Il Becco - Anno 2, numero 4

 

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Tramonto socialdemocratico

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Allegato del sito, www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 - Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487. Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari. Sede legale associazione e della redazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) - info@ilbecco.it - Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – 70% FIRENZE TRAMONTO SOCIALDEMOCRATICO Articoli di Jacopo Vannucchi, Dmitrij Palagi, Alex Marsaglia e Daniele Coltrinari. Disegno di Cristiano Anno II - n° 4 Felloni

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Editoriale Il Becco - Aprile 2015 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Il compromesso socialdemocratico, realizzato nei Paesi occidentali durante i trent’anni postbellici, nasceva tra due contraenti (capitale e lavoro) inquadrati entrambi nell’economia reale e in particolare nella produzione industriale. In un periodo di crescita economica sostenuta il capitale accettava di cedere parte dei profitti al salario e parte allo Stato, che dal canto suo si incaricava di bilanciare ulteriormente questa ripartizione (con programmi di assistenza sociale, creazione di lavoro pubblico o sussidi alle imprese stesse). Dopo la golden age questo compromesso è stato sgretolato dall’intrecciarsi di vari fenomeni: la crescente finanziarizzazione dell’economia, il sorgere di istituzioni economiche sovra-nazionali e non elettive, l’aprirsi di mercati del lavoro a basso costo, la fine del blocco sovietico. La socialdemocrazia ha quindi visto ridursi sia la propria base sociale sia il proprio potere negoziale nei confronti dei rappresentanti del capitale; i suoi tradizionali schemi interpretativi sono sembrati inoltre incapaci di comprendere il nuovo modello economico e le nuove forme di lavoro e di alienazione. Il mercato finanziario non ha come controparte diretta il lavoro; tuttavia in esso circolano quotidianamente ingenti masse di capitale sottoposte a tassazione inferiore rispetto alla produzione industriale: così la quota di profitto aumenta a scapito dei fondi per programmi pubblici. La controparte della finanza diventa quindi il potere statale, a maggiore ragione se esercitato da partiti legati alla rappresentanza del lavoro. (Si pensi alla riforma finanziaria varata dai democratici Usa nel 2010 o alle attuali proposte dei laburisti britannici sulla tassazione dei redditi all’estero.) Per potersi confrontare con la mole degli interessi finanziari tale potere statale dovrà assumere di necessità dimensioni continentali: in Europa assistiamo appunto a una progressiva integrazione politica basata sull’omogeneizzazione, andamento leggibile anche nell’accettazione da parte di tutti i Paesi sud-europei di ristrutturazioni della spesa e del mercato del lavoro in linea con le direttive comunitarie. D’altro canto la stessa Cina si sta muovendo per creare una rete di Paesi amici in America Latina e in Africa, potendo condurre al ripristino di quel polo socialista in grado, come dopo il 1945, di condizionare in direzione del lavoro le scelte politiche dei Paesi a economia capitalista. L’economia di massa, svanendo, ha coinvolto nel proprio destino anche le identità collettive, relegando il tema dei diritti in una dimensione puramente individuale. Questo aspetto lo si coglie soprattutto nei movimenti per i diritti civili, che nella loro componente maggioritaria fanno appello al principio del benessere individuale, risultando pericolosamente vicini alla retorica neo-liberale. Schierarsi a sinistra comporta semmai un impegno analitico e propositivo su come recuperare, in forme necessariamente nuove, relazioni sociali estese e su come liberare i rapporti umani pubblici e privati dal dogma consumistico. A l n p u s p c Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 20 aprile 2015 Indice Socialdemocrazia: un primo quadro generale di Jacopo Vannucchi Il riformismo passato del XXI secolo di Dmitrij Palagi Sinistra radicale o riformismo radicale? Di Alex Marsaglia Le basi assenti della socialdemocrazia di Jacopo Vannucchi Ultima possibilità in Portogallo? di Daniele Coltrinari pag. 03 pag. 05 pag. 08 pag. 11 pag. 14 D s s c p s n u c a O c c v l c p d c d p d v v e m a d N r d c d a m C

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www.ilbecco.it - Aprile 2015 SOCIALDEMOCRAZIA: UN PRIMO QUADRO GENERALE DI JACOPO VANNUCCHI - REDAZIONE Alle elezioni europee del 1994 le forze affiliate al Pse riportarono la maggioranza relativa dei parlamentari, controllando circa un terzo dell’emiciclo a Strasburgo. Le socialdemocrazie potevano infatti contare su due convergenti fenomeni di favore. Da un lato, il progetto comunista appariva distrutto per sempre, consentendo ai socialdemocratici di rivendicare la proprietà della “giusta” idea di socialismo, quello da edificarsi nella libertà e con un “volto umano”. Dall’altro lato, le forze conservatrici e neo-liberali che avevano egemonizzato gli anni Ottanta erano in una fase di declino, anche a causa di congiunture economiche negative: ciò aveva permesso tra l’altro a Clinton, un democratico moderato, di riconquistare al proprio partito la Casa Bianca dopo cinque mandati repubblicani sugli ultimi sei. Il volto della socialdemocrazia, ancor più che umano, moderno, appariva proiettato dunque Nell’inverno 2008-09, dunque all’inizio della crisi economica, un amico mi fece notare il paradosso per cui le destre si erano rese dapprima responsabili di politiche economiche spregiudicate che avevano causato il crollo, poi si rivelavano anche in grado di rastrellare le conseguenti paure e rabbie e consolidare nuovi successi. In questa dinamica appare indubbiamente un opaco egoismo di fondo dell’elettorato, il quale nei tempi di euforia vota “reaganiano” per smania di guadagno e nei tempi di crisi vota ancora a destra per privare “gli altri” (i meno fortunati) della ricchezza ancora disponibile. Tuttavia permane l’incapacità socialdemocratica di indicare un nuovo modello di sviluppo o perlomeno, al modo delle destre, una nuova tattica, nonostante l’esistenza di spazi aperti da esigenze di questo tipo, sia oggettive sia espresse (magari inconsapevolmente e ingenuamente) dagli elettori. Certo le difficoltà dei socialdemocratici non nascono nel 2008, bensì con gli shock petroliferi socialdemocrazia si sono in realtà rivelate incapaci di mantenere le promesse degli anni Novanta. Per meglio dire, il discorso liberale da loro abbracciato, tanto nella politica quanto nell’economia, non è riuscito né a evitare la crisi economica né a vincere gare di seduzione dell’elettorato contro concorrenti più agguerriti e sicuri di sé. DEL BECCO sembra, in sintesi, esploso in una serie di ulteriori partiti: alcuni nuovi, come Potami (“Fiume”), che attorno al 6-7% raccoglie una parte del vecchio Pasok; altri nati per scissione e connotati da fortune spesso brevi; altri già esistenti e semplicemente premiati dagli elettori per rigetto dei partiti dominanti (è il caso Alba Dorata). Anche in Spagna si osserva una dinamica simile: la crisi ha dapprima colpito il Psoe al governo, ma ha poi bruciato gli stessi popolari, che ricevuta la maggioranza dagli elettori hanno messo mano a politiche di risanamento finanziario. Come gli omologhi greci, i socialisti spagnoli hanno conosciuto una parabola discendente: dal 39% (europee 2009) al 29 (politiche 2011) al 23 (europee 2014). Per le elezioni politiche fissate per novembre prossimo sono al momento accreditati al 22% dei consensi. Al pari di quanto accaduto in Grecia, a beneficiare di questa crisi sono stati inizialmente i comunisti; poi, e in misura molto maggiore, movimenti populisti o regionalisti. Podemos sembra in grado di fare il vuoto attorno a sé salassando, come Syriza, sia il voto comunista sia quello populista ex-socialista. La somma dei voti socialisti e popolari (assestatisi dalle europee a un magro 26%) continua a restare sotto il 50%, ma anche il voto anti-istituzionale è spaccato, tra Podemos e le varie formazioni regionaliste. degli anni ’70: questo dato però, lungi dal sollevarli da responsabilità e incompetenze, piuttosto le aggrava indicando un immobilismo patologico. Il quadro europeo presenta la crisi socialdemocratica come tratto comune; a sua volta può però essere scomposto in macro-aree che restituiscono diverse reazioni alla crisi economica e diversi sentimenti nei confronti dell’Unione europea. Con l’eccezione del Portogallo, l’Europa del Sud ha visto i propri scenari politici terremotati dalla crisi economica. In Grecia e in Spagna è stato destabilizzato l’ordine democratico tendenzialmente bipolare emerso dopo la fine dei fascismi negli anni Settanta. Il caso greco, come si può facilmente intuire, è quello che ha conosciuto i mutamenti più repentini. Il Pasok è passato dal 44% (elezioni politiche dell’autunno 2009) al 13-12 (maggio-giugno 2012) all’8 (europee) a meno del 5% nelle recenti consultazioni nazionali di gennaio. Nel posto che occupava nello scacchiere politico esso è stato sostituito da Syriza, che dopo vent’anni oscillanti tra il 3 e il 5% ha conquistato oltre un terzo dei voti nelle ultime elezioni ed è giunta a toccare la metà dei consensi nei sondaggi d’opinione. Pur avendo travolto il solo Pasok, la crisi ha indebolito anche l’altro polo maggiore, i conservatori di Nuova Democrazia, scesi anch’essi ai minimi storici. Il sistema partitico greco verso il Duemila, capace di cavalcare il nuovo sviluppo economico e tecnologico e di mettere a frutto gli spazi aperti all’economia liberale dal crollo dei regimi socialisti est-europei. Nel 2014 i partiti del Pse rappresentano circa un quarto del Parlamento europeo e il componente più influente della delegazione, il Pd italiano, non appartiene strettamente alla famiglia socialdemocratica. Cosa è accaduto? Le forze della 3

