N° 3/4 - Filmese Deicembre 2014 / Gennaio 2015

 

Embed or link this publication

Description

Notiziario mensile "FILMESE - SCHERMI D'AUTORE"

Popular Pages


p. 1

DICEMBRE 2014 GENNAIO 2015 SOMMARIO • IL PUNTO • IL RACCONTO • I GIOVANI CON IL CIRCOLO • PROGRAMMA DI DICEMBRE • PROGRAMMA DI GENNAIO • I FESTIVAL • NOTE SUI REGISTI • VITA ASSOCIATIVA • NEWS DEL CIRCOLO 3 4 FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Pietro Barzisa Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona NOTIZIARIO MENSILE / CIRCOLO DEL CINEMA IL PUNTO Con questo numero doppio di “Filmese” che preannuncia ben sette film, arriva al giro di boa la programmazione del 68° anno sociale. C'è la fiducia che sotto l'albero natalizio anche il Circolo trovi il suo meritato regalo: che potrebbe sì essere una donazione (sempre benvenuta e preziosa, anche se piccola), ma soprattutto il giusto indizio per scoprire e mettere in calendario di volta in volta la messe dei film da vedere tra febbraio e maggio. Una ricerca aperta verso le produzioni indipendenti ed i giovani autori (già in questo “Filmese” sono contenute quattro opere prime), i quali possono ora sperimentare nuovi linguaggi e nuovi stili grazie al digitale. Di questo secondo gruppo di titoli, come si ricorderà, faranno parte i quattro usciti vincitori dalla rosa proposta nel Referendum. E qui c'è da segnalare l'alta percentuale di consensi (quasi un plebiscito: 378 voti) ottenuta dall'italiano Piccola patria, storia appassionante ambientata sul nostro territorio veneto. A ridosso si sono piazzati tre film che aprono uno sguardo su cinematografie di Paesi che godono in genere del favore del pubblico per il buon livello produttivo e autoriale: Australia (Father and Son, 349 voti), Inghilterra (Belle – La ragazza del dipinto, 291 voti) e Usa (Synecdoche, New York, 280 voti). Resteranno pertanto esclusi dalla programmazione Le Weekend (271 voti), Before Midnight (263 voti) e Under the Skin (227 voti), film che, forse, per i contenuti tra sentimentale e fantastico, erano meno nelle corde della maggioranza dei votanti. AI SOCI, ALLE LORO FAMIGLIE E AGLI AMICI DEL CIRCOLO L'AUGURIO DI UN 2015 SERENO ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 - E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it PUBBLICAZIONE NON IN VENDITA RISERVATA AI SOCI E AGLI AMICI DEL CIRCOLO AL CIRCOLO DEL CINEMA: BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA.

[close]

p. 2

IL RACCONTO FIORISCONO I TIGLI di Paola Pecci e Marco Grison rman saltellava per il sentiero senza staccare lo sguardo dal terreno. Nonostante conoscesse la strada a memoria, doveva fare attenzione a dove metteva i piedi. I ciottoli, nella discesa dal monte al paese di Torbe, erano troppo piccoli per appoggiarvi con sicurezza il piede ma allo stesso tempo troppo grossi per adagiarsi con comodità sotto la suola: insomma, le condizioni perfette per una slogatura, soprattutto alla velocità con cui Arman stava affrontando la discesa. La calura estiva aveva da poco allentato la sua morsa dalla valle di Negrar e Arman ne aveva approfittato per uscire a raccogliere le gemme di mugo con cui baka avrebbe aromatizzato la grappa, ricetta che aveva appreso appena giunta in paese e che ormai tutta Torbe le invidiava. Il sacchetto ricolmo del prezioso bottino rendeva il rientro a casa ancora più insidioso; senza contare che sulla via del ritorno non aveva potuto trattenersi dal riempire unʼaltra busta con delle punte dʼortica – un regalo per la mamma, ma soprattutto per sé, chissà che lʼindomani non ci scappasse un uljevak. La macchia di mughi digradava dolcemente, trasformandosi in querceto, per aprirsi poi negli infiniti filari di vigne: al limitare del bosco Arman si fermò a contemplare la fetta di cielo ancora azzurro sopra la sua testa, inspirando forte lʼaria densa e satura degli odori della terra. Gli tornarono in mente i tramonti estivi di pochi anni prima, quando era il papà a guidarlo per i boschi. Era lui che gli aveva insegnato il nome degli alberi, lui che conosceva i luoghi giusti dove si potevano intravedere nel fango le impronte di qualche cinghiale; lui, che non aveva mai avuto A paura di nulla, nemmeno dei ragni del sottobosco, col corpo grosso come una nocciolina...Il pensiero dellʼimminente fine della scuola scacciò la momentanea malinconia: di lì a qualche giorno avrebbe avuto anche le mattine a sua disposizione per vagabondare tra le colline della Valpolicella. Il sole ormai basso e dalla luce languida gli segnalò che era ora di rientrare per la cena: tagliò per le vigne, correndo a perdifiato, ed entrò in casa trafelato, con le guance rosse e lucide come due mele. Lo accolsero i brontolii della nonna – rabbonita solo alla visione delle pigne di mugo – e le premure della mamma, che, ringraziando con finto stupore per le ortiche, le ripose delicatamente in frigorifero. Il trillo fastidioso del telefono li interruppe non appena si furono seduti per la cena. Arman andò a rispondere. «Roberto, Roberto, Robertoooooo!!!» una voce eccitata esplose nella cornetta. Era Andrea. «Hai visto la partita?!» continuò Andrea, senza aspettare risposta «Ha segnato Roberto, su rigore!» «No, me la sono persa» ammise Arman, senza troppo rammarico. Non voleva contraddire lʼamico né smorzarne lʼentusiasmo, ma sapevano benissimo tutti e due come ad Arman, del calcio, non importasse nulla. Andrea invece ne andava matto: da sempre giocava nella squadra di Arbizzano, dove abitava, vestendo con fierezza la maglia numero 10. Nonostante i diversi interessi, Arman e Andrea andavano molto dʼaccordo. Si erano conosciuti a settembre, essendo finiti casualmente nello stesso banco il primo giorno di scuola media. E a sancire definitivamente la loro amicizia cʼera stato poi il fatto del diario. Era successo che per l'inizio dell'anno scolastico la mamma gli avesse permesso di comprarsi un diario nuovo; Arman aveva scelto quello di Lupo Alberto. Era dalla fine di agosto che l'aveva adocchiato, quel diario. Ogni giorno gli sorrideva dalla vetrina della cartolibreria in piazza, così invitante nella sua copertina bombata, lucida e dai colori sgargianti. Costava la bellezza di quattordicimila lire. La mamma aveva detto che «non se ne parlava nemmeno». Ma poi, dai e ridai, a forza di occhi dolci, scenate isteriche, promesse di lavare i piatti tutte le sere della sua vita, lʼaveva convinta. Quando il commesso glielo aveva messo tra le mani, il cuore gli batteva forte: non sarebbe più stato l'unico della classe con l'agenda della Banca Popolare, quella con le pagine grigie, in carta riciclata, tristi solo a guardarle, che la scuola dava in dotazione agli studenti ogni settembre. Ora aveva anche lui un diario vero. La sera stessa si era già letto tutte le barzellette. Non sempre ne capiva il senso: c'erano parole difficili come «emicrania», «maraschino», «cavalletto», ma lui rideva lo stesso. Rideva di felicità. Alde e il Dega – ahimè già suoi compagni dalle elementari – non avrebbero più potuto prenderlo in giro: lʼanno prima ce l'avevano anche loro il diario di Lupo Alberto; si erano comprati persino il gioco per il computer. Ora era del gruppo e, chissà, forse avrebbero chiamato anche lui per giocare a Magic o con le carte Pokemon. Solo che – lo aveva scoperto il primo giorno di scuola – quellʼanno andava di moda la Smemoranda. Alde gli aveva sorriso con disprezzo: «Ancora con Lupo Alberto, che sfigato!», e il Dega e gli altri giù a ridere. Chi comincia le medie deve avere la 2

