Azione nonviolenta maggio giugno 2015, anno 52, n. 609

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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re b m o Luci ePO 2015 su EX Fondata da Aldo Capitini nel 1964 maggio - giugno 2015 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 52, n. 609 | contributo € 5,00

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3 4 7 8 Poche luci e tante ombre Mao Valpiana La mano che controlla la scodella di Massimiliano Pilati Biani alla 7a Nutrire il profitto di Francesco Gesualdi 25 La difesa civile entri nel dibattito parlamentare e sia avviato l’iter legislativo 27 Il gioco del Pappa Mundi di Franco Rigosi 28 ... ma liberaci dagli OGM. Amen. Intervista a Gianni Tamino 30 Elogio del frutto della vite di Daniele Lugli 31 Io ero astemia perchè... di Elena 32 Il primo nutrimento è la pace di Rocco Pompeo 33 EXPO for PEACE di Guido Sangiovanni 34 Beni comuni e buone pratiche di Teodoro Margarita 36 Non-fare è meglio che fare (male) di Alexander Langer 38 La Carta dei Maestri 40 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 42 ATTIVISSIMAMENTE 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 10 Le parole della “Carta di Milano” 11 I fatti della “Carta di Trento” di Fabio Pipinato 12 Coltivare la bio-diversità di Massimiliano Renna 16 I derivati del cibo Intervista ad Andrea Baranes 18 Indifferenza versus Comunità Marco Boschini 20 La sfida per nutrire il pianeta di Giorgio Nebbia 23 Depositata alla Camera dei Deputati la Legge di iniziativa popolare per la Difesa civile, non armata e nonviolenta 24 Un’altra difesa possibile come fondamento della nostra Repubblica Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (vignetta). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Mattia Scaccia, Alessandro Galderisi, Angela Argentieri e Franco De Nicola Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. 5 per mille Nella dichiarazione dei redditi vi invitiamo a destinare il 5x1000 al Movimento Nonviolento, indicando il codice fiscale 93100500235 Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, maggio-giugno, anno 52 n. 609, fascicolo 444 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 15 giugno 2015 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Disegno di Franco De Nicola Le immagini: Le foto alle pagine 9, 12, 15, 19, 35 sono di Daniele Lira Archivio fotografico Trentino Marketing

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L’editoriale di Mao Valpiana Poche luci e tante ombre Nutrire il pianeta. È un bel programma, ma è anche un paradosso. In realtà è il pianeta che nutre noi. Nutre noi e tutti gli esseri viventi che lo abitano. Lui ci nutre, e noi lo deprediamo. I contenuti dell’Esposizione universale che si svolge a Milano, con tutte le sue contraddizioni, ma anche con le proposte che saranno visitate da oltre 15 milioni di persone, sono al centro di un ampio dibattito culturale e politico. Expo 2015, fin dalla sua fase preparatoria, è stata accompagnata da molte polemiche. Il consumo di territorio prezioso per la realizzazione dei padiglioni (esproprio e cementificazione di 1000 ettari di suolo agricolo), la crescita dei costi di realizzazione (investimento iniziale di 3,2 miliardi di euro, costo finale attorno ai 14 miliardi), la corruzione, gli scandali e gli interventi della magistratura, sono stati solo l’antipasto per l’opinione pubblica. I numeri sono significativi: 145 paesi partecipanti, 3 organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Unione europea, Comunità caraibica), 13 ONG, 80 padiglioni. È dunque un vero “grande evento”, non liquidabile con un semplicistico “tutti venduti”. Dentro ad Expo, ad esempio, ci troviamo anche la Cascina Triulza che ospita l’Exo dei Popoli, con eventi importanti su informazione ed educazione alla sicurezza e alla sovranità alimentare. E molti ospiti di rilievo, da Vandana Shiva a Carlin Petrini, hanno potuto, dentro Expo, alzare una voce critica e fare proposte nella direzione giusta. Una particolare “aggiunta positiva” ad un contesto che pone molte “criticità negative”. Un punto certamente debole, per non dire decisamente deprimente, è quello degli sponsor o dei partner ufficiali: scorrendo l’elenco troviamo McDonald’s (sarebbero gli hamburger il cibo per nutrire il pianeta degli affamati?), la Coca Cola (la forniamo con il ghiaccio per dissetare gli assetati?), la S.Pellegrino (ma non eravamo per l’acqua pubblica, bene comune libero per tutti?), la Nestlè (e vai con il latte in polvere al posto del latte materno gratis, salutare), la Finmeccanica (ottava società di produzione di armi al mondo con 14,5 miliardi di dollari). Se è vero, come è vero, che tra mezzi e fini c’è una correlazione diretta, come c’è tra il seme e il frutto, allora dovremmo pensare che con le risorse di tali sponsor l’obiettivo EXPO 2015 a Milano finale assomiglierà più al profitto che al nutrimento. Tuttavia, anche in Expo ci può essere qualcosa di buono. O comunque si possono limitare i danni. Le Esposizioni universali, nel terzo millennio, non sono più quello del secolo scorso, quando si metteva fisicamente in mostra ciò che altrimenti non si sarebbe potuto vedere altrove. Oggi tutto è già conosciuto, già visto, già fruito. E infatti a Milano si entra soprattutto nel “virtuale”: i padiglioni sono prevalentemente tecnologici, con video, immagini, suggestioni. È dunque l’Expo delle idee, dei progetti, del futuribile. Ed è proprio in questa dimensione che possiamo introdurre l’aggiunta nonviolenta (e cerchiamo di farlo con questo numero di Azione nonviolenta) offrendo la “visione” di un pianeta che solo nella pace potrà trovare risorse a vantaggio del nutrimento per tutti. È per questo che, per quel che possiamo, abbiamo cercato di dare il nostro contributo per l’Expo della dignità, l’Expo dei popoli, l’Expo della pace. Expo ora c’è, e continuare a predicare uno sterile No-Expo ci pare inconcludente. Convocare una manifestazione No-Expo il giorno stesso dell’inaugurazione dell’esposizione universale, il primo maggio a Milano, è stato segno di marginalismo perdente e minoritario, sconfitta e antagonismo fine a se stesso; organizzare un corteo a rischio senza assumere le necessarie prevenzioni è stato politicamente irresponsabile, roba da dilettanti allo sbaraglio. Da tempo i movimenti nonviolenti ai cortei preferiscono momenti assembleari dove si espongono idee, proposte, testimonianze, come è stato per Arena di pace e disarmo a Verona, Facciamo un passo di pace a Firenze, la Perugia-Assisi, e come sarà Expo for peace che si svolgerà quest’estate e si concluderà con una Marcia della pace il 4 ottobre (S. Francesco, il santo che offriva nutrimento per tutti, gli uccelli e il lupo, nutrimento materiale e spirituale, di cui tanto abbiamo bisogno), proprio all’interno di Expo. Cerchiamo di esporre il meglio che sappiamo fare. DIRETTORE Azione nonviolenta | 3

