N° 6 - Filmese Marzo 2015

 

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Notiziario mensile "FILMESE - SCHERMI D'AUTORE"

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo 6 SOMMARIO • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI MARZO INCONTRI FESTIVAL I GIOVANI COL CIRCOLO • VITA ASSOCIATIVA • NEWS DEL CIRCOLO FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE IL PUNTO LA VOCE DEI FILM Alla sua nascita, nel 1895 (a proposito quest’anno ricorre il 120° anniversario), il cinema era esclusivamente un’arte visiva. In seguito, con l’aggiunta di testi alla pellicola, di musica e più avanti dell’audio, se ne ampliarono le prospettive. Nel 1927 nacque il cinema sonoro e nel 1929, dopo due anni di sviluppo, si diffuse in tutto il mondo. Sin dall’inizio, tra i tanti problemi introdotti dal sonoro, il problema maggiore era come presentare un film parlato in una certa lingua in un altro paese che ne utilizzava una diversa. Sembra banale parlarne oggi che il doppiaggio, inventato all’inizio del 1933, è utilizzato in numerosi paesi, e in Italia soprattutto dove esiste una lunga e consolidata tradizione con un alto grado di specializzazione e con la presenza di professionalità di spicco: nella penisola lavorano circa 1500 doppiatori per il cinema e la televisione, operanti specialmente a Roma. Sembra banale, ma non lo è. Il doppiaggio è uno dei più importanti e allo stesso tempo meno riconosciuti tra i molti lavori oscuri e difficili che fanno parte del mondo del cinema. Come osserva lo studioso Andrea Lattanzio, è un lavoro durissimo e sfibrante che richiede una tecnica fantastica, buona recitazione e molto talento. Onore al doppiaggio. Eppure talvolta - abbastanza raramente in verità - ci troviamo ad assistere a film in lingua originale, corredati di sottotitoli. A parte il caso dei festival dove tutti i film vengono presentati in lingua originale, alcune associazioni cinematografiche, tra cui il Circolo del Cinema, offrono ai propri aderenti opere sottotitolate. Come il recente Chocó. E’ un valore aggiunto, per il film e per gli spettatori. Che richiede un piccolo sforzo di attenzione in più ma ripaga facendoci “immergere” nel clima del film originale, così come concepito dal suo autore, con lingua, parole, espressioni, e perfino rumori e suoni immutati. Non vogliamo certo dire che Circoli come il nostro debbano mettere in programma solo film in lingua originale, ma si deve dare uno spazio anche a questi, che arricchiscono e approfondiscono il bagaglio di cultura cinematografica di ognuno. Continuano naturalmente ad essere ben accetti i film doppiati, che sono i più, anche se oggi l’industria del doppiaggio non annovera più i nomi di grandi attori, come nel passato. L’importante è non considerare queste opere come le sole meritevoli di essere viste dal pubblico e quelle in originale come “figli di un dio minore”. Vedere e sentire sullo schermo gli attori- specie quelli più bravi e famosi- nella loro lingua è un’esperienza emozionante. Lorenzo Reggiani MARZO 2015 Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA.

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PROGRAMMA DI MARZO 2015 ➁ GIOVEDÌ 5 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 LA FORESTA DI GHIACCIO di Claudio Noce Italia, 2014 - durata: 1h 40’ Nominato per il Grand Prix di Tokyo 2014 ➁➀ GIOVEDÌ 12 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 MELBOURNE di Nima Javidi Iran, 2014 - durata: 1h 31’ Premiato allo Stockholm Film Festival ed altrove (pag. 4) ➁➁ GIOVEDÌ 19 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 LA RAGAZZA DEL DIPINTO di Amma Asante Regno Unito, 2013 - durata: 1h 45’- Votato dai Soci Premiato dalla African-American Film Critics Association e in altri Festival (pag. 5) ➁➂ GIOVEDÌ 26 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 L’ARTE DELLA FELICITÀ di Alessandro Rak Italia, 2013 - durata: 1h 22’ Premiato a Venezia 2013 e in altri Festival (pag. 6) TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO LA SALA DEL CINEMA K2 VIETATO LʼINGRESSO IN SALA DOPO LʼINIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA LO SPEGNIMENTO DEI TELEFONI CELLULARI 2

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20 FILM ° GIOVEDÌ, 5 MARZO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA FORESTA DI GHIACCIO REGIA: CLAUDIO NOCE (ITALIA, 2014) DURATA: 100ʼ SCENEGG.: Francesca Manieri, Elisa Amoruso, Claudio Noce / FOTOGR.: Michele D’Attanasio / MONT.: Paola Freddi, Andrea Maguolo / SUONO: Angelo Bonanni, Davide D’onofrio / ATTORI: Emir Kusturica, Adriano Giannini, Kseniya Rappoport / PROD.: A. Paris, M. Rovere per Ascent Film con Rai Cinema PERCHÉ SÌ In alta montagna nessuno è quello che sembra e ognuno ha un segreto da nascondere e/o un peccato da scontare. Un flash introduttivo semina inquietudine, anche perché tutto si svolge in una cupa concitazione notturna: vent’anni prima lo stesso luogo è stato teatro di dolorosi traffici umani provenienti dalla Bosnia. Oggi: un tecnico è stato chiamato per riparare un guasto alla centrale elettrica. Spettatore neutro e inconsapevole (apparentemente), intorno a lui si muove un’umanità sospetta e sospettosa. Da una parte l’outsider, la zoologa Ksenia Rappoport (apparentemente) sulle tracce dell’orso, dall’altra i montanari rudi e rozzi (Adriano Giannini, Emir Kusturica, La bestia) che ruotano attorno alla centrale. Ognuno fa e cerca altro. È un thriller noir. Costruzione suggestiva, di atmosfera; fiato sospeso sui personaggi, tutti sfuggenti, le cui vere identità si annidano minacciose nell’ombra. Ma il bravo Claudio Noce di Good morning Aman non crede fino in fondo alla forza del racconto “di genere” disseminandolo di ammiccamenti metaforici. Comunque un bel film, da raccomandare. (Paolo D’Agostini, da “La Repubblica”, novembre 2014) PERCHÉ NO Neve, neve ovunque. Neve fino alle ginocchia, il camminare è incerto e goffo. Un continuo inabissamento di ritmo e narrativa dove, in un costante ammiccamento verso il thriller contemporaneo, tutto trova il suo culmine nella gratuità di una serie infinita di inquadrature in slow-motion. Espediente a cui è affidata indistintamente la funzione di moto, tensione e stasi. (…) Chissà, forse Claudio Noce per La Foresta di ghiaccio aveva in mente l’immobilismo programmatico delle inquadrature di Nicolas Winding Refn. O durante la stesura della sceneggiatura avrà pensato un attimo a Eastern Promises di David Cronenberg. Probabilmente, per restare su spunti recenti e non scomodare i mostri sacri, avrà anche dato uno sguardo a Slevin – patto criminale, di Paul McGuigan, per uscire dall’impasse narrativa durante il montaggio del finale. Sì, i riferimenti cinematografici (a voi decidere se grandi o meno) ci sono tutti, e ricostruire la mappa creativa che Noce ha seguito nella realizzazione del film può essere una sfida divertente. L’interesse verso il film, però, finisce qui. Manca una sincerità di fondo che unisca in un unico grande puzzle le immagini/schegge (impazzite) che compongono la pellicola. Il paesaggio innevato delle Alpi al confine tra la Slovenia e l’Italia, impressiona nella sua ferocia, ma prende il sopravvento sulla storia e più che un’ambientazione diventa una copertura che non lascia il minimo respiro, ogni spazio è annullato. (…) Qualsiasi spunto narrativo secondario alla costruzione del “colpo di scena” finale, è completamente ignorato. Terra di confine, profughi, etnie a confronto, uomini-merce, uguaglianza di genere, tutto viene sepolto sotto metri di neve. Neve, neve ovunque. Neve fino alle ginocchia. (Da “Sentieri selvaggi”, novembre 2014) Qualcosa si muove nel cinema di genere italiano. È vero, lo blateriamo a vanvera da un paio di decenni, ma è indubbio che ultimamente almeno i noir che arrivano in sala si sono moltiplicati. Dopo Perez, Anime nere e Senza nessuna pietà è la volta di Claudio Noce con La Foresta di ghiaccio. (…) Mette i piedi in più scarpe, Noce, e non sempre con la giusta frequenza, l’intreccio, tipicamente thriller, è contorto il giusto, mentre la messa in scena strizza l’occhio all’horror, con una regia nervosa nelle sequenze di azione, gli scenari innevati minacciosi, i personaggi disturbanti, gli interni plumbei e una colonna sonora fin troppo esplicita. (Adriano Aiello, da “Film Tv”, 16/11/2014) The Ice Forest does boast remarkable production values, and Michele D'Attanasio handles well a mix of sweeping imagery of the breathtaking backdrop and also urgent, handheld camerawork of the characters' frequent shuffling and scuffling with each other. Daniele Frabetti has also delivered production design that responds to Noce's ambitious attempts to inject symbolism into the settings (…). What Noce needs, however, is a realignment of his components – another edit or even a tighter screenplay, for example, would bring some much-needed heat to The Ice Forest. (Clarence Tsui, da “The Hollywood Reporter”, 10/25/2014) "La foresta di ghiaccio è un film ben prodotto; il fotografo Michele D’Attanasio sa gestire con abilità la visione di panorami mozzafiato e riprese con camera a mano delle scene più concitate. Daniele Frabetti ha concepito un disegno produttivo che risponde al tentativo ambizioso di Claudio Noce di creare un’ambientazione ricca di simbolismi. Manca però calore al film, che avrebbe richiesto, forse, una sceneggiatura ed un montaggio più aderenti ai propositi del regista." (traduzione di R.P.) CLAUDIO NOCE Nato a Roma nel 1975. Nel 2005, con il suo cortometraggio Aria, vince il David di Donatello, il Nastro d’Argento e l’European Film Award a Venezia. Nel 2007 Adil e Yusuf viene selezionato alla 64° Mostra di Venezia e candidato ai David di Donatello come miglior cortometraggio. Nello stesso anno, il documentario Aman e gli altri è presentato al Torino Film Festival. Questo suo primo lungometraggio nel 2009 alla 24° Settimana della Critica, vince il premio FICE per il miglior autore esordiente, e ottiene la candidatura al David di Donatello e al Nastro d’Argento come migliore opera prima. La foresta di ghiaccio è il suo secondo lungometraggio. 3