[close]

p. 3

IL RACCONTO Smemoranda. E il telefonino. A insaputa della mamma Arman aveva tentato di convincere il commesso a riprendersi il lupo azzurro in cambio di una Smemo nuova fiammante, ma quello non ne aveva voluto sapere. «Sito fora? Guarda lì, le pagine son piene di orecchie. Se me la riportavi il giorno stesso, forse... E poi le Smemoranda costan ventimila lire». E a quel punto Arman si era messo il cuore in pace. A scuola avevano cominciato a chiamarlo il Lupo dalla Bosnia. Tutti, tranne Andrea. Lui, anzi, soddisfattissimo del suo nuovo compagno di banco e di quel suo modo un poʼ strano di pronunciare le gutturali, ne aveva preso dʼistinto le difese. Quando la stessa settimana aveva beccato il Dega a imbrattare le pareti dello spogliatoio con la scritta «Arman sfigato», non aveva esitato a mollargli un cazzotto in pieno muso. Poi Andrea era andato a casa con una nota sul libretto e un labbro spaccato – il Dega, lo sapevano tutti, a fare a botte era il più forte – e la scritta era rimasta lì fino alla fine dellʼanno – lʼUniposca rosso, anche questo lo sapevano tutti, non si lava via nemmeno con lʼalcol, strofinando forte. Ma da allora Arman aveva trovato un amico, lʼunico che non gli poneva domande a cui non aveva voglia di rispondere, come «Ma tuo papà, dovʼè?», e che a ogni ricreazione divideva con lui le sue Topps, nella speranza di veder apparire prima o poi Volpi o Poggi. Arman guardava sbalordito lʼamico mentre stracciava con gesti febbrili lʼennesimo pacchetto di chewing-gum, estraendone tre figurine di calciatori a lui del tutto sconosciuti: Vialli, Almeyda, Walem…ma nellʼalbum i riquadri di Volpi e Poggi continuavano a rimanere desolatamente vuoti. «Per me è una fregatura!» sussurrava rabbioso Andrea, e alla fine non restava che imbottirsi la bocca di gomma da masticare, col fiato che sapeva di fragola fino alla fine della mattinata. Oltre che a scuola i due avevano preso lʼabitudine di vedersi un pomeriggio a settimana. La mamma di Andrea ogni mercoledì saliva sui monti Lessini per acquistare latte, burro e formaggio da un allevamento di fiducia: passando per Torbe vi lasciava il figlio, per poi tornare a prenderlo sulla via del ritorno. In realtà – in paese da sempre se ne chiacchierava – la signora Marchesini sui Lessini ci andava perché gʼavea el moroso: Arman lo sapeva bene, dopo tutte le ore passate in casa di Adele Turri, quando accompagnava la mamma a fare le pulizie. Mentre la mamma tirava a lucido lʼappartamento, la vecchia signora Adele – talmente rugosa che ogni volta che parlava Arman temeva che le si staccassero dei pezzi di faccia, come intonaco seccato male – lo infarciva di caffelatte e pan biscotto e li informava delle ultime novità su questo o quel tradimento, su questo o quellʼaltro matrimonio finito in polvere. Arman naturalmente ad Andrea non aveva detto niente: e del resto lʼamico, così spensierato e felice per le sue nuove Adidas rosse, sembrava privo di preoccupazioni. Difficile dire cosa Andrea avesse trovato in Arman: ma quel ragazzo dallo sguardo di cervo braccato, che si divertiva a giocare a FIFA 98 pur perdendo sempre, che lo portava in giro per le colline anche poco prima del temporale, quando il cielo viola pesava sui ciliegi dai fiori gonfi e dolciastri, aveva un non so che di magnetico e selvaggio insieme che Andrea non era assolutamente disposto a lasciarsi scappare. Allʼinizio della primavera la signora Marchesini si era iscritta a un corso di pasticceria organizzato a Prun dallʼUniversità del Tempo Libero e capitava che Arman e Andrea potessero vedersi anche qualche sera. Come quel giorno: Andrea aveva chiamato lʼamico per avvisarlo che sarebbe arrivato a Torbe subito dopo cena. Arman si avviò verso la piazza: la sera aveva portato con sé un vento fresco che scacciava le mosche, le bandiere issate di fronte alla chiesa sbattevano leggere in un continuo zut-zut-zut, Anna la cameriera si lisciava la gonna sulle cosce ben polpute, volteggiando intorno ai tavolini. I vecchi si appisolavano davanti ai loro bicchieri, macchiati sul fondo di vino aspro e polveroso; il signor Lonardi masticava a bocca aperta una scorza dʼarancia e poi sputandola commentava in dialetto la partita del pomeriggio. «Era dal novantaquattro che aspettavamo questo goal di Baggio!» gridò qualcuno. Arman alzò lo sguardo al cielo, come se tenesse qualcosa in equilibrio sulla punta del naso: di quel giorno si ricordava bene. «È la sera della finale, passeremo, ci sono meno controlli» aveva detto un signore. Poi baka isterica, papà con lo sguardo iniettato di sangue che alla fine non era stato fatto salire sul furgone, il buio, la puzza di corpi umani, la sensazione di essere seduto sul bagnato, lʼimpressione che ogni sosta del veicolo sarebbe stata lʼultima per sempre. Infine, il canto della mamma, quasi un sussurro: Lipe cvatu Sve je isto k'o i lani, hej Samo srce moje i srce tvoje U ljubavi više ne stoje1 Erano in Italia. 1 Fioriscono i tigli / tutto è come lʼanno scorso / solo il mio, e il tuo cuore / non stanno più insieme. 3

[close]

