Echi dalle Terre Sommerse, anteprima

 

Embed or link this publication

Description

I primi due capitoli del mio romanzo fantasy "Echi dalle Terre Sommerse"

Popular Pages


p. 1

FEDERICA LEVA 58

[close]

p. 2

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE In omaggio, l’inizio della trilogia fantasy La saga del Rinnegato – vol 1 – ECHI DALLE TERRE SOMMERSE Sereture Edizioni Il romanzo è disponibile sia in cartaceo sia in ebook 59

[close]

p. 3

FEDERICA LEVA Ascolta, uomo di Dio, non è una profezia! La ruota del Karma gira per un suo fine, non per cospargere d’oscuri enigmi il cammino dei mortali e degli Dèi. Il tempo è un cerchio infinito, e ciò che era antico si ripeterà. Un dio dal nome dimenticato Tuonerà la sua aspra vendetta e il sangue del sacro sangue gli camminerà incontro. Come nei tempi perduti tremeranno le terre, si sfalderanno le costellazioni e dal letto degli abissi si solleveranno gli oceani. Allora, dai Sacri Cerchi anche gli Dèi si affacceranno attoniti e per il mondo sarà o leggenda o eterno oblio. (Tratto dai Codici Drom del tempio di Envles’tin, Rovanea) 60

[close]

p. 4

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE PARTE PRIMA Anno 3345, secondo il Calendario dei Sacerdoti del Tempio del Dio Ályshan. Arcipelago di Elvaner, in Misrenea, Mese delle Verdi Gemme, Primavera. 1 Sapeva che suo padre si sarebbe irritato, se l’avesse saputo, ma quel pomeriggio il richiamo delle placide acque del mare, quasi immobili davanti al promontorio dell’isola, lo attraeva più che mai. Una decina di giorni prima c’era stata una piccola scossa di terremoto e Tresan sperava che qualcosa si fosse smosso sul fondale, riportando sopra la sabbia qualche vestigia dell’antica città che giaceva là sotto da tempo immemore. In verità, nessuno credeva che quei blocchi di pietra fossero i resti di una civiltà senza nome e forse lui era il solo a pensarlo, ma non 61

[close]

p. 5

FEDERICA LEVA gl’importava. Anche se aveva solo tredici anni, non appena ne aveva l’occasione sfuggiva alla sorveglianza di suo padre, Aldric Hardan, Sopracavaliere delle isole di Elvaner, e correva giù alle spiagge per tuffarsi fra le onde, inventandosi storie fantastiche sugli abitanti di quelle rovine e su come fossero morti. Il sole era appena sospeso sopra un isolotto lontano, pallido fra la bruma biancastra dell’orizzonte, quando Tresan s’immerse nell’acqua fredda. Con ampie bracciate, raggiunse il punto in cui erano distese le spoglie della città. Le aveva scoperte due anni prima, quando gli avevano detto che nessuno andava mai a nuotare sotto il promontorio, perché era maledetto. Neppure i pescatori passavano con le lampare, di notte, e quei pochi che avevano osato sfidare le leggende erano rientrati raccontando storie di volti spettrali che emergevano dalle onde e di voci che sibilavano nel vento. Ribellandosi al divieto di suo padre, Tresan si era fatto accompagnare in barca da un pescatore a poco più di un centinaio di braccia dalla riva e si era tuffato fra i ruderi di quella che un tempo sembrava essere stata una scalinata di sasso. Pazzo di gioia, si era aggirato fra le rocce fino a quando aveva avuto fiato, certo di trovarsi fra le mura di una città dimenticata. L’eccitazione di quella scoperta era stata mitigata dalla collera di Aldric, che quella sera l’aveva atteso sul portale del palazzo assieme ad Ar, il suo servo personale, battendo sul palmo della mano una sferza di 62