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21 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 12 MARZO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 MELBOURNE REGIA: NIMA JAVIDI (IRAN, 2014) DURATA: 91ʼ - OPERA PRIMA SCENEGG.: Nima Javidi / FOTOGR.: Hooman Behmanesh / MONTAGG.: Sepideh Adolvahab / SCENOGRAF.: Keyvan Moghadam / MUSICA: Hamed Sabet / SONORO: Vahid Moghadasi / ATTORI: Payman Moaadi, Roshanak Gerami, Mani Haghighi, Negar Javaherian / PRODUZIONE: Iranian Independents Asia Pacific Screen Awards 2014: miglior sceneggiatura / Cairo International Film Festival 2014: Golden Pyramid premio per miglior film / Stockholm Film Festival 2014: miglior sceneggiatura La commedia si tinge di nero, fa leva sulla nostra angoscia sotterranea. La tenuta thriller è un perfetto mosaico di attori (Negar Javaherian e il bravissimo Payman Moaadi del film di Farhadi) al servizio della menzognera verità della storia (necessario un ossimoro), dove un crudele gioco del destino sotterra a valanga anni d’amore, proponendo infine di non credere più a nulla se non al valore del caos e alla magia della menzogna. (“Corriere della Sera”, novembre 2014) Con Melbourne (2014), il cinema iraniano presenta un nuovo talento, alla sua opera prima, Nima Javidi, classe 1980, ingegnere meccanico che, in rigorosa geometria di spazi, tempi e dinamiche dei rapporti umani, racconta, tutto in un appartamento, un dramma angoscioso, nella mente ancor più che nei fatti, per l’urgenza e l’importanza delle decisioni che Amir e Sara devono prendere a seguito di un evento inaspettato. Qua e là vengono seminati indizi, silenzi inspiegabili per chi continua a cercarli, ma il senso di colpa, peraltro relativo, viene sopraffatto dal senso pratico dove non c’è posto per il buonismo. L’azione cattura lo spettatore con la suspence che nasce dai pensieri di Amir, continuamente interrotti, non a caso si parla di thriller dell’anima, e le riprese indugiano sui tormentati primi piani dell’uno e dell’altra o in campo medio sui loro corpi appoggiati sulle pareti spoglie con lo sguardo rivolto fuori verso il cielo e verso la libertà. Gli attori Payman Moaadi (già protagonista in Una separazione di Ashgar Farhadi) e la bellissima Negar Javaherian sostengono con la loro bravura la sin troppo studiata scrittura che non emoziona ma trascina nell’angoscia e stupisce nei suoi snodi narrativi. Ottimo inizio per il giovane Nima Javidi. Geometrie da “Kammerspiel”, tutto interni con una punta di suspence tesa a suscitare crescente disagio, meglio angoscia, nello spettatore. L’esordiente Nima Javidi si chiede: “se questa coppia riuscirà a vivere ancora insieme dopo tutto quello che succede”. Aggiunge: “La caratteristica più affascinante e, insieme, terribile degli esseri umani è l’imprevedibilità”. In effetti, Melbourne, a partire dal titolo fuorviante che evoca un lontano Altrove, è un film moralmente spiazzante. I due sposi, incapaci di affrontare la tragedia di cui pure non sono responsabili, tergiversano, mentono, accampano scuse, pur di non dire semplicemente la verità. Diventando essi stessi complici di un misfatto che si vorrebbe altamente simbolico, sin troppo per il respiro del film. (MI.An., da “Ciak”, dicembre 2014) Un dramma da camera, un giallo d’indagine morale, un racconto kafkiano in odor di Polanski, abitato da personaggi che sono i sentimenti di un paese. Film d’attori e di scrittura: Javidi guarda soprattutto ad Asghar Farhadi (Una separazione), a quel meccanismo geometrico e (qui eccessivamente, marcatamente) autocosciente, da sadico demiurgo che mette alla prova (politica ed esistenziale) l’umano. (Giulio Sangiorgio, da “FilmTv”, novembre 2014) Dopo i film di Ashgar Farhadi (Oscar per Una separazione), il cinema iraniano continua l’indagine generazionale sulla borghesia del Paese. Lo fa raccontando una vicenda racchiusa tra le pareti di un appartamento di Teheran ma capace di aprirsi a interrogativi universali. Melbourne è la destinazione di una giovane coppia che conta di perfezionarvi gli studi. Mentre assaporano la partenza, l’imprevisto entra in casa loro sotto forma di una innocente bebé, che una babysitter vi deposita prima di sparire. Con lei il clima festoso vira in tragedia costringendo lo spettatore, inizialmente a proprio agio, a specchiarsi nei protagonisti mentre cuociono al fuoco lento della paura, della rabbia, delle bugie. Siamo nell’ambito del “Kammerspielfilm”, il dramma da camera caro all’Espressionismo: unità di tempo e luogo e impostazione teatrale. Però il giovane regista e sceneggiatore Nima Javidi ha fiato abbastanza per impedire che, nel chiuso di un appartamento concepito come uno spazio mentale, si respiri mai aria viziata. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 27/11/14) (…) Pur lontani dalle complessità stratificate delle sceneggiature di Farhadi (proprio da Una separazione proviene il protagonista, Payman Moaadi), tuttavia le capacità di scrittura del regista esordiente sono evidenti sin dalla presentazione dei personaggi attraverso un escamotage originale, l’arrivo nel palazzo di una giovane addetta al censimento. Ruoli e situazioni sono introdotti in ordine sparso facendo comprendere lentamente, per accenni progressivi, interazioni e motivazioni. (…) A fine proiezione i metri quadri dell’appartamento ci saranno familiari, assieme a due individui che ormai non saranno più gli stessi dopo aver affrontato (non sempre a testa alta) vicissitudini e complicazioni, non necessariamente affiancati, per difendere un sogno di svolta e di felicità che viene messo in seria discussione dall’imprevisto, da un destino beffardo e da uno smarrimento dal quale è difficile riprendersi; a ogni azione consegue una reazione, conseguenze morali e materiali dalle quali può diventare impossibile districarsi. L’apporto degli attori è notevole, il ritmo serrato, gli applausi veneziani generosi. (Mario Mazzetti, da “Vivilcinema”, sett./ott. 2014) 4 NIMA JAVIDI Nato nel 1980, e laureato in ingegneria meccanica, ha diretto sei cortometraggi: Marathon Paralyzed Champion (1999), A Call For O (2001), The Poor Earth (2004), Changeable Weather (2007), Crack (2009) e Catnap (2010). Inoltre ha girato due documentari nel 2007 (Person e An Ending To An Ancient Profession) e più di trenta spot pubblicitari. Melbourne è il suo primo lungometraggio.

