Cure-Cuore n. 3/2015 a cura del Consiglio Pastorale Ospedaliero H.S.Anna-Como

 

Embed or link this publication

Description

giornalino n. 3 dell'anno 2015 a cura del Consiglio Pastorale Ospedaliero H.S.Anna, Como

Popular Pages


p. 1

n. 3/2015 Consiglio Pastorale Ospedaliero dell’Ospedale Sant’Anna di Como Non di solo pane……. “Non di solo pane vive l’uomo…” È una frase entrata anche nel linguaggio comune per far capire l’esistenza di una realtà più grande. Non esiste solo il bisogno del pane terreno. L’uomo sente anche il bisogno di soddisfare quella fame che nessun cibo può calmare. Non esiste solo ciò che l’uomo si procura. Noi cristiani diciamo che c’è anche una realtà di Dio donata per la vita del mondo. L’Eucaristia fa parte di questa realtà che aiuta a vivere tutta la vita, non solo quella materiale. Il bisogno del pane terreno L’Expo 2015 sul tema della nutrizione (“Nutrire il pianeta” è il tema ufficiale) è un’occasione per riflettere sulla fame nel mondo. Nel grande banchetto dell’umanità, i poveri, che vivono delle nostre briciole, attendono che si realizzi il miracolo: la moltiplicazione dei beni attraverso una più equa distribuzione delle risorse: oggi due terzi della popolazione vive in stato di bisogno. Le statistiche dicono che  963 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di povertà.  Ogni cinque secondi un bambino muore di fame.  Ad oggi sono oltre 700 milioni i lavoratori senza tutele sociali che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e circa 1.200.000 miliardi con meno di due dollari al giorno.  Senza contratto di lavoro né tutele sociali: nel 2020, due terzi della popolazione attiva mondiale potrebbe trovarsi a lavorare in queste condizioni. Più di tre milioni di persone sono morte nel 2005 a causa del virus dell’Hiv/Aids; 33 milioni di persone sono affette dal virus dell’Hiv e queste cifre stanno aumentando. 1

[close]

p. 2

 Più di 4.000 bambini al giorno con meno di 5 anni muoiono di diarrea, una malattia facilmente evitabile  Nei paesi poveri, ogni minuto muore una madre di parto per carenze e inefficienze nel sistema sanitario Un miliardo di persone vive senza avere accesso all’acqua pulita, e due miliardi senza strutture igienico-sanitarie adeguate. Queste le terribili statistiche del disagio mondiale! Qui nel mondo sviluppato scoppiamo di proteine, spendiamo cifre ingenti in cibi per animali… Soprattutto sprechiamo enormi quantità di cibo! Secondo il “Protocollo di Milano” redatto in occasione dell’EXPO, «1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile sono sprecati ogni anno, ovvero un terzo della produzione globale di alimenti e quattro volte la quantità necessaria a nutrire gli 805 milioni di persone denutrite nel mondo». Il “Protocollo di Milano sull’Alimentazione e la Nutrizione” reso pubblico il 3 aprile 2015, è un documento che dovremmo tutti conoscere. Non si occupa soltanto di spreco alimentare, ma di tutte le situazioni definite “paradossali” che impediscono una corretta distribuzione mondiale del cibo; oltre lo spreco citato, il documento denuncia che  non esiste un’agricoltura “sostenibile”: «Nonostante l’enorme diffusione della fame e della malnutrizione, una grande percentuale dei raccolti è utilizzata per la produzione di mangimi e di biocarburanti. Secondo le previsioni, la domanda globale di biocarburanti arriverà a 172 miliardi di litri nel 2020 rispetto agli 81 miliardi di litri del 2008, il che corrisponde ad altri 40 milioni di ettari di terreni convertiti a coltivazioni per biocarburanti. Un terzo della produzione agricola globale è impiegato per nutri re il bestiame. … La speculazione finanziaria eccessiva e dannosa sulle materie prime aggrava ulteriormente il problema, favoren do la volatilità del mercato e l'aumento dei prezzi alimentari.  C’è coesistenza tra fame e obesità: «Oggi, per ogni persona affetta da denutrizione, ve ne sono due obese o sovrappeso (sovranutrizione): 805 milioni di persone nel mondo sono affette da denutrizione, mentre oltre 2,1 miliardi sono obese o sovrappeso. A livello mondiale, il fenomeno dell'obesità è quasi raddoppiato rispetto al 1980 e continua a crescere in proporzioni epidemiche…». 2

