[ROMA SI BARRICA#3]

 

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CASA, REDDITO. DIGNITà

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REDDITO CONTRO POVERTA’ Organizziamo la minaccia Ancora un provvedimento di governo approvato tvra le proteste inascoltate. Una riforma, quella sulla “buona scuola”, che si va ad aggiungere ad altre misure che stanno profondamente modificando la vita di milioni di persone. Non si parla più di futuro, ma di un presente che muta a velocità vertiginosa, e che ha come orizzonte una legalità che si declina con perdita di diritti, maggiore precarietà e processi decisionali autoritari spacciati per necessaria autorevolezza. Le resistenze diffuse e le istanze di autorganizzazione, oltre che fare i conti con le reiterate aggressioni giudiziarie, con gli sgomberi, con l’uso crescente dell’ordine pubblico come forma di gestione del disagio sociale, provano a darsi un profilo capace di leggere la realtà complessa dei territori, delle periferie metropolitane, delle dinamiche sociali innestate da una crisi che non accenna a diminuire. Nella percezione popolare non si avvertono minimamente i segnali positivi microscopici di ripresa sbandierati da Renzi, anzi è diffusa la sensazione di abbandono e di distanza tra chi governa, anche localmente, e chi ne subisce gli effetti. Questo genera un’insofferenza generalizzata ma che non trova spazio di espressione se non raramente, anche con forme radicali e sopra le righe del politicamente corretto. Dentro questo magma carsico si muovono in tanti e alcuni agitano fortemente la bandiera xenofoba e fascista. Chiamando a raccolta gli impulsi più bassi contro i migranti e la diversità si scagliano contro il governo Renzi, provando a raccontarsi come unica opposizione sociale dentro il deserto della rappresentanza che si è prodotto con la trasformazione del Pd e la frantumazione della sinistra e il dissolvimento di Berlusconi e del suo partito. Appare difficile quindi galoppare dentro uno spazio che appare come una prateria dove tante lotte si susseguono, spesso però slegate tra loro. Ci sono degli elementi che tuttavia stanno evidenziando nuove possibilità per i processi di autorganizzazione e di conflitto. Prima di tutto il meticciarsi delle lotte. In una combinazione derivante dalla condizione di precarietà di vita si mescolano generazioni, culture politiche, espressioni sindacali, bisogni e desideri. Questo marasma sociale sta intrecciando saperi e pratiche in maniera sempre più consistente e nello stesso tempo risolve direttamente il piano della mediazione con la controparte, liberandosi definitivamente dei corpi intermedi interessati solo a riprodurre controllo e delega. Se il governo, come sembra, vorrà predisporre provvedimenti che disegnano nuove forme di welfare orientato verso le cosiddette “povertà”, le istanze sociali meticce di cui sopra, necessariamente devono prendere parola e non solo. Non sarà accettabile che alcune briciole cadano dal tavolo delle risorse per risolvere i mal di pancia della cosiddetta sinistra Pd e la vocazione al volontariato e alla carità del mondo cattolico. Come non sarà sostenibile l’idea che queste briciole siano il pane per quel Terzo settore che vive di emergenze. Va immaginata una battaglia campale contro la perpetuazione di un modello di sviluppo che nel modello Expo prova a rappresentarsi anche eticamente sostenibile: così come si è prodotta la rottura il primo maggio nello stesso modo, attraverso pratiche di indisponibilità al compromesso o alla carità pietosa, va rilanciata la battaglia per il reddito incondizionato. Reddito contro povertà può divenire un percorso di mobilitazione che unisce da nord a sud le mille differenti lotte e le trasforma in minaccia verso il governo nazionale e i diktat europei. Il sabotaggio del tentativo renziano di costruire attorno a sé il consenso del paese “che può”, a scapito di “chi non ce la fa”, non è quindi un esercizio ideologico ma una necessità materiale che ha caratteristiche di classe e in questo senso va dislocata. A livello locale come a livello nazionale. Se coalizione deve essere che sia del conflitto sociale diffuso e autorganizzato.