[close]

p. 6

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE corda. «Cosa volevi dimostrare, scellerato?» aveva tuonato. «Se oserai addentrarti in mare ancora una volta senza il mio consenso, ti spedirò in miniera, te lo giuro sulla memoria di tua madre! Ho già abbastanza grattacapi senza dovermi curare anche delle tue pazzie!» Ma anche se la parola del Sopracavaliere era legge, sulle isole, e Tresan ambiva a soddisfare il padre più d’ogni cosa al mondo, né i dieci colpi di frusta che Ar gli aveva inferto né quella minaccia avevano potuto impedirgli di ritornare a visitare la città sommersa, nei due anni a seguire. Quel pomeriggio, Tresan rimase in acqua solo per pochi minuti. Nonostante la terra avesse tremato, nei giorni precedenti, non vide nulla di diverso dal solito. Le rocce e i colonnati spezzati, ricoperti da alghe e coralli, erano sempre gli stessi. Non c’erano neppure nuove fratture, sul fondale, e fra i ricci di mare non era emerso nessun coccio da studiare. Peccato. Risalì fra le onde e, mentre riprendeva fiato, i venti pungenti di primavera gli colpirono le spalle bagnate, strappandogli un brivido. Era stato incosciente a entrare in mare, quel giorno. Faceva freddo e prima di ritornare a casa avrebbe dovuto risalire al tempio della Dea Melyss per asciugarsi i capelli e cospargerli con il balsamo al gelsomino dei monaci. Se suo padre si fosse accorto che erano inzuppati di acqua salata, non avrebbe faticato a capire dov’era andato, e il 63

[close]

p. 7

FEDERICA LEVA suo servo personale gli avrebbe consumato la schiena a forza di sferzate. Senza perdere altro tempo, inghiottì un generoso fiotto d’aria e ritornò sul fondale. Le ombre dei massi lo accolsero con un abbraccio benevolente e silenzioso. Chissà com’era vivace questa città, quand’era popolata da uomini e donne! fantasticò. Era grande, di sicuro, e sorgeva su un colle. Tutte le grandi città sorgono su un colle. Scese a sfiorare con la mano una roccia dalla vaga forma d’aquila. Qui sorgeva il palazzo reale, e l’aquila era il suo simbolo. Era senz’altro così. Dopotutto, Elvaner fa parte dell’Arcipelago dell’aquila… Aveva ancora un po’ di fiato e, passando attraverso un banco di castagnole, si spinse laddove il fondale s’inabissava a picco e l’acqua s’intorbidiva, celando il fondo allo sguardo. Si avvicinò ad alcuni massi che forse un tempo erano stati una casa o parte del palazzo reale, ma non osò addentrarsi fra le alghe che si dondolavano nell’oscurità. Di tutto quello che è stata questa città, un tempo, non rimane più nulla. Quanti dolori, quante speranze e risa sono svaniti nell’oblio! Che senso ha vivere, se non si lascia nemmeno una traccia di quel che si è stati, dietro di sé? Ormai sentiva d’aver bisogno di respirare e accennò a risalire, quando vide qualcosa luccicare fra la rena. La raccolse nel pugno e con poche, rapide bracciate riemerse fra le onde. Non seppe cosa avesse recuperato fino a 64

[close]

p. 8

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE quando non raggiunse la spiaggia. Allora gettò all’indietro i lunghi capelli bagnati e lo guardò: era un pezzo d’oro in cui era incastonato un piccolo smeraldo. Sotto, s’intravvedevano gli svolazzi di una runa. Mentre lo teneva fra le mani, fu investito dalla consapevolezza di sapere cosa fosse e a chi appartenesse. Scorse il volto di un uomo dalla pelle bronzea, con lunghi capelli neri e vividi occhi verdi, e un altro deformato dalla malvagità e appesantito da folti riccioli rossi. Gli parve di sfiorare i loro nomi e la loro storia, ma un attimo più tardi quella cognizione svanì. Nascose il reperto nella tasca della casacca, si rivestì e, assicurandosi al fianco la spada da allenamento, s’inerpicò sul sentiero che conduceva al tempio. Come si aspettava, i monaci lo accolsero con gentilezza e gli offrirono uno sgabello accanto al fuoco della cucina. Dopo essersi sistemato i capelli, uscì nel giardino della Dea. Non era tardi, e si recò sul promontorio a rendere omaggio a una tomba che, si raccontava, custodiva le ossa di un re morto prima della comparsa degli arcipelaghi, oltre diecimila anni prima. Di quel re non si sapeva molto, eccetto che era stato un barbaro dalla pelle ambrata, morto schiavo e maledetto dai suoi Dèi. Secondo suo padre non era un Elvaneriano, e forse non era mai esistito, ma a Tresan piaceva credere che le sue spoglie riposassero nell’ombra del grande albero dei rosari, sulla sommità della collina. Attraversò un masso piatto, disteso su un 65