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La mano che controlla la scodella Da Linus ai dominatori del mondo mero, il ragazzino che si è dato agli studi agresti anche per cercare di sovvertire quella frase urlata da Lucy, ha ripescato quel motto e ci ha riflettuto molto. Sì perché negli anni tutto è cambiato, si è evoluto e forse la frase “La mano che controlla la scodella domina il mondo” è divenuta eccessivamente semplicistica. Chi sono i padroni del cibo oggi? Chi controlla la scodella? In che modo viene oggi controllata la scodella e dominato il mondo? Da anni per passione e per lavoro seguo le vicende di piccoli contadini che, attraverso il loro prezioso lavoro, valorizzano il territorio in cui vivono. Lo fanno in mezzo a mille difficoltà, scontrandosi con i grandi produttori, con le grandi catene distributive e in un mercato sempre più folle, ma nonostante tutto il mio Trentino è un’isola assolutamente felice se si guarda a quanto succede in altre parti del Mondo. Pensiamo ad esempio al sempre più preoccupate fenomeno di accaparramento di terre (Land Grabbing) che, soprattutto da qualche anno, stanno subendo intere regioni di Asia, Africa e America Latina. Vere e proprie rapine di terra in cui le multinazionali dell’agro-business si assicurano concessioni o contratti d’affitto di più anni di grandi appezzamenti fertili. Una moderna forma di colonizzazione in cui si mescolano il mero investimento speculativo alla ricerca di spazi per produrre a basso costo, lo sfruttamento del terreno per produrre agro-carburanti e materie prime come legname e minerali o per costruire infrastrutture e dighe. La maggior parte di queste terre non viene quindi usata per produrre alimenti per le popolazioni. Ovviamente a subire tutto questo sono i popoli delle aree marginali, in particolare del Sud del Mondo. In molte zone chi lavora la terra da secoli non possiede però veri titoli che permettano di rivendicare la proprietà sulla terra e quindi queste persone sono facilmente espropriate dalle terre del demanio pubblico con conseguente esclusione dalla produzione e dall’accesso al cibo. Ma di che cifre parliamo? Un approfondimento di Massimiliano Pilati* Da sempre appassionato di fumetti un giorno, da ragazzino, mi imbattei in un vecchio numero di Linus. Era il n. 61 del 1970 e in copertina c’erano i Peanuts di Schultz e la piccola Lucy che sbraitava in fondo alla pagina urlando “la mano che controlla la scodella domina il mondo!”. Quella semplicissima frase urlata da Lucy mi colpì e la archiviai come una delle grandi verità che anche il mondo dei fumetti ti può insegnare. Lucy che urla la stessa frase, ma questa volta a fianco del buon Snoopy, ritornò poi in copertina di un numero di marzo 2000 di Linus. In quella occasione non ero più un ragazzino, ma ero un giovane uomo che si apprestava a laurearsi in scienze agrarie e che proprio in quel periodo si interessava, tra le altre cose, del pericolo delle coltivazioni Ogm e dello strapotere delle multinazionali proprietarie dei grandi marchi dei prodotti chimici, dei concimi, dei semi e capaci di decidere della sorte di milioni di persone. In quel periodo scoprivo le lotte dei contadini di varie parti del Mondo per avere il semplice diritto di potersi coltivare un fazzoletto di terra che permettesse loro di vivere dignitosamente. Nel tempo ho continuato a seguire con interesse critico il fondamentale tema che ruota attorno alle scelte politiche e economiche in campo agrario. Oggi, in pieno clima Expo, mi è sembrato normale proporre alla redazione di Azione nonviolenta un numero che si occupasse di cibo, di Expo e del suo slogan “nutrire il pianeta” e di tutte le ricadute che questo fondamentale tema ha sulla vita quotidiana di migliaia di persone di tutto il Mondo. Così, proprio per la preparazione di questo nu- * del Comitato di Coordinamento del Movimento Nonviolento e responsabile del sito Azione nonviolenta in rete, www.azionenonviolenta.it 4 | maggio - giugno 2015

