N° 5 - Filmese Febbraio 2015

 

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Notiziario mensile "FILMESE - SCHERMI D'AUTORE"

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo FEBBRAIO 2015 SOMMARIO • IL PUNTO • IL CALENDARIO • RICORDO DEL PROF. PIETRO BARZISA • PROGRAMMA DI FEBBRAIO • NEWS DEL CIRCOLO FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona 5 IL PUNTO IN MEMORIA DEL PR OF. PIETR O BARZISA Questo numero di Filmese è dedicato al ricordo del prof. Pietro Barzisa, Socio fondatore nel 1947 e da sempre Presidente del Circolo del Cinema fino alla vigilia della morte, avvenuta il 13 dicembre 2014. Nelle pagine che seguono, Soci e Amici hanno scritto per Pietro Barzisa i loro ricordi e saluti affettuosi. Ci è sembrato il modo per dire grazie ad una persona di cultura che ha dedicato l’intera propria vita alla diffusione del cinema internazionale di qualità, con rigore, intelligenza e coerenza. Quando, lo scorso 21 novembre, il professore (o Piero per gli amici) diede le dimissioni da Presidente del Circolo, i membri del Consiglio Direttivo, seppur a malincuore, le accettarono, comprendendo che la sua carica vitale si era esaurita, altrimenti mai avrebbe cessato di dare il proprio contributo all’Associazione che aveva fatto crescere, tra mille traversie, nel corso dei decenni. Alcuni hanno proposto di dedicargli il nome della nostra Associazione: “Circolo del Cinema Pietro Barzisa”, ma, anche se la tentazione sarebbe forte, si è deciso di tenere fede allo stile di modestia, refrattaria a qualsiasi culto della personalità, che ha caratterizzato ogni azione del compianto Presidente. Il modo migliore per ricordarlo nel tempo sarà mantenere i nostri valori e fare prosperare la nostra splendida Associazione con lo stesso entusiasmo e dedizione, orgoglio ed energia. Nuovi Presidenti si succederanno, ma la filosofia e lo stile di lavoro del Circolo del Cinema dovranno rimanere immutati nel tempo: diffondere in totale libertà la cultura ed il cinema indipendente e d’autore, con proiezioni di film che facciano riflettere, valorizzando le opere premiate e poco distribuite. Così come continuerà l’impegno a far crescere la nostra vasta Biblioteca specializzata, riconosciuta dalla Regione Veneto. Il Circolo del Cinema siamo tutti noi, per cui invito i Soci a partecipare e diffondere le nostre attività, sempre rivolte a difendere il Cinema di qualità nelle diverse culture. Lunga vita al Circolo del Cinema! Roberto Bechis ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA.

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PROGRAMMA DI FEBBRAIO 2015 ➀➅ GIOVEDÌ 5 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 SILS MARIA di Olivier Assayas Francia, 2014 - durata: 2h 4’ International Cinephile Society Awards 2014 Prix Louis Delluc 2014 ➀➆ GIOVEDÌ 12 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 VIVIANE di Ronit & Shlomi Elkabetz Francia / Israele / Germania, 2014 - durata: 1h 55’ Premiato in Israele e in altri Festival (pag. 13) ➀➇ GIOVEDÌ 19 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 FATHER AND SON di Kore-Eda Hirokazu Giappone, 2013 - durata: 2h - Votato dai Soci Premiato a Cannes e in altri Festival (pag. 14) ➀➈ GIOVEDÌ 26 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 FRANK di Lenny Abrahamson Irlanda / Regno Unito, 2014 - durata: 1h 35’ Vincitore dell’ European Film Festival 2014 e di altri premi (pag. 15) TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO LA SALA DEL CINEMA K2 VIETATO LʼINGRESSO IN SALA DOPO LʼINIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA LO SPEGNIMENTO DEI TELEFONI CELLULARI 2

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UN PRESIDENTE INIMITABILE APPUNTI SULL’OPERA DEL PROF. PIETRO BARZISA di Ines Cabrini ccorrerebbe il libro che Pietro Barzisa si era proposto di scrivere, per riuscire a raccontare compiutamente le sue molteplici imprese. Ma qui è d’obbligo fare delle scelte nel suo complesso curriculum, che prende le mosse dall’ancora ottocentesca Verona degli anni Venti e Trenta, nell’incantata atmosfera di un cinema del centro storico ove le immagini in movimento degli avventurosi film dell’epoca, benché fossero muti e le didascalie incomprensibili per la sua età, lasciarono nella sua giovane mente l’imprinting della Settima Arte. E dunque fin dagli anni dell’adolescenza fu cultore della cinematografia nelle sue diverse forme espressive, considerandola come la felice fusione di tutte le arti, dalla letteratura alla musica, dall’architettura alla fotografia, dal teatro alle arti figurative. In questa ottica, negli anni Quaranta, quando era studente universitario, organizzò per conto della sezione cinematografica del Guf le proiezioni culturali del cinema San Sebastiano, una saletta in via Cappello poi distrutta dal bombardamento del 4 gennaio 1945. Erano rassegne di film di qualità, molti dei quali formano oggi i “classici” della storia del cinema. Nell’immediato dopoguerra il grande entusiasmo della libertà ritrovata fece nascere in Italia nuove iniziative culturali nei vari campi che erano stati più umiliati dalla censura, come letteratura, cinema, teatro. Attento a percepire le novità, nel 1946 iniziò a progettare, con altri nove amici travolti dal suo entusiasmo, una associazione di cultura cinematografica chiamata “Circolo del Cinema”, che debuttò in città nel 1947. Grazie alla tenacia di Barzisa, che seppe superare le difficoltà di operare in una Verona semidistrutta, rimasta senza ponti, in cui tutto era razionato, il Circolo iniziò il suo cammino, destinato a formare generazioni di appassionati al film d’autore, al film che fa riflettere al di là del mero divertimento. Non dobbiamo dimenticare che per sette anni dopo la sua fondazione fu l’unica associazione della città ad occuparsi del cinema di qualità (il primo Cineforum iniziò la sua attività sette anni dopo, ma con una funzione prevalentemente pastorale). Il Circolo del Cinema è oggi uno dei pochissimi superstiti di quel glorioso movimento, sicuramente l’unico ad aver mantenuto la struttura statutaria originaria di vera associazione (guai parlare di abbonamento!), laica e libera, apartitica e aconfessionale, senza scopo di lucro e O basata sul volontariato dei soci. Nonostante la mancanza di una propria sala di proiezione, anche la sua vocazione culturale, sotto la guida di Barzisa, è rimasta miracolosamente immutata nel tempo: ha progettato retrospettive, rassegne a tema, presentando film in prima visione, sia doppiati che in lingua originale, film muti con accompagnamento musicale; ha organizzato dibattiti, incontri con l’autore. Inoltre, cicli di conferenze, mostre, collaborazioni con Istituzioni cittadine. Il Circolo del Cinema ha rappresentato un punto di riferimento e di stimolo culturale non solo sulla scena veronese, ma soprattutto sul piano nazionale. Infatti è stato presente agli appuntamenti più importanti che hanno segnato il cammino dell’Associazionismo cinematografico italiano fin dai suoi inizi, partecipando alla fondazione della Federazione Italiana Circoli del Cinema nello storico 1° Convegno dei Circoli del Cinema d’Italia, organizzato a Nervi nel luglio del 1947. Barzisa fu tra i membri del primo Consiglio Direttivo della Federazione, presieduta dal regista Antonio Pietrangeli. Nel 1952 fu co-fondatore dell’Unione Italiana Circoli del Cinema, il cui primo presidente fu Roberto Rossellini, facendo dapprima parte del Consiglio Direttivo e poi assumendone la presidenza per un trentennio. Un periodo nel quale Barzisa potenziò le iniziative dell’UICC, favorendo convegni e rassegne in collaborazione con Università e Accademie e, soprattutto, rappresentando e tutelando gli interessi delle associazioni di cultura cinematografica nei confronti del Governo italiano. Inoltre volle la pubblicazione e l’aggiornamento periodico di un Annuario della distribuzione culturale dei film, unico strumento del genere presente in Italia, da mettere gratuitamente a disposizione non solo dei circoli aderenti all’UICC, ma di tutti gli operatori culturali che ne facessero richiesta, ad esempio a Verona ne trasse beneficio in varie occasioni il Centro Mazziano, che puntava anche su questo Annuario per le sue programmazioni. Dal 1970, su sollecitazione del dott. Gianfranco Bertani e in collaborazione con il Maestro Gianfranco De Bosio allora Sovrintendente dell’Ente Lirico e coordinatore dell’Estate Teatrale Veronese, Barzisa ideò la Settimana Cinematografica Internazionale di Verona, rassegna monografica posta nell’ambito delle manifestazioni di spettacolo dell’Estate Teatrale Veronese e dedicata ogni anno 3