p. 4

I GIOVANI CON IL CIRCOLO C ari amici del Circolo, siamo giunti al terzo appuntamento con Filmese di quest'anno sociale e ho deciso di svelare l'identità della videoteca di cui vi ho parlato a ottobre. E non solo, per valorizzare questa piccola ma duratura impresa, ho per voi l'esclusività di un'intervista. Un breve scambio di dialoghi molto interessante e che stimola la riflessione riguardo alla situazione del cinema oggigiorno. Ringrazio quindi i gestori della videoteca “Melody” di Pescantina per la simpatia e cordialità. Da quanto è aperta la vostra videoteca? Loredana: Dal 25 aprile 1991. Ora sono 23 anni. Da cosa è dipesa la scelta di aprire una videoteca a noleggio? L: Per prima cosa per il nostro amore del cinema, e poi anche perché avevamo bisogno di cambiamento, eravamo molto giovani e cercavamo un lavoro stimolante. E il nome “Melody” da cosa deriva? Vannio: Perché i primi due anni vendevamo anche musica, avevamo le audiocassette a nastro, poi abbiamo dovuto mollare perché la concorrenza era troppo forte, e poi era difficile stare dietro alle novità: prima con le cassette, poi il CD e il DVD, insomma, il lavoro si stava facendo faticoso. Intervista a Loredana Turrini e Vannio Calabrese effettuata da Elia, Ivan e Chiara Boninsegna. (23, 16 e 9 anni) Qual è il genere che va di più? Cosa vuole vedere il pubblico di oggi? L: Il genere che va di più in questa zona direi solo i fantastici e i thriller. Dico in questa zona, perché secondo me se si parla delle persone che abitano in centro Verona già il discorso cambia. Se guardo la clientela che abbiamo noi, noto che la gente vuole distaccarsi dalla realtà, vuole un paio d'ore per guardare un film in assoluto svago e relax. Purtroppo in questa zona film d'autore o film “impegnati” vengono noleggiati raramente. La cosa strana è che nemmeno la commedia è la più gettonata, secondo me perché le commedie hanno spesso parolacce e non hanno morale. I ragazzi più giovani invece noleggiano horror, poi vedo che comunque dopo i vent'anni cominciano a non interessarsene più. Qual è la fascia di età dei vostri clienti, e quali sono quelli più assidui? L: Una fascia precisa non c'è, avevo dei ragazzi giovani che oggi hanno famiglia. Io non parlerei di “fasce”, perché ognuno può avere la passione per il cinema. Per fortuna ancora oggi ci sono persone che noleggiano circa un film a settimana. Ma vedo giovani e adulti in egual misura. Forse sono più i maschi che noleggiano, ma questo perché sono i padri che noleggiano il film per la famiglia. Oppure per vederselo da soli. Credete che ci sia una differenza di qualità tra il cinema di una volta e il cinema di adesso? 4

[close]

p. 5

I GIOVANI CON IL CIRCOLO L: Sì, senza dubbio. Il cinema di adesso ha qualche buon interprete però tutto è troppo un effetto speciale al computer. Preferivo i film di una volta quando venivano interpretati bene. Io non amo gli effetti speciali, amo di più le interpretazioni e oggi quest'arte si sta perdendo. Purtroppo però la massa la pensa in maniera diversa. Guardiamo il 3D: è una catastrofe, distrugge le emozioni degli attori e le loro mimiche. Questo mi ricorda la critica che ha fatto Charlie Chaplin al sonoro, non se ne capacitava e continuava a girare film muti: L: È vero, Charlie Chaplin per un bel periodo si è rifiutato di girare film parlati, ha sempre preferito girare col muto. Lui per me è un genio, “sregolato”, e ancora oggi i suoi film sono capolavori, soprattutto Il Dittatore. Cosa ne pensate dello scaricare i film online, è un danno economico per la vostra impresa? V: È la rovina della nostra attività, crediamo che il nostro settore durerà poco e non è solo colpa della pirateria online ma dipende anche dalle scelte delle case di distribuzione che preferiscono mettere tutto via cavo, via tv e sky. Quando una casa di distribuzione ha il monopolio decide il futuro del cinema e a loro non interessa il lavoro delle piccole attività. Provate voi stessi a fare un'indagine sulle videoteche rimaste attive in Italia; noterete che la situazione è drastica, troppe hanno dovuto chiudere. Un altro problema (che del resto è di ogni azienda) è il sistema di tassazione eccessivo che forza a fare molti sacrifici. Noi abbiamo l'aiuto finanziario nel senso che non paghiamo l'affitto, ma andiamo avanti soprattutto perché abbiamo la passione di questa attività. Con questo lavoro di certo non guadagnamo, potremmo avere già chiuso da un pezzo... Ma lo teniamo aperto per la passione del cinema. Qual è il vostro film preferito? O regista preferito? L: Non ho un regista preferito, ce ne sono diversi che stimo ma è difficile che mi piaccia l'intera filmografia di un regista, sono una che “di quel regista mi è piaciuto quel film, dell'altro regista mi è piaciuto quel film” ecc., posso dirvi il mio attore preferito che è De Niro, o uno un po' più giovane come Sean Penn. Purtroppo li vedo sempre meno recitare. Se invece devo scegliere un film, direi Mission, l'ho visto un sacco di volte e ne conservo un buon ricordo. V: I miei film preferiti sono due e completamente diversi: Uno è La musica nel cuore, film dolcissimo e stupendo, e l'altro è Il buio nell'anima thriller abbastanza violento. Un altro film che consiglio è 12 anni schiavo. 5

[close]

p. 6

PROGRAMMA DI DICEMBRE 9 ° FILM GIOVEDÌ, 4 DICEMBRE 2014, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 TAKE FIVE REGIA: GUIDO LOMBARDI (ITALIA, 2013) DURATA: 93ʼ Il desiderio iniziale di Guido Lombardi, napoletano, classe 1975, era di raccontare la criminalità nella sua città in modo realistico, sull’onda di film come Gomorra, poi sono passati gli anni e ha deciso di uscire dal genere e Take five è diventata la storia di una rapina improvvisata da cinque personaggi, criminali improbabili, uniti solo dal desiderio di arricchirsi, in “un film che è tra I soliti ignoti e il cinema nero americano a cui sono legato da sempre. Solo che i “soliti ignoti” di oggi alla fine non mangiano fagioli, ma esprimono una ferocia che appartiene al nostro tempo”, dice il regista. Lo ha scritto con Gaetano Di Vaio, che ne è anche interprete e produttore con Gianluca Curti e Dario Formisano e con RaiCinema. (Maria Pia Fusco, da “La Repubblica”, 27.9.2014) Take five è un’avventura corale che diventa una convivenza forzata e tesissima, di singoli che, come le note del jazz omonimo di Dave Brubeck, si uniscono in un’armonia bizzarra, spezzandosi, disunendosi, sincopandosi in una musica fatta di movimenti, battute, spazi riempiti ottimamente. Lombardi usa espedienti visivi di altri (Leone, alla Tarantino, nel finale) o eterni (Di Vaio sparisce con il bottino), alterna l’alto e il basso sia in sceneggiatura, tra gag molto fisiche e parole messe in fila alla grande, che con la macchina da presa. E ricorda a tutti che a far questo tipo di cinema, un tempo, eravamo i migliori. Soprattutto con gli attori giusti: Ester Elisha, che in poche scene ci dà la chiave nascosta del film e Paternoster-StrianoDi Vaio-Lanzetta-Rucco che possiamo chiamare, d’ora in poi, i Fab Five. (Boris Sollazzo, da “Ciak”, settembre 2014) Con una formazione da documentarista narrativo e il lungometraggio Là-bas-Educazione criminale ambientato nelle comunità africane di Castelvolturno (premio opera prima a Venezia 2011), il regista dichiara una crescente insofferenza verso i due estremi del neo-neorealismo e dell’iperrealismo tv alla Gomorra - la serie che stanno rimodellando l’immagine della città: anfetaminica, pacchiana e luccicante nei nuovi camorra-movie, dopo che quelli di Merola sono stati archiviati nello stracult. Parallelo a quello dei suoi cinque personaggi, il “grande colpo” di Lombardi (e della sua banda di giovani collaboratori che lo segue fin dall’inizio) sarebbe quello di intervenire sulle derive di quest’immagine. Fare cinema a Napoli e non su Napoli. E con miglior successo di quanto non tocchi ai rapinatori di questo film. (Alberto Piccinini, da “Il Venerdì”, 19.9.2014) Fa convivere un certo tono parodistico con il riferimento diretto ai modelli noir e gangster classici, senza evitare il confronto con le rielaborazioni contemporanee: Tarantino e Le iene in particolar modo. (…) Una struttura superclassica, nella dominante unità di luogo e tempo: la fragile armonia che si consuma e si compromette nelle reciproche diffidenze. La situazione continuamente rovesciata e svelata nelle sue molteplici sfumature e subito dopo contraddetta, secondo il principio reso archetipico dal Rashomon di Kurosawa, che riesamina le cose secondo i rispettivi punti di vista. (Paolo D’Agostini, da “La Repubblica” 29.9.2014) SCENEGGIATURA: Guido Lombardi / FOTOGR.: Francesca Amitrano / MONT.: Annalisa Forgione / MUSICA: Giordano Corapi / ATTORI: Peppe Lanzetta, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster, Gaetano Di Vaio / PROD.: Gianluca Curti, Gaetano Di Vaio, Dario Formisano 6

