QUADERNO AUTOBIOGRAFICO

 

Embed or link this publication

Description

UN TRENO PER 2015

Popular Pages


p. 1

Auschwitz è una betulla, ancora piena di ferite Quaderno del laboratorio autobiografico “Dare spessore allo sguardo” tenuto durante il viaggio da Fossoli a Cracovia nel mese di marzo 2015

[close]

p. 2

Auschwitz è una betulla, ancora piena di ferite Quaderno del laboratorio autobiografico “Dare spessore allo sguardo” tenuto durante il viaggio da Fossoli a Cracovia nel mese di marzo 2015 Studenti che hanno partecipato al laboratorio: Martina Balin David Ball Fladona Bequiri Francesca Bizzini Giorgia Capelli Francesco Cilia Gianluca Elia Martina Ganzerli Federica Gardinali Annesa Gheda Elisa Malpighi Caterina Manicardi Lorenzo Mazzoli Francesco Nicolai Camilla Scarpa Camilla Spattini Umberto Tomasini Ilaria Vallelonga Elisa Vecchi a cura di Gianna Niccolai e Anna Maria Pedretti Un treno per Auschwitz. Andata e ritorno Obiettivo Memoria. Undicesima edizione Questo quaderno è stato realizzato nell’ambito del progetto Un treno per Auschwitz. Andata e ritorno promosso dalla Fondazione ex Campo Fossoli. Il progetto prevede il viaggio in Polonia, nei luoghi simbolo del genocidio e della violenza del XX secolo, che rimane il momento più significativo sia sul piano della conoscenza sia delle emozioni. È un percorso che si sviluppa nell’intero anno scolastico e che prevede per insegnanti e studenti incontri di formazione e, al rientro, l’elaborazione dell’esperienza attraverso diversi linguaggi artistici ed espressivi. La Fondazione, grazie alla collaborazione di diversi esperti che gestiscono laboratori specifici, si propone con Obiettivo Memoria di dare agli studenti l’opportunità di attingere alle potenzialità espressive della scrittura, della fotografia e dell’audiovisivo per dare forma ai loro pensieri ed emozioni. Per questa edizione del Laboratorio di scrittura ha collaborato con la Fondazione la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Un treno per Auschwitz è realizzato dalla Fondazione ex Campo Fossoli in collaborazione con i comuni di Carpi, Castelfranco Emilia, Finale Emilia, Mirandola, Modena, Pavullo, Sassuolo e Vignola, con il sostegno dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna e grazie al contributo delle Fondazioni Cassa di Risparmio di Carpi, Mirandola, Modena e Vignola. 12-17 marzo 2015 Per informazioni Fondazione Fossoli Via G. Rovighi 57 | 41012 Carpi (Mo) Telefono 059 688 272 | Fax 059 688 483 fondazione.fossoli@carpidiem.it www.fondazionefossoli.org © Fondazione Fossoli Foto in copertina di Sara Cestari Marzo 2015

[close]

p. 3

Auschwitz è una betulla, ancora piena di ferite Quaderno del laboratorio autobiografico “Dare spessore allo sguardo” tenuto durante il viaggio da Fossoli a Cracovia nel mese di marzo 2015

[close]

