l'arte del coro #2

 

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secondo numero della rivista

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  L’Arte  del  Coro   anno  I  –  n.  2  –  Giugno  2015     Quadrimestrale  di  coralità,  arte  e  cultura   dell’Associazione  Corale  “Benedetto  Marcello”  

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  L’ARTE DEL CORO Quadrimestrale di coralità, arte e cultura Anno I – n. 2 – Giugno 2015 Direttore Artistico Maria Teresa Carloni Redazione Tutti i coristi Hanno collaborato a questo numero: Francesco Cantù Giovanni Carosi Elena D’Elia Mariano Di Tanno Antonello Dominici Cinzia Faina Alfreda Incelli Giuseppe Rinaldi Federica Stacchi Associazione Corale “Benedetto Marcello” www.coralebenedettomarcello.it mail: info@coralebenedettomarcello.it 2    

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Sommario     EDITORIALE ECCOCI CON IL SECONDO NUMERO! DI MARIA TERESA CARLONI 4 ASSOCIAZIONE CORALE BENEDETTO MARCELLO IL NOSTRO PERCORSO MUSICALE I NOSTRI CONCERTI 5 7 LA CAPPELLA MUSICALE PATRIARCALE DI SAN MARCO STORIA DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA DI ANTONELLO DOMINICI LA BASILICA DI SAN MARCO DI GIUSEPPE RINALDI SIMBOLOGIE, L’ORGANO E IL CAMPANILE DI S. MARCO DI MARIA TERESA CARLONI I MOSAICI DELLA BASILICA DI SAN MARCO DI GIOVANNI CAROSI STORIA DELLA CAPPELLA MARCIANA DI ALFREDA INCELLI LA CAPPELLA MARCIANA OGGI DI MARIANO DI TANNO I MUSICISTI E LA PRODUZIONE MUSICALE DELLA CAPPELLA MARCIANA DI ELENA D’ELIA I DIRETTORI E GLI ORGANISTI DELLA CAPPELLA MARCIANA NEL TEMPO DI ELENA D’ELIA 10 13 15 20 23 29 32 37 UN MUSICISTA DA RICORDARE BONAVENTURA FURLANETTO DI MARIA TERESA CARLONI 38 BONAVENTURA FURLANETTO “DOMINE JESU CHRISTE” DI MARIA TERESA CARLONI 40 LO SAPEVATE CHE… ARTURO TOSCANINI A PIAZZE DI CINZIA FAINA LUCA MARENZIO E LA CHIESA DI SAN LORENZO IN LUCINA DI FRANCESCO CANTÙ BENEDETTO E ALESSANDRO MARCELLO A ROMA DI FEDERICA STACCHI FELIX MENDELSSOHN A ISCHIA DI MARIA TERESA CARLONI 44 45 46 46 LA VOCE DEL CORO I CONTRALTI DI MARIA TERESA CARLONI 47   3  

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EDITORIALE – ECCOCI CON IL SECONDO NUMERO! di Maria Teresa Carloni   progetto ardito e forse “più grande di noi” ma io credo che se intraprenderemo con umiltà questo percorso potremmo ottenere buoni risultati. Anche in questo numero la realizzazione dei vari pezzi sarà a cura dei coristi che si alterneranno nella stesura degli articoli nei vari numeri che pubblicheremo. In questo numero continueremo a farci conoscere attraverso due aspetti della nostra storia: il nostro percorso musicale, sempre in continua crescita, e i nostri concerti. Avremo poi delle rubriche, come nel primo numero, che resteranno fisse nei prossimi numeri. La prima tra tutte sarà un viaggio alla scoperta delle più importanti realtà corali italiane e straniere raccontandone la storia e gli aspetti culturali collegati: in questo numero scopriremo la Cappella Musicale Patriarcale di San Marco a Venezia. A seguire andremo alla scoperta di musicisti oggi dimenticati ma importanti all’epoca in cui sono vissuti come Bonaventura Furlanetto. Ci sarà poi l’angolo delle curiosità musicali con la rubrica “Lo sapevate che…” in cui continueremo a portare alla luce particolari non noti dei grandi musicisti. A chiudere per lo spazio dal titolo “La voce del coro”, dedicata ai coristi per sezione vocale per presentarsi ed esprimere il loro pensiero musicale, avremo un’intervista al gruppo dei Contralti. Ringrazio ancora tutti i coristi che hanno partecipato alla preparazione di questo numero e a questo punto continuo a dire… buona lettura!     Eccoci con il secondo numero! Sento prima di tutto il dovere di ringraziare tutti coloro che hanno letto il primo numero de “L’Arte del Coro” e che ne hanno apprezzato il contenuto ed il lavoro che è stato svolto. Ringrazio inoltre tutti i coristi dell’Associazione Corale “Benedetto Marcello” per l’impegno profuso nella preparazione del nostro quadrimestrale. Come avrete potuto costatare dal primo numero il nostro obiettivo è di creare un piccolo strumento che parli di coralità: nel panorama editoriale ci sono molte riviste musicali e qualche pubblicazione sulla coralità di alto spessore alle quali non vogliamo minimamente paragonarci, noi vorremmo solo essere una piccola goccia d’acqua nel grande mare. Abbiamo avuto consensi anche sul titolo “L’Arte del Coro – quadrimestrale di coralità, arte e cultura”: il nostro obiettivo, ossia dare subito l’idea di quello che è il progetto parlando di coralità nel contesto più ampio dell’arte e della cultura, è stato pienamente centrato. Come ho detto nel mio primo editoriale sicuramente è un 4    