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Guardando l’incendio di Milano dal Bronx Il Bronx è un quadrato di terra a Roma in fondo alla via Torrevecchia, due file parallele di palazzi grigi tagliate da una terza fila perpendicolare. Il quartiere guarda Primavalle, della borgata è un figlio, un satellite, negli anni 70 fu costruito per accogliere i figli e i baraccati che nella vecchia borgata non trovavano più posto. Fu costruito anche per cercare di allentare la tensione sulla questione dell’abitazione dopo la rivolta di San Basilio. Il Bronx è uno dei così detti P.E.E.P, come Tor Sapienza, Laurentino 38, Vigne Nuove omaggio tardivo dell’architettura nostrana all’unité d’habitation di le Corbusier. E per il contrappasso che a volte punisce i potenti le architetture pensate come antidoto alla rivoluzione di ieri divengono alleati dell’insubordinazione di oggi. I cortili stretti, i passaggi pedonali sopraelevati, l’alta densità abitativa costituiscono un campo di battaglia più favorevole ai residenti che alle forze dell’ordine. Questa mattina in decine hanno affollato i balconi e i tetti, le strade e i cortili per impedire uno sgombero. Mentre la concitazione animava gli assembramenti spontanei tra cassonetti da spostare e da incendiare e sassi da raccogliere in tanti ci hanno chiesto di Milano, dei black bloc (o bloc busters come qualcuno li chiama) della determinazione di chi ha sfidato la polizia lontano da casa propria, nel ventre della bestia, al centro della città nel giorno di festa del capitalismo italiota. Mentre ci riposavamo e aspettavamo notizie nei momenti di stallo abbiamo letto arguti analisti politici spiegare che Milano non è comprensibile alla gente. Di quello che è successo questa mattina al Bronx, di quello che è successo a Milano venerdì non ci interessa farne un mito. Non in tutto ci riconosciamo: al Bronx il razzismo è un discorso strisciante a Milano per alcuni tratti si è rischiato l’autolesionismo, in entrambi i casi un’ampia dose di individualismo ha rischiato di inficiare il tutto. Ma in entrambi i casi pensiamo siano “fatti nostri”, situazioni che ci riguardano, che ci chiamano alla presenza. Lasciamo ad altri volentieri il compito di puntare l’indice, invocare le forche, prendere le distanze. Che sia chi si appassiona a queste discussioni a decidere se il Bronx assomiglia più a Milano, a Baltimora o a Tor Sapienza. Noi sappiamo da che parte stare… ...per le strade!

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Ponte Mammolo, il potere logora la città L’11 maggio alle ore 9 circa del mattino polizia municipale, celere e digos con blindati e ruspe al seguito si presentano alla cosiddetta baraccopoli di via delle Messi D’Oro, collocata dietro la stazione di Ponte Mammolo. Si tratta di un insediamento presente sul territorio da circa quindici anni, e abitato in prevalenza da migranti eritrei. In una porzione più piccola, si trovano anche sudamericani e Rom. Lo sgombero avviene ai danni della porzione eritrea del campo, che in quel momento ospita all’incirca 400 persone. Tracciare dei numeri precisi è tutt’altro che semplice, dato che molti sono viaggiatori in transito arrivati da poche ore o giorni da Lampedusa o dalla Sicilia dopo gli sbarchi, ed intenzionati a cercare di raggiungere il Nord Europa senza essere identificati in Italia. Altri, oramai da anni, hanno intrapreso il percorso dell’asilo politico, ma sono stati di fatto abbandonati. Lo sgombero, attuato con la forza e senza dare un esatto preavviso, ha costretto alcuni migranti usciti per andare al lavoro a tornare di corsa trovando i propri effetti personali e anche i documenti sepolti sotto le macerie create dalle ruspe. Di fronte alla resistenza opposta dagli abitanti dell’insediamento, ci sono state violente cariche e anche l’arresto di un migrante che, secondo le poche notizie trapelate, è stato tradotto in carcere in isolamento per aggressione, e