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UN PRESIDENTE INIMITABILE cinematografici italiani e stranieri appositamente invitati a Verona. Il cambio di guardia politico avvenuto nel 1995 comportò la decisione inappellabile, da parte del nuovo Assessorato alla Cultura, di cancellare questa consolidata manifestazione internazionale, a proposito della quale i responsabili del Festival di Torino dissero un giorno: «A noi il prof. Barzisa ha insegnato tante cose». Secondo il suo stile, il professore non si ribellò, non rilasciò interviste, tirò quasi un sospiro di sollievo, perché era divenuto sempre più difficile “fare le nozze con i fichi secchi”, per le lungaggini burocratiche che penalizzavano il lavoro e tardavano l’erogazione dei necessari finanziamenti, e lasciò che gli strali arrivassero dagli articoli infuocati del Corriere della Sera, della Repubblica e della Stampa, che protestavano contro il “Vuoto che avanza”, mentre un giornale locale titolava “Cavallo vincente si cambia”. Ma era nella natura delle cose che faceva, troppo ben fatte, destavano forse invidia, ma nessuno le poteva fare come lui, perciò era meglio affossarle. Così avvenne per un’altra iniziativa che porta la firma di Barzisa, la Rassegna-dibattito “Cinema a Cavallo” organizzata per conto dell’Ente Fiere di Verona in concomitanza con la Fiera Cavalli del novembre 1980, con la proiezione di film inediti provenienti da varie nazioni, documentari ed opere di cineteca, dove l’attore principale era proprio il cavallo. Una tavola rotonda conclusiva ospitò interventi del regista Sergio Leone e dei critici Stefano Reggiani, Claudio Carabba, Alberto Farassino, Gianni Rondolino. Una manifestazione che, a detta dei dirigenti di allora dell’Ente Fiere, aveva avuto troppa risonanza sulla stampa nazionale, lasciando in ombra la stessa Fiera Cavalli, e pertanto non fu più ripetuta. Un evento che vari quotidiani (“Corriere della Sera”, “Osservatore Romano”, “La Stampa” e altri) definirono «di eccezionale portata culturale» fu il Convegno internazionale sulla figura e l’opera del grande regista danese Carl Th. Dreyer, organizzato da Barzisa nell’autunno 1985 grazie anche al sostegno della Cassa di Risparmio di Verona, con la partecipazione dei massimi specialisti italiani e stranieri di Dreyer e del suo tempo: Ib Monty, Jørgen Krogh, Jørgen Stender Klausen per la Danimarca; Maurice Drouzy e Charles Tesson per la Francia; Hiroshi Komatsu per il Giappone; David Bordwell per gli Stati Uniti; Mark Nash per l’Inghilterra; Guido Aristarco, Fernaldo Di Giammatteo, Liborio Termine, Adriano Aprà, Giacomo Gambetti, Andrea Martini per l’Italia. Gli atti del Convegno sono stati pubblicati nel 1987, a cura di Andrea Martini, nel volume “Il cinema di Dreyer”, Marsilio Editori. Il Convegno fu affiancato da una Mostra dei materiali di lavoro del Maestro alla cinematografia di uno stato straniero, a partire dall’Africa e approdando in seguito al Canada, all’Ungheria, all’Australia, al Giappone, agli Stati Uniti, alle Repubbliche Sovietiche e, più tardi, alla Russia, e ancora alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna, alla Grecia, ma anche l’Olanda, la Germania (unificando a Verona le due Germanie, est e ovest, ancora prima della caduta del muro di Berlino!), i paesi della Mitteleuropa, l’India, il Brasile, ecc. ecc. Per 25 anni e a costo di non pochi sacrifici personali, ne curò la direzione artistica e l’organizzazione con passione e rigore, che fecero meritare alla Settimana veronese, al pari dei maggiori festival del mondo, l’ambito riconoscimento della FIAPF (Fédération Internationale des Associations de Producteurs de Films, con sede a Parigi), ricevendo unanimi consensi da parte della critica più qualificata italiana ed estera. Se in quelle Settimane furono scoperti in Italia autori divenuti “famosi” come Wajda, Rohmer, Saura, Loach, Spike Lee, ed altri, il merito delle rassegne organizzate da Barzisa fu anche quello di far conoscere Verona all’estero e di creare importanti contatti non tanto con registi e produttori, ma soprattutto fra l’Amministrazione della nostra città ed Enti governativi e personalità di rilievo dello Stato invitato, come ambasciatori, addetti culturali, ministri della cultura, contatti nei quali il professore dimostrò un’abilità diplomatica che lo faceva apprezzare in tutto il mondo. Nel 1991, di concerto con il critico Lietta Tornabuoni e l’Editrice La Stampa di Torino, Barzisa promosse, nell’ambito della Settimana Cinematografica, che fino ad allora era stata rigorosamente non competitiva, l’istituzione di un Premio dedicato al critico Stefano Reggiani, da poco scomparso, assegnato al migliore tra i film in concorso da parte di una giuria composta solamente da critici 4

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UN PRESIDENTE INIMITABILE allestita al Museo di Castelvecchio e dalla presentazione, per la prima volta in Italia, di tutti i suoi film e documentari e con la proiezione - in prima visione mondiale - dell’edizione originale e integrale appena ritrovata e restaurata della Passione di Giovanna d’Arco. Ecco, il prof. Barzisa era un gigante, sempre razionale e lucido, sapeva pianificare ogni cosa nel minimo dettaglio, senza perdere la calma davanti ad eventi imprevedibili che costringevano ad un cambio di programma all’ultimo minuto, anzi prevedeva le situazioni incerte per non farsi cogliere di sorpresa. Poi nel tran tran quotidiano era un “Presidente operaio”: quante volte ad esempio aveva stampato lui il notiziario con il ciclostile, aveva imbustato i notiziari per i soci, con la sua Vespa era corso su e giù in tipografia, in Municipio o alle Poste per le spedizioni; era sempre disponibile a sistemare una vite o ad altri lavori manuali di cui ci fosse bisogno nella sede. Aveva lavorato sodo in occasione dei vari traslochi, soprattutto negli ultimi due che ci avevano sfiancato non poco, sempre per risparmiare… Non era solo un uomo di grande capacità organizzativa (sarebbe meglio dire manageriale, perché quello che era inizialmente per lui un hobby da coltivare nel tempo libero dagli impegni didattici quale docente di materie tecnico-scientifiche, era ormai divenuto un lavoro professionale), aveva una mente eclettica, che lo portava ad appassionarsi, tra l’altro, di matematica e di filosofia, sempre alla ricerca dell’ultima uscita editoriale che leggeva, schedava, facendo i collegamenti con i libri già posseduti, in una lotta contro il tempo a disposizione, perché «più si conosce e più ci si rende conto di non sapere». E sebbene fosse schivo, più portato al lavoro che alla chiacchiera, gli piaceva intrattenersi con gli amici che sentiva in sintonia con il suo modo di percepire la realtà. Ma aveva anche l’hobby del disegno, in tutte le sue espressioni pittoriche, prediligeva la tecnica del disegno, a matita, carboncino, tempera, china, pur senza trascurare l’olio e l’acquerello, anzi era sempre felice quando si comperava colori ad acquerello di marca Windsor & Newton che «rendono ottimamente le velature». Era di origini nobili, un vero signore, sia nell’eleganza del portamento e del vestire, sia nella dirittura morale di un’intera vita: la parola data era sacra, al pari di un impegno scritto, non si era mai approfittato del suo ruolo come direttore delle Settimane o come Presidente del Circolo, «voglio dormire sonni tranquilli», diceva, anzi, in molti casi aveva anticipato o sostenuto lui certe spese. Ma forse la cosa che lo contraddistingueva in particolare era la modestia, non si dava arie per le sue capacità o per i riconoscimenti ricevuti. Quanti sanno, ad esempio, che nel 1967, su proposta del Ministro del Turismo e dello Spettacolo on. Achille Corona, fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica per le benemerenze acquisite nel campo della cultura cinematografica in Italia? Si dovette fare pressione su di lui perché si mettesse all’occhiello della giacca la spilla di cavaliere almeno il 16 aprile 2007, in occasione del conferimento della Medaglia della Città che gli assegnò la Giunta Zanotto, come atto di riconoscenza per il ruolo ricoperto nel panorama culturale cittadino e per aver aperto ai veronesi «un significativo sguardo sul mondo». In realtà, quello che la Città avrebbe dovuto dargli, e da tempo, non era un diploma, era una sala di 350-400 posti di proprietà del Circolo, per non andare nomadi da un cinema all’altro (era il suo cruccio: «Siamo eterni vagabondi alla Charlot»), dove fare proiezioni più di 30 giorni all’anno, una sala d’essai come quella che lui aveva inventato per primo a Verona con la breve avventura del Corso d’essai nel 1984-85, dove la sua informazione e la lungimirante intuizione di programmare a Natale un film di animazione europeo, La storia infinita, che nessun esercente voleva, sbaragliò con gli incassi la concorrenza cittadina, consentendo di ripianare i debiti del restauro della sala! Se città come Torino, Milano, Bologna avrebbero premiato il suo impegno culturale ed organizzativo aiutando il Circolo ad avere un posto fisso per le sue proiezioni, libero 365 giorni all’anno, Verona ebbe sempre una posizione di indifferenza, se non di ostilità, ma non è questo il luogo per raccontare le cause del naufragio dei tentativi messi in piedi dal professore… Negli anni successivi all’ultimo trasloco della sede sociale da via S. Giacomo alla Pigna a via Valverde, Barzisa aveva centrato alcuni importanti obiettivi indispensabili per il futuro dell’Associazione: l’adeguamento dello Statuto del Circolo per l’iscrizione nel Registro delle Associazioni di Promozione Sociale della Regione Veneto e la possibilità di accesso al 5 per mille, la sistemazione dell’Archivio-Biblioteca-Emeroteca-Videoteca, grazie ad un sostegno ad hoc ottenuto dalla Fondazione Cariverona, per la catalogazione e la messa in rete dei materiali raccolti sin dal 1947 e costantemente aggiornati con nuove acquisizioni. Aveva lavorato fino all’ultimo con lo stesso, immutato fervore, presentiva che era arrivata l’ora di passare il testimone ed aveva consumato tutte le sue energie vitali per preparare la transizione, perché il “dopo Barzisa” avvenisse in modo sereno e condiviso con i suoi collaboratori, ai quali ha lasciato un messaggio di ottimismo e di fiducia nel futuro del Circolo. 5