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pubblicato su Unimondo, citando i dati pubblicati nel 2012 dalla Coalizione Internazionale per la Terra, parla di circa 200 milioni di ettari di terreni agricoli che sono stati, tra il 2000 e il 2010, oggetto di negoziazione per cessioni o affitti di durata variabile tra 40 e 99 anni. La volontà di accaparrarsi la terra sta dietro spesso anche a spregiudicati interventi militari di milizie più o meno regolari in varie parti del Mondo. Un triste esempio è la lotta nonviolenta praticata dai contadini colombiani del Curvaradó contro lo strapotere armato di chi si sta impossessando delle loro terre con l’aiuto di militari e paramilitari. Il cibo e la sua produzione stanno diventando sempre più un bene rifugio anche per gli speculatori attraverso strumenti finanziari spregiudicati come i derivati per i quali non ha più senso la famosa frase urlata da Lucy. In questo caso infatti la mano controlla la ciotola solo in maniera virtuale, accaparrandosi il diritto di decidere oggi Azione nonviolenta | 5

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il prezzo praticato sul cibo di domani ottenendo enormi guadagni giocando sulla fame delle popolazioni. Ovviamente si può lucrare sul cibo anche controllandone le quantità disponibili e infatti più un bene è poco presente e più ne aumenta la domanda e con essa il suo prezzo. E se il prezzo dell’alimento è instabile, maggiore è la possibilità di riuscire a guadagnare. Il cibo prima di finire nella ciotola di Snoopy deve essere seminato e coltivato: la frase di Lucy potrebbe diventare “la mano che gestisce i semi domina il Mondo”. Basti pensare che in un rapporto redatto nel 2014 dalla Ong canadese ECT group risulta che tre imprese controllano più della metà (53%) del mercato mondiale dei semi. Si tratta di Monsanto (26%), DuPont Pioneer (18,2%) e Syngenta (9,2%) con un fatturato di 18 miliardi di dollari all’anno. Sempre secondo il rapporto del gruppo ECT il cartello dei produttori di semi promuove la privatizzazione delle sementi per “una più rigorosa protezione della proprietà intellettuale”, e per scoraggiare la pratica – tanto antica quanto la stessa agricoltura – di conservare una parte dei semi del raccolto da riutilizzare nella successiva semina rendendo di fatto i contadini schiavi delle stesse ditte produttrici di sementi. Stesso identico discorso vale per la produzione di prodotti chimici per l’agricoltura dove solo dieci imprese controllano il 95% del settore o per i fertilizzanti dove dieci imprese controllano il 41% del mercato e hanno un fatturato di 65 miliardi di dollari. Molte di queste problematiche dovrebbero finire esplicitamente nella ormai famosa Carta di Milano, un documento di intenti pensato in occasione dell’Expo di Milano, ma che a detta di molti presenta ampie lacune proprio su alcuni degli aspetti critici che ho brevemente descritto in questo breve articolo. La speranza sta quindi nelle centinaia di migliaia di contadini, di associazioni, di comitati che in tutto il Mondo si stanno riunendo per lottare, per protestare e per fare pressione sui propri governi affinché le cose possano cambiare, sta in chi non accetta il cappio al collo di assurde regole di mercato, a chi coltiva con passione e amore la propria terra. Ecco che allora il grido di Lucy dovrebbe trovare una risposta diversa e la mano che controlla la ciotola dovrebbe essere quella dei popoli e dei paesi che dovrebbero avere piena sovranità alimentare. Sovranità che si attua attraverso il con- trollo politico della produzione e del consumo degli alimenti gestendo in proprio e secondo le proprie necessità una propria politica agricola e alimentare, rapportandosi alle organizzazioni degli agricoltori e dei consumatori. Approfondimenti Land Grabbing: www.unimondo.org/Guide/Sviluppo/ Land-grabbing/(desc)/show www.landcoalition.org Controllo delle sementi e dei prodotti chimici: www.yaku.eu/le-multinazionale-checontrollano-lagricoltura/ Per saperne di più Carta di Milano: carta.milano.it/it/ Carta di Trento: cartaditrento.wordpress.com/ World Social Agenda: www.worldsocialagenda.org/ Sovranità alimentare: www.worldsocialagenda. org/1.5-Sovranita-alimentare/ Campagna Sulla fame non si specula: www.sullafamenonsispecula.org Campagna 005: www.zerozerocinque.it Associazione Comuni Virtuosi: www.comunivirtuosi.org/ Land Grabbing: www.unimondo.org/Guide/ Sviluppo/Land-grabbing/(desc)/show Coalizione Internazionale per la Terra: www.landcoalition.org/ Studio gruppo ECT: www.yaku.eu/le-multinazionale-che-controllano-lagricoltura/ Lotta nonviolenta dei contadini colombiani del Curvaradó: www.azionenonviolenta.it/ il-coraggio-della-nonviolenza-testimonianzedalla-colombia/ Civiltà contadina: www.civiltacontadina.it/ No expo: www.noexpo.org/ Expo Milano 2015, il sito ufficiale: www.expo2015.org/it/cos-e Sette proposte per l’agricoltura sostenibile - di Greenpeace: www.greenpeace.org/italy/it/ ufficiostampa/rapporti/Sette-proposte-perlagricoltura-sostenibile-del-futuro/ Expo dei Popoli: expodeipopoli.it/ a cura di Massimiliano Pilati 6 | maggio - giugno 2015