impossibilitato per diverse ore a nominare un avvocato. Fin dalle prime ore i solidali e i cittadini accorsi a Ponte Mammolo per portare solidarietà e aiuti di prima necessità agli sgomberati hanno tenuto assemblee ed incontri con i migranti per comprendere quali passi intraprendere, e come inchiodare le istituzioni ad assumersi la responsabilità per uno sgombero giustificato ipocritamente con la necessità di intervenire rispetto alle condizioni igienico-sanitarie della baraccopoli, salvo poi lasciare per strada senza acqua, cibo, bagni centinaia di persone. Mercoledì 13, nel pomeriggio ci siamo mobilitati insieme ai rifugiati in occasione della visita del neo-prefetto Franco Gabrielli al IV Municipio per chiedere conto dello sgombero, della condizione di abbandono in cui sono stati lasciati i migranti cacciati dalle proprie case e delle soluzioni da mettere in campo per stanziali e transitanti. Come prevedibile, la risposta delle istituzioni è stata nulla. Se da un lato si sono promesse generiche soluzioni per i rifugiati già stanziali, nessuna tempistica è stata data per la riallocazione nel circuito dell’accoglienza (definito dalle stesse istituzioni presenti “al collasso”), né soluzioni immediate per chi a tutt’oggi vive nel piazzale della metro di Ponte Mammolo (tra cui molte famiglie con bambini, minori non accompagnati e persone che avrebbero bisogno di cure mediche immediate). Con un atteggiamento alquanto nervoso, durante l’incontro a cui hanno partecipato gli sgomberati, i movimenti e le associazioni “specialiste del settore”, le istituzioni e in particolare il Prefetto hanno anche negato la propria responsabilità politica sullo sgombero, benché sia emerso come sia stato deciso e sollecitato dall’assessorato di quella stessa Francesca Danese che sui giornali parla di riallocazione per tutti i migranti, affermando di aver sanato una situazione di degrado per ripristinarne una più dignitosa. La verità è che solo 70 degli sgomberati sono entrati in tarda mattinata nel centro di accoglienza Baobab, noto tra l’altro alle cronache per l’inchiesta su Mafia Capitale (altro che discontinuità), che ha poi preso in carico altre 130 persone, prevalentemente transitanti ma non provenienti da Ponte Mammolo. Rispetto alla lista degli aventi diritto secondo l’assessorato, resa nota in serata, dal centro di via Cupa sono rimaste fuori altre 70 persone, finite per strada insieme ad altri 200 sgomberati non censiti. In tanti hanno rifiutato di tornare al centro Baobab, da cui erano scappati in passato preferendo accamparsi in baracche di fortuna. Un ulteriore elemento che testimonia la totale irresponsabilità delle istituzioni, venute sul posto solo per fare lo show a favore di telecamere, riguarda la bomba ecologica creata per l’intero quartiere Tiburtino. Il presidente del IV Municipio Sciascia, che nei giorni precedenti allo sgombero si è opposto fermamente a qualunque soluzione alternativa nel territorio, di fronte alle domande di cittadini, giornalisti e

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attivisti presenti sul campo ha continuato a negare la presenza di amianto nell’insediamento, e che quindi l’abbattimento in corso non stava provocando alcun rischio ambientale. Peccato che un operatore che ha partecipato al periodico meeting che si teneva all’ASL per vagliare le condizioni igienico-sanitarie del campo ha confermato a più riprese che 3 giorni prima dello sgombero, tra i fattori di rischio da tenere in considerazione per un possibile “trasferimento” e per la bonifica del terreno (di proprietà demaniale), è stato menzionato proprio l’amianto nelle tettoie delle baracche, costruite con materiali di risulta. Una sostanza le cui polveri sono mortali, che è stata lasciata all’aria aperta senza alcuna precauzione e senza avvertire le vicine case popolari. Presenza che è stata confermata nell’incontro di mercoledì con il prefetto Franco Gabrielli, lo staff della