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22 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 19 MARZO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA RAGAZZA DEL DIPINTO (BELLE) VOTATO DAI SOCI REGIA: AMMA ASANTE (REGNO UNITO, 2013) - DURATA: 105ʼ SCENEGGIATURA: Misan Sagay / FOTOGRAFIA: Ben Smithard / MONTAGGIO: Victoria Boydell, Pia Di Ciaula / MUSICA: Rachel Portman / ATTORI: Gugu Mbatha-Raw, Matthew Goode, Emily Watson / PRODUZIONE: Damian Jones per DJ Films, Isle of Man Film, Head Gear Films, Pinewood Studios African-American Film Critics Association (AAFCA) 2014: premio AAFCA per miglior attrice e miglior film / Alliance of Women Film Journalists 2014: EDA Female Focus Award per la miglior Breakthrough Performance / British Independent Film Awards 2014: miglior attrice / Miami Film Festival 2014: premio SIGNIS / Palm Springs International Film Festival 2014: premio Directors to Watch / Women Film Critics Circle Awards 2014: premio Karen Morley Award This inextricable intertwining of love and justice, private and public, personal and political, is the film’s great cri de coer and its structural brilliance, as costume and courtroom drama comment on, and merge into, each other. The film argues that Mansfield’s judgement, which found against the slavers and historically marked the beginning of the end of British slavery, must have been affected by the presence – forceful and articulate here – of his ward. Following her pivotal role in her great-uncle’s change of heart, Dido’s proposal to Davinier outside the Inns of Court after Mansfield’s verdict is akin to Cornel West’s assertion that “justice is what love looks like in public”. “I have been blessed with freedom twice over, as a Negro and as a women,” Dido tells Davinier, drawing an implicit line between the 18th century’s revolutionary notions of individual liberty and the civil-rights movement, on the surface, that her legitimacy and inheritance have feed her from the constraints of her skin colour and gender, the statement suggests an exhilarating realisation: that it is from her marginalised position that she (and we) can have our chocolate and eat it, revelling in the film’s gorgeous awareness of what freedom truly means. (Sophie Meyer, “Sight and Sound”, July 2014) "Questo inestricabile intrecciarsi di amore e giustizia, di privato e pubblico, di personale e politico è l’anima del film ed è alla base della sua brillante struttura; il dramma in costume e quello nell’aula di giustizia si fondono l’uno nell’altro. Il film suppone che il giudizio di Mansfield, emesso contro i negrieri e che marcava storicamente l’inizio della fine della schiavitù britannica, sia stato influenzato dalla presenza - qui potente e eloquente - del suo custode. Seguendo il suo ruolo decisivo nel cambiamento d’idea del prozio, la proposta di Dido a Devinier davanti al collegio degli avvocati dopo la sentenza di Mansfield è analoga alla affermazione di Cornel West, che “giustizia è quello che l’amore sembra in pubblico”. “Sono stata benedetta con la libertà due volte, come Negro e come donna.” dice Dido a Devinier, proponendo un implicito legame tra i concetti rivoluzionari del 18° secolo di libertà individuale e il movimento per i diritti civili del 20° secolo. Mentre Dido intende superficialmente che la sua legittimità e eredità culturale l’hanno liberata dai limiti del colore della sua pelle e del genere femminile, l’affermazione suggerisce anche una esaltante constatazione: pur nella sua posizione emarginata lei (e noi) possiamo ottenere grandi risultati; da cui la meravigliosa consapevolezza che il film ci propone su cosa sia realmente la libertà." (Traduzione di R.P.) Di rango troppo elevato per cenare con la servitù, ma non abbastanza per sedersi a tavola con la sua famiglia, l’esistenza stessa di Dido Elizabeth Belle è un limbo dai confini opachi: mulatta e illegittima, ma con un titolo e una cospicua rendita, educata tra e da aristocratici, per l’alta società britannica del Settecento è alla peggio uno scandalo, alla meglio una creaturina curiosa. Pure il film – opera seconda dell’attrice e regista Amma Asante – rifiuta inquadramenti rigidi: visivamente patinato, lussuoso, prodigo di dettagli d’ambiente, come domandano le regole dell’historical period drama, in larga parte percorre territori austeniani (l’intricato balletto dei matrimoni combinati, l’ossessione per le buone maniere, per la gerarchia sociale, per eredità e qualifiche nobiliari), ma contemporaneamente costeggia la denuncia dello schiavismo, le dinamiche del dramma legale, perfino il romanzo di formazione. La commistione è voluta e serve a indicare una felice intuizione: che in un universo drammaticamente assillato dal denaro, tutti (e in special modo le donne, obbligate a sposarsi e private di ogni indipendenza) sono proprietà di qualcuno. (Alice Cucchetti, da “Film Tv”, 31/8/2014) Romantico e spietato ritratto di signora, La ragazza del dipinto è un dramma didattico e sensuale sulla conquista della personalità e della consapevolezza, sulla lotta contro i pregiudizi razziali e sociali, percorso da una visione femminista e anticonformista del mondo e da un rasserenante spirito dickensiano sulla conciliazione tra gli opposti. Stilisticamente raffinato pur senza raggiungere la precisione entomologica de L’età dell’innocenza di Scorsese, è costruito sulla composizione estetica e cromatica di ogni inquadratura; istintivo ed emozionante, riesce a mettere insieme la potenza morale delle opere di denuncia, l’eleganza e il fascino delle storie in costume, la determinazione e il coraggio femminile dei romanzi di Jane Austen, impregnando di umorismo i contrasti ideologici e culturali. Con leggerezza e la forza del racconto di formazione, la regista, con delicatezza e pudore, punta sull’effetto d’immedesimazione cercando nei piccoli avvenimenti i cambiamenti che hanno modificato la storia, e denuncia senza reticenze né omissioni gli abusi e gli orrori della schiavitù degli Inglesi. Con intelligenza e misura (e documentazione storica), La ragazza del dipinto è un film complesso e sorprendente, dalle mille sfaccettature, che fotografa l’esclusione aristocratica del nuovo, la conservazione di equilibri radicati e tramandati. (…) Presentato ai festival di Toronto e di Taormina, il film vanta una sceneggiatura solida e classica; contamina pittura e realismo, racconta il dolore silenzioso della perdita delle radici e la nascita di nuove ideologie. (Domenico Barone, da “Vivilcinema”, luglio/agosto 2014) AMMA ASANTE La figlia di genitori immigrati dal Ghana è nata a Londra nel 1969. Inizia a recitare già da bambina, quando ottiene il ruolo di uno dei personaggi principali nella serie tv Grange Hill, a cui seguono diverse apparizioni in altre serie tv britanniche. Ancora molto giovane fonda una società di produzione, la Tantrum Films, e produce due serie del fortunato telefilm Brothers and Sisters, di cui scrive anche la sceneggiatura. Nel 2004 fa il suo debutto alla regia con il lungometraggio A Way of Life, ben accolto dalla critica e vincitore di numerosi premi.Nello stesso anno, il London Film Festival le assegna l'Alfred Dunhill UK Film Talent Award, creato per riconoscere i risultati di un autore o regista britannico che dimostra grande abilità e originalità, e nel febbraio 2005 riceve il Breakthrough Artist of the Year assegnato dal Times.Successivamente Asante sviluppa progetti cinematografici sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. La ragazza del dipinto (2013) è il suo secondo lungometraggio. 5