p. 4

Ogni volta che guardo al passato, cerco la ragione del mio presente. Demian DARE SPESSORE ALLO SGUARDO Laboratorio autobiografico Proporre un laboratorio autobiografico all’interno del progetto “Un treno per Auschwitz” è stata una scommessa. Un laboratorio autobiografico è un luogo protetto dove le persone stanno insieme, ma scrivono da sole; è un contesto dove non viene richiesto di saper scrivere “bene”, ma dove prima di tutto occorre lasciar fluire la penna liberamente, nella più totale spontaneità, per raggiungere luoghi della memoria, del pensiero, delle emozioni che forse non si sarebbe mai pensato di avere dentro. È un momento di cura di sé perché chi ricorda e scrive riscopre che ciò che ha vissuto, ciò che sta vivendo lascia dentro una traccia importante, diventa testimonianza sociale oltre che personale. La scommessa è stata di riuscire a coinvolgere i giovani, già così impegnati intellettualmente ed emotivamente nel progetto del treno per Auschwitz, a partecipare a un’esperienza di scrittura che poneva l’attenzione sul loro sentire durante il viaggio in modo che lo sguardo sui luoghi acquistasse spessore. La finalità principale è stata da una parte quella di produrre maggiore consapevolezza nel vivere quell’esperienza particolare e, dall’altra, di renderla più radicata poiché sappiamo bene che la scrittura permette di fissare nel tempo i momenti, gli aspetti più significativi di ciò che si vive. Il viaggio ad Auschwitz mette gli studenti nella condizione di porsi degli interrogativi e di riflettere su se stessi e sulla propria identità; noi abbiamo cercato attraverso la scrittura di aiutare ciscuno di loro a comprendere meglio le sue reazioni, rendendo dicibili pensieri, emozioni e sentimenti. I ragazzi hanno risposto all’invito con partecipazione, consapevolezza e piacere. La scrittura, libera da condizionamenti legati alla ricerca di uno stile codificato e al timore di una qualche forma di valutazione, li ha interessati e coinvolti. Scrive nelle sue riflessioni finali una studentessa: “La scrittura mi ha permesso di mettere nero su bianco le mie idee e le sensazioni, ho potuto cercare di mettere ordine ai miei pensieri annotandoli su un foglio, ho cercato di trasmettere le mie emozioni a chi leggerà le mie parole perché spesso a voce non sono capace di farlo. In particolare, però, ho avuto l’opportunità di confidarmi, di scrivere pensieri ed emozioni che a voce non condividerei, forse per paura di giudizi o forse per paura di trasmettere un’idea diversa da quella che ho realmente concepito. Il tono, il modo di esprimere le parole oralmente a volte possono dare impressioni diverse a chi ascolta, causare fraintendimenti, ma su una carta l’inchiostro rende tutto più chiaro e limpido”. 4

[close]

p. 5

Gli studenti hanno seguito il percorso proposto, anche in condizioni logistiche molto particolari, manifestando via via la capacità di comprendere l’altro da sé attraverso uno sguardo consapevole delle differenze e delle somiglianze; sono riusciti ad immedesimarsi in coloro che hanno vissuto storie ed esperienze tra le più dolorose ed estreme. Abbiamo proceduto infatti cercando di mettere in parallelo le esperienze di vita dei ragazzi con quelle vissute da donne, uomini, vecchi, bambini che furono deportati ad Auschwitz su alcuni temi focali. Siamo quindi partite dal lavoro sulla consapevolezza del valore del nome e della propria identità (cosa di cui i deportati erano privati fin dall’inizio) per poi invitare all’evocazione dei ricordi personali (l’unica ricchezza che non poté essere tolta ai prigionieri) e a rivivere esperienze di allontanamento e di spaesamento e di perdita degli affetti. Queste le parole di un’altra studentessa: “Attraverso il corso autobiografico ho riflettuto sui sentimenti e, se prima avevo dei dubbi sulla mia persona, adesso sono riuscita a capire che vorrei essere una persona che non deve più avere paura di esternare i suoi sentimenti, perché solo questi ti danno la forza di sopravvivere; solo riuscendo a sconfiggere la barriera creata dalla mia mente potrò finalmente essere una persona che avrà il coraggio di accettare se stessa, che avrà il coraggio di amare se stessa e gli altri, di non dover sentirsi costretta ad essere qualcun altro per nascondersi. Sono arrivata a capirlo grazie a quelle persone che nei campi di sterminio hanno avuto il coraggio di aggrapparsi alla vita e alle persone amate per non affondare”. La ricerca dell’immedesimazione si è intensificata con la scrittura di una lettera ad un destinatario reale o immaginario che avesse vissuto l’esperienza dei campi o a qualcuno di importante a cui raccontare il viaggio. Le proposte di scrittura finali hanno invece sollecitato la riflessione sia sulle emozioni provate che sul significato che la partecipazione a “Un treno per Auschwitz” ha avuto per loro. Le parole sono state sincere, autentiche, piene di dubbi e di interrogativi, consapevoli dell’importanza dell’esperienza fatta ma anche dei cambiamenti che nel tempo potrà determinare in loro. Consapevoli della responsabilità della trasmissione della memoria, come ci dice uno studente: “Ho guardato, ho ascoltato ogni spiffero di umanità e compassione che mi passasse tra le mani e ne ho afferrato uno. Quello spiffero ora non voglio buttarlo, lo porterò con me al mio ritorno e ad ogni partenza”. Gianna Niccolai e Anna Maria Pedretti Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari In questo quaderno sono presenti quasi tutti i testi che gli studenti hanno autorizzato alla pubblicazione e che hanno firmato o col loro nome o con uno pseudonimo. Ci siamo riservate il diritto di non inserire alcuni testi che non rispondevano ai criteri della metodologia autobiografica. 5