Danese e il presidente del IV Municipio Sciascia, parlando di un presunto smaltimento che sarebbe avvenuto senza che nessuno l’abbia però notato, e senza offrire alcuna tempistica certa sulla bonifica della discarica lasciata dalle ruspe. Intanto, iene e sciacalli si sono assiepati in queste ore a Ponte Mammolo per speculare ancora una volta mediaticamente, politicamente ed economicamente sui corpi dei/delle migranti. Cooperative, associazioni parte della gestione dell’emergenza, da un lato, politicanti bipartisan e giornalisti alla ricerca dello scandalo sulla pelle del criminalizzato di turno. Molto più forte e significativa è stata invece la solidarietà spontanea, dal basso del quartiere e soprattutto delle vicine occupazioni, che hanno garantito il livello umanitario di base recuperando la matrice operaia e solidale del quartiere Tiburtino, le cui case popolari sono nate dalle lotte dei baraccati, le cosiddette “case delle sette lire”. Non sono mancati certo i discorsi contraddittori e apertamente razzisti, da disinnescare nella quotidianità del lavoro delle reti territoriali, delle occupazioni e degli spazi sociali presenti sul territorio. L’arroganza e l’inanità delle istituzioni dimostrano due aspetti: il primo, di carattere generale, è che la partita dirimente si gioca intorno alla contrapposizione legalità vs diritti, dove chi non ha “titolo” diventa il capro espiatorio delle politiche di austerità, a costo di calpestare i diritti più basilari. Un attacco preordinato nei confronti della povertà, a cui assistiamo quotidia- namente con le politiche migratorie di Italia e Ue, la negazione delle residenze agli occupanti (e quindi del diritto alla salute e all’istruzione, l’impedimento del rinnovo del permesso di soggiorno), la violenza con cui vengono eseguiti gli sfratti e gli sgomberi nelle case popolari militarizzando interi quartieri, la rivendicazione (e difesa manu militari) di grandi opere e riforme che non fanno altro che imporre un modello di precarietà di vita che rende l’accesso alle risorse riservate “a chi ha titolo e credito”, escludendo una fetta sempre più ampia della popolazione, milioni di non solvibili. Il secondo aspetto è il conclamato fallimento della gestione del sistema di accoglienza basato esclusivamente sulle tante emergenze create e gestite da cooperative e crogioli di interessi politico-economici compiacenti. Al prevalere dell’ipotesi “legalità vs diritti”, infatti, ha corrisposto anche un taglio deciso dell’ipotesi di gestione delle risorse riservate a questi bacini di interesse, diventati oltretutto scomodi sul piano dell’opinione pubblica in quanto veri e propri buchi neri di corruzione, malaffare ed interessi mafiosi (come ha dimostrato Mafia Capitale, le cui emanazioni peraltro continuano a gestire centri di accoglienza, C.A.A.T e a speculare sul business dei campi). Di fronte a questo duplice scenario, ribadiamo ancora una volta che nostro interesse è essere parte del problema per il partito della precarietà, del manganello e della legalità ad ogni costo da un lato, e dalla gestione delle emergenze dall’altro. Come dimostrano le scintille del Bronx di Torrevecchia, il corteo del 25 aprile che ha attraversato Tor Sapienza, la stessa mobilitazione dei migranti sgomberati, la resistenza opposta a sfratti e sgomberi di case popolari e spazi sociali, la prateria può essere incendiata dalle solidarietà e dal calore delle lotte, senza aspettarsi nulla da istituzioni che hanno interesse a sedersi solo con chi è interessato a spartirsi il business delle emergenze o, al più, a gestirle di concerto con gli interessi politici del momento. Noi dal nostro canto non possiamo che ribadire solidarietà a tutti i/le sgomberati/e di Ponte Mammolo e a invitare tutti e tutte ad unirsi ai percorsi di lotta meticci e solidali che portiamo avanti ogni giorno, per riprenderci casa, diritti e dignità. Ci vediamo nelle strade, nei prati e nei boschi.