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ASSOCIAZIONE CORALE “BENEDETTO MARCELLO” IL NOSTRO PERCORSO MUSICALE di Maria Teresa Carloni Quando ventisei anni fa’ decisi di fondare un coro da dirigere le prime decisioni che mi apprestavo a prendere erano due: quale percorso musicale intraprendere (e come riuscirci) e quale nome dare al coro. Sul nome ero molto decisa perché doveva essere il nome di un grande compositore dalla forte personalità e grande cultura. Ricordai allora che durante la preparazione dell’esame di Storia della musica in conservatorio mi aveva colpito sia come compositore sia come personalità Benedetto Marcello. Ero colpita dalla poliedricità di questo personaggio ma l’elemento che lo rendeva ai miei occhi dalla forte personalità era dato dall’opera letteraria Il teatro alla moda, un testo satirico contro i malvezzi e le stravaganze del melodramma veneziano del tempo. In un’epoca in cui imperava l’opera come prodotto musicale non d’eccellenza perché piegato ai “capricci” dei cantanti e al compiacimento di un pubblico non colto, prodotto musicale che però dava successo e denaro, Benedetto Marcello, con finissima satira, va contro questo sistema per difendere la musica cosiddetta colta. In pratica un personaggio che è voluto andare “controcorrente” per difendere un principio e un ideale anche contro il proprio interesse personale. Deciso il nome dovevo delineare il percorso musicale da intraprendere. Prima di tutto, anche se il coro nasceva come coro amatoriale per quanto concerne la preparazione dei coristi, dovevo insegnare loro due cose fondamentali: la lettura delle note sul rigo musicale e la tecnica vocale. La lettura musicale, o almeno capire i “meccanismi” della scrittura musicale, è di primaria importanza in quanto, è mia convinzione, i coristi non devono cantare “a memoria”, per non avere esecuzioni “a rischio”, ma devono avere cognizione dello spartito musicale per sapere e capire cosa stiamo facendo. In questo modo si riesce a crescere musicalmente per poter eseguire repertori musicali sempre più complessi. Logicamente questo è il mio pensiero e non è detto che sia giusto: ogni direttore ha le sue convinzioni e porta avanti il suo lavoro musicale seguendo i suoi principi. Secondo aspetto che ho curato dall’inizio è stata la tecnica vocale: la respirazione, i vocalizzi, l’attenzione ad emettere suoni insieme amalgamando le voci nel piano e nel forte è un esercizio che è sempre presente dal primo giorno ad oggi all’inizio di ogni prova. Un