[close]

p. 3

Occorre aggiungere le guerre, le carestie, le devastazioni prodotte dall’uomo, le speculazioni su territori produttivi, le migrazioni forzate, tutto ciò che porta alla fame intere popolazioni. Dicono gli esperti che le risorse agricole del mondo, grazie ai progressi delle tecniche produttive e ai miglioramenti delle attrezzature, potrebbero già ora essere sufficienti a sfamare l’umanità intera. Ma gli ostacoli che si frappongono sono riscontrabili nella loro carente distribuzione, nell’ineguale accesso a queste risorse e, ripetiamo, nelle speculazioni di pochi. Il miracolo della moltiplicazione dei beni (siano pani o ricchezze) non può produrre effetti se non va a beneficio di tutti, se non è accompagnato da una condivisione su una base di equità e di giustizia. Milioni d’indigenti sono in attesa di essere ammessi al banchetto. Ed è un compito che spetta all’uomo realizzare attraverso i mezzi e le organizzazioni di cui dispone. Il Vangelo ci invita a essere artefici e intermediari di questo miracolo. Il bisogno del pane spirituale La vita quotidiana è un viaggio attraverso una molteplicità di bisogni che includono la sfera fisica, cognitiva, relazionale/affettiva e spirituale. L’uomo, oltre al cibo, ha bisogno di ascolto, intimità, affetto, significato, libertà, lavoro, contatti, riconoscimenti, salute, cure, divertimenti speranze e così via. La spiritualità è una dimensione che abbraccia ogni aspetto della vita. Prima di considerarla come appartenenza a una determinata religione (cristiana, musulmana, buddista, induista…) pensiamola come appartenenza all’unicità di ogni persona, con radici biografiche specifiche e in costante sviluppo. Ricordiamolo: siamo unici e irripetibili! La spiritualità si riflette nel modo personale di percepire e rispondere alla vita, a Dio, agli altri e al creato, sia nei momenti più sacri che in quelli ordinari. All’interno della spiritualità prevalgono valori quali l’apertura al mistero, la tolleranza, la libertà, l’equilibrio tra lavoro e piacere, la gratitudine… La spiritualità è ciò che dà significato e profondità all’esistenza. Per il cristiano, la spiritualità è “vita nel e con lo Spirito”, radicata nel mistero della morte e risurrezione di Cristo e si esprime nel comandamento dell’amore, nel mandato di perdonare e nella necessità della preghiera. 3

[close]

p. 4

La parola ai Cappellani Come si avverte oggi il bisogno di spiritualità È un indicatore di “vita spirituale” anzitutto l’atteggiamento interiore della persona nei confronti di Dio, del Trascendente, di un “essere superiore”… Molti scoprono Dio e il significato dell’esistenza nel rapporto con il prossimo. La spiritualità cresce dove si promuove l’accoglienza e la tolleranza per le diversità, dove si alimentano buone relazioni (parentali, amicali) che aiutano a sentirsi amati e ad amare per migliorare la società. Per molti il linguaggio spirituale più sentito è il contatto con la natura; la bellezza del creato facilita il dialogo con il Creatore. Un criterio di spiritualità consiste (forse soprattutto) nel coltivare il senso di stupore e meraviglia; ogni realtà vivente è un dono e la consapevolezza dei doni rimanda ad datore di ogni bene. Affrontare la sofferenza, la malattia e la morte Come ci dice la Sacra Scrittura, nel Primo libro dei Re, attraverso la vicenda del profeta Elia, Dio nella vita si rivela a ciascuno di noi non nei terremoti e negli sfracelli, ma nella brezza sottile! Questo ci dice in sintesi il rispetto che il Signore cha verso ciascuno di noi (siamo liberi di non percepire la brezza!) e nel contempo la sua inimitabile tenerezza, il suo inarrivabile e fedelissimo amore. Questo non significa, però, che l’impatto con la tragedia, con il dolore ci sia evitato. La più alta testimonianza, in questo senso, ce la dà proprio il Signore stesso, che non si è sottratto al dolore (anche Gesù piange l’amico Lazzaro morto!) e alla morte. La spiritualità è segnata e plasmata anche dall’impatto con l’avversità. Nessuno – si dice –entra in paradiso con gli occhi asciutti. Il dolore mette a contatto con la propria vulnerabilità, povertà, fragilità e impotenza. Le grandi lezioni della vita s’imparano spesso nell’oscurità, perfino nel silenzio di Dio che pare sottrarsi al nostro desiderio di incontro con lui. Una sana spiritualità è generata dall’amore e genera a sua volta amore; promuove il potenziale di bene e di donazione che c’è in ognuno. 4