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La Buona Scuola, lo sceriffo Renzi e la contea dei sindacati Questa mattina (Mercoledì 20 Maggio) a Montecitorio si è concluso, in via quasi definitiva, il capitolo Buona Scuola. I deputati della Camera, dopo tre giorni di votazione durante i quali sono stati approvati tutti gli articoli del DDL renziano a grande maggioranza (circa 200 “si” a fronte di un centinaio di voti contrari e una decina di astenuti), si apprestano oggi (entro le 13) a dare la stangata finale al mondo della formazione. Il decreto rimbalzerà poi al Senato dove, entro il 15 giugno, a detta del Presidente del Consiglio, sarà definitivamente passata la riforma che entrerà in vigore secondo i piani già a partire dal prossimo autunno. Oggi in presidio a piazza Montecitorio un nutrito numero di persone attendeva con angoscia di guardare con i propri occhi i deputati uscire sfilando dal palazzo del potere per poter dire con stupore “l’hanno fatto veramente!”. Eh si, attendere, perchè la piazza di oggi, composta da sindacati di base e confederali e professori iscritti agli stessi, non ha dimostrato rabbia volta ad organizzarsi in lotta, bensì indignazione e rassegnazione. Forse, nell’evidenza di essere arrivati terribilmente in ritardo nella contestazione del DDL, qualcuno si è accorto anche della gigantesca presa in giro di Renzi: invitare al dialogo chi si oppone, riducendo però qualsiasi critica ad una incomprensione, alla malafede, o all’attaccamento a privilegi obsoleti, limitandosi fondamentalmente a tenerli buoni. In generale però, i sindacati sembrano più dispiaciuti per non essere riusciti ad arraffare le briciole che per la miopia con cui hanno affrontato questa protesta. Il punto della questione non sono i singoli passaggi dei singoli articoli, ma l’idea di questa scuola “buona” che però mette tutti in competizione nel gioco di chi si sottomette di più, con un merito assegnato in base a criteri presunti scientifici, che non rispecchiano la realtà. Questa non è infatti una riforma “correttiva”, ma strutturale, nella misura in cui punta a danneggiare la spina dorsale dell’istruzione pubblica, e altrettanto decisiva e forte dev’essere la risposta. Per fortuna, c’è chi si è accorto tempo fa di cosa stava accadendo, iniziando dall’autunno a contestare in modo forte Renzi e la sua idea di scuola. È infatti nella componente studentesca e autorganizzata che si è espressa quella rabbia genuina nei confronti di chi calpesta il suo futuro. Una rabbia che però non si limita a difendere il poco che è rimasto, ma che rivendica un domani diverso da quello prospettato dal Jobs Act, da Expo, dalla Buona Scuola, ma anche diverso dalla scuola delle macerie di epoca pre-renziana. Una determinazione,quella portata in piazza dagli studenti in date come il 5 maggio ma anche con il boicottaggio a livello nazionale dei test INVALSI,che dimostra un reale rifiuto espresso nelle pratiche di lotta,contro la scuola meritocratica del preside-sceriffo. Che nelle metropoli italiane il prezzo di un affitto sia spesso superiore allo stipendio me- dio di un lavoratore, dice tanto sulla lotta per la casa e sulla realtà delle occupazioni abita- tive. Ma sul come, partendo da un bisogno, la pratica dell’azione diretta abbia costruito una realtà di uomini e donne radicalmente avversi al sistema economico attuale, le statistiche tac- ciono, l’informazione mainstream diffama e la repressione colpisce inesorabile, distribuendo nel silenzio severe misure restrittive e anni di galera. Eppure anno dopo anno, azione dopo azione e, soprattutto, occupazione dopo occu- pazione, la lotta per la casa ha vinto la battaglia contro la rassegnazione e ha restituito un tetto a migliaia di persone espulse dal sistema. Un libro scritto sulle barricate del ventunesi- mo secolo insieme ai militanti dei movimen- ti per il diritto all’abitare, in grado di spazia- re dagli anni Settanta ai giorni nostri, dalla battaglia di San Basilio fino agli “Tsunami Tour” romani e alle nuove resistenze contro lo scempio delle grandi opere (la Tav) e dei grandi eventi (Expo): una narrazione parteci- pata e sorprendente; come una scintilla che, nella notte del capitalismo globale, continua a tenere viva la fiamma della rivoluzione.