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Socialdemocrazia: un primo quadro generale www.ilbecco.it - Aprile 2015 In Italia la crisi ha determinato la fine della ventennale leadership di Berlusconi, sostituito da nuove proposte politiche populiste o fasciste. Già nel 2009 all’erosione dei due principali partiti corrispondeva la crescita di fenomeni protestatari o anti-europei (Lega e Italia dei Valori); nel 2013 gli attori tradizionali della “Seconda Repubblica” toccavano il loro minimo storico ed esplodeva il Movimento 5 Stelle. L’arrivo di Renzi alla guida del Pd e poi del Governo sembra avere per ora invertito questa tendenza e temporaneamente stabilizzato il sistema attorno a un partito egemone. I problemi vissuti dai socialdemocratici dell’Europa settentrionale e scandinava sono in parte simili: la liability in questo caso non è però costituita dall’insostenibilità del modello economico bensì dal rapporto con la Ue. Nelle elezioni europee i socialdemocratici hanno sempre riportato infatti consensi molto inferiori alle politiche. A beneficiarne erano inizialmente i verdi oppure euroscettici di sinistra; nell’ultimo decennio si sono aggiunti movimenti populisti che hanno drenato consensi anche alle destre. Il logoramento alle europee sembra aver inciso con un effetto di trascinamento anche sulla performance alle politiche: in Danimarca i socialdemocratici ottengono in successione il 36% (1998), 29 (2001), 26 (2005 e 2007), 25 (2011) e per le elezioni di settembre registrano al momento consensi tra il 20 e il 24% nei sondaggi dell’ultimo mese. Un tempo dominato dai socialdemocratici, il sistema politico danese, pullulato di partiti e con una legge elettorale rigidamente proporzionale, sembra orientato verso tre forze maggiori di eguale peso (socialdemocratici, liberali, populisti). Caso simile in Svezia: dopo l’ingresso nella Ue (1995) la Sap ha subìto la concorrenza di verdi, sinistra radicale e liberali di sinistra, dapprima solo alle europee poi anche alle politiche. Pur restando ancora sopra il 30% i socialdemocratici conoscono un innegabile declino: gli ultimi tre risultati elettorali alle politiche sono i peggiori dopo il 1920. Oltre alla crescita dell’estrema destra degli “Svedesi Democratici”, si segnalano anche fenomeni tipici della (anti)politica post-moderna come i Pirati (7% alle europee 2009) e “Iniziativa femminista” (6% alle europee 2014). In Finlandia i socialdemocratici non sono mai stati realmente egemoni, dovendo confrontarsi con comunisti, conservatori e Partito dei contadini; tuttavia anch’essi dopo l’ingresso nella Ue del ’95 hanno perso il primato politico. Tutto il sistema ha poi dovuto fare i conti con la repentina ascesa del “Partito dei finnici” (0,5% alle europee 2004, 4% alle politiche 2007, 9% alle europee 2009, 19% alle politiche 2011), che ha danneggiato non solo il centrosinistra ma soprattutto il Centro agrario, che sembra ora aver recuperato ed avviarsi verso il primo posto nelle elezioni di aprile. L’Europa continentale pare un vero gradiente di situazioni tra Sud e Nord. In Francia la situazione politica è molto fluida: se alle elezioni cantonali di poche settimane fa si è parlato di sconfitta storica per i socialisti, a settembre 2011 l’impopolarità di Sarkozy portò al Senato (eletto indirettamente dalle autonomie locali) una maggioranza di sinistra per la prima volta dall’entrata in vigore della Costituzione del 1958. Nelle ultime due europee il Ps ha conosciuto il fenomeno tipicamente nordico di una “punizione” elettorale rispetto al dato delle politiche. Nel 2009 furono i verdi ad avvantaggiarsene (insidiando al 16% il secondo posto socialista), nel 2014 i fascisti del Fn. In Austria è marcatamente evidente, fin dalle politiche del 1990, una spaccatura del voto di destra tra Övp (popolari) e Fpö (populisti) che consente una “sopravvivenza artificiale” della Spö. Questa, sempre al di sopra del 40% dal 1953 al 1990, è sotto il 30 dal 2008, cedendo voti ai Verdi (sempre cresciuti, con una sola interruzione, dal 1983). In Germania la Spd è stata costantemente “punita” alle europee fin dal 1999, a vantaggio della Cdu evidentemente ritenuta più in grado di difendere gli interessi nazionali tedeschi contro gli altri partner comunitari. Nel 2014 questo trend si è interrotto: non solo la Spd si è mantenuta stabile rispetto alle politiche, ma la Cdu ha perduto a vantaggio degli anti-euro di AfD. Soprattutto, però, nelle ultime due elezioni politiche federali (2009 e 2013) la Spd ha registrato i minimi storici post-1945, pur in assenza di una crescita di Cdu/Csu. Anche nelle isole britanniche l’insoddisfazione verso il sistema politico ha premiato attori nuovi. In Irlanda il dominante Fianna Fáil è crollato dal 42% delle elezioni 2007 al 18% del 2009, per la fortuna in un primo momento degli altri due partiti tradizionali: Fine Gael (dal 27 al 36) e Labour (dal 10 al 20). Acceduti questi al governo, anch’essi hanno perso di popolarità e il fenomeno cui ora si assiste è il boom del Sinn Féin. Nel Regno Unito lo Ukip e i verdi, storicamente forti alle europee fin dal 1999, sembrano ora proiettare questa forza anche sulle politiche. Il sistema Westminster, un tempo basato su due partiti dominanti ed uno minore, sembra ora configurato attorno a cinque formazioni: due maggiori (conservatori e laburisti), una media (Ukip), due più piccole (liberaldemocratici e verdi). Ricomponendo tutte queste varie tessere, quello che prende forma è in realtà un ordinato mosaico, composto attorno ai vertici di un triangolo corrispondenti ai tre punti ciechi della proposta politica socialdemocratica, su cui altri attori politici sono stati invece in grado di parlare all’elettorato. Due di essi sono vere e proprie richieste: uno stile di vita più sostenibile (su cui si sono spesi soprattutto verdi e centristi) e l’attenzione alle nuove professioni della rivoluzione tecnologica e creativa (coltivata da liberali e in parte pirati). Il terzo punto evidenzia invece, nello stesso elettorato, una carenza di formazione e coscienza politiche che, tra stolida buonafede e deliberata malafede, ha favorito invece partiti populisti o fascisti. Nessuno di questi tre gruppi di attori è capace di sintetizzare in un corpus unico le tre richiamate esigenze: perciò i quadri politici nazionali sono costantemente instabili in un vorticoso avvicendarsi di fortune politico-elettorali. Il dovere di una simile sintesi compete a quei partiti che storicamente si sono rappresentati come partiti del lavoro; per operarla, però, è necessario non rimanere intrappolati nelle aporie dell’anacronismo, ovvero prendere consapevolezza che, per citare le tesi del Centro per la riforma dello Stato post-elezioni 2008, «tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite». 2 A m c s c L l D e l P G ( n M F m U C R B " d M d R s A G d « n c v D r d n u i c m 4