[close]

p. 6

VIA DELL’ARRIVO, VIA DELLA PARTENZA Ci sono persone che arrivano. Con gli occhi cercano tra la folla di chi aspetta quelli che li aspettano. Li abbracciano e dicono di essere stanchi del viaggio. Ci sono persone che partono. Salutano coloro che non partono e baciano i bambini. C’è una via per la gente che arriva e una per la gente che parte. C’è un bar che si chiama “All’arrivo” e un altro il cui nome è “Alla partenza”. Ci sono persone che arrivano e persone che partono. Ma c’è una stazione dove coloro che arrivano sono coloro che partono una stazione dove chi arriva non è mai arrivato, da cui quelli che sono partiti non sono mai tornati è la stazione più grande del mondo. Arrivano a questa stazione, venendo da ogni dove. Arrivano dopo giorni e notti avendo attraversato interi paesi arrivano con i figli, anche i più piccoli, che non avrebbero dovuto prendere parte a questo viaggio. Hanno portato i bambini perché non ci si separa da loro per quel viaggio. Chi ne aveva ha portato oro, perché credeva che l’oro potesse essere utile. Tutti hanno portato ciò che avevano di più caro perché non si deve lasciare ciò che si ha di più caro quando si va lontano. 6

[close]

p. 7

Tutti hanno portato la vita, ed era proprio la vita che bisognava portare con sé. E quando arrivano credono di essere arrivati in un inferno possibile. Ma rifiutano di crederci. Ignoravano che esistesse un treno per l’inferno ma dato che ci sono si armano di coraggio e si sentono pronti ad affrontarlo con i figli, le mogli, i vecchi genitori con i ricordi e le carte di famiglia. Non sanno che a quella stazione non si arriva. Si aspettano il peggio – non l’inconcepibile. E quando gli gridano di mettersi in fila per cinque, uomini da una parte, donne e bambini dall’altra, in una lingua che non capiscono, capiscono a colpi di bastone, e si mettono in fila per cinque perché si aspettano di tutto. Le madri tengono i bambini stretti a loro – tremavano all’idea che glieli avrebbero strappati – perché i bambini hanno fame e sete e sono storditi dall’insonnia di un viaggio attraverso tanti paesi. Finalmente sono arrivati: potranno occuparsi di loro. E quando gli gridano di lasciare i pacchetti, le trapunte e i ricordi sulla panchina, ce li lasciano perché devono aspettarsi di tutto e non vogliono stupirsi di nulla. Dicono “si vedrà”, hanno già visto tanto e sono stanchi del viaggio. Charlotte Delbo, Un treno senza ritorno 7

[close]

p. 8

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungare in memoria, in ricordo, in narrazione. José Saramago, Viaggio in Portogallo ANDARE AD AUSCHWITZ… … è tingersi le mani e la faccia del colore delle pulsioni e delle supposte aberrazioni della volontà e del pensiero. Riconoscere la propria tinta. E quella degli altri. Scoprire come si fanno. E come pulirsi. UMT … è crescere e quindi capire come dare una forma migliore al mondo che aveva preso una brutta piega. Federica … è un viaggio che mi permette di conoscere una parte di storia del ‘900 e dell’uomo, ma soprattutto mi dà la possibilità di conoscere un piccolo frammento della vita degli uomini che sono passati nel campo e della loro immensa e ingiusta sofferenza. GM … è rendersi conto, dare spessore allo sguardo. Fleg … è come leggere una storia e scoprire un nuovo universo. Mary K … è l’inizio di un percorso formativo e riflessivo per comprendere quali fattori potrebbero oggi portare alla riproduzione di un errore analogo. David … è come una frana in montagna mentre stai facendo una passeggiata. Camilla Sp. … è come guardare un orologio che va all’indietro. Francesca 8