[close]

p. 7

PROGRAMMA DI DICEMBRE 10 PREMI: ° FILM GIOVEDÌ, 11 DICEMBRE 2014, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 PARTY GIRL REGIA: MARIE AMACHOUKELI-BARSACQ, CLAIRE BURGER, SAMUEL THEIS (FRANCE, 2014) OPERA PRIMA - DURATA: 96ʼ Festival di Cannes 2014: Caméra d'Or e Prix d'Ensemble per la miglior opera prima / Festival Paris Cinéma 2014: Prix du Public (…) Che cosa fa di Party Girl un film da vedere? Il personaggio del titolo: un’eterna adolescente, scarmigliata e vitale, sfrontata, capace di vivere la vita a fondo, un po’ sorella di Irina Palm ma più vera e molto più punk. Poi c’è lo stile della rappresentazione, che corteggia il cinema-verità senza farti mai capire fino in fondo se quel che vedi è finzione, improvvisazione, testo o riscrittura della realtà. Per scoprire che l’happy end non è sempre quello previsto dal copione. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 25.9.2014) Un buon esordio, insomma, che le mani le lascia in tasca, ma lascia intravedere applausi futuri per i tre alla regia. Ma per Angélique, una e bina, potete fare clap clap: il suo domani non muore mai. Se doveste incontrarla a braccetto con Keith Richards, non stupitevi, perché il Paradiso e il Gerovital possono attendere: let’s go party. (Federico Pontiggia, da “Rivista del Cinematografo”, settembre 2014) Le atmosfere fumose dei locali e le luci soffuse sono vere, evocative e credibili, volti e corpi dei non-attori sono quelli giusti. Perfetta la vera party Gli esordienti Amachoukeli, Burger e Theis, chiamati addirittura a inaugurare il girl protagonista, Angélique Litzenburger. Certain regard di Cannes 2014, raccontano la loro eroina impavida insistendo (Luca Barnabé, da “Ciak”, settembre 2014) sui primi piani del suo volto segnato e sui particolari di un corpo indomito. Ma gli accenti migliori del loro film minimalista e monocorde, li trovano nella de- Su e giù per un paesino della Lorena, la party girl ha quattro figli da scoscrizione delle figure di contorno, nei figli di Angélique, nel fidanzato camionista, prire e non manca il processo di famiglia con incastri caratteriali molto nelle amiche ballerine; tutti protagonisti autentici, interpretati da amici e familiari ben gestiti. Diretto da tre debuttanti (Burger, Amachoukeli, Theis), recidei registi e da non protagonisti, del ritratto di una provincia cronica eppure di- tato dagli autentici “personaggi” di questa balzachiana commedia umana, gnitosa, zavorrata da sogni di vitalità e sicura del proprio piccolo benessere. il film è un ritratto vivo, originale e sereno anche se non lascia speranza. (Roberto Manassero, da “Film Tv”, 28.9.2014) (Maurizio Porro, da “ Corriere della Sera”, 25.9.2014) SCENEGG:: Samuel Theis / FOTOGR.: Julien Poupard / MONT.: Frédéric Baillehaiche / MUSICA: Alexandre Lier, Sylvain Ohrel, Nicolas Weil / ATTORI: Angélique Litzenburger, Joseph Bour, Mario Theis, Samuel Theis, Séverine Litzenburger / PROD.: Denis Carot, Marie Masmonteil per Elzévir Films 7

[close]

p. 8

PROGRAMMA DI DICEMBRE 11 FILM ° GIOVEDÌ, 18 DICEMBRE 2014, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) REGIA: PAUL WRIGHT (UK, 2013) OPERA PRIMA - DURATA: 92ʼ PREMI: British Independent Film Awards: miglior regista / Bafta Scotland Awards 2013: Miglior film, Miglior attore / Stockholm Fim Festival 2013: Miglior attore Mito, psiche e morte nel promettente esordio di Paul Wright. Sommesso come un requiem e disturbante come una storia di fantasmi, Il superstite radiografa una lacerante elaborazione del lutto attraverso i tòpoi di una favola per adulti. Diviso tra una prima parte spettrale (la migliore) e una seconda più aderente ai risvolti psicologici, il film sbriciola la linearità narrativa per calarci in una dimensione quasi interamente cognitiva e sensoriale, in cui l’utilizzo di diversi registri enunciativi (la camera digitale, il beta dei cinegiornali, i filmini amatoriali) serve a de-territorializzare l’immagine e a disorientare l’esperienza di visione. Lo smarrimento dei personaggi di fronte alla perdita dei propri cari si traduce così in autentica e perturbante vertigine percettiva, con lo spettatore costretto a sbattere contro lo stesso inaccettabile muro di dolore del protagonista. Notevoli gli interpreti (a iniziare dal giovane George Mackay) e impressionanti i cieli plumbei fotografati da Kracun. Questo Superstite non passa invano. (Gianluca Arnone, da “Rivista del Cinematografo”, marzo 2014) Fitto di flashback rivelatori - tra cui i filmini di famiglia in Super8, che si alternano alle immagini dei telegiornali del tempo presente e ai ricordi del fratello in soggettiva - e permeato da una sensazione di irrealtà nella quale anche la leggenda sembra credibile, Il supersite è il primo lungometraggio scritto e diretto da Paul Wright (...). Il montaggio e il ritmo vanno di pari passo con la confusione crescente che invade la mente e il cuore di Aaron, fino ad arrivare a un finale che vuole spiazzare lo spettatore e ci riesce, forse anche troppo. (George MacKay, da Ciak, 3.3.2014) Aberdeenshire, Scozia profonda, il giovane problematico Aaron (George MacKay, super) è l’unico sopravvissuto di un incidente di pesca: 5 amici morti, tra cui il fratello maggiore. (…) Già alla Semaine de la Critique di Cannes 2013, premiato ai Bafta scozzesi, Il superstite (For Those in Peril) è l’esordio in lungo del talentuoso cortista Paul Wright: tra miti e mostri marini, elaborazione del lutto e favola dolente, fratellanza e homo homini lupus, una leggenda affascinante, che nell’epos trova i sempiterni Malavoglia e tra cieli plumbei e moto ondoso (splendida la fotografia di Benjamin Kracun) la natura matrigna leopardiana. Insomma anche il film è un superstite dell’omologazione. (Federico Pontiggia, da “Il Fatto Quotidiano”, 6.3.2014) "Abbiamo sempre saputo dove stavamo cercando di andare, ma come arrivarci poteva cambiare da scena a scena. L’idea è sempre stata quella di essere completamente immersi nel flusso sanguigno di Aaron per tutto il film e sapevo fin da subito che l’audio sarebbe stato essenziale, e quindi fin dalla prima stesura della sceneggiatura ho inserito note audio. In sostanza, si è creato un archivio di suoni che sarebbero stati poi riusati in fase di post produzione. Durante il montaggio si è prestata grande attenzione al sonoro, sapendo che avrebbe aiutato a creare il film che volevamo fare." (Paul Wright , da Note di Regia, 2014) SCENEG.: Paul Wright / FOTOGR.: Benjamin Kracun / MONT.: Michael Aaglund / MUSICA: Erik Enocksson / SUONO: Per Boström, Joakin Sundström / ATTORI: George MacKay, Kate Dickie, Nichola Burley, Michael Smiley, Brian McCardie / PROD:: Mary Burke, Polly Stokes per Warp X, Warp Films, Film4 8