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www.ilbecco.it - Aprile 2015 IL RIFORMISMO PASSATO DEL XXI SECOLO DI DMITRIJ PALAGI - REDAZIONE 20 novembre 1999, Firenze. Alle porte del nuovo millennio si riuniscono i capi di Stato che si riconoscono nel campo del centrosinistra progressista. L’allora Sindaco del capoluogo toscano, Leonardo Domenici, annuncia le “sue eccellenze”, ospitate nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Gerhard Fritz Kurt Schröder (Cancelliere della Germania), Lionel Jospin (Primo Ministro della Repubblica Francese), Tony Blair (Primo Ministro del Regno Unito), Fernando Henrique Cardoso (Presidente della Repubblica Federativa del Brasile), William Jefferson "Bill" Clinton (Presidente degli Stati Uniti d’America), Massimo D’Alema (Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana). A questi si aggiunge, come ospite, António Manuel de Oliveira Guterres (Primo Ministro del Portogallo). «Per la prima volta si ritrovano insieme [...] i principali capi di Stato e di Governo del vecchio e del nuovo continente. Discutere e confrontarsi sul ruolo e le caratteristiche che dovrà assumere il riformismo nel XXI secolo è per tutti noi un appuntamento di grande importanza. E non è un caso che la discussione sul rinnovamento della politica avvenga proprio nella città che, con Machiavelli, ha dato i natali alla politica moderna. Pensare al futuro, alle nuove frontiere della democrazia e dell'economia è vitale per qualunque città, e lo è in modo particolare per Firenze, culla della cultura, della pace e dell'umanesimo». Sono parole tratte dall’introduzione di Domenici. Senza grandi difficoltà è possibile ritrovare attraverso il web buona parte dei contenuti di questo appuntamento, comprese le registrazioni audio, disponibili negli archivi di RadioRadicale.it. Il riformismo del XXI secolo è il titolo della conferenza, che si svolge nel corso di due giornate (20 e 21 novembre 1999). Alle soglie del nuovo millennio non si scorgono le ombre dell’11 settembre 2001. Il villaggio globale è un’opportunità per il centrosinistra occidentale. Le nuove vie della politica devono andare oltre il solco tradizionale della socialdemocrazia. I capi di governo riuniti sono mossi dalla volontà di tracciare un nuovo percorso per la terza via. DAI TRENTA GLORIOSI Il Regno Unito di Clement Attlee, Primo Ministro dal 1945 al 1951, proseguirà DEL BECCO problema dell'uguaglianza è tornato al centro della discussione pubblica occidentale. Il capitale nel XXI Secolo di Thomas Piketty si è rivelato un caso editoriale da milioni di copie vendute in tutto il mondo. La denuncia della crescita esponenziale dell'ingiustizia sociale è tema caro all'opinione pubblica, ben rappresentato dal successo dello slogan We are 99%. In Italia ha trovato grande spazio un altro testo riconducibile alla tradizione keynesiana, Lo Stato innovatore di Mariana Mazzucato (acquistato anche dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi). Nel testo si insiste sull'importanza del pubblico all'interno del mercato. L'autrice contesta specificatamente che il ruolo dello tato sia quello di garantire la piena occupazione. Non si può chiedere alla popolazione di scavare delle buche per poi riempirle. Occorre sviluppare un sistema di ricerca che sia in grado di guidare e sviluppare il mercato, convincendo le democrazie occidentali ad investire su una rivoluzione verde, attraverso le nuove tecnologie. Il tema della disuguaglianza e la necessità di un ruolo dello stato nella regolazione del mercato sono elementi sopravvissuti al cambio di millennio. una strada intrapresa da Franklin Delano Roosevelt, con il New Deal. L'economista austriaco Schumpeter arriverà a teorizzare una forma di socialismo democratico instaurato attraverso le istituzioni. Lo stato sociale per via parlamentare si sostituisce alla rivoluzione. Tra capitalismo e socialismo nasce così strada diversa. «Conclusa la guerra, tutti avevano finito coll'accettare le politiche economiche anticicliche, che incorporavano il principio della piena occupazione, al pari di una tassazione che avesse finalità redistributive, secondo il criterio, ormai universalmente accolto, di una maggiore uguagalianza dei redditi» [Berta, 2010]. Talvolta si utilizza la definizione di economia sociale di mercato, che però è categoria che nasce durante la Repubblica di Weimar e finisce per essere accolta nel Trattato di Lisbona, nel 2010, dall'Unione Europea. Nel 2011 è Mario Monti, all'epoca già Presidente del Consiglio, a citare questo elemento, auspicando che si riesca a "cambiare marcia nella costruzione del mercato: non certo frenare, ma conciliare meglio gli aspetti del mercato e quelli sociali". In seguito alla crisi economica, iniziata nel 2007, il 5

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Il riformismo passato del XXI secolo www.ilbecco.it - Aprile 2015 Il successo di intellettuali progressisti e la denuncia della sregolatezza della finanza non aiutano a capire il perché della debolezza della socialdemocrazia. Saltando dalla fine dei Trenta gloriosi (1945-1973), decenni di forte crescita economica e sociale nel blocco occidentale, al 2007, diventerebbe di difficile comprensione la profonda crisi dellla famiglia socialista europea. Se tutto si riducesse alla svolta liberale portata avanti da Thatcher e Reagan si rischierebbe di rimanere disorientati. La vittoria delle teorie liberiste più estreme, la sconfitta del socialismo reale, lo smantellamento dello stato sociale hanno comportato un peggioramento delle condizioni di vita di larga parte dei cittadini occidentali. Il comunismo è crollato (secondo la vulgata oggi egemone), la globalizzazione ha aumentato le disuguaglianze: da questo si potrebbe dedurre la validità di un’opzione socialdemocratica, che ha garantito una fase di forte espansione alle democrazie nel secondo dopoguerra. GLI ANNI NOVANTA Nell'ultimo decennio del XX secolo i progressisti decisero di accettare la sfida della contemporaneità. Se dagli anni ’70 si assiste a un progressivo mutamento del sistema politico ed economico nel blocco occidentale (con le sconfitte dei lavoratori degli anni ’80), qui è interessante osservare la reazione di chi cercò di recuperare il terreno perduto. «La base sociale tradizionale dei rispettivi partiti di centro-sinistra si trovava ad essere associata a posizioni difensive di decadenza e sconfitta, e non è stata più in grado di garantire una rampa di lancio praticabile verso il futuro né dal punto di vista dell’elettorato né riguardo a questioni sostanziali. Le organizzazioni che avrebbero dovuto radicare i politici nelle istanze del popolo - i partiti stessi o i sindacati associati ad essi - divennero sempre più distanti dai punti di espansione nell’elettorato e nella forza lavoro e iniziarono a dare segnali fuorvianti riguardo alle priorità politiche della nuova massa della società postindustriale. In questo percorso un posto speciale spetta al New Labour nel Regno Unito» [Crounch, 2009]. Per chi ha conosciuto Blair dopo il disastroso intervento in Iraq, del 2003, è difficile immaginare il successo di cui ha goduto l’astro nascente della nuova socialdemocrazia. Lo stesso discorso in realtà vale per quasi tutti i protagonisti del riformismo del XXI secolo. Sul settimanale culturale del Sole 24 Ore (Domenica) del 29 marzo 2015, Schröder rivendica il suo operato, anche se in seguito i socialdemocratici tedeschi sono andati incontro a sconfitte e governi “di larghe intese”. «Se per un Paese è fondamentale fare le riforme, la nostra rielezione passa in secondo piano: noi abbiamo fatto la cosa giusta anche se poi non abbiamo vinto». Nonostante oggi si fatichi a rintracciare un estimatore dei progressisti degli anni '90, Agli opposti estremismi si sostioccorre ricordarsi di come Blair «Le differenze tra la destra e la sinistra non esistono più. La differenza sta nell'apertura o nella chiusura alla globalizzazione, sta nella risposta che si dà alla globalizzazione» [Blair, 2007]. La nuova politica è quella che rifiuta le dicotomie, che mette in discussione la stessa distinzione tra destra e sinistra, che rifiuta le politiche di austerità della destra e i conservatori di sinistra. Il capitalismo globalizzato è inevitabile, ma offre nuove opportunità. Il mondo tende a farsi sempre più piccolo e il compito della nuova socialdemocrazia è quello di favorire il cambiamento. abbia portato il suo partito a vincere, per la prima volta nella storia, tre elezioni consecutive. In lui si vedeva l'avanguardia della nuova terza nei via, soprattutto sinistra. Nel dicembre del 2014, a quindici anni dalla Conferenza di Firenze, IL - Intelligence in Lifestyle, magazine mensile del Sole 24 Ore, dedica la copertina a quell’appuntamento, quasi fosse un anniversario di cui solo la Confindustria ha memoria. All’interno non vengono pubblicati articoli commemorativi, ma si ospitano gli interventi di due protagonisti di quel periodo (Blair e Clinton) e di due promesse del centrosinistra contemporaneo (Renzi e Valls). Il titolo è d’effetto: La Terza via, di nuovo. settori tuiscono gli opposti conservatorismi, che definiscono l’arco delle organizzazioni con cui si può dialogare. Il resto viene esiliato (oggi) nel campo del populismo. Al centro si colloca una visione progressista che in una fase di crescita si illudeva di assistere ad una fase storica in cui si era superato l’andamento ciclico dell’economia. [I neolaburisti] «non si accontentano di accettare passivamente il lascito della politica thatcheriana, ma considerano semplici dati di fatto sia la globalizzazione economica che la necessità di una buona gestione economica. Bisogna adattarsi ad un mondo che cambia ineluttabilmente, irrimediabilmente. L’assenza di cambiamento è sinonimo di ritorno al passato. Solo la modernizzazione, che Tony Blair difende con accenti messianici, può permetterci di mantenere un vantaggio competitivo in un’economia dei saperi. Il contenuto di questa modernizzazione è piuttosto vago, ma implica generalmente l’uso di nuove tecnologie, la necessità di una formazione permanente nell’arco della vita, la flessibilità del mercato del lavoro e delle carriere dei singoli individui, l’adozione di modalità di management proveniente dal settore privato e centrate sulla competizione e gli incentivi individuali» [Faucher e Le Galés, 2014]. La globalizzazione è in sé un processo di cambiamento, a cui non ha senso opporsi. Il mutamento del capitalismo è tradizionalmente distanti dalla 6