[close]

p. 5

La parola ai Cappellani Non esiste un “metodo sicuro” per prepararsi a morire. E che noi tutti si abbia rifiuto davanti all’idea della morte è perfino “sano”, perché sottintende la nostra consapevolezza di essere “a immagine e somiglianza di Dio”, quindi fatti per una vita eterna. Forse, il miglior modo per prepararsi alla morte è mantenersi aperti al mistero di ogni giorno, lasciarsi sorprendere dalla vita e continuare ad amare. Padre Carlo “Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. E’ in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso”. Papa Francesco all’Angelus del Corpus Domini 5

[close]

p. 6

La parola ai Cappellani La nostra festa annuale di San Camillo celebrata il 25 maggio Per noi Camilliani la Festa annuale in onore di San Camillo è un momento comunitario importante; un momento di commemorazione, di preghiera, di riflessione e anche momento di festa e di gioia. Il giorno previsto dal calendario liturgico per la celebrazione della sua nascita all’eternità è il 14 luglio, ma anche quest’anno abbiamo pensato di anticipare la celebrazione alla data, più favorevole per tanti, di lunedì 25 maggio (per giustificare, in certo senso, questo spostamento ricordiamo che Camillo de Lellis è nato a Bucchianico il 25 maggio 1550). Abbiamo cercato di coinvolgere tutto il Personale Ospedaliero con inviti personali, con locandine e avvisi di posta elettronica cercando di spiegare il perché di una festa così significativa per tutti coloro che lavorano nel nostro Ospedale. Il programma prevedeva una solenne Concelebrazione, alle ore 16, presieduta dal vicario episcopale per la pastorale mons. Italo Mazzoni, seguita da un rinfresco offerto a tutti, fuori della Chiesa. La liturgia è stata semplice ma nello stesso tempo suggestiva e coinvolgente. Don Italo ha tenuto una bella e lunga omelia su San Camillo e sul suo insegnamento, facendo agganci alla sanità di oggi. Partendo da un paragone con la vocazione e la vita straordinaria di san Francesco, don Italo ha presentato l’avventura spirituale di san Camillo, che mostra e, possiamo dire, mette in scena l’attuazione della frase evangelica: “ero malato e mi avete visitato “. Erano presenti quasi tutti i Sacerdoti del nostro vicariato ed alcuni Religiosi, il Direttore Generale Marco Onofri assieme ai vari Operatori e Lavoratori dell’Ospedale. C’era una discreta presenza di medici e infermieri, mentre la parte organizzativa era gestita dal nostro CPO. Abbiamo cercato di favorire il trasporto di alcuni malati in cappella e gli altri hanno potuto seguire la funzione dal canale televisivo del circuito interno. I canti sono stati eseguiti magistralmente dalla Corale San Teodoro di Cantù, che ringraziamo anche dal nostro giornalino. 6

[close]

