALITÀ I film che proiettiamo spesso hanno particolari importanti e significativi già nelle prime immagini, perciò è indispensabile essere in sala dall’inizio dell’opera. Infatti, per rispetto nei confronti di tutti i nostri soci, l’ingresso in sala è vietato dal primo fotogramma del film. Alcuni soci si lamentano di non poter entrare anche se la proiezione è iniziata da “pochi minuti”, ma dobbiamo essere rigidi per rispetto nei confronti di chi è già in sala. 2) SILENZIO il silenzio è importante. E per fare i commenti ci sarà tutto il tempo all’uscita della sala. Purtroppo (o meno male!) essere al cinema non è come essere a casa da soli davanti alla tv, fare commenti durante la proiezione disturba i nostri vicini. 3) TELEFONINI E PALMARI SPENTI ovviamente la suoneria deve essere spenta, ma anche la luce accesa del telefonino per scrivere messaggi reca molto fastidio. Inoltre, sicuramente è salutare trascorrere due ore non connessi tecnologicamente e lasciarsi coinvolgere pienamente dalla proiezione. 4) RIMANERE SEDUTI FINO ALL’ACCENSIONE DELLE LUCI A FINE PROIEZIONE i film che proiettiamo spesso hanno particolari importanti e significativi anche negli ultimi fotogrammi o nei titoli di coda. Molti nostri soci vogliono, giustamente, gustarsi il film fino all’ultimo istante, perché disturbarli alzandosi, magari rumorosamente, prima dell’accensione delle luci? Noi del Circolo del Cinema siamo orgogliosi delle nostre regole: è riguardo dei nostri soci e pensiamo che il cinema sia una emozione così bella ed intensa che meriti qualche piccolo sacrificio per rispettare chi ci è di fianco e voglia vivere serenamente le nostre stesse emozioni. IL TUO 5 X 1000 AL CINEMA D’AUTORE: SCEGLI DI SOSTENERE IL TUO CIRCOLO. Puoi destinare il 5 x 1000 della tua dichiarazione dei redditi al Circolo del Cinema, firmando nel riquadro dedicato al sostegno del volontariato e delle associazioni di promozione sociale e scrivendo il codice fiscale del Circolo: 80022000238 Il tuo sostegno non comporta per te nessuna spesa, ma aiuterà il tuo Circolo del Cinema a promuovere il suo impegno nel dare il massimo valore alla cultura cinematografica in questo momento di crisi. 15

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