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IL RICORDO DI SOCI ED AMICI ESSERE, VEDERE, FARE P ietro Barzisa sarà ricordato come uno dei grandi intellettuali del Novecento. L’opera che ci ha lasciato ha per titolo “Circolo del Cinema”. Con questa sua opera ha tracciato il profilo di un’epoca. Compiendo scelte molto coraggiose, ha inanellato sullo schermo una serie di film che, uno dopo l’altro, costituiscono lo specchio fedele di un periodo storico caratterizzato dalle contraddizioni e dalla frammentazione: il secondo Novecento. Un pensiero “forte” ha ispirato e guidato le sue scelte, un pensiero mosso dalla volontà di incidere sulle coscienze, per fare migliore il mondo; un pensiero inteso a ripensare continuamente la veglia della ragione. Se scorriamo i titoli dei film proiettati nel corso degli anni, rileviamo una continuità che supera di gran lunga le tematiche e i generi trattati, e mostra una capacità d’indagine e d’inventiva che non smette mai di stupire. Infatti, il carattere delle scelte operate mai si è disgiunto da un’intensa curiosità intellettuale e da un inquieto spirito di ricerca. Attraverso il “Circolo del Cinema” Barzisa si è fatto portavoce del proprio tempo, sì, ma rivolgendosi a un’altra età, al futuro. «Il futuro è il luogo delle nostre scelte» sosteneva. E proprio pensando al futuro si protendeva verso la grande possibilità dell’esistenza. Non aveva tempo per i giri viziosi, per il bel fiorire, per l’indugiare. C’era in lui l’urgenza di un impegnativo compito da eseguire: dare vita a un vasto mosaico costituito da film che lui chiamava “di qualità”, ovvero da quei film che sono in grado anche a una ripetuta visione - di invadere le facoltà percettive dello spettatore, accrescendo così la sua sensibilità. Ogni grande spirito contempla il proprio opposto, ne riconosce le possibilità e lo contende. Nel caso di Barzisa, “l’opposto” era il cinema di consumo, l’immagine apatica, il dialogo scontato, il cinema “di servizio” (cioè inchinato verso un potere, economico o politico che sia). Ebbene, da questo “opposto” Barzisa ha sempre tenuto lontana la sua azione creatrice. Ricordiamolo: creatore è l’uomo che fa esistere qualcosa che prima non esisteva. Crea imponendo una forma al dato, attribuendo a tale dato una coerenza esistenziale. È ciò che Barzisa ha fatto: ha intravisto un qualcosa che ancora non esisteva - il “Circolo del Cinema” - e l’ha messo al mondo, facendone un’opera d’arte. Ha fatto esistere la bellezza. L’arte, come ce l’ha fatta conoscere Barzisa, è un dirigersi, un mettersi in cammino, in marcia, un indicare la direzione attraverso libere scelte. Della “scelta” Barzisa ha fatto un capolavoro. Con Barzisa non è solo la concezione di cinema che con lui ha continuato a volare - restando costantemente staccata dalla piattezza del mercato -, ma hanno continuato a levarsi in volo anche le idee e l’intelligenza. Dalle scelte da lui operate in ambito cinematografico - così come nella vita - si ricava una sensazione di profondo disagio esistenziale, che discende da uno specifico ordinamento della società, una società ancor oggi ferita da profonde ingiustizie sociali, culturali, ideologiche. Da qui la necessità di prendere posizione per una nuova grammatica estetica, frutto di una forte opposizione all’esistente, almeno finché l’esistente prevede che anche un solo uomo, una sola donna, un solo bambino venga oppresso. Per 68 anni, con il “Circolo del Cinema” Barzisa ci ha indicato che la vigilanza dell’uomo su ciò che sceglie di essere, di vedere e di fare deve essere continua, indeponibile. Flavio Ermini Membro del Consiglio Direttivo - Direttore della Rivista “Anterem” A Pietro Barzisa Carissimo amico, come posso scriverti ancora? Voglio dirti che sei presente, che ci parliamo sottovoce, risento la tua voce al telefono, ti rivedo nei nostri colloqui nella trattoria che prediligevi o nei più rari incontri nel tuo ufficio o dopo le proiezioni nel tuo Circolo del Cinema, che conoscevo dagli anni '40. Verona deve a te le prime proiezioni in clima di libertà culturale, una libertà che hai sempre difeso in modo esemplare. Ci manchi, ma sei con noi. Con affetto crescente, con amicizia costante per il tuo impegno e per quanto hai regalato a Verona, unisco un forte abbraccio. M° Gianfranco de Bosio Regista di teatro, cinema, tv e opera lirica Ho conosciuto Piero Barzisa negli anni '50 ma l’ho frequentato solo di recente. Negli ultimi vent'anni. In lui ho sperimentato l'amico. Vero. Un amico capace di affetto e desideroso di affetto. Sbrigativo e intransigente, sempre in ricerca di Verità e Giustizia. Responsabile. 6 Ha sempre inteso il suo incarico autorevole e di potere come servizio, ascoltando e apprezzando la collaborazione di tutti in modo da permettere all'Associazione di crescere. E lo ha dimostrato in quest'ultimo anno consegnandoci un Circolo del Cinema in continuo rinnovamento, frutto di un lavoro febbrile oltre ogni limite, nono- stante le inevitabili défaillance dell’età. L'ultima volta che lo vidi, un mese prima della morte, mi ripeteva: "non go' tempo". Voleva lasciare la sua creatura in perfetta salute. E c'è riuscito. Ora sento il vuoto per la mancanza di Piero, che mi ha fatto capire cosa sia la vera amicizia. E lo ringrazio. Gian Maria Buffatti Socio - Responsabile del Museo del CineMagia dell’Immagine

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IL RICORDO DI SOCI ED AMICI V orrei aggiungere ancora qualche parola alle poche abbastanza sconclusionate che sono riuscito a dire, con una mano appoggiata alla cassa di legno chiaro che custodiva corpo e mente del carissimo Piero. Ultimo (purtroppo) dei soci fondatori del nostro sodalizio ancora più o meno in memoria per rievocare qualcosa di Piero ai bei tempi degli entusiasmi giovanili, penso che tocchi a me di amarcordare. L’ho conosciuto, vedi caso, al cinema San Sebastiano. Stava di fronte all’attuale Coin, nell’area ora occupata dal nuovo spazio vetrato della Biblioteca Civica. Sarà stato agli inizi degli anni ’40. Era un cinema che ogni tanto anticipava di un bel po’ le future sale d’essai, proiettando i già mitici film del muto e del primo sonoro. Mi pare che quegli eventi avvenissero il sabato, perché ricordo bene che il Piero (promotore dell’iniziativa) e io stesso eravamo in divisa (d’avanguardista io, del GUF - gruppi universitari - lui), tenuta obbligatoria nel sesto giorno della settimana, anche per ragazzi di famiglie socialiste (e quindi antifasciste), come eravamo noi due. Ma se si voleva frequentare una scuola pubblica e fare qualcosa di “culturale”, non c’erano alternative. Come non ce n’erano per chi fosse interessato al Cinema come Arte: quasi unica fonte di avidissima lettura era il quindicinale Cinema, diretto da Vittorio Mussolini, secondogenito del Duce. Rivista peraltro di buona qualità culturale e ottimamente illustrata, come può facilmente constatare chi volesse consultarne tutti i numeri nella biblioteca del nostro Circolo. Quel periodico si batteva paradossalmente contro il cinema calligrafico ed evasivo italiano dei “telefoni bianchi” e in un certo senso anticipò il neorealismo, favorendo tra l’altro la realizzazione del fondamentale Ossessione di Luchino Visconti. A Cinema (e alla più intellettuale rivista Bianco e Nero) ci abbeveravamo noi due. Cominciammo a scambiarci le idee, e scoprimmo che combaciavano. Piero aveva un paio di anni più di me, e io lo ammiravo (anzi lo invidiavo, soprattutto per il fascino che, bel giovanotto, esercitava sulle ragazze). Erano gli anni in cui si discuteva sui massimi sistemi (non in politica, dove il sistema era uno solo), ma in fatto di cinema: sul suo “specifico”, sulle sue basi estetiche, se fosse giusto considerare Opera d’Arte un prodotto della collaborazione di più persone… Leggevamo avidamente Film e fonofilm di Vsevolod Pudovchin (leggendario regista sovietico-marxista!) che la censura aveva lasciato uscire nel ’35. Piero, che aveva i piedi ben piantati in terra, diceva che, se si voleva discutere seriamente di quei problemi, non dovevamo accontentarci di leggerne su libri e riviste, bisognava prima vedere i film che li avevano suscitati, e lui aveva già cominciato a farlo. Ma presto i tempi di cinema lasciarono posto a quelli di guerra... Non starò a ripetermi sull’incontro nel ’46 tra Piero e me in via Mazzini, da cui nacque tutta la faccenda. Ma vorrei ricordare che quando poco dopo noi due andammo a Nervi, al 1º Convegno nazionale del Circoli del Cinema, Piero mostrò subito di che pasta era fatto. Al cospetto di già famosi personaggi come Umberto Barbaro, direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia, di storici del cinema come Carl Vincent e dei più autorevoli critici cinematografici di allora, il Nostro tirò fuori una padronanza di sé e una grinta che spiegano non solo la tenace accortezza che egli mostrò poi nel condurre fino alla morte il sodalizio veronese, ma anche le ragioni per cui, per tanti anni, fu chiamato alla presidenza dell’Unione Italiana dei Circoli del Cinema. Ero presente con lui anche il giorno in cui, ad un’Assemblea annuale dei Circoli, un colpo di mano fece emergere personaggi poco affidabili. «Se ne accorgeranno presto», mi disse il Piero. E la sua previsione non tardò a dimostrarsi giusta. Tenacia e accortezza: questo, facendo le somme, ricordo dunque di Piero. “Vado avanti con la forza di volontà, l’unica cosa che mi resta”, mi disse l’ultima volta che ci incontrammo, quando tornai come sempre a Verona per l’inaugurazione della sessantottesima stagione del Circolo. Non vorrei concludere con la solita tirata banale dell’eredità che non va sprecata, ma fatto sta che Piero stesso se n’era preoccupato nei suoi ultimi tempi, e aveva cercato di guardare lontano, oltre di sé. Vita Carlo Fedeli (alias Carlo Vita, alias Popi) 7