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periodo abbiamo avuto delle vere e proprie lezioni di canto grazie all’aiuto di una mia amica cantante.   Dopo la cura iniziale di questi due aspetti tecnici, che manteniamo sempre in esercizio, ho avviato un percorso di crescita musicale nel repertorio: siamo partiti da pezzi semplici accompagnati dall’organo per poi passare a brani del repertorio rinascimentale a cappella. Cantare senza l’accompagnamento strumentale brani di stile ed epoca lontano dalla nostra non è stato facile ma con calma ed umiltà siamo riusciti da piccoli canti omoritmici ad eseguire mottetti e madrigali dei principali compositori rinascimentali quali Giovanni Pierluigi da Palestrina, Orlando di Lasso e Luca Marenzio. Durante questi anni siamo riusciti ad affrontare anche il repertorio coroorchestra e per un periodo, dal 1999 al 2003, ci siamo esibiti con l’orchestra ‘Roma Symphonia’. Questo periodo è quello che tutti i coristi ricordano, con grande nostalgia, come il periodo più bello della nostra attività corale: abbiamo eseguito opere complesse di compositori quali Vivaldi, Mozart ed Haydn in vari concerti seguiti da un pubblico molto numeroso. In questi ventisei anni abbiamo cantato principalmente Musica Sacra: il primo motivo è perché teniamo concerti quasi esclusivamente nelle Chiese o Basiliche quindi il repertorio da eseguire deve essere obbligatoriamente di Musica Sacra. Il secondo motivo è che il repertorio corale Sacro è molto vasto e copre tutti i periodi storico-musicali con delle pagine veramente belle. La musica profana non è da meno però le pagine corali di un certo rilievo sono quelle rinascimentali in quanto dal 1600 in poi è l’opera, quindi il canto solista, la protagonista della scena profana. Il nostro repertorio Sacro comprende molti periodi storici: partiamo da un piccolo numero di canti del grande repertorio gregoriano per spaziare nel repertorio rinascimentale dei più grandi compositori dell’epoca. In quest’ultimo anno abbiamo iniziato lo studio del repertorio Sacro del novecento: sono pezzi molto belli ma che prevedono una certa capacità del coro e uno studio molto più attento. Lo studio di questi brani è stata un’ulteriore sfida nella crescita musicale del coro, sfida ampiamente vinta nell’ultimo concerto che abbiamo tenuto dove abbiamo eseguito molto bene questo repertorio per la prima volta. Concerto del 30 maggio 2015 presso il Quadriportico dell’Istituto Pio IX in Roma nell’ambito della Rassegna “Cori Sull’Aventino” organizzata dall’Associazione Corale “Canticorum Jubilo” 6    

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ASSOCIAZIONE CORALE “BENEDETTO MARCELLO” I NOSTRI CONCERTI di Maria Teresa Carloni In tutti questi anni ci siamo esibiti in tanti concerti, partecipato a Rassegne Corali, Messe e Incontri Musicali. Negli ultimi anni abbiamo avuto stagioni con appuntamenti fissi intervallati da concerti e inviti provenienti da altri cori e istituzioni. Un appuntamento fisso che abbiamo all’inizio della ripresa delle prove dopo la pausa estiva è la Rassegna Corale “Sui colli di Roma” che organizziamo noi e che quest’anno è giunta alla XXIV edizione. Nel 1992, dopo appena tre anni di attività, decidemmo di creare una rassegna corale ad appuntamento annuale per avere un momento di confronto e di scambio con altre realtà corali italiane e straniere. I concerti si svolgono nella Chiesa Nostra Signora di Coromoto, la nostra sede, con l’intento di far diventare questa manifestazione un appuntamento importante all’interno dell’autunno concertistico romano oltre ad un autentico punto di riferimento nella vita artistica e sociale del quartiere Monteverde Nuovo attraverso il quale l’Associazione cerca di rendersi presente sul territorio, stimolando la sensibilità musicale ed artistica. Negli anni abbiamo avuto vari enti che hanno concesso il loro patrocinio morale riconoscendo alla nostra inziativa un alto valore culturale. Dalla XX edizione abbiamo l’onore di ricevere la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana. Il secondo appuntamento fisso è il concerto di Natale che per tanti coristi è il concerto più bello   dell’anno. In questo periodo teniamo sempre diversi concerti e partecipiamo a molte rassegne perché per il Natale molte associazioni e istituzioni organizzano il proprio concerto. Per noi dell’Associazione Corale “Benedetto Marcello” è un momento legato a un caro ricordo: la nostra prima esibizione! Il coro era nato da appena tre mesi e durante la Messa della Notte Santa del 1989 debuttammo eseguendo due brani: “Ninna nanna” di J. Brahms e “O bambino celeste mio sole” di M. Scapin, due brani natalizi per coro a quattro voci miste accompagnati dall’organo. In pratica gli unici due brani che avevamo in repertorio. Personalmente ancora oggi durante la notte di Natale il ricordo torna a quella notte di Natale, alla gioia del “debutto” e al desiderio forte di andare avanti nel percorso che piano piano abbiamo intrapreso. In questo periodo teniamo sempre un concerto natalizio di beneficenza per associazioni di volontariato (‘Il Telefono Azzurro’, ‘La lega del filo d’oro’, ‘La Tenda’, ‘Musica per il Kosovo’, ‘Associazione Antea’, ‘Associazione volontariato San Giuseppe’, ‘Associazione volontariato Amici del Colle’, Fondazione ‘Ida Belli’, ‘Ass. Comunità Il Carro onlus’ e per il ‘Telethon’ edizione 1995-20012002), per casi singoli che ci vengono segnalati oppure, come negli ultimi anni, teniamo il concerto per chi si trova in difficoltà e 7  