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Il riformismo passato del XXI secolo www.ilbecco.it - Aprile 2015 di per sé progresso, se viene guidato correttamente. Gli alfieri del nuovo sistema diventano quindi gli eredi della socialdemocrazia. Alla piena occupazione e all’uguaglianza sociale si sostituisce una politica tesa a garantire pari opportunità di accesso al libero mercato. Si scava una profonda distanza tra diritti civili e diritti sociali. José Luis Rodríguez Zapatero, socialista, suscitò grande entusiasmo nel 2004, vincendo inaspettatamente le elezioni in Spagna. Furono in molti a vedere in lui la possibile ripresa di una sinistra rimasta orfana di figure carismatiche in cui riconoscersi. Tanto fu fatto in termini di pari opportunità e lotta alla discriminazione, tanto deboli furono le risposte che il governo seppe dare alla crisi economica. Se si esclude il campo della sicurezza e della tutela della privacy (in particolare dopo gli attentati terroristici di New York e Londra), i progressisti institono molto su battaglie a tutela dei nuovi diritti civili. Non si tratta solo di cattiva volontà dei dirigenti riformisti. Sono venute meno le condizioni storiche della socialdemocrazia. Non esiste più il sistema di produzione fordista e la società è abitualmente descritta, dai sociologi, liquida [Bauman] o frantumata in individui incapaci di recuperare una DA BLAIR A RENZI «Il vecchio Labour è arrivato al capolinea il 9 Aprile 1992 quando non riuscì a vincere nemmeno dopo l’uscita di scena della Thatcher. Era la quarta sconfitta consecutiva. Finalmente i suoi militanti ed elettori hanno fatto i conti con la realtà» [Roberto D’Alimonte sul Sole 24 dimensione collettiva, di massa [Bordoni]. «Esiste una sola via per vincere l’insicurezza e la precarietà economica, quella di potenziare le facoltà di apprendimento dei lavoratori per renderli meno disarmati sia di fronte alla trasformazione globale che dinanzi alle fluttuazioni di mercato. Su tutto il resto, è silenzio o quasi» [Berta 2011]. Il cittadino diventa consumatore, dei prodotti del mercato come dei servizi pubblici. Lo Stato ha il compito di definire le regole in cui il capitalismo deve muoversi. Ogni questione politica diventa principalmente tecnica e deve essere risolta misurando l’efficacia dei risultati secondo presunti standard oggettivi. Vengono meno le classi sociali, viene meno una discussione sui mezzi di produzione. La politica passa da essere battaglia di idee, tra visioni contrapposte, ad essere battaglia mediatica, in cui conta più la professionalità in ambito comunicativo e la capacità di trasmettere un'idea di cambiamento (con un processo che allontana ulteriormente i cittadini dalla partecipazione attiva). Per capire il presente si è voluto credere ad una cesura tra il capitalismo avversato nel XX secolo e il sistema del XXI secolo. Gli imprenditori e gli industriali diventano quasi degli alleati, nella difesa di un’economia di mercato regolata e in grado di difendersi dal continuo espandersi della finanza. «Renzi è già abbastanza di destra da lasciare ben poco spazio a un’opposizione dello stesso tipo. Pensate a quel che ha fatto o sta facendo sulla Costituzione, la legge elettorale, l’articolo 18, i tagli alla spesa pubblica, la riduzione dell’Irap, gli sgravi sul costo del lavoro, la riforma della magistratura (responsabilità civile dei giudici), la gerarchia nella scuola (potere di assunzione ai presidi). Vi sembrano cose di sinistra? No, sono cose ragionevoli, più che ragionevoli, ma abbastanza di destra. Tutta la destra che l'Italia può realisticamente concedersi sta già nell’agenda di Renzi». A scriverlo è Luca Ricolfi in un editoriale sul Sole 24 Ore del 15 marzo 2015. Il democratico Presidente Frank Underwood, della nota serie televisiva House of Cards (molto diversa dai libri inglesi), nella terza stagione, decide di cavalcare il tema della piena occupazione. Il costo di questa operazione sarà coperto dal sacrificio di pensioni, fondi per l’emergenza e altri diritti sociali. Non possiamo più avere tutto, dobbiamo scegliere e rinunciare ai nostri diritti, investendo su noi stessi anziché su una dimensione collettiva. Perché il socialismo ha perso e la globalizzazione è inevitabile. A dircelo sono gli stessi partiti che hanno guidato la conquista dello stato sociale. A questo punto ripensando a Renzi, nasce una domanda: perché non lui? Ai pari diritti si contrappongono le pari opportunità. Ore dell'8 settembre 2013]. L’elemento di maggiore continuità tra Blair e Renzi sta forse nella rassegnazione tra i militanti di sinistra, di cui entrambi hanno saputo farsi forti. Quella voglia di vincere a tutti i costi ha portato i protagonisti della socialdemocrazia al sacrificio della propria identità. Domenici auspicava che Firenze rimanesse al centro della Terza via. Così è stato, anche se a guidare la nuova sinistra europea è un esponente che viene dal solco della Democrazia Cristiana. Se la dimensione politica diventa quella dello scontro tra nuove libertà e vecchi privilegi, si supera effettivamente la dicotomia tra destra e sinistra. - BIBLIOGRAFA CITATA E UTILIZZATA - Bauman z., Bordoni C., Stato di crisi, Einaudi [2015] - BERTA GIUSEPPE, ECLISSE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA, IL MULINO [2010] - Crouch Colin, Postdemocrazia, Laterza [2009] - Faucher F., Le Galès P., L'Esperienza del New Labour, F. Angeli [2014] Le altre citazioni, da quotidiani e periodici, o da discorsi pubblici, sono facilmente reperibili consultando il web, gratutitamente e ne sono stati riportati gli estremi per un facile ricerca. 7

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www.ilbecco.it - Aprile 2015 SINISTRA RADICALE O RIFORMISMO RADICALE? ARTICOLO Dagli anni '80 lo sguardo della sinistra alla struttura economica è diventato progressivamente miope, a tal punto da far perdere totalmente di vista le vere cause che dovrebbero ispirare una sinistra degna di questo nome quali l'eguaglianza e la giustizia sociale. Le conseguenze di questa che potremmo definire, piuttosto benevolmente, "svista" sono molteplici e c'entrano sicuramente con la crisi delle socialdemocrazie e con la destabilizzazione dei principali regimi politici europei. Per fortuna, davanti alla crisi economica del 2008 c'è stato qualcuno in grado di non perdere completamente la lucidità e di conseguenza di comprendere le ragioni di quella crisi iniziata come "finanziaria" e tramutatasi nella "crisi dei debiti sovrani". Ma quale sarebbe questa "crisi dei debiti sovrani"? Occorre anzitutto chiarire il concetto di sovranità del debito e in questo Marx aveva già spiegato tutto: "Il debito pubblico, ossia l'alienazione dello Stato (…) imprime il suo marchio all'era capitalistica. L'unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico (…). Il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni tipo (…) in una parola, ha fatto nascere il gioco di Borsa e moderna bancocrazia". (K.Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 24). Tuttavia non occorre aver letto Il Capitale per capire cosa è accaduto negli anni seguenti al 2008, poiché ci è stato discretamente descritto dalle cronache nella quotidiana opera di convincimento mediatico che ha raggiunto l'obiettivo prefissato, contribuendo all'alienazione dello Stato spiegata da Marx: la DI ALEX MARSAGLIA - REDAZIONE DEL BECCO rispondente all'interesse comune. Nulla di più sbagliato perché l'indebitamento pubblico è uno degli strumenti principali con cui, anche nelle fasi di ripresa economica, il capitale sostiene il tasso di profitto (si pensi ai vari sgravi fiscali e contributivi alle imprese, alle agevolazioni creditizie, ai finanziamenti dei settori industriali) scaricando sulla classe operaia i costi di tale politica economica di arricchimento della classe borghese. Il problema giunge quando questo meccanismo a sostegno della classe dominante cessa di essere sostenibile per limiti intrinseci di produttività. Quando questo limite viene raggiunto il capitalismo attraversa crisi da cui ne esce solo con una ridefinizione dei rapporti di produzione che permette una nuova fase di crescita economica. L'effetto tipico del modo di produzione capitalistico che si produce in un processo che punta tutto l'investimento sull'aggiornamento tecnologico per la produttività orientata al profitto privato, a discapito dei salari da cui estrarre il plusvalore, è la caduta tendenziale del saggio di profitto che, convinzione generale, ancora oggi, al settimo anno di crisi, ritiene che il problema centrale per l'economia sia l'indebitamento pubblico. Dunque esso non è che il risultato della riuscita opera di alienazione da quello che sarebbe più sensato definire come un processo di finanziarizzazione ormai insostenibile, a cui si è scelto di rispondere con forti politiche di socializzazione dei debiti (per una corretta comprensione di ciò occorrerebbe aver chiara la teoria dello Stato costruita da Marx, un compendio indispensabile è: L. Gruppi, La concezione dello Stato in Marx, Engels, Lenin e Gramsci, Frattocchie, 1978). Riportare la crisi economica alla sua genesi, prima del 2008, cioè ricondurla nell'alveo di "crisi finanziaria", ci aiuta a capire la natura essenzialmente privatistica di essa; scindere l'elemento strutturale da quello sovrastrutturale non è comunque opportuno, infatti poiché lo Stato fondato sul dominio di una classe sull'altra potesse mantenersi è stata necessaria una corposa opera egemonica. Questa è consistita, per l'appunto, nel far credere che una politica economica di privatizzazione dei guadagni e socializzazione dei debiti fosse una politica 8