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IL RICORDO DI SOCI ED AMICI P 31 dicembre 2014 iero, sei veramente un grande. Hai avuto una vita piena e bella dato che sei riuscito a viverla prefissandoti degli scopi, e li hai raggiunti. Non è poco. Molto di più è che, con la tua passione e la tua determinazione, sei sempre arrivato prima degli altri: per primo hai divulgato la cultura cinematografica nella nostra città; per primo hai portato a Verona registi e attori di fama mondiale; prima che fossero gli altri a decidere le sorti della tua creatura – il Circolo del vogliamo bene, presenti o lontani, abCinema – hai deciso tu a chi fare le con- biamo liberato il tuo spirito nel vento lasegne con l’acume che ti ha sempre sciando il tuo corpo in polvere scorrere contraddistinto . Ma la cosa sbalorditiva con le acque del fiume. Credo che tu è stata la volontà che le tue ceneri sia stato il primo ad avere una tale cerivenissero sparse nell’Adige, cosa non monia, in regola intendo, e certamente permessa fino a tre mesi fa! La breve avrai imitatori sempre più numerosi. Ancerimonia che si è svolta è stata com- ch’io sarò tra loro. Con l’affetto di sempre. movente e serena. Non puoi che essere contento di quello che hai deciso e di p.s. 1 Il tuo Circolo è in buone mani. quello che è stato: mentre un socio p.s. 2 Eravamo sopravento e non ci è amico recitava un mantra, tutti noi che ti successo come ne Il grande Lebowski. Magè Avanzini Socia Pietro, sono stata fortunata ad aver conosciuto in te un professore sapiente e severo, che mi ha illuminato la strada verso la curiosità e la voglia di imparare, perché tu soffrivi nel vedere il disinteresse delle persone verso la cultura e hai dedicato la tua vita per migliorare il futuro dei giovani. Al tempo stesso però ho scoperto in te una persona umile e semplice nel rapporto di amicizia. Avevi un sorriso tenero e il cuore da bambino, e gli occhi ti brillavano quando parlavamo della natura e degli animali e una volta mi dicesti che avresti voluto rivivere dopo la morte in un filo d’erba. Chissà se un giorno ci incontreremo in un prato fiorito con i caldi colori dei tuoi acquerelli. Maria Grazia Fraccaroli Amica Non ricordo quanti articoli ho scritto come inviata del Circolo al Festival del Cinema di Venezia, ma so con certezza che è stata un’opportunità straordinaria offertami da un personaggio più che straordinario. Parlo di Pietro Barzisa, il prof, l’anima del nostro Circolo, incontrato per la prima volta in quello strano appartamento di via San Giacomo alla Pigna dove, ritualmente ai primi di settembre, si andava a rinnovare la tessera sociale. È successo che quella volta ci fosse anche il prof, si è creato da subito un buon rapporto, abbiamo parlato a lungo e non solo di cinema. E poi evi- dentemente si è fidato, ha capito che condividevo la sua grande passione e ha deciso di farmi accreditare a Venezia. A metà degli anni novanta ho trascorso un paio di inverni (o forse uno solo) a catalogare il “cospicuissimo” materiale raccolto nei festival da Lietta Tornabuoni, la generosa giornalista della Stampa che riforniva il Circolo di tutto ciò che raccoglieva come inviata. Barzisa era molto “segretoso”, ho scoperto l’origine dei materiali e il rapporto di stretta amicizia che intratteneva con Lietta Tornabuoni solo dopo un bel po’. Erano documenti i più svariati, dai programmi stampati dalla Biennale, agli articoli di critica, ai dossier di film preparati dalle case di produzione. Cosa mi si chiedeva? Ines Cabrini, altra anima del Circolo, mi rifornì di un mozzicone di matita e di fogli di riciclo da usare, con parsimonia, come schedine da inventario sulle quali appuntare i nomi dei registi e degli attori con relativo rimando alle buste, un lavoro immane. Mi offrirono una stanzina polverosa con le imposte sempre chiuse per non disperdere il calore. Ho amato quel lavoro da topo di biblioteca, tuttora lo rimpiango! Anna Pasti Socia Dal primo giorno che avevo conosciuto Pietro lo sentivo e consideravo sempre un vero amico, un grande Personaggio, un attento Professore che vedeva nel cinema una vera Arte. Per me, con Pietro Barzisa, se ne va un' intera epoca del cinema visto appunto come Arte. A vedere l'archivio dei film che avete presentato nei decenni della vostra attività, se ne potrebbe fare un perfetto va- demecum /dizionario del Cinema d'Arte, del cinema d'autore da insegnare nelle scuole di cinema di tutto il mondo. Basta vedere i titoli di film da voi selezionati con tanta cura e con sapienza per le famose Settimane Cinematografiche Internazionali, molti dei quali, purtroppo, non editi in Italia, che rappresentano davvero il meglio del cinema mondiale. Mi ricordo con quanto interesse ed entu- siasmo e quanta cura il Professore sceglieva i migliori film per rappresentare a Verona il cinema delle varie nazioni dell'Unione Sovietica nel 1977. Una grande ed inestimabile parte del successo conquistato dal vostro Circolo del Cinema spetta a te, carissima Ines. Nei molti anni che ci conosciamo, voi eravate per me un riferimento ed un esempio di come si collabora e si fa amicizia. (...) Valery Narymov Università di Pyatigorsk 8

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IL RICORDO DI SOCI ED AMICI L ’improvvisa scomparsa del professor Piero Barzisa, fondatore e presidente dalla fondazione del Circolo del Cinema di Verona, priva la nostra città della presenza e soprattutto dell’attività di una persona tra le più benemerite sul piano culturale, in quanto rappresentante di una cultura laica e insieme rispettosa delle esigenze di un pubblico colto e composito quale è quello che ogni settimana assiste alle proiezioni dei film da lui scelti in un panorama pressoché mondiale. Ma non è compito di questa rubrica, quanto di giornalisti ben più esperti e di collaboratori ben più attrezzati nella conoscenza e nell’approfondimento del patrimonio filmico internazionale, narrare le iniziative di Piero Barzisa in questo vasto campo della sua lunga e intelligente attività svolta per così lungo periodo nella nostra città. Chi scrive queste righe si arroga invece il diritto, che è quasi un dovere, di ricordare Piero Barzisa non solo come cittadino benemerito, che con la direzione della Settimana Cinematografica Internazionale, da lui ideata e diretta per lunghi anni, ha portato Verona ad essere uno dei centri di studi cinematografici più rilevanti in un panorama mondiale, ma, al di là degli esiti culturali, che non spetta a noi rilevare, del suo impegno, di rammentare come Piero Barzisa abbia sempre messo in questa sua attività, centrale nella sua esistenza altrimenti riservata e quasi schiva, una naturale bonomia, una spontanea simpatia che gli rendeva facile l’amicizia con gli esponenti della cinematografia di tutti i paesi del mondo, grandi e piccoli, celebri e pressoché ignoti, che venivano da lui invitati nelle diverse edizioni della rassegna filmica. Ricordiamo con piacere, tra le altre, quella volta in cui, avendo invitato a Verona registi e attori di film delle repubbliche asiatiche dell’Unione Sovietica, che si trovavano imbarazzati, dopo essere usciti per la prima volta dai confini, nei contatti veronesi per la presenza di una nutrita comitiva di accompagnatori dall’aria di poliziotti, egli risolse ogni problema invitando tutti ad una cena accompagnata da solenni bevute di vini georgiani e veronesi. E anche un’altra volta in cui, dopo avermi raccontato a tarda sera con una telefonata da Montréal in Québec i risultati del suo incontro con i responsabili del cinema canadese, per poter redigere un comunicato stampa per il giorno dopo, mi ritelefonò subito dopo aver appeso la cornetta, per dirmi di telefonare la mattina successiva alla sua mamma e dirle che egli stava bene. E quando gli chiesi perché non me lo aveva detto dieci minuti prima, rispose che quella era una telefonata d’ufficio, a spese del Comune di Verona, la seconda invece era una telefonata personale, ed egli era abituato a tenere distinte le cose. Questo era, e rimane per quanti lo hanno conosciuto, il professor Piero Barzisa. Giuseppe Brugnoli Già Direttore de "L’Arena" - Articolo della rubrica "El canton del Bepi”, 17.12.2014 S in dalla prima volta che ci siamo incontrati, nei primi anni Ottanta, mi ha colpito la sua energia, addolcita da una cortesia non di maniera, che lasciava trasparire tratti di introversione, se non di scontrosità. Lo conobbi, grazie al suo amico Fernaldo Di Giammatteo, alla Settimana Cinematografica Inter- nazionale, ai cui materiali faccio ancora oggi riferimento per le tesi dei miei studenti, dato che le scoperte di Pietro, a volte, sono rimaste uniche nel panorama italiano e ancora oggi rimpiango la prematura fine di questa acuta esplorazione del cinema mondiale. Rimane, dinamico e in ottima salute, il Circolo del Cinema. Dal 1947 ha attraversato, sotto la sua guida, le fasi più diverse della fruizione dei film, riuscendo sempre ad adeguarsi ai mutamenti: sono sicura che i suoi eredi - e allievi - sapranno mantenerne l’inesauribile vitalità, di cui sono stata testimone in questi ultimi trent’anni e più. Cristina Bragaglia Università di Bologna onobbi il professor Pietro in una delle convocazioni serali di luglio che si tengono ogni anno sociale. Lì vidi per la prima volta Ines Cabrini e il professore; si avvicinarono a me, e ricordo come fosse ieri le parole di Ines: «Meno male che abbiamo qualche giovane nel nostro Circolo! Ti presento una persona importante, Pietro Barzisa. E tu come ti chiami?». Mi sentii onorato di stringere la mano al Presidente! E così dopo amichevoli scambi di parole, mi fu proposto di scrivere ogni tanto per il Fil- C mese, perché il professore mi riconobbe come il “critico” che lasciava i commenti ai film nel sito. Non smetterò mai di ringraziarlo perché è grazie a queste occasioni che ebbi modo di conoscere dal vivo registi come Daniele Gaglianone e Andrea Segre, e di scrivere articoli di quelle serate. Purtroppo, ho altri pochi ricordi del professor Pietro. Istanti brevi ma intensi, perché aveva progetti nuovi e stimolanti per me. I suoi occhi brillavano quando accettai la posizione di “redattore” per la sezione “I giovani col Circolo”. Era felice di avere finalmente dei giovani, diceva: “sono linfa vitale per il Circolo!”. L'ultima volta che sentii la sua voce era prima della proiezione di Words and Pictures. Supplicava concitatamente tutti i soci di invitare nuovi soci, di parlare e farci pubblicità, “parlate del Circolo, parlate, parlate, parlate!”. Riusciremo tutti insieme a rispettare questa piccola promessa? Addio, professor Pietro. Elia Boninsegna Socio 9