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ascoltare un’ora di musica può far sollevare l’animo e dimenticare, anche se per poco, i problemi che lo affliggono. Sono diversi anni che pochi giorni prima del Natale andiamo in un istituto di riposo per persone anziane a cantare il Natale. Sono tutte persone sole, a volte con gravi problemi di salute, che per un’ora rivivono la gioia e il calore del Natale. La preparazione del programma di un concerto impone sempre una certa attenzione per tanti motivi: il programma del concerto di Natale è particolare perché è bello unire la tradizione con l’arte della musica. Con questo principio ho preparato negli anni un concerto che nella prima parte segue la tradizione del canto sacro con testi natalizi dal gregoriano al rinascimento, mentre nella seconda parte ho inserito nel programma canti della tradizione elaborati ed innalzati a prodotto musicale elevato. Negli ultimi anni la seconda parte del concerto di Natale ha il titolo “Natale nel mondo” perché cantiamo a cappella a quattro voci miste i canti tradizionali di vari paesi. Il programma inizia con due canti della tradizione tedesca eseguiti nella lingua originale: “Ninna nanna” di Johannes Brahms, il primo brano 8     in assoluto che abbiamo eseguito in pubblico, e “Stille Nacht” di Franz Xaver Gruber. Della tradizione francese eseguiamo il canto “In notte placida”: la melodia di questo canto risale ai primi del Settecento. “Noel Noel” è un tradizionale canto natalizio inglese, originario probabilmente della Cornovaglia, anche se il titolo suggerisce, forse erroneamente, anche una possibile origine francese. Il canto “Adeste fideles” è un canto natalizio di cui non esistono prove sufficienti per attribuirne la paternità ad un nome preciso. Abbiamo poi inserito nel concerto natalizio due canti del mondo ispano-messicano: “Arrullo” e “Va viene la vieja”. Sono due canti dalla melodia semplice ma originale, con un’armonia basata sui gradi principali della tonalità utilizzati in maniera differente rispetto all’uso dell’armonia in Europa. Il primo è una dolce ninna nanna molto breve ma ricca di dolcezza materna: il termine “arrullo” è tradotto in italiano con “ninna nanna” ed indica proprio il movimento del cullare il bambino da parte della mamma. “Va viene la vieja” è un canto tradizionale gioioso e festoso con un ritmo ben scandito e che incarna la gioia e la festa della nascita. “Fermarono i cieli”, “Quanno nascette Ninno” e “Tu scendi dalle stelle” sono tre capolavori del canto dalla tradizione della scuola napoletana di Sant’Alfonso Maria de Luguori: melodia e armonia s’intrecciano in maniera mirabile donando all’ascoltatore il calore e la gioia della nascita del Salvatore. Il periodo in cui il Santo visse e scrisse era la Napoli del Settecento e contribuì con i suoi canti popolari alla nascita della musica sacra napoletana.