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23 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 26 MARZO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LʼARTE DELLA FELICITÀ REGIA: ALESSANDRO RAK (ITALIA, 2013) - DURATA: 82ʼ OPERA PRIMA - EUROPEAN FILM AWARDS 2014: MIGLIOR FILM DʼANIMAZIONE SCENEGGIATURA: Alessandro Rak, Luciano Stella / AIUTO REGIA: Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone / MUSICHE ORIGINALI: Antonio Fresa, Luigi Scialdone / VOCI: L. Amato, N. Paone, R. Polizzy Carbonelli, R. Carpentieri, J. Ichikawa, L. Allocca, P. Di Martino / PRODUZIONE: Luciano Stella per Big Sur European Film Awards 2014: miglior film animato / Golden Ciak Awards 2014: Bello & Invisibile / Raindance Film Festival 2013: Premio della Giuria per il miglior debutto / Venice Film Festival 2013: premio FEDIC - Special Mention e Young Cinema Award al migliore film italiano uno svariato gruppo di artisti: 24 Grana, Foja, Gnut, Joe Barbieri, Francesco Fornie, così come autorevole è il gruppo di voci, alcune inconfondibili, impegnate a far parlare i protagonisti, da Renato Carpentieri a Nando Paone, da Leandro Amato e Riccardo Polizzy. In definitiva il film che, selezionato e proposto fuori concorso alla Settimana della Critica della Mostra di Venezia 2013, indica un percorso per lo sviluppo di un’animazione italiana adulta. (Franco Montini, da “Vivilcinema”, sett./ott. 2014) C’è un piccolo film in circolazione che è un piccolo miracolo. Perché è bello ed è costato molto poco rispetto agli standard del genere e perché ci parla del futuro attraverso la storia che racconta e che parla di cose che ci riguardano tutti, ma anche perché è già un pezzo di futuro, per come è stato fatto, per le idee che porta con sé, per la vitalità che ha dato origine a ogni fotogramma. (...) Ma ci parla del futuro anche per quello che nel film non si vede. Innanzitutto perché è fatto da un gruppo di ragazzi tutti con una età attorno ai 30 anni, tutti napoletani. E questo ci dice che non solo questa generazione è ricca di idee, di competenze e di conoscenze (cosa che invece i più ritengono non sia), ma anche di esperienze professionali e umane forti, in grado di portarci oltre. Poi perché questo gruppo di ragazzi ha saputo dialogare con un po’ di persone decisamente più anziane, quasi dell’età dei loro genitori, e questo è un bellissimo segnale perché significa che il rapporto fra le generazioni può continuare ad essere creativo oltre che di scontro e perché c’è qualcuno che sui giovani ci scommette ancora e che, se non lo fai, che speranze di futuro puoi avere. Anche il modello di lavoro che hanno utilizzato è proiettato verso il futuro, perché è stato fortemente partecipato e open collaborative, pronto a ricevere e discutere stimoli di diversa natura e provenienza e capace di mettere assieme saperi molto differenti fra loro (il disegno, la musica, l’immagine digitale, l’informatica), come si fa nel resto del mondo e parlando lo stesso linguaggio che parlano nel resto del mondo, innovativo e sperimentale. Un network artigianale o una piccola manifattura digitale. Infine L’arte della felicità ci parla del futuro perché, come tutte le cose che nell’ultimo decennio hanno avuto un senso e hanno lasciato il segno, è nato in una periferia a opera di persone che in quella periferia ci sono nate e cresciute, in una città, Napoli, che negli equilibri del paese è una periferia da anni e che nel settore del cinema lo è ancora di più perché non ha industria, anche se competenze sì. Ed è grazie alle periferie che il mondo sta andando avanti, grazie al fatto che in certi posti che sembrano abbandonati da tutti gli dei improvvisamente si sviluppa qualcosa di nuovo, talvolta di inconcepibile, fino a che non lo fanno lì, in quella periferia sperduta e dimenticata. (...) E tutto questo c’è in un piccolo film. Andatelo a vedere, non fatelo scomparire troppo presto dalle sale. (“Il Fatto Quotidiano”, novembre 2014) (...) Tocca temi filosofici L’arte della felicità, all’insegna di un’animazione complessa, stratificata, densa, che qualcuno ha definito “adulta” per distinguerla da chissà quale infantile. Disegni così sorprendenti, anche per l’ampiezza dell’immaginario a cui attingono, che però a volte non sembrano trovare una sceneggiatura (scritta dal regista con Luciano Stella) alla loro altezza. Sarà per i dialoghi un po’ didascalici, sarà per l’interpretazione vocale dei cosiddetti “talent”, ma in qualche passaggio si ha l’impressione di uno strano scollamento fra testo e immagini. Peccato, perché sarebbe bastato poco e avremmo potuto gridare al capolavoro. (Pedro Armocida, da “Film Tv”, 24/11/2014) Un film che non somiglia a nessun altro; un’animazione artigianale e artistica, raffinata e originalissima, che si rivolge ad un pubblico adulto e che nulla ha in comune con la tecnologia computerizzata e standardizzata della produzione più consueta. L’arte della felicità è un curioso e coraggioso esperimento che nasce dal talento sommerso di tanti giovani creativi napoletani, riuniti attorno a Luciano Stella in una vera e propria factory, denominata Mad. Basato su una sceneggiatura scritta dal regista e da Luciano Stella, L’arte della felicità è una riflessione sul presente di estrema attualità, segnata da nostalgia e malinconia, dove, per citare una battuta del film, “si cerca di capire se si possa essere felici anche senza un futuro”. La storia è ambientata in una Napoli grigia e livida, lontanissima dalle immagini più note e folcloristiche della città partenopea. Una Napoli battuta da una pioggia incessante e invasa dai rifiuti, in cui si aggira, a bordo del suo taxi, Sergio, un ex musicista rinchiuso in un’ostinata solitudine affettiva e sentimentale. (...) L’arte della felicità è un film poetico e suggestivo, dove la qualità del tratto conta molto più dell’animazione in senso stretto. L’attenzione è spesso concentrata sul particolare, sul dettaglio e i vari personaggi sono colti in primo e primissimo piano, piuttosto che in movimento. In questo film ciò che conta, infatti, non è l’azione bensì uno sguardo, un sorriso, un labbro serrato nel rimpianto. E poi soprattutto contano le parole, con dialoghi intensi e mai banali, che esprimono giudizi e osservazioni precise sul nostro vivere quotidiano. Particolarmente curata appare anche la sonorizzazione del film, non solo per la copiosa presenza di musiche ma anche per i suoni e i rumori della strada, degli animali, dei motori, del traffico. Nella colonna sonora ci sono brani di 6 ALESSANDRO RAK Regista e autore napoletano. Direttore artistico dello special tv in animazione prodotto da Rai Fiction Il principe di Sansereno e il mistero dell’uovo di Virgilio, è anche autore dei cortometraggi in animazione Va’, Looking Death Window e Again, vincitori di numerosi premi. Ha realizzato i videoclip animati Ò sciore e ò viento dei Foja, La paura dei Bisca e Kanzone su Londra dei 24 Grana. È autore dei fumetti A skeleton story, Bye bze Jazz, Zero or One e Ark. L’arte della felicità è il suo primo lungometraggio.

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INCONTRO COL REGISTA RICHARD WAGNER. DIARIO VENEZIANO DELLA SINFONIA RITROVATA di Anna Pasti DI CAPUA E LA SUA ULTIMA "CREATURA" No, il dibattito no!” diceva Michele Apicella alias Nanni Moretti in Io sono un autarchico ma lo pensiamo ancora tutti a distanza di quasi quarant’anni. Paura di annoiarsi, certezza di tante chiacchiere, imbarazzo nell’andare via prima della fine…in poche parole una situazione scomoda. Proprio per questo vi propongo un mini riassunto del dibattito e lo dedico a quelli che hanno preferito le proiezioni del pomeriggio, a quelli che sono riusciti a sgattaiolare via prima e a quelli che hanno addirittura perso il film. Ovviamente qui leggerete di tutto tranne la trama del documentario (descritta nel Filmese di novembre). “ Roberto Bechis in poche e succinte parole ha introdotto il regista e con alcune ben calibrate domande lo ha condotto a raccontarsi. Gianni Di Capua ha colto l’occasione per parlarci diffusamente della genesi del documentario, iniziata nel 2009 in vista del bicentenario della nascita di Wagner nel 2013. Si trattava di un’occasione da prendere al volo per produrre un’opera “vendibile” in un mercato, quello dei documentari, dove è difficile fare breccia nel cuore dei distributori. Difatti il documentario è stato prodotto da Kublai Film e proiettato al festival della gloriosa Bayreuth, alla Library of Congress di Washington (che conserva il manoscritto della sinfonia ritrovata), nella nostra Venezia e in altre prestigiose locations. Di Capua ci ha raccontato del soggiorno di Wagner a Venezia e dei posti che visitava; fra questi, il palazzo Malipiero dove abitava un’amica della moglie Cosima Liszt (il cui diario è un asse portante del documentario). Il palazzo ospitava uno dei salotti di ispirazione illuminista della città, vero e proprio punto di riferimento per gli artisti e non solo, sede di eventi musicali e letterari. Questo era uno dei pochi salotti frequentati da Wagner e dalla sua famiglia; anche Franz Liszt, padre di Cosima, ha suonato in palazzo Malipiero. Raccogliendo il materiale per il documentario, ecco quindi il riaffiorare della memoria, un’operazione di recupero dei luoghi wagneriani. Analogo recupero della città di Venezia della fine dell’Ottocento sono le magnifiche foto tratte dalle lastre conservate all’archivio Naya-Bohm in Germania. Si tratta di affascinanti negativi in vetro, con una base di circa 40 centimetri, frutto degli strumenti ottici dell’epoca che richiedevano tempi molto lunghi di esposizione. Questo è il motivo della splendida profondità dell’immagine, della sua fissità che rende l’acqua del Canal Grande una argentata e setosa superficie liscia come l’olio, uno spettacolo! Qui il regista ci offre la Venezia di Wagner più per evocazione che per descrizione. Di Capua ha tra l’altro riferito di come Wagner e Giuseppe Verdi che erano coetanei si siano sfiorati ma mai incontrati; Verdi studiava le musiche di Wagner, che a quel tempo rappresentavano l’innovazione, e certamente ne ha risentito l’influsso nelle sue ultime opere dell’Otello e del Falstaff. Della stima e interesse reciproco però, precisa il regista, non c’è certezza documentaria. Un aneddoto sulle riprese a Venezia: la poetica sequenza con il pianoforte tutto impacchettato, quasi un’opera di Christo, trasportato verso le Sale Apollinee del teatro della Fenice in mototopo sono state girate appositamente davanti a Palazzo Grassi, oggi sede di importanti mostre di arte contemporanea. Il regista ci ha anticipato il suo prossimo lungometraggio che è una logica conclusione della sua lunga frequentazione con la figura dello scultore Arturo Martini. La storia dipanerà le vicende di un critico d’arte chiamato a dirimere la questione dell’autenticità di due statue presunte opere dello scultore. Di Capua si occupa di Arturo Martini da anni, per cui ce ne avrà da raccontare! Durante la serata si è dibattuto a lungo sulle connessioni tra musica e immagine e possiamo dire che queste siano il cavallo di battaglia di Di Capua, maestro dell’impaginazione dei fotogrammi con le note, fortemente suggestiva grazie ai diversi livelli di interpretazione dei materiali raccolti, molto spesso inediti. Ricordo che il regista ha insegnato materie audiovisive ed economia dello spettacolo a Ca’ Foscari e ora è all’università di Udine. Alla fine del dibattito, degno di ammirazione (e di un po’ di invidia!) l’intervento di un erudito signore che dal pubblico ha chiesto al regista come mai le musiche montate fossero tutte degli spezzoni mentre la sonata opera 121 di Robert Schumann è intera. Candida la risposta di De Capua: “perché mi piaceva!”. In realtà è la sonata che Frontalis e Franz Liszt interpretarono proprio a palazzo Malipiero. 7