p. 7

La parola ai Cappellani Ci auguriamo che questa celebrazione sia stata, anzitutto per i nostri malati e ricoverati, un momento di consolazione, di speranza. E per noi Operatori e Lavoratori dell’Ospedale…un pungolo perché il nostro servizio accanto ai sofferenti sia sul serio un servizio d’amore incondizionato e incondizionabile. San Camillo ci aiuti ad avanzare sempre più in questa “qualità” del nostro servizio! I Cappellani: P. Carlo, P. Fausto, P. Fabio CHI FU SAN CAMILLO DE LELLIS Camillo de Lellis (1550-1614), nato a Bucchianico da nobile famiglia, dopo una giovinezza spesa come soldato di ventura al seguito del padre, cambiò radicalmente vita e consacrò la sua esistenza al servizio dei poveri e soprattutto dei malati, i più poveri tra i poveri del suo tempo. Di fronte ai malati negli ospedali del tempo, spesso trascurati, operò una grande (e basilare) riforma del mondo della salute, dando nuove “regole” intuite attraverso la sua stessa esperienza di malato. Soffriva, infatti, per una piaga inguaribile a un piede che l’afflisse per tutta la vita. Ammaestrato dalla sua stessa infermità, dalla voce dello Spirito e dall’attenzione amorosa ai bisogni dei malati, diede inizio alla prima scuola infermieristica con precise regole assistenziali e un mansionario dettagliato, realizzando in questo modo un servizio completo al malato: attenzione ai bisogni del corpo e dello spirito. Seppe unire a mani che curavano, cuori amanti, competenze professionali e visione di fede, dando così le basi alle moderne figure dei cappellani e degli infermieri. Fu definito da papa Benedetto XIV(1675-1758) che lo proclamò santo, «l’iniziatore di una nuova scuola di carità». Fondò la “Compagnia dei Ministri degli Infermi” oggi diffusa in tutto il mondo. San Camillo è patrono dei malati, degli operatori sanitari e dei luoghi di cura. Paolo VI lo proclamò anche “patrono particolare della sanità militare italiana”. 7

[close]

p. 8

La parola al C.P.O CHI SIAMO NOI del Consiglio Pastorale Ospedaliero (CPO) Nel CPO – costituito nel nostro Ospedale quale strumento di comunione e di collaborazione ecclesiale - noi ci proponiamo:  di prenderci cura degli ammalati nel corpo e nello spirito,  di umanizzare l’assistenza sanitaria, specialmente nei reparti o luoghi in cui siamo presenti,  di sensibilizzare le comunità cristiane locali …  di cooperare con le attività pastorali sanitarie dei religiosi Camilliani. Ci ispiriamo alla vita e all’esempio di san Camillo de Lellis che fu «chiamato da Dio per servire gli infermi e insegnare agli altri il modo di assisterli con ogni carità». Per san Camillo, gli infermi erano «pupilla del cuore di Dio» e ai suoi compagni diceva «quello che facciamo a questi poverelli è fatto a Dio stesso ». Siamo, oggi, quelle «cento braccia» che san Camillo chiedeva di avere per soccorrere al meglio chi soffriva. Il cuore nelle mani il cuore nello sguardo il cuore nelle parole tenerezza nelle vene farmaco che scioglie i nodi del cuore 8

[close]

p. 9

La parola a d un amico Seminarista Alla scuola dei malati Carissimi lettori di Cure Cuore, penso sia anzitutto giusto voi sappiate chi vi scrive: sono Lorenzo Pertusini, seminarista della diocesi di Como, originario di Nesso, giovane venticinquenne che si appresta a diventare prete nel giugno 2016. Forse, negli ultimi due anni, qualcuno di voi mi avrà incrociato tra i corridoi e i reparti dell’ospedale Sant’Anna, luogo in cui, su invito dei miei superiori, ha preso corso parte del mio ministero. Segnatamente, esso si è svolto presso il day hospital oncologico, dove ogni giovedì pomeriggio incontravo i pazienti lì presenti. I Cappellani, (P. Carlo, P. Fausto e P. Fabio) mi hanno chiesto di raccontare, giunta ormai al termine, l’esperienza qui vissuta. Lo faccio volentieri, con l’auspicio di trasmettere voi la medesima gioia ch’essa mi ha donato; lo faccio con una premessa: ciò che seguirà sarà il racconto di un giovane seminarista alla scuola dei malati. Ho iniziato il mio servizio in ospedale con entusiasmo: nel cuore il forte desiderio di amare gli ammalati, di ascoltare le loro storie, di condividerne le sofferenze e le angosce; il tutto condito dalla sana inquietudine di chi non sa ciò a cui sta andando incontro: mai, prima d’allora, avevo visitato persone che non fossero amici o familiari. In questo primo approccio, come nel proseguo del cammino, i sacerdoti Camilliani sono stati un prezioso aiuto: la loro vicinanza ha permesso che anch’io, a poco a poco, imparassi l’arte dello stare accanto al malato, arte in cui ascolto, comprensione e simpatia sono tratti distintivi. In concreto, la mia opera è semplicemente consistita nel far visita ai malati, o meglio, alle persone malate. Già, perché prima di essere affetto da una patologia, il malato è una persona, con alle spalle una storia fatta di famiglia, amicizie, lavoro, interessi, passioni, progetti, aspettative e quant’altro. Certo, specie se grave, la malattia ingloba la sua esistenza e la condiziona totalmente; pur tuttavia egli è sempre più di essa. Ora, è appunto questa vita che ho cercato di farmi raccontare da chi incontravo, affinché affiorasse l’identità propria di ciascuno e da essa si imparasse a rileggere globalmente il senso di chi si è. 9