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Sinistra radicale o riformismo radicale? www.ilbecco.it - Aprile 2015 - come risulta dalla relazione di Esteban Maito, The historical transience of capital. The downward trend in the rate of profit since XIX century, da cui Michael Roberts ha estrapolato l'esplicativo grafico che riporto, ha continuato e continua ancora ad operare. Come si può ben vedere la crisi capitalista precedente a quella del 2008 risale alla fine degli anni '60 ed è una crisi durata per tutti gli anni '70. Difficile ricondurla unicamente allo shock petrolifero o ad altri fattori che certamente operarono in maniera concomitante, ma che non furono gli unici elementi scatenanti. L'uscita da quella crisi avvenne con la preparazione del prossimo disastro, infatti, come si evince dall'andamento del tasso di profitto, la "crisi finanziaria" era già ben visibile nei primi anni duemila, sostanzialmente dovuta a "oltre un trentennio di crescita asfittica, di stentata valorizzazione del capitale, a cui si è risposto con la finanziarizzazione su larga scala" (V. Giacché, Il fallimento delle politiche di austerity europee nel contesto della secular stagnation, relazione tenuta nel seminario internazionale Riformabilità o irriformabilità del Capitalismo? La ricostruzione della sfera pubblica democratica nella crisi permanente, organizzato dalla Fondazione Basso, 19-20 febbraio 2015 a Palazzo Giustiniani). Tuttavia ciò che è importante rilevare per capire la crisi in cui siamo immersi è la ridefinizione del modello produttivo che avvenne a cavallo tra gli anni '70 e '80. Fino ad allora resse il modello del dopoguerra, basato sulla coniugazione del sistema produttivo fordista col sistema economico keynesiano: i due sistemi si reggevano a vicenda (come spiegano magistralmente R. Bellofiore e J. Halevi in La Grande Recessione e la Terza Crisi - - - della Teoria Economica, Critica marxista n.3-4 2010), dalla rottura di quel sistema di sinergie la politica economica iniziò a fare un uso distorto del keynesismo, sintetizzabile nella formulazione "keynesismo privatizzato" attraverso cui si sostanzia il neoliberismo quale "modello politico nutrito da una ridefinizione (non da una cancellazione) del ruolo dello Stato e della politica economica" (R. Bellofiore, Miseria del keynesismo, MondOperaio, 3 ottobre 2014). Il sistema produttivo subiva invece una lunga trasformazione, ancora oggi in atto, passando attraverso il toyotismo e la terziarizzazione e che a ben vedere non pare essere altro che un attacco diretto del capitale al "lavoro vivo". Se questo è il quadro generale è però necessario focalizzare l'attenzione sulla situazione politica e, nel nostro caso, facendo particolare attenzione a incardinare il ragionamento in un'ottica continentale. - Se è ormai chiaro che il processo di costruzione dell'Unione Europea non è stato il frutto di un'operazione neutrale, bensì gravido di conseguenze non solo per il contendente geopolitico caduto nell'89, ma anche per le classi subalterne che in tutto il continente hanno subito questo processo. Occorre subito smentire che le attuali politiche monetarie ultraespansive atte a ristabilire lo status quo ormai destabilizzato possano avere qualche riscontro, poiché non solo "nesQuella transizione iniziata negli anni '70 suna delle economie maggiori ha ridotto il ha compreso una serie di revisioni che rapporto debito/pil nell’economia reale", sono tuttora centrali per capire l'econo- ma all'atto pratico queste politiche "sono mia globale e i rapporti internazionali: la state di limitata efficacia dal punto di vifine degli accordi di Bretton Woods e sta della crescita e sono potenzialmente della convertibilità del dollaro in oro ri- destabilizzanti dal punto di vista finanziasultarono centrali non solo per le rio. Ma c’è di più: esse non sono neutrali né politiche del sopracitato "keynesismo pri- in termini sociali (all’interno dei paesi vatizzato" evidentemente. Infatti, come interessati), né sul piano internazionale" spiega più approfonditamente l'economi- (V. Giacché, ivi). Insomma, per dirla con sta australiano J.Halevi "il keynesismo su Einstein, si continua a voler risolvere un larga scala fu possibile solo agli Stati Uni- problema con la stessa mentalità che lo ti" che, nel caso specifico, si ha generato. E qual è questa mentalità, concentrarono su "la spesa militare che, a alla fin fine, se non quella del ciclo capidifferenza di quella sociale, non altera la talistico? struttura dell'economia" (J. Halevi, Il keynesismo impossibile, Proteo n.2-2006). Le politiche dell'Unione Europea hanno L'incremento delle spese militari ameri- agito in questo assecondando e perfeziocane negli ultimi quindici anni è nando la necessità del capitale: schizzato da 350 a oltre 700 miliardi di distruzione mirata di quel capitale in dollari (la spesa militare statunitense eccesso che impedisce al capitale stesso sotto l'amministrazione Obama è stata di valorizzarsi adeguatamente per rilievemente ridotta e ammonta lanciare i profitti. Ecco riassunti i termini attualmente a 665 miliardi, cifra che co- del ridimensionamento della bamunque rappresenta da sola il 37% della se industriale: "tra il 2007 e il 2014 spesa mondiale), arrivando a superare del 18% in Italia, in Spagna la flessione è quelle di tutti gli altri 15 principali Stati stata del 24% (-14% tra il 2010 e il messi assieme (senza contare l'incre- 2014), in Grecia del 20% (-12%), in mento imposto ai paesi Nato che si Portogallo del 6,5% (-2,5%), in Francia dell’11% (-6%)". riforniscono dagli stessi Stati Uniti). 9