[close]

p. 9

… è una sfida con me stessa… una sfida per superare quelli che sono i miei limiti superficiali e quelli interiori… scoprire l’ignoto. Martina … è acquisire consapevolezza. Elisa … è il completamento di un percorso. Bolschie … è una scommessa. Demian … è come ripulirsi dal fango che hai accumulato durante un’intera giornata. Fladona … è un viaggio e i viaggi portano sempre da qualche parte. Viaggiare, partire, paradossalmente è come fermarsi e darsi tempo di pensare. Camilla Sc. … è come andare in un altro mondo, un mondo apparentemente lontano, ma più vicino di quanto si possa immaginare. Tommaso … è come una doccia gelata, come perdersi in un campo aperto da soli al freddo. Giorgia … è come accompagnare ancora una volta le persone deportate nel loro ultimo viaggio. Eli 9

[close]

p. 10

RICORDARE: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore. Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci MI RICORDO… Mi ricordo quando tutto quel che facevo meritava un “Che brava!”, quando mi arrabbiavo per non aver ricevuto lo stesso numero di caramelle di mio fratello. Mi ricordo che il tempo non contava, le ore passavano fra pupazzi, vestiti sporchi di fango, pane e marmellata. Ricordo le litigate di mamma e papà, l’odore di bucato nell’orto della nonna, la coda tirata al gatto del vicino. Mi ricordo come la mamma guardava mio padre mentre aggiustava la moto in garage, che a momenti le venivano gli occhi a forma di cuore. E il sapore dell’estate, dei “se” e dei “ma”, il sapore delle sgridate per cose da nulla, l’essere bambini e non voler crescere mai. Mi ricordo che tutto era più colorato e più grande, e so che se adesso torno in certi posti rimarrò delusa, come è già successo, perché niente è come te lo ricordavi. Mi ricordo anche la nonna e i suoi abbracci infiniti che sapevano odore del legno del mattarello, perché era stata tutto il giorno a tirare la pasta dei tortellini. Adesso la nonna sa d’incenso e di marmo freddo e spesso accarezzo la sua lapide. La mamma non guarda più il papà come prima e il gatto è invecchiato e non si fa più tirare la coda, non c’è più gusto. La felicità è solo nei ricordi. Federica Mi ricordo le mattine di giugno e la luce che filtrava tra le tende. Mi ricordo i passi lenti di mia nonna che saliva le scale. Ricordo il prato di casa pieno di margherite e mio nonno piegato nell’orto, ricordo mio fratello con il suo pallone da calcio. Mia nonna e il suo grembiule a fiori, il profumo dei fossi, le luci delle feste popolari, il silenzio del cimitero campestre. Ricordo una grande quercia che mia nonna piantò da bambina, il fico contro cui divenne donna, l’angolo in cui seppellì il suo primo cane. Ricordo il mondo rurale che mi ha cresciuta con una tenerezza senza tempo, ricordo il sorriso e lo sguardo dei vecchi, coi loro bastoni e i loro berretti. Penso a quel mondo di miseria e di virtù, di ideali grandiosi e di guerre, come a una ricchezza incommensurabile, che troppo velocemente e stupidamente ci accingiamo a liquidare. E le mani nodose, la pelle dura e la calligrafia tremante, ma ancora elegante, sono tutto ciò che solo nella mia testa continuerà a essere e a incidere sulle scelte che detteranno la mia vita. Bolschie 10

[close]