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Nutrire il profitto Gli sponsor sono il vero volto di Expo ge un’area grande come mezza Europa, principalmente in Africa. Da uno studio che abbiamo realizzato e pubblicato on line, dal titolo “I padroni del nostro cibo”, emerge che il settore agricolo è dominato da poche multinazionali che presidiano i posti chiave della filiera, per fare del cibo nient’altro che un business secondo le più spietate logiche del profitto, dello spreco, del disprezzo umano e ambientale. Una manciata di multinazionali fra cui Monsanto, Syngenta, Dupont, Bayer, controllano il mercato di sementi e pesticidi, cercando di spingere sempre di più verso sementi Ogm, modificate per indurre gli agricoltori a utilizzare erbicidi specifici e utilizzare quote crescenti di fertilizzanti, pur sapendo che nel lungo periodo l’eccesso di sostanze chimiche conduce alla perdita di suolo agricolo. Secondo le Nazioni Unite di Francesco Gesualdi* “Nutrire il pianeta” recita lo slogan di Expo 2015 e la mente corre subito al miliardo di affamati che affollano il mondo. Ma di affamati all’Expo non ce ne sarà neanche uno, perché del loro destino in realtà non importa niente a nessuno. Siamo solo di fronte all’ennesimo caso di ipocrisia, all’ennesimo caso di strumentalizzazione da parte dei potenti che usano le emergenze umanitarie per dare una connotazione buonista ai loro progetti di tutt’altro stampo. Basta scorrere la lista degli sponsor per rendersene conto. Ai primi posti spiccano nomi come Coca-Cola, Nestlè, Ferrero, Unilever, potenti multinazionali che le guide al consumo critico di tutto il mondo indicano come imprese che non brillano per responsabilità sociale e ambientale. Coca-Cola da anni è contestata per la politica antisindacale da parte dei suoi imbottigliatori che in Colombia comprende perfino l’assassinio dei delegati sindacali. Nestlé e Ferrero sono criticate perché acquistano cacao da zone dell’Africa dove le piantagioni giungono ad utilizzare lavoro minorile in schiavitù. Unilever è additata perché ottiene il tè da Kenya e India dove la legge consente di utilizzare lavoratori precari per salari indegni senza nessuna garanzia sociale. Tutte pratiche che contribuiscono a creare la fame, non a eliminarla, perché la fame non dipende dalla scarsità di cibo, ma dall’ingiustizia. Lo dimostra il fatto che il 75 per cento degli affamati si trovano nelle campagne. Muoiono di fame perché non dispongono di terra o perché le terre migliori se le sono prese gli stranieri che stanno tornando nel sud del mondo per produrre cibo da esportare nei paesi ricchi o addirittura per fabbricare bioetanolo. Il fenomeno è stato battezzato landgrabbing (furto di terre) e coinvol- * Centro Nuovo Modello di Sviluppo Francesco Gesualdi 8 | maggio - giugno 2015

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si perdono ogni anno dai cinque ai dieci milioni di ettari di terra agricola a causa dell’erosione e dell’impoverimento dei suoli. La parola d’ordine di un sistema che cerca di fare passare per produttivo, ciò che in realtà è un problema distributivo, è produrre sempre di più. E siamo all’assurdo che la terra è sottoposta a stress per produrre una quantità crescente di cereali, non per sfamare chi ha fame, ma per ingrassare gli animali da carne che assorbono il 40 per cento di tutti i cereali prodotti nel mondo. Insomma è la produzione fine a se stessa nella logica del Pil che deve crescere sempre e comunque con l’unico obiettivo di garantire sempre più profitti alle multinazionali commerciali, Cargill, prima fra tutte, che oltre ad essere un big del commercio di granaglie è anche un big del commercio di carne. Il risultato è che un miliardo di affamati convivono con un miliardo di obesi con doppia soddisfazione per il sistema che può invocare la fame per imporre sempre più tecnologia finalizzata ad accrescere produzione di cibo mal orientato, e può invocare la malattia per accrescere il consumo di farmaci orientati a problematiche create ad hoc. Se davvero vogliamo nutrire il pianeta non è di più tecnologia che abbiamo bisogno, ma di un altro modo di distribuire le terre, di gestire le sovvenzioni all’agricoltura, di regolare gli accordi commerciali, di orientare l’intervento pubblico. In altre parole è di un’altra politica che abbiamo bisogno, non più piegata agli interessi dei profittatori, ma alle esigenze delle persone nel rispetto della natura. “I padroni del nostro cibo” è l’ultimo dossier realizzato dal Centro nuovo modello di sviluppo con la collaborazione grafica di Andrea Rosellini e Margherita Brunori. Racconta con 22 infografiche il viaggio degli alimenti dalla chimica al piatto, ed elenca presentandole le più grandi multinazionali che gestiscono quello che considerano un business badando solo al profitto. “Quelle stesse che si presentano all’Expo 2015 come le salvatrici dell’umanità mentre hanno a cuore solo i propri interessi”. Azione nonviolenta | 9