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Sinistra radicale o riformismo radicale? www.ilbecco.it - Aprile 2015 Viceversa "il potenziale manifatturiero è cresciuto in Germania di quasi l’8% nel corso della crisi, con i tre quinti dell’incremento verificatisi tra il 2010 e il 2014 (+5%)" (S. De Nardis, Scenario — Potenziale manifatturiero, Nomisma, 11 febbraio 2015, riportata nella relazione di Giacché a pag. 14). Sempre dal rapporto Nomisma emerge l'impietoso confronto - riassunto nel grafico sotto riportato - tra Germania e Italia in base al quale “il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera per abitante superiore all’economia tedesca. Secondo questa misura, dunque, l’Italia era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Tale vantaggio si è annullato a metà dello scorso decennio, per la sostanziale stabilità del potenziale italiano e l’aumento di quello tedesco. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è divenuto negativo, allargandosi sempre di più nel corso degli anni, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana. La capacità manifatturiera per abitante dell’Italia è nel 2014 1,5 volte più piccola rispetto alla Germania”. Per capire il processo è quindi necessario ragionare seguendo la logica del capitale per cui non si è trattato di un fallimento generalizzato delle politiche austerity in Europa., ma di una guerra tra capitali in seguito alla crisi. La fase più acuta della crisi ha scaricato sull'impianto europeo nuove forze centrifughe in grado di destabilizzarne le fondamenta, a questo sembra opporsi proprio il nuovo governo greco che ha come principale obiettivo politico l'allentamento delle restrizioni economiche imposte dai vincoli europei. Il neo-ministro delle finanze greche Varoufakis nel suo libro più celebre (Il Minotauro globale, Asterios, 2012) oltre ad articolare una serie di acute critiche al neoliberismo, fa emergere un discorso da cui traspare l'ammirazione per il New Deal come progetto "incentrato sulla fiducia nelle possibilità di ricostituire un capitalismo “normalizzato” o “regolato”, una sorta di post-keynesismo improntato più all’egemonia globale che non alla “violenza estrattiva” dell’attuale capitalismo neoliberista" (M.Mellino, Syriza, l’Europa e la dura legge del Minotauro. Note sulla congiuntura attuale a partire da “Il Minotauro globale” di Yanis Varoufakis, EuroNomade, 24 febbraio 2015). Il neoliberismo diventerebbe così una deviazione dalla norma del capitalismo e non la sua normale articolazione odierna. La proposta Varoufakis sembra divenire più chiara se analizziamo l'ultima sua pubblicazione (Y. Varoufakis, S. Holland, J.K. Galbraith, Una modesta proposta per uscire dalla crisi dell'euro) in cui si ipotizza una correzione degli squilibri tra regioni ricche e depresse, tra stati con grandi surplus commerciali e monetari e stati con deficit crescenti, con la creazione di meccanismi istituzionali in grado di finanziare le aree impoverite con le eccedenze prodotte in quelle con più surplus. Questo vorrebbe dire intervenire nelle stesse dinamiche conflittuali da cui trae alimento il capitalismo europeo, come ha spiegato Giacché, cioè si tratterebbe di "correggere" la stessa logica del suo modo di produzione, alla cui base sta la creazione degli squilibri che attualmente minano la costruzione politica europea. Si tratta cioè di scegliere se accettare la logica europea, stabilendo la rotta di un percorso riformista e puntando così a mitigare e rendere socialmente accettabile le restrizioni, o meno, cioè rifiutare il modo di produzione capitalistico in quanto tale. La scelta è politica. Come spiega Giacché (p.18), potrebbero non bastare neanche il venir meno di due vincoli importanti come quello fiscale e quello monetario, poiché la compressione salariale perdurerebbe e, nel lungo periodo, tornerebbe ad avvantaggiare gli attori europei più forti. Insomma, occorrerebbe sviluppare un nuovo modo di produzione che permetta di plasmare una forma sociale in grado di superare il capitalismo, intervenendo non solo per cancellare i vincoli strutturali alla crescita e per migliorare la produzione (questo sa farlo anche il capitalismo in fondo), ma che sia anche in grado di socializzare investimenti, occupazione e banche. Solo strappando lo sviluppo economico alla logica del profitto privato, inevitabilmente orientato dall'anarchia della produzione in cui “il prodotto domina il produttore”, è possibile immaginare un non-capitalismo. Il resto continua ad essere ascrivibile ad un'ipotesi tutto sommato riformista, anche se radicale. N m s d n a r p a p n s e t I u q f c d g m p a p T f d t s i a s s r l s d a r r m r c 10

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www.ilbecco.it - Aprile 2015 LE BASI ASSENTI DELLA SOCIALDEMOCRAZIA DI JACOPO VANNUCCHI - REDAZIONE Nei primi due anni della crisi economica (2008-10) due elementi destarono scalpore: anzitutto, il top management di importanti players finanziari continuava a ricevere buonuscite milionarie anche in caso di forti perdite societarie. A un livello patrimoniale ancora più alto, si notò poi che la crisi non aveva scalfito i fondi degli individui più ricchi del pianeta, che anzi continuavano ad accrescersi. Questi due semplici dati esemplificano le nuove esigenze del capitale nella società terziarizzata. I servizi, infatti, sono contraddistinti da una crescita di produttività inferiore a quella registrata dalle attività manifatturiere (si pensi, ad esempio, alla crescita di produttività di un suonatore di orchestra o a quella di uno psicologo). La dinamica dei salari nei settori a maggiore crescita produttiva, tuttavia, produce un effetto di trascinamento anche nei servizi: in questo modo il profitto tende al ristagno. Tra i punti di frattura della società fordista Pasolini metteva in luce la differenza (e la separazione de facto) tra sviluppo e progresso, cioè tra crescita materiale e dei consumi e crescita ideale e sociale. Con ciò egli dava per assunto che il profitto potesse essere sì svincolato dal progresso, ma non dallo sviluppo. Oggi, invece, anche questo rapporto si è molto allentato: il capitale, per aggirare la malattia dei costi dei servizi, tende a sganciare il profitto dalla crescita economica. Ciò può avvenire tramite una elevata finanziarizzazione dell’economia e la realizzazione di plusvalore grazie a mere operazioni di speculazione oppure di fusioni e acquisizioni. Questo cambiamento negli orientamenti del DEL BECCO duzione reale alla produzione finanziaria, e il luogo decisionale politico da istituzioni nazionali elettive a sovra-nazionali non elettive, questa peculiare ristrutturazione capitalistica ha indebolito non solo il peso contrattuale dei lavoratori ma anche, di riflesso, l’autorità di mediazione che ne derivava alla socialdemocrazia. Il caso estremo è quello britannico, in cui si aveva l’esigenza di annientare il forte potere di ricatto sindacale verso i governi accumulatosi nel corso degli anni. L’insostenibilità dell’aumento salariale pena la svalutazione della sterlina aveva portato a grandi momenti di conflittualità (sciopero dei marittimi per sei settimane nel 1966, dei minatori per sette settimane nel 1972 e per sedici settimane nel 1974, di varie categorie nel corso dell’inverno 1978-79) che i laburisti non si erano rivelati in grado di contenere, pur essendosi proposti come i migliori candidati a questo scopo per tutto il periodo 1969-79. L’esito del durissimo scontro tra il governo conservatore e i sindacati negli anni ’80 è cosa nota. In questa fase furono quindi tagliate le basi della socialdemocrazia tanto nell’infrastruttura industriale quanto nell’azione politica. Aderendo però al paradigma neo-liberale, negli anni ’90 i partiti socialdemocratici furono in grado di esercitare un breve revival, ancora una volta presentandosi come i garanti del profitto più il salario (ad esempio ricorrendo, nel caso di Blair, all’aumento del salario minimo). Sorge a questo un punto una ulteriore contraddizione: per essere in grado di adempire al proprio compito, la socialdemocrazia non può che trasformare il mercato del lavoro eliminando così le basi stesse della propria interpretazione del reale. capitale interroga di necessità la socialdemocrazia e il ruolo, riconosciutole nel fordismo postbellico, di organizzatrice corporativa degli interessi. La ragion d’essere della socialdemocrazia era cioè quella di saper trovare il giusto equilibrio tra profitto, imposizione fiscale, spesa pubblica, pace sociale (ottenuta questa tramite l’erogazione di servizi come sanità, assegni sociali, lavoro sia nel settore pubblico sia incentivato con fondi pubblici). Tale impostazione da un lato aveva come prerequisito una costante crescita economica, dall’altro gestiva corpi sociali di massa inquadrati in contesti lavorativi di massa e dotati di identità di massa. Al rallentamento della crescita dopo gli anni ’70 il capitale ha risposto abbandonando il compromesso socialdemocratico fondato sull’obiettivo della piena occupazione, concentrandosi invece sulla difesa del valore della moneta e riscoprendo, per la prima volta dopo il crollo del 1929, la speculazione di Borsa. Dopo un quarto di secolo di crescita, l’indice Dow Jones si era avvicinato a quota mille nel 1966, oscillando al di sotto di tale soglia fino al 1982. In seguito, anche grazie agli immensi profitti realizzati grazie alle riforme fiscali (nel corso dei suoi due mandati Reagan abbassò l’aliquota marginale della corporate income tax dal 46 al 40 al 34%, introducendo scaglioni più alti con prelievo inferiore), il DoJ crebbe in modo pressoché ininterrotto fino al 2001, quando superò gli 11.000 punti. Da allora bolle finanziarie e nuove tempeste si sono abbattute sul mercato, rallentando la crescita “drogata” dalla finanza. Nel trasferire il luogo del profitto dalla pro- 11