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Terzo appuntamento fisso di questi ultimi anni è il canto nel mese di maggio dell’inno Akathistos. È uno tra i più famosi inni che la Chiesa Ortodossa dedica a Maria. "Akathistos" non è il titolo originario ma una rubrica: "a-kathistos" che in greco significa "non-seduti" in quanto la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio. La struttura metrica e sillabica dell'Akathistos s’ispira alla celeste Gerusalemme: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale "Sposa" senza sposo terreno, Sposa vergine dell'Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione. L'inno consta di ventiquattro stanze quante sono le lettere dell'alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti (quello della storia e quello della fede) e con due prospettive intrecciate e complementari (una cristologica, l'altra ecclesiale), nelle quali è calato e s'illumina il mistero della Madre di Dio. L'Akathistos è una composizione davvero ispirata. Conserva un valore immenso a motivo del suo respiro storicosalvifico che abbraccia tutto il progetto di Dio. Circa l'Autore quasi tutta la tradizione manoscritta trasmette anonimo l'inno Akathistos. La versione latina redatta dal Vescovo Cristoforo di Venezia intorno all'anno 800, che tanto influsso esercitò sulla pietà del medioevo occidentale, porta il nome di Germano di Costantinopoli (733). Oggi però la critica scientifica propende ad attribuirne la composizione ad uno dei Padri di Calcedonia: in tal modo, questo testo venerando sarebbe il frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini, degno di essere assunto e cantato da tutte le Chiese e comunità ecclesiali. Noi eseguiamo l’Akathistos messa in musica da Padre Luigi Lasagna: è una musica molto semplice e pura molto ispirata che esalta la bellezza di questa preghiera. In genere nei nostri concerti cantiamo sempre musica Sacra e le occasioni di cantare musica profana, anche se abbiamo diversi brani in repertorio, sono sempre poche. Il concerto più bello e particolare dove abbiamo eseguito il repertorio profano ed altri canti ancora è stato nel maggio 2012 nell’ambito della Rassegna “Musica oltre le sbarre” nell’Istituto Penitenziario di Secondigliano, Napoli, per i detenuti dell’Istituto. Cantare per un pubblico così particolare è stato molto emozionante e commuovente, inoltre è stato bello vedere l’attenzione e l’apprezzamento del nostro lavoro. In questa occasione oltre alla polifonia rinascimentale abbiamo eseguito alcuni brani, su mia elaborazione, che non abbiamo mai cantato in altri concerti: una serie di canti del repertorio popolare della prima metà del novecento (“Ho un sassolino nella scarpa”, “Pippo non lo sa” e “Maramao perché sei morto”) e tre canti classici del repertorio napoletano (“I te vurria vasà”, “Core ‘ngrato” e “Torna a Surriento”). Questi ultimi, da me elaborati per tenore solista e coro, hanno riscosso un grande successo.   9  

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LA CAPPELLA MUSICALE PATRIARCALE DI S. MARCO STORIA DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA di Antonello Dominici LA CITTA’ E LA LAGUNA L’insediamento urbanistico di Venezia, posta al centro dell’omonima laguna, è tradizionalmente suddiviso in sei ‘sestieri’ (Cannaregio, Castello, Dorsoduro, San Marco, San Polo e Santa Croce) e si articola su un ! sede religiosa. Rialto, simboleggiato dall’omonimo ponte edificato nel 1591 è sempre stato il motore economico e commerciale della Serenissima, come testimoniano le numerose storiche botteghe, ma anche i toponimi dei limitrofi palazzi (per es. il Fondaco dei Tedeschi,   complesso di circa 120 isole, raccolte attorno alla doppia ansa del Canal Grande al centro di una fitta rete di 158 canali minori (rii). Percorsi pedonali (rive e fondamente), e calli e campi (rispettivamente, le vie e le piazze della tipica toponomastica veneziana) costituiscono il tessuto urbano. Piazza S. Marco, affacciata sull’omonimo bacino e coronata dalle cinquecentesche Procuratie, ha rappresentato per secoli il centro politico e amministrativo della città, con il Palazzo Ducale come sede civile e la Basilica di S. Marco come 10     dove avevano sede i mercanti nordeuropei, e le Fabbriche Nuove, dove avevano sede le Magistrature giudicanti in affari di commercio) e rive (per es. la Riva del Carbon e la Riva del Vin, dove venivano commercializzati tali prodotti); oggi vi permane il mercato alimentare, testimoniato dai toponimi Naranzeria, Erberia, Pescaria, Beccarie e Ruga dei Speziali. Il Canal Grande connette idealmente e fisicamente questi due poli dell’attività urbana, con la sua doppia cortina di grandiosi palazzi signorili (Ca’ da Mosto, Ca’ d’Oro, il