[close]

p. 9

FEDERICA LEVA fiume di pietrisco colorato, e si fermò davanti a un semplice sepolcro di pietra. «Salute a te, Uomo d’Ambra» lo salutò, chinando il capo. «Sono stato nella tua città e ho trovato qualcosa che forse ti apparteneva, quand’eri in vita» Aprì la mano, e lo smeraldo lampeggiò al sole morente. Rimase immobile, in attesa che si compisse un prodigio, ma nessuno spirito emerse dalla pietra, rievocato dai resti di quel gioiello. Tresan sospirò. Si sentiva sciocco a sognare a voce alta, ma non poteva essere un caso che i monaci ospitassero il corpo di un antico sovrano e che davanti al tempio giacessero i resti di una città sommersa. Una città aveva sempre bisogno di un re e l’Uomo d’Ambra lo era stato, quando le terre erano ancora unite e gli arcipelaghi non erano ancora sorti dai mari. «Eri tu il sovrano delle terre che ora giacciono fra la sabbia e i pesci balestra, o spirito antico?» Sì, doveva essere così. Un fruscio alle sue spalle lo fece voltare, e un novizio del tempio gli sorrise da dietro un cespuglio di oleandri. «Parlate con i vostri morti, giovane Tresan?» lo canzonò, avvicinandosi. Tresan strinse le labbra, a disagio. «Questo morto è anche vostro, Mahair» si difese. «Siete voi monaci a giurare di ospitare quello che resta del Re d’Ambra. Io mi fido della vostra parola.» Mahair rise. «Se fosse davvero tanto importante, lo 66

[close]

p. 10

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE conserveremmo in una teca» gli fece notare. «Ma questa vecchia tomba attira ancora qualche pellegrino, di tanto in tanto, e noi siamo grati per gli oboli che riceviamo in suo nome.» Tresan lo fissò con odio. Come poteva, un uomo della Dea, macchiarsi di spergiuro e deridere così apertamente la devozione dei fedeli? «L’Abate Valjr sostiene che qui giaccia il Re d’Ambra, ed io gli credo!» s’infuriò. «L’Abate non mente!» «No, naturalmente» Il novizio nascose le mani nelle ampie maniche del saio e s’inchinò. «Perdonatemi, se vi ho offeso, mio principe. Restate pure a pregare fino a quando vorrete. Che la dolcezza della Dea scenda sul vostro cuore e sui vostri pensieri. Addio.» Si allontanò a capo chino, ma a Tresan non sfuggì l’ombra divertita che gl’increspava le labbra. Nel seguirlo con lo sguardo, mentre svaniva fra i cespugli fioriti, strinse lo smeraldo con tanta forza da ferirsi il palmo con una slabbratura dell’oro. Ma quasi non se ne accorse. «Non ascoltarlo!» disse con foga alla tomba. «Io credo in te. E credo che tu sia stato il re della città sprofondata nel mare, qui davanti. Uno dei suoi re, perlomeno.» S’inginocchiò, e ripulì il sepolcro da alcune foglie cadute dall’albero dei rosari. «Di te si parla nelle leggende, e le leggende raccontano sempre qualcosa di vero» riprese. «I bardi cantano del coraggio con cui hai sfidato una divinità crudele, prima di 67