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Le basi assenti della socialdemocrazia www.ilbecco.it - Aprile 2015 Nell’Europa occidentale dopo il 1989 le più importanti riforme in direzione della creazione di lavoro a tempo determinato, con bassi salari e bassa copertura contributiva, sono state prodotte da governi a direzione o partecipazione socialdemocratica. Si veniva così ad operare, però, una sostituzione generazionale che avvicendava a lavoratori-massa (identificati in corpi sociali e politici di riferimento) lavoratori “liquidi”, tali non solo per la volatilità del rapporto di lavoro, ma per l’incertezza che ne veniva riflessa sulle loro vite. L’incapacità di poter progettare il proprio futuro già al termine degli studi e il costante forzato rinvio di scelte quali l’acquisto di una casa o il matrimonio hanno contribuito, assieme ai trend del consumo, a produrre identità liquide. Tali nuove identità sono derivate anche dal mutamento della stessa organizzazione tecnicoproduttiva del lavoro. Non solo la crescente digitalizzazione della tecnologia ha consentito una personalizzazione spinta della propria esperienza privata in termini di consumo e/o di rapporti con il mondo esterno (cerchia di amicizie, ecc.) i quali, con la destabilizzazione del rapporto di lavoro, vengono ad interessare una quota maggiore della vita individuale. Anche nel lavoro, si assiste del resto al replicarsi dell’influsso dell’organizzazione produttiva sull’organizzazione politica. Un’attività lavorativa esperita alla catena di montaggio di una grande fabbrica si riflette nell’individuazione delle assemblee di massa quale momento deliberativo e di confronto politico. Allo stesso modo, un lavoro esercitato per mezzo di un computer favorisce l’esercizio della deliberazione e del confronto su reti virtuali che prescindono anche dalla presenza fisica. Infatti il computer è in realtà già sorpassato come tecnologia di riferimento: la messaggistica istantanea svincola la comunicazione elettronica permanenza in un dato luogo. dalla no poi in odiose discriminazioni fino alla loro abolizione nel 1992. C’è infine una ulteriore contraddizione che erode alla base il ruolo della socialdemocrazia e che mina intimamente la sua autorappresentazione come garante del sistema capitalista. La fluidità delle identità individuali non è solo una conseguenza della destabilizzazione dell’identità lavorativa: è anche un mezzo di cui il capitale si serve per calmierare l’insoddisfazione sociale, è in certa misura il moderno oppio dei popoli. Si è assistito negli ultimi anni a una generale ondata di libertarismo per ciò che riguarda la vita sessuale: restando al caso italiano, ancora nel 2007 la protesta dell’Arcigay, che chiedeva il matrimonio omosessuale in luogo dei Di.Co., poteva apparire una arrogante pretesa. Oggi il tema del dibattito, non solo in Italia. si è spostato molto più in avanti, con madri surrogate, scambi di embrioni, impianto di spermatozoi di uomini deceduti da anni, suggerimenti di regolarizzare l’incesto tra consenzienti. La sola analisi critica di questo libertarismo è venuta dallo stesso organismo che ha tentato di opporsi a tutte le transizioni dai valori reazionari ai valori libertari, ovvero la Chiesa cattolica: il presidente della CEI, cardinale Bagnasco, ha ammonito che il fine della diffusione del libertarismo è la divisione delle società in modo che i potentati finanziari possano più agevolmente dominarle; il segretario generale CEI, monsignor Galantino, ha osservato che i desideri, seppur legittimi, non costituiscono diritti e che «il desiderio dell’individuo non può essere la molla della Storia». Su questi temi l’apporto dei socialdemocratici si è rivelato assai carente, non schierandosi con le osservazioni della Chiesa ma tradendo del resto una certa impreparazione nell’aderire La fluidità/instabilità della condizione lavorativa, sia in termini contrattuali sia in termini operativi, ha fluidificato/destabilizzato anche il momento della coscienza ideale. Per quanto riguarda l’identità politica, i cambiamenti nel mercato del lavoro — favoriti spesso dalle forze socialdemocratiche — hanno portato in direzione della fine del voto di appartenenza e verso il voto di opinione o il voto di istinto. Una lettura adeguata delle “nuove identità di lavoro” è mancata tanto nei partiti quanto nelle organizzazioni sindacali: si pensi alla Cgil e alla scelta di creare una federazione ad hoc, identificando come punto di separazione non il settore produttivo ma la tipologia contrattuale — primo passo verso la degenerazione in sindacato corporativo. La lettura del fenomeno è stata cioè esercitata sulla base delle categorie del vecchio modello, causando un corto circuito interpretativo e conducendo a deduzioni sbagliate: ad esempio, che il sindacato, in quanto tale, fosse ipso facto effettivamente rappresentativo dei lavoratori “atipici”. Richiamandoci ai termini di Lukács, quindi, non solo si è fatto corrispondere la coscienza attribuita, idealmente incarnata dal sindacato, con la coscienza psicologica realmente operante nei lavoratori: ci si è anche ingannati su quale fosse in realtà questa coscienza attribuita. Essa corrisponde certamente alla causa dell’avanzamento del lavoro, ma questo non sempre si esercita nelle stesse forme: ad esempio la legge Le Chapelier emanata dai rivoluzionari nel 1791, che scioglieva gilde e corporazioni, fu impiegata nell’Ottocento per impedire la formazione di sindacati; gli accordi aziendali sui closed shops, che identificavano rapporto di lavoro con adesione al sindacato, nati come forma di autodifesa nella Gran Bretagna dell’Ottocento si trasformaro- 12

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Le basi assenti della socialdemocrazia www.ilbecco.it - Aprile 2015 sbrigativamente a un movimento che essi sembrano costretti a identificare come progressista ma di cui non colgono il senso profondo e le implicazioni sui rapporti sociali e la coscienza collettiva. È utile, ancora, occuparci del caso di studio più marcato, quello in cui più decisamente la socialdemocrazia ha assunto nel proprio programma il libertarismo sessuale: la Spagna di Zapatero, in cui la diffusione e promozione di tale coscienza per via legislativa ha gettato i germi della ribellione giovanile contro lo stesso Psoe e dell’afflusso in massa al ribellismo di Podemos. Siamo, in fin dei conti, di fronte all’aggiornamento della strategia di desublimazione repressiva che Marcuse riteneva posta in essere dal capitale dopo il Sessantotto (e cos’altro sono gli indignados se non l’ennesima rivolta viscerale di chi ha “aspettato” la crisi economica per indignarsi?). Alle nuove forme di lavoro le socialdemocrazie non sono state in grado di fornire risposte, quali che esse fossero, intendendo per risposte un programma frutto di una analisi economica del fenomeno organica e congruente con il ruolo e l’ideologia socialdemocratiche (la rappresentanza del mondo del lavoro ai fini di un arbitrato politico degli interessi). Prive di un simile riferimento, queste masse sono rimaste allo stato informe in cui esse nascono nel magma della società civile. Il primo stadio di agglomerazione oltre questo magma, nonché il maggiore in assenza di inquadramento politico, è costituito dalla legge. A seconda del riconoscimento e della tutela che nei vari contesti la legge assegna al lavoro precario/flessibile (a seconda, cioè, di dove si colloca l’asticella lungo lo spettro precarietà/flessibilità), queste masse si sono indirizzate verso corrispondenti mete politiche: l’astensionismo come riflesso di una percezione di estraneità totale; il fascismo come volontà di distruzione sociale; il populismo, come rivolta di pancia priva di coscienza politica ed anzi, al pari del fascismo, funzionale a rafforzare l’oppressione; scelte liberali laddove esistano sistemi sociali e forze politiche che conciliano la flessibilità lavorativa con una vita sostenibile. Una rara risposta diretta è venuta in Italia dal Partito Democratico, il quale occupa lo spazio politico che in quasi tutte le altre nazioni europee è occupato dai socialdemocratici, ma che socialdemocratico non è. In particolare la segreteria Renzi, più delle precedenti, sembra aver còlto il tratto di passaggio da un modello produttivo fondato sulla centralità del lavoratore dipendente a tempo indeterminato ad uno in cui invece sempre maggiore è il ricorso a contratti “atipici”. L’emergere dell’operaio-massa e il declino dell’operaio specializzato semi-artigiano significarono in un primo momento un forte calo del costo del lavoro per l’elementarità delle mansioni (e quindi delle competenze) richieste e per il vasto esercito operaio così a disposizione. Questa nuova condizione, inizialmente favorevole al capitale, non portò con sé la sparizione del lavoro come attore politico, come la storia dei decenni successivi si incaricò di dimostrare. Il corporativismo dei sindacati di mestiere, ove presenti come nel mondo anglosassone, fu progressivamente superato da una rappresentanza economica e politica delle nuove tipologie di lavoro. L’impianto concettuale fondamentale del Jobs Act è proprio questo: la scelta di concentrare la rappresentanza politica sul lavoro tendenzialmente a tempo determinato, sfavorendo invece i rapporti di lavoro tendenzialmente a tempo indeterminato. L’avverbio tendenzialmente si richiede perché in entrambi i casi si parla di orizzonti e dinamiche di fondo più che di ferree realtà di fatto. Nella sua innovativa lettura del lavoro la gestione Renzi, rispetto alle precedenti del Partito Democratico, è stata forse facilitata dalla crisi, che per definizione offre grandi opportunità e vasti spazi di manovra: l’elemento determinante è stato però la scelta di usare questo spazio per implementare una interpretazione nuova. La debolezza del sindacato sulla controversia del Jobs Act riflette un indebolimento non tanto del lavoro quanto della capacità rappresentativa delle sue organizzazioni e il loro conseguente slittare verso un’attività di tutela dei soli iscritti. - - - - - - - - - - MARTIN SCHULZ E I SELFIE FOTO RIPRESA LIBERAMENTE DA INSTAGRAM.COM/PES_PSE/ 13