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IL RICORDO DI SOCI ED AMICI Non mi sono innamorato mai, se non del cinema». Queste sono le parole con cui mi si presentò il professor Barzisa e io non ne avrei di migliori per descriverlo. Sono passati da allora più di cinque anni, anni in cui ho imparato a leggere in quegli occhi limpidi, quasi trasparenti, la passione, la rabbia, la gioia, il dolore, la vita. Una vita che si intendeva essere stata lunga e piena; si leggeva nei tratti del viso, nella camminata che ultimamente si era fatta stanca, nel continuo rincorrere i pensieri per fare meglio e di più e ancora. Persona dalle diverse sfaccettature; capace di grandi slanci d’affetto e di grandi sfuriate che culminavano in discussioni in cui era difficile tenergli testa. Convinto in modo pieno di ogni suo passo ed ogni sua idea, arduo fargli cambiare rotta se non con motivazioni validissime e, a volte, solo difendendosi con l’arroganza della gioventù. Adoro quella biblioteca creata scaffale per scaffale al Circolo del Cinema; quel suo volerle bene come se fosse una creatura dotata di vita propria. A volte così gelosamente custodita da non trovare respiro. In questo momento nel respirare delle parole sulla carta si svela tutta la potenza che fino ad ora era rimasta sopita, come a dire: guardate anche voi cosa sono riuscito a fare! Chiara Contri Responsabile del Progetto della Biblioteca-Archivio del Circolo del Cinema V orrei offrire alcune riflessioni sulla mia amicizia con Piero Barzisa, una persona veramente unica. Faccio tesoro di alcuni ricordi. Quando penso a Piero mi vengono in mente certe qualità del carattere. La prima è il coraggio, come antifascista durante la guerra, poi combattendo per mandare avanti il Circolo per 68 anni, sopportando con stoicismo problemi anche fisici. Poi, la modestia e riservatezza. Il denaro aveva poca importanza per Piero. Non aveva mai comprato casa, fatto investimenti o provato ad arricchirsi in nessuna maniera. Non aveva mai preso un soldo per il suo lavoro nel Circolo; era un volontario puro. Infine mi viene in mente la nobiltà. La famiglia Barzisa ad un certo punto della sua storia era nobile, però Piero era nobile perché ha dedicato la sua vita alla cultura. Il riconoscimento che aveva ricevuto dal Comune di Verona era strameritato. Il pensiero di Piero era scientifico e filosofico. Era laico, non credente e non aveva paura della morte. Il suo pensiero era come quello di Margherita Haack che, poco prima di morire, disse a degli amici: «dopo la morte mi incontrerete in un'altra forma». Piero condivideva que- sta idea, che è sostenuta dalla fisica moderna. Per questo la cerimonia all'Adige, con alcuni amici riuniti per spargere le ceneri di Piero nel fiume, cioè restituendo la parte materiale alla natura, era appropriata e sublime. Due cigni bianchi e germani reali ci hanno fatto visita. Ero onorato di cantare un mantra buddista, “Annica vata sankhara”, ricordando che tutte le cose condizionate della vita sono impermanenti. In questa ottica, il nostro amico Piero non è morto. Lo spirito di Piero è ancora vivo nel Circolo del Cinema. Arrivederci, Piero. Joseph Sachs Socio Caro Pietro, la prima volta ci incontrammo ad un’assemblea UICC, a Prato, credo fosse il 1980. Ci presentò il prof. Carlo Barsotti, tuo grande amico. L’avevo da poco sostituito alla guida del Circolo del Cinema di Lucca, non senza polemiche. Già anche lì, come tuo solito, non facesti tante storie, prendesti atto e… avanti! La nostra amicizia maturò però molto dopo, solo alla fine degli Anni Novanta. Si cementò nel biennio 1997/99 durante le baruffe che seguirono al ricambio generazionale (chiamiamolo così) alla guida della UICC. In tutti questi anni, la tua amicizia e la tua stima sono state per me motivo di enorme orgoglio. Tra i tanti ricordi che ho di te, mi piace citare qui i nostri ultimi incontri (non così frequenti, purtroppo). Passavamo a trovarti (mia moglie ed io) a Verona. Di solito una domenica, tu ci raccontavi del tuo Circolo, ci svelavi i progetti e le ambizioni. Io ti raccontavo un po’ di Lucca. Non perdevi mai occasione per complimentarti, per elogiare quanto veniva fatto, per esortarci ad andare avanti, con lo spirito, le idee, la passione dei primi giorni. Tu sei sempre stato maestro in questo, te l’ho sempre riconosciuto. Il Circolo del Cinema di Verona è un mito! Un esem- pio unico, inavvicinabile. Poi, andavamo a mangiare fuori, in collina, con Ines. A tavola, spesso, ai progetti si mischiavano i ricordi. I comuni amici di un tempo, un po’ persi negli anni, come Pier Mario. O una vena polemica contro questo materialismo gretto e cinico, privo di valori, che purtroppo caratterizza i nostri ultimi tempi. Caro Pietro, tutto questo non lo potremo più fare, ma non importa. La nostra sincera amicizia muta solo genere, si sposta dal piano sensoriale a quello onirico, ma rimane, salda e non più contaminabile. Un abbraccio. Marcello Bertocchini Presidente del Circolo del Cinema di Lucca (nato nel 1948) Ricordo Pietro Barzisa, il “profes- sore“ del Circolo, con grande affetto. Nonostante gli anni era rimasto giovane nello spirito. Per me è stato una guida importante e un grande riferimento dell'arte cinematografica. Rimane vivo in me il ricordo della sua Settimana Cinematografica Internazionale di Verona era un festival modello nel suo genere - al quale dal 1987 in poi ho sempre partecipato. Ricordo Pietro Barzisa con stima e riconoscenza. Un ultimo caro saluto dalla sua amata Vienna. Anton Silhan Giornalista e critico cinematografico, Vienna 10

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SCHEDA DI "RECUPERO" DEL FILM VOTATO DAI SOCI PICCOLA PATRIA PROIETTATO IN SOSTITUZIONE DEL FILM IL SUPERSTITE IL 18 DICEMBRE 2014 REGIA: Alessandro Rossetto (ITALIA, 2013) - DURATA: 111’ - OPERA PRIMA / SCENEGGIATURA: Caterina Serra, Alessandro Rossetto, Maurizio Braucci / FOTOGRAFIA: Daniel Mazza / MONTAGGIO: Jacopo Quadri / MUSICA: Paolo Segat, Alessandro Cellai, Maria Roveran / ATTORI: M. Roveran, R. Da Soller, V. Doda, D. Ribon, L. Mascino, M. Artuso, N. Maragno, M. Çili, G. Brogi, D. Hajdaraj, V. Mazzucato, S. Scandaletti / PRODUZIONE: Arsenali Medicei e Jump Cut PREMI: Bimbi Belli Festival 2014: miglior attrice (Maria Roveran) / Kineo Awards, Italy 2013 Opera prima proveniente da Venezia Orizzonti 2013, Piccola patria ha riproposto parallelamente a Via Castellana Bandiera di Emma Dante, vizi e difetti di italiani “brutti sporchi e cattivi”, qui non deformati dalla lente del grottesco bensì inseriti nel contesto di apparente benessere di un Nord Est intriso di intolleranza, lassismo e arretratezza culturale. Un ritratto corale di genitori ignavi, figlie avide di piaceri a pagamento e umiliazioni, immigrati clandestini alla vana ricerca di integrazione. Un ritratto impietoso, un esordio nella finzione di buona potenza espressiva per un regista con i trascorsi nel documentario, anche in veste di produttore, e con buoni apporti tecnici, dal montaggio di Jacopo Quadri alla sceneggiatura scritta con Caterina Serra e Maurizio Braucci. (...) Il film è magnificamente inserito nel contesto territoriale, denso di rigurgiti xenofobi e secessionisti, di disoccupazione e sogni effimeri di ricchezza facile. Le scatenate ragazze protagoniste si rispecchiano in un mondo degli adulti di disarmante degrado morale (con l’eccezione di alcuni personaggi femminili, la sorella del “porco” e la madre di Luisa, interpretate da Nicoletta Maragno e Lucia Mascino), in un ritratto scevro da cliché degli immigrati in Italia, frecce nell’arco di un’opera che si apre e si chiude sulle note roboanti di canti folkloristici a cappella, molto efficaci, e che lascia intravvedere momenti di redenzione e consapevolezza in alcuni dei personaggi, i più aperti verso l’esterno, non importa quanto invischiati in situazioni di torbido immobilismo. (Mario Mazzetti, da “Vivilcinema”, marzo/aprile 2014) (...) Dopo anni di attività documentaristica, Alessandro Rossetto dirige il suo primo film di finzione: inevitabilmente figlio della pregressa esperienza che, insieme agli studi di antropologia, contribuisce in maniera determinante a caratterizzare un grande esordio, essenziale e rigoroso, seppur basato su una sceneggiatura scarna (meno di 70 pagine, firmate dal regista con Caterina Serra e Maurizio Braucci) e affrontato – come ricordato dallo stesso Rossetto – con un «approccio fisico, con la volontà di creare un vortice estivo che legasse improvvisazione e osservazione, ricerca e creazione dei personaggi». Dove il reale e la finzione si mescolano, dove l’apertura al mondo e l’iperattività di Luisa (l’attrice e cantante Maria Roveran, anche autrice e interprete di due brani della colonna sonora del film) si scontrano con la rassegnazione e l’inerzia degli adulti (non a caso il padre della ragazza sembra immobile anche quando cammina), creando un conflitto che non è più, non solo, quello tra autoctoni e stranieri, ma tra più mondi. Conflitto che potrebbe esplodere in ogni istante, ovunque, in qualsiasi piccola patria del pianeta. E che nel racconto di Rossetto, al quale va riconosciuta anche una superba direzione degli attori, è scandito anche da una colonna sonora, a cura di Paolo Segat, Alessandro Cellai e la già citata Roveran, impreziosita da due opere tradizionali (“L’Acqua ze morta” e “Joska la rossa”) recuperate e rinnovate dal compositore e maestro vicentino Bepi De Marzi, usando il dialetto veneto per i testi. (Valerio Sammarco, da “La Rivista del Cinematografo”, aprile 2014) “Piccola città, bastardo posto”. Povera patria. L’Italia dentro, non è un paese. È una provincia. E i luoghi di Piccola patria sono quelli del Veneto profondo, la regione in cui in questi giorni si sono improvvisati e falsificati referendum su secessionismo e indipendenza; case unifamiliari e roulotte, hotel e stalle, officine e chiese, strade e spiagge, tendoni per manifestazioni politiche e capannoni abbandonati. Non-luoghi e frontiere, focolai e sedi produttive, locali per vizi privati e palcoscenici per pubbliche virtù, prigioni soffocanti, vie di fuga. La lingua stessa è un luogo dislocante, di conflitto inconciliabile fra locale e globale, tra passato e futuro; il dialetto preferito dagli indigeni all’italiano, il cinese da imparare per sognare (sempre per regionale ragione imprenditoriale), l’albanese abbandonato dai migranti per cercar d’essere accolti. E poi l’ottuso mito delle radici, il mantra del nord che lo produce, il bigottismo ipocrita dei padri, il rancoroso, osceno e immorale desiderio di fuga dei figli, il loro corpo mercificato. E la costante richiesta d’integrazione degli immigrati, in una terra incestuosa di abituale xenofobia. È di questo che racconta Piccola patria, della decadenza di un’Italia piccola, piccola, della storia di due giovani donne, di un ricatto sessuale e un gretto uomo del borgo, e della scelta di un capro espiatorio straniero. Alessandro Rossetto, esordiente nel lungometraggio di fiction, s’affida alla propria decennale pratica di sguardo documentarista; definiti un mondo, i ruoli e i rapporti di potere, registra gli attori che reagiscono l’uno all’altro, nel presente della scena, liberati da se stessi nel ricorso alla lingua veneta e coerenti non a una sceneggiatura rigorosa, ma ai moventi psicologici del proprio personaggio. Ne esce un esempio di cinema istintivo, che rende palpabile e palpitante un lucido scandaglio sociologico. Non si concede nemmeno una comoda catarsi, Piccola patria; quel che importa a Rossetto è cogliere le componenti di una tragedia culturale in perenne statu nascendi. Le logiche di una polveriera. Presentato a Venezia 2013, in Orizzonti, s’apparenta con un altro film recente sul fascismo antropologico nostrano: Padroni di casa di Edoardo Gabbriellini. (Giulio Sangiorgio, da “Film Tv”, 13 aprile 2014) Il documentarista Alessandro Rossetto preferisce la dimensione da tragedia classica all’affresco sociologico, rendendo questa storia sufficientemente universale da poter essere ambientata anche nella provincia americana o in Giappone. La ricerca formale del regista, le scelte linguistiche rischiose e suggestive donano al film uno sguardo insolito nel panorama cinematografico italiano, che scaturisce da un personale metodo di lavoro; alcune scene erano “blindate”, altre ancora improvvisate (...). (A.D., da “Ciak”, aprile 2014) ALESSANDRO ROSSETTO Il regista, sceneggiatore e produttore nato a Padova nel 1963, ha studiato cinema documentario al Centre de Recherche Cinématographique dell'Università di Nanterre a Parigi. Il suo primo lavoro, Il fuoco di Napoli, è stato selezionato in numerosi festival tra cui il Vision du Réel a Nylon, in Svizzera, e il Messaggio per l'uomo a San Pietroburgo. 11