p. 11

Mi ricordo che anche gli alberi erano tristi, così come la terra che mi passava davanti agli occhi: fuggivano e guardavano la mia ombra allontanarsi. Il vetro del finestrino, più che essere una divisoria, spesso si rivela una porta: vedevo che fuori la velocità permeava il mio riflesso. Un colpo, un rumore metallico bastava a distrarmi, a rompere l’equilibrio; così abbassavo lo sguardo e toccavo le pagine del libro che avevo sulle ginocchia. “Codardo” mi diceva “mi hai abbandonato”. Preso quasi da un senso di orgoglio, ricominciai a leggere, ferito dalla mia distrazione e al contempo incuriosito da essa: avevo sentito il bisogno di alzare lo sguardo, di respirare. Mi persi tra le parole e dopo poco sentii il desiderio di risentire quella voce pedante, quel fruscio d’abbandono. Gli alberi erano tristi e io, fra di loro, sorridevo. Francesco Mi ricordo una sera d’estate di circa sedici/diciassette anni fa; nonostante fossi molto piccola quello che successe mi è rimasto impresso e lo associo al mio primo ricordo. Ricordo immagini sfocate, i contorni non sono nitidi, parole sconnesse. La prima cosa che mi torna alla mente è la presenza di mia nonna nel cortile davanti a casa e il medico. Mio padre aveva avuto un infarto, era steso in camera, nel suo letto, indossava una canottiera bianca. Ricordo di aver chiesto a mia mamma cosa fosse successo e di essere corsa nella stanza in cui stava mio padre a chiedergli cosa avesse. “Ho male al cuore” mi disse. Quelle parole mi sono rimaste impresse, le ricordo nitide e chiare, le sento nelle mie orecchie che risuonano, se ci penso. L’ultimo ricordo, l’ultima immagine che ho di quella sera è mia nonna che mi mette a letto e sta lì con me, mentre la casa è vuota ed è tornata la calma. GM Mi ricordo i giorni bui e i giorni di luce, mi ricordo la carezza di mia madre il primo giorno di scuola, mi ricordo la prima caduta in bicicletta e la sensazione della pelle fredda del sedile del primo aeroplano che ho visto e preso. Mi ricordo la prima carezza del ragazzo che mi piaceva e mi ricordo quanto fosse diversa da quella di mia madre. Mi ricordo gli inizi e tutte le mie prime volte, ma per quanto io mi sforzi non riesco, e forse non voglio, ricordarmi di quando è finita quell’amicizia che sembrava destinata a durare per sempre, di quando è finita la scuola e la mia infanzia. È per questo, e me ne scuso, che non scriverò un bel finale a questo scritto, perché la fine mi spaventa e non voglio che arrivi. Camilla Sp 11

[close]

p. 12

Mi ricordo la prima volta che sono andata su un cavallo. Ricordo che ero piccola e non sapevo nemmeno a cosa andavo incontro. Vidi il cavallo, un’enorme creatura con grandi occhi dolci… ho avuto come un imprinting. Avevo capito che Luriano (così si chiama il cavallo) sarebbe stato perfetto per me: quegli occhi marroni mi avevano trasmesso fiducia… Una volta in sella le mie supposizioni si erano concretizzate. Luriano mi dava l’opportunità di vedere il mondo da altre prospettive, ma l’opportunità più grossa è stata quella di creare a primo impatto una grande empatia. Questa mi ha fatto conoscere un nuovo tipo di legame… libero, selvaggio, unico. Ricordo l’esperienza più bella fatta con lui: la prima volta che ho preso coraggio e ho affidato la mia persona ad un essere diverso da me… che poi in fondo non era così diverso… insieme abbiamo saltato i primi ostacoli… insieme ci siamo caricati di adrenalina e insieme ce l’abbiamo fatta… ed è così che ho scoperto la mia grande passione per l’equitazione. Martina Mi ricordo della notte appena trascorsa. La prima impressione alla vista del treno non fu buona. Un po’ tutti pensavamo che sarebbe stata una notte interminabile, così cominciammo a sistemarci: bagagli, letti, sacchi a pelo. Mentre lo facevamo, iniziavamo a prendere confidenza, a parlare e a scherzare fino al momento in cui ci ritrovammo a girovagare per ogni carrozza salutando tutti coloro che ci trovavamo davanti. In men che non si dica arrivammo a destinazione e quasi non avevamo voglia di uscire da quel luogo che ci aveva uniti così tanto in così poco tempo. Elisa Mi ricordo… • le giornate in cortile, trascorse a giocare con i miei vicini di casa; • la mia prima partita di calcio (a sei anni); • il primo giorno alla scuola elementare; • la prima sciata; • il soggiorno dai nonni, causa terremoto; • il terremoto; • le mattine serene dell’estate; • i viaggi al mare con i miei genitori; • le partite di calcio con gli amici, nel parco dietro casa; • le fatiche del liceo; • i pranzi dai nonni; • il primo bacio; • una ragazza; • il risultato dell’esame di terza media; • il giro in moto con papà; • Natale con genitori e nonni; • il conseguimento della patente. Tommaso 12