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Le parole della “Carta di Milano” L’eredità di Expo è una grande operazione mediatica La Carta c’è, è ufficiale. È stata presentata coi toni dei grandi eventi istituzionali che cambiano la Storia. Ma non sarà così. La Carta di Milano scivolerà nella storia senza incidere alcunché, legittimando ancora il modello agroalimentare che ha prodotto insostenibilità, disastri ambientali e le terribili iniquità che vive il nostro mondo e che la stessa Carta denuncia ma ignorando lo strapotere politico delle multinazionali, che stanno dentro ad Expo e che sottoscrivono la Carta. Il presidente Sala ebbe a dire a suo tempo che in Expo dovevano coniugarsi il diavolo e l’acqua santa: pensiamo intendesse Coca Cola, Monsanto e l’agricoltura familiare e di villaggio, i Gas, il biologico et cetera. Il risultato è che nella Carta si sentono il linguaggio, le difficoltà, le mediazioni e i contributi di tanti docenti, personalità e realtà associative che hanno cercato di migliorarla, ma purtroppo il loro onesto sforzo si è tradotto unicamente in un saccheggio del linguaggio dei movimenti dei contadini e di coloro che si battono per la difesa dell’acqua come bene comune e in favore delle energie alternative al petrolio. La “Carta di Milano”, presentata come l’eredità che EXPO lascia al mondo, è una grande operazione mediatica, che si limita a dichiarazioni generiche senza andare alle cause e alle responsabilità della situazione attuale. Non una parola sui sussidi che la Commissione Europea regala alle multinazionali europee agroalimentari permettendo loro una concorrenza sleale verso i produttori locali; non una parola sugli accordi commerciali tra l’Europa e l’Africa (gli EPA) che distruggono l’agricoltura africana; nè si parla del water e land grabbing; nè degli OGM che espropriano dal controllo sui semi i contadini e che condizionano l’agricoltura e l’economia di grandi paesi come il Brasile e l’Argentina; nè si accenna alle volontà di privatizzare tutta l’acqua potabile e di monetizzare l’intero patrimonio idrico mondiale, nè si fanno i conti con i combustibili fossili e il fraking. Nella “Carta” si parla di diritto al cibo equo, sano e sostenibile, si accenna persino alla sovranità alimentare, si ricorda che il cibo oggi disponibile sarebbe sufficiente a sfamare in modo corretto tutta la popolazione mondiale, si sprecano parole nate e vissute nella carne dei movimenti, ma poi? La responsabilità di tutto questo sarebbe solo dei singoli cittadini: dello spreco familiare (che è invece surplus di produzione) che andrebbe orientato verso i poveri e verso le opere caritatevoli, sta nella loro mancanza di educazione ad una corretta alimentazione, al risparmio di cibo e di acqua, ad una vita sana e sportiva. Le responsabilità pubbliche e private sono ignorate. Manca la concretizzazione del diritto umano all’acqua potabile come indicato dalla risoluzione dell’ONU del 2010 e mancano gli impegni per impedirne la privatizzazione. Mancano le misure da intraprendere contro l’iniquità di un mercato e delle sue leggi, che strangolano i contadini del sud ma anche del nord del mondo. Mancano riferimenti a bloccare gli OGM su cui oggi si gioca concretamente la sovranità alimentare. Mancano i vincoli altrettanto concreti all’uso dei diserbanti e dei pesticidi che inquinano ormai le acque di tutto il mondo e avvelenano il nostro cibo. Ne prenda atto Sala da buon cattolico: il diavolo scappa se l’acqua è veramente santa. Ma qui di acqua santa non c’è traccia, mentre i diavoli, sotto mentite spoglie, affollano la nostra vita quotidiana e i padiglioni di EXPO. Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Vittorio Agnoletto, Mario Agostinelli, Piero Basso, Vittorio Bellavite, Franco Calamida, Massimo Gatti, Antonio Lupo, Emilio Molinari, Silvano Piccardi, Paolo Pinardi, Basilio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego, Guglielmo Spettante, Gianni Tamino, Vincenzo Vasciaveo. 10 | maggio - giugno 2015

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I fatti della “Carta di Trento” La campagna “Sulla fame non si specula” a che fare con l’alimentazione. E più in generale è tutto il tema della crisi globale che stiamo attraversando ormai dal 2008 - che ha pesato sui prezzi alimentari e quindi sull’accesso al cibo e la fame. Nel Protocollo di Milano, varato non più tardi del 3 aprile, c’era scritto: “Le parti s’impegnano a identificare e proporre leggi per disciplinare la speculazione finanziaria internazionale sulle materie prime e la speculazione sulla terra, oltre che a proteggere le comunità vulnerabili dall’accaparramento della terra da parte di entità pubbliche e private, rafforzando al contempo il diritto all’accesso alla terra delle comunità locali e delle popolazioni autoctone”. Perché un impegno preciso di questo tipo non compare più tra quanto la Carta di Milano richiede “con forza a governi, istituzioni e organizzazioni internazionali”? La risposta, purtroppo, la conosciamo! Alcuni Stati ed altrettante holding vorrebbero ancora avere la possibilità di acquistare terreni agricoli in Africa ed Asia ad un euro l’ettaro per un usufrutto di 99 anni. Altri vorrebbero speculare sul cibo mentre pochi vorrebbero che tutte le sementi fossero sterili in modo da creare dipendenza. Gli ultimi vorrebbero distese di cereali ecofuel al fine di riempire i serbatoi delle nostre auto anziché gli stomaci dei nostri popoli. Questione di business. Se la Carta di Milano, quindi, sembra esser stata lavata nel Tevere dopo le mediazioni con tutti questi “portatori d’interessi” ci riproverà la Carta di Trento a mettere nell’agenda mondiale le questioni sopradescritte. La Carta di Trento* – per una migliore cooperazione internazionale è un documento che ha affrontato, anno dopo anno, tutti gli 8 obiettivi del millennio. È promossa da un pool di organizzazioni trentine ma non solo convinte che non serva affrontare i problemi dall’ultimo anello della catena come l’arrivo dei profughi o penultimo anello come la partenza degli stessi dalle coste del Maghreb ma dai primi anelli che sono la fame e l’assenza di violenza. Anelli, spesso, concatenati. di Fabio Pipinato* La Carta di Milano è il documento che dovrebbe impegnare la Comunità Internazionale, in occasione dell’Expo, a “nutrire il pianeta”. Si tratta di un documento fondamentale in quanto è parte di un percorso trentennale (2000 – 2030) che vedono impegnate anche le Nazioni Unite e di cui il presente anno cerniera – 2015 – già definito dall’Europa come anno per lo sviluppo si trova tra due quindicenni. Tra vecchi (2000 – 2015) e nuovi (2015 - 2030) obiettivi del millennio. La Carta di Milano - dopo le “mediazioni al ribasso” di Arabia Saudita, Cina e Stati Uniti - è diventata un elenco di pie intenzioni che ci trova tutti d’accordo ma che non ha il coraggio di affrontare le cause della fame e delle grandi migrazioni. È stata svuotata delle specificità politiche come la speculazione finanziaria sul cibo (compro oggi a basso prezzo e rivendo domani a prezzo alto) oppure di ogni riferimento al land grabbing (acquisto terreni a basso prezzo in zone povere). A denunciare il ritocco della Carta è stata, in primis, la campagna “sulla fame non si specula” assieme a la campagna 005 del prof. Becchetti sulle transazioni finanziarie (Economia Politica di Tor Vergata). Lo stesso prof. Stefano Zamagni già consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha invitato ad affrontare le contraddizioni del nostro tempo come la speculazione finanziaria sul cibo. Il riferimento al tema della finanza era presente nel Protocollo di Milano sull’alimentazione e la nutrizione redatto dalla Barilla Center for Food and Nutrition con la collaborazione di tante personalità e sigle della società civile, al quale la Carta di Milano s’era, tra gli altri, ispirata e che cita espressamente fra le sue fonti. Ora è scomparso; quasi che l’uso del denaro non abbia nulla * Campagna “Sulla fame non si specula” Azione nonviolenta | 11