[close]

p. 10

La parola a d un amico Seminarista Il “senso”: parola scomoda, eppure persistente nella mente di tutti, anche nella mia. Quante volte ho chiesto al Signore il senso della sofferenza, dell’ingiusta sofferenza? Non ho trovato nella sua Parola un supplemento di spiegazioni razionali, per questo nemmeno ne ho date a chi me le chiedeva. Piuttosto, ho constatato in Lui la condivisione sia del dolore sia – ed è la cosa più paradossale – della ricerca del senso a tale dolore. Un istante prima di morire – si legge nel vangelo di Marco – Gesù, angosciato, grida a Dio Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Il Figlio di Dio muore chiedendosi il “perché”, muore come un uomo, muore come noi. Da ciò comprendiamo come la fede cristiana – lo ripeto – non offra facili soluzioni razionali al problema del soffrire, quanto piuttosto l’occasione di viverlo con Gesù, come Gesù e in Gesù: questa è la buona novella che ho annunciato. L’incontro settimanale con i malati è stato un tempo fecondo di ascolto e di condivisione, in cui, anzitutto, si cercava di dar vita a un clima sereno e lieto che favorisse l’empatia. Di primo acchito, ciò potrebbe apparire poco adatto o irrispettoso nei confronti di chi sta male; in realtà, sono convinto non sia così. È infatti la gioia il marchio di fabbrica del vangelo, quella gioia non effimera ma soprannaturale che scaturisce dal cuore di chi ama Dio e che cambia la vita a chi la incontra. Nel mio piccolo, ho cercato di trasmetterla e di donarla. Come immaginerete, ogni malato è diverso dall’altro: ciascuno ha la propria storia, il proprio credo, le proprie convinzioni religiose, tutte rispettabili. Per questa ragione, ho voluto che il tempo riservato alla preghiera vi fosse solo quando ero certo che non sarebbe stato imposto, ma condiviso. La preghiera è una cosa seria, che scaturisce dall’intimo di noi stessi: non può ridursi al rango di una memonica filastrocca, ma deve essere l’incontro vivo tra Dio e l’uomo che a Dio anela, parla e spera; quante volte in quelle preghiere c’erano tanta confidenza e tenerezza. Ciò che mi ha più colpito nelle persone che visitavo era il disarmante altruismo che da esse traspariva, ossia il loro preoccuparsi più degli altri che di se stesse: le mamme mi raccontavano dei figli, i mariti delle mogli, le nonne dei nipoti e così via. In una società come quella odierna, spesso contrassegnata da un marcato ripiegamento egocentrico, questo è un segno di speranza; quasi che la malattia conduca l’uomo a riscoprire il giusto peso delle cose e a comprendere ciò che davvero rende la vita degna di essere vissuta: l’amore. 10

[close]

p. 11

La parola a d un amico Seminarista Accanto ai malati, giorno per giorno, ci sono poi medici, infermieri e operatori sanitari. Di questi mi ha positivamente sorpreso la professionalità, unita alla dolcezza, con cui svolgono il loro lavoro. Osservandoli operare senza sosta, sovente con il sorriso in volto, pensavo a quanto a volte sarà stato difficile per loro mantenere quel sorriso, specie se afflitti dai tanti pensieri e dalle preoccupazioni quotidiane. Ora, il fatto che quel sorriso mai mancasse era un segno limpido dell’amore che li abitava. Concludo con un augurio e con dei doverosi ringraziamenti. Vi auguro di portare i malati nel cuore, come già lo sono nel cuore di Dio: siano essi al centro delle vostre preghiere e azioni; di certo, d’ora in poi, lo saranno anche nella mia vita da prete. Ringrazio padre Carlo, padre Fausto, padre Fabio e padre Antonio per il bene che mi hanno voluto; ringrazio le volontarie Carla e Franca per il loro affetto; ringrazio le infermiere del day hospital oncologico per la cortesia sempre dimostratami; ringrazio infine i malati per la loro testimonianza e per l’amore che, come un filo rosso, ha unito i nostri incontri. Con affetto, Lorenzo 11