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Altre due sentenze ai danni dei movimenti e delle lotte sociali a Roma Non vi illudete: non potete fermare il vento! A che gioco si sta giocando? Lo schema sembra essere sempre lo stesso. Attacco al diritto allo studio e ai servizi pubblici, ai territori, alle condizioni di lavoro e di vita di milioni di persone. Quindi precarietà, emergenza abitativa, privatizzazioni, devastazione dei territori. E’ chiaro come provvedimenti come la cosiddetta “Buona Scuola”, il Jobs Act, il Piano casa di Lupi, lo Sblocca Italia e più in generale le politiche di aggressione di Renzi & co. ai danni dei settori popolari vanno difesi attraverso il controllo e la repressione dei conflitti. In questo canovaccio si inseriscono anche due sentenze emesse dal Tribunale di Roma in questi giorni. La prima relativa al processo per due compagni imputati di resistenza per i fatti del 12 Dicembre 2014 (https://www.youtube.com/ watch?v=_zR9Jrn1Vh0) giorno in cui, a seguito dell’occupazione di uno stabile in Via Cesalpino posto sotto sequestro per mafia, dopo solo poche ore gli studenti, gli attivisti, i sodali, sono stati caricati dalla polizia intenta nell’eseguire lo sgombero del palazzo. La seconda ai danni di due compagni accusati di resistenza e lesioni per il corteo del 27 Febbraio 2015, giornata in cui la polizia ha ripetutamente impedito l’accesso in piazza del Popolo che il giorno dopo sarebbe stata teatro del – fra l’altro anche mal riuscito – comizio dei fascio leghisti di Salvini a Roma. L’esito del processo per il 12 Dicembre è stata l’assoluzione piena per uno dei compagni e una condanna a 2 anni con pena sospesa per l’altro compagno, appena 19enne. Mentre per il 27 Febbraio altri due compagni giovanissimi sono stati condannati per resistenza rispettivamente a 3 mesi e 10 giorni e 4 mesi, con pena sospesa. Ancora una volta, con grande celerità, arrivano delle condanne (anche sproporzionate e pesanti), ai danni di chi non si arrende, anzi alza la testa e lotta. Di chi ha voluto denunciare il fatto che le soluzioni all’e- mergenza e alla precarietà abitativa ci sono, a partire dalla possibilità di recuperare gli stabili pubblici e quelli sequestrati alla mafia. Di chi ha messo in campo il necessario coraggio per opporsi concretamente allo svolgimento del comizio di Salvini e della sua, per la verità piccola, pletora di fascioleghisti e razzisti. Oltre all’operato di una magistratura così solerte nel colpire chi lotta per i propri diritti e così distratta nei confronti delle speculazioni e delle angherie dei potenti, ci preme sottolineare il ruolo ricoperto ancora una volta dalla questura di Roma, che opera sistematicamente per provocare, intimidire, arrestare in ogni contesto e situazione. E che anche in questi due casi, ha fatto di tutto (e di più..) per appesantire la posizione degli imputati. Ovviamente non ci stupiamo di questi comportamenti delle forze dell’ordine, come dell’operato della magistratura. Crediamo, però, che tutto ciò non possa essere lasciato nel silenzio e nel dimenticatoio e soprattutto che non possa essere accettato. Questo atteggiamento vessatorio da parte delle cosiddette forze dell’ordine, come l’accanimento giudiziario, si traduce già, infatti, in innumerevoli processi, misure cautelari ed altre restrizioni della libertà personale ai danni di attivisti ed attiviste in questa città (e non solo), come nel restringimento generale degli spazi di movimento ed espressione del dissenso. Emblematica è anche la situazione di Paolo e Luca ai quali continua ad essere negata la revoca dell’obbligo di firma, per il semplice fatto (e lo dicono esplicitamente!), che non smettono di dire quello che pensano, dentro e contro il disastro sociale che si sta producendo in questa città. Per quanto ci riguarda, continueremo a manifestare e a opporci a questo sistema di sfruttamento delle risorse e delle vite. La legittimità delle nostre lotte, idee, vite, non si dibatte nelle aule dei tribunali. Una sola grande opera: casa e reddito per tutt@!t

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