[close]

p. 9

PROGRAMMA DI GENNAIO 12 ° FILM GIOVEDÌ, 8 GENNAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 PICCOLE CREPE, GROSSI GUAI (DANS LA COUR) REGIA: PIERRE SALVADORI (FRANCIA, 2014) DURATA: 97ʼ Il titolo italiano (l’originale è Nel cortile) falsifica l’atmosfera del film, facendolo passare per una commedia. Invece, pur contenendo situazioni divertenti, questa storia di una donna infelice e di un angelo custode arruffato mette in scena un’umanità dolente e oppressa dalla solitudine. Fin da subito puoi escludere che l’idea fissa di Mathilde sia qualcosa di comico; è piuttosto un’ossessione, sotto cui si cela della sofferenza. Quanto agli altri condomini, ciascuno vive in un piccolo inferno personale. Vien voglia di considerare il film un tardo erede del “realismo poetico” francese, con i suoi personaggi popolari e poco avvenenti ma con i quali ti trovi a solidarizzare. (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 23.10.2014) Gustave Kervern, comico e regista francese, qui è protagonista assoluto, il cuore impacciato di un universo condominiale pervaso dall’ansia e da un maldestro sentimento comunitario; poche battute bofonchiate, fisicità ingombrante e diversità irriducibile, porta con sé una dose edulcorata dello straniamento che dietro la macchina da presa è la sua cifra. Dando vita con la Deneuve a un passo a due dolente e misurato, manuale in forma di commedia amara su come stuccare le crepe della vita. (Ilaria Feole, da “Film Tv”, 19.10.2014) In un cortile del parigino Marais l’universo può trovare degna abitazione, purché ad animarlo sia un sensibile cineasta come Pierre Salvadori, per antonomasia uno dei “registi degli attori” del cinema francese d’oggi. E non a caso questo suo Dans la cour (titolo originale) l’ha fatto pensando e dedicandolo a madame Catherine Deneuve, qui in splendida forma nel ruolo della bipolare Mathilde, trasognante pensionata ancora giovane, che s’allea al nuovo custode Antoine (un magnifico Gustave Kervern), parecchio depresso ma nel tentativo di rifarsi una vita. (…) Dallo sguardo dei due, il cortile sembra un cumulo scomposto di follie, splendide imperfezioni dell’umanità che si può amare. Dal successo della Berlinale alle sale italiane; da non perdere. (AM Pas., da “Il Fatto Quotidiano”, 16.10.2014) Leggiadro in superficie e amaro nel fondo, il teatrino umano di Pierre Salvadori si svolge quasi tutto nel cortile del caseggiato dove è un gran transitare di individui, cani, biciclette; Kervern è un perfetto Antoine, triste gentile e arruffato; e intonandosi al registro lunare e poetico della commedia, la Deneuve scende per una volta dal piedestallo e incarna una Mathilde autentica e vulnerata. (Alessandra Levantesi Kezich, da “La Stampa”, 16.10.2014) SCENEGGIATURA: Pierre Salvadori, David Léotard / FOTOGR.: Gilles Henry / MONT.: Isabelle DeVinck / MUSICA: Grégoire Hetzel, Stephin Merritt / ATTORI: Catherine Deneuve, Gustave Kervern, Féodor Atkine, Pio Marmaï, Michèle Moretti / PRODUZIONE: Philippe Martin per Les films Pelléas 9

[close]

p. 10

PROGRAMMA DI GENNAIO 13 FILM ° GIOVEDÌ, 15 GENNAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA MOGLIE DEL CUOCO (ON A FAILLI ÊTRE AMIES) REGIA: ANNE LE NY (FRANCIA, 2014) - DURATA: 90ʼ È un film con due donne protagoniste, La moglie del cuoco di Anne Le Ny. Prova evidente che la cinematografia francese non ha più paura di scommettere su un cast femminile, puntando su due star di prima grandezza (in Francia) come Emmanuelle Devos e Karin Viard. La regista è un’attrice (si è ritagliata un piccolo ruolo nel film) che da qualche tempo è passata anche dietro la macchina da presa. Si chiama Anne Le Ny e ha vinto la scommessa, perché la sua raffinata commedia in patria è stata un successo al botteghino. (…) "Visitando le cucine dei grandi ristoranti e parlando con gli chef", racconta Anne Le Ny, "ho capito che questa professione ha subito una grande evoluzione. Ho incontrato chef che riflettono sulla loro professione con intelligenza e cultura. Il luogo comune dell’organizzazione militare della cucina con lo chef caporale che urla contro tutti è morto e sepolto. Mi piacciono i personaggi maschili con una virilità che nulla ha da vedere col machismo. E ho dovuto combattere un po’ per convincere Roschdy Zem, abituato ai ruoli da duro nei film d’azione, ad accettare di interpretare Sam: un uomo dolce, sensibile, che venendo a patti con la propria vulnerabilità è diventato molto più forte – e seducente – di qualsiasi macho". (…) "Il mio film non si occupa della rivalità amorosa, un altro luogo comune in cui il cinema ha rinchiuso a lungo i personaggi femminili" osserva Anne Le Ny. "Quel che mi interessava raccontare era il rapporto complesso tra due donne, che in un altro momento della loro vita sarebbero state amiche. Quando si incontrano, invece, hanno bisogno una dell’altra per superare le crisi che stanno attraversando. Si useranno a vicenda, si manipoleranno, ma solo per tirare fuori la testa dall’acqua e respirare di nuovo". Il film è girato in una cittadina di provincia dove la vita sembra meno stressante che nelle grandi città. “In posti così la gente si conosce e le differenze tra le classi sociali sono più marcate: narrativamente funzionava meglio. Ho scelto Orléans perché è una bella città, con un’architettura classica. Lavorandoci ho scoperto una grande qualità della vita, poi c’è la campagna a un passo. Tutto meraviglioso, ma non fa per me: sono una parigina”. (Monica Capuani, da “Il Venerdì”, 10.10.2014) Prendiamo ingredienti triti e ritriti; triangoli amorosi, amori di mezza età e dittici più che rodati come cucina-e-sentimenti, agitiamo bene aggiungendo un velo di eleganza francese e teniamo tutto in forno per novanta minuti. Anne Le Ny, direttamente dal cast di Quasi amici, passa qui dietro la macchina da presa e confeziona una commedia sentimentale coi fiocchi, da vera gourmet dell’intrattenimento intelligente, immune da scivoloni volgari ed altre banalità. Regia sobria, script misurato e interpreti affiatati (Karin Viard/Marithé e Emmanuelle Devos/Carole sono adorabili). Il cuore (e il corpo) sono soddisfatti. Chapeau. (Gianfrancesco Iacono, da “Rivista del Cinematografo”, ottobre 2014) SCENEGGIATURA: Anne Le Ny / FOTOGRAFIA: Jérôme Alméras / MONTAGGIO: Guerric Catala / MUSICA: Éric Neveux / ATTORI: Karin Viard, Emmanuelle Devos, Roschdy Zem, Anne Le Ny, Philippe Rebbot / PRODUZIONE: Bruno Levy per Move Movie, Mars Films, Cinéfrance 1888 10