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UN INCONTRO SPECIALE LA DIFFUSIONE DEL CINEMA “EMERGENTE”: PAOLO MINUTO OSPITE D’ECCEZIONE PER CHOCÓ di Roberto Pecci C ine Club Internazionale è una casa di distribuzione indipendente di recente fondazione ad opera di Paolo Minuto, che ne è anche lʼAmministratore Delegato. Da qualche tempo il Circolo del Cinema sʼinteressa della sua attività, legata alla ricerca e allʼacquisizione dei migliori film delle cosiddette “cinematografie emergenti”, cioè quelli che, sebbene approdino con successo alle Rassegne internazionali, restano poi esclusi dai circuiti commerciali. In particolare lʼobiettivo di Minuto è puntato verso opere prodotte in America Latina e nei Balcani meritevoli di essere viste in Italia, nonostante la generale diffidenza del pubblico verso i film “di nicchia”. Ben conoscendo le difficoltà di operare su sentieri poco battuti, che però possono rivelare grandi sorprese, lo abbiamo invitato a Verona il 29 gennaio scorso per la serata di presentazione del suo film “Chocò”. Una interessante opportunità di confrontarsi con un aspetto non secondario dellʼattività dellʼAssociazione, ossia la ricerca di film presso le distribuzioni indipendenti, ma nel contempo arricchire le conoscenze dei Soci sulla catena operativa che dalla sceneggiatura attraverso le riprese arriva allʼofferta del prodotto sui mercati internazionali. Solitamente lʼincontro-dibattito in sala si fa con il regista, ma, memori del gradimento della serata con la scenografa e costumista Nanà Cecchi il 17 marzo 2011 (il film era Christine, Cristina, diretto da Stefania Sandrelli), ci è sembrato utile e divertente dialogare anche su questo aspetto del mondo del cinema di oggi meno conosciuto dai profani. Studioso di storia del cinema, insegnante di cinema e del linguaggio, Minuto ha percorso un lungo cammino nellʼambito dellʼassociazionismo cinematografico, dai primi passi nella realtà di Reggio Calabria, dove è nato e tuttora risiede e lavora, fino a diventare Presidente della Federazione Italiana dei Circoli del Cinema e successivamente Presidente della Federazione Internazionale. I legami e le conoscenze strette durante queste attività gli hanno fatto nascere la voglia di diffondere il cinema, distribuendo in Italia i film di cinematografie da lui stesso definite “svantaggiate”, che nella visione ai festival internazionali lo avevano colpito al cuore oltre che nella mente. Forse si può rintracciare un esile legame con le sue radici calabresi nella scelta dei “suoi” film con storie di persone semplici, ma vere e per certi versi ostinate (“Las Acacias” visto lʼanno scorso). Allʼincontro si è naturalmente parlato di “Chocò” girato nella povera regione della Colombia che porta lo stesso nome, interpretato da unʼunica attrice professionista nel ruolo principale e per il resto affidato a persone scelte tra i veri abitanti del villaggio, appositamente addestrati in corsi allestiti dal regista. Paolo ci ha poi spiegato la scelta di mantenere il film di Cine Club Internazionale in lingua originale con sottotitoli, dandoci così lo spunto di approfondimento della tematica che trovate in questo stesso numero di Filmese. I suoi racconti, infine, delle esperienze maturate nellʼambito delle Associazioni e Cineclub nel mondo ci hanno confermato quanto la passione per il cinema possa fare superare ogni ostacolo, per la gioia dei Circoli come il nostro, che, grazie allʼopera di distributori coraggiosi come Minuto, possono apprezzare dei veri gioielli. 8

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FESTIVAL LA LUNGA PASSERELLA DI TORINO Annalisa Tantini L e piccole cronache che ho tentato di farvi dopo il Torino Film Festival del 2013, quest’anno potrebbero avere un tono diverso e leggermente meno entusiasta. Il pubblico non è diminuito, ma sono diminuite le sale di proiezione creando spesso ingorghi e file interminabili in attesa di vedere il film (che qualche volta è stato impossibile vedere). Tuttavia lo sforzo degli organizzatori nonché la passione e tenacia della direttrice Emanuela Martini hanno cercato di attutire il più possibile i disagi, anzi la Martini considera un atout il problema degli spazi perché "le code significano successo". Sono spettatori seri quelli del TFF: aspettano pazienti, non inseguono né gli attori (pochi) per un selfie né le Maserati che li trasportano dal Massimo al Reposi e dal Reposi al Classico, i veri VIP sono i film. Non è stato un festival caratterizzato dalla leggerezza e dall’allegria che gli aveva impresso lo scorso anno la direzione scoppiettante di Virzì, che arrivava in sala a presentare i registi e i protagonisti accompagnato da una banda rock. Moltissimi i film in programma (circa 200) divisi nelle varie sezioni, io mi sono più che altro dedicata ai film in concorso e direi che li ho visti quasi tutti. Ne ho visti anche di altre sezioni (in particolare Festa mobile, Afterhours e alcuni corti) e pescando qua e là ne ho trovati di veramente notevoli. La mia lunga settimana è iniziata con un sontuoso film svedese, Gentleman di Marciman di cui abbiamo visto nel 2012 Call Girls. Con Gentleman si torna in una Svezia politica che Marciman affresca in maniera impeccabile. Ecco in sintesi gli altri film: Big significant thing commedia americana indipendente raffinata ma non eccessivamente coinvolgente. Ogni maledetto Natale (già uscito nelle sale anche a Verona), commedia grottesca molto riuscita che ha suscitato molte risate durante la proiezione. Della proiezione vale la pena sottolineare che, grazie a nuove tecnologie, è stata effettuata in maniera assistitita per non udenti e non vedenti. Whiplash, vincitore del Sundance, è un film di grande jazz con un’ottima regia e una recitazione ad alto livello. Il nuovo film di Woody Allen Magic in the Moonlight, come il solito molto raffinato e perfetto ma non del tutto convincente. Violet secondo i critici (si aspettavano il premio) era una vera opera d’arte, ma il pubblico non è stato capace di sopportare un film troppo psicologico e poco raccontato. Il premio è andato invece a Manges tes morts metà documentario e metà film sui rom, certamente non irresistibile. The duke of Burgundy, film interessante che, nonostante l’argomento, non ha nulla di morboso o pruriginoso. Jerry Schatzberg, 1975 Locandina del 32° TTF Racconta da un punto di vista inedito una relazione erotico lesbica tra padrona e schiava con una raffinata introspezione psicologica in un mondo dove non esistono gli uomini. The babadook è un film horror dove tensione e paura si fondono con una recitazione magistrale. The Mend, immersione nella vita quotidiana di giovani americani, film che non resterà nei miei ricordi . Un bel film invece è stato For some inexplicable reason. Divertente con tocchi surreali, è un racconto sulla generazione dei trentenni ungheresi. Il protagonista Aaron è laureato ed è deciso a non tuffarsi nella realtà del “produci consuma crepa” che lo circonda e partirà per Barcellona a fare non si sa che cosa. Altri film interessanti che ho visto sono L’enlèvement de Michel Houellebecq, Actress, Mercuriales, Felix et Meira e alcuni documentari molto belli tra cui Il viaggio di Carlo di Daniele Segre, che fa un ritratto affettuoso dell’attore torinese Carlo Colnaghi per molti anni attore al Piccolo di Milano. Altro documentario: Nessuno siamo perfetti su Tiziano Sclavi leggendario sceneggiatore di fumetti (Dilan Dog) e l’affettuoso ricordo degli amici di Lucio Dalla, nel film Senza Lucio. Ho avuto la fortuna inoltre di vedere tre corti di Giulio Questi presente in sala ed alla fine intervistato da Emanuela Martini. Due giorni dopo il novantenne regista usciva di scena per sempre lasciando un grande ricordo e rimpianto. Il festival si è concluso alla grande con il bel film Wild, che narra una storia sulla vita sull’amore e sul dolore tutta percorsa a piedi in 90 giorni dal Messico al Canada. Molto altro ho visto e non posso dimenticare un film particolare francese di E. Green già in concorso a Locarno, La sapienza, in cui un architetto parigino, la moglie psicologa e uno studente di architettura si intrecciano nel cuore di un viaggio in Italia in cerca delle altezze del Borromini e delle loro più profonde ragioni; film coinvolgente e didattico contemporaneamente. Grande successo ha avuto la retrospettiva dei film americani dal 1960 in poi. Insomma ho visto tanto cinema di tanti generi, bello e meno bello, ma sono molto appagata perché il cinema è il mio hobby preferito: è vita, è cultura, è grande divertimento. 9