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palazzo Grassi) e splendide chiese (come S. Maria della Salute). Ma la vocazione marinara della Serenissima si esprime compiutamente nell’Arsenale (sec. 12°-16°), vasta area nella parte orientale della città, destinata alle costruzioni navali e che, protesa verso il mare, rappresentava la vera porta di ingresso a Venezia. Purtroppo le difficili condizioni di vita hanno portato a una sensibile diminuzione della popolazione presente: nel 1951 gli abitanti del centro storico assommavano a 175.000 unità, scese a poco più della metà nel 1981 e ad appena 60.300 nel 2008. Il rischio è quello di una trasformazione in senso ‘museale’ della città, totalmente preda dell’attività turistica. I flussi turistici possono toccare anche le 100.000 unità giornaliere. e Burano (famosa per i suoi merletti fin dal 16° sec.). La realtà veneziana non è comunque solo il centro storico: intorno a esso esiste tutta una costellazione di insediamenti (insulari e non) che viene convenzionalmente identificata con la denominazione di ‘estuario’ (30.100 ab. nel 2008). Vi sono anche importanti esempi di vitalità, come Murano (dove si coltiva l’arte del vetro fin dal 1295, anno in cui tutte le fornaci furono qui segregate per limitare i pericoli di incendio)   Il Lido di Venezia (11 km di spiagge), dall’apertura del primo stabilimento balneare avvenuta nel 1857, è diventato uno dei centri del turismo internazionale, con attrattive mondane come il Casinò e culturali come la Mostra internazionale del cinema; così come il Litorale del Cavallino che, con i suoi 13,5 km di spiagge, è una meta assai frequentata del turismo balneare. Il 4 gennaio 1846, giunse il primo treno attraverso un ponte ferroviario trans-lagunare (divenuto anche automobilistico nel 1933). Venne realizzata la stazione ferroviaria di Santa Lucia, furono ampliate le attività portuali sul Canale della Giudecca a Santa Marta, fu realizzato il terminale automobilistico in piazzale Roma. Tra il 1917 e il 1926 il territorio comunale fu ampliato, annettendo 11  

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prima tutti i comuni lagunari tranne Chioggia e poi quelli, in terraferma, di Mestre e limitrofi. Tra il 1919 e il 1922 aveva infatti preso corpo la prima zona industriale di Porto Marghera, annessa al nuovo porto commerciale. L’economia cittadina è ormai orientata più verso la terraferma. arrivando a conquistare tutto il Veneto, il Friuli e parte della Lombardia. Non riuscirono però ad impadronirsi di Milano. BREVISSIMI CENNI STORICI In origine il territorio dove risiedevano i veneti includeva l’Istria e la capitale era Aquileia. Con le invasioni barbariche le popolazioni iniziarono a trovare rifugio nelle isole lungo la costa. La sede patriarcale fu portata a Grado mentre quella del governo ad Eraclea. L’organizzazione politica aveva al centro il dux o duca poi chiamato Doge. La capitale venne trasferita a Rialto al sicuro al centro della laguna. Nacque cosi Venezia. Città prettamente commerciale, intermediaria tra Occidente e Oriente; fu costretta a difendere continuamente sia il territorio sia i commerci. Si scontrò con Pisa e Genova per il predominio dei commerci con l’Oriente. Partecipò alle crociate ricavandone benefici territoriali. I veneziani però rivolsero i loro interessi anche sulla terraferma 12     L’ORGANIZZAZIONE AMMINISTRATIVA E POLITICA Il Doge era il Magistrato supremo affiancato da una assemblea che serviva proprio a limitare il potere del doge. L’assemblea inizialmente chiamata Consiglio dei Savi divenne poi Maggior Consiglio che aveva anche il compito di eleggere il Doge. L’ammissione al Maggior Consiglio fu limitata alle famiglie nobili, che non potevano rifiutare gli incarichi politici, iscritte nel Libro d’oro. Nacque poi il Consiglio Minore che con il Doge costituì la Signoria. Venne poi il Consiglio dei Dieci un tribunale supremo per la difesa dello stato. LA DECADENZA I nuovi traffici commerciali relegarono Venezia ai margini provocando un fortissimo calo dell’economia. Sul piano politico Venezia non seppe più essere protagonista chiudendosi in un totale immobilismo. Venne invasa da Napoleone che poi la cedette all’Austria. Solo nel 1866 divenne parte integrante del Regno di Italia.