[close]

p. 11

PROGRAMMA DI GENNAIO 14 FILM ° GIOVEDÌ, 22 GENNAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CLASS ENEMY (RAZREDNI SOVRAŽNIK) REGIA: ROK BICEK (SLOVENIA, 2013) OPERA PRIMA - DURATA: 112ʼ PREMI: Mostra di Venezia 2013: Miglior film della SIC / Slovena Film Festival 2013: premio della Critica per il miglior film, la fotografia, l’attore (Samobor) e l’attrice non protagonista (Gracner), i costumi / Premio per la regia nei festival di: Mannheim-Heidelberg, Bratislava e Atene Diretto da un regista ventottenne, Rob Bicerk, Class Enemy ha fatto discutere per come affronta frontalmente, con qualche schematismo, problemi pedagogici universali. Il prof di tedesco incarna l’insegnamento antico, austero, formale, algido; per contro la sostituta, la preside e il resto del corpo docenti sono il “nuovo che avanza”, un po’ insegnanti e un po’ amici, accondiscendenti rispetto alle intemperanze identitarie di studenti adolescenti. A sorpresa la cosa più interessante del film riguarda la Storia con la maiuscola: Slovenia, ex Jugoslavia, l’imprinting del conflitto che affonda nella Seconda guerra mondiale (la dura occupazione tedesca) e si rivela oggi nella sua più chiara metafora (alla fine gli studenti si scannano tra loro e il solo lucido pare essere il … cinese). Sullo studio dei caratteri pesa invece una certa programmaticità (l’insegnante di tedesco, molto ben interpretato da Igor Samobor, è fin troppo esemplare), perdonabile in un’opera prima (corti a parte) di notevole forza. (Mauro Gervasini, da “Film Tv”, 12.10.2014) Class Enemy pare dichiaratamente una metafora sociale, una storia emblematica di una situazione generale vista attraverso la lente privilegiata di un microcosmo. Del resto dichiara il giovane regista Rok Bicek (classe 1985): “ Ho concepito la scuola del film a immagine del mio paese e la Slovenia è una micro Europa”. Ma non c’è solo questo. Alla base di una sceneggiatura asciutta e limpida e disturbante come l’autenticità, ci sono anche i ricordi scolastici del cineasta, come pure l’impressionante dato storico del grande numero di suicidi nella nazione di Lubiana. “Siamo nella top 3 mondiale”, afferma con lugubre sarcasmo Bicek. La sua intelligenza è stata quella di mantenere un punto di vista equidistante “dentro il ring”, mostrando i turbamenti personali e le contraddizioni di una crisi in atto, dove nulla è bianco e nulla è nero, ma tutti portano il loro fardello di corresponsabilità (vittima compresa). Con pochi attori professionisti (praticamente i professori) e tanti debuttanti, alla Settimana Internazionale della Critica di Ve(...) Una lucida riflessione sulle ragioni, i torti le contraddizioni di due parti nezia lo scorso anno ha raccolto consensi e premi, come in altri festival. Il tutto con sole 380 mila euro di budget più 100 mila di nemiche contrapposte per età e formazione culturale, condotta con la diattrezzature meccaniche. stanza di un osservatore acuto. (Massimo Lastrucci, da “Ciak”, ottobre 2014) (Barbara Corsi, da “Vivilcinema” aprile,2014) SCENEGGIATURA: Nejc Gazvoda, Rok Bicek, Janez Lapajne / FOTOGR.: Fabio Stoll / MONT.: Rok Bicek, Janez Lapajne / MUSICA: Frédéric Chopin / ATTORI: Igor Samobor, Natasa Barbara Gracner, Tjasa Zeleznik, Masa Derganc, Robert Prebil / PROD.: Janez Lapajne, Aiken Veronika per Triglav Film 11

[close]

p. 12

PROGRAMMA DI GENNAIO 15 FILM ° GIOVEDÌ, 29 GENNAIO 2015, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 CHOCÓ REGIA: JHONNY HENDRIX (COLUMBIA, 2012) OPERA PRIMA - DURATA: 80ʼ PREMI: Festival di Cartagena 2012: premio del pubblico Chocó è un dipartimento della Colombia che costeggia il Mar Caraibico e l’Oceano Atlantico. Una regione meravigliosa dal punto di vista paesaggistico, ricca di fiumi e foreste che ne fanno un luogo per molti aspetti unico al mondo. A popolarla, migliaia di persone di origine africana, discendenti diretti degli schiavi deportati tra il XV e il XVI secolo in Sud America. Ma Chocó è anche il nome di una bellissima donna che in queste terre porta avanti la sua difficile esistenza. (…) Opera prima del 37enne Jhonny Hendrix Hinestroza, Chocó (presentato a Berlino e Milano) ha come cifra stilistica un’evidente impronta documentaristica, utile a descrivere con efficacia e realismo una storia di riscatto ed emancipazione . Il regista stesso, nativo della regione, tratteggia con disinvoltura e con una certa eleganza pregi e difetti di una comunità vessata dalla povertà e da costumi anacronistici, soffocata da un isolamento economico forse irreversibile, che contraddice di fatto ogni teoria sulla globalizzazione. Quello di Hinestroza è un cinema che si basa sul principio di sottrazione, nessun orpello formale ma solo inquadrature essenziali, mentre il racconto procede in maniera volutamente semplice (ma non banale) con la forza della verità. Chocó, la protagonista femminile del film, è la musa ispiratrice di un messaggio certo non ottimista: come la terra consumata nelle sue risorse, così la popolazione di quei luoghi infelici continua a subire soprusi, violenze, nella dimenticanza del mondo. Chocó è il nome proprio di una donna e di un luogo, protagonisti di un’opera prima dove il cortocircuito tra paesaggio umano e fisico si svela fin dall’inizio: un rogo – agognato, simbolico, premonitore – illumina a giorno la capanna, in una fiammata liberatoria che brucia gli abusi perpetrati dal marito alcolizzato e assente. Percorso da un realismo magico che si esplicita nell’attraversamento di un ponte sospeso tra lo sconforto quotidiano e la bellezza possibile. (Chiara Bruno, da “Film Tv”, 9.3.2014) Non è solo la costruzione dei piani a risultare interessante o la capacità di illuminare in maniera appropriata i paesaggi colombiani, ma è soprattutto il modo di portare avanti il racconto della storia di Chocó (una radiosa e sensuale Karent Hinestroza). È grazie al movimento dei personaggi che il realismo della messa in scena non diventa mai fotografico; pur non essendo pervaso da quel sottile brivido della ricreazione “fantastica”, l'insieme del film diventa armonioso e morbido attraverso le mosse inaspettate, i primi piani inattesi, la dolcezza della colonna sonora costruita su ritmi tribali, i colori. Impossibile non notare il giallo che illumina la protagonista e i suoi figli, una luce che la accompagna nei suoi percorsi spericolati, sui ponti sospesi che la portano in città o tra le foglie della foresta. (Gabriele Spila, da “Vivilcinema”, gennaio/febbraio 2014) (Francesca Fiorentino,da “movieplayer.it”, 4.3.2014) SCENEGGIAT.: Alfonso Acosta, Jhonny Hendrix / FOTOGR.: Paulo Pérez / MONT.: Mauricio Vergara / MUSICA: Miller Castro / ATTORI: Karent Hinestroza, Esteban Copete, Fabio Restrepo, Daniela Mosquera, Sebastián Mosqueira / PROD.: J. Hendrix, M. Rincón per Antorcha Films, HD Cinema 12