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FESTIVAL IL SUNDANCE 2015 NEL SEGNO DEI GIOVANI N egli ultimi giorni di Gennaio, come è consuetudine ormai da oltre 30 anni, si è svolta nello Utah la edizione 2015 del Sundance Film Festival, fondato come è noto da Robert Redford come vetrina per la produzione cinematografica indipendente soprattutto americana, ma anche internazionale. Il premio più prestigioso è stato assegnato al film Me and Earl and the dying Girl di Alfonso GomezRejoin, che ha ricevuto anche la palma di pellicola preferita dagli spettatori così come fu lo scorso anno per lʼacclamato Whiplash, che finalmente è distribuito anche in Italia in queste settimane. Il film vincitore del 2015 è la storia di due amici studenti di un corso per filmmakers che conoscono una ragazza malata di cancro: unanime è stato lʼapprezzamento della critica per questa produzione. Del resto che le storie con adolescenti siano di moda lo dimostrano anche altri due film presenti al Sundance: Diary of a Teen-age girl di Marielle Heller e Dope di Rick Famuyiwa. Tye Sheridan A questa età appartiene anche lʼattore emergente del cinema americano Tye Sheridan, che abbiamo apprezzato nella interpretazione di Mud e che al Festival era protagonista in ben tre film. In ambito femminile il nome da appuntarsi è Saoirse Ronan che ha mostrato il suo talento in Brooklyn. Di non minore importanza anche la sezione dedicata ai documentari dove spicca Going Clear, in cui Alex Gibney ha cercato di esplorare la storia ed i misteri di Scientology. Da segnalare il vincitore tra i film non di fiction (ma ormai la distinzione è sempre più difficile): The Wolfpack di Crystal Moselle, una indagine su identità e creatività. R.P. L’ORSO BERLINESE VIAGGIA SUL TAXI IRANIANO I l Festival di Berlino ha unʼanima “politica” e lʼha dimostrato con lʼassegnazione dellʼOrso dʼoro della 65° edizione a Taxi di Jafar Panahi, il regista iraniano impossibilitato a lasciare Teheran, in quanto condannato nel 2010 a sei anni per aver protestato contro il regime del suo paese. Secondo il governo non può girare film per ventʼanni, ma nonostante il divieto ha scritto, interpretato e diretto Taxi, ambientato in unʼauto pubblica della capitale iraniana, guidata dallo stesso regista dissidente, che va in giro caricando i più diversi passeggeri, e con tutti chiacchierando. Un Orso dʼoro sacrosanto - è stato detto unanimemente - perché non solo è unʼiniezione di fiducia per tutti i cineasti perseguitati, ma soprat- L’Orso d’oro è stato ritirato da una Nipote tutto un riconoscimento allʼincantevole leggerezza con la quale il cinema può trasmettere voglia di vivere e di “guardare”. È sembrato inappuntabile lʼintero verdetto della Berlinale, con lʼOrso dʼargento a El Club del cileno Pablo Larraín e coi premi per lʼinterpretazione ai giganti Charlotte Rampling e Tom Courtenay. La giuria non ha dimenticato nessuno dei bei film visti a Berlino, con la parziale eccezione del nostro Vergine giurata, esordio di Laura Bispuri: storia della giovane albanese Hana che, per sfuggire alla tradizionale sottomissione femminile del suo villaggio, diventa Mark. Un film calibrato e trattenuto che offre ad Alba Rohrwacher una parte fieramente in sottotono. Ancora una volta la Berlinale, che questʼanno è riuscita a disseminare nella competizione un pugno di opere notevoli, è stato un festival che- per usare le parole del direttore Kosslick- “non si preoccupa solo di quello che si vede sul tappeto rosso, ma di quello che succede in tutto il mondo”. L.R. 10

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I GIOVANI COL CIRCOLO L’UNDERGROUND ITALO-BERLINESE RIFÀ IL VERSO A LARS VON TRIER Susanna Morgante D a qualche tempo vive a Berlino un giovane cineasta italiano (ancora poco conosciuto, ma non dubitiamo che lo sarà presto, dato il talento): Umberto Baccolo. Frequenta l'underground italo-berlinese e si circonda di personaggi dal look bizzarro (una ragazza del gruppo, che per inciso è veronese, ha una giarrettiera rosa tatuata sulla coscia, a mo’ di fondina, con infilata dentro una pistola nera) e dai nickname stravaganti come Narciso, Calypso, Isatooth, Lilith Primavera, Kola Ale. Frequentano party techno come il Gegen, sono appassionati cinefili, si sciroppano una media di tre film al giorno, scrivono, recitano e... sfornano film. Poi magari leggono il Mitte, il giornale online degli italiani a Berlino. Perché a Berlino ce ne sono molti di giovani italiani, saliti nella metropoli tedesca per cercare quello che l’Italia non può più offrire, e men che meno la provincia italiana… Ma la loro vita non è sempre facile - v. nel box 2 il racconto di una delle attrici nonché truccatrice di fiducia del regista, Saretta Rosa. Baccolo è ora impegnato nella post produzione della sua ultima fatica, Le sorelle K, libera trasposizione alternativa al femminile dei Fratelli Karamazov, che uscirà a breve. Ha anche lavorato recentemente come produttore associato e attore di un film tedesco di prossima uscita, Desire Will Set You Free di Yony Leyser, che si prefigura come film manifesto della scena omosex dei club berlinesi. Oggi però parliamo con Baccolo del suo lavoro forse più noto, del 2013, una parodia di Nymphomaniac di Lars von Trier. L’operazione nasce quasi come una burla: rifare il verso all’ultimo lavoro di Lars, amato e disprezzato maestro ormai sulla cresta dell’onda e perfino in odore di antisemitismo, fingendo di averne girato una parodia porno, che non esiste, ma corredandola di vere locandine, firmate dalla fotografa Aghia Sophie, realmente stampate e affisse nelle strade di Berlino negli spazi dove i centri sociali pubblicizzano i loro eventi culturali. La parafrasi parte già dal titolo che diventa (n)INFOmaniac ossia: la vera mania è FILMOGRAFIA E LINK (n)INFOmaniac (2013) Chiesa e Stato vol.1. Potere spirituale (2013) Transmutation (2014) Le sorelle K (2014) Chiesa e Stato vol.2. Temporal Power (2014, lungometraggio) Desire Will Set You Free (2014, come attore) umbertobaccolo.com (n)INFOmaniac: Press Conference youtube.com/watch?v=cVtVKLglnPQ Teaser youtube.com/watch?v=OiNhziqlmZ8 Movie youtube.com/watch?v=-Q1Uy2l47D0 Umberto Baccolo visto da Ale Senso il sesso o la sagra dell’informazione virtuale, video, cinema e social network compresi, che ci viene riversata addosso ogni giorno? E poi video intervista, ovviamente simulata, per il Frankie Letterman Show, addirittura una colonna sonora, e un paio di video in cui il regista, a immagine fissa e senza mostrare la benché minima immagine erotica, spiega il significato dell’operazione. La burla infatti è rivolta anche al popolo di Internet che cerca spasmodicamente in rete scene di sesso sempre più estreme. Poi Baccolo completa il lavoro chiedendo a 18 giovani artisti di diverse nazionalità - fumettisti, pittori, disegnatori - di produrre un’opera ispirata al suo lavoro. Ne viene fuori una serie di opere molto diverse ma di alto livello grafico. Il disegnatore più noto è Akab, alias Gabriele Di Benedetto, il maggiore fumettista underground italiano (pubblicato da Logos, Edizioni BD, Bonelli) nonché regista: il suo Mattatoio è stato presentato nel 2003 al Festival di Venezia. Sia nelle opere d’arte che nelle locandine, sul web e negli altri film di Baccolo viene usato molto il sesso (etero e omo, più o meno perverso, e anche transex come in Transmutation), forse 11