[close]

p. 12

La parola ai nostri Studenti L’articolo dei nostri STUDENTI - 9/5/15 ADE: ‘L’ESPERIENZA DELLA MORTE E DEL MORIRE: ACCOMPAGNARE LA PERSONA E LA SUA FAMIGLIA’ Il 23 aprile presso la sede dell'Insubria in Via Valleggio si è tenuto un seminario per gli studenti infermieri del I° anno di corso con tema “L’esperienza della morte e del morire: accompagnare la persona e la sua famiglia”: l’obiettivo del seminario era l’affronto di una realtà ineludibile con cui gli infermieri devono confrontarsi per poter essere d’ aiuto e sostegno alla persona assistita e a coloro che, insieme ad essa, percorrono quest’ultimo tratto di cammino. L'incontro si proponeva nella mattinata di approfondire e riflettere su questo tema considerando diversi aspetti: L'aspetto storico-culturale, è stato affrontato con la Prof.ssa A.M. Rossi Castaldi docente di filosofia presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, con un percorso che illustrava il significato della morte attraverso le diverse culture e religioni, in particolare il mondo pagano, il cristianesimo, l’ebraismo e l’islam; le diverse posizioni filosofiche legate a un concetto di uomo più o meno materialista o spirituale, fino ad arrivare ai giorni nostri dove la morte viene nascosta e censurata, spettacolarizzata e sfidata, facendoci sentire immortali. Uno degli obiettivi quindi era riflettere su come la concezione che si ha della morte è connessa alla concezione che si ha o si avrà della vita e quindi dello scopo e del significato che ad essa attribuiamo. Il Prof. M. Picozzi, Medico legale e professore associato dell’Università dell’Insubria, ci ha aiutato ad affrontare l’aspetto etico deontologico approfondendo il ruolo e la responsabilità degli infermieri, ma anche di tutti gli altri operatori, in questo compito gravoso di non abbandonare il malato terminale a se stesso: in questo sta innanzitutto la dignità e la qualità di ciò che la persona vive, ovvero la morte è un momento personale. L'infermiere è una presenza discreta che a volte, insieme al medico, si trova ad avere il compito gravoso di dovere comunicare alla persona la sua condizione di morente. Abbiamo approfondito l'aspetto psicologico e delle cure palliative grazie alla dott.ssa Longhi che con la sua relazione ha testimoniato il fatto che il morente è un vivente, che il nostro aiuto è offerto sia a lui che alla sua famiglia, con l’obiettivo di sostenerlo nel prendere sempre più consapevolezza di questo momento, aiutarlo a prepararsi dando un significato alla sua sofferenza e alla malattia, accompagnandolo fino all'ultimo istante della sua vita. 12

[close]

p. 13

La parola ai nostri Studenti Infine nel pomeriggio è stato chiesto a due infermieri che lavorano in Hospice e assistenza domiciliare per le cure palliative, C. Longhi e M. Ferrari, di raccontare la loro esperienza e quali motivazioni professionali e personali li hanno portati a scegliere di lavorare in questo ambito così particolare da un punto di vista umano e professionale. Riguardo la nostra esperienza di studenti, il loro racconto ha richiamato sicuramente molti aspetti approfonditi nell'ambito delle discipline infermieristiche (la presa in carico della persona e della sua famiglia, l'alleanza terapeutica, cosa sono le cure palliative, gli aspetti etici), ma è stato toccante sentire i racconti delle persone che hanno accompagnato e delle tracce indelebili che hanno lasciato nel loro breve tratto di strada fatto insieme. A fine giornata si è riflettuto sull'importanza di affrontare questo tema fondamentale e di lasciarci mettere in crisi nel nostro percorso di tirocinio, avendo scelto di dedicare la propria vita alla professione dell'infermiere…e la parola “dedicare” non è utilizzata a caso! Possiamo facilmente dire che la persona morente e la sua famiglia vanno accompagnati in questo percorso doloroso, ma per chi sceglie questa professione è così automatico!? 13