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16 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 5 FEBBRAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 SILS MARIA (CLOUDS OF SILS MARIA) REGIA: OLIVIER ASSAYAS (FRANCIA, 2014) DURATA: 124ʼ SCENEGGIATURA: Olivier Assayas / FOTOGR.: Yorick Le Saux / MONT.: Marion Monnier / MUSICA: Daniel Sobrino / ATTORI: Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Lars Eidinger, Johnny Flynn, Angela Winkler, Hanns Zischler, Aljoscha Stadelmann / PROD.: Charles Gillibert International Cinephile Society Awards 2014: ICS Cannes Award per la miglior attrice e la miglior sceneggiatura / Prix Louis Delluc 2014: Prix Louis Delluc per il miglior film Un’opera complessa, di scrittura, “di testa” come il cinema cui Assayas ci ha abituati, fluida e piena di sottotracce che trasudano cinefilia, commistione di linguaggi artistici trattati con affetto da un regista sensibile, che fa leva sulle interpreti e come sempre musica, con l’enfasi assicurata dalla Sinfonia n. 2 in Re maggiore di Handel e qualche brano rock ben assestato, non senza un paio di guizzi di regia da menzionare: ammirevole per intensità e pathos, la lunga sequenza iniziale ci rivela fatti e psicologie grazie a una serie di telefonate e confronti; l’entrata in scena finale al momento della prima, con la complessità della scenografia e di rimando l’elegante regia non fine a se stessa bensì al servizio dell’acquisita consapevolezza, foriera di appagamento, della “nostra” protagonista. (Mario Mazzetti, da “Vivilcinema”, sett./ott. 2014) Dopo la morte del suo mentore, il regista Wilhelm Melchior, la grande attrice Maria Enders si lascia convincere a riprendere lo spettacolo che la lanciò: Il serpente di Maloja, imperniato sulla relazione pericolosa tra una donna matura e una giovane ambiziosa. A ruoli ribaltati, però, Maria sarà Helena, l’adulta, mentre la parte della ragazzina, Sigrid, toccherà a Jo-Ann Ellis, starlette dei blockbuster di supereroi. Un ottimo esempio di “huis clos”, il tipo di film dove ti senti ammesso a certi segreti dentro una stanza chiusa. Se la trama rimanda a Eva contro Eva, i motivi di interesse sono anche altri. L’incontro-scontro fra le due attrici, infatti, avviene con la mediazione di un terzo personaggio: la segretaria di Maria, Valentine, che le ammira entrambe ed è un po’ il “doppio” di Sigrid. E qui Assayas ci riserva una sorpresa: Valentine, la giovane ombrosa dal guardaroba trascurato, è interpretata dalla teen-idol Kristen Stewart di Twilight. La quale la fa letteralmente vivere; tanto da oscurare, a tratti, la stessa Binoche. E la piccola Moretz è, come sempre, un valore aggiunto. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 6/11/2014) Film complesso e traslucido, Sils Maria s’inoltra nel mistero della presenza dell’attore, innervando un discorso sulla creazione del cinema nel mito del film di montagna di Arnold Frank. Nel corpo di Juliette Binoche, Assayas osserva come in uno specchio l’epifania di una mutazione; si pensa ovviamente a Sans titre (Man Yuk: A Portrait of Maggie Cheung). Nell’opporre due corpi femminili (il regista avrebbe voluto Mia Wasikowska al posto di Kristen Stewart), Assayas, pur omaggiando il maestro Bergman, sembra addirittura attingere al magistero di Mankiewicz. La riflessione sulla fragilità dell’immagine si fonda sull’evidenza dell’impossibilità del corpo di restare fedele alla sua riproduzione. Ed è in questo lutto, che fonda il piacere stesso del cinema, la nostalgia del corpo per la sua immagine fissata per sempre nel tempo, che Assayas giunge a lambire Nietzsche e l’eterno ritorno. Le nubi che formano il serpente di Maloja (immortalate da Frank nel 1924 e che la seconda unità di Assayas ha ricreato con precisione calligrafica) sono il segno di una presenza concreta che si situa alle soglie dell’invisibile. Proprio come le proiezioni del corpo dell’attore di cui scriveva Nietzsche in La nascita della tragedia. Film di segni impalpabili, Sils Maria è il cinema condensato come in un cristallo dalle molteplici facce. A osservarlo sembra di vedere tutto. Ma è solo un inganno. Il più necessario. (Giona A. Nazzaro, da “Film Tv”, 9/11/2014) 12 (...) Un’altra profonda riflessione sul ruolo dell’attore, sulla persona che si nasconde dietro al personaggio e sul personaggio che non riesce a lasciare andare la persona. Sul testo, sul significato e sul significante. E sul tempo. La sua inesorabilità e il mistero dietro al suo scorrere ineludibile. Come le nuvole che attraversano il passo del Majola, fenomeno naturale mozzafiato e inspiegabile. È un gioco di sovrapposizioni e nuove forme, il film di Assayas, che chiede a una Binoche inarrivabile di ragionare su se stessa, di nascondersi nel ricordo di un ruolo che non le appartiene più e di aprirsi ad una nuova consapevolezza di sé, radicata nel presente. Centrale, poi, è il ruolo dell’assistente Valentine (Kristen Stewart): è lei che quasi smette di preoccuparsi di organizzare l’agenda o gli impegni di Maria e incomincia – nel gioco di ruolo dato dalla “recita” del testo – a trasformarsi nel riflesso della donna, nella Sigfrid che Maria deve imparare a non cercare più. Finendo per sovrapporre (di nuovo) la finzione al vero, e sparire... Assayas – che ha accettato di dirigere il film partendo da un soggetto pensato proprio dalla Binoche – non racconta nulla di nuovo, in fin dei conti, considerando quante altre volte il cinema ha saputo confrontarsi con se stesso (da Godard a Fellini, da Truffaut ad Allen), e quante volte i suoi protagonisti hanno “lavorato sul proprio mestiere”. Ma il regista francese dimostra che si può ancora riflettere su un riflesso, giocare su diversi livelli il discorso del doppio (Maria e Valentine, Helena e Sigfrid, Jo-Anne Ellis e Jo-Anne Ellis …), allargando lo spettro d’introspezione; è un film che cala il sipario, Sils Maria, per poi riaprirlo nuovamente sul primo piano della Binoche. Che accetta la nuova parte pensata per lei. Dalla finzione. E dalla vita. (Valerio Sammarco, da “Rivista del Cinematografo”, novembre 2014) OLIVIER ASSAYAS Regista e critico cinematografico francese, nato a Parigi il 25 gennaio 1955. Ha esordito come regista nel 1979, con Copyright, il primo di quattro cortometraggi realizzati in cinque anni. Parallelamente ha svolto un'intensa attività di critico per i Cahiers du Cinéma. Dopo aver collaborato alla sceneggiatura di due film, ha realizzato il suo primo lungometraggio, Désordre (1986). Il successo è arrivato con Irma Vep (1996, premiato al Festival di Rotterdam). È conosciuto soprattutto per Paris, je t'aime (2006), Ore d'estate (2008) e Clean (2004).