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www.ilbecco.it - Aprile 2015 ULTIMA POSSIBILITÀ IN PORTOGALLO? ARTICOLO Tra il 14 settembre e il 14 ottobre 2015, data definitiva ancora da scegliere, si voterà per rinnovare il parlamento portoghese - nella nazione lusitana vi è una sola camera di 230 deputati eletti con sistema proporzionale - a quel punto, a seconda dei risultati potrebbe nascere un governo di coalizione o monocolore, ipotesi quest'ultima molto difficile, almeno da quanto indicano i sondaggi fino ad ora. Il grande favorito alle legislative di autunno è il PS (Partido Socialista) di António Costa, già Sindaco di Lisbona, si è dimesso poche settimane fa, dopo aver vinto le comunali nel 2013 per la seconda volta consecutiva. Le dimissioni arrivano per concentrarsi, come ha dichiarato lo stesso Costa, esclusivamente a livello nazionale e preparsi nel migliore dei modi al prossimo appuntamento elettorale. António Costa è diventato segretario del PS, dopo aver battuto alle primarie il precente dirigente nazionale dei socialisti António José Seguro, alla fine di settembre dello scorso anno. L'attuale leader, ha voluto fermamente le primarie, dopo i risultati delle scorse elezioni europee del 2014, dopo che il Partito Socialista, accreditato tra il 35 e il 38%, non è andato oltre il 31, 49% dei voti. Se per Costa, 54 anni, l'ambizione è quella di riportare i socialisti al potere e diventare primo ministro, non può essere considerato certamente il “nuovo” in politica, fin da giovane infatti ha militato nel Partido Socialista e ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale e internazionale. È stato eletto europarlamentare nel 2004, in quell'occasione la forza socialdemocratica arrivò a prendere il 44,53% dei consensi. “Non credo si posso parlare di socialdemocrazia, o meglio lo si può fare se s'intende quella che abbiamo DI DANIELE COLTRINARI - SOSTENIAMOPEREIRA.ORG visto all'opera negli ultimi 20-30 in anni a livello europeo”. Goffredo Adinolfi, ricercatore italiano in sociologia politica vive da anni Portogallo e collabora con il Manifesto - mi spiega che all'orizzonte, anche dovesse vincere il PS, non s'intravedono essenzialemente grandi cambiamenti nella politica portata avanti negli ultimi anni dal governo di centro destra, l'Aliança Portugal formato dal Partido Social Democrata (PPD / PSD) e dal suo alleato minore, Centro Democrático Social-Partido Popular (CDS-PP), formazione più a destra del PSD e di matrice cattolica-conservatrice. Tra le diverse possibilità che si prospettano a seconda di come saranno i risultati delle prossime elezioni nazionali, vi sono diverse ipotesi riguardo la formazione di un possibile governo. Ovviamente mancano ancora diversi mesi all'appuntamento elettorale, tuttavia in Portogallo, a meno di accellerazioni clamorose, i processi sono lenti e vengono mediati da più parti. Si possono quindi prevedere alcuni scenari possibili. Una prima ipotesi è quella di un governo denominato “Bloco central”, ovvero una grande intesa tra il PSe il PSD, se i due partiti non dovessero essere in grado di ottenere da soli una maggioranza parlmentare. Non sarebbe la prima volta, è successo già nel 1983. Unica esperienza al riguardo e mai ripetuta, durò poco più di due anni. In quell'occasione il PS aveva vinto le elezioni ma senza una maggioranza che gli consentiva di governare da solo. António Costa ha già espresso pubblicamente più volte che non intende governare insieme al centro destra o co- munque con il maggior partito di quell'area, ovvero il PSD. Alcuni osservatori, maliziosamente, fanno intendere che l'alleato che potrebbe garantire la maggioranza in parlamento potrebbe essere il CDSPP, in questo caso nascerebbe un governo rosè-bianco spostato in alcuni suoi aspetti su posizioni moderate e cattoliche - conservatrici. Questa soluzione è tuttavia azzardata, non è da escludere ma al momento scommettere su questa ipotesi pare assai improbabile. Un'altra possibilità sarebbe invece quella di chiedere al Presidente della Repubblica (in Portogallo è eletto direttamente dai cittadini, a gennaio 2016 sono previste nuove elezioni e si discute già sui possibili candidati) la formazione di un governo di minoranza. Se il PS non dovessere raggiungere i voti necessari per formare un governo monocolore per ottenere la maggioranza assoluta serve più o meno il 40% di consenso dei votanti - un risultato che sembra difficile in questo momento, potrebbe tentare questa strada. L'ultimo governo socialista, quello di José Sócrates (dal 2009 al 2011) è stato di minoranza, ovvero, si doveva trovare ogni volta una maggioranza parlamentare per approvare una legge. Sócrates, già primo ministro dal 2005 al 2009 (in quel caso aveva portato il PS per la prima volta nella sua storia alla maggioranza assoluta, formando un governo monocolore con il 45% dei consensi ottenuti in quelle votazioni) si è scontrato con le difficoltà che un governo di minoranza deve affrontare ogni giorno in parlamento. C'è da aggiungere che si è dimesso nel marzo del 2011 dopo 14

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Ultima possibilità in Portogallo? www.ilbecco.it - Aprile 2015 non essere riuscito a far approvare una riforma che prevedeva tagli e risparmi, la cosidetta PEC IV, una soluzione “socialdemocratica” alle richieste europee, possiamo definirla così, nei confronti dei mercati di quel periodo che conosciamo bene anche noi, dopo aver sentito tante volte la parola spread e averlo vissuto anche in Italia. Bocciato il PEC IV, a quel punto è arrivata inesorabilmente la Troika. Non è stato menzionato fino ad adesso il PCP (Partido Comunista Português) come possibile alleato di governo, perchè se accreditato fino ad oggi di un 10%, sembra davvero impensabile che possa trovare un eventuale accordo di governo con il PS. Anche il Bloco de Esquerda, formazione che fino a qualche anno fa raggiungeva quasi il 10% e che da tempo è ormai in crisi, accreditato tra il 3 e il 5% alle prossime elezioni, non sembra in grado di trovare una possibile intesa con il PS. Nato nel 1999 da diversi gruppi di sinistra, anche da una piccola componente proveniente dal Partido Comunista, non è l'unica formazione esistente appartenente ai partiti e ai movimenti a sinistra del PS. Negli ultimi tempi sono nati altri soggetti come Livre/Tempo de Avançar, AG!R e Juntos Podemos. Tutti e tre sperano di entrare in parlamento, anche Juntos Podemos - la versione portoghese di Podemos non sembra per il momento riscuotere molto consenso - avrà le sue difficoltà, perchè se il sistema è proporzionale, si basa tuttavia con l'elezioni dei deputati, attraverso delle collegi, utilizzando il metodo D'Hondt e favorendo di conseguenza i grandi partiti. Un'altro aspetto da considerare nel contesto portoghese è il tasso di astensione molto elevato. Se analizziamo le politiche nazionali del 2011 l'affluenza è stata pari al 58,03% dei votanti, ancora peggio alle scorse elezioni europee del 2014, sono andati alle urne solo il 33,67% degli aventi diritti al voto. Questo significa che se c'è uno spazio dove poter attingere dei voti, tuttavia nessuno è riuscito fino ad adesso a utilizzare questo serbatoio elettorale. Ci sono stati due movimenti nati dal basso, la Geração à Rasca e ancora più recentemente Que se lixe a troika che hanno portato in piazza negli ultimi anni migliaia di portoghesi. Tuttavia non sono riusciti a sviluppare un movimento che potesse portare in parlamento le loro istanze di cambiamento, come la necessità di creare nuovi posti di lavoro e di lottare contro la precarietà diffusa nel paese. D'altra parte, nessun partito dell'arco costituzionale è riuscito, se non in minima parte, a intercettare i voti di protesta e di chi non si sente rappresentato da nessun soggetto politico. È in questo quadro che il Partito Socialista si appresta a vincere le elezioni, o almeno così sembra; il modello socialdemocratico portoghese non è andato in crisi, almeno nel rapporto di fiducia con i suoi militanti e i suoi simpatizzanti. Tuttavia non basterà una vittoria del PS, anche se dovesse essere maggioritaria e dar vita a un governo monocolore, per poter sostenere che la socialdemocrazia non è in crisi, ne tanto meno sia in agonia o morta definitivamente. Saranno le scelte politiche intraprese da un eventuale governo socialista che dimostreranno cosa sia il PS portoghese del XXI secolo. Nel caso invece si dovesse formare un governo di larghe intese, chiamato qui “Bloco central” come già detto, oppure un'allenza con uno dei partiti vicini alle attuali politiche di austerity europee, probabilmente, potrebbero allora nascere anche qui, fenomeni simili a Syriza, Podemos o Movimento Cinque Stelle. Se il Portogallo è una paese ultrasecolare, dove spesso i cambiamenti hanno bisogno di mediazioni trasversali e lenti, tuttavia si respira da diversi anni un insoddisfazione generalizzata nei confronti della politica da parte dell'opinione pubblica. Forse è davvero l'ultima occasione per la socialdemocrazia portoghese. - - - - - - - - - ANTÓNIO COSTA - FOTO LIBERAMENTE RIPRESA DALLA PAGINA FACEBOOK "PARTIDO SOCIALISTA - SEDE NACIONAL" 15

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