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LA CAPPELLA MUSICALE PATRIARCALE DI S. MARCO LA BASILICA DI SAN MARCO di Giuseppe Rinaldi La Basilica di San Marco, iniziata dal doge Domenico Contarini, continuata dal suo successore Domenico Selvo e terminata dal doge Vitale Falier, si trova a Venezia, fu costruita nel secolo XI ed è di arte "Romanico-bizantino e gotico". La Basilica di San Marco non è solo la chiesa più importante di Venezia, ma è anche la cattedrale della città dal 1807 e la sede del Patriarca. Si trova in piazza San Marco. La storia della Basilica di San Marco iniziò nell’828 quando l'undicesimo doge, Giustiniano Partecipazio, decise di far costruire una chiesa accanto al palazzo ducale, in onore di San Marco, in sostituzione della cappella palatina dedicata a San Teodoro. L'incendio provocato da alcuni rivoltosi nel 976, distrusse la costruzione, per cui nel 978 fu riedificata per volontà del doge. La meravigliosa basilica che noi oggi possiamo ammirare, non è quella del 978, risale invece all'XI secolo. Fu iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063, continuata dal suo successore Domenico Selvo e terminata dal trentaduesimo doge Vitale Falier. La basilica venne consacrata nel 1094. Nel 1231 fu danneggiata da un altro incendio e ne seguirono tutta una serie di interventi atti a restaurare la struttura. Nella prima metà del XIII secolo fu costruito il nartece e nello stesso secolo vennero innalzate le cupole, mentre nel XV secolo venne decorata la parte alta delle facciate. Solo però nel 1617, l'attuale basilica fu completata, quando cioè vennero inseriti nel suo interno due altari. Proprio in virtù di tutti questi continui lavori di rifacimento e i miglioramenti che si sono succeduti nei secoli, non possiamo attribuire a tale costruzione un solo stile artistico, ma occorre parlare di stile “romanicobizantino e gotico”. Esternamente la basilica può essere   divisa in: piano inferiore, piano superiore e cupole. Nella facciata, realizzata in marmo nel XIII secolo, invece si distinguono un piano terra che presenta cinque portali strombati e un piano superiore, nel quale si trova una terrazza. Il portale centrale, sulla cui lunetta compare il Giudizio universale, è quello più grande ed anche quello maggiormente decorato, mentre il portale di Sant'Alipio (il primo portale a sinistra) è l'unico che ha ancora il mosaico originale, raffigurante l'ingresso del corpo di San Marco all'interno della basilica. Sopra il portale centrale sono sistemate le copie dei quattro cavalli di bronzo presi a Costantinopoli dai