[close]

p. 13

FESTIVAL ROMA di Lorenzo Reggiani Le star ci sono state, da Richard Gere a Kevin Costner, e anche il pubblico cʼè stato: Roma ha risposto e le vendite dei biglietti, secondo il presidente Paolo Ferrari, sono andate bene, malgrado il mercato in crisi. Magari sono mancati i film nel magmatico caos del programma. Cʼè stato un giorno in cui lʼappuntamento di cartello era un documentario sugli Spandau Ballet, con loro in carne ed ossa (a volte ritornano…). In nove anni, dopo una partenza bruciante del Festival ideato dallʼallora sindaco Walter Veltroni, la manifestazione romana ha perso il suo capitale mediatico e finanziario. E il futuro? Già si cerca il successore di Muller, ma forse sarebbe meglio cercare una identità per un evento che non possiede unʼanima vera, e che fin dalle prime edizioni è sembrato non avere cause né ragioni in un Paese che ha già la Mostra di Venezia. U n festival? No, è una festa di cinema a Roma e per Roma, quello che si chiama “Festival internazionale del film di Roma”, e che in ottobre ha celebrato la sua nona edizione. Dʼaltra parte è stato lo stesso direttore artistico Marco Muller, oggi a scadenza del suo mandato, a dire più volte di voler far sterzare la kermesse “verso la festa”. E così è stato, con la folla, il red carpet, i fan di divi e divetti, le code, i biglietti introvabili, la disorganizzazione, i ritardi, propri di una festa. Non cʼera neanche la giuria internazionale propria di un festival, questʼanno, sostituita dallo “spettatore giudice” che con una votazione elettronica ha emesso il verdetto, soddisfacendo il desiderio (?) di partecipazione attiva. Chissà quanti effettivamente degli spettatori hanno votato utilizzando la cartolina con codice ricevuta allʼingresso in sala, ma alla fine i premi ci sono stati, come in un festival che si rispetti. Hanno vinto la spazzatura piena di speranza di Trash di Stephen Daldry; 12 Citizens, bel rifacimento in salsa cinese del classico di Sidney Lumet La parola ai giurati; Haider di Vishal Bhardwaj, adattamento di Amleto di Shakespeare e, per lʼItalia, la leggerezza ottimista dei fuori sede pisani di Fino a qui tutto bene di Roan Johnson. Questi i Marco Aurelio dʼoro assegnati nelle rispettive categorie di Gala, Cinema dʼoggi, Mondo genere e Prospettive Italia. Tutti premi (ma non si esaurivano qui) nel segno di una certa eterogeneità. Come eterogenee erano le sezioni, a cominciare da “Gala”, luccicante vetrina pensata per attrarre il pubblico che si affaccia sul tappeto rosso per un bagno di glamour per poi correre in sala a (ri)vedere sullo schermo i divi che ha appena sfiorato o solo ammirato da lontano, sui gradoni dellʼapposito anfiteatro con “vista divi”. 13

[close]