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Coltivare la bio-diversità Alimentazione e sostenibilità a tavola Dall’Homo sapiens all’Homo dieteticus Ogni scelta dovrebbe essere fatta in modo consapevole, pertanto, parlando di dieta si dovrebbe innanzitutto conoscere il reale significato di tale termine. Provando a digitare la parola dieta su un noto motore di ricerca in internet, viene fuori una grande quantità di immagini che ritraggono corpi femminili piuttosto snelli, o uomini col fisico scultoreo e il sorriso accattivante. Spesso, le immagini ritraggono dei giro vita così esili che farebbero invidia a un insetto imenottero, o addominali che sembrano plasmati ad hoc quasi a voler ricordare una divinità della mitologia greca. Da ciò si intuisce come il termine “dieta” venga erroneamente utilizzato per indicare un regime alimentare restrittivo finalizzato all’ottenimento della figura snella, come vogliono fuorvianti modelli culturali. Sembra che “essere magri” sia l’unico obiettivo da raggiungere, trascurando l’importanza di avere mens sana in corpore sano. Parlando di dieta, quindi, ci vengono in mente sacrifici, rinunce e magari anche frustrazioni quando di Massimiliano Renna* Quanto siamo consapevoli di quello che c’è nei piatti che ci vengono proposti al ristorante, o nei prodotti alimentari che mettiamo nel carrello quando facciamo la spesa? Mi è capitato spesso di constatare che molte persone non conoscono, ad esempio, la differenza tra “olio extra vergine d’oliva” ed “olio d’oliva”, o non leggono l’etichetta di un prodotto alimentare prima dell’acquisto. Capita, quindi, di dare anche per scontata la bontà di alcuni biscotti per l’infanzia i quali, invece, possono contenere oli vegetali di dubbia qualità. Potrei riportare tanti esempi di “disinformazione alimentare” che ho potuto constatare in diverse esperienze didattiche o parlando quotidianamente con la gente. Per cui c’è da discutere innanzitutto sull’utilizzo appropriato del termine “mangiare” quando si parla dell’assunzione di cibo e del rapporto che abbiamo con esso. Indubbiamente, esiste una differenza tra il “mangiare” e “l’alimentarsi”, forse maggiore di quella che apparentemente i rispettivi termini lascino intendere. Un buongustaio, ad esempio, può essere convintissimo di “saper mangiare”, essendo in grado di operare le scelte migliori riguardo ai cibi, ai loro accostamenti, ai riti che li accompagnano, al fine di poter ottenere dagli stessi il maggior piacere. Ma l’obesità, l’ipercolesterolemia, il diabete e le varie complicanze dovute alla “sindrome metabolica”, affliggono spesso le “buone forchette” denunciando così la differenza tra il saper mangiare ed il sapersi alimentare. In quale modo, quindi, dovremmo avvicinarci ai cibi? Con l’intenzione di mangiare o di alimentarci? * Agronomo ed Assegnista di Ricerca presso l’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari – CNR 12 | maggio - giugno 2015