[close]

p. 14

La parola ai nostri Studenti Affermare che il morente è una persona viva e come tale va trattata perché non gli si neghi la dignità, è un messaggio per cui ci è chiesto di non adottare un atteggiamento di pietismo ma di rivolgerci alla persona come ancora capace di provare delle emozioni, dei desideri, avere delle idee. Dobbiamo ricordarci che siamo a contatto con una persona e quindi con il suo vissuto, la sua storia e i suoi ideali, in quanto essere umano fino all’ultimo istante. La morte senza dubbio è vista sempre in modo negativo perché ci allontana dalle persone che amiamo e ci reca sofferenza , tuttavia essa può dare dignità ad una vita vissuta fino all’ultimo istante. Ma come fa un infermiere ad imparare “a stare accanto”? Innanzitutto con l’esperienza. Per noi studenti questo è ancora un argomento difficile da affrontare, tuttavia abbiamo compreso che ogni persona che accompagneremo in questo ultimo percorso della vita, è diversa, ha un suo modo particolare di esprimere i suoi desideri ed i suoi sentimenti quindi l’infermiere è chiamato a comprendere le esigenze della persona che ha di fronte. Ciò che spesso ci chiediamo noi studenti è se saremo in grado, una volta arrivati in reparti dove i ritmi sono frenetici e noi siamo inesperti, di dedicare tempo alla persona morente ed alla sua famiglia, immedesimarci nell’esperienza senza farci schiacciare da essa; affrontare l’esperienza della morte in modo sereno riuscendo a trasmettere questa serenità alla persona, con la sensazione che nella sua vita tutto è giunto a compimento. Alessandra Sovereto 1° anno di Corso- CdL per Infermieri sez. di Como 14

[close]

p. 15

La parola a Padre Giuseppe Connessi e sconnessi: che tipo sei? Sono un tipo che ci tiene all’up-grade, sono un wired, un connesso. E navigo on line: sono un connesso viaggiatore. Sto imparando anche a tuittare e ho tanti amici: non so se abbiano qualche virtù, ma sono tutti virtuali. Con loro ci vediamo spesso in face time. Li frequento in rete, ma non abbiamo mai bevuto un caffè insieme; condivido le foto su facebook. Sono un testimone digitale. Ho espresso fin qui in forma scherzosa quanto è possibile a volte ascoltare in alcuni discorsi anche tra religiosi. Ma, a parte le frasi fatte o di moda, mi chiedo: quanto le nuove tecnologie cambiano il nostro modo di vivere la fede e la vita religiosa? Mi torna alla mente quanto ho letto in un romanzo, Giuda l’Oscuro. Il protagonista, richiesto di andare a sedersi nella cattedrale risponde: “Nella cattedrale?... per quanto mi riguarda preferirei andare a sedermi alla stazione. È là il centro della vita cittadina, ora. La cattedrale ha fatto il suo tempo!”. Oltre alla ferrovia e a tante invenzioni dell’uomo, anche internet fu considerata una rivoluzione. Ma ciò che le nuove innovazioni e tecnologie ci aiutano a realizzare corrisponde a desideri antichi e paure profonde. “Se così non fosse - afferma il bravo gesuita padre A. Spadaro - le sue innovazioni non ci toccherebbero, meravigliandoci o intimorendoci”. E d’altra parte, nonostante i vari terremoti culturali, le cattedrali (per restare in tema col romanzo citato) sono ancora dei luoghi di ritrovo e di preghiera autentica, al passo con la tecnologia. Tempo fa, mi sono avvicinato ad un signore che, seduto nel banco della chiesa, stava armeggiando con uno smartphone. Gli ho fatto osservare che la chiesa non era il luogo adatto per telefonare e lui, gentile, mi ha detto che stava recitando le lodi del giorno, trasmesse dal suo apparecchio. Ci siamo congedati come due monaci, con un inchino silenzioso e rispettoso. In una parrocchia ove talvolta veniamo richiesti per la celebrazione della messa, i fedeli vengono aiutati a cantare da un grande cartello sul quale appaiono in dissolvenza le parole della canzone. Sono “cattedrali” aggiornate ai tempi, ma sempre tali, cioè luoghi di preghiera, di ritrovo e di incontro “reale” tra persone credenti. 15

[close]

Comments

no comments yet