[close]

p. 11

FEDERICA LEVA morire. È vero? Cos’è successo, fra te e il tuo dio?» Si fermò per un istante, attendendo una risposta, che non venne. «Si dice che quel dio ti abbia maledetto per la tua audacia, per questo ti chiamano il Maledetto o il Rinnegato. Ma per me sei un eroe. Sono così onorato di averti sulla mia umile isola! E se davvero sei vissuto qui, forse…» La voce gli si spezzò dall’emozione. «Forse siamo legati da un vincolo di sangue» Anche le mani gli tremarono. «Eri forse un mio avo, o re?» Era un pensiero che lo eccitava da tempo, ma non aveva mai osato dar voce alla sua speranza. Se la città sommersa era appartenuta al Re dalla pelle d’ambra, non era improbabile che in qualche modo fossero uniti da un legame di parentela. Io, discendente di un uomo che vive nella leggenda! No, ora sto correndo troppo, con i sogni! Ma era esaltante sperare di possedere il sangue di un antico re; e, se aveva ragione, doveva tributargli le preghiere riservate agli Antenati. Aprì le braccia e fissò il mare, laddove giacevano i resti della città sepolta. «Proteggimi e benedicimi, Spirito Buono» invocò. «Sorveglia il mio passo, affinché non debba mai cadere, rinforza il mio braccio, perché possa sostenere i più deboli, e dona saggezza alla mia bocca, cosicché possa pronunciare solo parole care agli Dèi» Si baciò due dita e le posò sulla pietra. «Per il mio sangue, che discende dal tuo, addio.» Dal tempio risuonarono i gong della sera e Tresan si alzò 68

[close]

p. 12

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE senza indugiare. Doveva correre a casa e, se fosse stato abbastanza veloce, avrebbe evitato ancora una volta la sferza dei servi di suo padre. *** Il Drangor Volèn lo aspettava, ombra fra le ombre della sera, nel boschetto che abbracciava il palazzo del Sopracavaliere Aldric Hardan, un’antica fortezza arroccata su una collina che dominava l’isola di Elvaner, a nord est del vasto Arcipelago chiamato Misrenea. Lo sentì avvicinarsi di corsa, con passo troppo pesante per essere un buon corridore, ma agile e scattante come una pantera. Gli parve di vederlo risalire il sentiero, lasciandosi alle spalle la sacra collina della Dea Melyss, come se avesse avuto ancora il perduto dono della Vista. Poi lo scorse davanti a sé, i lunghi capelli trattenuti da un legaccio di cuoio, simili a una fiamma scura, e si ritrasse dietro a un albero, svanendo nel verde fosco dei rami bassi. Tresan non lo notò. Ombreggiato dal crepuscolo, spingeva i passi affaticati verso la fortezza nascosta nell’intrico degli alberi. La pesante spada legata al fianco gl’intralciava i passi, ma non cedette all’impulso di scioglierla dalla cintura per lasciarla cadere a terra e con uno slancio finale si inerpicò sull'ultima rampa. Rallentò soltanto quando la boscaglia si aprì sulla sommità della collina, mostrandogli il palazzo del padre. Allora si 69

[close]

p. 13

FEDERICA LEVA concesse un sorriso e si passò un braccio sulla fronte sudata. «Pure gli Shelavin gloriosi avrebbero ceduto la strada al Re d'Ambra, il Maledetto dagli Dèi» citò una voce, alle sue spalle. «E come lui, giovane guerriero, hai sfidato e vinto il vento.» Tresan si volse di scatto, e l’uomo emerse dalle querce lasciandosi l’oscurità alle spalle, come un lungo manto ornato di fronde verdeggianti. Era alto e robusto, e vestiva di cuoio nero. Non era più giovane. Nei capelli brizzolati brillavano gocce di luce argentea inventate dal vespro, ma il volto aveva un’età indefinibile. Poteva avere cinquant’anni o cento, o mille. O anche di più. «Come?» lo canzonò, e i saggi occhi ardesia brillarono, derisori. «Non conosci i canti degli antichi poeti, Tresan? A questo si deve porre rimedio.» D’istinto, Tresan afferrò la spada che portava al fianco. «Chi siete?» lo affrontò. «Mi avete chiamato per nome... Come fate a sapere chi sono?» Gli occhi gli corsero all’unicorno impennato su una mezzaluna di stelle che campeggiava sul giustacuore dello sconosciuto. Non era lo stemma di un casato di Elvaner e neppure quello di una delle numerose famiglie nobiliari che vivevano alla corte del Re, in Rovanea. Lentamente, iniziò a sfilare la spada dalla guaina e Volèn si fermò. «Mi chiamo Volèn e vengo da Aldemar, ma immagino che tu non mi conosca. Sono qui per parlare con tuo padre. 70