[close]

p. 13

Mi ricordo quando al mare da piccola conobbi una bambina di un anno in meno di me, mi ricordo tutti i giochi che facevamo e per diversi anni ci siamo ritrovate sempre nello stesso luogo in estate, grazie anche al fatto che i nostri genitori si erano a poco a poco conosciuti. Loro riuscivano infatti ad organizzare spesso anche pranzi a casa di uno o dell’altro; abitavo lontano da lei e dopo anni i nostri contatti si persero e non ci vedemmo più. Ogni tanto ripenso a Giorgia e vorrei tanto rivederla. Mi ricordo di mio nonno e delle vacanze al mare trascorse con lui e del grande uomo che era. Mi ricordo di Mattia, un grande amico anche tutt’ora, e di quando giocavamo nel mio giardino con la macchinina elettrica. Mi ricordo dei pomeriggi interi passati a giocare con mia sorella e mia cugina, d’estate eravamo sempre insieme anche grazie al fatto che viviamo vicine. Considero quelle le estati più belle di tutta la mia vita. Mary K Mi ricordo il mare d’inverno. Non l’avevo mai visto prima. Immenso, interminabile, scuro. E mi circondava come un braccio amico, come un ventre sicuro. Mi ricordo il sole, mentre stanco si stendeva sull’acqua. Mentre l’arancio accarezzava il nero. Era silenzioso. No, nella mia mente non è più così. Lo accompagnano i pensieri, quei pensieri fastidiosi. Non c’è niente di più vero del sentire. Sentire senza pensare troppo. Sentire senza sempre elaborare. Mi ricordo il mare. Voglio lasciarlo così. Voglio che rimanga così quel ricordo: piccolo piccolo. Vero. Camilla Sc Mi ricordo quanto le cose nel passato erano più semplici, come da bambino o ragazzino tutto per me era un’esplosione di odori. Mi ricordo come in questo mare di meraviglie le sfumature non esistevano davanti ai miei occhi, si nascondevano. Le giornate erano lunghe, infinite, misteriose e la tristezza di un momento era niente in confronto al tempo di un pomeriggio intero in giardino, ricco di serenità, spensieratezza. Mi ricordo però anche di certi attimi in cui mi fermavo e pensavo, con un poco di inquietudine e soggezione. Già allora qualcosa mi torturava veramente? Non riesco a non confrontare il passato con il presente, ogni volta che guardo al passato cerco la ragione del mio presente. Demian 13

[close]

p. 14

Mi ricordo quando mi sono fratturata l’indice sinistro e per un periodo non ho potuto suonare il clarinetto. Il problema fu che il mio professore ebbe una reazione esagerata, come era nel suo stile, di fronte al mio dito ingessato e, pur spiegandogli che mi ero fatta male giocando a pallavolo, lui continuò a dire parole pesanti, inappropriate e stupide nel contesto in cui ci trovavamo. Da quel momento non ho più sopportato l’idea di dover suonare con lui. Alla fine dell’anno gli dissi che non avrei continuato, dopo aver ripensato a quegli anni più faticosi dal punto di vista dei rapporti umani che da quello tecnico-musicale. Suonare mi piaceva, ma certi giorni era davvero troppo. Dopo l’esame di terza media chiusi la custodia e vendetti il clarinetto. Sono stata un po’ sciocca, forse ci avrò perso io, ma mi rendo conto che forse sarebbe stato un peso continuare. Ora vorrei ricominciare a suonare, ma non il clarinetto, il pianoforte mi affascina di più; inoltre si può cantare quando lo si suona, è più versatile e ha un suono armonioso e chiaro. Spero di riuscire a ricominciare, anche se dovrò cercare di convincere i miei a noleggiarne uno. Non vorrei una tastiera. Ho paura che potrò iniziare a prendere lezioni solo la prossima estate, sempre che ci sia un insegnante disponibile. Giorgia Mi ricordo quando ero piccola, in estate, a giocare in spiaggia con i miei amici. Erano belle quelle giornate passate in compagnia a mangiare gelati e a giocare a nascondino, senza troppe preoccupazioni, con il pensiero che tutto sarebbe rimasto così, bello e intatto. Ora, se penso a quelle persone e a quegli amici che dovevano rimanere tali per sempre, mi rendo conto di quanto sia bella l’ingenuità di un bambino, la positività che c’è nei suoi pensieri e la capacità di tenere lontano ogni cosa brutta. Forse se anch’io adesso mi comportassi come loro, ci sarebbero molte cose di cui non mi preoccuperei; il cercare di essere sempre il meglio per tutti per non perdere gli amici significa che quegli amici non avevano il diritto di essere chiamati così. Un mondo con dei veri amici è quello che sognavo. Eli Mi ricordo la mia prima esperienza all’estero da solo: avevo sedici anni e, carico di borsone e skateboard, mi sono recato a Sheffield in Inghilterra. Lì risiedono i parenti di mio padre e avevo deciso di passare un mese in terra anglosassone per confrontarmi con una realtà europea differente. Fu sicuramente un viaggio di piacere, come quasi tutti i miei viaggi legati alla pratica dello skateboard. Uno sport fantastico che unisce, mediante un linguaggio tecnico comune in tutto il pianeta, migliaia di persone. Anche in quella occasione finii per incontrare le persone più svariate e dalle storie più curiose: dalla barista del “Chesterfield Pub” che adorava skateare, ma aveva rinunciato dopo la nascita della sua bambina, al proprietario di uno “skatestore” in pieno centro. Mi ricordo sempre, durante i miei primi mesi di sedicenne, i viaggi in Liguria per raggiungere le competizioni di skateboard: spesso otto ore di viaggi su treni regionali maleodoranti e sovraffollati. Mi ricordo i miei sedici anni, pieni, movimentati e ricchi di frenetica curiosità. David 14