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I GIOVANI COL CIRCOLO E Baccolo è stato invitato nel novembre scorso al Berlin BP Film Festival 2014, una rassegna di film erotici della controcultura internazionale, per lo Special Event “Art House Goes Art Porn” in cui ha presentato la sua opera ed è stato molto applaudito. In confidenza, però, Baccolo e collaboratori, tutti da sempre fan del regista danese, confessano di aver visto Nymphomaniac, quello vero, più e più volte, con commozione, amore, rabbia, e di considerarlo un vero capolavoro. Perché anche il film del regista danese non è, beninteso, un film (solo) sul sesso, ma un film sul vuoto esistenziale. Ora l’ ”operazione von Trier” è finita e Baccolo sta finendo di girare un lungometraggio, Temporal Power; nel cast oltre a Saretta Rosa c’è Rummelsnuff, uno dei più famosi cantautori elettronici tedeschi. A quando la visione al Circolo del Cinema? Umberto Baccolo con Saretta Rosa per rendere più trasgressivo il messaggio. In realtà lo scopo di tutti i suoi lavori è una critica spietata alla società occidentale: dall’ipocrisia della religione, come in Potere spirituale, a quella del mondo del cinema e anche degli ambienti off – e rieccoci a (n)INFOmaniac… Nei suoi video Baccolo denuncia la gentrificazione di alcuni quartieri di Berlino diventati, da luoghi di abitazione per stranieri e giovani intellettuali squattrinati come i ragazzi della little Italy berlinese, quartieri alla moda. Il presenzialismo - per cui esserci, a eventi, mostre, party, è la condizione necessaria e sufficiente per esistere, anche nel mondo dell’arte: pare che l’uomo più temuto di Berlino sia il buttafuori di un locale alla moda. E gli scandali a sfondo sessuale che molti artisti (Von Trier compreso) utilizzano per essere presenti sui media. Insomma denuncia il vuoto della nostra epoca nelle grandi città dell’occidente industrializzato. Lo stesso film di von Trier, il vero Nymphomaniac, viene duramente criticato: per aver sfruttato l’argomento sessuale solo per far notizia; per aver pubblicato un trailer hard su Youtube, subito censurato, probabilmente con un’operazione appositamente pensata per stuzzicare la curiosità di cinefili e sessuomani pruriginosi; per aver dichiarato che le scene più spinte erano girate dal vivo dagli stessi protagonisti (in primis Charlotte Gainsbourg), cosa che poi si è rivelata falsa: come da copione gli attori più famosi hanno richiesto delle controfigure per le scene hard. L’operazione di Baccolo & C ha avuto 12 successo, specie nel mondo dell’underground berlinese e anche italiano. N(info)maniac ha avuto recensioni su Bsidesmagazine, Artribune, Sentieri Selvaggi e molti altri magazine online. VIVERE ALL’ESTERO (ANCHE DA ARTISTA…) NON È FACILE La scelta di lasciare gli amici, le persone che sanno chi sei, non è cosa facile. Può sembrare liberatorio, in un primo momento, giocare ad essere persone nuove con altre persone nuove. Ma poi ti accorgi che tu non sei niente per nessuno, sono tutti di passaggio. Non ti vedono. Non ti conoscono. E affoghi nella malinconia. Malinconia di casa, casa intesa come gente che gli basta uno sguardo per capire. Casa come un posto dove puoi suonare il campanello senza avvisare e la pasta è già calda. Casa come qualcuno che con uno schiaffone ti dice dove stai sbagliando. Quello, tutt'a un tratto, da un secondo all'altro, ti manca come l'aria. Perché qui non ti conoscono. Perché qui nessuno sa chi sei. Perché qui se non sorridi il telefono non suona più. Perché da qui in poi, la magia del gioco della vita nuova si trasforma in solitudine. Si tramuta nel dover fare i conti con noi stessi, che ovunque andremo e qualunque ruolo cercheremo di interpretare, noi siamo e noi rimaniamo. E non ci puoi fare nulla. Questo è il vero momento in cui noi "codardi" abbiamo scelto di non voler tornare indietro, di non voler abbandonare la sfida, ma di farci i conti con le facce da c…. che ci troviamo allo specchio. Ricominciare la vita da zero. Non sapere di chi fidarti. Non sapere forse nemmeno più chi sei tu. Ma questa è la vita. Evoluzione è vivere. E se tornassimo a ciò che già conosciamo, allora sì che saremmo dei codardi. Chi ci vuole bene ormai lo sa chi siamo, in qualunque parte del mondo saremo. Saretta Rosa

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LA CRITICA NYMPHOMANIAC 1-2: IL FILM SCANDALO DEL 2014 FIRMATO VON TRIER Davide Gabella, 25 anni prile 2014, un mese importante per quanto riguarda gli amanti di Von Trier e del cinema in Italia: esce nelle sale il terzo film sulla trilogia della depressione, un film spezzato in due volumi e in due versioni, la prima versione (censurata) dalla durata di 3 ore e mezza per entrambi i volumi, la seconda (versione non censurata) dalla durata di 4 ore per il primo volume e 5 ore e mezza per il secondo. Con non poche difficoltà, Nymphomaniac ha trovato la distribuzione solo a fine 2014. Il film è ricco di scene sessuali e di nudismo, con inquadrature molto chiare e nitide anche nella versione censurata, ma etichettarlo solo come un film "pornoerotico drammatico" è riduttivo, è un film che scava all'interno dell'animo umano mettendone in risalto la parte drammatica, la parte perversa, tutta la parte rivolta verso il nostro io più profondo. Nymphomaniac è un film ricco di cose, molto difficile da recensire, un film molto studiato, strettamente personale e A auto-celebrativo. La prima parte ci presenta la protagonista Joe e tutta la sua storia viene raccontata all'anzianotto Seligman: le avventure iniziali con l'amica, l'ansia di perdere la verginità, il sesso matematico e incurante dei sentimenti distrutti, per poi arrivare alla totale rabbia della protagonista verso se stessa, con il sesso utilizzato come un'arma difensiva. La seconda parte studia maggiormente la psicologia della protagonista e il film diventa più malato, più sadico, più cattivo, e scopre la totale solitudine e il dramma. Ci vengono impartiti concetti filosofici o psicologici, riferimenti letterari, musicali o religiosi. Il finale è una bomba da scoprire, Von Trier ci lascia letteralmente spiazzati. Lars Von Trier non è comunque novizio a questo genere di cose, prima di Nymphomaniac ha girato due film (fanno parte della trilogia della depressione) dove mette in risalto la parte più profonda dell'animo umano (cattivo, opportunista, ecc.) la natura e il sesso, temi probabilmente molto cari e di grande risalto per il regista...questi film sono Antichrist e Melancholia, veri e propri predecessori di Nymphomaniac, e molto importanti per evidenziare i pensieri e il modo di fare cinema del regista Danese. Tornando a Nymphomaniac, non possiamo non sottolineare l'ottima interpretazione degli attori, bravissima la Gainsbourg nei panni della ninfomane Joe, Stellan Skarsgård nei panni dell'anziano Selingman, il giovane Shia LaBeouf nei panni del ragazzo amato intensamente da Joe, convincente la giovane Stacy Martin nella parte di Joe da giovane, unʼottima Thurman nei panni della donna distrutta dal marito, bravissimi e convincenti tutti, un grande cast. Che altro possiamo aggiungere? Un Von Trier irrefrenabile realizza un film molto deciso e tremendamente feroce; può irritare, sconvolgere, come lo stesso regista. Lars o lo si ama o lo si odia, ma se siamo amanti della settima arte e dell'arte in generale non possiamo perderci l'opera del regista danese. 13