p. 14

NOTE SUI REGISTI OTTOBRE GIULIO MANFREDONIA Il regista, sceneggiatore e montatore è appassionato di tragedie raccontate con il senso dell’umorismo. Inizia la sua carriera come assistente alla regia. L’esordio alla regia di un lungometraggio avviene nel 2001 con la commedia Se fossi in te di cui è anche lo sceneggiatore. Commedia è anche il successivo È già ieri (2004), remake dell’americano Ricomincio da capo con Bill Murray. Nel 2009 realizza la fiction tv Fratelli Detective e Antonio Albanese, suo amico e collaboratore, lo chiama poi a dirigere Qualunquemente (2011). L’anno successivo torna a dirigerlo nella commedia Tutto tutto niente niente. JEFF NICHOLS Regista e sceneggiatore americano nato a Little Rock, Arkansas, il 7 Dicembre 1978. Viene considerato dalla critica americana come il nuovo astro del cinema, ibrido tra Malick e Spielberg. Le sue opere viaggiano sul confine tra cinema indipendente americano e grandi produzioni hollywoodiane. I suoi film hanno ricevuto premi e acclamazioni ai festival dove sono stati presentati: Shotgun Stories (2007) e Take Shelte r (2011 - Gran Premio della Guria e Premio Fipresci al Festival di Cannes). Il suo ultimo lavoro, Mud (2012), ha concorso per la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2012. SCOTT MCGEHEE E DAVID SIEGEL Scott McGehee è un regista e sceneggiatore americano. Si è laureato all’università di Columbia. McGehee mantiene una collaborazione a lungo termine col regista David Siegel, il quale si è laureato in architettura a Berkeley prima del master in fotografia e pittura. David Siegel e Scott MrGehee non sono il primo duo a dirigere un film assieme – fanno parte di un trend che include Joel e Ethan Coen, i fratelli Polish ed altri. Chiaramente il lavoro di squadra paga: Variety trova il loro lavoro The deep end “avvincente” e “fatto meravigliosamente bene”. Il film, apprezzato a Cannes, ha vinto premi al Sundance. MARIANA RONDÓN La regista, sceneggiatrice, produttrice e artista è nata a Barquisimeto, Venezuela. Il suo cortometraggio Calle 22 ha girato il mondo e ricevuto 22 premi internazionali. Il suo primo lungometraggio A la media noche y media (2000), condiretto da Maritè Ugás, è stato presentato in anteprima al Tokio Festival, e successivamente a più di 40 festival internazionali dove è stato premiato 5 volte. Nel 2007 ha presentato Postales de Leningrado, vincitore di 25 premi internazionali e nel 2011 ha scritto El chico que miente, diretto da Maritè Ugás e premiato al Festival di Berlino. Nel 2013 ha presentato Pelo malo, il vincitore del Golden Shell premio al San Sebastián Film Festival. GUIDO LOMBARDI Film-maker, sceneggiatore, regista di backstage e documentari e per ben due volte vincitore del Premio Solinas.Nato a Napoli nel 1975, comincia a lavorare nel cinema firmando con altri ventitré registi Napoli 24, un documentario incentrato su Napoli.Nel 2010, arriva Vomero Travel, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia, mentre nel 2011 ritorna con Là-bas (2012), pellicola che ottiene il Leone del Futuro alla XXVI Settimana Internazionale della Critica di Venezia.Nel 2013 porta in concorso al Festival del Film di Roma Take Five, storia di "cinque irregolari" alle prese con una rapina milionaria. JUAN TARATUTO Nato nel 1971 a Buenos Aires (Argentina), si laurea in comunicazione all’Università di Buenos Aires e studia cinema alla Film School di Avellaneda. Nel 1995 comincia la sua carriera di regista dirigendo diversi spot pubblicitari, per i quali vince riconoscimenti internazionali. Nel 2003 scrive e dirige il suo primo lungometraggio Non sos vos, soy yo, che sbanca il botteghino ed è il film indipendente più visto in Argentina nel 2004, e in Spagna nel 2005. Nel 2007/8 dirige con successo ¿Quién dice que es facil? e Un novio para mi mujer. Nel 2013 arriva anche nelle sale italiane con La ricostruzione. GIANNI DI CAPUA Regista, sceneggiatore, autore di documentari, ha curato e realizzato numerosi programmi per la televisione in Italia e all’estero. Ha firmato la messa in scena di testi teatrali (Beckett, Cocteau) e di numerose opere tratte dal repertorio musicale moderno e contemporaneo. Impegnato alla progettazione e allo sviluppo di progetti multimediali, ha avviato innovativi percorsi espositivi testuali concepiti su un modello d’interattività e nella diversificazione dei piani della loro lettura e della loro rappresentazione scenica. Per il cinema ha realizzato il documentario Richard Wagner. Diario veneziano della Sinfonia ritrovata. MARIE AMACHOUKELI-BARSACQ Nata nel 1979 e laureata a La Fémis, la regista e sceneggiatrice è conosciuta per Party Girl (2014), C'est gratuit pour les filles (2009) e Forbach (2008). CLAIRE BURGER La regista e sceneggiatrice, nata a Forbach e laureata a La Fémis è nota per il cortometraggio premiato con il César C'est gratuit pour les filles (2009). Party Girl è il suo primo film. SAMUEL THEIS L’attore, regista teatrale e cinematografico e sceneggiatore è nato nel 1978 a Forbach e laureato a La Fémis. Il suo primo lungometraggio Party Girl è liberamente ispirato alla storia vera di sua madre. LOUISE ARCHAMBAULT Laureata a Montréal, ha diretto nel 1999 Atomic Saké, ben accolto dalla critica, girando per i festival internazionali e vincendo sia il premio 2000 Jutra per il miglior corto che per il miglior film al Festival delle Donne a Torino. Il suo primo lungometraggio, Familia, ha fatto il suo debutto internazionale a Locarno 2005. Il film ha vinto il Citytv Premio per il miglior primo lungometraggio canadese al Toronto Film Festival del 2005. In seguito ha diretto un ritratto del coreografo Éduard Lock e ha partecipato al film collettivo National Parks Project. Gabrielle è il suo secondo lungometraggio. FRED SCHEPISI Nato il 26 Dicembre 1939 a Melbourne. Autore particolarmente interessato ai temi sociali è approdato al lungometraggio dopo essere passato per i telegiornali, i documentari e gli short pubblicitari. Il suo primo film è The Devil’s Playground (1976) e da allora ha diretto quasi una ventina di film. A Schepisi si deve anche uno dei più importanti film di tipo storico di tutto il cinema australiano: The Chant of Jimmie Blacksmith. Il su maggior contributo degli ultimi anni è comunque individuabile nella riduzione del romanzo di Richard Russo Empire Falls (vincitore Golden Globe) da cui è tratta la mini serie HBO con Paul Newman. PAUL WRIGHT Laureandosi in Cinema alla RSAMD di Glasgow, gira Hikikomori, suo corto d’esordio che si aggiudica il BAFTA scozzese come Miglior nuovo lavoro e Miglior cortometraggio, cui segue la vincita come Miglior Drama al Royal Television Society Awards. Nel 2008 partecipa al Master Fiction Directing della NTFS e gira Believe, che viene premiato fra altro anche con il Pardo d’Oro come Miglior Cortometraggio Internazionale a Locarno nel 2009 . Il suo corto successivo, Photos of God, viene selezionato al Festival di Berlino 2010. Il superstite è il suo primo lungometraggio. JHONNY HENDRIX HINESTROZA Nato nell’ottobre del 1975 a Quibdo, Chocó con più di 15 anni di esperienza nella produzione filmica e televisiva, ha fondato l’Antorcha Films nel 2003. Ha diretto il cortometraggio Cuando Ilegan los muchachos nel 2010, premiato al Festival Cinélatino - Incontri di Tolosa in Francia. Ha inoltre diretto il cortometraggio Tricolor furbo club nel 2005. Chocó è il suo debutto nel lungometraggio. NOVEMBRE DICEMBRE Ragioni di spazio in questo Filmese non hanno consentito di inserire la rubrica "L’incontro con il regista". Verrà riproposta nei prossimi numeri. GENNAIO PIERRE SALVADORI Originario della Tunisia, si trasferisce a Parigi all'età di 7 anni insieme ai genitori. Già al liceo inizia a frequentare dei corsi di cinema e di teatro. Nel 1989 scrive la sceneggiatura del film realizzato quattro anni più tardi, Cible émouvante. Con Marie Trintignant et Guillaume Depardieu gira la pellicola Comme elle respire (1998) e nel 2000 realizza il film noir I venditori di sabbia con Serge Riaboukine. Nel 2003 torna alla commedia con la pellicola In amore c'è posto per tutti e nel 2006 lavora al film Ti va di pagare? con Gad Elmaleh e Audrey Tautou. Nel 2014 realizza la commedia Piccole crepe, grossi guai. 14 ANNE LE NY Inizia la carriera di attrice nel 1991 con un film per la televisione, mentre cinque anni più tardi esordisce sul grande schermo in Transfert pericoloso. Nel 2007 debutta come regista e sceneggiatrice con Ceux qui restent e conquista subito due candidature ai César, per la sceneggiatura e la migliore opera prima. Tre anni dopo scrive e dirige Les Invites de mon pere a cui segue nel 2012 Cornouaille. Nel frattempo, come attrice lascia il segno in due film di grande successo del 2011 (Quasi amici e La guerra è dichiarata). La moglie del cuoco è il suo ultimo film da regista. ROK BICEK Nato in Slovenia nel 1985, sin da studente ha manifestato nei suoi corti una determinatezza alquanto rara, espressa attraverso un esplicito entusiasmo e una predilezione per le inquadrature lunghe e per un unico piano sequenza, a cui si aggiungono la sottigliezza nella scelta dei colori e dei soggetti. Questi vengono narrati quasi sottotono, senza forzature ma allo stesso tempo in modo sempre sorvegliato. Seguendo la scia degli autori cinematografici che lo hanno ispirato (M. Haneke, C. Mungiu, A. Zvyagintsev), i film di Bicek giocano con il pericolo in agguato nei minimi dettagli quotidiani.

[close]

p. 15

VITA ASSOCIATIVA IT NOV À UN CONCORSO PER I GIOVANI I l nostro Circolo ha una grande sorpresa: un nuovissimo e sorprendente concorso rivolto a tutti i giovani dai 18 ai 30 anni! Siete dei giovani con tante idee e fantasia? Avete in mente un soggetto che potrebbe diventare un grande film? Vi piacerebbe provare un'esperienza in diretto contatto col cinema? Il nostro Circolo vi offre questa possibilità e quello che dovete fare è molto semplice: scrivere una bozza della trama di massimo 7000 caratteri e inviarla all'indirizzo: eliaboni@yahoo.it. Il soggetto è completamente libero ed entro marzo verrà selezionato il migliore; al vincitore verrà assegnato un premio e, soprattutto, avrà l'opportunità di vedere il soggetto in forma di sceneggiatura! Cosa aspettate? Date sfogo alla vostra fantasia! Elia Boninsegna CHARLOT, LA MASCOTTE DEL CIRCOLO DI CINEMA valida per il 68° anno sociale. PER LE FESTE FATE UNA SORPRESA UTILE, REGALATE EMOZIONI INDIMENTICABILI! I COUPON SONO ACQUISTABILI PRESSO LA SEGRETERIA Circolo del Cinema Via della Valverde, 32 tel: 045 800 6778 15

[close]

Comments

no comments yet