[close]

p. 14

ECHI DALLE TERRE SOMMERSE Potresti accompagnarmi da lui?» Tresan esitò, scrutandolo di sottecchi. Anche se era vecchio, Volèn sembrava vigoroso e se avesse voluto fargli del male non avrebbe perso tempo in chiacchiere. Si passò la lingua sulle labbra. Cosa fare? Non c’era motivo perché gli nuocesse, era solo un figlio cadetto e non valeva nemmeno una briciola dell’argento delle miniere di Elvaner. Lui no, forse… Ma se avesse voluto essere scortato a palazzo per aggredire suo padre? Ah no, impossibile! Anche se al fianco portava uno spadone possente e il pugnale infilato nella cintura era senz’altro più affilato di un rasoio, Aldric gli avrebbe mozzato via la mano ancor prima che fiatasse. Non aveva nulla da temere. Sciolse la stretta attorno all’elsa e annuì. «Certo, straniero. Vi attende?» «No, le mie visite sono sempre impreviste. Io vado e vengo come i pensieri nella notte. Chi mi conosce sostiene che sia il Signore dei Sogni e che li possa comandare a mio piacimento.» «Nientemeno… E lo siete?» Negli occhi nocciola di Tresan passò un bagliore divertito e Volèn gli ricambiò il sorriso. «Io sono molte cose» rispose, evasivo. «Un guerriero, un druido... e un uomo. Sogni spesso, Tresan?» «A volte. Sogni strani, inquieti. Accade soprattutto nelle notti in cui la luna rossa risale da sola nel cielo e ogni cosa pare lavata nel sangue. Mio fratello ritiene che… Ma non 71

[close]

p. 15

FEDERICA LEVA vi può interessare, signore.» Il vecchio contrasse gli occhi come se fosse accecato dai bagliori del crepuscolo. «Tuo fratello ritiene che siano indotti da un animo pauroso, indegno di un figlio di Aldric Hardan» concluse per lui. «Ma sbaglia. I sogni ispirati da Athera non sono mai di poco conto» Sorrise dello stupore di Tresan. «Un giorno, se vorrai, me ne parlerai. Ora mostrami la strada. Ho fatto un lungo viaggio per giungere fin qui e sono stanco.» «Gli amici di mio padre sono i benvenuti nella sua casa. Seguitemi, signore.» Lo condusse nel cortile, bussò al portale di ferro e bronzo in cui era intagliata una fenice ad ali spalancate e una serva gli aprì. Entrarono in un’anticamera affrescata in oro, azzurro e porpora, che nei tempi lontani era stata la camera nuziale dei principi dell’isola. Attraversando un corridoio arieggiato da ampie finestre, risalirono al primo piano ed emersero in un vano affacciato sui giardini del palazzo. Tresan indicò un corridoio immerso nelle ombre. «Laggiù si trovano le stanze di mio padre» disse. «Aspettatemi qui, signore. Gli annuncerò il vostro arrivo.» Ma Volèn non lo ascoltava. Si accostò a un’alta finestra e con nostalgia inseguì il gioco affascinante delle piscine che occhieggiavano fra le siepi, sotto gli alberi smossi dalla brezza della sera. Ricordava i tempi in cui quelle terrazze coltivate erano state boschi e prati selvaggi. Due o 72

[close]

Comments

no comments yet