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la bilancia ci dà un verdetto di fallimento. In realtà, con tale termine si dovrebbe intendere un insieme di buone pratiche di vita in rapporto al processo nutritivo: l’etimologia deriva dal greco e significa “stile di vita” o “modo di vivere”, giorno per giorno. Non è corretto pensare alla dieta soltanto come quella fase in cui ostinarsi a perdere peso, magari dopo le festività natalizie o quando i pantaloni cominciano ad andarci stretti. Infatti, secondo alcune statistiche, il 90% delle persone che “intraprende una dieta” fallisce, riacquistando tutti i chili inizialmente persi, e magari qualcuno in più. Perché accade questo? Perché la dieta non funziona se è vissuta come imposizione e non come consapevole ed appagante scelta di vita! Generalmente a tutti noi piacciono le cose che procurano benessere, mentre tendiamo ad allontanarci da ciò che comporta dolore. Questa dinamica è validissima anche nella dieta e spesso si ingrassa perché mangiare ci procura piacere e non mangiare ci fa soffrire. Supponiamo, infatti, di avere un debole per la cioccolata e quando ci si mette a dieta, per i “rotolini” di troppo sulla pancia, si pensa di eliminare tutto quello che piace di più, compresa la “coccola” dopo il pranzo. Quanto dura? Volendo essere ottimisti, dieci giorni, perché è difficilissimo star troppo tempo lontano dalle tentazioni. Non è una questione di debolezza o mancanza di forza di volontà, ma si tratta di scontrarsi con il nostro cervello e non è possibile farlo a lungo. Quanti di noi, almeno una volta nella vita, hanno seguito un regime alimentare rigido che non prendeva in considerazione le esigenze individuali? Potrebbe essere successo in seguito ai consigli dell’istruttore “di turno” in palestra, per una dieta prescritta dal nutrizionista o seguita dopo avere letto uno dei tanti libri sulle diete. Ducan, Atkins, A Zona, Chetogenica, Weight Watchers, Cronodieta, Preistorica, Dissociata, sono, infatti, alcuni esempi di nomi riconducibili a noti “regimi” alimentari, possibile sintomo di una (d)evoluzione comportamentale del genere umano. Qual è il risultato? L’emarginazione dalla tavola di alcune dimensioni, come quella legata al piacere, allo scambio, alla convivialità e alla condivisione. C’è invece una ricerca spasmodica del regime salvifico che trasforma il cibo in un’arma, una crociata che il nostro corpo conduce verso se stesso e contro i nemici che attentano alla perfezione estetica. Così si eliminano dal “paniere quotidiano” tutti gli alimenti individuati come nemici, come pericolosi, riducendo l’alimentazione ad una pratica basata quasi esclusivamente sul conteggio delle calorie… Diete sostenibili e agro-biodiversità Il concetto di dieta sostenibile, che deriva da quello di agricoltura sostenibile, appare piuttosto complesso così come si evince dalla descrizione di tale concetto da parte della FAO. Si tratta di “quelle diete con basso impatto ambientale, che contribuiscono alla sicurezza alimentare e alla vita salutare per le generazioni presenti e future. Le diete sostenibili sono protettive e rispettose nei confronti della biodiversità e degli ecosistemi, culturalmente accettabili, accessibili anche economicamente […] adeguate dal punto di vista nutrizionale, sicure e salutari […] ottimizzano risorse umane e naturali”. Partendo da tale definizione, quindi, è possibile sottolineare come il concetto di diete sostenibili include, necessariamente, aspetti economici, ambientali e socioculturali. Parte integrante della definizione di diete sostenibili coniata dalla FAO è il termine “biodiversità”, ossia l’intera variabilità o varietà delle forme di vita. L’agro-biodiversità è una parte di questa variabilità e rappresenta la diversità degli ecosistemi coltivati, in relazione a geni o combinazioni di geni all’interno delle specie. Biodiversità e agrobiodiversità sono concetti relativamente “nuovi” che non sono immediatamente compresi dalla gente. Infatti, la maggioranza dei cittadini europei ammette di non essere adeguatamente informata sulla biodiversità e solo il 38% della popolazione conosce il significato di tale termine. Pertanto, con lo scopo di comprendere meglio il concetto di agro-biodiversità è opportuno sottolineare l’importanza della diversità biologica all’interno di una specie coltivata, che si traduce in una moltitudine di varietà locali, frutto di un secolare lavoro di domesticazione da parte dei contadini. Cosa vuol dire tutto questo? Volendo semplificare, si possono semplicemente enunciare degli esempi come il limone di Sorrento, la cipolla di Tropea, quella di Acquaviva, o il pomodoro Regina e la carota di Polignano. Tutti questi nomi non stanno ad indicare soltanto un luogo di provenienza o di coltivazione, bensì delle varietà di ortaggi che nel tempo si sono differenziate grazie al lavoro congiunto del contadino (che ha effettuato la selezione) e dell’adattamento ambientale (ossia la natura che ha influenzato la selezione). Azione nonviolenta | 13