[close]

p. 15

Mi ricordo quel suono. Il ciocco. Come uno sparo. Io che cado a terra e non capisco il perché. Le voci che mi chiamano. Che c’è? Cosa è successo? Non lo so. So solo che fa male. Un male indescrivibile. Paura, un’immensa paura. E la consapevolezza, la dannata consapevolezza che qualcosa non andava. Che la mia gamba non andava. Non si muove. Il male è lancinante. Ragazze della squadra avversaria che ridono. Rabbia. Forte rabbia. Rabbia da reprimere, da contenere perché è così che va il mondo. Le brave ragazze non si arrabbiano in pubblico. Persone che girano intorno a me. Io lì ancora ferma in mezzo alla palestra. “Credo che tu ti sia rotta il tendine”. Lacrime ora, solo lacrime. Avrei avuto una finale a breve. Avrei potuto battere quella squadra una volta per tutte. E invece no. Nulla sarebbe stato più possibile. Nulla avrebbe avuto più senso. Io senza pallavolo. Chi è Fladona senza pallavolo? Fladona Mi ricordo come fosse successo ieri della prima volta in cui sono stata definita “strana” da qualcuno. Oggi l’aggettivo “strana” mi appartiene come la mia pelle e lo sento davvero mio, ma non è sempre stato così. Ero piccola, non mi ricordo esattamente la mia età, ricordo soltanto che ero al parco con alcuni amichetti. Per giocare era necessario dividersi in squadre ed io non fui scelta da nessuno. Nel bel mezzo della mia totale disperazione, arrivò un mio compagno di classe e, additandomi, mi affibbiò quel maledetto aggettivo. Maledetto fino a che non sono riuscita a capirne il vero significato. Probabilmente è vero, sono strana, lunatica e un po’ psicopatica (come amano definirmi il mio migliore amico e il mio moroso), ma amo follemente questa cosa. Uno dei più grandi obiettivi della mia vita è fare qualcosa di grande e diverso da tutto il resto. Essere considerata strana è un ottimo punto di partenza, no? Francesca Mi ricordo di aver sempre voluto essere un’altra persona, cioè avere una vita diversa. Secondo me a nessuno piace la propria vita come è quando nasci perché diventa la normalità e io la odio. Per questo mi ricordo che da sempre sono stata alla ricerca di scoprire chi io sia veramente, di sfuggire dalla tradizione e dal pensiero comune, ma non è facile, ci sono troppe aspettative che non “possono” essere deluse. Mi ricordo che ho sempre cercato di trovare me stessa negli altri finché capii che dovevo riflettere all’interno della mia psiche. Devo dire che è complicata. Potrò sembrare incomprensibile agli altri, ma non è un problema per me, pian piano ho imparato che l’opinione che hanno gli altri di noi stessi è irrilevante. Prima di essere accettati e compresi dobbiamo essere noi i primi ad accettarci. Mi ricordo che da sempre lotto per difendere gli emarginati o i più in difficoltà e forse lo faccio perché anche io mi sento emarginata nel mio io, cioè dentro di me, e quando non riesci a capirti da sola, nessuno può farlo. Calliope 15

[close]

Comments

no comments yet