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Veneziani durante la IV crociata. Nella facciata, nel corso dei secoli, è stata inserita una grande quantità di materiale di spoglio che ha reso questo luogo sacro ancora più bello e particolare. La Basilica è a croce greca, ma il braccio verticale della croce è più lungo di quello dei transetti. Sopra la croce ci sono quattro cupole emisferiche ed una cupola centrale. La cupola dell'Ascensione si trova al centro della chiesa, quella dei Profeti sopra il presbiterio, quella della Pentecoste in prossimità della navata, mentre la cupola di San Giovanni e di San Leonardo, rispettivamente sul braccio nord e sul braccio sud del transetto. Le navate sono tre per ogni braccio e sono separate da colonnati che si collegano ai pilastri, il cui compito è di sopportare il peso delle cupole. Sia le pareti interne che quelle esterne sono piuttosto sottili per non appesantire troppo l'intera struttura, dato che poggia su un terreno sabbioso. L'altare non compare al centro della croce greca, 14     come accadeva solitamente, è invece posto sotto la cupola del presbiterio e custodice i resti mortali di San Marco. Sotto il presbiterio c'è la cripta a tre navate absidate. All'interno della basilica possiamo distinguere una zona terrena (rappresentata dal pavimento e dalle pareti), in marmo, con disegni geometrici o figure di animali (create con le tecniche dell'opus sectile e dell'opus tessellatum), ed una zona celeste (rappresentata dalle cupole e dalle volte) realizzata con tessere di vetro colorate. Un'iconostasi (parete divisoria) realizzata in marmo, separa il presbiterio dal resto dell'edificio sacro. Molti sono i mosaici presenti e tra quelli più antichi occorre ricordare i mosaici dell'abside che mostrano il Cristo Pantocratore e quelli dell'ingresso che rappresentano gli Evangelisti, entrambi realizzati alla fine dell’XI secolo da mosaicisti greci. La basilica custodisce opere di immenso valore, tra le tante possiamo ricordare la Pala d'oro collocata sull'altare maggiore e il tesoro di San Marco. Quest'ultimo è costituito da poco meno di trecento pezzi realizzati in oro e materiali preziosi, in parte, almeno i più antichi, provenienti da Costantinopoli nel XIII secolo, in seguito alla conquista veneziana, altri sono stati prodotti dalle abili mani degli artisti veneziani ed infine alcuni rappresentano doni di personaggi illustri come i pontefici o gli stessi dogi. La Pala d'oro, che contiene le reliquie di San Marco, invece venne fatta realizzare nel 1102 dal doge Ordelaffo Falier e poi, nei secoli, è stata modificata fino ad assumere l'attuale conformazione.

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LA CAPPELLA MUSICALE PATRIARCALE DI S. MARCO SIMBOLOGIE, L’ORGANO E IL CAMPANILE DI S. MARCO di Maria Teresa Carloni La basilica di San Marco a Venezia è la chiesa principale della città, cattedrale della città e sede del Patriarca. Primo simbolo è l’architettura Divina. Dio, la Trinità sono identificati con il numero tre o, geometricamente, con un triangolo. Il mondo, in antico, si identificava invece con il numero quattro, con i quattro punti cardinali. La figura che si racchiude in quattro punti è deformabile: si possono ottenere, infatti, un rettangolo, un rombo, un trapezio. E ciò che è deformabile è anche instabile, mentre il triangolo resta sempre tale. La basilica di San Marco si identifica con il cinque, le cinque cupole. Quella centrale è del Cristo storico. Esiste un significato simbolico di ciò: l'arrivo di Cristo "divinizza" il creato così come la cupola centrale divide in quattro triangoli il quadrato dato dalle quattro cupole esterne. E in questo modo anche il quadrato-creato diventa indeformabile. I tre pili portabandiera antistanti la basilica marciana oggi portano le bandiere dell'Italia, dell'Europa e di Venezia. Essi rappresentavano i territori di Candia, Morea e Cipro conquistati da Venezia. Un dodecaedro stellato si trova sul pavimento prima della porta principale d'ingresso alla Basilica, sotto l'iconostasi e sul coro. Per i saggi dell'Antichità, esso era simbolo di Venere, il pianeta reggente di Venezia. Rappresenta la manifestazione della forma Divina in Natura: Platone ne fece simbolo dell'armonia del cosmo (solidi platonici). A sinistra dell'ingresso laterale della Basilica, sul pavimento musivo, c'è un rinoceronte di incerta datazione. La pianta ad esso retrostante è simbolo di forza. Questa immagine sarebbe anche un talismano per allontanare le malattie. La losanga di   porfido sul pavimento dell'atrio, davanti al portale principale, rappresenta il punto esatto in cui l'imperatore Federico Barbarossa s'inginocchiò davanti al papa Alessandro III nel 1177. A terra, presso la Pala d'oro, lungo il percorso d'uscita, c'è una pietra raffigurante un corno ducale ed un animale, un riccio nero. Qui fu sepolto il cuore del doge Francesco Erizzo (1566-1646, doge dal 1631). Il riccio è simbolo della famiglia patrizia di appartenenza. Il resto delle spoglie si trova nella chiesa di San Martino in Castello. ORGANO TAMBURINI Sulla cantoria alla sinistra del presbiterio, si trova l'organo a canne

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