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Il consumo di questi “vecchi” ortaggi si sposa perfettamente col concetto di dieta sostenibile perché eviterebbe, in primis, la perdita di agrobiodiversità e in più sarebbe uno strumento in grado di perpetuare quelle conoscenze non scritte, anche sul piano organolettico, che caratterizzano le culture locali. Un discorso a parte, meriterebbero i vegetali eduli spontanei (ossia le erbe selvatiche), utilizzati dall’uomo come cibo sin dalla notte dei tempi e progenitori degli attuali ortaggi coltivati. Infatti, spesso ci si dimentica che i nostri avi, stimolati dalla sempre insoddisfatta fame e partendo dai materiali che il territorio delle povere aree rurali offriva, hanno sviluppato una ingegnosità culinaria che oggi fa parte della cultura popolare. Già nella Bibbia si parla di carni arrostite, pane azzimo ed “erbe amare”, mentre le “cicorie selvatiche” con purè di fave erano una delle vivande preferite da Pitagora. Dunque, per molti secoli numerose specie selvatiche sono state raccolte ed utilizzate alla stessa maniera degli ortaggi coltivati, permettendo di variare la dieta e aggiungere valore nutritivo e sapori diversi ad insalate, zuppe, stufati e numerose altre pietanze. I Romani, ad esempio, conoscevano già un centinaio di specie ed ancora oggi, molte di esse, rappresentano ingredienti fondamentali di importanti preparazioni gastronomiche, tipiche del nostro Paese. Basti pesare agli asparagi selvatici, alla cicoria campestre, ai cardi, all’ortica, al finocchio selvatico: lungo sarebbe l’elenco poiché vi sono molte altre piante eduli che crescono spontaneamente nei nostri terreni, ma sono conosciute soltanto come specie infestanti (purtroppo). L’utilizzo di tali vegetali permetterebbe di variare la dieta e aumentare il valore nutritivo dei pasti: il “grespino”, ad esempio, ha un contenuto di ferro dieci volte superiore agli spinaci, ritenuti il vegetale più ricco, per antonomasia, di questo minerale. Altre specie, invece, hanno un contenuto di calcio più che quadruplo rispetto a cavoli e bietole, che pure sono tra gli ortaggi più ricchi di tale sostanza. Di primaria importanza è anche il valore nutrizionale e “terapeutico” di alcune piante spontanee, tanto da poter essere considerate come “cibo medicina” del futuro. Non a caso, alcune piante sono utilizzate dall’industria farmaceutica per l’estrazione di sostanze da utilizzare come integratori alimentari. Una di queste è la “borragine”, molto ricca di acidi grassi essenziali: vi dicono niente i termini omega 3 e 6? Non sono presenti soltanto in alimenti industriali “arricchiti”, anzi ne abbiamo una grande disponibilità in alcune piante. Un ulteriore elogio è doveroso per i sapori, i profumi e i colori delle tante specie eduli spontanee: una volta assaggiate si resta attratti e piacevolmente sorpresi nel valicare nuove frontiere del gusto. Ci sarebbe anche da dire che l’atto del ricercare e raccogliere le piante eduli spontanee (“l’andar per erbe”) offre un’occasione di svago e di riconciliazione con la natura e l’ambiente rurale. L’andar per erbe, quindi, potrebbe essere uno strumento in grado di generare “biofilia”, ossia “l’innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”. Inoltre, secondo la teoria della rigenerazione dell’attenzione di Rachel e Stephen Kaplan, la semplice immersione in tali ambienti naturali sarebbe in grado di rigenerare l’attenzione diretta degli esseri umani e, quindi, potrebbe essere un valido rimedio per contrastare la fatica mentale, spesso causa di distraibilità e comportamenti ostili. Nonviolenza e scelte alimentari Quale potrebbe essere la relazione tra diete, sostenibilità e nonviolenza? Se pensiamo al concetto etico di nonviolenza del mondo orientale, troviamo una delle sue massime espressioni nel taoismo cinese. In questo, il concetto di wu wei ne è fondamentale: un precetto che riguarda il tassativo “non agire” in nessun modo a danno della natura. In altre parole, il fine del wu wei è la nonviolenza nei confronti della natura in generale e in particolare verso ogni essere vivente, al fine di conservare il perfetto equilibrio (il Tao) del mondo nella sua interezza e concorrere al benessere di tutti, quello che Gandhi chiama sarvodaya. Rileggendo le precedenti definizioni di diete sostenibili si intuisce subito come il fine di tali diete preveda il rispetto dell’ambiente. Pertanto, l’adozione di una dieta sostenibile dovrebbe considerare questo aspetto nell’operare le proprie scelte alimentari. Ma come tramutare tutto questo nella pratica? Purtroppo, non esiste un’unica ricetta che possa andar bene in tutti i casi, così come diverse possono essere le manifestazioni di dieta sostenibile. Immaginiamo di voler acquistare degli ortaggi senza avere la disponibilità di prodotti biologici 14 | maggio - giugno 2015

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certificati. In tale contesto, la scelta potrebbe non apparire così immediata se le opzioni prevedono, ad esempio, pomodorini tipo ciliegino (magari tutti perfettamente uniformi) e pomodorini appartenenti ad una varietà locale. In entrambi i casi non vi sono certificazioni di produzione biologica, quindi la scelta potrebbe essere fatta in maniera indiscriminata. Ma, risalendo la filiera produttiva fino al campo, ci si potrebbe accorgere che i pomodorini perfettamente uniformi sono prodotti da piante originate da sementi ibride, commercializzate da ditte specializzate. Va subito specificato che questo non è un male ed il termine “semente ibrida” non deve far pensare a qualcosa di innaturale o agli OGM: il seme ibrido è il risultato della fecondazione avvenuta tra piante molto diverse tra loro. Le ditte sementiere sfruttano questa tecnica per ottenere delle piante che daranno frutti vigorosi ed uniformi. Tuttavia, tali piante non potranno essere utilizzate per l’autoproduzione di seme e l’agricoltore sarà costretto ad acquistare il seme ogni hanno senza la possibilità di essere autonomo nel produrlo. Fin qui nessun problema in termini di effetti negativi sulla natura, trascurando le tasche dei contadini. La scelta sostenibile e nonviolenta ci porterebbe verso l’acquisto dei pomodorini della varietà locale, piuttosto che quelli provenienti dalle sementi ibride. Perché tale scelta? Perché scegliere come alimento un ortaggio appartenente ad una “vecchia” varietà locale significa, prima di tutto, orientarsi verso una dieta più rispettosa nei confronti della biodiversità e dell’agro-ecosistema. Vi sarebbe poi da dire che, rispetto ad una semente ibrida, la varietà locale risulta meglio adattata all’ambiente e, pertanto, richiederà un minor utilizzo di fertilizzanti e prodotti chimici per la difesa fitosanitaria (gli ortaggi autoctoni sono più resistenti alle fitopatie). Da qui si intuisce come la coltivazione degli ortaggi di varietà locali può ridurre l’impatto ambientale, permettendo di ottimizzare le risorse naturali. Si potrebbe quindi affermare che promuovere la coltivazione della biodiversità significa mettere i pratica il concetto di sostenibilità e, contemporaneamente, avvicinarsi al concetto di nonviolenza. Ciò poiché, ad esempio, non sarà necessario utilizzare insetticidi, cioè sostanze chimiche che uccidono insetti, buoni o cattivi che siano (dal punto di vista dell’agricoltore). Ma anche perché, così facendo, si favorisce la diversità biologica e, quindi, il raggiungimento di un equilibrio di una parte del mondo, anche se molto piccola (ma in fondo anche l’oceano è fatto da tantissime gocce). Quindi, una riflessione “olistica” sulle scelte alimentari ci potrebbe aiutare nell’intento di voler intraprendere un percorso di sostenibilità della dieta e, allo stesso tempo, nel capire come spesso il concetto di sostenibilità trova intime connessioni col concetto di nonviolenza. Azione nonviolenta | 15

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