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17 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 12 FEBBRAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 VIVIANE (GETT - THE TRIAL OF VIVIANE AMSALEM) REGIA: RONIT & SHLOMI ELKABETZ (FRANCIA / ISRAELE / GERMANIA, 2014) - 115ʼ SCENEGGIATURA: Ehud Gutterman / FOTOGRAFIA: Jeanne Lapoirie / MUSICA: Tully Chen / ATTORI: Ronit Elkabetz, Menashe Noy, Simon Abkarian, Sasson Gabai / PRODUZIONE: Marie Masmonteil, Sandrine Brauer, Shlomi Elkabetz Awards of the Israeli Film Academy 2014: miglior film, miglior comprimario, miglior regia, miglior attore, miglior attrice, miglior sceneggiatura, miglior montaggio / Chicago International Film Festival 2014: miglior sceneggiatura / Hamburg Film Festival 2014: Art Cinema Award / Hamptons International Film Festival 2014: Golden Starfish Award / Jerusalem Film Festival 2014: Audience Award, Haggiag Award per il miglior film israeliano, miglior attore / San Sebastián International Film Festival 2014: TVE Otra Mirada Award / Oslo Films from the South Festival 2014: miglior film Ecco il titolo scelto per la corsa all’Oscar come miglior film straniero da Israele, forse memore del traguardo raggiunto dall’iraniano Una separazione (2011). (...) (A.B., da “Ciak”, novembre 2014) Quasi abbandonata sulla propria sedia, Viviane (Ronit Elkabetz) si scioglie i lunghi capelli neri e li accarezza con un gesto tenero, intimo. Dopo anni passati di udienza in udienza davanti a tre rabbini che devono giudicare della sua richiesta di divorzio, oggi la signora Amsalem vuol fuggir via dall’oppressione di quel tribunale in un modo di cui nessuna legge la può derubare; lascia che il suo corpo prenda la parola, e che dica la verità temuta dai suoi giudici. È questo il momento più intenso di Viviane. Scritto e diretto da Ronit e Shlomi Elkabetz, il film racconta di una violenza antica e silenziosa, che non è solo israeliana, ma che in Israele è evidente per il fatto che il matrimonio non vi è regolato da norme laiche, ma solo religiose. Secondo queste norme, appunto, chiedendo il divorzio da Elisha (Simon Abkarian), Viviane non può far valere un proprio diritto. Il massimo che possa sperare è che il marito glielo conceda, ripudiandola nelle forme di rito. Di lui è il diritto, infatti, non di lei. E il tribunale rabbinico può suggerirgli di esercitarlo, non imporglielo. Non solo, dunque, la laicità viene negata, ma nell’ambito religioso è umiliata direttamente la dignità della donna. Su tutto questo i fratelli Elkabetz avrebbero potuto girare una sorte di pamphlet, un film di denuncia civile. Invece, per loro e per nostra fortuna, hanno preferito immergersi nell’umanità dei protagonisti (e dei molti personaggi secondari, tutti resi da splendidi attori e attrici). Quello che accade al cospetto dei rabbini tra Viviane e Elisha, i loro avvocati e i loro testimoni ha i colori, i suoni, le contraddizioni, le miserie, gli slanci della vita. La macchina da presa si muove in mezzo a loro, guardando con i loro occhi, e vedendo non solo la tragedia, ma anche commedia e farsa. Tranne Viviane e il suo avvocato, tutti – uomini e donne – trovano normale che la dignità di una moglie stia nell’obbedienza al marito, e che a lei tocchi il compito di sacrificarsi per la santità dell’istituzione familiare. Questa è la violenza antica e silenziosa che riempie di sé l’aula del tribunale di Ronit e Shlomi Elkabetz. E quando Viviane si scioglie e si accarezza i capelli, quando il suo corpo si abbandona sulla sedia, quando gli sguardi dei rabbini ne sono scandalizzati e turbati, di quella violenza si mostra la verità profonda: una sessuofobia ipocrita che s’è fatta cultura e morale, e che impregna parole, norme, cuori. (Roberto Escobar, da “L’Espresso”, 4/12/2014) La parola Gett, titolo originale di Viviane, indica un diritto di cui ogni donna israeliana viene privata al momento di unirsi in matrimonio: il diritto al divorzio. In un sistema che prevede unicamente l’unione religiosa, la donna può infatti ottenere solo dal marito, e di fronte a un tribunale di rabbini, la possibilità di abbandonare il domicilio coniugale. Viviane sta racchiuso in questa cornice legale e culturale; prende una stanza di tribunale, un gruppo di personaggi – una donna, Viviane, decisa a divorziare, un marito che non ne vuole sapere, tre giudici religiosi, due avvocati e una serie di testimoni – e costruisce un dramma tragico e insieme comico. Shlomi e Ronit Elkabetz, quest’ultima anche attrice nei panni della protagonista, giocano con l’assurdità della situazione, tra il diritto alla felicità della donna e l’ottusità del marito che nega il divorzio. Insistono quindi sull’esasperazione dei personaggi, sulla rigidità dell’ortodossia, sulla ripetizione delle sedute, ed elaborano uno stile che trasmette l’idea di trappola e di immobilità, tra il Kammerspiel e il cinema muto, Brecht e Dreyer, primi piani, totali e particolari su mani e piedi. La rabbia e l’ingiustizia sono tutte nelle parole e negli sguardi dei personaggi, mentre il cinema non può far altro che guardare impotente – e pure un po’ divertito – lo spettacolo senza tempo dello scontro fra legge e individuo, fede e società civile, regole e buon senso. (Roberto Manassero, da “Film Tv”, 30/11/2014) (...) La sapiente messa in scena di Viviane è lontana dai cliché del teatro filmato grazie all’originale direzione degli attori e all’uso dei gesti e delle parole per calibrare i tempi drammatici. Si regge su un abile gioco di inquadrature serrate, sui piani fissi che enfatizzano i dialoghi e sulla straordinaria prova di recitazione della stessa regista-attrice e di un indovinato cast di supporto. È un’opera rigorosa ed emozionante, che evita sia la facile denuncia sia la deriva melodrammatica e propone anche un umorismo intelligente, nonostante alcuni eccessi farseschi. (Giovanni Ottone, da “Vivilcinema”, sett./ott. 2014) RONIT ELKABETZ Nata nel 1964 a Beersheba (Israele) e cresciuta in una famiglia ebraica, nel 1990 ottiene il ruolo principale in Hameyu'ad che la rende famosa. Nel 2001 viene premiata per il film Hatuna Meuheret come miglior attrice dall'Israeli Film Academy e dal Buenos Aires I. Film of Indipendent Cinema. Un Grand Prix le viene offerto per Or (2004) al Festival di Bratislava. Vince anche il premio del pubblico al Festival di Venezia, per E prenderai moglie (2004) e una menzione speciale all'Hamburg Film Festival. Riceverà molti altri premi per Bikur Ha-Tizmoret (2007), Shiva (2008), The girl on the train (2009), Ashes and Blood (2009), Mabul (2010) e Gett (2014), di cui è anche regista e sceneggiatrice. 13