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APPUNTI PANE, AMORE E… PIRATERIA! Gianfranco Perazzoli A mici del Circolo del Cinema, mi sembra ieri, ma sono passati più di 55 anni da quando, sedicenne, partendo da Bussolengo con una vecchia bicicletta da donna verniciata di verde senza freni e fanali, andavo, per portare qualche soldo a casa e un "cestino", a Peschiera come comparsa per la Bortolazzi Film (lavoro già fatto in Arena con Barabba: ero il paggetto vicino a Nerone, Peter Ustinov che voleva portarmi "nientepopodimenoché" in America) nel Processo di Verona con "l'insuperabile Diva" Silvana Mangano, l'attrice che Monicelli avrebbe voluto accanto per la vita e mio Idolo della quale conservo un piccolo caro dono. A maggio, come in un sogno, mi ritrovo a Peschiera nel sottotetto della Caserma d'Artiglieria di Porta Verona, vicino al famoso Tarzan Lex Barker, la conturbante cubana Chelo Alonso (mio primo innamoramento) e Massimo Serrato (ex marito di Anna Magnani), che escono dalla locandina de La Scimitarra del Saraceno: era 1959. Rivedo "la bella circense" Liana Orfei (la cugina Moira seguirà presto le sue orme, sempre con pettinatura consigliata da Fellini) con Lex Barker nei Pirati della Costa con il "burbero Sansone contro i pirati benefico" Livio Lorenzon e qui le navi come per magia diventano due e se il sogno non mi inganna fu in uno di questi film che il giovane, bello e aitante Fabio Testi, tuffandosi coraggiosamente dall'alto di un "pennone", si ritrovò Attore famoso nel mondo (103 film) e che ritornò con la super star Ursula Andress (la Venere del primo 007). 14 Mi appare improvvisamente la simpaticissima attrice Silvana Pampanini (l'innamorata di Totò per la quale scrisse Malafemmina) bella, bruna, ma tutti ammiravano le sue gambe nel Terrore dei mari di Domenico Paolella; nel cast anche Emma Danieli la bionda presentatrice TV. Il regista Umberto Lenzi un giorno dona una rosa rossa all'affascinate Lisa Gastoni, occhi viola e capelli biondi (altro innamoramento) da lui scoperta. Siamo nel 1961 e il film era Le avventure di Mary Read. Risento gli incitamenti per un "braccio di ferro" tra Lex Barker e alcune comparse durante la pausa del film Il Segreto dello Sparviero Nero di Domenico Paolella, con l'attrice russa Nadia Marlowa. Sento un forte brusio…sono in arrivo sul Lago per il film I Moschettieri del Mare due famosi divi di Hollywood: Anna Maria Pierangeli (love story, “poco love” con il maestro Armando Trovajoli) e Channing Pollok; qui le navi diventano 3 e alcune comparse sono di colore (soldati della Nato). Il sogno continua…Arrivano ragazze da Verona e da altre città con la penna in mano per avere un autografo dal "sardo prestante" Amedeo Nazzari (sposo invidiato di Irene Genna) sempre gentile e disponibile, famosissimo per i film "strappalacrime" campioni d'incasso con Yvonne Sanson: Figli di Nessuno fu il primo (1951); ora il film era Odio Mortale di Davide Montemurro con la francese Danielle De Metz, ma ecco apparire sul set il famoso regista Luigi Comencini autore di tanti successi (una curiosità: Cercasi Gesù con Grillo dell'82) e del Pinocchio televisivo con Nino Manfredi e Gina Lollobrigida che un giorno con la sigaretta tra le labbra mi disse: "peccato che non vivi a Roma"...Ma cosa sta accadendo...non credo ai miei occhi: stanno per sostituire i "film pirateschi" con delle "pellicole mitologiche" e "mister muscolo" nostrani (tralascio i loro nomi) perché dopo lo strepitoso successo de Le fatiche di Ercole con il "Mister Muscolo" americano Steve Reeves, sulla sua scia arrivarono: Kirk Morris con l'inglese Margaret Lee (Dorellik con J. Dorelli) in Sansone contro i Pirati di Amerigo Anton, ma tutti ammiravano l'affascinante finalista di Miss Universo Gianna Serra (grande amica di Mina) alla quale (innamoratissimo) portavo il caffè. Alan Steel nel film Sansone contro il Corsaro Nero di Luigi Capuano con la bruna Rosalba Neri (madre di Francesca Neri) e Rock Stevens: il Mistero dell'Isola Maledetta di Piero Pierotti con la vicentina Dina de Santis (amica di Federico Fellini) l'ultimo film penso. Non vedo più Locandine, forse mi sto risvegliando…Non era un sogno, avevo visitato l'interessante Rassegna "Quando Il Garda era il Mare" a Peschiera, della quale alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato un applaudito Documentario. All'uscita mi fermo a guardare nostalgico lo "spazio d'acqua dei ricordi"; un anziano pescatore mi si avvicina: "che peccato, che non ci siano più le Navi Corsare" dico io. "È stato un forte nubifragio del 16 agosto del '66, mentre la produzione si trovava in Corsica per girare (dopo il successo francese di Les Corsaires) una nuova serie di Telefilm: Die Schatzinsel / L'Ile au Tresor tratti dall'Isola del Tesoro di Stevenson, una Coproduzione Franco - Tedesca) che, infuriando vorticosamente in mezzo a loro, le ha semidistrutte" mi risponde andandosene frettoloso. Osservo il cielo che d'improvviso si oscura, squarciato da lampi e tuoni accompagnati da forti raffiche di vento che mi consigliano di attaccarmi al ponte, poi una pioggia battente…le onde minacciose del Lago in tempesta…il ritmo ossessivo dei remi…l'urlo dei Pirati…i possenti colpi delle spade…lo scoccar delle scintille...le grida delle mie Eroine: Avevo ripreso a sognare...

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VITA ASSOCIATIVA Riceviamo da Roma e volentieri pubblichiamo questo ulteriore ricordo del Prof. Pietro Barzisa. Caro Pietro, vorrei ricordare Te a tutti i Tuoi amici e conoscenti con queste poche considerazioni, destinate al Notiziario del Tuo Circolo del Cinema. Ci siamo conosciuti a metà degli anni ’60 allorché, in qualità di Presidente del Centro Universitario Cinematografico (C.U.C.) di Roma,Ti chiesi di poter aderire alla Unione Italiana Circoli del Cinema (U.I.C.C.) di cui Tu eri Presidente (nonché fondatore). Il Consiglio Direttivo del C.U.C. accolse, all’unanimità, la mia proposta di aderire alla U.I.C.C., in quanto si riconobbe nei principi fondatori dell’Associazione: apartiticità, aconfessionalità, nessuno scopo di lucro e soprattutto l’obiettivo di “promuovere la diffusione della cultura cinematografica e di coordinare ed incrementare l’attività dei circoli, rispettandone l’autonomia organizzativa e la libertà culturale”. Tra noi due si stabilì subito un “feeling” che ci ha portato a stringere rapporti sempre più stretti, basati sulla stima e la fiducia reciproca. Sentimenti, questi, che furono condivisi anche dagli altri componenti il Consiglio Direttivo; fu così che fui scelto quale Segretario Generale dell’Associazione, incarico che ho mantenuto ininterrottamente fino al 1997 allorché un gruppo di giovani associati decise che si doveva “rottamare” la vecchia dirigenza, per sostituirla con una più “moderna”. Per entrambi fu un trauma, ma soprattutto per Te che avevi deciso, nel lontano 1951, di fondare la U.I.C.C. e che l’avevi “accompagnata” in tanti anni, dedicandoci tempo e grande forza, per vincere la dilagante abitudine, presso molti circoli associati, di “staccare” biglietti, tradendo così uno dei principi fondatori della stessa legge istitutiva del 1965. Di fronte a questo dilagante sistema, hai sempre mantenuto la “ barra dritta” e non hai mai accettato di scendere a compromessi che potessero tradire lo spirito costitutivo in particolare del Circolo del Cinema di Verona e della tua stessa Associazione, la U.I.C.C. Caro Pietro, pur vivendo in due città diverse, Tu a Verona ed io a Roma, credo che non abbiamo mai avvertito questa lontananza, soprattutto nelle decisioni più difficili che, nel corso degli anni, abbiamo dovuto assumere. Tutto ciò ha reso davvero “speciale” il nostro rapporto ed intensificato la nostra amicizia, al punto che mi riesce davvero difficile confrontarmi con la realtà. Un abbraccio Piero dal Tuo Maurilio Maurilio Leboffe IL TUO 5 X 1000 AL CINEMA D’AUTORE: SCEGLI DI SOSTENERE IL TUO CIRCOLO. Puoi destinare il 5 x 1000 della tua dichiarazione dei redditi al Circolo del Cinema, firmando nel riquadro dedicato al sostegno del volontariato e delle associazioni di promozione sociale e scrivendo il codice fiscale del Circolo: 80022000238 Il tuo sostegno non comporta per te nessuna spesa, ma aiuterà il tuo Circolo del Cinema a promuovere il suo impegno nel dare il massimo valore alla cultura cinematografica in questo momento di crisi. 15

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