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18 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 19 FEBBRAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 FATHER AND SON (SOSHITE CHICHI NI NARU) REGIA: KORE-EDA HIROKAZU (GIAPPONE, 2013) - DURATA: 120ʼ SCENEGGIATURA: Kore-Eda Hirokazu / FOTOGRAFIA: Takimoto Mikiya / MONTAGGIO: Kore-Eda Hirokazu / SUONO: Tsurumaki Yutaka / ATTORI: Fukuyama Masaharu, Ono Machiko, Maki Yoko, Lily Franky / PRODUZIONE: Kameyama Chihiro, Hatanaka Tatsuro, Tom Yoda Asia-Pacific Film Festival 2013: miglior film e miglior regia / Awards of the Japanese Academy 2014 / Cannes Film Festival 2013: Premio della Giuria, Prize of the Ecumenical Jury / San Sebastián International Film Festival 2013: Waki.TV Audience Award / São Paulo International Film Festival 2013: premio del pubblico per il miglior film straniero I primi termini che vengono in mente dopo la visione di questo film sono compostezza, armonia, disciplina, rispetto, in una parola sola civiltà. Questo il grande insegnamento di Kore-Eda Hirokazu, vincitore del premio della Giuria a Cannes 2013: come, anche di fronte a un problema come questo, scegliere tra il legame insuperabile del sangue e il vincolo affettivo creatosi giorno per giorno con un bambino che si ama, figlio o non figlio che sia, può custodirsi il valore di essere uomini e donne e l’impegno a credere in un significato etico e civile se si appartiene a un consorzio umano. Verso questo fine il regista conduce la sua storia di orientamento morale e di coraggio umano che si compone principalmente di due parti: l’incredulità, lo sbigottimento delle due famiglie di fronte al gesto insano commesso dell’infermiera e alle carenze delle strutture sanitarie, e la loro diversità di reazione dinanzi alle possibilità che crudamente si pongono loro di fronte per essere scelte. (...) Tutto ciò è espresso con un modo di raccontare minimalista, fatto di dettagli, sfumature e mezzi toni, ben sostenuto dall’impalcatura della formalità giapponese fatta di saluti, inchini, complimenti e sorrisi anche quando nessuno ha voglia di sorridere. L’impalcatura però favorisce il dialogo, media fra le opposte convinzioni, raffredda il calor bianco di chi soffre, tiene lontano dalla barbarie e dalla violenza, favorisce il trionfo della ragione. (Fabrizio Moresco, da “Film -Tutti i film”, gennaio/aprile 2014) (...) Kore-eda, con lo sguardo cortese del cinema degli Ozu e degli Yamada, affronta un topos della commedia degli equivoci, introduce stereotipi e schematismi (le famiglie sono opposte, caratteristica per caratteristica), ma lo sviluppo non cerca lo spettacolo, scioglie il melodramma e la commedia nel mare del vero. Perché se si piange, se si ride, lo si fa frequentando i personaggi, guardandoli con comprensione. La lenta comprensione degli errori, dei sacrifici, delle impotenze. E dei loro contrari. Quello di Kore-eda è cinema di realismo limpido, profondamente umanista. Alla superficie placida delle sue inquadrature non interessano gli eventi notevoli, ma le increspature della realtà, le piccole onde che trasportano i tumulti interiori. (Giulio Sangiorgio, da “Film Tv”, 6/4/2014) Quello che contraddistingue il film di Hirokazu è lo scavo psicologico, lo scandagliare dei sentimenti e dinamiche familiari con precisione e semplicità di approccio. La coppia in primo piano è formata da un dirigente d’azienda che dedica la gran parte del proprio tempo al lavoro, mentre la moglie cresce il bambino sul quale si riversano le forti aspettative paterne – con uno sguardo interessante sul sistema pedagogico giapponese: all’inizio del film il bimbo affronta l’esame di ammissione alla scuola elementare, mentre prosegue le lezioni di piano e riceve dal padre severi moniti su come farsi strada nella vita. Quando arriva la notizia dello scambio di neonati – non per errore ma come atto volontario, ed è una sottotraccia altrettanto interessante – la prima reazione dell’uomo è “adesso si spiega…”, una reazione che resta impressa a più di uno spettatore e, lo scopriremo più avanti, anche alla moglie dalle più contenute ambizioni. La direzione dell’ospedale attiva il processo di conoscenza tra le coppie e i figli, partendo dal presupposto che – come più spesso accadeva una volta – il problema vada risolto ricomponendo le famiglie di sangue. Sembra semplice, dopo sei anni di affetti, di educazione e di adesione filiale ai modelli e alle aspettative parentali. In più, la seconda famiglia è di tutt’altra pasta: padre ferramenta di provincia, pochi soldi ma grande attaccamento ai tre figli, madre più stabile e decisa. Basterebbe il contatto con una realtà domestica così diversa a suscitare ansia nei bambini, figurarsi affrontare il distacco, per quanto graduale, dall’ambiente di provenienza… Alla base del film c’è insomma una questione filosofica, se la “vera” famiglia sia quella biologica o piuttosto quella adottiva, se, inoltre, a determinare il carattere di un individuo sia l’ambiente nel quale si cresce e non piuttosto la discendenza genetica. Messo così sembra un compitino, invece il film è vivo e appassionante, sfrutta narrativamente ogni aggancio e legame psicologico, mostra ogni reazione e turbamento con grande verosimiglianza, inseguendo continuamente nuovi percorsi, fino a uno scioglimento coerente con lo sviluppo a tutto campo. Stilisticamente rigoroso, Father and Son (vincitore a Cannes del premio della Giuria e menzione speciale della Giuria Ecumenica) esibisce momenti di grazia e naturalezza, e tanta maestria nel dirigere i bambini. (Mario Mazzetti, da “Vivilcinema”, marzo/aprile 2014) 14 KORE-EDA HIROKAZU È nato a Tokyo nel 1962. Il suo esordio registico, Maboroshi No Hikari (Maboroshi), ha vinto l’Osella d’oro a Venezia 52. Con Wandafuru Raifu (After Life, 1999), si è imposto all’attenzione del pubblico internazionale. Nel 2001, Distance è stato in concorso a Cannes, dove nel 2004 è stato presentato anche Nessuno sa, il cui attore protagonista, Yûya Yagira, è stata la persona più giovane ad avere ricevuto il premio come miglior attore nella storia del Festival. Dopo Hana Yorimo Naho (Hana, 2006), il dramma familiare Aruitemo Aruitemo (Still Walking,2008) è stato un successo di pubblico e di critica in tutto il mondo. Nel 2009, Kuuki Ningyo (Air Doll) è stato presentato in prima mondiale a Cannes. Nel 2011, il suo Kiseki (I Wish) ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura al 59° Festival di San Sebastián.

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19 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 26 FEBBRAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 FRANK REGIA: LENNY ABRAHAMSON (IRLANDA/UK, 2014) DURATA: 95ʼ SCENEGGIATURA: Jon Ronson, Peter Straughan / FOTOGRAFIA: James Mather / MONTAGGIO: Nathan Nugent / MUSICA: Stephen Rennicks / ATTORI: Michael Fassbender, Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal / PRODUZIONE: Ed Guiney David Barron Stevie Lee Dinard British Film Festival 2014: menzione speciale / British Independent Film Awards 2014: miglior sceneggiatura e miglior arrangiamento musicale (Stephen Rennicks) / Dublin Film Critics Circle Awards 2014: miglior film irlandese / Film Club's The Lost Weekend 2014: miglior attore (Michael Fassbender ) e miglior cast (Lenny Abrahamson) / Las Vegas Film Critics Society Awards 2014: Sierra Award per la miglior canzone / Les Arcs European Film Festival 2014: Premio per la miglior musica Lenny Abrahamson (...) tira fuori dal cilindro un gioiello che fonde ispirazioni e psicosi, romanzo di formazione e libertà dissacrante. Supportato da uno straordinario lavoro sulle (e sulla creazione delle) musiche (curate da Stephen Rennicks), Frank dà il meglio di sé quando la band si “rinchiude” in una baita irlandese per concepire il nuovo album; ululati e theremin, osservazione e cattura del momento… Facile a dirsi; crisi e follie varie minano la convivenza e la riuscita del tutto. Jon lotta per far sì che Frank trovi il grande pubblico, ma la realtà è in quella bettola texana dove il film trova un finale bellissimo e malinconico: I Love You All, canta un magnifico Fassbender. La testona non c’è più; resta il genio. E una band di pazzoidi (compresa Clara Azar degli Autolux) a dargli corda. (Valerio Sammarco, da “La Rivista del Cinematografo”, novembre 2014) La vicenda si ispira a una storia vera e tenta un confronto tutt’altro che timido con la disabilità mentale e la schizofrenia di un personaggio irraggiungibile, psicologicamente parlando. A sorprendere sono i toni partecipi, ma soprattutto il punto di vista, quello di Jon, giovane tastierista che cerca di forzare l’isolamento del gruppo attraverso la condivisione online delle “stranezze” di Frank e degli altri musicisti. In verità il film mette in relazione scatole di solitudine diversamente vissute, pompando una colonna sonora sperimentale che aumenta lo straniamento. La bizzarria di fondo è divertente, ma amara. (Mauro Gervasini, da “Film Tv”, 2/11/2014) Ispirato a Frank Sidebottom, alter ego mascherato del musicista UK Chris Sievey, Frank è quel piccolo grande liberissimo film che sa vivere sul confine, anzi , su più confini: genio-follia, appunto, ma anche comico-patetico, weird-umanista , emarginato-spettacolare. Tanta roba, insomma, con un surplus musicale non trascurabile e un Michael Fassbender in stato di grazia; la maschera non lo limita, lo esalta. Un one man show che più border non si può, dunque, ma quando nel finale Michael canta I Love You All… come si può non ricambiare? (Federico Pontiggia, da “Il Fatto Quotidiano”, 13/11/2014) È decisamente un film fuori dagli schemi Frank; s’ispira a un personaggio autentico ma al contempo immaginario (Frank Sidebottom, “identità segreta” del musicista inglese Chris Sievey), è pieno di riferimenti autobiografici (garantiti dallo sceneggiatore Jon Ronson); però poi, da lì, racconta una storia tinta di surreale, un po’ “alla maniera di” Wes Anderson. (...) Un film eccentrico, difficile da attribuire a un genere preciso, in bilico tra vena comica e tragica. Più comica nella prima parte, per essere precisi, e meno nella seconda, dove lo humour beffardo cede il posto a un moderato patetismo. Frank è essenzialmente un personaggio drammatico, il cui carisma deriva da inadeguatezze e angosce che lui sublima attraverso la musica. Molto originale, nel film di Lenny Abrahamson, anche l’uso della Galassia 2.0: Jon (che ci manifesta i suoi pensieri attraverso Twitter) diffonde la fama della band, conosciuta solo da pochi eletti, tramite il suo blog e postando su YouTube i video delle prove del gruppo. Resta da dire di Michael Fassbender, che forse deluderà le sue molte fan tenendo nascosta la sua bella faccia. Per l’attore, tuttavia, Frank è una scommessa più che vinta, che lo riconferma come uno dei migliori della sua generazione. Esclusa dalla maschera la mimica facciale, deve infatti affidare tutta l’interpretazione ai gesti e alla voce (nell’edizione non-doppiata, ovviamente). E sa far bastare il linguaggio del corpo per esprimere con grande efficacia tutti i problemi del complesso personaggio, che vorrebbe celare le emozioni sotto il testone – solo in apparenza – protettivo. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 27/10/2014) Ottimo il lavoro di Stephen Rennicks con le musiche che rimandano a Frank Zappa e Captain Beefheart, ma con qualche richiamo anche ai Doors e Jim Morrison, che nelle sue prime esibizioni cantava dando le spalle al pubblico. Le musiche sono eseguite dallo stesso cast e registrate dal vivo durante le riprese del film. Frank, girato fra Irlanda e New Messico e presentato lo scorso giugno al Biografilm di Bologna, è basato su un articolo di Jon Ronson, che è anche co-sceneggiatore del film. (Chiara Basso, da “Vivilcinema” , sett./ott. 2014) LENNY ABRAHAMSON Nato a Dublino nel 1966, laureato magna cum laude in Fisica e Filosofia, ha diretto alcuni cortometraggi con la Trinity Video Society, da lui fondata insieme a Ed Guiney. Dopo il suo primo e premiato cortometraggio 3 Joes, Abrahamson ha diretto varie pubblicità televisive prima di dedicarsi al suo primo e altrettanto premiato lungometraggio, Adam & Paul. Il suo secondo film, Garage, è stato selezionato per la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2007 e ha vinto il CICAE Art and Essai Award, oltre a altri importanti premi. Abrahamson ha anche curato la regia di prodotti televisivi: la sua miniserie in 4 puntate per RTE, Prosperity, ha vinto il premio come Miglior Regia Televisiva agli IFTA 2008. What Richard Did, il suo terzo lungometraggio (2012), è uscito con grande apprezzamento dalla critica ed è stato presentato in anteprima al Toronto International Film Festival 2012. 15

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